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2024-12-28
Il grande inganno siriano
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Lo scorso 25 dicembre le Forze di sicurezza delle nuove autorità siriane hanno sequestrato e dato alla fiamme un gigantesco quantitativo di droghe ritrovate in uno dei laboratori del vecchio regime di Bashar al-Assad. Tra le sostanze distrutte, oltre un milione di pastiglie di captagon, amfetamine prodotte massicciamente dopo la guerra civile per finanziare le casse dello Stato e quella della famiglia del dittatore, tanto che la Siria di Assad era diventata un vero e proprio narco-Stato. Come si vede nei video che circolano sul web e come descritto dall'agenzia France Press (presente sul luogo), le droghe sono state date alle fiamme nel cortile di un palazzo della sicurezza nel distretto di Kafar Soussé (Damasco), precedentemente isolato. Oltre al captagon sono stati distruttivi grandi quantitativi di altre droghe, tra cui cannabis e tramadolo, un oppioide sintetico antidolorifico. La comunità internazionale per valutare il riconoscimento delle nuove autorità siriane, richiede che HTS formi un governo inclusivo, rispettoso delle minoranze, e che si impegni attivamente nella lotta contro la produzione e il traffico di stupefacenti.
A pochi giorni dalla caduta di Bashar al-Assad gli Stati Uniti sono pronti a rimuovere la taglia da dieci milioni di dollari che avevano messo sul leader siriano de facto, il jihadista Ahmed al-Sharaa, precedentemente noto con il suo nome di battaglia Abu Mohammad al-Jolani. Lo scaltro al-Sharaa grazie alla protezione turca è riuscito ad ingannare tutti e una volta tolte le sanzioni la Siria sarà uno Stato islamico a tutti gli effetti. Al-Sharaa è il capo del gruppo ribelle Hayat Tahrir Al-Sham (HTS), che ha guidato il rovesciamento del regime di Assad all'inizio di questo mese. La decisione di togliere la taglia sul capo jihadista segue gli incontri di venerdi scorso a Damasco tra diplomatici statunitensi e HTS in cui Al-Sharaa «si è impegnato a garantire che i gruppi terroristici in Siria non rappresentino una minaccia per gli Stati Uniti e i suoi alleati» ha affermato Barbara Leaf, assistente del Segretario di Stato per gli Affari del Vicino Oriente. La visita della delegazione statunitense di alto livello nella capitale siriana è stata il primo viaggio dalla caduta del regime. Barbara Leaf alla guida della delegazione, ha descritto gli incontri con il governo ad interim come «abbastanza buoni, molto produttivi e dettagliati, coprendo un'ampia gamma di questioni sia interne che esterne». Leaf ha detto che al-Sharaa «è apparso pragmatico». Poi ha aggiunto: «Sentiamo questo da un po' di tempo, alcune dichiarazioni molto pragmatiche e moderate su vari argomenti, dai diritti delle donne alla protezione, sapete, dei diritti uguali per tutte le comunità e altro. Di nuovo, è stato un buon primo incontro. Giudicheremo dai fatti, non solo dalle parole. I fatti sono la cosa fondamentale» I diplomatici statunitensi hanno anche sottolineato la continua attenzione dell'amministrazione Biden nel determinare il destino degli americani detenuti o scomparsi in Siria, tra cui Austin Tice e Majd Kamalmaz. Roger Carstens, l'inviato presidenziale speciale per gli affari degli ostaggi, che si è recato a Damasco nel 2020 per negoziati segreti su Tice durante la prima amministrazione Trump, faceva anche parte della delegazione. Carstens ha affermato che le informazioni disponibili finora non confermano se Tice, un giornalista americano rapito in Siria 12 anni fa, sia ancora in vita. «Quello che posso dirvi è questo, il presidente degli Stati Uniti ha detto di recente che crede che Austin Tice sia vivo, ed è nostro dovere continuare a premere e spingere per vedere se possiamo trovare tutte le informazioni possibili, per avere un'idea, con certezza, tra l'altro, di cosa gli è successo, dove si trova e riportarlo a casa», ha detto Carstens ai giornalisti dopo gli incontri. Daniel Rubinstein, consigliere senior dell'ufficio per il Medio Oriente del Dipartimento di Stato, che da Washington guiderà l'impegno diplomatico del dipartimento sulla Siria, ha affermato che gli Stati Uniti sperano di avere missioni diplomatiche più regolari a Damasco: «Ovviamente dobbiamo esaminare le condizioni operative, siamo riusciti a fare una visita di successo oggi e cercheremo di farla con prudenza e con la frequenza più pratica che sarà possibile». La visita della delegazione statunitense segue i viaggi compiuti a Damasco dai diplomatici di Francia, Regno Unito e Germania, mentre al-Sharaa chiede la revoca delle sanzioni internazionali contro Hay'at Tahrir al-Sham (HTS), che gli Stati Uniti hanno definito un gruppo terroristico. Anche l’Italia lo scorso 24 dicembre ha inviato una delegazione diplomatica a Damasco: «Uno degli obiettivi della nostra azione diplomatica nella regione è la protezione dei civili e dei cittadini cristiani, così come di tutte le minoranze e alla nuova Siria l’Italia offrirà tutto il sostegno possibile», ha indicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Le attuali sanzioni statunitensi, tra cui la designazione di organizzazione terroristica, non impediscono al governo di incontrare o parlare con HTS, ma limitano la fornitura di supporto materiale, creando complicazioni per i gruppi di aiuti umanitari che lavorano per assistere sia i rifugiati che tornano in massa in Siria sia quelli che ne sono rimasti sfollati nell'ultimo decennio.
Le paure dei cristiani
Secondo quanto riportato dalla Nbc News, l'amministrazione Biden sta valutando la possibilità di rimuovere HTS dalla sua lista di organizzazioni terroristiche. Tuttavia, ha stilato un elenco di condizioni che il gruppo deve soddisfare prima che gli Stati Uniti riconoscano formalmente il governo siriano. «La nostra opinione è che quando un governo nascerà da questa transizione, dovrà essere inclusivo, dovrà proteggere i diritti di tutti i siriani, comprese le donne e le minoranze, come tutti i governi, dovrà preservare le istituzioni statali essenziali e fornire servizi essenziali», ha affermato il vice portavoce del Dipartimento di Stato Vedant Patel che poi ha aggiunto: «E forse la cosa più importante è che vogliamo vedere una Siria che non rappresenti una minaccia per i suoi vicini o per le regioni o che non sia un luogo che fungerà da base per il terrorismo o che si alleerà con gruppi come l'Isis». Ipotesi questa alquanto improbabile. Il rispetto delle minoranze religiose è certamente uno dei temi più delicati e le premesse non sono certo incoraggianti come si è visto lo scorso 24 dicembre con migliaia di manifestanti che sono scesi in piazza nelle zone cristiane di Damasco e in altre città del Paese per protestare contro l'incendio di un albero di Natale vicino ad Hama, nella Siria centrale. «Chiediamo i diritti dei cristiani», hanno cantato mentre marciavano attraverso la capitale siriana verso la sede del Patriarcato ortodosso nel quartiere di Bab Sharqi. L'incendio dell'albero di Natale è stato uno dei numerosi episodi che hanno preso di mira i cristiani dopo la caduta del regime. Lo scorso 18 dicembre uomini armati non identificati hanno aperto il fuoco contro una chiesa greco-ortodossa nella città di Hama, entrando nel complesso e tentando di distruggere una croce e di frantumare le lapidi di un cimitero, ha reso noto la chiesa in una nota. Hama è una delle province della Siria con la maggiore diversità religiosa: ospita sunniti, sciiti, cristiani e alawiti. Il 24 dicembre per la prima volta da quando è stato rovesciato il regime di Bashar al-Assad i cristiani siriani hanno partecipato alle funzioni della vigilia di Natale, in un sorta di primo test delle promesse dei nuovi governanti islamisti di proteggere i diritti delle minoranze religiose del Paese. Come scrive The Arab News, «la funzione si è svolta sotto strette misure di sicurezza a causa del timore di violenza contro i luoghi cristiani; intorno alla chiesa erano infatti parcheggiati diversi pick-up appartenenti al gruppo islamista HTS, ora al potere».
Il capolavoro di Ahmed Al-Sharaa
Non c’è dubbio che Ahmed al-Sharaa abbia fin qui compiuto un vero capolavoro nel trasformarsi in poche settimane da spietato tagliagole con un passato in al-Qaeda, nell’Isis in uno statista che tutti ora vogliono incontrare. Secondo alcuni analisti, un buona parte dei leader senior di HTS e i combattenti più esperti del gruppo, inclusi i veterani estremisti provenienti dall'Asia centrale, continuano a aderire a un'ideologia jihadista radicale. Alcuni commentatori sostengono che qualsiasi apparente moderazione recentemente adottata rappresenta solo un'operazione di facciata, volta a mascherare ambizioni radicali a lungo termine, sia a livello locale che globale. Di conseguenza, avvertono che né l'Occidente né le potenze regionali devono abbassare la guardia e non credere alle promesse dell’uomo che dopo aver ingannato al-Qaeda prima e lo Stato islamico poi si è preso la Siria.
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Tra le mosse del nuovo leader siriano, Abu Mohammad al-Jolani, c'è la distruzione dei magazzini di droghe sintetiche, ritrovate in uno dei laboratori del vecchio regime di Bashar al-Assad. E intanto cresce la paura tra i cristiani per attacchi a chiese e cimiteri.Lo scorso 25 dicembre le Forze di sicurezza delle nuove autorità siriane hanno sequestrato e dato alla fiamme un gigantesco quantitativo di droghe ritrovate in uno dei laboratori del vecchio regime di Bashar al-Assad. Tra le sostanze distrutte, oltre un milione di pastiglie di captagon, amfetamine prodotte massicciamente dopo la guerra civile per finanziare le casse dello Stato e quella della famiglia del dittatore, tanto che la Siria di Assad era diventata un vero e proprio narco-Stato. Come si vede nei video che circolano sul web e come descritto dall'agenzia France Press (presente sul luogo), le droghe sono state date alle fiamme nel cortile di un palazzo della sicurezza nel distretto di Kafar Soussé (Damasco), precedentemente isolato. Oltre al captagon sono stati distruttivi grandi quantitativi di altre droghe, tra cui cannabis e tramadolo, un oppioide sintetico antidolorifico. La comunità internazionale per valutare il riconoscimento delle nuove autorità siriane, richiede che HTS formi un governo inclusivo, rispettoso delle minoranze, e che si impegni attivamente nella lotta contro la produzione e il traffico di stupefacenti.A pochi giorni dalla caduta di Bashar al-Assad gli Stati Uniti sono pronti a rimuovere la taglia da dieci milioni di dollari che avevano messo sul leader siriano de facto, il jihadista Ahmed al-Sharaa, precedentemente noto con il suo nome di battaglia Abu Mohammad al-Jolani. Lo scaltro al-Sharaa grazie alla protezione turca è riuscito ad ingannare tutti e una volta tolte le sanzioni la Siria sarà uno Stato islamico a tutti gli effetti. Al-Sharaa è il capo del gruppo ribelle Hayat Tahrir Al-Sham (HTS), che ha guidato il rovesciamento del regime di Assad all'inizio di questo mese. La decisione di togliere la taglia sul capo jihadista segue gli incontri di venerdi scorso a Damasco tra diplomatici statunitensi e HTS in cui Al-Sharaa «si è impegnato a garantire che i gruppi terroristici in Siria non rappresentino una minaccia per gli Stati Uniti e i suoi alleati» ha affermato Barbara Leaf, assistente del Segretario di Stato per gli Affari del Vicino Oriente. La visita della delegazione statunitense di alto livello nella capitale siriana è stata il primo viaggio dalla caduta del regime. Barbara Leaf alla guida della delegazione, ha descritto gli incontri con il governo ad interim come «abbastanza buoni, molto produttivi e dettagliati, coprendo un'ampia gamma di questioni sia interne che esterne». Leaf ha detto che al-Sharaa «è apparso pragmatico». Poi ha aggiunto: «Sentiamo questo da un po' di tempo, alcune dichiarazioni molto pragmatiche e moderate su vari argomenti, dai diritti delle donne alla protezione, sapete, dei diritti uguali per tutte le comunità e altro. Di nuovo, è stato un buon primo incontro. Giudicheremo dai fatti, non solo dalle parole. I fatti sono la cosa fondamentale» I diplomatici statunitensi hanno anche sottolineato la continua attenzione dell'amministrazione Biden nel determinare il destino degli americani detenuti o scomparsi in Siria, tra cui Austin Tice e Majd Kamalmaz. Roger Carstens, l'inviato presidenziale speciale per gli affari degli ostaggi, che si è recato a Damasco nel 2020 per negoziati segreti su Tice durante la prima amministrazione Trump, faceva anche parte della delegazione. Carstens ha affermato che le informazioni disponibili finora non confermano se Tice, un giornalista americano rapito in Siria 12 anni fa, sia ancora in vita. «Quello che posso dirvi è questo, il presidente degli Stati Uniti ha detto di recente che crede che Austin Tice sia vivo, ed è nostro dovere continuare a premere e spingere per vedere se possiamo trovare tutte le informazioni possibili, per avere un'idea, con certezza, tra l'altro, di cosa gli è successo, dove si trova e riportarlo a casa», ha detto Carstens ai giornalisti dopo gli incontri. Daniel Rubinstein, consigliere senior dell'ufficio per il Medio Oriente del Dipartimento di Stato, che da Washington guiderà l'impegno diplomatico del dipartimento sulla Siria, ha affermato che gli Stati Uniti sperano di avere missioni diplomatiche più regolari a Damasco: «Ovviamente dobbiamo esaminare le condizioni operative, siamo riusciti a fare una visita di successo oggi e cercheremo di farla con prudenza e con la frequenza più pratica che sarà possibile». La visita della delegazione statunitense segue i viaggi compiuti a Damasco dai diplomatici di Francia, Regno Unito e Germania, mentre al-Sharaa chiede la revoca delle sanzioni internazionali contro Hay'at Tahrir al-Sham (HTS), che gli Stati Uniti hanno definito un gruppo terroristico. Anche l’Italia lo scorso 24 dicembre ha inviato una delegazione diplomatica a Damasco: «Uno degli obiettivi della nostra azione diplomatica nella regione è la protezione dei civili e dei cittadini cristiani, così come di tutte le minoranze e alla nuova Siria l’Italia offrirà tutto il sostegno possibile», ha indicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Le attuali sanzioni statunitensi, tra cui la designazione di organizzazione terroristica, non impediscono al governo di incontrare o parlare con HTS, ma limitano la fornitura di supporto materiale, creando complicazioni per i gruppi di aiuti umanitari che lavorano per assistere sia i rifugiati che tornano in massa in Siria sia quelli che ne sono rimasti sfollati nell'ultimo decennio. Le paure dei cristianiSecondo quanto riportato dalla Nbc News, l'amministrazione Biden sta valutando la possibilità di rimuovere HTS dalla sua lista di organizzazioni terroristiche. Tuttavia, ha stilato un elenco di condizioni che il gruppo deve soddisfare prima che gli Stati Uniti riconoscano formalmente il governo siriano. «La nostra opinione è che quando un governo nascerà da questa transizione, dovrà essere inclusivo, dovrà proteggere i diritti di tutti i siriani, comprese le donne e le minoranze, come tutti i governi, dovrà preservare le istituzioni statali essenziali e fornire servizi essenziali», ha affermato il vice portavoce del Dipartimento di Stato Vedant Patel che poi ha aggiunto: «E forse la cosa più importante è che vogliamo vedere una Siria che non rappresenti una minaccia per i suoi vicini o per le regioni o che non sia un luogo che fungerà da base per il terrorismo o che si alleerà con gruppi come l'Isis». Ipotesi questa alquanto improbabile. Il rispetto delle minoranze religiose è certamente uno dei temi più delicati e le premesse non sono certo incoraggianti come si è visto lo scorso 24 dicembre con migliaia di manifestanti che sono scesi in piazza nelle zone cristiane di Damasco e in altre città del Paese per protestare contro l'incendio di un albero di Natale vicino ad Hama, nella Siria centrale. «Chiediamo i diritti dei cristiani», hanno cantato mentre marciavano attraverso la capitale siriana verso la sede del Patriarcato ortodosso nel quartiere di Bab Sharqi. L'incendio dell'albero di Natale è stato uno dei numerosi episodi che hanno preso di mira i cristiani dopo la caduta del regime. Lo scorso 18 dicembre uomini armati non identificati hanno aperto il fuoco contro una chiesa greco-ortodossa nella città di Hama, entrando nel complesso e tentando di distruggere una croce e di frantumare le lapidi di un cimitero, ha reso noto la chiesa in una nota. Hama è una delle province della Siria con la maggiore diversità religiosa: ospita sunniti, sciiti, cristiani e alawiti. Il 24 dicembre per la prima volta da quando è stato rovesciato il regime di Bashar al-Assad i cristiani siriani hanno partecipato alle funzioni della vigilia di Natale, in un sorta di primo test delle promesse dei nuovi governanti islamisti di proteggere i diritti delle minoranze religiose del Paese. Come scrive The Arab News, «la funzione si è svolta sotto strette misure di sicurezza a causa del timore di violenza contro i luoghi cristiani; intorno alla chiesa erano infatti parcheggiati diversi pick-up appartenenti al gruppo islamista HTS, ora al potere».Il capolavoro di Ahmed Al-SharaaNon c’è dubbio che Ahmed al-Sharaa abbia fin qui compiuto un vero capolavoro nel trasformarsi in poche settimane da spietato tagliagole con un passato in al-Qaeda, nell’Isis in uno statista che tutti ora vogliono incontrare. Secondo alcuni analisti, un buona parte dei leader senior di HTS e i combattenti più esperti del gruppo, inclusi i veterani estremisti provenienti dall'Asia centrale, continuano a aderire a un'ideologia jihadista radicale. Alcuni commentatori sostengono che qualsiasi apparente moderazione recentemente adottata rappresenta solo un'operazione di facciata, volta a mascherare ambizioni radicali a lungo termine, sia a livello locale che globale. Di conseguenza, avvertono che né l'Occidente né le potenze regionali devono abbassare la guardia e non credere alle promesse dell’uomo che dopo aver ingannato al-Qaeda prima e lo Stato islamico poi si è preso la Siria.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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