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2022-10-02
Vietato indagare sulla trattativa Pfizer-Ursula
Ursula von der Leyen e Albert Bourla (Ansa)
Puff: si è volatilizzato. Ha alzato i tacchi. Se l’è data a gambe. Albert Bourla, presidente e amministratore delegato di Pfizer, qualche giorno fa era risultato positivo al tampone per la seconda volta in un mese. Ma non è per questo - e men che meno perché non ha ancora ricevuto la punturina anti Omicron - che diserterà l’audizione presso la commissione speciale sul Covid-19 del Parlamento europeo.
Lunedì 10 ottobre, il manager grecoamericano era atteso a Bruxelles dai 38 onorevoli che compongono il comitato, per rispondere ad alcune «domande toste» - così le ha definite Politico.eu - sulla questione dei contratti segreti per i vaccini, siglati con l’Ue. E invece, niente: gli eurodeputati parleranno con «altri Ceo», come recita il programma della giornata, ma non con quello del principale venditore di rimedi antivirus al Vecchio continente. Bourla non testimonierà. Pfizer, al posto suo, manderà Janine Small, presidente della sezione dedicata allo sviluppato dei mercati internazionali - e il nostro è piuttosto ghiotto, in effetti. Secondo la casa farmaceutica, costei sarebbe più indicata «a supportare la commissione nel raggiungimento dei suoi obiettivi». Ma che preziosa collaborazione… Difficile, invero, che al colosso dei medicinali sfugga un dettaglio: gli sms privati, da cui sarebbe passata almeno una parte del negoziato sulle forniture, Ursula von der Leyen se li era scambiati con Bourla.
Riavvolgiamo il nastro. Nel 2021, il New York Times aveva rivelato che, tra febbraio e marzo di quell’anno, la presidente dell’esecutivo comunitario e il numero uno di Pfizer avevano intrattenuto una fitta corrispondenza via smartphone. Quelle conversazioni sarebbero state determinanti per trovare un accordo sulla consegna delle fiale di Comirnaty all’Ue, in una fase in cui si erano manifestati gravi problemi negli approvvigionamenti delle dosi. Giusto un anno fa, il mediatore europeo, Emily O’Reilly, aveva aperto un’inchiesta sull’accaduto. Anche perché, in seguito a una richiesta di accesso agli atti, la Commissione Ue aveva fatto spallucce, dichiarando di non aver mai archiviato gli sms dell’ex ministro della Difesa tedesco. Un modo di procedere anomalo: in teoria, Bruxelles aveva a disposizione una squadra di negoziatori, capitanata dall’italiana Sandra Gallina. E c’è l’aggravante del mistero che continua ad aleggiare sui contratti firmati con Big pharma. In questa storia, cosa bisognerebbe nascondere? Forse, il team incaricato di procurare i sieri salvifici stava facendo un buco nell’acqua ed è sceso in campo, in sua vece, il pezzo da novanta? È un’ipotesi. In effetti, sulla tecnologia dei vaccini a mRna, la von der Leyen doveva avere una qualche infarinatura. Suo marito, il nobile Heiko von der Leyen, giusto nel 2020 - tempismo perfetto - era andato a lavorare alla Orgenesis, una biotech statunitense che si occupa di terapie geniche. La società, pochi mesi dopo lo scoppio della pandemia, aveva provato a lanciare un suo vaccino a base cellulare. Del quale, a essere onesti, non s’è saputo più nulla.
Poche settimane fa, al giallo della trattativa Pfizer-Ursula, si è aggiunto un altro capitolo. Si tratta del caustico report della Corte dei conti europea, che ha ribadito le accuse di scarsa trasparenza alla Commissione, la quale si sarebbe rifiutata di rivelare dettagli cruciali sul modo in cui sono state condotte le contrattazioni. In particolare, mancherebbero i rendiconti delle discussioni con Pfizer, siano essi verbali, nomi degli esperti consultati, o termini degli accordi. Inoltre, a parere della magistratura contabile, «i negoziatori dell’Ue hanno analizzato a fondo le difficoltà insite nella catena di produzione e di approvvigionamento dei vaccini», che si erano manifestate drammaticamente nella primavera del 2021, «soltanto dopo la stipula della maggior parte dei contratti». Una svista che ha facilitato l’affare per i produttori, mentre i compratori continuano a fare incetta di medicinali: le scorte continentali bastano praticamente per dieci iniezioni a testa e, a quelle attualmente disponibili, vanno aggiunti gli ordini di altri milioni e milioni di dosi dei vaccini aggiornati.
La presidente della commissione speciale, l’onorevole socialista belga Kathleen Van Brempt, reduce dalla visita al quartier generale di Biontech, ha riferito che «si rammarica molto» per la decisione di Bourla. Davanti agli occhi dei deputati Ue, finora, erano passati diversi funzionari di altissimo rango di Astrazeneca e Sanofi. I veri king maker della risposta farmacologica alla pandemia, dal canto loro, ci tengono a mantenere un profilo basso: meglio che sul ring non salga il peso massimo.
L’atto politico e industriale più importante degli ultimi decenni nell’Ue, quindi, rimane avvolto nella nebbia. Il vertice della compagnia che ha ideato il vaccino evita le situazioni che potrebbero metterlo in difficoltà, specie se su di lui sono puntati gli occhi di autorità preposte alla vigilanza. E la Commissione Ue, che sempre si balocca con roboanti proclami sulla trasparenza, mantiene la linea dell’opacità: contratti segreti, conversazioni occultate, messaggini spariti. Peccato: il vaccino contro l’ipocrisia non l’hanno ancora inventato.
La Svezia ferma le iniezioni ai minori: «Bassissimo rischio di casi gravi»
In Svezia, dal 31 ottobre, le vaccinazioni anti Covid non saranno più raccomandate in fascia 12-17 anni. Folkhälsomyndigheten (Fohm), l’agenzia per la salute pubblica, l’ha annunciato sul suo portale: «Il motivo è il bassissimo rischio di malattie gravi e di morte per Covid-19 nei bambini e nei giovani», spiegano gli esperti scandinavi.
Dal primo novembre, l’inoculo verrà consigliato solo ai giovanissimi con particolari fragilità. C’è già un bel segnale positivo, dunque, dopo la svolta a destra della Svezia dello scorso 11 settembre. Ieri, Greta Thunberg ha manifestato a Stoccolma in sostegno ad «antifascismo, antirazzismo e giustizia climatica», senza spendere una parola in difesa della salute dei coetanei più giovani, ai quali per fortuna stanno pensando le massime autorità sanitarie svedesi.
La puntura ai ragazzini sani non ha più senso. Per loro, il Covid «può essere considerato un comune virus respiratorio», hanno stabilito al Fohm, d’accordo con l’Associazione pediatrica svedese. Durante la pandemia, pochi bambini e giovani si sono ammalati gravemente di Covid-19 «e hanno avuto bisogno di cure», sostiene Sören Andersson, capo unità dell’Agenzia per la salute pubblica. Con la variante Omicron i sintomi sono sempre più lievi negli adolescenti sani, inoltre «l’immunità in questa fascia è molto alta».
Quindi stop a ormai inutili raccomandazioni, che varranno unicamente per i soggetti ritenuti più sensibili alle infezioni respiratorie, in generale, o con un sistema immunitario significativamente ridotto. Non si pensi che la Svezia abbia smesso di monitorare la situazione sanitaria dovuta al Covid, tutt’altro, visto che nel Paese si sta registrando un aumento, anche se sostenuto, di nuovi contagi.
Però gli esperti, quelli veri, aggiornano le raccomandazioni in base ai dati epidemiologici e se «le attuali conoscenze sul virus e sulla malattia suggeriscono che le varianti del virus stanno diventando sempre più lievi per i bambini e i giovani sani», lo dicono ai genitori. Mica fanno come in Italia. Senza dimenticare che in Svezia la vaccinazione contro il Covid-19 non è raccomandata per i bambini di età inferiore ai 12 anni. «Più piccolo è il bambino, minore è il rischio», dichiara il Fohm, che ha deciso di aspettare a inoculare le creature dai 5 agli 11 anni.
«L’incidenza della malattia è sempre stata bassa per i bambini sotto i 12 anni, fascia in cui non abbiamo mai vaccinato», ha precisato Andersson. Solo se soffrono di gravi patologie e sono considerati soggetti a rischio, viene offerto loro il vaccino. Interessante è anche vedere come la Svezia sta affrontando la questione dei giovani che, comunque, volessero ricevere il vaccino anti Covid. «È qualcosa su cui stiamo ragionando e che dovremo affrontare prima di novembre», afferma Sören Andersson. Come dire, se non è raccomandato, quando decade l’opportunità sotto il profilo sanitario forse non verrà nemmeno più inoculato.
Ha ben altro atteggiamento il nostro ministero, purtroppo ancora nelle mani di Roberto Speranza (speriamo per poco). Nella circolare del 7 settembre, aggiornata il 23, «si raccomanda prioritariamente l’utilizzo delle formulazioni di vaccini a m-Rna bivalenti» come prima dose di richiamo anche a partire dai 12 anni. Non solo gli adolescenti vengono tuttora invitati a porgere il braccio, sebbene le varianti non stiano dando preoccupazioni, ma dovrebbero pure farsi il booster.
Bastava che le indicazioni fossero rivolte agli over 60 con elevata fragilità, includendo anche i giovani con patologie, per i quali servirebbe un secondo richiamo. Ma consigliare doppio richiamo a tutti, anche se sani e forniti di robusti anticorpi contro il Covid, è privo di ogni fondamento scientifico. In Svezia, le autorità sanitarie raccomandano una dose aggiuntiva agli ultrasessantacinquenni e agli over 18 «che fanno parte di gruppi a rischio», non a tutta la popolazione indiscriminatamente.
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Albert Bourla diserterà l’incontro con la commissione d’inchiesta a Bruxelles: doveva riferire sui contratti segreti per i vaccini In ballo c’è pure il mistero dei suoi sms con Ursula von der Leyen, di cui non si trova più traccia. La società manderà un’altra dirigente.La Svezia ferma le iniezioni ai minori: «Bassissimo rischio di casi gravi». Fine della raccomandazione per la fascia 12-17 anni. Che Roberto Speranza insegue con l’ago.Lo speciale comprende due articoli.Puff: si è volatilizzato. Ha alzato i tacchi. Se l’è data a gambe. Albert Bourla, presidente e amministratore delegato di Pfizer, qualche giorno fa era risultato positivo al tampone per la seconda volta in un mese. Ma non è per questo - e men che meno perché non ha ancora ricevuto la punturina anti Omicron - che diserterà l’audizione presso la commissione speciale sul Covid-19 del Parlamento europeo. Lunedì 10 ottobre, il manager grecoamericano era atteso a Bruxelles dai 38 onorevoli che compongono il comitato, per rispondere ad alcune «domande toste» - così le ha definite Politico.eu - sulla questione dei contratti segreti per i vaccini, siglati con l’Ue. E invece, niente: gli eurodeputati parleranno con «altri Ceo», come recita il programma della giornata, ma non con quello del principale venditore di rimedi antivirus al Vecchio continente. Bourla non testimonierà. Pfizer, al posto suo, manderà Janine Small, presidente della sezione dedicata allo sviluppato dei mercati internazionali - e il nostro è piuttosto ghiotto, in effetti. Secondo la casa farmaceutica, costei sarebbe più indicata «a supportare la commissione nel raggiungimento dei suoi obiettivi». Ma che preziosa collaborazione… Difficile, invero, che al colosso dei medicinali sfugga un dettaglio: gli sms privati, da cui sarebbe passata almeno una parte del negoziato sulle forniture, Ursula von der Leyen se li era scambiati con Bourla.Riavvolgiamo il nastro. Nel 2021, il New York Times aveva rivelato che, tra febbraio e marzo di quell’anno, la presidente dell’esecutivo comunitario e il numero uno di Pfizer avevano intrattenuto una fitta corrispondenza via smartphone. Quelle conversazioni sarebbero state determinanti per trovare un accordo sulla consegna delle fiale di Comirnaty all’Ue, in una fase in cui si erano manifestati gravi problemi negli approvvigionamenti delle dosi. Giusto un anno fa, il mediatore europeo, Emily O’Reilly, aveva aperto un’inchiesta sull’accaduto. Anche perché, in seguito a una richiesta di accesso agli atti, la Commissione Ue aveva fatto spallucce, dichiarando di non aver mai archiviato gli sms dell’ex ministro della Difesa tedesco. Un modo di procedere anomalo: in teoria, Bruxelles aveva a disposizione una squadra di negoziatori, capitanata dall’italiana Sandra Gallina. E c’è l’aggravante del mistero che continua ad aleggiare sui contratti firmati con Big pharma. In questa storia, cosa bisognerebbe nascondere? Forse, il team incaricato di procurare i sieri salvifici stava facendo un buco nell’acqua ed è sceso in campo, in sua vece, il pezzo da novanta? È un’ipotesi. In effetti, sulla tecnologia dei vaccini a mRna, la von der Leyen doveva avere una qualche infarinatura. Suo marito, il nobile Heiko von der Leyen, giusto nel 2020 - tempismo perfetto - era andato a lavorare alla Orgenesis, una biotech statunitense che si occupa di terapie geniche. La società, pochi mesi dopo lo scoppio della pandemia, aveva provato a lanciare un suo vaccino a base cellulare. Del quale, a essere onesti, non s’è saputo più nulla. Poche settimane fa, al giallo della trattativa Pfizer-Ursula, si è aggiunto un altro capitolo. Si tratta del caustico report della Corte dei conti europea, che ha ribadito le accuse di scarsa trasparenza alla Commissione, la quale si sarebbe rifiutata di rivelare dettagli cruciali sul modo in cui sono state condotte le contrattazioni. In particolare, mancherebbero i rendiconti delle discussioni con Pfizer, siano essi verbali, nomi degli esperti consultati, o termini degli accordi. Inoltre, a parere della magistratura contabile, «i negoziatori dell’Ue hanno analizzato a fondo le difficoltà insite nella catena di produzione e di approvvigionamento dei vaccini», che si erano manifestate drammaticamente nella primavera del 2021, «soltanto dopo la stipula della maggior parte dei contratti». Una svista che ha facilitato l’affare per i produttori, mentre i compratori continuano a fare incetta di medicinali: le scorte continentali bastano praticamente per dieci iniezioni a testa e, a quelle attualmente disponibili, vanno aggiunti gli ordini di altri milioni e milioni di dosi dei vaccini aggiornati.La presidente della commissione speciale, l’onorevole socialista belga Kathleen Van Brempt, reduce dalla visita al quartier generale di Biontech, ha riferito che «si rammarica molto» per la decisione di Bourla. Davanti agli occhi dei deputati Ue, finora, erano passati diversi funzionari di altissimo rango di Astrazeneca e Sanofi. I veri king maker della risposta farmacologica alla pandemia, dal canto loro, ci tengono a mantenere un profilo basso: meglio che sul ring non salga il peso massimo. L’atto politico e industriale più importante degli ultimi decenni nell’Ue, quindi, rimane avvolto nella nebbia. Il vertice della compagnia che ha ideato il vaccino evita le situazioni che potrebbero metterlo in difficoltà, specie se su di lui sono puntati gli occhi di autorità preposte alla vigilanza. E la Commissione Ue, che sempre si balocca con roboanti proclami sulla trasparenza, mantiene la linea dell’opacità: contratti segreti, conversazioni occultate, messaggini spariti. Peccato: il vaccino contro l’ipocrisia non l’hanno ancora inventato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-capo-di-pfizer-fugge-dalleuroparlamento-2658370645.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-svezia-ferma-le-iniezioni-ai-minori-bassissimo-rischio-di-casi-gravi" data-post-id="2658370645" data-published-at="1664681050" data-use-pagination="False"> La Svezia ferma le iniezioni ai minori: «Bassissimo rischio di casi gravi» In Svezia, dal 31 ottobre, le vaccinazioni anti Covid non saranno più raccomandate in fascia 12-17 anni. Folkhälsomyndigheten (Fohm), l’agenzia per la salute pubblica, l’ha annunciato sul suo portale: «Il motivo è il bassissimo rischio di malattie gravi e di morte per Covid-19 nei bambini e nei giovani», spiegano gli esperti scandinavi. Dal primo novembre, l’inoculo verrà consigliato solo ai giovanissimi con particolari fragilità. C’è già un bel segnale positivo, dunque, dopo la svolta a destra della Svezia dello scorso 11 settembre. Ieri, Greta Thunberg ha manifestato a Stoccolma in sostegno ad «antifascismo, antirazzismo e giustizia climatica», senza spendere una parola in difesa della salute dei coetanei più giovani, ai quali per fortuna stanno pensando le massime autorità sanitarie svedesi. La puntura ai ragazzini sani non ha più senso. Per loro, il Covid «può essere considerato un comune virus respiratorio», hanno stabilito al Fohm, d’accordo con l’Associazione pediatrica svedese. Durante la pandemia, pochi bambini e giovani si sono ammalati gravemente di Covid-19 «e hanno avuto bisogno di cure», sostiene Sören Andersson, capo unità dell’Agenzia per la salute pubblica. Con la variante Omicron i sintomi sono sempre più lievi negli adolescenti sani, inoltre «l’immunità in questa fascia è molto alta». Quindi stop a ormai inutili raccomandazioni, che varranno unicamente per i soggetti ritenuti più sensibili alle infezioni respiratorie, in generale, o con un sistema immunitario significativamente ridotto. Non si pensi che la Svezia abbia smesso di monitorare la situazione sanitaria dovuta al Covid, tutt’altro, visto che nel Paese si sta registrando un aumento, anche se sostenuto, di nuovi contagi. Però gli esperti, quelli veri, aggiornano le raccomandazioni in base ai dati epidemiologici e se «le attuali conoscenze sul virus e sulla malattia suggeriscono che le varianti del virus stanno diventando sempre più lievi per i bambini e i giovani sani», lo dicono ai genitori. Mica fanno come in Italia. Senza dimenticare che in Svezia la vaccinazione contro il Covid-19 non è raccomandata per i bambini di età inferiore ai 12 anni. «Più piccolo è il bambino, minore è il rischio», dichiara il Fohm, che ha deciso di aspettare a inoculare le creature dai 5 agli 11 anni. «L’incidenza della malattia è sempre stata bassa per i bambini sotto i 12 anni, fascia in cui non abbiamo mai vaccinato», ha precisato Andersson. Solo se soffrono di gravi patologie e sono considerati soggetti a rischio, viene offerto loro il vaccino. Interessante è anche vedere come la Svezia sta affrontando la questione dei giovani che, comunque, volessero ricevere il vaccino anti Covid. «È qualcosa su cui stiamo ragionando e che dovremo affrontare prima di novembre», afferma Sören Andersson. Come dire, se non è raccomandato, quando decade l’opportunità sotto il profilo sanitario forse non verrà nemmeno più inoculato. Ha ben altro atteggiamento il nostro ministero, purtroppo ancora nelle mani di Roberto Speranza (speriamo per poco). Nella circolare del 7 settembre, aggiornata il 23, «si raccomanda prioritariamente l’utilizzo delle formulazioni di vaccini a m-Rna bivalenti» come prima dose di richiamo anche a partire dai 12 anni. Non solo gli adolescenti vengono tuttora invitati a porgere il braccio, sebbene le varianti non stiano dando preoccupazioni, ma dovrebbero pure farsi il booster. Bastava che le indicazioni fossero rivolte agli over 60 con elevata fragilità, includendo anche i giovani con patologie, per i quali servirebbe un secondo richiamo. Ma consigliare doppio richiamo a tutti, anche se sani e forniti di robusti anticorpi contro il Covid, è privo di ogni fondamento scientifico. In Svezia, le autorità sanitarie raccomandano una dose aggiuntiva agli ultrasessantacinquenni e agli over 18 «che fanno parte di gruppi a rischio», non a tutta la popolazione indiscriminatamente.
I funerali di Youssef Abanoub, il ragazzo ucciso a La Spezia da un coetaneo di origine marocchina. Nel riquadro, Kiro Attia Ayman, il cugino della vittima (Ansa)
Anche Kiro ha origini straniere. Sul suo profilo Facebook compare una bandiera egiziana al fianco di quella italiana. Dunque conosce bene i dilemmi identitari e i problemi delle cosiddette seconde e terze generazioni. Giovedì, parlando a Ore 14 Sera di Milo Infante, su Raidue, è stato chiarissimo a riguardo. Già il suo esordio è stato sorprendente. La telecamera lo inquadrava e dietro di lui si vedevano una croce e un’immagine della Madonna, segno evidente della religione cristiana copta, che a quanto pare ha avuto un ruolo rilevante nella formazione del ragazzo. «Nonostante questo momento difficile per noi e per tutti quanti», ha iniziato Kiro, «mi sono sentito in dovere di ringraziare tutte le forze dell’ordine, tutti gli uomini e le donne che indossano una divisa, che in questa settimana sono stati di un grandissimo supporto. I loro occhi parlavano chiaro, dicevano “Kiro ce la fai, vai avanti, siamo tutti con te”». Caspita: un giovane che ringrazia le forze dell’ordine per il loro lavoro, gesto decisamente inedito da cui pure qualche politico dovrebbe prendere esempio. Ma attenti che il meglio deve ancora venire. Milo Infante ha posto a Kiro una domanda diretta e cristallina: «Chi oggi porta un coltello in tasca, chi è un pericolo per la sicurezza?». Kiro ha risposto con saggezza: «In base alla mia esperienza purtroppo», ha detto, «ci sono tantissimi giovani che girano sempre con dei coltelli in tasca con la scusa di doversi difendere. Ma se si mettessero tutti d’accordo e dicessero “il coltello non ce lo portiamo così non ci dobbiamo difendere da nessuno”, probabilmente questo fenomeno diminuirebbe». Subito dopo, Kiro ha fatto affermazioni spiazzanti, almeno per l’intellettuale italico medio.
«Il problema», ha spiegato, «non è solo quello del coltello, ci sono altri problemi. I problemi possono riguardare la cultura dei ragazzi e soprattutto il modo in cui sono stati educati in casa. Purtroppo c’è questa cultura del coltello che in alcuni Paesi è normale. Per loro è normale utilizzarli, un po’ come per noi magari è normale uscire con il telefono. Per loro uscire con un coltello o qualsiasi arma che possa offendere qualsiasi altra persona è un gesto di normalità». A quel punto, Infante lo ha incalzato: «Ma quando dici “loro” a chi ti riferisci, ai cosiddetti maranza?». Risposta di Kiro: «Hai detto benissimo Milo, proprio i maranza, le baby gang, proprio loro, che da quando sono aumentati è aumentato anche questo fenomeno qui dei coltelli».
Ma pensa, il giovane di origini egiziane spiega che ci sono altri ragazzi stranieri che hanno una cultura del coltello. Stranieri di precisa provenienza, e con abitudini note. «Sicuramente ci sono tantissimi fattori che hanno influenzato questo tipo di violenza, dalla morte di mio cugino oppure a tanti altri episodi che sentiamo ogni giorno», ha proseguito Kiro. «Se io non filtro l’immigrazione e mi porto persone che sono criminali già nel loro Paese di origine, diventano criminali anche qui. Le leggi che ci sono andavano bene fino a qualche anno fa, perché fino a qualche anno fa in una rissa si finiva con due pugni, tre punti in testa e finiva lì. Nel 2026 si portano i coltelli ed è un problema. Nel 2030 probabilmente la gente andrà in giro con le armi, se già non lo fanno». Davvero incredibile. Kiro non parla di disagio, non ripete frasi strappacuore su integrazione e ascolto. Lui l’integrazione la vive, e non gli piacciono né l’immigrazione di massa né i maranza che girano armati. E più parla, più chiede rigore e sicurezza. «Se io esco con un grammo di droga e la polizia mi ferma, mi fa un foglio di possesso e finita lì la storia», insiste Kiro. «Ma penso che servano misure molto restrittive: mi fermano con un grammo di droga? Allora mi sospendono la patente, mi ritirano il passaporto, devono limitare la mia libertà». Sono parole di un «nuovo italiano» che non invita alla guerra ma al disarmo, epperò chiede rigore e rispetto delle regole. Non piange sull’integrazione mancata, è integrato con serietà e garbo. Volete più ascolto? Cominciate ascoltando lui.
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A dicembre scorso nei penitenziari della penisola erano trattenute 63.198 persone, ovvero all’incirca un millesimo del totale dei residenti. Ma dalla cifra complessiva fornita dal ministero della Giustizia è necessario scorporare 20.076 carcerati stranieri. In pratica, se dovessimo guardare ai soli detenuti italiani, non soltanto saremmo in linea con la situazione di 30 anni fa, ma avremmo quasi risolto il problema del sovraffollamento.
Che un terzo dei carcerati (con condanna definitiva o in attesa di giudizio) sia straniero è ormai un dato costante nel tempo che si ripete almeno dai primi anni Duemila. Infatti, se all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso la cifra si era assestata intorno al 15 per cento, poi, in seguito all’aumento dei flussi migratori, è raddoppiata superando il 30 e da allora oscilla sopra quella soglia di qualche punto percentuale. Fin qui nulla di nuovo e neppure di sorprendente. Però è necessario scandagliare il totale dei detenuti stranieri, perché se lo si fa si scoprono cose interessanti. Infatti, di quei 20.000 carcerati quasi 14.000 sono musulmani. Sì, avete letto bene. Nonostante la popolazione di religione islamica in Italia sia una minoranza rispetto al resto degli immigrati (si parla di poco più di un milione e mezzo rispetto a un totale di circa 5,4 milioni di stranieri), oltre i due terzi dei detenuti sono seguaci di Allah. Non solo: di quei 14.000, all’incirca la metà sono praticanti, nel senso che seguono alla lettera i dettami dell’islam. Del resto, dietro le sbarre ci sono ben 36 imam, che regolarmente intonano la preghiera all’interno dei penitenziari. In altre parole, nelle nostre carceri presto potremmo veder nascere delle piccole moschee e non escludo che sorga perfino un qualche minareto per invitare i fedeli - detenuti - a rivolgersi alla Mecca. La mia vi sembra una battuta? No, non sto scherzando, la prospettiva è tutt’altro che da scartare. Anche perché, nella relazione presentata dal ministro Carlo Nordio in Parlamento, oltre ai dati di cui sopra, emerge che nei primi nove mesi del 2025 i detenuti a rischio di radicalizzazione violenta dietro le sbarre erano complessivamente 194, dei quali 65 classificati come pericolosi per terrorismo e per atti di proselitismo, 61 per la vicinanza a movimenti fondamentalisti e altri 68 con un livello di insidiosità più basso. A ciò si aggiunge che, da gennaio a settembre, 37 persone si sono convertite all’islam in cella.
Andando al sodo, da tutto ciò si deduce che abbiamo un problema grande come una casa. Infatti, dietro alle sbarre non soltanto c’è una popolazione che è pari a circa un centesimo dei musulmani in Italia, ma nelle carceri sparse lungo la penisola si fa proselitismo per l’islam. A segnalarlo, oltre alla questione che in prigione ci sono 36 imam c’è anche il fatto che aumentano i detenuti che si convertono ad Allah. Insomma, è facile capire che, se si somma il problema del sovraffollamento con la forte presenza di musulmani, la metà dei quali praticanti e decine radicalizzati, i penitenziari italiani potrebbero trasformarsi in vere e proprie polveriere a rischio esplosione.
In Paesi che hanno avuto un’immigrazione più forte della nostra il pericolo è noto, ma da noi nessuno sembra aver intenzione di imparare la lezione dagli errori degli altri. Anzi, noi gli imam radicalizzati, invece di metterli in cella, li lasciamo liberi di predicare. Come è successo a Torino.
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Anna Rossomando, vicepresidente Pd del Senato, e Francesco Boccia (Ansa)
«Senza la parola “consenso” non voteremo mai quella legge», chiude la porta Anna Rossomando, vicepresidente piddina del Senato. «Il patto è da considerarsi infranto, così si torna al Medioevo», tuona Francesco Boccia, supportato da fluviali ma poco navigabili commenti di Repubblica e Stampa. La canea a orologeria che arriva da sinistra è sconfortante ma non sorprendente. In fondo è il precipitato ideologico di un sistema malato, improntato da chi gestisce il Nazareno alla contrapposizione permanente, costellata di trappole e distinguo lessicali per far scattare nuovi incendi. Che noia.
Il testo passato al vaglio di Montecitorio mostrava due punti deboli, entrambi contenuti nella frase «consenso libero attuale e continuato» che la commissione Giustizia del Senato ha evidenziato: la vaghezza del termine «continuato» che presupporrebbe la certificazione della volontarietà di un’effusione, prima, durante e dopo. Praticamente un Green pass dell’amore vidimato in continuazione. E l’inversione dell’onere della prova, che il Codice da sempre attribuisce all’accusa e che, in questo caso, avrebbe portato la legge sul terreno minato dell’incostituzionalità. Per questo era necessario un correttivo che non sposta di un millimetro l’impianto, lo spirito, lo scopo del provvedimento. Ma che è un appiglio meravigliosamente strumentale per chi vuole avvelenare il clima, rendere irrespirabile l’aria anche su un tema così eticamente alto come la violenza sulle donne. A riportare l’Italia al Medioevo (già di per sé un’idiozia da buvette) sarebbe Giulia Bongiorno, che da anni difende donne violentate, nel 2019 fu artefice della legge Codice rosso per la prevenzione del femminicidio e ha rimesso mano al testo con il semplice scopo di renderlo inattaccabile. In un’intervista al Corriere della Sera, la senatrice della Lega spiega che «il consenso libero e attuale non andava bene perché invertiva l’onere della prova, imponendo all’imputato una serie di prove a volte impossibili da fornire. Qui si valorizza la volontà della donna senza alterare le dinamiche processuali»
Il nuovo testo non lascia alcun dubbio, a meno che non si sia in malafede. Punto 1: «Il reato di violenza si realizza quando l’atto sessuale si compie contro la volontà di una persona». Punto 2: «L’atto è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa, ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Tutto è migliorabile, ma non dovrebbero esserci dubbi sul perimetro giuridico a difesa delle donne, senza scadere in pulsioni boldriniane da proto femminismo. Quanto alle pene, per la violenza sessuale senza altre specificazioni c’è la reclusione da 4 a 10 anni. Per lo stupro commesso «mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica», c’è la reclusione dai 6 ai 12 anni.
Anche qui l’opposizione ha trovato il modo di salire sui banchi contestando la diminuzione delle pene rispetto all’accordo della Camera che prevedeva per tutto un range da 6 a 12 anni. Bongiorno ha dovuto spiegare: «È stata accolta una richiesta di differenziazione fra la pena senza consenso e quella con minaccia e costrizione». Sapete chi aveva chiesto la differenziazione? Il Pd. Lo stesso partito che oggi grida allo scandalo e parla di patti stracciati.
Bongiorno difende l’architettura giuridica ed è costretta a sottolineare «for dummies» che dissenso significa qualcosa di contrario alla volontà. «Si tratta di un deciso ampliamento della tutela per le vittime di violenza, come quelle con minaccia o costrizione. Con il nuovo testo si garantisce una protezione delle vittime a 360 gradi. È reato ogni atto contro la loro volontà. In più viene introdotto il reato di freezing». È il superamento di un equivoco: l’assoluzione dell’imputato perché non aveva capito quale fosse la volontà della vittima, paralizzata dalla paura. Ora anche questa curva è raddrizzata: quando la donna non manifesta la volontà perché congelata (da qui freezing) dal terrore c’è dissenso. Quindi c’è reato e c’è condanna.
Sull’uso da luna park dei termini da parte dell’opposizione, Bongiorno è chiara: «Esistono le chiacchiere ed esistono i dati oggettivi. L’accordo con Schlein riguardava la sostanza, non gli aggettivi da usare». La legge sarà votata la prossima settimana. E se la sinistra le volterà le spalle, significa che ha più a cuore la bagarre permanente che il destino delle donne violentate.
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Danila Solinas, uno dei due legali della famiglia nel bosco (Getty Images)
Danila Solinas è uno dei due legali della famiglia del bosco. Da poco si è saputo che la data della perizia è stata spostata. Non le pare un’ulteriore e ingiusta perdita di tempo avvocato?
«Il problema che si era posto inizialmente è che, su nostra specifica richiesta, era stato nominato un altro interprete. Perché è evidente che un tema così personale, così impattante in un momento di indiscutibile drammaticità doveva essere fatto rigorosamente in lingua inglese. Una questione che abbiamo sollevato sin dall’inizio dell’assunzione del mandato, visto che la madre ha delle conoscenze linguistiche assolutamente limitate, e per noi assolutamente imprescindibile. Allora era stato nominato un ulteriore interprete in aggiunta a quello nominato da noi, come consulente tecnico di parte. Ma l’interprete scelto dal tribunale aveva poi rinunciato al mandato e, dunque, ne è stato nominato un altro, che tuttavia si è detto disponibile non prima del 25 di gennaio. Anche se avevamo fatto esplicita richiesta di mantenere l’incontro iniziale calendarizzato per il 23 e di portare quindi il nostro interprete, il consulente ha ritenuto che si dovesse aspettare la disponibilità fornita dal nuovo interprete e quindi slittare al 30 l’inizio delle operazioni peritali».
Però in questo modo si perde un’altra settimana, poi ci sono 120 giorni per svolgere la perizia. Insomma, questa famiglia è separata dal 20 di novembre e comincia a diventare un bel po’ di tempo.
«Guardi, io ho avuto modo di sottolinearlo e continuo a farlo oggi con ancora più forza e convinzione: non è tanto il tempo della perizia, ma come ci si arriva. È innegabile che questi due genitori si trovino in una situazione di enorme stress, che non potrà non influire poi sull’esito della consulenza psicologica e che diventa preoccupante da questo punto di vista. C’è una madre che da più di 60 giorni si trova a vivere in una struttura protetta, che sta attraversando uno stravolgimento delle sue abitudini di vita, uno stravolgimento dei suoi affetti, che vede i figli in un tempo assolutamente limitato e che rivive, ogni giorno e a più riprese, il dramma dell’abbandono dei figli. Perché a questi figli qualcuno dovrà spiegare come mai la madre non può accedere tutte le volte che loro vogliono, qualcuno avrà l’onere di spiegare le ragioni di questo distacco».
Cosa fanno i bambini durante la giornata?
«Hanno il tempo scandito dalle regole e dal programma della struttura. Incontrano la madre in tre diversi momenti della giornata per un periodo di tempo che è assolutamente limitato. Il papà li incontra tre volte a settimana per un periodo, torno a dire, estremamente limitato. Quindi i genitori vivono una situazione che potrei definire assolutamente drammatica, e non voglio usare un altro termine perché questo corrisponde meglio degli altri alla situazione attuale».
I bambini sono stati vaccinati. Comincio a pensare che l’idea delle istituzioni sia quella di tenere i bambini nella struttura il più possibile, forse per farli abituare a un nuovo modo di vita, e poi alla fine mandarli alla scuola pubblica e normalizzarli. Sbaglio?
«Io spero che lei sbagli, credo che non sia questa la strategia. Penso ci siano stati una serie di errori macroscopici, e mi riferisco evidentemente alla cosiddetta preparazione del carteggio processuale. Detto in altri termini, di ciò che è finito sulla scrivania del Collegio giudicante. Ci aspettavamo sin dall’inizio un atteggiamento che prendesse atto delle tantissime modifiche comportamentali, o comunque di approccio, di questa famiglia che comunque resta convinta della giustezza del proprio modo di vivere e di un approccio educativo diverso. Ci si è posti con una rigidità eccessiva, in un confronto che non è mai stato dialogante. E io credo che il problema di base che poi ha determinato questa situazione sia proprio la totale mancanza di un’apertura verso la cosiddetta, mi consenta il termine, alterità culturale. Se qualcosa che viene percepito come diverso dagli stereotipi a cui siamo costantemente abituati viene letto con lo stigma della diversità, inevitabilmente l’approdo può essere soltanto uno. E allora io mi chiedo, e lo faccio senza timore, quanto il ruolo dei servizi sociali in tutta questa vicenda abbia inciso. Avrebbero forse dovuto fare un passo indietro?».
Si è detto che i genitori erano conflittuali nei riguardi delle istituzioni.
«Non ci dimentichiamo che la madre ha fatto un esposto a marzo. Si è parlato a più riprese di un rapporto conflittuale dell’assistente sociale con i genitori che è durato più di 15 mesi. Ma in realtà, ed è importante sottolinearlo affinché ci sia una comprensione del percorso che ci ha portato qui, noi parliamo di un totale di cinque incontri, di cui due alla presenza delle forze dell’ordine».
Cinque incontri in tutto non è un gran dialogo.
«Ma lo Stato non è forse in dovere di dialogare con i cittadini che dovrebbe supportare anche e soprattutto laddove ravvisi delle criticità? A me pare che alzare un muro abbia determinato poi lo sradicamento, lo stravolgimento delle abitudini e della capacità di autodeterminazione di questi soggetti che poi si sono evidentemente irrigiditi di fronte all’irrigidimento dello Stato».
Quanto durerà ora l’iter della perizia?
«La Ctu ha giurato il 31 dicembre, quindi i 120 giorni sono a partire da quella data. Noi non vogliamo in alcun modo conculcare o mettere pressione sulla Ctu, ma siamo anche convinti che i tempi possano essere assolutamente abbreviati, devono essere abbreviati in ragione del vissuto di questa famiglia. Perché la Ctu potrebbe tranquillamente essere espletata anche in un diverso contesto, anzi a nostro modo di vedere il contesto più giusto è quello in cui le parti sono libere di esprimersi al netto di situazioni stressanti come quelle che continuano a vivere. Come le ho detto inizialmente, per noi non è tanto il tempo della Ctu, ma come ci si arriva a questa Ctu, qual è il tempo che passano questi due genitori lontani, qual è lo stress che vivono in questo momento e lo stress che soprattutto si riverbera inesorabilmente su tutto il nucleo familiare».
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