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2022-04-10
Il governo non toglie l’Imu ai terremotati. Ma si adira se viene chiamato tassassino
Nicola Fratoianni (Ans)
Il governo, mentre a parole continua a dire di non voler aumentare le tasse, nei fatti continua a chiedere l’Imu ai proprietari degli immobili dichiarati inagibili o occupati abusivamente. Palazzo Chigi nei giorni scorsi ha ripetuto che l’esecutivo non vuole più imposte e lo stesso premier Mario Draghi ha dichiarato più volte questo impegno in Parlamento e con i leader delle varie forze di maggioranza. Una volontà che sembra però essersi sbriciolata quando mercoledì notte in commissione Finanze alla Camera si doveva votare l’emendamento per bloccare il pagamento dell’Imu «per le case dichiarate inagibili, ovvero gli immobili destinati ad attività commerciale o artigianale e non locati, nonché per gli immobili occupati abusivamente e oggetto di intimazione o diffida al rilascio», voluto dalla Lega e appoggiato da tutto il centrodestra: la votazione infatti è stata impedita dalla sospensione della seduta. Il risultato finale è lo stallo della delega fiscale in commissione e l’imposta municipale unica ancora dovuta dai proprietari che hanno una casa inagibile o occupata illegalmente.
«Il tema dell’Imu è un tema di giustizia fiscale», dichiara Giulio Centemero, deputato della Lega. L’opposizione della sinistra, aggiunge Centemero, fa capire come sulla delega fiscale si sia talmente ideologizzati da non volere un emendamento solo perché proposto dal centrodestra. Sulla stessa linea anche Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, che sottolinea che la cosa «grave è che nel merito c’era una tema sacrosanto. Parliamo di locali dichiarati inagibili o occupati abusivamente, che non danno reddito al proprietario» (al momento per i locali definiti inagibili l’Imu è al 50%). E dunque mentre il governo sbandiera di non voler aumentare le tasse agli italiani, la presa di posizione sull’Imu sembra dire l’opposto. È poi vero che in questa delega «non è scritto nero su bianco che si aumenteranno le tasse, ma è ovvio che se si lasciano degli spazi, senza rispettare dei vincoli, poi le imposte possono aumentare», precisa Centemero. Ci vogliono dunque dei paletti ben precisi e delineati in modo che, anche se ci fosse la volontà di alzare le tasse, non si potrebbe fare.
Sulla stessa linea anche Forza Italia: «Non possiamo rinunciare alla nostra identità sostenendo provvedimenti che negano i nostri principi. Non consentiremo a nessun governo di mettere le mani nelle tasche degli italiani, di colpire la casa che per noi è sacra, è il simbolo dell’unità e della continuità della famiglia, non consentiremo di colpire i risparmi», ha detto ieri Silvio Berlusconi durante la convention di Forza Italia, che ha sostenuto l’emendamento per togliere l’Imu sulle case occupate abusivamente, insieme con la Lega e Fratelli d’Italia. Il Cav ha aggiunto che non è accettabile mettere la fiducia sulla delega fiscale, ipotesi ventilata da Mario Draghi,
«Noi sulle dichiarazioni di voto eravamo stati chiari. È una battaglia (togliere l’Imu su determinate fattispecie) che portiamo avanti da diversi anni», spiega Lucia Albano, membro della commissione Finanze alla Camera e deputato del partito di Giorgia Meloni. «Pensiamo alle case dei terremotati o a quelle occupate abusivamente. Si deve andare ad alleviare il problema che ricade sui proprietari». In commissione Finanze, secondo la Albano, non c’è stato un comportamento lineare né democratico. «Si tratta di un tema indispensabile. La nostra posizione è molto chiara e continueremo a lavorare per raggiungere il risultato. Su questi e altri emendamenti il centrodestra si è compattato e questo è sicuramente un aspetto positivo. Vedremo cosa si deciderà».
Lunedì e martedì, il premier dovrebbe incontrare il centrodestra per cercare di trovare un compromesso per proseguire i lavori sulla delega fiscale scongiurando un possibile aumento delle tasse. Timori più che fondati visto che negli ultimi giorni è tornata alla ribalta l’idea della patrimoniale, o meglio dei «prelievi di solidarietà per tutelare chi sta peggio, chi ha difficoltà ad arrivare a fine mese», come chiesto dal segretario della Cgil Maurizio Landini che vorrebbe colpire chi ha un Isee «sopra 1 milione di euro». Idea subito appoggiata da Nicola Fratoianni (Leu) che ha dato ragione al segretario della Cgil: «Di fronte a un’emergenza sociale occorre intervenire sui redditi e patrimoni dei più ricchi. Non possono essere sempre i soliti a pagare. Aumentare tassazione extraprofitti compagnie energetiche. Introdurre patrimoniale su grandi ricchezze». Non stupisce la dichiarazione di Fratoianni dato che, insieme con Matteo Orfini (Pd), nel 2020 aveva proposto l’abolizione dell’Imu e dell’imposta di bollo sui conti correnti e di deposito titoli per sostituirle con un’aliquota progressiva minima dello 0,2% per i patrimoni compresi tra 500.000 e 1 milione di euro.
Tim riordina a metà la sicurezza. Labriola: «Scorporo rete a breve»
Tensione rientrata. Come anticipato da La Verità, Tim ha dato il via alla riorganizzazione della struttura Public affairs e sicurezza. Al vertice è stato nominato Eugenio Santagata, ora in Telsy (carica che manterrà) e precedentemente in Cy4gate, mentre la delicata figura di capo della funzione security viene posta sotto e rimane per il momento a Stefano Grassi in attesa di ulteriori decisioni. L’idea di toccare la figura aveva toccato le corde dei rapporti istituzionali con Palazzo Chigi e i vertici dell’intelligence. Qui partita rimandata. Per il resto la responsabilità della sustainability va a Gaia Spinella. Viene costituita la funzione chief It corporate & market systems office, affidata a Roberto Mazzilli, con la responsabilità di assicurare il governo tecnico-economico, il disegno delle architetture di competenza, il demand, l’ingegneria, lo sviluppo, il testing e la gestione applicativa. L’ad Pietro Labriola ha anche deciso che a seguire le attività operative It e dei sistemi wholesale sarà Angelo Solari, così come a Bettina Harburger andrà il compito di riorganizzare le attività di pianificazione tecnologia. Un importante cambio di passo che rientra nell’idea di voler valorizzare i singoli pezzi dell’azienda. Lo ha spiegato direttamente l’ad in una intervista pubblicata ieri dal Sole 24 Ore.
«Gli azionisti, tutti gli azionisti, ci chiedono di lavorare a migliorare le performance del titolo. Noi lo stiamo facendo e ci crediamo. Questo è l’obiettivo del piano triennale, che realizzeremo cambiando sia il modello di gestione sia l’assetto societario», ha detto Labriola, aggiungendo che «la capitalizzazione attuale della società non rappresenta la somma del valore delle singole componenti». Alla domanda se lo scorporo della rete sia all’ordine del giorno, il manager ha risposto così: «Direi proprio di sì, contiamo di arrivare a una proposta entro l’estate». «Gli interventi delle autorità regolatorie del mercato negli ultimi 15 anni hanno fatto sì che Tim sia il soggetto sottoposto a più regole e questo ha riflessi importanti anche sull’attività commerciale. Ancora oggi dobbiamo garantire servizi all’ingrosso agli altri operatori anche se gli stessi sono da considerarsi obsoleti», ha spiegato. «Inoltre, le nostre offerte sono soggette a una sorta di controllo preventivo che rende particolarmente rigide le promozioni commerciali. Eppure, siamo un settore in cui la concorrenza sui prezzi è diventata la variabile fondamentale. In queste condizioni molto meglio scorporare la rete e cogliere le opportunità di una eventuale convergenza tra Tim e Open fiber». Il tema della rete resta cruciale ed è ciò che il governo per tramite di Cassa depositi e prestiti sta cercando di sbrogliare. «Grazie alla separazione sarà possibile sfruttare le sinergie valorizzando entrambe le società e allo stesso tempo dare al mercato retail quella dinamicità di cui ha bisogno», ha concluso Labriola, «La realizzazione di due reti in fibra ottica, la cosiddetta Ftth, è un unicum in Europa perché in nessun Paese ci sono due reti del genere totalmente sovrapposte. Può accadere in alcune parti del territorio, dove la domanda di servizi è più diffusa, ma sono eccezioni alla regola. È evidente che unificarle significa creare le premesse per ottenere risultati migliori. D’altra parte, diversi esponenti di governo lo hanno detto chiaramente».
A breve, anche con lo sblocco dell’importante piano Italia 1 giga, che vale circa 3,7 miliardi, si capirà di più.
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No alla proposta di esonerare gli immobili inagibili e occupati. E con la scusa della guerra la sinistra chiede la patrimoniale.Tim riordina a metà la sicurezza. Pietro Labriola: «Scorporo rete a breve». Nominato il nuovo capo della struttura Public affairs, ma la funzione rimane a Stefano Grassi. Lo speciale comprende due articoli. Il governo, mentre a parole continua a dire di non voler aumentare le tasse, nei fatti continua a chiedere l’Imu ai proprietari degli immobili dichiarati inagibili o occupati abusivamente. Palazzo Chigi nei giorni scorsi ha ripetuto che l’esecutivo non vuole più imposte e lo stesso premier Mario Draghi ha dichiarato più volte questo impegno in Parlamento e con i leader delle varie forze di maggioranza. Una volontà che sembra però essersi sbriciolata quando mercoledì notte in commissione Finanze alla Camera si doveva votare l’emendamento per bloccare il pagamento dell’Imu «per le case dichiarate inagibili, ovvero gli immobili destinati ad attività commerciale o artigianale e non locati, nonché per gli immobili occupati abusivamente e oggetto di intimazione o diffida al rilascio», voluto dalla Lega e appoggiato da tutto il centrodestra: la votazione infatti è stata impedita dalla sospensione della seduta. Il risultato finale è lo stallo della delega fiscale in commissione e l’imposta municipale unica ancora dovuta dai proprietari che hanno una casa inagibile o occupata illegalmente. «Il tema dell’Imu è un tema di giustizia fiscale», dichiara Giulio Centemero, deputato della Lega. L’opposizione della sinistra, aggiunge Centemero, fa capire come sulla delega fiscale si sia talmente ideologizzati da non volere un emendamento solo perché proposto dal centrodestra. Sulla stessa linea anche Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, che sottolinea che la cosa «grave è che nel merito c’era una tema sacrosanto. Parliamo di locali dichiarati inagibili o occupati abusivamente, che non danno reddito al proprietario» (al momento per i locali definiti inagibili l’Imu è al 50%). E dunque mentre il governo sbandiera di non voler aumentare le tasse agli italiani, la presa di posizione sull’Imu sembra dire l’opposto. È poi vero che in questa delega «non è scritto nero su bianco che si aumenteranno le tasse, ma è ovvio che se si lasciano degli spazi, senza rispettare dei vincoli, poi le imposte possono aumentare», precisa Centemero. Ci vogliono dunque dei paletti ben precisi e delineati in modo che, anche se ci fosse la volontà di alzare le tasse, non si potrebbe fare. Sulla stessa linea anche Forza Italia: «Non possiamo rinunciare alla nostra identità sostenendo provvedimenti che negano i nostri principi. Non consentiremo a nessun governo di mettere le mani nelle tasche degli italiani, di colpire la casa che per noi è sacra, è il simbolo dell’unità e della continuità della famiglia, non consentiremo di colpire i risparmi», ha detto ieri Silvio Berlusconi durante la convention di Forza Italia, che ha sostenuto l’emendamento per togliere l’Imu sulle case occupate abusivamente, insieme con la Lega e Fratelli d’Italia. Il Cav ha aggiunto che non è accettabile mettere la fiducia sulla delega fiscale, ipotesi ventilata da Mario Draghi,«Noi sulle dichiarazioni di voto eravamo stati chiari. È una battaglia (togliere l’Imu su determinate fattispecie) che portiamo avanti da diversi anni», spiega Lucia Albano, membro della commissione Finanze alla Camera e deputato del partito di Giorgia Meloni. «Pensiamo alle case dei terremotati o a quelle occupate abusivamente. Si deve andare ad alleviare il problema che ricade sui proprietari». In commissione Finanze, secondo la Albano, non c’è stato un comportamento lineare né democratico. «Si tratta di un tema indispensabile. La nostra posizione è molto chiara e continueremo a lavorare per raggiungere il risultato. Su questi e altri emendamenti il centrodestra si è compattato e questo è sicuramente un aspetto positivo. Vedremo cosa si deciderà». Lunedì e martedì, il premier dovrebbe incontrare il centrodestra per cercare di trovare un compromesso per proseguire i lavori sulla delega fiscale scongiurando un possibile aumento delle tasse. Timori più che fondati visto che negli ultimi giorni è tornata alla ribalta l’idea della patrimoniale, o meglio dei «prelievi di solidarietà per tutelare chi sta peggio, chi ha difficoltà ad arrivare a fine mese», come chiesto dal segretario della Cgil Maurizio Landini che vorrebbe colpire chi ha un Isee «sopra 1 milione di euro». Idea subito appoggiata da Nicola Fratoianni (Leu) che ha dato ragione al segretario della Cgil: «Di fronte a un’emergenza sociale occorre intervenire sui redditi e patrimoni dei più ricchi. Non possono essere sempre i soliti a pagare. Aumentare tassazione extraprofitti compagnie energetiche. Introdurre patrimoniale su grandi ricchezze». Non stupisce la dichiarazione di Fratoianni dato che, insieme con Matteo Orfini (Pd), nel 2020 aveva proposto l’abolizione dell’Imu e dell’imposta di bollo sui conti correnti e di deposito titoli per sostituirle con un’aliquota progressiva minima dello 0,2% per i patrimoni compresi tra 500.000 e 1 milione di euro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-non-toglie-limu-ai-terremotati-ma-si-adira-se-viene-chiamato-tassassino-2657128330.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tim-riordina-a-meta-la-sicurezza-labriola-scorporo-rete-a-breve" data-post-id="2657128330" data-published-at="1649546549" data-use-pagination="False"> Tim riordina a metà la sicurezza. Labriola: «Scorporo rete a breve» Tensione rientrata. Come anticipato da La Verità, Tim ha dato il via alla riorganizzazione della struttura Public affairs e sicurezza. Al vertice è stato nominato Eugenio Santagata, ora in Telsy (carica che manterrà) e precedentemente in Cy4gate, mentre la delicata figura di capo della funzione security viene posta sotto e rimane per il momento a Stefano Grassi in attesa di ulteriori decisioni. L’idea di toccare la figura aveva toccato le corde dei rapporti istituzionali con Palazzo Chigi e i vertici dell’intelligence. Qui partita rimandata. Per il resto la responsabilità della sustainability va a Gaia Spinella. Viene costituita la funzione chief It corporate & market systems office, affidata a Roberto Mazzilli, con la responsabilità di assicurare il governo tecnico-economico, il disegno delle architetture di competenza, il demand, l’ingegneria, lo sviluppo, il testing e la gestione applicativa. L’ad Pietro Labriola ha anche deciso che a seguire le attività operative It e dei sistemi wholesale sarà Angelo Solari, così come a Bettina Harburger andrà il compito di riorganizzare le attività di pianificazione tecnologia. Un importante cambio di passo che rientra nell’idea di voler valorizzare i singoli pezzi dell’azienda. Lo ha spiegato direttamente l’ad in una intervista pubblicata ieri dal Sole 24 Ore. «Gli azionisti, tutti gli azionisti, ci chiedono di lavorare a migliorare le performance del titolo. Noi lo stiamo facendo e ci crediamo. Questo è l’obiettivo del piano triennale, che realizzeremo cambiando sia il modello di gestione sia l’assetto societario», ha detto Labriola, aggiungendo che «la capitalizzazione attuale della società non rappresenta la somma del valore delle singole componenti». Alla domanda se lo scorporo della rete sia all’ordine del giorno, il manager ha risposto così: «Direi proprio di sì, contiamo di arrivare a una proposta entro l’estate». «Gli interventi delle autorità regolatorie del mercato negli ultimi 15 anni hanno fatto sì che Tim sia il soggetto sottoposto a più regole e questo ha riflessi importanti anche sull’attività commerciale. Ancora oggi dobbiamo garantire servizi all’ingrosso agli altri operatori anche se gli stessi sono da considerarsi obsoleti», ha spiegato. «Inoltre, le nostre offerte sono soggette a una sorta di controllo preventivo che rende particolarmente rigide le promozioni commerciali. Eppure, siamo un settore in cui la concorrenza sui prezzi è diventata la variabile fondamentale. In queste condizioni molto meglio scorporare la rete e cogliere le opportunità di una eventuale convergenza tra Tim e Open fiber». Il tema della rete resta cruciale ed è ciò che il governo per tramite di Cassa depositi e prestiti sta cercando di sbrogliare. «Grazie alla separazione sarà possibile sfruttare le sinergie valorizzando entrambe le società e allo stesso tempo dare al mercato retail quella dinamicità di cui ha bisogno», ha concluso Labriola, «La realizzazione di due reti in fibra ottica, la cosiddetta Ftth, è un unicum in Europa perché in nessun Paese ci sono due reti del genere totalmente sovrapposte. Può accadere in alcune parti del territorio, dove la domanda di servizi è più diffusa, ma sono eccezioni alla regola. È evidente che unificarle significa creare le premesse per ottenere risultati migliori. D’altra parte, diversi esponenti di governo lo hanno detto chiaramente». A breve, anche con lo sblocco dell’importante piano Italia 1 giga, che vale circa 3,7 miliardi, si capirà di più.
La giudice ha spiegato che l’azienda non può scegliere «a piacere» chi sospendere dal lavoro. La scelta deve seguire regole corrette, fatte con buona fede, senza favoritismi e senza discriminazioni, anche quando alcuni lavoratori hanno limitazioni nello svolgere certe mansioni.
Un punto importante della sentenza riguarda il numero minimo di giornate lavorate durante gli ammortizzatori sociali. Il Tribunale dice che non basta rispettare la percentuale solo formalmente: se poi, nella pratica, alcuni dipendenti restano quasi sempre a casa e altri vengono chiamati molto più spesso, il sistema non è corretto. Questo vale soprattutto quando i lavoratori possono essere spostati su mansioni simili (cioè quando c’è «fungibilità»). Per questi motivi, Stellantis è stata condannata a pagare le differenze di stipendio e anche i due terzi delle spese legali.
In dettaglio, la sentenza si apre con un chiarimento sul quadro di legge: il Decreto legislativo 148/2015 non impone in modo esplicito la rotazione nella Cassa integrazione ordinaria. Però questo non dà all’azienda «carta bianca». La giudice richiama la Cassazione e ricorda che «il potere di scelta dei lavoratori da porre in cassa integrazione […] non è incondizionato»: l’impresa deve comunque rispettare «i doveri di correttezza e buona fede» e non può creare discriminazioni, comprese quelle legate a «invalidità o presunta ridotta capacità lavorativa». Il punto centrale è che, anche se la legge non parla di rotazione come obbligo formale, resta un principio di equità e di tutela che non può essere aggirato.
Il Tribunale aggiunge poi che la rotazione diventa concreta e pretendibile quando i lavoratori sono «pienamente fungibili», cioè quando fanno lo stesso lavoro o lavori molto simili. Ed è qui che viene criticato il comportamento aziendale dell’ex Fca: Stellantis, secondo la sentenza, non ha mai spiegato alle rappresentanze sindacali con quali criteri scegliesse chi sospendere, limitandosi a indicare quanti lavoratori erano coinvolti e per quali periodi. Come osserva la giudice, nelle comunicazioni dell’azienda «viene riportato soltanto il numero dei lavoratori interessati […] senza alcun richiamo ai criteri utilizzati». In un contesto come quello delle linee di Termoli, dove la fungibilità è ampia, questa mancanza pesa in modo decisivo.
È un problema che l’Unione sindacale di base denuncia da tempo: dietro la regola del «minimo», spesso si finisce per penalizzare sempre le stesse persone. La sentenza riconosce che una regola che sembra neutra può creare, nei fatti, un’ingiustizia. Non è accettabile aggirare la rotazione lasciando sempre gli stessi lavoratori fuori dal lavoro.
«La pronuncia del giudice di Larino», si legge nella nota dell’Usb lavoro privato Abruzzo e Molise e Rsa Usb Stellantis Termoli, «non è la prima a favore di lavoratori rappresentati dalla nostra organizzazione sindacale ed è un riferimento importante anche per altri dipendenti di Stellantis che ritengano di aver subito trattamenti analoghi. Ancora una volta emerge il ruolo passivo delle organizzazioni sindacali firmatarie del contatto collettivo specifico di lavoro che in questi anni hanno sempre abdicato al ruolo di controllo e di tutela dei lavoratori».
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Imagoeconomica
Siccome in Italia ciò che è transitorio diventa definitivo, superata la fase di emergenza, il meccanismo è rimasto. Questo prevede che per l’accredito dei primi 50.000 euro si debbano aspettare 12 mesi, per poi scandire il resto in un’altra rata annuale o addirittura in due se l’importo complessivo supera i 100.000 euro con il completamento del pagamento anche fino a 7 anni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro. La Corte Costituzionale già si è espressa sul tema con una sentenza (130/2023) e, pur non dichiarando l’incostituzionalità per non creare un vuoto normativo, aveva lanciato un monito al Legislatore ad intervenire con urgenza, ricordando che la liquidazione come salario differito è tutelata dall’art. 36 della Costituzione e quindi non è legittimo mantenere il meccanismo del pagamento a rate in modo permanente. Il Legislatore è intervenuto nella scorsa finanziaria ma solo per ridurre di 3 mesi (da 12 a 9) i tempi per l’accredito della prima rata da 50.000 euro senza toccare il sistema delle lunghe rateizzazioni. La modifica ha però comportato l’annullamento della detassazione prima prevista fino a 50.000 euro, con un costo stimato di circa 750 euro a carico di ciascun beneficiario.
Tre ordinanze di rimessione dei Tar Marche, Lazio e Friuli Venezia Giulia hanno sollevato la questione contro l’Inps, originata da ricorsi di dipendenti statali presentati tra marzo 2022 e settembre 2024. Così il tema è tornato all’attenzione delle Corte Costituzionale.
L’Inps, in una memoria difensiva, ha spiegato che la rateizzazione è solo per il bene dei lavoratori poiché tutela i diritti garantiti dagli articoli 36 e 38 della Costituzione. Come? E qui la parte risibile. Eviterebbe ai dipendenti pubblici di compiere scelte irrazionali di spesa, se improvvisamente in possesso di cifre elevate. A proposito l’Inps cita studi di economia comportamentale e psicologia finanziaria. Quindi l’istituto, come un buon padre di famiglia, teme che i lavoratori ricevendo tanti soldi potrebbero montarsi la testa e, come scapestrati, darsi a spese dissennate. Inoltre la rateizzazione si giustificherebbe perché il Tfs va concepito come base previdenziale per l’aspettativa di vita successiva al pensionamento.
Ma c’è dell’altro oltre agli scrupoli «paternalistici». L’Istituto difende differimenti e rateizzazioni perché ritiene non sostenibile l’onere pari a 15,6 miliardi nei prossimi due-tre anni soltanto per pagare i Tfs rinviati o rateizzati in passato. Togliere questa modalità di pagamento sarebbe quindi enormemente costoso per lo Stato. Per l’Inps restituire le somme tutte insieme non sarebbe necessariamente la soluzione migliore ed è necessario che la Corte individui un percorso alternativo.
Il vero punto è questo: l’Inps avrebbe problemi a fare quell’esborso, il che già di per sé è allarmante sullo stato dei conti pubblici, e allora si scarica l’onere sul lavoratore. Va ricordato che il Tfs (come il Tfr nel settore privato) non è un regalo del datore di lavoro, ma è un pezzo dello stipendio che ogni mese non viene pagato ed è accantonato dall’azienda. Sono quindi soldi dei dipendenti, che le imprese devono essere sempre pronte a liquidare, così come lo Stato.
I sindacati sono insorti, come facile aspettarsi. «È una impostazione offensiva» afferma Rita Longobardi, segretaria generale della Uil-Fpl, sottolineando che si mette in discussione «il diritto di un lavoratore a disporre liberamente del proprio salario». E ricorda che «c’è chi aspetta somme proprie per curarsi, sostenere la famiglia, aiutare i figli, estinguere un mutuo».
Sul tema è intervenuta anche l’Avvocatura dello Stato, rappresentata dall’avvocato Fabrizio Fedeli: «Vero che le sentenze della Corte Costituzionale hanno rilevato un vulnus di costituzionalità, ma la Corte si è sempre astenuta di intervenire sulle norme considerate illegittime. Sono norme pensate anche rispetto alle gravi possibili ripercussioni sul bilancio complessivo dello Stato, bisogna ottemperare le esigenze finanziarie e di cassa da cui dipende la sostenibilità dell'intero sistema previdenziale».
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Ricapitoliamo: il governo italiano ha pronto un decreto-legge che dovrebbe intervenire sul costo dell’energia, con l’intenzione di abbassarlo. Oltre ad alcuni sgravi per i bassi redditi, che complessivamente potrebbero valere tra i 2 e i 3 miliardi di euro, l’articolato prevede un intervento sul sistema che oggi obbliga i produttori termoelettrici a pagare per la CO2 emessa dalla combustione del gas per produrre energia elettrica, ovvero il sistema Ets. Tale intervento consiste nel rimborso ai produttori termoelettrici dei costi sostenuti per l’Ets, tramite l’applicazione di una nuova componente in bolletta su tutti i consumatori. In tal modo, il prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso potrebbe scendere di qualcosa come 25-30 euro/MWh, mentre l’onere medio sulla platea complessiva gravata dalla nuova componente sarebbe molto inferiore. Ai produttori termoelettrici verrebbero rimborsate anche alcune voci di costo accessorie che gravano sul trasporto del gas.
L’effetto netto, dunque, dovrebbe essere quello di un generale abbassamento delle bollette per famiglie e imprese, almeno di quella parte dei consumatori che ha prezzi indicizzati al prezzo spot. Secondo il presidente di Confindustria Emanuele Orsini il decreto energia «è indispensabile perché essere competitivi in un’Europa dove purtroppo non esiste un mercato unico europeo dell’energia è un problema enorme». Ovviamente i consumatori sono molto favorevoli a qualunque forma di abbassamento dei costi dell’energia. Per una azienda che consuma 2 GWh all’anno di energia il risparmio può arrivare a 50-60.000 euro all’anno, sulla parte energia in un contratto indicizzato al prezzo spot.
Ma il dispositivo pensato dal governo non è di facile applicazione e vede un fronte contrario piuttosto compatto. Posto che ancora si sta discutendo di ipotesi perché il decreto ufficialmente non esiste ancora, sono soprattutto le imprese attive nelle fonti rinnovabili ad opporsi all’articolo 5 della bozza di decreto, quello contenente la norma sul rimborso dei costi Ets ai termoelettrici.
L’Ets deriva da una normativa europea e dunque la sua sospensione de facto contenuta del decreto (peraltro limitata solo ad una parte degli obbligati) potrebbe essere rigettata dalla Commissione. Bruxelles ha fatto sapere ieri, tramite una portavoce, che valuterà «la compatibilità» del decreto energia con la legislazione Ue una volta che questo sarà approvato. «Si tratta ancora di un progetto di legge e non ho commenti da fare. Non abbiamo visto i contenuti e non ne conosciamo i dettagli», ha concluso la portavoce. Stando a queste parole non ci sarebbe dunque stata una interlocuzione preventiva con gli uffici della Commissione sul tema. Il che apre a scenari di una futura discussione con Bruxelles. Una discussione che potrebbe anche avere esito positivo, considerato che a livello di Consiglio il tema di un allentamento dell’Ets è all’ordine del giorno. Il problema in questo caso sarebbe rappresentato da tempi e modi. A livello europeo si parla infatti di una riduzione del prezzo dei permessi di emissione Ets attraverso un meccanismo di corridoio per confinare i prezzi della CO2 tra i 20 e i 40 euro a tonnellata, la metà del valore attuale. A questo meccanismo si affiancherebbe un allungamento del periodo di concessione delle quote gratuite.
Diversa è la questione dell’impatto sugli investimenti in fonti rinnovabili. È questo il punto che vede la maggiore opposizione da parte degli operatori del settore.
L’Associazione nazionale energia del vento, Aenev, ha stigmatizzato «l’ennesimo intervento retroattivo che rischia di indebolire il sistema Paese e ridurre l’attrattività per gli investitori nazionali e stranieri, con conseguenze negative per il sistema produttivo italiano e con il rischio di ridurre sensibilmente la possibilità di raggiungere gli obiettivi settoriali in materia di indipendenza energetica, competitività e decarbonizzazione».
Agostino Re Rebaudengo, presidente Asja Energy ed ex presidente di Energia Futura, ha dichiarato al quotidiano La Stampa: «Preoccupa constatare come alcune misure vadano a incentivare l’utilizzo del gas, comprimendone artificialmente il prezzo, peraltro scaricando i costi delle agevolazioni al gas nella bolletta elettrica, invece di intervenire per aumentare in modo strutturale la diffusione dell’elettricità da fonti rinnovabili, l’energia più competitiva e indipendente dall’instabilità geopolitica». La questione è delicata e riguarda la certezza del quadro normativo in un settore che ha un orizzonte temporale lungo. E del resto, l’Ets, che i produttori da fonte rinnovabile non pagano per definizione, rappresenta per essi un margine puro.
Nel frattempo, la Regione Lombardia ha raggiunto un accordo con Edison e A2A per il rinnovo delle concessioni idroelettriche, che prevede la cessione del 15% di energia a prezzi calmierati alle aziende energivore. Il decreto in approvazione però potrebbe precludere l’applicazione dell’accordo, rileva criticamente la Regione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 18 febbraio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint ha presentato una proposta per bandire i Fratelli Musulmani dai Paesi europei.