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2019-03-17
Il fine vita, il fisco e la maternità. Le battaglie concrete per il Forum
Ansa
«Non possumus». Sussurrata al bar o in qualche ufficio diocesano, la formula usata da Pio VII per negare i territori dello Stato pontificio a Napoleone oggi ha un effetto più soffice, ma il senso non cambia. Se ufficialmente la Chiesa italiana non ha nulla da ridire nei confronti del Congresso mondiale delle famiglie in programma a Verona a fine marzo, nel linguaggio da sacrestia preferito dai vertici si sostiene che un'adesione formale creerebbe imbarazzo. Soprattutto dopo che Matteo Salvini - considerato dall'entourage di Papa Francesco e quindi dalla Cei allo stesso livello di un angelo nero - ha annunciato la sua presenza sul palco.
Per la Chiesa delle porpore quel summit è un impiccio non da poco. Nel Palazzo della Gran Guardia (già tutto esaurito) dal 29 al 31 ci saranno il popolo di Dio, i valori del Vangelo e del Catechismo, i principi non negoziabili (quelli che secondo Monica Cirinnà ammorbano la vita) e idealmente un buon numero di sacerdoti che ogni giorno nelle parrocchie affrontano i problemi reali dei fedeli. Ma da quelle conferenze e da quei workshop si terranno alla larga gli intellettuali arcobaleno che dettano la linea, stile padre Antonio Spadaro; i vescovi concentrati solo sull'accoglienza diffusa dei migranti; quel mondo economicamente potente della cooperazione che oggi rappresenta il portafoglio di numerose opere di bene. La spaccatura è destinata a diventare più netta dopo l'endorsement del presidente del Family Day, Massimo Gandolfini (che non ha ruoli organizzativi al summit) per Giorgia Meloni: «Fratelli d'Italia sta portando avanti una politica a vantaggio della famiglia, per questo alle prossime elezioni europee sosterremo i suoi candidati».
Al di là di schieramenti e sensibilità, è importante comprendere se la freddezza della Chiesa sia politicamente vincente e se quel «non possumus» pronunciato in penombra porterà dividendi. La domanda a margine del congresso è elementare: nei fatti il governo 5 stelle -Lega si sta muovendo dentro binari interessanti per i cattolici italiani? La risposta non può che essere positiva. Almeno su quattro punti, la concomitanza d'intenti va ben oltre gli eccessi comunicativi del linguaggio salviniano.
Occhio alla consulta
Primo punto, il fine vita. La Corte Costituzionale ha emesso una sentenza che costringe il Parlamento a legiferare sul tema entro la fine del 2019, e sapere che c'è una potenziale maggioranza non favorevole all'eutanasia tout court può essere confortante. La Consulta ha parlato chiaro, l'indirizzo è granitico quando «l'assistenza di terzi nel porre fine alla sua vita, può presentarsi al malato come l'unica via d'uscita per sottrarsi - nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona - a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare». Poiché definire il perimetro di «suicidio come unica via d'uscita» e di «concetto di dignità della persona» non è materia giudiziaria, ci si attende una battaglia politica importante. E per la Chiesa, non avere come interlocutore primario la sinistra radicale del «vietato vietare» ma una componente cattolica sensibile ai temi del fine vita potrebbe essere rassicurante.
Secondo punto, la famiglia. Nella discussa legge di bilancio sono passati interventi per 1,3 miliardi su Famiglia e Disabilità. È il punto d'orgoglio del ministro Lorenzo Fontana, criticato dai globalisti d'assalto perché difende il presepe e demonizzato dalle lobby gay perché è favorevole a un passeggino spinto da una mamma e da un papà. Per coloro che arrivano dalla strada della parrocchia, simili difetti dovrebbero costituire medaglie da lucidare, baluardi da difendere. E sapere che anche il Reddito di cittadinanza fortemente voluto dai grillini ha portato in dote alle famiglie più povere e con disabili a carico altri 1,6 miliardi dovrebbe indurre i vescovi a curarsi le loro gastriti ideologiche e a far suonare le campane.
Terzo punto, il contratto. Nell'accordo di governo ci sono due isole ancora inesplorate: la Flat tax per le persone fisiche e la legge Donna, che vorrebbe racchiudere provvedimenti a favore delle madri e delle lavoratrici. Due temi di grande impatto sulle priorità del mondo cattolico, almeno di quei cattolici culturalmente pronti ad andare oltre i fantasmi del decreto Sicurezza e i 35 euro per i migranti ridotti a 20. Nella Flat tax sono allo studio defiscalizzazioni per i nuclei famigliari numerosi ed esiste in generale un'attenzione alle situazioni di disagio sociale delle quali solitamente le diocesi si fanno carico. La legge Donna dovrebbe invece contenere agevolazioni per le madri lavoratrici e provvedimenti indirizzati a riaccendere la fiammella della maternità per andare oltre il decremento delle nascite.
Diavolo o acqua santa?
Quarto punto, le indulgenze. Chiamiamole così per facilità di comprensione all'ombra dei campanili. Ma due disattenzioni palesi fanno capire che il governo dei demoni in realtà è quello che mostra maggiore sensibilità nei confronti della Chiesa. Pur rischiando un bagno di voti (che paradossalmente farebbe stappare champagne alla Conferenza dei vescovi) Luigi Di Maio e Matteo Salvini non stanno dando seguito alle sentenze europee che imporrebbero all'esecutivo di concretizzare il recupero miliardario dell'Imu sugli immobili ecclesiastici con fini commerciali. Traccheggiano, tirano in lungo, mentre un governo fortemente laicista avrebbe già aperto le fauci.
Analoga sensibilità (chiamiamola così) viene mostrata nel non aderire all'invito dell'Onu di varare una legge per rendere obbligatoria la denuncia dei preti pedofili da parte delle diocesi, pena l'incriminazione per favoreggiamento. Con un simile provvedimento in vigore, peraltro popolarissimo, qualche arcivescovo rischierebbe il processo. Non sempre i «non possumus» denotano saggezza. E saper distinguere i buoni dai cattivi al di là della propaganda è sempre stato un tratto vincente della Chiesa nei secoli.
Il raduno tecnolesbo vietato a etero e maschi
Nessun diritto di parola per i maschi e le reazionarie rimaste al sesso biologico. «The lesbians who tech + allies», il più grande evento professionale Lgbt al mondo nel settore tecnologico e spaziale che si è concluso a San Francisco, ammetteva come relatori solo donne (per l'80% queer), di colore (per il 50%), un 25% di latinx (alternativa non binaria dei latinoamericani, come se esistesse il sesso neutro), 15% di transgender e «sesso non conformi». Tutti gli altri? A casa, a mordersi le mani per non aver potuto partecipare al summit dei cervelli fini, però solo quelli non convenzionali, non binari, gender fluid, queer. Né eterosessuali, né completamente gay, e neppure bisessuali. Roba da rinunciare in partenza, considerate le premesse. L'evento, giunto alla sua sesta edizione, ha visto riunite in California le eccellenze femminili che hanno conquistato posizioni di potere in aziende tecnologiche, ma che non si riconoscono donne.
Sono professioniste super pagate, le relatrici al summit nella vita occupano incarichi spettacolari, però non chiamatele femmine.
È l'insulto peggiore per Andra Key, fondatrice e amministratore delegato di Silicon Valley robotics, con oltre 600 startup di robotica (capelli bianchi cortissimi, ciuffo rosso, sguardo gelido), o per Adi Barreto, latinx, non binaria, responsabile commerciale del colosso informatico Textio.
anche in «bofa»
E chissà come reagirebbe Leslie Henry, vicepresidente di Bank of America, esperta in sicurezza, sposata con Jennifer, se le ricordassimo il suo sesso biologico. O l'ingegnere del software di Adobe, Rosalie Stevenson, gender queer. Il Castro Theatre, punto di riferimento Lgbt di San Francisco e luogo prescelto per l'incontro supertecnologico (che tra gli sponsor aveva anche la Cia, l'agenzia statunitense di intelligence), è stata una passerella di pezzi grossi di società. Da Amazon a Tesla, da Google ad At&t, da Microsoft a Obama foundation. Circa 150 tra amministratrici delegate, manager, vice presidenti, tutte donne di genere fluido che hanno conquistato posti chiave e discutono su come possono ottenere maggiore potere. Vogliono «cambiare il volto dell'intera industria tecnologica».
la convention
Nei quattro giorni della convention hanno dissertato, condiviso programmi audaci e per nulla comprensibili se non mastichi algoritmi a tutte le ore del giorno. Infarciti di proclami gender e di orgoglio Lgbt. «Quando parliamo di reclutamento della diversità e di ambienti di lavoro inclusivi, stiamo parlando di giustizia sociale», ha dichiarato Annie Werner, esperta di selezione del personale per Microsoft. Debra Cleaver, fondatore e amministratore di Vote.org, organizzazione che mira a utilizzare la tecnologia per rimuovere gli ostacoli al voto e aumentare l'affluenza alle urne, riferendosi al presidente Donald Trump ha esordito affermando: «Gli uomini bianchi etero hanno sempre goduto di privilegi e questo ha permesso alle mediocrità di raggiungere posizioni prestigiose». L'esperta in nuove frontiere dell'intelligenza artificiale, Andra Key, ha focalizzato il suo intervento su quanto sia «difficile fare prodotti personalizzati, manca la diversità perché basiamo le decisioni di progettazione dei robot più moderni sull'uomo di riferimento: un maschio caucasico, giovane, in forma, bianco».
l'esercito delle 40.000
L'associazione «The lesbians who tech + allies» è presente in 40 Paesi al mondo, afferma di riunire 40.000 donne non binarie, queer, di colore. Organizza e finanzia borse di studio per donne Lgbt che si vogliono specializzare in alta tecnologia come ingegneri o sviluppatori di software grazie al fondo Edie Windsor, sostenitrice del matrimonio tra persone dello stesso sesso, morta due anni fa. L'attivista, «mago della matematica e dei computer» come la definì il New York Times, era arrivata ai vertici dell'Ibm ed è acclamato «modello delle donne transessuali». Se si vuole lavorare per The lesbians è possibile, ma devi specificare se sei queer, donna, lesbica, di colore, transgender, afroamericana, latinx. Bisessuali gay friendly sono ammessi solo se hanno lavorato con «diversi» ed emarginati.
Altrimenti finiscono loro discriminati nelle graduatorie. Il lamento più diffuso durante il summit? Solo il 32% della Silicon Valley è composto da donne: «Bisogna incrementarne la presenza nei settori tech e allargare la componente Lgbt», è stato ribadito a più voci. «Immagina come sarebbe l'industria della tecnologia se ogni startup avesse uno sviluppatore transessuale, se le app fossero realizzate da donne e donne Lgbt», scrivono sul loro sito. Curiosamente, tra i finanziatori del summit c'era anche Oracle, il colosso della Silicon Valley finito sotto accusa un paio di mesi fa per discriminazione contro le donne e le minoranze afroamericana e ispanica.
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Al di là delle dichiarazioni di principio, ecco i provvedimenti cruciali per l'agenda politica del Congresso scaligero. Sulla quale Curia e vescovi dovranno decidere se rinunciare ad avere sponde in Parlamento.Si è conclusa a San Francisco la kermesse di potentissime donne «non conformi» ai vertici dei colossi hi tech.Lo speciale contiene due articoli«Non possumus». Sussurrata al bar o in qualche ufficio diocesano, la formula usata da Pio VII per negare i territori dello Stato pontificio a Napoleone oggi ha un effetto più soffice, ma il senso non cambia. Se ufficialmente la Chiesa italiana non ha nulla da ridire nei confronti del Congresso mondiale delle famiglie in programma a Verona a fine marzo, nel linguaggio da sacrestia preferito dai vertici si sostiene che un'adesione formale creerebbe imbarazzo. Soprattutto dopo che Matteo Salvini - considerato dall'entourage di Papa Francesco e quindi dalla Cei allo stesso livello di un angelo nero - ha annunciato la sua presenza sul palco.Per la Chiesa delle porpore quel summit è un impiccio non da poco. Nel Palazzo della Gran Guardia (già tutto esaurito) dal 29 al 31 ci saranno il popolo di Dio, i valori del Vangelo e del Catechismo, i principi non negoziabili (quelli che secondo Monica Cirinnà ammorbano la vita) e idealmente un buon numero di sacerdoti che ogni giorno nelle parrocchie affrontano i problemi reali dei fedeli. Ma da quelle conferenze e da quei workshop si terranno alla larga gli intellettuali arcobaleno che dettano la linea, stile padre Antonio Spadaro; i vescovi concentrati solo sull'accoglienza diffusa dei migranti; quel mondo economicamente potente della cooperazione che oggi rappresenta il portafoglio di numerose opere di bene. La spaccatura è destinata a diventare più netta dopo l'endorsement del presidente del Family Day, Massimo Gandolfini (che non ha ruoli organizzativi al summit) per Giorgia Meloni: «Fratelli d'Italia sta portando avanti una politica a vantaggio della famiglia, per questo alle prossime elezioni europee sosterremo i suoi candidati».Al di là di schieramenti e sensibilità, è importante comprendere se la freddezza della Chiesa sia politicamente vincente e se quel «non possumus» pronunciato in penombra porterà dividendi. La domanda a margine del congresso è elementare: nei fatti il governo 5 stelle -Lega si sta muovendo dentro binari interessanti per i cattolici italiani? La risposta non può che essere positiva. Almeno su quattro punti, la concomitanza d'intenti va ben oltre gli eccessi comunicativi del linguaggio salviniano.Occhio alla consultaPrimo punto, il fine vita. La Corte Costituzionale ha emesso una sentenza che costringe il Parlamento a legiferare sul tema entro la fine del 2019, e sapere che c'è una potenziale maggioranza non favorevole all'eutanasia tout court può essere confortante. La Consulta ha parlato chiaro, l'indirizzo è granitico quando «l'assistenza di terzi nel porre fine alla sua vita, può presentarsi al malato come l'unica via d'uscita per sottrarsi - nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona - a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare». Poiché definire il perimetro di «suicidio come unica via d'uscita» e di «concetto di dignità della persona» non è materia giudiziaria, ci si attende una battaglia politica importante. E per la Chiesa, non avere come interlocutore primario la sinistra radicale del «vietato vietare» ma una componente cattolica sensibile ai temi del fine vita potrebbe essere rassicurante.Secondo punto, la famiglia. Nella discussa legge di bilancio sono passati interventi per 1,3 miliardi su Famiglia e Disabilità. È il punto d'orgoglio del ministro Lorenzo Fontana, criticato dai globalisti d'assalto perché difende il presepe e demonizzato dalle lobby gay perché è favorevole a un passeggino spinto da una mamma e da un papà. Per coloro che arrivano dalla strada della parrocchia, simili difetti dovrebbero costituire medaglie da lucidare, baluardi da difendere. E sapere che anche il Reddito di cittadinanza fortemente voluto dai grillini ha portato in dote alle famiglie più povere e con disabili a carico altri 1,6 miliardi dovrebbe indurre i vescovi a curarsi le loro gastriti ideologiche e a far suonare le campane.Terzo punto, il contratto. Nell'accordo di governo ci sono due isole ancora inesplorate: la Flat tax per le persone fisiche e la legge Donna, che vorrebbe racchiudere provvedimenti a favore delle madri e delle lavoratrici. Due temi di grande impatto sulle priorità del mondo cattolico, almeno di quei cattolici culturalmente pronti ad andare oltre i fantasmi del decreto Sicurezza e i 35 euro per i migranti ridotti a 20. Nella Flat tax sono allo studio defiscalizzazioni per i nuclei famigliari numerosi ed esiste in generale un'attenzione alle situazioni di disagio sociale delle quali solitamente le diocesi si fanno carico. La legge Donna dovrebbe invece contenere agevolazioni per le madri lavoratrici e provvedimenti indirizzati a riaccendere la fiammella della maternità per andare oltre il decremento delle nascite.Diavolo o acqua santa?Quarto punto, le indulgenze. Chiamiamole così per facilità di comprensione all'ombra dei campanili. Ma due disattenzioni palesi fanno capire che il governo dei demoni in realtà è quello che mostra maggiore sensibilità nei confronti della Chiesa. Pur rischiando un bagno di voti (che paradossalmente farebbe stappare champagne alla Conferenza dei vescovi) Luigi Di Maio e Matteo Salvini non stanno dando seguito alle sentenze europee che imporrebbero all'esecutivo di concretizzare il recupero miliardario dell'Imu sugli immobili ecclesiastici con fini commerciali. Traccheggiano, tirano in lungo, mentre un governo fortemente laicista avrebbe già aperto le fauci.Analoga sensibilità (chiamiamola così) viene mostrata nel non aderire all'invito dell'Onu di varare una legge per rendere obbligatoria la denuncia dei preti pedofili da parte delle diocesi, pena l'incriminazione per favoreggiamento. Con un simile provvedimento in vigore, peraltro popolarissimo, qualche arcivescovo rischierebbe il processo. Non sempre i «non possumus» denotano saggezza. E saper distinguere i buoni dai cattivi al di là della propaganda è sempre stato un tratto vincente della Chiesa nei secoli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-fine-vita-il-fisco-e-la-maternita-le-battaglie-concrete-per-il-forum-2631870382.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-raduno-tecnolesbo-vietato-a-etero-e-maschi" data-post-id="2631870382" data-published-at="1766837765" data-use-pagination="False"> Il raduno tecnolesbo vietato a etero e maschi Nessun diritto di parola per i maschi e le reazionarie rimaste al sesso biologico. «The lesbians who tech + allies», il più grande evento professionale Lgbt al mondo nel settore tecnologico e spaziale che si è concluso a San Francisco, ammetteva come relatori solo donne (per l'80% queer), di colore (per il 50%), un 25% di latinx (alternativa non binaria dei latinoamericani, come se esistesse il sesso neutro), 15% di transgender e «sesso non conformi». Tutti gli altri? A casa, a mordersi le mani per non aver potuto partecipare al summit dei cervelli fini, però solo quelli non convenzionali, non binari, gender fluid, queer. Né eterosessuali, né completamente gay, e neppure bisessuali. Roba da rinunciare in partenza, considerate le premesse. L'evento, giunto alla sua sesta edizione, ha visto riunite in California le eccellenze femminili che hanno conquistato posizioni di potere in aziende tecnologiche, ma che non si riconoscono donne. Sono professioniste super pagate, le relatrici al summit nella vita occupano incarichi spettacolari, però non chiamatele femmine. È l'insulto peggiore per Andra Key, fondatrice e amministratore delegato di Silicon Valley robotics, con oltre 600 startup di robotica (capelli bianchi cortissimi, ciuffo rosso, sguardo gelido), o per Adi Barreto, latinx, non binaria, responsabile commerciale del colosso informatico Textio. anche in «bofa» E chissà come reagirebbe Leslie Henry, vicepresidente di Bank of America, esperta in sicurezza, sposata con Jennifer, se le ricordassimo il suo sesso biologico. O l'ingegnere del software di Adobe, Rosalie Stevenson, gender queer. Il Castro Theatre, punto di riferimento Lgbt di San Francisco e luogo prescelto per l'incontro supertecnologico (che tra gli sponsor aveva anche la Cia, l'agenzia statunitense di intelligence), è stata una passerella di pezzi grossi di società. Da Amazon a Tesla, da Google ad At&t, da Microsoft a Obama foundation. Circa 150 tra amministratrici delegate, manager, vice presidenti, tutte donne di genere fluido che hanno conquistato posti chiave e discutono su come possono ottenere maggiore potere. Vogliono «cambiare il volto dell'intera industria tecnologica». la convention Nei quattro giorni della convention hanno dissertato, condiviso programmi audaci e per nulla comprensibili se non mastichi algoritmi a tutte le ore del giorno. Infarciti di proclami gender e di orgoglio Lgbt. «Quando parliamo di reclutamento della diversità e di ambienti di lavoro inclusivi, stiamo parlando di giustizia sociale», ha dichiarato Annie Werner, esperta di selezione del personale per Microsoft. Debra Cleaver, fondatore e amministratore di Vote.org, organizzazione che mira a utilizzare la tecnologia per rimuovere gli ostacoli al voto e aumentare l'affluenza alle urne, riferendosi al presidente Donald Trump ha esordito affermando: «Gli uomini bianchi etero hanno sempre goduto di privilegi e questo ha permesso alle mediocrità di raggiungere posizioni prestigiose». L'esperta in nuove frontiere dell'intelligenza artificiale, Andra Key, ha focalizzato il suo intervento su quanto sia «difficile fare prodotti personalizzati, manca la diversità perché basiamo le decisioni di progettazione dei robot più moderni sull'uomo di riferimento: un maschio caucasico, giovane, in forma, bianco». l'esercito delle 40.000 L'associazione «The lesbians who tech + allies» è presente in 40 Paesi al mondo, afferma di riunire 40.000 donne non binarie, queer, di colore. Organizza e finanzia borse di studio per donne Lgbt che si vogliono specializzare in alta tecnologia come ingegneri o sviluppatori di software grazie al fondo Edie Windsor, sostenitrice del matrimonio tra persone dello stesso sesso, morta due anni fa. L'attivista, «mago della matematica e dei computer» come la definì il New York Times, era arrivata ai vertici dell'Ibm ed è acclamato «modello delle donne transessuali». Se si vuole lavorare per The lesbians è possibile, ma devi specificare se sei queer, donna, lesbica, di colore, transgender, afroamericana, latinx. Bisessuali gay friendly sono ammessi solo se hanno lavorato con «diversi» ed emarginati. Altrimenti finiscono loro discriminati nelle graduatorie. Il lamento più diffuso durante il summit? Solo il 32% della Silicon Valley è composto da donne: «Bisogna incrementarne la presenza nei settori tech e allargare la componente Lgbt», è stato ribadito a più voci. «Immagina come sarebbe l'industria della tecnologia se ogni startup avesse uno sviluppatore transessuale, se le app fossero realizzate da donne e donne Lgbt», scrivono sul loro sito. Curiosamente, tra i finanziatori del summit c'era anche Oracle, il colosso della Silicon Valley finito sotto accusa un paio di mesi fa per discriminazione contro le donne e le minoranze afroamericana e ispanica.
D’altronde, quando la Casa Bianca aveva minacciato la prima volta un intervento militare, era stato addirittura il consigliere della Segreteria di Stato vaticana, padre Giulio Albanese, a descrivere alla Stampa l’«equilibrio quasi perfetto tra cristiani e musulmani» in Nigeria, turbato dal tycoon allo scopo di «consolidare consenso in casa». E allora, come funziona davvero tale fulgido esempio di coesistenza tra confessioni diverse?
Un dato dice tutto: i cristiani rischiano 6 volte e mezzo di più dei musulmani di finire uccisi e cinque volte di più di essere rapiti. Lo si evince dai report dell’Osservatorio per la libertà religiosa in Africa (Orfa). Quelli della Fondazione Porte aperte sono altrettanto sconvolgenti: nel 2025, l’82% degli omicidi e dei rapimenti di fedeli di Gesù nel mondo è risultato concentrato in Nigeria. Nei primi sette mesi dell’anno, hanno perso la vita oltre 7.000 cristiani. È una tendenza ormai consolidata. Tra ottobre 2019 e settembre 2023 - sempre stando alle ricerche Orfa, illustrate anche dal portale Aciafrica - la violenza religiosa, nella nazione affacciata sul Golfo di Guinea, ha provocato la morte di 55.910 persone in 9.970 attentati. I cristiani ammazzati sono stati 16.769, i musulmani 6.235. Di 7.722 vittime civili non si conosceva la religione. Nello stesso periodo, i rapiti cristiani sono stati 21.621. La World watch list, per il 2024, ha contato 3.100 vittime cristiane, oltre a 2.380 sequestrati. La relazione di Aics-Aiuto alla Chiesa che soffre sottolineava che, lo scorso anno, la Nigeria era all’ottavo posto nella ignominiosa classifica del Global terrorism index. «Sebbene anche i musulmani siano vittime delle violenze», precisava il documento, «i cristiani rappresentano il bersaglio di gran lunga prevalente».
Ciò non significa che gli islamici se la spassino, oppure che i jihadisti non approfittino della povertà per attirare miliziani e conseguire obiettivi politici ed economici, tipo il controllo delle risorse naturali. Le sofferenze dei musulmani sono atroci. Per dire: la sera del 21 dicembre, 28 persone, tra cui donne e bambini, sono state catturate nello Stato di Plateau, nel centro del Paese, mentre si recavano a un raduno per la festività maomettana del Mawlid, in cui si onora la nascita del «profeta». Pochi giorni prima, le autorità avevano ottenuto il rilascio di 130 tra studenti e insegnanti di alcune scuole cattoliche.
Un mese fa, intervistato da Agensir, padre Tobias Chikezie Ihejirika, prete somasco nigeriano, di stanza nel Foggiano, era stato chiaro: «I responsabili di questi attacchi sono quasi sempre musulmani». E la classe dirigente, esattamente come lamentato da Trump, non ha profuso grandi sforzi per prevenire i massacri: alcuni criminali, riferiva padre Tobias, sono persino «figure protette all’interno del governo. […] Sarebbe di grande aiuto se le organizzazioni internazionali tracciassero il flusso di denaro destinato alla risoluzione dei conflitti e identificassero coloro che ci speculano su. Questi fondi dovrebbero essere impiegati per risolvere i problemi, non per alimentare la violenza». Solito quadretto dell’ipocrisia occidentale: noi ci laviamo la coscienza spedendo aiuti, il denaro finisce in mani sbagliate e gli innocenti continuano a morire. Bombardare è inutile? Ma anche le strade battute finora si sono rivelate vicoli ciechi.
Stando alle indagini più recenti del Pew research center (2020), il 56,1% della popolazione, specie nel Nord della Nigeria, è islamica, con una nettissima prevalenza di sunniti. I cristiani sono il 43,4%, in maggioranza protestanti (74% del totale dei fedeli, contro il 25% di cattolici e l’1% di altre Chiese, compresa la ortodossa).
L’elenco di omicidi e rapimenti è agghiacciante. E in occasione delle festività, la ferocia aumenta. A Pasqua 2025, in vari attentati, erano stati assassinati 170 cristiani. A giugno, 100 o addirittura 200 sfollati erano stati presi di mira da bande armate; molti di loro erano cristiani. Il Natale più sanguinoso, forse, è stato quello di due anni fa: 200 morti e 500 feriti in una scia di attacchi jihadisti. E poi ci sono i sequestri dei sacerdoti. Gli ultimi, tra novembre e dicembre 2025: padre Emmanuel Ezema, della diocesi di Zaria, nella parte nordoccidentale del Paese; e padre Bobbo Paschal, parroco della chiesa di Santo Stefano, nello Stato di Kaduna, Centro-Nord della Nigeria. Proprio il primo martire della Chiesa è stato invocato ieri dal Papa, affinché «sostenga le comunità che maggiormente soffrono per la loro testimonianza cristiana». Trump? Bene: chi ha idee migliori, che non siano restare a guardare?
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Il ministro degli Esteri della Nigeria Yusuf Maitama Tuggar (Getty Images)
Gli attacchi dell’aviazione statunitense sono stati concordati anche con il governo di Abuja, che ha subito confermato i bombardamenti contro i terroristi. Il presidente della Nigeria, Bola Tinubu, aveva cercato di minimizzare il problema, dopo le accuse di Donald Trump, ma la situazione sul campo resta critica per la minoranza cristiana che ancora non ha abbandonato gli Stati del nord come ha già fatto la maggioranza. Yusuf Maitama Tuggar è un diplomatico di lunga esperienza e da circa un anno e mezzo guida il ministero degli Esteri della Nigeria, dopo essere stato ambasciatore in Germania.
Ministro Tuggar, il governo nigeriano ha dichiarato di essere al corrente dell’attacco degli Stati Uniti.
«Il presidente Tinubu e tutto il suo gabinetto ministeriale, così come i vertici delle forze armate, erano stati preventivamente informati delle operazioni militari statunitense. Si tratta di attacchi chirurgici che hanno ucciso un numero ancora imprecisato di pericolosi terroristi. La Nigeria vuole collaborare con gli Stati Uniti, che è un grande alleato e che come noi vuole distruggere il terrorismo islamico. Gli Stati di Sokoto e Kebbi, al confine con Niger e Benin, vivono una situazione complicata per le continue infiltrazioni di gruppi islamisti provenienti dalle nazioni vicine. Non escludiamo che in futuro potremmo operare ancora insieme su obiettivi militari molto precisi e sempre nell’ambito della lotta al terrorismo internazionale. Una cooperazione che comprende scambio di intelligence, coordinamento strategico e altre forme di supporto, tutto sempre nel rispetto del diritto internazionale e della sovranità nazionale».
Gli Stati Uniti accusano lo Stato islamico di voler sterminare i cristiani nigeriani e il vostro governo di non fare abbastanza per difenderli.
«Utilizzare il termine Stato islamico è una semplificazione, perché si tratta di una galassia molto complessa. Nella nostra nazione non c’è una presenza significativa dell’Isis in quell’area. Nel nord-ovest, abbiamo bande criminali, chiamate localmente banditi, e di recente è arrivato un gruppo chiamato Lakurawa. Si tratta di miliziani che hanno iniziato a riversarsi in Nigeria dal Sahel, ma negli ultimi 18 mesi-due anni si sono stabiliti negli Stati di Sokoto e Kebbi. I capi delle tribù locali hanno fatto un errore permettendo a questo gruppo di insediarsi nelle loro province per utilizzarli per difendersi dalla criminalità comune, ma la situazione è degenerata e adesso sono un pericolo per tutti. I Lakurawa sono un gruppo terroristico, ma smentiamo che siano ufficialmente parte della Provincia dello Stato Islamico del Sahel (Issp), l’ex Provincia dello Stato islamico del Grande Sahara (Isgs). Questo gruppo agisce soprattutto nelle zone occidentali vicino al lago Ciad e le nostre forze armate lo stanno costringendo a lasciare il nostro territorio. Voglio smentire ufficialmente che il governo nigeriano faccia poco per difendere i cristiani. Tutti i cittadini hanno uguali diritti e sono sotto la protezione dello Stato. Questi terroristi uccidono anche musulmani ed animisti, perché sono dei criminali».
Tutta l’Africa centrale e occidentale rischia di essere travolta dal terrorismo islamico e molte nazioni appaiono impotenti.
«La Nigeria ha istituito una serie di corpi speciali per la lotta all’estremismo islamico che agisce sul territorio. La settimana scorsa abbiamo liberato 30 studentesse rapite da una scuola, arrestando gli uomini che le avevano prese. Il governo federale e quello locale stanno anche portando avanti una serie di azioni di reintegro per tutti quelli che abbandonano i gruppi armati. Nel Sahel ci sono province in mano ai terroristi che vogliono occupare anche il nord della Nigeria. Per questo motivo collaboriamo con diversi stati confinanti in operazioni militari congiunte e siamo felici che gli Stati Uniti ci vogliono aiutare, ma sempre nel rispetto delle decisioni del governo di Abuja».
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