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2019-03-17
Il fine vita, il fisco e la maternità. Le battaglie concrete per il Forum
Ansa
«Non possumus». Sussurrata al bar o in qualche ufficio diocesano, la formula usata da Pio VII per negare i territori dello Stato pontificio a Napoleone oggi ha un effetto più soffice, ma il senso non cambia. Se ufficialmente la Chiesa italiana non ha nulla da ridire nei confronti del Congresso mondiale delle famiglie in programma a Verona a fine marzo, nel linguaggio da sacrestia preferito dai vertici si sostiene che un'adesione formale creerebbe imbarazzo. Soprattutto dopo che Matteo Salvini - considerato dall'entourage di Papa Francesco e quindi dalla Cei allo stesso livello di un angelo nero - ha annunciato la sua presenza sul palco.
Per la Chiesa delle porpore quel summit è un impiccio non da poco. Nel Palazzo della Gran Guardia (già tutto esaurito) dal 29 al 31 ci saranno il popolo di Dio, i valori del Vangelo e del Catechismo, i principi non negoziabili (quelli che secondo Monica Cirinnà ammorbano la vita) e idealmente un buon numero di sacerdoti che ogni giorno nelle parrocchie affrontano i problemi reali dei fedeli. Ma da quelle conferenze e da quei workshop si terranno alla larga gli intellettuali arcobaleno che dettano la linea, stile padre Antonio Spadaro; i vescovi concentrati solo sull'accoglienza diffusa dei migranti; quel mondo economicamente potente della cooperazione che oggi rappresenta il portafoglio di numerose opere di bene. La spaccatura è destinata a diventare più netta dopo l'endorsement del presidente del Family Day, Massimo Gandolfini (che non ha ruoli organizzativi al summit) per Giorgia Meloni: «Fratelli d'Italia sta portando avanti una politica a vantaggio della famiglia, per questo alle prossime elezioni europee sosterremo i suoi candidati».
Al di là di schieramenti e sensibilità, è importante comprendere se la freddezza della Chiesa sia politicamente vincente e se quel «non possumus» pronunciato in penombra porterà dividendi. La domanda a margine del congresso è elementare: nei fatti il governo 5 stelle -Lega si sta muovendo dentro binari interessanti per i cattolici italiani? La risposta non può che essere positiva. Almeno su quattro punti, la concomitanza d'intenti va ben oltre gli eccessi comunicativi del linguaggio salviniano.
Occhio alla consulta
Primo punto, il fine vita. La Corte Costituzionale ha emesso una sentenza che costringe il Parlamento a legiferare sul tema entro la fine del 2019, e sapere che c'è una potenziale maggioranza non favorevole all'eutanasia tout court può essere confortante. La Consulta ha parlato chiaro, l'indirizzo è granitico quando «l'assistenza di terzi nel porre fine alla sua vita, può presentarsi al malato come l'unica via d'uscita per sottrarsi - nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona - a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare». Poiché definire il perimetro di «suicidio come unica via d'uscita» e di «concetto di dignità della persona» non è materia giudiziaria, ci si attende una battaglia politica importante. E per la Chiesa, non avere come interlocutore primario la sinistra radicale del «vietato vietare» ma una componente cattolica sensibile ai temi del fine vita potrebbe essere rassicurante.
Secondo punto, la famiglia. Nella discussa legge di bilancio sono passati interventi per 1,3 miliardi su Famiglia e Disabilità. È il punto d'orgoglio del ministro Lorenzo Fontana, criticato dai globalisti d'assalto perché difende il presepe e demonizzato dalle lobby gay perché è favorevole a un passeggino spinto da una mamma e da un papà. Per coloro che arrivano dalla strada della parrocchia, simili difetti dovrebbero costituire medaglie da lucidare, baluardi da difendere. E sapere che anche il Reddito di cittadinanza fortemente voluto dai grillini ha portato in dote alle famiglie più povere e con disabili a carico altri 1,6 miliardi dovrebbe indurre i vescovi a curarsi le loro gastriti ideologiche e a far suonare le campane.
Terzo punto, il contratto. Nell'accordo di governo ci sono due isole ancora inesplorate: la Flat tax per le persone fisiche e la legge Donna, che vorrebbe racchiudere provvedimenti a favore delle madri e delle lavoratrici. Due temi di grande impatto sulle priorità del mondo cattolico, almeno di quei cattolici culturalmente pronti ad andare oltre i fantasmi del decreto Sicurezza e i 35 euro per i migranti ridotti a 20. Nella Flat tax sono allo studio defiscalizzazioni per i nuclei famigliari numerosi ed esiste in generale un'attenzione alle situazioni di disagio sociale delle quali solitamente le diocesi si fanno carico. La legge Donna dovrebbe invece contenere agevolazioni per le madri lavoratrici e provvedimenti indirizzati a riaccendere la fiammella della maternità per andare oltre il decremento delle nascite.
Diavolo o acqua santa?
Quarto punto, le indulgenze. Chiamiamole così per facilità di comprensione all'ombra dei campanili. Ma due disattenzioni palesi fanno capire che il governo dei demoni in realtà è quello che mostra maggiore sensibilità nei confronti della Chiesa. Pur rischiando un bagno di voti (che paradossalmente farebbe stappare champagne alla Conferenza dei vescovi) Luigi Di Maio e Matteo Salvini non stanno dando seguito alle sentenze europee che imporrebbero all'esecutivo di concretizzare il recupero miliardario dell'Imu sugli immobili ecclesiastici con fini commerciali. Traccheggiano, tirano in lungo, mentre un governo fortemente laicista avrebbe già aperto le fauci.
Analoga sensibilità (chiamiamola così) viene mostrata nel non aderire all'invito dell'Onu di varare una legge per rendere obbligatoria la denuncia dei preti pedofili da parte delle diocesi, pena l'incriminazione per favoreggiamento. Con un simile provvedimento in vigore, peraltro popolarissimo, qualche arcivescovo rischierebbe il processo. Non sempre i «non possumus» denotano saggezza. E saper distinguere i buoni dai cattivi al di là della propaganda è sempre stato un tratto vincente della Chiesa nei secoli.
Il raduno tecnolesbo vietato a etero e maschi
Nessun diritto di parola per i maschi e le reazionarie rimaste al sesso biologico. «The lesbians who tech + allies», il più grande evento professionale Lgbt al mondo nel settore tecnologico e spaziale che si è concluso a San Francisco, ammetteva come relatori solo donne (per l'80% queer), di colore (per il 50%), un 25% di latinx (alternativa non binaria dei latinoamericani, come se esistesse il sesso neutro), 15% di transgender e «sesso non conformi». Tutti gli altri? A casa, a mordersi le mani per non aver potuto partecipare al summit dei cervelli fini, però solo quelli non convenzionali, non binari, gender fluid, queer. Né eterosessuali, né completamente gay, e neppure bisessuali. Roba da rinunciare in partenza, considerate le premesse. L'evento, giunto alla sua sesta edizione, ha visto riunite in California le eccellenze femminili che hanno conquistato posizioni di potere in aziende tecnologiche, ma che non si riconoscono donne.
Sono professioniste super pagate, le relatrici al summit nella vita occupano incarichi spettacolari, però non chiamatele femmine.
È l'insulto peggiore per Andra Key, fondatrice e amministratore delegato di Silicon Valley robotics, con oltre 600 startup di robotica (capelli bianchi cortissimi, ciuffo rosso, sguardo gelido), o per Adi Barreto, latinx, non binaria, responsabile commerciale del colosso informatico Textio.
anche in «bofa»
E chissà come reagirebbe Leslie Henry, vicepresidente di Bank of America, esperta in sicurezza, sposata con Jennifer, se le ricordassimo il suo sesso biologico. O l'ingegnere del software di Adobe, Rosalie Stevenson, gender queer. Il Castro Theatre, punto di riferimento Lgbt di San Francisco e luogo prescelto per l'incontro supertecnologico (che tra gli sponsor aveva anche la Cia, l'agenzia statunitense di intelligence), è stata una passerella di pezzi grossi di società. Da Amazon a Tesla, da Google ad At&t, da Microsoft a Obama foundation. Circa 150 tra amministratrici delegate, manager, vice presidenti, tutte donne di genere fluido che hanno conquistato posti chiave e discutono su come possono ottenere maggiore potere. Vogliono «cambiare il volto dell'intera industria tecnologica».
la convention
Nei quattro giorni della convention hanno dissertato, condiviso programmi audaci e per nulla comprensibili se non mastichi algoritmi a tutte le ore del giorno. Infarciti di proclami gender e di orgoglio Lgbt. «Quando parliamo di reclutamento della diversità e di ambienti di lavoro inclusivi, stiamo parlando di giustizia sociale», ha dichiarato Annie Werner, esperta di selezione del personale per Microsoft. Debra Cleaver, fondatore e amministratore di Vote.org, organizzazione che mira a utilizzare la tecnologia per rimuovere gli ostacoli al voto e aumentare l'affluenza alle urne, riferendosi al presidente Donald Trump ha esordito affermando: «Gli uomini bianchi etero hanno sempre goduto di privilegi e questo ha permesso alle mediocrità di raggiungere posizioni prestigiose». L'esperta in nuove frontiere dell'intelligenza artificiale, Andra Key, ha focalizzato il suo intervento su quanto sia «difficile fare prodotti personalizzati, manca la diversità perché basiamo le decisioni di progettazione dei robot più moderni sull'uomo di riferimento: un maschio caucasico, giovane, in forma, bianco».
l'esercito delle 40.000
L'associazione «The lesbians who tech + allies» è presente in 40 Paesi al mondo, afferma di riunire 40.000 donne non binarie, queer, di colore. Organizza e finanzia borse di studio per donne Lgbt che si vogliono specializzare in alta tecnologia come ingegneri o sviluppatori di software grazie al fondo Edie Windsor, sostenitrice del matrimonio tra persone dello stesso sesso, morta due anni fa. L'attivista, «mago della matematica e dei computer» come la definì il New York Times, era arrivata ai vertici dell'Ibm ed è acclamato «modello delle donne transessuali». Se si vuole lavorare per The lesbians è possibile, ma devi specificare se sei queer, donna, lesbica, di colore, transgender, afroamericana, latinx. Bisessuali gay friendly sono ammessi solo se hanno lavorato con «diversi» ed emarginati.
Altrimenti finiscono loro discriminati nelle graduatorie. Il lamento più diffuso durante il summit? Solo il 32% della Silicon Valley è composto da donne: «Bisogna incrementarne la presenza nei settori tech e allargare la componente Lgbt», è stato ribadito a più voci. «Immagina come sarebbe l'industria della tecnologia se ogni startup avesse uno sviluppatore transessuale, se le app fossero realizzate da donne e donne Lgbt», scrivono sul loro sito. Curiosamente, tra i finanziatori del summit c'era anche Oracle, il colosso della Silicon Valley finito sotto accusa un paio di mesi fa per discriminazione contro le donne e le minoranze afroamericana e ispanica.
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Al di là delle dichiarazioni di principio, ecco i provvedimenti cruciali per l'agenda politica del Congresso scaligero. Sulla quale Curia e vescovi dovranno decidere se rinunciare ad avere sponde in Parlamento.Si è conclusa a San Francisco la kermesse di potentissime donne «non conformi» ai vertici dei colossi hi tech.Lo speciale contiene due articoli«Non possumus». Sussurrata al bar o in qualche ufficio diocesano, la formula usata da Pio VII per negare i territori dello Stato pontificio a Napoleone oggi ha un effetto più soffice, ma il senso non cambia. Se ufficialmente la Chiesa italiana non ha nulla da ridire nei confronti del Congresso mondiale delle famiglie in programma a Verona a fine marzo, nel linguaggio da sacrestia preferito dai vertici si sostiene che un'adesione formale creerebbe imbarazzo. Soprattutto dopo che Matteo Salvini - considerato dall'entourage di Papa Francesco e quindi dalla Cei allo stesso livello di un angelo nero - ha annunciato la sua presenza sul palco.Per la Chiesa delle porpore quel summit è un impiccio non da poco. Nel Palazzo della Gran Guardia (già tutto esaurito) dal 29 al 31 ci saranno il popolo di Dio, i valori del Vangelo e del Catechismo, i principi non negoziabili (quelli che secondo Monica Cirinnà ammorbano la vita) e idealmente un buon numero di sacerdoti che ogni giorno nelle parrocchie affrontano i problemi reali dei fedeli. Ma da quelle conferenze e da quei workshop si terranno alla larga gli intellettuali arcobaleno che dettano la linea, stile padre Antonio Spadaro; i vescovi concentrati solo sull'accoglienza diffusa dei migranti; quel mondo economicamente potente della cooperazione che oggi rappresenta il portafoglio di numerose opere di bene. La spaccatura è destinata a diventare più netta dopo l'endorsement del presidente del Family Day, Massimo Gandolfini (che non ha ruoli organizzativi al summit) per Giorgia Meloni: «Fratelli d'Italia sta portando avanti una politica a vantaggio della famiglia, per questo alle prossime elezioni europee sosterremo i suoi candidati».Al di là di schieramenti e sensibilità, è importante comprendere se la freddezza della Chiesa sia politicamente vincente e se quel «non possumus» pronunciato in penombra porterà dividendi. La domanda a margine del congresso è elementare: nei fatti il governo 5 stelle -Lega si sta muovendo dentro binari interessanti per i cattolici italiani? La risposta non può che essere positiva. Almeno su quattro punti, la concomitanza d'intenti va ben oltre gli eccessi comunicativi del linguaggio salviniano.Occhio alla consultaPrimo punto, il fine vita. La Corte Costituzionale ha emesso una sentenza che costringe il Parlamento a legiferare sul tema entro la fine del 2019, e sapere che c'è una potenziale maggioranza non favorevole all'eutanasia tout court può essere confortante. La Consulta ha parlato chiaro, l'indirizzo è granitico quando «l'assistenza di terzi nel porre fine alla sua vita, può presentarsi al malato come l'unica via d'uscita per sottrarsi - nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona - a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare». Poiché definire il perimetro di «suicidio come unica via d'uscita» e di «concetto di dignità della persona» non è materia giudiziaria, ci si attende una battaglia politica importante. E per la Chiesa, non avere come interlocutore primario la sinistra radicale del «vietato vietare» ma una componente cattolica sensibile ai temi del fine vita potrebbe essere rassicurante.Secondo punto, la famiglia. Nella discussa legge di bilancio sono passati interventi per 1,3 miliardi su Famiglia e Disabilità. È il punto d'orgoglio del ministro Lorenzo Fontana, criticato dai globalisti d'assalto perché difende il presepe e demonizzato dalle lobby gay perché è favorevole a un passeggino spinto da una mamma e da un papà. Per coloro che arrivano dalla strada della parrocchia, simili difetti dovrebbero costituire medaglie da lucidare, baluardi da difendere. E sapere che anche il Reddito di cittadinanza fortemente voluto dai grillini ha portato in dote alle famiglie più povere e con disabili a carico altri 1,6 miliardi dovrebbe indurre i vescovi a curarsi le loro gastriti ideologiche e a far suonare le campane.Terzo punto, il contratto. Nell'accordo di governo ci sono due isole ancora inesplorate: la Flat tax per le persone fisiche e la legge Donna, che vorrebbe racchiudere provvedimenti a favore delle madri e delle lavoratrici. Due temi di grande impatto sulle priorità del mondo cattolico, almeno di quei cattolici culturalmente pronti ad andare oltre i fantasmi del decreto Sicurezza e i 35 euro per i migranti ridotti a 20. Nella Flat tax sono allo studio defiscalizzazioni per i nuclei famigliari numerosi ed esiste in generale un'attenzione alle situazioni di disagio sociale delle quali solitamente le diocesi si fanno carico. La legge Donna dovrebbe invece contenere agevolazioni per le madri lavoratrici e provvedimenti indirizzati a riaccendere la fiammella della maternità per andare oltre il decremento delle nascite.Diavolo o acqua santa?Quarto punto, le indulgenze. Chiamiamole così per facilità di comprensione all'ombra dei campanili. Ma due disattenzioni palesi fanno capire che il governo dei demoni in realtà è quello che mostra maggiore sensibilità nei confronti della Chiesa. Pur rischiando un bagno di voti (che paradossalmente farebbe stappare champagne alla Conferenza dei vescovi) Luigi Di Maio e Matteo Salvini non stanno dando seguito alle sentenze europee che imporrebbero all'esecutivo di concretizzare il recupero miliardario dell'Imu sugli immobili ecclesiastici con fini commerciali. Traccheggiano, tirano in lungo, mentre un governo fortemente laicista avrebbe già aperto le fauci.Analoga sensibilità (chiamiamola così) viene mostrata nel non aderire all'invito dell'Onu di varare una legge per rendere obbligatoria la denuncia dei preti pedofili da parte delle diocesi, pena l'incriminazione per favoreggiamento. Con un simile provvedimento in vigore, peraltro popolarissimo, qualche arcivescovo rischierebbe il processo. Non sempre i «non possumus» denotano saggezza. E saper distinguere i buoni dai cattivi al di là della propaganda è sempre stato un tratto vincente della Chiesa nei secoli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-fine-vita-il-fisco-e-la-maternita-le-battaglie-concrete-per-il-forum-2631870382.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-raduno-tecnolesbo-vietato-a-etero-e-maschi" data-post-id="2631870382" data-published-at="1775570295" data-use-pagination="False"> Il raduno tecnolesbo vietato a etero e maschi Nessun diritto di parola per i maschi e le reazionarie rimaste al sesso biologico. «The lesbians who tech + allies», il più grande evento professionale Lgbt al mondo nel settore tecnologico e spaziale che si è concluso a San Francisco, ammetteva come relatori solo donne (per l'80% queer), di colore (per il 50%), un 25% di latinx (alternativa non binaria dei latinoamericani, come se esistesse il sesso neutro), 15% di transgender e «sesso non conformi». Tutti gli altri? A casa, a mordersi le mani per non aver potuto partecipare al summit dei cervelli fini, però solo quelli non convenzionali, non binari, gender fluid, queer. Né eterosessuali, né completamente gay, e neppure bisessuali. Roba da rinunciare in partenza, considerate le premesse. L'evento, giunto alla sua sesta edizione, ha visto riunite in California le eccellenze femminili che hanno conquistato posizioni di potere in aziende tecnologiche, ma che non si riconoscono donne. Sono professioniste super pagate, le relatrici al summit nella vita occupano incarichi spettacolari, però non chiamatele femmine. È l'insulto peggiore per Andra Key, fondatrice e amministratore delegato di Silicon Valley robotics, con oltre 600 startup di robotica (capelli bianchi cortissimi, ciuffo rosso, sguardo gelido), o per Adi Barreto, latinx, non binaria, responsabile commerciale del colosso informatico Textio. anche in «bofa» E chissà come reagirebbe Leslie Henry, vicepresidente di Bank of America, esperta in sicurezza, sposata con Jennifer, se le ricordassimo il suo sesso biologico. O l'ingegnere del software di Adobe, Rosalie Stevenson, gender queer. Il Castro Theatre, punto di riferimento Lgbt di San Francisco e luogo prescelto per l'incontro supertecnologico (che tra gli sponsor aveva anche la Cia, l'agenzia statunitense di intelligence), è stata una passerella di pezzi grossi di società. Da Amazon a Tesla, da Google ad At&t, da Microsoft a Obama foundation. Circa 150 tra amministratrici delegate, manager, vice presidenti, tutte donne di genere fluido che hanno conquistato posti chiave e discutono su come possono ottenere maggiore potere. Vogliono «cambiare il volto dell'intera industria tecnologica». la convention Nei quattro giorni della convention hanno dissertato, condiviso programmi audaci e per nulla comprensibili se non mastichi algoritmi a tutte le ore del giorno. Infarciti di proclami gender e di orgoglio Lgbt. «Quando parliamo di reclutamento della diversità e di ambienti di lavoro inclusivi, stiamo parlando di giustizia sociale», ha dichiarato Annie Werner, esperta di selezione del personale per Microsoft. Debra Cleaver, fondatore e amministratore di Vote.org, organizzazione che mira a utilizzare la tecnologia per rimuovere gli ostacoli al voto e aumentare l'affluenza alle urne, riferendosi al presidente Donald Trump ha esordito affermando: «Gli uomini bianchi etero hanno sempre goduto di privilegi e questo ha permesso alle mediocrità di raggiungere posizioni prestigiose». L'esperta in nuove frontiere dell'intelligenza artificiale, Andra Key, ha focalizzato il suo intervento su quanto sia «difficile fare prodotti personalizzati, manca la diversità perché basiamo le decisioni di progettazione dei robot più moderni sull'uomo di riferimento: un maschio caucasico, giovane, in forma, bianco». l'esercito delle 40.000 L'associazione «The lesbians who tech + allies» è presente in 40 Paesi al mondo, afferma di riunire 40.000 donne non binarie, queer, di colore. Organizza e finanzia borse di studio per donne Lgbt che si vogliono specializzare in alta tecnologia come ingegneri o sviluppatori di software grazie al fondo Edie Windsor, sostenitrice del matrimonio tra persone dello stesso sesso, morta due anni fa. L'attivista, «mago della matematica e dei computer» come la definì il New York Times, era arrivata ai vertici dell'Ibm ed è acclamato «modello delle donne transessuali». Se si vuole lavorare per The lesbians è possibile, ma devi specificare se sei queer, donna, lesbica, di colore, transgender, afroamericana, latinx. Bisessuali gay friendly sono ammessi solo se hanno lavorato con «diversi» ed emarginati. Altrimenti finiscono loro discriminati nelle graduatorie. Il lamento più diffuso durante il summit? Solo il 32% della Silicon Valley è composto da donne: «Bisogna incrementarne la presenza nei settori tech e allargare la componente Lgbt», è stato ribadito a più voci. «Immagina come sarebbe l'industria della tecnologia se ogni startup avesse uno sviluppatore transessuale, se le app fossero realizzate da donne e donne Lgbt», scrivono sul loro sito. Curiosamente, tra i finanziatori del summit c'era anche Oracle, il colosso della Silicon Valley finito sotto accusa un paio di mesi fa per discriminazione contro le donne e le minoranze afroamericana e ispanica.
(Ansa)
«Come fai quando vuoi spezzare un filo di ferro? Prima lo torci in una direzione e poi nell’altra». Nella riuscita trasposizione cinematografica de Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, la sceneggiatura cofirmata da Emmanuel Carrère salva uno dei passaggi più acuti del libro. Il protagonista del romanzo, l’enigmatico consigliori di Vladimir Putin Vadim Baranov, fissa le priorità della guerra ibrida che la Russia deve impegnare sul fronte digitale col suo esercito di hacker. Per farlo, illustra la teoria del filo di ferro: «Man mano che costruirete la vostra rete, vi renderete conto che ci sono dei temi ai quali le persone tengono di più. Io non so quali siano, ve lo diranno i clic. [...] L’essenziale è che ognuno ha qualcosa che gli sta a cuore, e qualcuno che lo fa incazzare. Non dobbiamo convertire nessuno. Solo scoprire in cosa credono e convincerli di più. Dargli notizie, argomenti, veri, falsi, non ha importanza. Farli incazzare. Tutti. Sempre di più. Non abbiamo preferenze. La nostra unica linea è il filo di ferro. Torciamo da una parte e poi dall’altra. Finché il filo si spezza».
Oggi, a oltre un mese di guerra in Iran, a torcere quel filo che saremmo noi non ci sono (solo) gli eredi della disinformatia sovietica ma da un lato la prima potenza mondiale e dall’altro la Repubblica islamica dell’Iran. E, come ha spiegato al New York Times Darren Linvill, direttore del Media forensics hub della Clemson university, «Teheran sta vincendo la guerra di propaganda. Erano più pronti dell’amministrazione americana, perché si erano preparati per questo conflitto da 50 anni». Una preparazione che non include solo gli arsenali di missili e droni (costruito a spese di una difesa del popolo ritenuta non altrettanto strategica), ma anche una sofisticata rete di «attacco» informatico destinato al mondo occidentale, se è vero che la teocrazia ha praticamente «chiuso» Internet ai suoi cittadini.
Un report stilato in marzo dal Network contagion research institute descrive le caratteristiche di questa offensiva: «Un’architettura di influenza ibrida molto efficace, in cui media controllati dallo Stato (iraniano, ndr), piattaforme di intermediari e attivisti interni (americani contrari al conflitto, ndr) operano in un unico ecosistema che si rafforza. Al centro di questo sistema c’è un circolo facilmente attivabile di mobilitazione e amplificazione [...] il cui risultato è una dinamica rapidamente disponibile in cui proteste localizzate (sempre negli Usa, ndr) si trasformano in una narrazione globalmente disseminata di propaganda». In questo ecosistema, una conferenza stampa di Trump è letteralmente equiparata a un meme creato da bot gestiti dai pasdaran in grado di influenzare milioni di utenti, magari irridendo le spacconate del presidente Usa, accanendosi sulle bare americane nello Stretto di Hormuz, giocando sulle purghe dell’esercito a stelle e strisce, vero «regime change». Secondo la già citata Clemnson university, ci sono 62 account affiliati all’Irgc (Corpo di guardia della rivoluzione islamica) che operano protetti da Vpn che li fanno apparire americani e inglesi. Il resto lo fanno sistemi di traduzione automatica con Ia, e gli algoritmi di X, Tiktok, Facebook. Di questa trumpizzazione polarizzante del mondo è finita vittima anche la spettacolare operazione di salvataggio a Pasqua, ampiamente raccontata dai media americani: il pilota ferito che, su suolo nemico, fugge su una cresta a 2.100 metri, si nasconde in un anfratto per 36 ore, viene recuperato con 155 velivoli e al prezzo di due C-130 distrutti e dopo un gigantesco depistaggio a danno forze iraniane. Per Teheran è tutto falso: gli americani volevano l’uranio arricchito e il colonnello precipitato era un pretesto.
La verità in guerra è tra le prime vittime, da sempre. Qui siamo di fronte a un fatto nuovo, cioè che anche l’Iran ha imparato la lezione di Baranov: «Tutto ciò che fa credere alla forza l’accresce per davvero». E la potenza digitale è terribilmente reale.
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Nel riquadro: Franco Gattinoni, presidente Fto (Ansa)
Franco Gattinoni, presidente del Fto, la Federazione del Turismo organizzato lancia l’allarme. «Abbiamo fatto presente al governo le problematiche degli esercizi, siamo stati ascoltati con attenzione ma ora alle parole dovrebbero seguire i fatti. Il settore non può essere lasciato da solo».
Avete una stima delle disdette?
«Un paio di settimane fa si è manifestato un rallentamento delle prenotazioni del 20% rispetto alla media stagionale poi salito al 30% e ora nella settimana di Pasqua c’è stato un lieve miglioramento ma siamo sempre al 20% in meno dello standard di questo periodo. Considerate che prima della guerra in Iran, le agenzie turistiche facevano un +6-7% di prenotazioni. Stiamo risentendo del calo delle prenotazioni americane che sono quelle più importanti per il comparto».
C’è chi dice che ci sarà una maggiore scoperta dell’Italia, come avvenuto subito dopo il lockdown, cosa ne pensa?
«È una stupidaggine colossale. Vorrei sapere su quali basi un turista dovrebbe pensare che l’Italia, pur essendo vicino all’area di guerra, dovrebbe essere più sicura di altre mete. Perché dovrebbe venire qui da noi invece che andare in Spagna, o in Brasile o in Giappone. Se poi si ritiene di poter salvare la stagione estiva solo con le presenze italiane si commette un altro errore. Se un connazionale rinuncia al viaggio oltre confine per paura di rimanere bloccato in un aeroporto e decide allora per una meta italiana, non risolve il problema del settore. Il turista che occupa gli alberghi di lusso del nostro Paese, che spende cifre importanti per fare shopping, mangiare e divertirsi, non è certo quello italiano. Se dovesse venire a mancare questo flusso di stranieri, o ridursi in modo consistente, per il turismo sarebbe una stangata».
Rischio chiusure?
«Non siamo ancora a questa emergenza ma ci stiamo avvicinando, perché ogni giorno che passa la situazione si aggrava e sembra senza via d’uscita e la stagione estiva, con l’anticipo delle belle temperature, è già iniziata. Le agenzie di viaggio non hanno un’alta profittabilità, non possono ammortizzare lunghi periodi di cali nelle prenotazioni. Siamo usciti dal Covid con le casse vuote ed è stato durissimo rimetterci in movimento. Poi abbiamo avuto due anni buoni, il movimento turistico è ripreso in modo importante, con numeri anche superiori alle previsioni e pensavamo di essere usciti definitivamente dal tunnel. Questa doccia gelata non ci voleva. Se le prenotazioni crollano, i costi fissi continuano a correre».
Quindi?
«Non possiamo lasciare i dipendenti a casa o non pagare gli affitti dei locali. Poi c’è il tema che la crisi avvantaggia gli operatori digitali che possono sopportare le cancellazioni perché non hanno gli oneri di un esercizio fisico e pagano le tasse all’estero anche extra Ue. Basta vedere quello che è successo con l’e-commerce, con Amazon, che hanno distrutto il commercio tradizionale provocando la chiusura di tanti piccoli esercizi commerciali di prossimità. Le agenzie di viaggio rischiano di fare la stessa fine. Non c’è tempo da perdere. Per questo abbiamo chiesto al governo un sostegno».
Che tipo di aiuti avete chiesto?
«Sarebbe necessario un supporto soprattutto per le piccole e medie imprese, magari solo per affrontare l’emergenza del momento. Il problema però è che non c’è velocità decisionale da parte del governo. Con il Covid gli aiuti sono arrivati un paio di anni dopo la pandemia e nel frattempo le agenzie hanno dovuto far fronte con soldi propri alla crisi. Per far fronte a questa ennesima situazione critica della quale non si intravede un’uscita in tempi brevi, sarebbe necessaria una qualsiasi forma di defiscalizzazione o un intervento sui contributi per i dipendenti. Si fa un gran parlare del valore strategico del turismo che rappresenta il 13% del Pil ma poi al momento di dare un supporto al settore di perde tempo».
Che tempi prevede?
«Le agenzie di viaggio hanno già raschiato il fondo del barile e con un altro mese di incertezza e di calo delle prenotazioni, rischiano il collasso. O di consegnare il comparto a operatori stranieri. L’abitudine dei governi è di curare il malato quando è morto. Ora la situazione è brutta ma non drammatica, continuano ad arrivare le prenotazioni anche se inferiori alla media stagionale. Ma se i voli dovessero subire un drastico ridimensionamento, allora sarebbe un guaio. Perdere l’estate significa perdere un periodo decisivo per ogni agenzia di viaggi. Non si può pensare di poter contare solo sul turismo interno. I grandi alberghi della Costa Smeralda hanno una clientela internazionale. Il ricco italiano che passa le vacanze in Sardegna, ha di solito una propria abitazione, non va nell’hotel cinque stelle lusso. Senza gli americani non andiamo da nessuna parte. Abbiamo già dovuto rinunciare ai russi, a causa della guerra. Sono questi i flussi che fanno business».
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Christian Raimo (Imagoeconomica)
La premessa, in stile lotta di classe d’antan, si lega alle difficoltà economiche di una fascia di popolazione che una volta veniva definita classe media e che oggi fatica a tirare avanti. «Metà o più dei miei amici, quarantenni, cinquantenni», annota il prof, «cerca casa o lavoro o un lavoro in più con cui provare ad arrivare a fine mese. Nei giorni di Pasqua e di bilanci la ferita è più evidente. È una classe media o ormai ex-media, tutti più o meno laureati e dottorati, molti insegnano, ma da quest’anno non stanno in piedi».
Il post, da oltre 2.000 reazioni, è diventato subito uno sfogatoio da follower. Nei 300 commenti c’è chi auspica iper tassazioni per le case sfitte, chi sente di vivere nel «Quarto mondo», chi sostiene l’occupazione illegale. E chi sente di saperne un po’ in più e blatera «sul monopolio unilaterale dell’offerta». Ovviamente ispirato dal ragionamento di Raimo, che trasuda uno slang da sindacalismo rosso degli anni Sessanta, in cui il proprietario trasloca per lasciare il posto al padrone: «Chi vive in affitto», scrive Raimo, «è in piena angoscia. Sa che nel 2027 o nel 2028 il padrone di casa di sicuro non rinnoverà l’affitto, gliel’ha già detto o fatto capire». Per dare consistenza al disagio, il prof, usando qualche passaggio in romanesco, cita un episodio concreto: «Oggi chiacchieravo con un mio collega, 50 anni, separato e single, senza figli, a cui il padrone di casa ha aumentato l’affitto ancora, altrimenti “se te non la voi la casa la do ai bengalesi, ai filippini” gli ha detto, “quelli je faccio scucire 2.000 euro per 35 metri quadrati, ce stanno due famije co i fiji”».
È il passaggio in cui il disagio, nella narrazione di Raimo, prende forma. Ma con un paradosso: in un racconto che nasce all’interno di una sensibilità progressista, la figura dell’immigrato diventa una leva retorica per una minaccia implicita. Il «padrone» evoca gli stranieri per alzare il prezzo, Raimo li usa per rafforzare la narrazione sull’ingiustizia. Ma il risultato non cambia: restano uno strumento. Finché non si arriva al cuore del post: «Mentre mi raccontava questo obbrobrio io ho pensato alla ricina». La potente tossina che si estrae dai semi della pianta del ricino e che viene usata come veleno (tornata alla ribalta dopo l’apertura, nei giorni scorsi, di un’inchiesta a Campobasso su un presunto duplice avvelenamento di una mamma e di sua figlia). A questo punto il professore mette da parte l’analisi sociale e, prendendo la china da sceneggiatore thriller, scrive: «L’odio che mi viene per i proprietari di molte case che sfruttano, per pura speculazione, la presunta mancanza di case mi fa immaginare trame per polizieschi in cui uno dopo l’altro una serie di padroni di case, gestori di Airbnb, gestori di fondi immobiliari vengono avvelenati a morte senza che si capisca se c’è un disegno comune o un serial killer ispirato da sentimenti di ghiaccio, dopo che sua madre è stata sfrattata a 87 anni per metterci un b&b nel suo vecchio appartamento («Trama clamorosa! L’avrei tenuta nascosta per non farmi rubare l’idea», gli scrive tra i commenti un follower, ndr)». Altro che politiche pubbliche. Raimo, a questo punto del suo racconto, si è completamente lasciato alle spalle le elucubrazioni da antagonista sociale per avventurarsi in uno scenario crime che ricorda gli attacchi all’antrace del 2001 negli Stati Uniti. Poi, certo, alla fine arriva la retromarcia. «Fuori dalla vendetta romanzesca», scrive il prof piegando il racconto verso la polemica, «ci vorrebbero almeno delle politiche serie dell’abitare contro questa violenza di massa». La scena madre, però, è già andata in onda: il professore che, davanti al caro affitti, pensa alla ricina. Quasi a completare il Salis pensiero sulla proprietà privata. Perché la traiettoria l’aveva tracciata proprio l’eurodeputata con la quale Raimo ha condiviso la campagna delle europee con Avs. Ilaria Salis, icona degli occupatori abusivi di abitazioni, che sui rapporti di proprietà ha costruito la sua identità politica anche a colpi di emendamenti al Parlamento europeo, ritiene infatti che non sia possibile perseguire le occupazioni abusive contro «i proprietari con molteplici patrimoni residenziali». La casa è il terreno di conflitto e il proprietario una figura da contrastare. Il post di Raimo, dopo essersi collocato esattamente sullo stesso piano, però, introduce uno scenario in cui il nemico «padrone» viene eliminato. Neppure l’ultrà finita nei guai in Ungheria con la Banda del martello era riuscita a spingersi così tanto.
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Daniele Dell'Orco racconta il Libano come un fronte dimenticato ma ancora in fiamme: bombardamenti continui, un Paese diviso tra Hezbollah e oppositori, e comunità civili, soprattutto cristiane, strette tra due fuochi. Una guerra che dura da decenni e che oggi rischia di degenerare ulteriormente.