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2022-10-02
Vietato indagare sulla trattativa Pfizer-Ursula
Ursula von der Leyen e Albert Bourla (Ansa)
Puff: si è volatilizzato. Ha alzato i tacchi. Se l’è data a gambe. Albert Bourla, presidente e amministratore delegato di Pfizer, qualche giorno fa era risultato positivo al tampone per la seconda volta in un mese. Ma non è per questo - e men che meno perché non ha ancora ricevuto la punturina anti Omicron - che diserterà l’audizione presso la commissione speciale sul Covid-19 del Parlamento europeo.
Lunedì 10 ottobre, il manager grecoamericano era atteso a Bruxelles dai 38 onorevoli che compongono il comitato, per rispondere ad alcune «domande toste» - così le ha definite Politico.eu - sulla questione dei contratti segreti per i vaccini, siglati con l’Ue. E invece, niente: gli eurodeputati parleranno con «altri Ceo», come recita il programma della giornata, ma non con quello del principale venditore di rimedi antivirus al Vecchio continente. Bourla non testimonierà. Pfizer, al posto suo, manderà Janine Small, presidente della sezione dedicata allo sviluppato dei mercati internazionali - e il nostro è piuttosto ghiotto, in effetti. Secondo la casa farmaceutica, costei sarebbe più indicata «a supportare la commissione nel raggiungimento dei suoi obiettivi». Ma che preziosa collaborazione… Difficile, invero, che al colosso dei medicinali sfugga un dettaglio: gli sms privati, da cui sarebbe passata almeno una parte del negoziato sulle forniture, Ursula von der Leyen se li era scambiati con Bourla.
Riavvolgiamo il nastro. Nel 2021, il New York Times aveva rivelato che, tra febbraio e marzo di quell’anno, la presidente dell’esecutivo comunitario e il numero uno di Pfizer avevano intrattenuto una fitta corrispondenza via smartphone. Quelle conversazioni sarebbero state determinanti per trovare un accordo sulla consegna delle fiale di Comirnaty all’Ue, in una fase in cui si erano manifestati gravi problemi negli approvvigionamenti delle dosi. Giusto un anno fa, il mediatore europeo, Emily O’Reilly, aveva aperto un’inchiesta sull’accaduto. Anche perché, in seguito a una richiesta di accesso agli atti, la Commissione Ue aveva fatto spallucce, dichiarando di non aver mai archiviato gli sms dell’ex ministro della Difesa tedesco. Un modo di procedere anomalo: in teoria, Bruxelles aveva a disposizione una squadra di negoziatori, capitanata dall’italiana Sandra Gallina. E c’è l’aggravante del mistero che continua ad aleggiare sui contratti firmati con Big pharma. In questa storia, cosa bisognerebbe nascondere? Forse, il team incaricato di procurare i sieri salvifici stava facendo un buco nell’acqua ed è sceso in campo, in sua vece, il pezzo da novanta? È un’ipotesi. In effetti, sulla tecnologia dei vaccini a mRna, la von der Leyen doveva avere una qualche infarinatura. Suo marito, il nobile Heiko von der Leyen, giusto nel 2020 - tempismo perfetto - era andato a lavorare alla Orgenesis, una biotech statunitense che si occupa di terapie geniche. La società, pochi mesi dopo lo scoppio della pandemia, aveva provato a lanciare un suo vaccino a base cellulare. Del quale, a essere onesti, non s’è saputo più nulla.
Poche settimane fa, al giallo della trattativa Pfizer-Ursula, si è aggiunto un altro capitolo. Si tratta del caustico report della Corte dei conti europea, che ha ribadito le accuse di scarsa trasparenza alla Commissione, la quale si sarebbe rifiutata di rivelare dettagli cruciali sul modo in cui sono state condotte le contrattazioni. In particolare, mancherebbero i rendiconti delle discussioni con Pfizer, siano essi verbali, nomi degli esperti consultati, o termini degli accordi. Inoltre, a parere della magistratura contabile, «i negoziatori dell’Ue hanno analizzato a fondo le difficoltà insite nella catena di produzione e di approvvigionamento dei vaccini», che si erano manifestate drammaticamente nella primavera del 2021, «soltanto dopo la stipula della maggior parte dei contratti». Una svista che ha facilitato l’affare per i produttori, mentre i compratori continuano a fare incetta di medicinali: le scorte continentali bastano praticamente per dieci iniezioni a testa e, a quelle attualmente disponibili, vanno aggiunti gli ordini di altri milioni e milioni di dosi dei vaccini aggiornati.
La presidente della commissione speciale, l’onorevole socialista belga Kathleen Van Brempt, reduce dalla visita al quartier generale di Biontech, ha riferito che «si rammarica molto» per la decisione di Bourla. Davanti agli occhi dei deputati Ue, finora, erano passati diversi funzionari di altissimo rango di Astrazeneca e Sanofi. I veri king maker della risposta farmacologica alla pandemia, dal canto loro, ci tengono a mantenere un profilo basso: meglio che sul ring non salga il peso massimo.
L’atto politico e industriale più importante degli ultimi decenni nell’Ue, quindi, rimane avvolto nella nebbia. Il vertice della compagnia che ha ideato il vaccino evita le situazioni che potrebbero metterlo in difficoltà, specie se su di lui sono puntati gli occhi di autorità preposte alla vigilanza. E la Commissione Ue, che sempre si balocca con roboanti proclami sulla trasparenza, mantiene la linea dell’opacità: contratti segreti, conversazioni occultate, messaggini spariti. Peccato: il vaccino contro l’ipocrisia non l’hanno ancora inventato.
La Svezia ferma le iniezioni ai minori: «Bassissimo rischio di casi gravi»
In Svezia, dal 31 ottobre, le vaccinazioni anti Covid non saranno più raccomandate in fascia 12-17 anni. Folkhälsomyndigheten (Fohm), l’agenzia per la salute pubblica, l’ha annunciato sul suo portale: «Il motivo è il bassissimo rischio di malattie gravi e di morte per Covid-19 nei bambini e nei giovani», spiegano gli esperti scandinavi.
Dal primo novembre, l’inoculo verrà consigliato solo ai giovanissimi con particolari fragilità. C’è già un bel segnale positivo, dunque, dopo la svolta a destra della Svezia dello scorso 11 settembre. Ieri, Greta Thunberg ha manifestato a Stoccolma in sostegno ad «antifascismo, antirazzismo e giustizia climatica», senza spendere una parola in difesa della salute dei coetanei più giovani, ai quali per fortuna stanno pensando le massime autorità sanitarie svedesi.
La puntura ai ragazzini sani non ha più senso. Per loro, il Covid «può essere considerato un comune virus respiratorio», hanno stabilito al Fohm, d’accordo con l’Associazione pediatrica svedese. Durante la pandemia, pochi bambini e giovani si sono ammalati gravemente di Covid-19 «e hanno avuto bisogno di cure», sostiene Sören Andersson, capo unità dell’Agenzia per la salute pubblica. Con la variante Omicron i sintomi sono sempre più lievi negli adolescenti sani, inoltre «l’immunità in questa fascia è molto alta».
Quindi stop a ormai inutili raccomandazioni, che varranno unicamente per i soggetti ritenuti più sensibili alle infezioni respiratorie, in generale, o con un sistema immunitario significativamente ridotto. Non si pensi che la Svezia abbia smesso di monitorare la situazione sanitaria dovuta al Covid, tutt’altro, visto che nel Paese si sta registrando un aumento, anche se sostenuto, di nuovi contagi.
Però gli esperti, quelli veri, aggiornano le raccomandazioni in base ai dati epidemiologici e se «le attuali conoscenze sul virus e sulla malattia suggeriscono che le varianti del virus stanno diventando sempre più lievi per i bambini e i giovani sani», lo dicono ai genitori. Mica fanno come in Italia. Senza dimenticare che in Svezia la vaccinazione contro il Covid-19 non è raccomandata per i bambini di età inferiore ai 12 anni. «Più piccolo è il bambino, minore è il rischio», dichiara il Fohm, che ha deciso di aspettare a inoculare le creature dai 5 agli 11 anni.
«L’incidenza della malattia è sempre stata bassa per i bambini sotto i 12 anni, fascia in cui non abbiamo mai vaccinato», ha precisato Andersson. Solo se soffrono di gravi patologie e sono considerati soggetti a rischio, viene offerto loro il vaccino. Interessante è anche vedere come la Svezia sta affrontando la questione dei giovani che, comunque, volessero ricevere il vaccino anti Covid. «È qualcosa su cui stiamo ragionando e che dovremo affrontare prima di novembre», afferma Sören Andersson. Come dire, se non è raccomandato, quando decade l’opportunità sotto il profilo sanitario forse non verrà nemmeno più inoculato.
Ha ben altro atteggiamento il nostro ministero, purtroppo ancora nelle mani di Roberto Speranza (speriamo per poco). Nella circolare del 7 settembre, aggiornata il 23, «si raccomanda prioritariamente l’utilizzo delle formulazioni di vaccini a m-Rna bivalenti» come prima dose di richiamo anche a partire dai 12 anni. Non solo gli adolescenti vengono tuttora invitati a porgere il braccio, sebbene le varianti non stiano dando preoccupazioni, ma dovrebbero pure farsi il booster.
Bastava che le indicazioni fossero rivolte agli over 60 con elevata fragilità, includendo anche i giovani con patologie, per i quali servirebbe un secondo richiamo. Ma consigliare doppio richiamo a tutti, anche se sani e forniti di robusti anticorpi contro il Covid, è privo di ogni fondamento scientifico. In Svezia, le autorità sanitarie raccomandano una dose aggiuntiva agli ultrasessantacinquenni e agli over 18 «che fanno parte di gruppi a rischio», non a tutta la popolazione indiscriminatamente.
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Albert Bourla diserterà l’incontro con la commissione d’inchiesta a Bruxelles: doveva riferire sui contratti segreti per i vaccini In ballo c’è pure il mistero dei suoi sms con Ursula von der Leyen, di cui non si trova più traccia. La società manderà un’altra dirigente.La Svezia ferma le iniezioni ai minori: «Bassissimo rischio di casi gravi». Fine della raccomandazione per la fascia 12-17 anni. Che Roberto Speranza insegue con l’ago.Lo speciale comprende due articoli.Puff: si è volatilizzato. Ha alzato i tacchi. Se l’è data a gambe. Albert Bourla, presidente e amministratore delegato di Pfizer, qualche giorno fa era risultato positivo al tampone per la seconda volta in un mese. Ma non è per questo - e men che meno perché non ha ancora ricevuto la punturina anti Omicron - che diserterà l’audizione presso la commissione speciale sul Covid-19 del Parlamento europeo. Lunedì 10 ottobre, il manager grecoamericano era atteso a Bruxelles dai 38 onorevoli che compongono il comitato, per rispondere ad alcune «domande toste» - così le ha definite Politico.eu - sulla questione dei contratti segreti per i vaccini, siglati con l’Ue. E invece, niente: gli eurodeputati parleranno con «altri Ceo», come recita il programma della giornata, ma non con quello del principale venditore di rimedi antivirus al Vecchio continente. Bourla non testimonierà. Pfizer, al posto suo, manderà Janine Small, presidente della sezione dedicata allo sviluppato dei mercati internazionali - e il nostro è piuttosto ghiotto, in effetti. Secondo la casa farmaceutica, costei sarebbe più indicata «a supportare la commissione nel raggiungimento dei suoi obiettivi». Ma che preziosa collaborazione… Difficile, invero, che al colosso dei medicinali sfugga un dettaglio: gli sms privati, da cui sarebbe passata almeno una parte del negoziato sulle forniture, Ursula von der Leyen se li era scambiati con Bourla.Riavvolgiamo il nastro. Nel 2021, il New York Times aveva rivelato che, tra febbraio e marzo di quell’anno, la presidente dell’esecutivo comunitario e il numero uno di Pfizer avevano intrattenuto una fitta corrispondenza via smartphone. Quelle conversazioni sarebbero state determinanti per trovare un accordo sulla consegna delle fiale di Comirnaty all’Ue, in una fase in cui si erano manifestati gravi problemi negli approvvigionamenti delle dosi. Giusto un anno fa, il mediatore europeo, Emily O’Reilly, aveva aperto un’inchiesta sull’accaduto. Anche perché, in seguito a una richiesta di accesso agli atti, la Commissione Ue aveva fatto spallucce, dichiarando di non aver mai archiviato gli sms dell’ex ministro della Difesa tedesco. Un modo di procedere anomalo: in teoria, Bruxelles aveva a disposizione una squadra di negoziatori, capitanata dall’italiana Sandra Gallina. E c’è l’aggravante del mistero che continua ad aleggiare sui contratti firmati con Big pharma. In questa storia, cosa bisognerebbe nascondere? Forse, il team incaricato di procurare i sieri salvifici stava facendo un buco nell’acqua ed è sceso in campo, in sua vece, il pezzo da novanta? È un’ipotesi. In effetti, sulla tecnologia dei vaccini a mRna, la von der Leyen doveva avere una qualche infarinatura. Suo marito, il nobile Heiko von der Leyen, giusto nel 2020 - tempismo perfetto - era andato a lavorare alla Orgenesis, una biotech statunitense che si occupa di terapie geniche. La società, pochi mesi dopo lo scoppio della pandemia, aveva provato a lanciare un suo vaccino a base cellulare. Del quale, a essere onesti, non s’è saputo più nulla. Poche settimane fa, al giallo della trattativa Pfizer-Ursula, si è aggiunto un altro capitolo. Si tratta del caustico report della Corte dei conti europea, che ha ribadito le accuse di scarsa trasparenza alla Commissione, la quale si sarebbe rifiutata di rivelare dettagli cruciali sul modo in cui sono state condotte le contrattazioni. In particolare, mancherebbero i rendiconti delle discussioni con Pfizer, siano essi verbali, nomi degli esperti consultati, o termini degli accordi. Inoltre, a parere della magistratura contabile, «i negoziatori dell’Ue hanno analizzato a fondo le difficoltà insite nella catena di produzione e di approvvigionamento dei vaccini», che si erano manifestate drammaticamente nella primavera del 2021, «soltanto dopo la stipula della maggior parte dei contratti». Una svista che ha facilitato l’affare per i produttori, mentre i compratori continuano a fare incetta di medicinali: le scorte continentali bastano praticamente per dieci iniezioni a testa e, a quelle attualmente disponibili, vanno aggiunti gli ordini di altri milioni e milioni di dosi dei vaccini aggiornati.La presidente della commissione speciale, l’onorevole socialista belga Kathleen Van Brempt, reduce dalla visita al quartier generale di Biontech, ha riferito che «si rammarica molto» per la decisione di Bourla. Davanti agli occhi dei deputati Ue, finora, erano passati diversi funzionari di altissimo rango di Astrazeneca e Sanofi. I veri king maker della risposta farmacologica alla pandemia, dal canto loro, ci tengono a mantenere un profilo basso: meglio che sul ring non salga il peso massimo. L’atto politico e industriale più importante degli ultimi decenni nell’Ue, quindi, rimane avvolto nella nebbia. Il vertice della compagnia che ha ideato il vaccino evita le situazioni che potrebbero metterlo in difficoltà, specie se su di lui sono puntati gli occhi di autorità preposte alla vigilanza. E la Commissione Ue, che sempre si balocca con roboanti proclami sulla trasparenza, mantiene la linea dell’opacità: contratti segreti, conversazioni occultate, messaggini spariti. Peccato: il vaccino contro l’ipocrisia non l’hanno ancora inventato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-capo-di-pfizer-fugge-dalleuroparlamento-2658370645.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-svezia-ferma-le-iniezioni-ai-minori-bassissimo-rischio-di-casi-gravi" data-post-id="2658370645" data-published-at="1664681050" data-use-pagination="False"> La Svezia ferma le iniezioni ai minori: «Bassissimo rischio di casi gravi» In Svezia, dal 31 ottobre, le vaccinazioni anti Covid non saranno più raccomandate in fascia 12-17 anni. Folkhälsomyndigheten (Fohm), l’agenzia per la salute pubblica, l’ha annunciato sul suo portale: «Il motivo è il bassissimo rischio di malattie gravi e di morte per Covid-19 nei bambini e nei giovani», spiegano gli esperti scandinavi. Dal primo novembre, l’inoculo verrà consigliato solo ai giovanissimi con particolari fragilità. C’è già un bel segnale positivo, dunque, dopo la svolta a destra della Svezia dello scorso 11 settembre. Ieri, Greta Thunberg ha manifestato a Stoccolma in sostegno ad «antifascismo, antirazzismo e giustizia climatica», senza spendere una parola in difesa della salute dei coetanei più giovani, ai quali per fortuna stanno pensando le massime autorità sanitarie svedesi. La puntura ai ragazzini sani non ha più senso. Per loro, il Covid «può essere considerato un comune virus respiratorio», hanno stabilito al Fohm, d’accordo con l’Associazione pediatrica svedese. Durante la pandemia, pochi bambini e giovani si sono ammalati gravemente di Covid-19 «e hanno avuto bisogno di cure», sostiene Sören Andersson, capo unità dell’Agenzia per la salute pubblica. Con la variante Omicron i sintomi sono sempre più lievi negli adolescenti sani, inoltre «l’immunità in questa fascia è molto alta». Quindi stop a ormai inutili raccomandazioni, che varranno unicamente per i soggetti ritenuti più sensibili alle infezioni respiratorie, in generale, o con un sistema immunitario significativamente ridotto. Non si pensi che la Svezia abbia smesso di monitorare la situazione sanitaria dovuta al Covid, tutt’altro, visto che nel Paese si sta registrando un aumento, anche se sostenuto, di nuovi contagi. Però gli esperti, quelli veri, aggiornano le raccomandazioni in base ai dati epidemiologici e se «le attuali conoscenze sul virus e sulla malattia suggeriscono che le varianti del virus stanno diventando sempre più lievi per i bambini e i giovani sani», lo dicono ai genitori. Mica fanno come in Italia. Senza dimenticare che in Svezia la vaccinazione contro il Covid-19 non è raccomandata per i bambini di età inferiore ai 12 anni. «Più piccolo è il bambino, minore è il rischio», dichiara il Fohm, che ha deciso di aspettare a inoculare le creature dai 5 agli 11 anni. «L’incidenza della malattia è sempre stata bassa per i bambini sotto i 12 anni, fascia in cui non abbiamo mai vaccinato», ha precisato Andersson. Solo se soffrono di gravi patologie e sono considerati soggetti a rischio, viene offerto loro il vaccino. Interessante è anche vedere come la Svezia sta affrontando la questione dei giovani che, comunque, volessero ricevere il vaccino anti Covid. «È qualcosa su cui stiamo ragionando e che dovremo affrontare prima di novembre», afferma Sören Andersson. Come dire, se non è raccomandato, quando decade l’opportunità sotto il profilo sanitario forse non verrà nemmeno più inoculato. Ha ben altro atteggiamento il nostro ministero, purtroppo ancora nelle mani di Roberto Speranza (speriamo per poco). Nella circolare del 7 settembre, aggiornata il 23, «si raccomanda prioritariamente l’utilizzo delle formulazioni di vaccini a m-Rna bivalenti» come prima dose di richiamo anche a partire dai 12 anni. Non solo gli adolescenti vengono tuttora invitati a porgere il braccio, sebbene le varianti non stiano dando preoccupazioni, ma dovrebbero pure farsi il booster. Bastava che le indicazioni fossero rivolte agli over 60 con elevata fragilità, includendo anche i giovani con patologie, per i quali servirebbe un secondo richiamo. Ma consigliare doppio richiamo a tutti, anche se sani e forniti di robusti anticorpi contro il Covid, è privo di ogni fondamento scientifico. In Svezia, le autorità sanitarie raccomandano una dose aggiuntiva agli ultrasessantacinquenni e agli over 18 «che fanno parte di gruppi a rischio», non a tutta la popolazione indiscriminatamente.
Roberto Vannacci (Ansa)
«Quattro deputati entrano con noi e sposano il nostro progetto. Saranno Davide Bergamini, Attilio Pierro, Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof. Con loro entra anche Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato».
I nuovi nomi sono stati presentati in una conferenza stampa a Viareggio (Lucca). Si tratta di cinque ex leghisti, due dei quali, Pierro e Bergamini, passati già in Forza Italia dopo l’addio al Carroccio a Montecitorio. «Il 6 giugno ricorre lo sbarco in Normandia, oggi celebriamo lo sbarco in Futuro nazionale. Sono persone che vivono i territori, amministratori locali che hanno un seguito», fa notare il generale, evidenziando che si tratta di nomi che portano voti e consensi. Quindi comincia a farsi i conti. «Non facciamo la questua. Sono loro stessi che si sono rivolti a noi, perché credono nel progetto. E ci raggiungono per portare avanti quella che è la novità politica degli ultimi 15 anni in Italia». La conferenza stampa diventa occasione anche per entrare nel merito del dibattito politico del momento: «Fn vuole portare la proposta di una nuova legge elettorale e si batte perché torni a dare dignità ai cittadini sui territori, torni cioè a includere le preferenze».
L’ingresso che fa più clamore forse è quello di Rinaldi, economista, euroscettico, nei mesi scorsi la Lega lo aveva immaginato candidato sindaco di Roma. «Non aderisco a Futuro nazionale perché ho cambiato idea», ha spiegato, «ma perché trovo oggi una realtà politica nella quale continuare a riconoscermi. Le idee che difendevo ieri sono le stesse che continuo a difendere oggi e che difenderò domani. Idee che da anni sintetizzo nello slogan “Riprendiamoci le chiavi di casa”». Rinaldi, europarlamentare leghista dal 2019 al 2024, denuncia un «vuoto di rappresentanza», in cui va letto «il successo crescente di Fn». L’economista, quindi, rimarca: «In questa scelta ha avuto un ruolo importante anche la figura di Vannacci. Lo conosco da tempo e ne ho sempre apprezzato una qualità che considero rara e preziosa: la coerenza».
Domenico Furgiuele, che era entrato nella Lega nel 2014, è uno dei membri più noti del neopartito e in un lungo post sui social ha spiegato le ragioni della sua scelta. «Non è una decisione improvvisa. È una scelta meditata, rinviata più volte. Ho cercato motivi per restare, ma non ne ho trovati». E poi: «Scelgo ancora una volta la trincea e il generale Vannacci». Pierro, dopo «12 anni di militanza nella Lega», dice di aver «scelto la coerenza».
Al di là dei proclami, sono i numeri quelli che contano e che in questo momento continuano a crescere e a tenere il centrodestra in allerta e non solo in ottica elettorale, ma anche per la fine della legislatura. Infatti più passa il tempo e più cresce il peso dei vannacciani, fuori e dentro i palazzi. Pierro e Bergamini, sono in forza alla Camera, ma ci sarebbero anche i senatori leghisti Manfredi Potenti ed Elena Murelli a essere considerati sempre più vicini al reclutamento. E si sa, in Senato, bastano pochi voti per spostare tutto. Vannacci poi sfida Marina Berlusconi: «Mi può stare simpaticissima, ma non capisco perché parli a nome di Fi quando non svolge un ruolo politico». In serata viene fatta trapelare la replica della figlia del Cav. Fi non avrebbe alcun rammarico per i due deputati uscenti. Si tratterebbe di un errore del passato, che ha portato dentro al partito esponenti che non ne condividevano i valori fondamentali.
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Elly Schlein, Maurizio Landini e Nicola Fratoianni durante la manifestazione organizzata dalla Cgil per le strade di Amendolara marina dopo l'omicidio di 4 braccianti - tre afghani e un pachistano - avvenuto lunedì scorso (Ansa)
Pakistane e afghane le vittime, pakistani i caporali (meglio dire gli assassini), italianissime le code di paglia che reggono lo striscione del giorno: «Mai più. Chi reclama i propri diritti non può finire così».
Giusto, ci mancherebbe. Ma sarà il ventesimo «mai più» dell’ultimo decennio, dai tempi del ministro e sottosegretario Teresa Bellanova (governi Renzi e Conte 2) e Nunzia Catalfo (governo Conte 2) che dicevano: «Il contrasto al caporalato è una priorità sociale». La rete criminale non è invisibile, è qualcosa di evidente e squallido, è uno schiaffo quotidiano alla dignità del lavoro e non può diventare - con la magia di un transformer - «indignazione» e «manifestazione» solo in presenza dei cadaveri. Con il rischio scontato di ammainare le coscienze una volta ammainate le bandiere.
Quelle rosse sventolano attorno a Landini, Schlein, Nicola Fratoianni (Avs), Pasquale Tridico in rappresentanza del Movimento 5 stelle, con il consueto contorno di associazioni come Libera e Anpi. Non manca nessuno, a sinistra si marcano a uomo. E il campo largo è senza dubbio più comodo di un campo di fragole e di ortaggi a tre euro in nero all’ora. «I lavoratori invisibili, le braccia nei campi dietro le quali si sostiene la nostra agricoltura, necessitano di rispetto e dignità, non di ferocia e barbarie», tuona Landini come se fosse arrivato da Marte. E ancora: «Serve una rivolta morale»
Dov’era fino a ieri il segretario della Cgil, vale a dire il più importante difensore dei lavoratori? A occuparsi di pro Pal, di diritti Lgbtq+, di droni russi; a organizzare «la rivolta sociale» contro il governo, a dare a Giorgia Meloni della «cortigiana di Trump» in Tv. Per questo, pronunciate alla stazione di servizio Ip (luogo della strage) davanti ai 5.000 fedelissimi calati su Amendolara, le sue parole stridono. Lui si chiama fuori: «Questa tragedia rappresenta un sistema sbagliato di fare impresa fondato sullo sfruttamento e sul caporalato. È il momento che tutti, uscendo dall’ipocrisia, dicano basta a questo sistema». Dicano, gli altri. Sembra che la cosa non lo riguardi.
Ad ascoltarlo in prima fila c’è Elly Schlein, segretaria di un partito che nei dieci anni al governo non ha fatto nulla per arginare il fenomeno, se non moltiplicarlo con i porti aperti e l’accoglienza diffusa, autentiche fabbriche di disperati destinati alla schiavitù del lavoro clandestino. Lady Pd punta direttamente sulle aziende: «Non si può solo parlare di caporalato ma di padronato. Allora bisogna prevedere il sequestro preventivo delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime del caporalato». Qualcuno dovrebbe spiegarle che alcune inchieste sono arrivate fino alle cooperative, alle società di accoglienza, a opache associazioni-carrozzone specializzate nel drenare fondi pubblici, a chi campa sul business del migrante. Il dramma riguarda tutti, anche chi ha aperto le porte del Parlamento ad Aboubakar Soumahoro con gli stivali infangati e le Vuitton della moglie.
Non basta. Bisogna allargare l’orizzonte a livello nazionale per vedere i danni del grande abbraccio all’immigrazione voluto dalla sinistra con la benedizione della Chiesa. Landini, Schlein, Fratoianni, Conte: quando la maestra spiegava la legge di «causa ed effetto» avevano tutti la varicella. Importare disperati senza regole e fingere di non vedere che sono destinati alla schiavitù 2.0 è colpevole. Chi è fortunato finisce per pedalare sulle rotaie del tram a Milano con la borsa frigo sulla schiena per portare gli «udon con verdure e gamberi» ai fighetti radical che si puliscono la coscienza col «restiamo umani». Chi è meno fortunato viene intruppato nei maranza. Chi non ha neppure la forza di delinquere si ferma a raccogliere arance e ortaggi a tre euro al giorno, sempre che il caporale pakistano sia di buon umore.
Nessuno può impartire lezioni ad Amendolara, neppure nel giorno del lutto. Forse l’unico è don Giacomo Panizza che da anni con «Progetto Sud» si impegna a umanizzare il lavoro nella piana di Sibari. E oggi dice: «La manifestazione non basta. C’è bisogno di tutela dei diritti umani, di solidarietà sociale, di coesione territoriale e di contrasto allo sfruttamento. La vera domanda è un’altra: vogliamo occuparci di sfruttamento lavorativo soltanto quando produce morti oppure vogliamo costruire sistemi capaci di intercettarlo, contrastarlo e proteggere le persone prima? Una strage non nasce il giorno della strage».
«Basta morti e clandestinità», scandiscono i manifestanti. Slogan, solo vecchi slogan senza vergogna. Come «Abbraccia un cinese» prima della strage pandemica, come «abbraccia una nutria» prima della devastante alluvione in Emilia Romagna. Senza dimenticare un dettaglio: il progressista immacolato che oggi piange le quattro vittime arrivate dal mare, un mese fa ha applaudito alla grazia del Quirinale allo scafista Alaa Faraj, condannato a 30 anni per la morte di 49 persone trovate morte nella stiva. Il solito corto circuito dei buoni per decreto, che non s’accorgono di camminare - senza gli stivali di Soumahoro - dentro la palude.
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Ansa
La vittima, dopo una lite avvenuta circa mezz’ora prima, è stata colpita con coltelli o cocci di bottiglia almeno una trentina di volte. Lo si legge nel decreto di fermo emesso nei confronti di uno degli indagati, un giovane peruviano, dal pm Elio Ramondini che coordina le indagini sul delitto. Il decreto di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura riguarda anche un secondo indagato, un ventunenne argentino, che al momento risulta irreperibile. Sono in corso le ricerche della polizia per rintracciarlo. Dalle prime informazioni la persona ricercata si troverebbe all’estero. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni.
Tra gli indagati c’è anche un giovare trapper, che è stato riconosciuto da alcuni testimoni che si trovavano alla stazione Milano Certosa la sera dell’omicidio. Si tratta di Oma Jair Rey Cordova, 20 anni, popolare sui social come Reyomar su Tiktok e Yo-Rey su Instagram oppure come Reystreetbandana con oltre 10.000 follower. Il ragazzo, raccontano i video delle telecamere, è stato ripreso oltre che notato da persone che hanno assistito in parte all’aggressione.
Dopo un diverbio con la vittima, suo fratello e un amico avvenuto alle 21.50 nel sottopasso e fuori dalla stazione, i 17 complici, che si definivano appartenenti ai Latin King, nome che evoca le gang sudamericane che controllano interi pezzi delle periferie degradate delle metropoli americane, avrebbero messo in atto una «azione preordinata dell’intero gruppo», muovendosi «in modo unitario e compatto».
Secondo la ricostruzione della Procura, che come detto contesta la premeditazione, il gruppo degli aggressori, dopo aver rincorso la vittima, il fratello e un amico «urlando in lingua spagnola “fermatevi, figli di puttana, stronzi”», ha iniziato a lanciare «sassi, bottiglie e coltelli» facendo cadere a terra il ventiduenne, sul quale si sono accaniti «accoltellandolo circa una trentina di volte». Successivamente il giovane ucciso sarebbe stato trascinato e scaraventato «nell’intercapedine esistente tra la sponda dei binari ferroviari e la parete di cinta della stazione ferroviaria».
Lo scenario ricostruito dagli inquirenti si basa il larga misura sulla testimonianza del fratello della vittima il quale dal «suo nascondiglio, attratto dalle urla del fratello aggredito, vedeva a pochi metri di distanza che il gruppo aveva raggiunto» Gianluca «facendolo cadere in avanti e circondandolo, colpendolo con pietre, coltelli e cocci di bottiglie, e dopo che si era girato dalla posizione prona a quella supina, attingendolo ulteriormente con fendenti al tronco ed agli arti superiori e inferiori e, alla fine dell’aggressione, trascinandolo per alcuni metri per buttarlo all’interno di una stretta e profonda intercapedine».
Inquirenti e investigatori stanno cercando di far luce sui motivi che hanno scatenato la furia omicida. Il dato da cui partono è il fatto che durante il diverbio tra due gruppi, gli aggressori, come detto, si sarebbero accreditati come componenti dei Latin King. Sulla loro appartenenza alla pandillas sono in corso approfondimenti.
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