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2024-12-28
Il grande inganno siriano
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Lo scorso 25 dicembre le Forze di sicurezza delle nuove autorità siriane hanno sequestrato e dato alla fiamme un gigantesco quantitativo di droghe ritrovate in uno dei laboratori del vecchio regime di Bashar al-Assad. Tra le sostanze distrutte, oltre un milione di pastiglie di captagon, amfetamine prodotte massicciamente dopo la guerra civile per finanziare le casse dello Stato e quella della famiglia del dittatore, tanto che la Siria di Assad era diventata un vero e proprio narco-Stato. Come si vede nei video che circolano sul web e come descritto dall'agenzia France Press (presente sul luogo), le droghe sono state date alle fiamme nel cortile di un palazzo della sicurezza nel distretto di Kafar Soussé (Damasco), precedentemente isolato. Oltre al captagon sono stati distruttivi grandi quantitativi di altre droghe, tra cui cannabis e tramadolo, un oppioide sintetico antidolorifico. La comunità internazionale per valutare il riconoscimento delle nuove autorità siriane, richiede che HTS formi un governo inclusivo, rispettoso delle minoranze, e che si impegni attivamente nella lotta contro la produzione e il traffico di stupefacenti.
A pochi giorni dalla caduta di Bashar al-Assad gli Stati Uniti sono pronti a rimuovere la taglia da dieci milioni di dollari che avevano messo sul leader siriano de facto, il jihadista Ahmed al-Sharaa, precedentemente noto con il suo nome di battaglia Abu Mohammad al-Jolani. Lo scaltro al-Sharaa grazie alla protezione turca è riuscito ad ingannare tutti e una volta tolte le sanzioni la Siria sarà uno Stato islamico a tutti gli effetti. Al-Sharaa è il capo del gruppo ribelle Hayat Tahrir Al-Sham (HTS), che ha guidato il rovesciamento del regime di Assad all'inizio di questo mese. La decisione di togliere la taglia sul capo jihadista segue gli incontri di venerdi scorso a Damasco tra diplomatici statunitensi e HTS in cui Al-Sharaa «si è impegnato a garantire che i gruppi terroristici in Siria non rappresentino una minaccia per gli Stati Uniti e i suoi alleati» ha affermato Barbara Leaf, assistente del Segretario di Stato per gli Affari del Vicino Oriente. La visita della delegazione statunitense di alto livello nella capitale siriana è stata il primo viaggio dalla caduta del regime. Barbara Leaf alla guida della delegazione, ha descritto gli incontri con il governo ad interim come «abbastanza buoni, molto produttivi e dettagliati, coprendo un'ampia gamma di questioni sia interne che esterne». Leaf ha detto che al-Sharaa «è apparso pragmatico». Poi ha aggiunto: «Sentiamo questo da un po' di tempo, alcune dichiarazioni molto pragmatiche e moderate su vari argomenti, dai diritti delle donne alla protezione, sapete, dei diritti uguali per tutte le comunità e altro. Di nuovo, è stato un buon primo incontro. Giudicheremo dai fatti, non solo dalle parole. I fatti sono la cosa fondamentale» I diplomatici statunitensi hanno anche sottolineato la continua attenzione dell'amministrazione Biden nel determinare il destino degli americani detenuti o scomparsi in Siria, tra cui Austin Tice e Majd Kamalmaz. Roger Carstens, l'inviato presidenziale speciale per gli affari degli ostaggi, che si è recato a Damasco nel 2020 per negoziati segreti su Tice durante la prima amministrazione Trump, faceva anche parte della delegazione. Carstens ha affermato che le informazioni disponibili finora non confermano se Tice, un giornalista americano rapito in Siria 12 anni fa, sia ancora in vita. «Quello che posso dirvi è questo, il presidente degli Stati Uniti ha detto di recente che crede che Austin Tice sia vivo, ed è nostro dovere continuare a premere e spingere per vedere se possiamo trovare tutte le informazioni possibili, per avere un'idea, con certezza, tra l'altro, di cosa gli è successo, dove si trova e riportarlo a casa», ha detto Carstens ai giornalisti dopo gli incontri. Daniel Rubinstein, consigliere senior dell'ufficio per il Medio Oriente del Dipartimento di Stato, che da Washington guiderà l'impegno diplomatico del dipartimento sulla Siria, ha affermato che gli Stati Uniti sperano di avere missioni diplomatiche più regolari a Damasco: «Ovviamente dobbiamo esaminare le condizioni operative, siamo riusciti a fare una visita di successo oggi e cercheremo di farla con prudenza e con la frequenza più pratica che sarà possibile». La visita della delegazione statunitense segue i viaggi compiuti a Damasco dai diplomatici di Francia, Regno Unito e Germania, mentre al-Sharaa chiede la revoca delle sanzioni internazionali contro Hay'at Tahrir al-Sham (HTS), che gli Stati Uniti hanno definito un gruppo terroristico. Anche l’Italia lo scorso 24 dicembre ha inviato una delegazione diplomatica a Damasco: «Uno degli obiettivi della nostra azione diplomatica nella regione è la protezione dei civili e dei cittadini cristiani, così come di tutte le minoranze e alla nuova Siria l’Italia offrirà tutto il sostegno possibile», ha indicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Le attuali sanzioni statunitensi, tra cui la designazione di organizzazione terroristica, non impediscono al governo di incontrare o parlare con HTS, ma limitano la fornitura di supporto materiale, creando complicazioni per i gruppi di aiuti umanitari che lavorano per assistere sia i rifugiati che tornano in massa in Siria sia quelli che ne sono rimasti sfollati nell'ultimo decennio.
Le paure dei cristiani
Secondo quanto riportato dalla Nbc News, l'amministrazione Biden sta valutando la possibilità di rimuovere HTS dalla sua lista di organizzazioni terroristiche. Tuttavia, ha stilato un elenco di condizioni che il gruppo deve soddisfare prima che gli Stati Uniti riconoscano formalmente il governo siriano. «La nostra opinione è che quando un governo nascerà da questa transizione, dovrà essere inclusivo, dovrà proteggere i diritti di tutti i siriani, comprese le donne e le minoranze, come tutti i governi, dovrà preservare le istituzioni statali essenziali e fornire servizi essenziali», ha affermato il vice portavoce del Dipartimento di Stato Vedant Patel che poi ha aggiunto: «E forse la cosa più importante è che vogliamo vedere una Siria che non rappresenti una minaccia per i suoi vicini o per le regioni o che non sia un luogo che fungerà da base per il terrorismo o che si alleerà con gruppi come l'Isis». Ipotesi questa alquanto improbabile. Il rispetto delle minoranze religiose è certamente uno dei temi più delicati e le premesse non sono certo incoraggianti come si è visto lo scorso 24 dicembre con migliaia di manifestanti che sono scesi in piazza nelle zone cristiane di Damasco e in altre città del Paese per protestare contro l'incendio di un albero di Natale vicino ad Hama, nella Siria centrale. «Chiediamo i diritti dei cristiani», hanno cantato mentre marciavano attraverso la capitale siriana verso la sede del Patriarcato ortodosso nel quartiere di Bab Sharqi. L'incendio dell'albero di Natale è stato uno dei numerosi episodi che hanno preso di mira i cristiani dopo la caduta del regime. Lo scorso 18 dicembre uomini armati non identificati hanno aperto il fuoco contro una chiesa greco-ortodossa nella città di Hama, entrando nel complesso e tentando di distruggere una croce e di frantumare le lapidi di un cimitero, ha reso noto la chiesa in una nota. Hama è una delle province della Siria con la maggiore diversità religiosa: ospita sunniti, sciiti, cristiani e alawiti. Il 24 dicembre per la prima volta da quando è stato rovesciato il regime di Bashar al-Assad i cristiani siriani hanno partecipato alle funzioni della vigilia di Natale, in un sorta di primo test delle promesse dei nuovi governanti islamisti di proteggere i diritti delle minoranze religiose del Paese. Come scrive The Arab News, «la funzione si è svolta sotto strette misure di sicurezza a causa del timore di violenza contro i luoghi cristiani; intorno alla chiesa erano infatti parcheggiati diversi pick-up appartenenti al gruppo islamista HTS, ora al potere».
Il capolavoro di Ahmed Al-Sharaa
Non c’è dubbio che Ahmed al-Sharaa abbia fin qui compiuto un vero capolavoro nel trasformarsi in poche settimane da spietato tagliagole con un passato in al-Qaeda, nell’Isis in uno statista che tutti ora vogliono incontrare. Secondo alcuni analisti, un buona parte dei leader senior di HTS e i combattenti più esperti del gruppo, inclusi i veterani estremisti provenienti dall'Asia centrale, continuano a aderire a un'ideologia jihadista radicale. Alcuni commentatori sostengono che qualsiasi apparente moderazione recentemente adottata rappresenta solo un'operazione di facciata, volta a mascherare ambizioni radicali a lungo termine, sia a livello locale che globale. Di conseguenza, avvertono che né l'Occidente né le potenze regionali devono abbassare la guardia e non credere alle promesse dell’uomo che dopo aver ingannato al-Qaeda prima e lo Stato islamico poi si è preso la Siria.
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Tra le mosse del nuovo leader siriano, Abu Mohammad al-Jolani, c'è la distruzione dei magazzini di droghe sintetiche, ritrovate in uno dei laboratori del vecchio regime di Bashar al-Assad. E intanto cresce la paura tra i cristiani per attacchi a chiese e cimiteri.Lo scorso 25 dicembre le Forze di sicurezza delle nuove autorità siriane hanno sequestrato e dato alla fiamme un gigantesco quantitativo di droghe ritrovate in uno dei laboratori del vecchio regime di Bashar al-Assad. Tra le sostanze distrutte, oltre un milione di pastiglie di captagon, amfetamine prodotte massicciamente dopo la guerra civile per finanziare le casse dello Stato e quella della famiglia del dittatore, tanto che la Siria di Assad era diventata un vero e proprio narco-Stato. Come si vede nei video che circolano sul web e come descritto dall'agenzia France Press (presente sul luogo), le droghe sono state date alle fiamme nel cortile di un palazzo della sicurezza nel distretto di Kafar Soussé (Damasco), precedentemente isolato. Oltre al captagon sono stati distruttivi grandi quantitativi di altre droghe, tra cui cannabis e tramadolo, un oppioide sintetico antidolorifico. La comunità internazionale per valutare il riconoscimento delle nuove autorità siriane, richiede che HTS formi un governo inclusivo, rispettoso delle minoranze, e che si impegni attivamente nella lotta contro la produzione e il traffico di stupefacenti.A pochi giorni dalla caduta di Bashar al-Assad gli Stati Uniti sono pronti a rimuovere la taglia da dieci milioni di dollari che avevano messo sul leader siriano de facto, il jihadista Ahmed al-Sharaa, precedentemente noto con il suo nome di battaglia Abu Mohammad al-Jolani. Lo scaltro al-Sharaa grazie alla protezione turca è riuscito ad ingannare tutti e una volta tolte le sanzioni la Siria sarà uno Stato islamico a tutti gli effetti. Al-Sharaa è il capo del gruppo ribelle Hayat Tahrir Al-Sham (HTS), che ha guidato il rovesciamento del regime di Assad all'inizio di questo mese. La decisione di togliere la taglia sul capo jihadista segue gli incontri di venerdi scorso a Damasco tra diplomatici statunitensi e HTS in cui Al-Sharaa «si è impegnato a garantire che i gruppi terroristici in Siria non rappresentino una minaccia per gli Stati Uniti e i suoi alleati» ha affermato Barbara Leaf, assistente del Segretario di Stato per gli Affari del Vicino Oriente. La visita della delegazione statunitense di alto livello nella capitale siriana è stata il primo viaggio dalla caduta del regime. Barbara Leaf alla guida della delegazione, ha descritto gli incontri con il governo ad interim come «abbastanza buoni, molto produttivi e dettagliati, coprendo un'ampia gamma di questioni sia interne che esterne». Leaf ha detto che al-Sharaa «è apparso pragmatico». Poi ha aggiunto: «Sentiamo questo da un po' di tempo, alcune dichiarazioni molto pragmatiche e moderate su vari argomenti, dai diritti delle donne alla protezione, sapete, dei diritti uguali per tutte le comunità e altro. Di nuovo, è stato un buon primo incontro. Giudicheremo dai fatti, non solo dalle parole. I fatti sono la cosa fondamentale» I diplomatici statunitensi hanno anche sottolineato la continua attenzione dell'amministrazione Biden nel determinare il destino degli americani detenuti o scomparsi in Siria, tra cui Austin Tice e Majd Kamalmaz. Roger Carstens, l'inviato presidenziale speciale per gli affari degli ostaggi, che si è recato a Damasco nel 2020 per negoziati segreti su Tice durante la prima amministrazione Trump, faceva anche parte della delegazione. Carstens ha affermato che le informazioni disponibili finora non confermano se Tice, un giornalista americano rapito in Siria 12 anni fa, sia ancora in vita. «Quello che posso dirvi è questo, il presidente degli Stati Uniti ha detto di recente che crede che Austin Tice sia vivo, ed è nostro dovere continuare a premere e spingere per vedere se possiamo trovare tutte le informazioni possibili, per avere un'idea, con certezza, tra l'altro, di cosa gli è successo, dove si trova e riportarlo a casa», ha detto Carstens ai giornalisti dopo gli incontri. Daniel Rubinstein, consigliere senior dell'ufficio per il Medio Oriente del Dipartimento di Stato, che da Washington guiderà l'impegno diplomatico del dipartimento sulla Siria, ha affermato che gli Stati Uniti sperano di avere missioni diplomatiche più regolari a Damasco: «Ovviamente dobbiamo esaminare le condizioni operative, siamo riusciti a fare una visita di successo oggi e cercheremo di farla con prudenza e con la frequenza più pratica che sarà possibile». La visita della delegazione statunitense segue i viaggi compiuti a Damasco dai diplomatici di Francia, Regno Unito e Germania, mentre al-Sharaa chiede la revoca delle sanzioni internazionali contro Hay'at Tahrir al-Sham (HTS), che gli Stati Uniti hanno definito un gruppo terroristico. Anche l’Italia lo scorso 24 dicembre ha inviato una delegazione diplomatica a Damasco: «Uno degli obiettivi della nostra azione diplomatica nella regione è la protezione dei civili e dei cittadini cristiani, così come di tutte le minoranze e alla nuova Siria l’Italia offrirà tutto il sostegno possibile», ha indicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Le attuali sanzioni statunitensi, tra cui la designazione di organizzazione terroristica, non impediscono al governo di incontrare o parlare con HTS, ma limitano la fornitura di supporto materiale, creando complicazioni per i gruppi di aiuti umanitari che lavorano per assistere sia i rifugiati che tornano in massa in Siria sia quelli che ne sono rimasti sfollati nell'ultimo decennio. Le paure dei cristianiSecondo quanto riportato dalla Nbc News, l'amministrazione Biden sta valutando la possibilità di rimuovere HTS dalla sua lista di organizzazioni terroristiche. Tuttavia, ha stilato un elenco di condizioni che il gruppo deve soddisfare prima che gli Stati Uniti riconoscano formalmente il governo siriano. «La nostra opinione è che quando un governo nascerà da questa transizione, dovrà essere inclusivo, dovrà proteggere i diritti di tutti i siriani, comprese le donne e le minoranze, come tutti i governi, dovrà preservare le istituzioni statali essenziali e fornire servizi essenziali», ha affermato il vice portavoce del Dipartimento di Stato Vedant Patel che poi ha aggiunto: «E forse la cosa più importante è che vogliamo vedere una Siria che non rappresenti una minaccia per i suoi vicini o per le regioni o che non sia un luogo che fungerà da base per il terrorismo o che si alleerà con gruppi come l'Isis». Ipotesi questa alquanto improbabile. Il rispetto delle minoranze religiose è certamente uno dei temi più delicati e le premesse non sono certo incoraggianti come si è visto lo scorso 24 dicembre con migliaia di manifestanti che sono scesi in piazza nelle zone cristiane di Damasco e in altre città del Paese per protestare contro l'incendio di un albero di Natale vicino ad Hama, nella Siria centrale. «Chiediamo i diritti dei cristiani», hanno cantato mentre marciavano attraverso la capitale siriana verso la sede del Patriarcato ortodosso nel quartiere di Bab Sharqi. L'incendio dell'albero di Natale è stato uno dei numerosi episodi che hanno preso di mira i cristiani dopo la caduta del regime. Lo scorso 18 dicembre uomini armati non identificati hanno aperto il fuoco contro una chiesa greco-ortodossa nella città di Hama, entrando nel complesso e tentando di distruggere una croce e di frantumare le lapidi di un cimitero, ha reso noto la chiesa in una nota. Hama è una delle province della Siria con la maggiore diversità religiosa: ospita sunniti, sciiti, cristiani e alawiti. Il 24 dicembre per la prima volta da quando è stato rovesciato il regime di Bashar al-Assad i cristiani siriani hanno partecipato alle funzioni della vigilia di Natale, in un sorta di primo test delle promesse dei nuovi governanti islamisti di proteggere i diritti delle minoranze religiose del Paese. Come scrive The Arab News, «la funzione si è svolta sotto strette misure di sicurezza a causa del timore di violenza contro i luoghi cristiani; intorno alla chiesa erano infatti parcheggiati diversi pick-up appartenenti al gruppo islamista HTS, ora al potere».Il capolavoro di Ahmed Al-SharaaNon c’è dubbio che Ahmed al-Sharaa abbia fin qui compiuto un vero capolavoro nel trasformarsi in poche settimane da spietato tagliagole con un passato in al-Qaeda, nell’Isis in uno statista che tutti ora vogliono incontrare. Secondo alcuni analisti, un buona parte dei leader senior di HTS e i combattenti più esperti del gruppo, inclusi i veterani estremisti provenienti dall'Asia centrale, continuano a aderire a un'ideologia jihadista radicale. Alcuni commentatori sostengono che qualsiasi apparente moderazione recentemente adottata rappresenta solo un'operazione di facciata, volta a mascherare ambizioni radicali a lungo termine, sia a livello locale che globale. Di conseguenza, avvertono che né l'Occidente né le potenze regionali devono abbassare la guardia e non credere alle promesse dell’uomo che dopo aver ingannato al-Qaeda prima e lo Stato islamico poi si è preso la Siria.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 marzo con Flaminia Camilletti
Il sassofonista, direttore artistico di Bergamo Jazz Festival, racconta con la voce e con il suo strumento la storia dei musicisti che hanno «segnato il passo» nella sua vita: dal padre, «Big T» Lovano, a Hank Jones fino a Miles Davis e John Coltrane.
Una veduta di una parte del giacimento di gas di South Pars ad Assalooyeh, sulla costa iraniana del Golfo Persico (Getty Images)
Con l’attacco agli impianti di gas di South Pars, nel sud della Repubblica islamica, il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti sta salendo di livello. E la risposta di Teheran non si è fatta attendere. Sul piano operativo, l’Iran ha lanciato una nuova offensiva contro Israele. Missili balistici hanno raggiunto il centro del Paese, provocando due morti a Tel Aviv e feriti tra Ramat Gan e Petah Tikva. Diversi i danni materiali, con abitazioni colpite, una stazione distrutta e detriti che hanno raggiunto anche l’area dell’aeroporto Ben Gurion, dove tre velivoli privati sono stati danneggiati. In contemporanea, le sirene d’allarme sono risuonate in Galilea, sulle Alture del Golan e a Eilat, mentre attacchi con droni attribuiti a Hezbollah si sono sovrapposti ai lanci balistici iraniani. Un missile è stato inoltre intercettato nell’area di Al-Kharj, nella regione di Riad.
I pasdaran hanno rivendicato l’operazione parlando di oltre cento obiettivi colpiti nel territorio israeliano, nell’ambito della «sessantunesima ondata» dall’inizio dell’operazione «True Promise 4». Stando al corpo d’élite iraniano, i missili avrebbero penetrato il sistema israeliano di difesa aerea, colpendo obiettivi militari «nel cuore dei territori occupati». L’azione è stata esplicitamente collegata alla volontà di vendicare la morte di Ali Larijani, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ucciso in un raid di Israele. Sulla sua morte si è espresso ieri Mojtaba Khamenei, che ha promesso vendetta: «Ogni sangue ha un prezzo, che i criminali assassini dovranno presto pagare». Ma non c’è solo Israele nel mirino: le Guardie rivoluzionarie hanno indicato come «obiettivi legittimi» una serie di infrastrutture energetiche in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati, invitando esplicitamente civili e lavoratori ad allontanarsi da raffinerie e complessi petrolchimici. Tra i siti citati figurano la raffineria Samref e il polo industriale di al-Jubail in Arabia Saudita, il giacimento di gas di al-Hosn negli Emirati e i complessi di Mesaieed e Ras Laffan in Qatar. Proprio in Qatar ieri un incendio è divampato nel principale impianto di gas sulla costa settentrionale, dopo un attacco iraniano. L’Arabia Saudita ha distrutto invece in serata un drone diretto verso un impianto a gas nell’Est del Paese. In parallelo, la marina dei pasdaran ha avvertito che anche le infrastrutture energetiche statunitensi rientrano tra i possibili bersagli.
La partita non si gioca solo sul piano militare. Lo ha sottolineato con forza il governatore di Asaluyeh, Eskandar Pasalar, che ha parlato apertamente di una «guerra economica su larga scala», sostenendo che la sicurezza energetica della regione ha ormai raggiunto «il punto zero» e definendo l’attacco a South Pars un «suicidio politico» da parte di Stati Uniti e Israele. Sulla stessa linea anche il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha parlato di «nuovo livello di confronto», evocando la «legge del taglione» e definendo l’attacco alle infrastrutture un atto destinato a ritorcersi contro i suoi autori. Sempre ieri, l’Iran ha anche eseguito la condanna a morte di un cittadino con doppia nazionalità svedese-iraniana, accusato di spionaggio a favore di Israele. Stoccolma ha reagito con una dura protesta, convocando l’ambasciatore iraniano. Un episodio che, pur avulso dall’ambito militare, testimonia un atteggiamento sempre più duro da parte della Repubblica islamica, sia all’esterno sia sul fronte interno. E in effetti, gli appelli americani alla dissidenza non sembrano sortire risultati apprezzabili: ieri, in piena crisi bellica, i cittadini di Teheran sono scesi in piazza, dove hanno dato alle fiamme i fantocci di Trump e Netanyahu. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha anzi ribaltato la narrativa americana, condividendo su X il messaggio di dimissioni del funzionario statunitense Joe Kent: «Questa guerra», ha scritto Baghaei, «non è la guerra del popolo americano; prendere le distanze da questa guerra illegale è il minimo che ogni cittadino o funzionario americano con una coscienza limpida può e dovrebbe fare». Come sul piano comunicativo, anche sul piano militare - nonostante i colpi subiti - Teheran non appare del resto priva di risorse. Le stime più recenti e accreditate indicano che prima del conflitto l’Iran disponeva del più ampio arsenale missilistico del Medio Oriente, con una dotazione compresa tra i 2.500 e i 3.000 vettori. Alcune valutazioni arrivano fino a 6.000, secondo analisi citate da Reuters. Una parte significativa è già stata utilizzata o distrutta, e la capacità di lancio è stata ridotta dai raid israelo-americani. Ma, sempre secondo fonti occidentali riportate da Reuters, il Paese conserverebbe ancora una quota rilevante delle proprie scorte. In altre parole, l’Iran è ancora in grado di combattere.
Eliminato il super 007 degli iraniani. Blitz Usa-Israele su un impianto di gas
Contro il regime iraniano, Israele ha alzato l’asticella: oltre a continuare a spazzare via i vertici, ha attaccato per la prima volta il più grande giacimento di gas del Paese, aprendo a una fase di ripercussioni ancora più critica. Innanzitutto, Teheran deve fare i conti con la perdita del ministro dell’Intelligence iraniano, Esmail Khatib. A confermare ufficialmente la sua uccisione è stato il ministro della Difesa di Israele, Israel Katz. Che ha pure annunciato: «Nel corso della giornata (ieri, ndr) sono previste importanti sorprese su tutti i fronti, che intensificheranno la guerra che stiamo conducendo contro l’Iran e Hezbollah». Le Idf hanno svelato che Khatib è stato eliminato nella notte tra martedì e mercoledì a Teheran in «un attacco mirato» condotto «dall’aviazione israeliana». Khatib aveva assunto l’incarico nel 2021: nominato da Ali Khamenei, è stato quindi a capo del dicastero sia durante la presidenza di Ebrahim Raisi sia in quella di Masoud Pezeshkian. In Iran, come riferisce una nota delle forze di difesa israeliane, il ministero dell’Intelligence «costituisce uno dei principali meccanismi di repressione e terrorismo del regime. Possiede capacità di intelligence avanzate e funge da braccio centrale nella supervisione, nello spionaggio e nell’esecuzione di operazioni segrete in tutto il mondo». Tra l’altro il ministro è stato tra i protagonisti delle recenti repressioni contro le proteste interne e allo stesso modo «ha agito contro i cittadini iraniani nel contesto delle proteste per l’hijab» nel 2022.
Ma le operazioni contro i vertici iraniani proseguiranno. Visto che «in Iran sono tutti nel mirino», Katz e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, hanno autorizzato l’esercito a «eliminare qualsiasi alto funzionario iraniano senza che sia necessaria un’ulteriore approvazione». Tra l’altro, le Idf hanno reso noto che a Beirut è stato ucciso il comandante della divisione Imam Hussein, Hassan Ali Marwan. Il terrorista, insediatosi solo sei giorni prima, «in precedenza ricopriva il ruolo di capo delle operazioni della divisione ed era responsabile del collegamento tra quest’ultima e gli alti ufficiali militari di Hezbollah e della Forza Quds».
Riguardo ai raid di Israele contro la leadership iraniana, c’è da dire che non hanno smantellato il regime. A confermarlo, durante un’audizione al Senato statunitense, è stata la direttrice dell’Intelligence nazionale Usa, Tulsi Gabbard: «Il governo di Teheran è intatto» seppur «ampiamente indebolito a causa degli attacchi alla sua leadership e alla sua capacità militare».
Ciononostante, le «sorprese» preannunciate da Katz non sono tardate ad arrivare, con Israele che ha colpito un impianto di gas iraniano nel Sud del Paese, innescando un pericoloso effetto domino sul mercato energetico globale con la rappresaglia del regime che è già iniziata. Il primo a confermare l’attacco è stato il vicegovernatore della provincia meridionale di Bushehr alla tv di Stato iraniana: «Pochi istanti fa, alcune parti degli impianti di gas» della raffineria strategica di South Pars, situata nella città di Kangan, «sono state colpite da proiettili del nemico americano-sionista». Stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sono stati bersagliati i serbatoi di gas e parti di una raffineria. Altri funzionari iraniani hanno parlato di quattro sezioni degli impianti petrolchimici di South Pars colpiti. In merito ai danni, il governatore di Asaluyeh, centro iraniano per il gas e la petrolchimica, alimentato dal giacimento di South Pars, ha comunicato che «non è stata segnalata alcuna perdita di sostanze tossiche dopo l’attacco». Si tratta della prima volta, dall’inizio dell’operazione Furia epica, di un attacco contro gli impianti iraniani di gas, di vitale importanza per l’economia del Paese. South Pars, che fa parte del più grande giacimento di gas naturale al mondo, è infatti fondamentale per la produzione di energia elettrica dell’Iran. Stando a quanto riferito dal Financial Times, le sue infrastrutture forniscono oltre due terzi del gas consumato nel Paese. E non è escluso che l’iniziativa di Israele abbia ricevuto l’appoggio del presidente americano, Donald Trump. A confermare ad Axios il via libera degli Stati Uniti sono state alcune fonti israeliane. Poco dopo, un funzionario statunitense ha però smentito alla Cnn il coinvolgimento di Washington. A reagire duramente contro l’attacco è stata Doha, anche perché il giacimento finito nel mirino è condiviso con il Qatar attraverso il Golfo. Il portavoce del ministro degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha dichiarato: «Il fatto che Israele prenda di mira le infrastrutture legate al giacimento di gas iraniano di South Pars, che rappresenta un’estensione del giacimento di North Field del Qatar, è un passo pericoloso e irresponsabile». Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno criticato il raid, sostenendo che «colpire le infrastrutture energetiche rappresenta una minaccia diretta per la sicurezza energetica globale, nonché per la sicurezza e la stabilità della regione». Sulla stessa linea l’Oman: «L’attacco israeliano è una pericolosa escalation, una minaccia diretta alla sicurezza e alle forniture energetiche della regione».
Per il dialogo serve la rivolta interna
La guerra in Iran sta seguendo una direttrice strategica precisa: colpire i vertici del potere per disarticolare l’intero sistema. Non si tratta più soltanto di neutralizzare infrastrutture militari, ma di smontare progressivamente la catena di comando attraverso eliminazioni mirate. Dopo la morte di Ali Larijani, un nuovo raid ha colpito anche Esmail Khatib, capo dell’intelligence dal 2021 e figura centrale nella gestione della sicurezza interna e nella repressione delle proteste. L’ipotesi operativa di Israele è che la pressione aerea stia producendo effetti concreti sul funzionamento dello Stato iraniano. I centri decisionali sono costretti a spostarsi continuamente, alla ricerca di luoghi ritenuti sicuri, mentre jet e droni mantengono una presenza costante nei cieli. In alcuni casi, le attività operative vengono trasferite in strutture civili, scuole o impianti sportivi, segno di una crescente difficoltà logistica anche considerato che tutte le comunicazioni sono intercettate. A questo si aggiungono segnali di cedimento interno, con defezioni tra esercito e forze di polizia che indicano una prima erosione della coesione.
Misurare però l’efficacia reale della campagna resta complesso. Teheran ha imposto un rigido controllo dell’informazione: accesso limitato alla rete, censura sistematica e arresti per chi diffonde immagini dei danni. La guerra si gioca così, anche sul piano della percezione, in un contesto opaco dove è difficile distinguere tra realtà e narrazione. All’origine del conflitto vi è una rottura diplomatica maturata nei negoziati di Ginevra. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha rivendicato il diritto dell’Iran a proseguire l’arricchimento dell’uranio, scontrandosi con la posizione statunitense. Il confronto è rapidamente degenerato. L’assenza di segnali distensivi ha offerto alla Casa Bianca il contesto per autorizzare un’operazione militare già pianificata da tempo con Israele.
La strategia israelo-americana appare orientata a svuotare progressivamente il sistema di potere iraniano, eliminando i suoi principali protagonisti fino a renderlo incapace di funzionare. Ma questa impostazione si scontra con la natura stessa della Repubblica islamica, che in oltre 40 anni ha costruito una struttura complessa, resiliente e profondamente radicata. Pensare di provocarne il collasso esclusivamente con la forza militare rischia di essere una valutazione incompleta. Il nodo centrale resta l’assenza di un’opposizione interna in grado di raccogliere il vuoto di potere. Senza una mobilitazione popolare organizzata e armata, la pressione esterna difficilmente può tradursi in un cambio di regime. Alcuni segnali si sono intravisti, come gli attacchi dei Mojahedin del Popolo contro installazioni dei pasdaran a Teheran prima dell’inizio del conflitto, con un numero elevato di vittime, e le ipotesi di un coinvolgimento curdo, che Washington ha lasciato intendere di voler valutare. Poi più nulla. Nonostante l’intensità degli attacchi, il sistema iraniano non è collassato. Secondo la direttrice dell’intelligence nazionale statunitense Tulsi Gabbard, il governo resta in piedi, pur essendo stato fortemente degradato. Se la leadership dovesse sopravvivere, Teheran potrebbe ricostruire rapidamente le proprie capacità militari, in particolare nel settore dei droni e dei missili. Proprio sul dossier nucleare emerge una contraddizione significativa. Nella relazione scritta presentata al Senato, Gabbard aveva affermato che dopo i bombardamenti del giugno 2025 contro le infrastrutture nucleari iraniane non era stato compiuto «alcuno sforzo» per ricostruire le capacità di arricchimento dell’uranio. Una valutazione che metteva in discussione una delle principali giustificazioni utilizzate dall’amministrazione Trump per lanciare l’offensiva. Durante l’audizione orale, però, la stessa Gabbard ha corretto il tiro, sostenendo che Teheran starebbe «cercando di riprendersi» dai danni subiti. Il senatore democratico Mark Warner ha contestato apertamente questa discrepanza, accusandola di aver omesso gli elementi in contrasto con la linea della Casa Bianca. Resta inoltre aperto il nodo del materiale nucleare che si ritiene ancora nascosto nell’area di Isfahan. Un’eventuale operazione per sequestrarlo o distruggerlo comporterebbe rischi elevatissimi, legati sia all’incertezza sulla localizzazione sia alla possibilità di dispersione di sostanze radioattive o reazioni incontrollate.
Sul piano politico interno, il quadro appare molto incerto e frammentato. Della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei, indicato come successore del padre, si sono perse le tracce nelle prime fasi del conflitto. Il presidente Masoud Pezeshkian, considerato più aperto al dialogo, appare marginale e privo di reale potere decisionale. A dominare restano le figure della linea dura, come il capo della magistratura Mohseni-Ejei e il vertice dei pasdaran Ahmad Vahidi, mentre altri attori chiave come Alireza Arafi e Mohammad Bagher Ghalibaf continuano a muoversi in un equilibrio ancora fluido.
Di fatto mantengono ancora un ruolo centrale nella gestione politica e finanziaria della risposta bellica, senza essere finora stati colpiti, segno di una possibile valutazione strategica su equilibri ancora in evoluzione. Il quadro complessivo evidenzia una contraddizione strutturale: la strategia della decapitazione sta producendo risultati sul piano militare, ma non si traduce in un esito politico. Senza una leadership alternativa e senza una dinamica interna capace di accompagnare la pressione esterna, il rischio è quello di un conflitto lungo e logorante. L’Iran è stato colpito duramente, ma non è crollato, e continua a dimostrare una capacità di adattamento che rende incerto qualsiasi sviluppo futuro.
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