2021-11-03
«Il calcio sta diventando uno strumento di geopolitica»
«Nei paesi del Golfo c'è una grande passione per il calcio. Vanno pazzi per quello europeo. Molti bar e ristoranti trasmettono le partite. Non hanno gli spazi né le temperature elevate permettono di avere campionati competitivi, quindi investono all'estero, in Europa, anche per un discorso di tipo geopolitico. Il calcio sta diventando uno strumento di geopolitica». Daniele Ruvinetti, analista geopolitico e Senior Advisor della Fondazione Med Or, spiega alla Verità l'attivismo degli ultimi 10 anni di paesi come Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Barhein nel mondo del pallone. Abu Dhabi è stata tra i primi a investire nel Manchester City. Poi si è subito accodata Doha, con gli investimenti milionari nel Paris Saint-Germain. Da poco è entrata in scena Ryad, che con Moḥammad bin Salman ha deciso di rilevare la squadra inglese del Newcastle. Infine, anche il piccolo emirato del Barhein ha rilevato il 20% della seconda squadra parigina, il Paris Fc che milita in Ligue 2, la serie B francese.
«Gli investimenti a cui abbiamo assistito negli ultimi anni» spiega Ruvinetti «non riguardano solo la passione per il calcio. Sono segnali di apertura al mondo occidentale. È sempre la strategia di fare geopolitica con il denaro. In questo modo possono entrare in paesi con cui non hanno grande confidenza, ma il grande consenso intorno al mondo sportivo permette loro di ottenere visibilità e consenso». Tra le monarchie del golfo, come noto, non esiste ormai solo una competizione calcistica. Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, stanno gareggiando da tempo al rinnovo delle loro rispettive economie, incentrate in particolare sul petrolio. Hanno sviluppato progetti di diversificazione economica, incentrati sulla tecnologia del futuro, prevedendo per il 2030 persino nuove città dove tutto sarà automatizzato, in modo da diventare nuovi hub di attrazione economica per l'occidente. «Le monarchie lavorano sul piano internazionale in modo differente. Basta seguire cosa accaduto in Libia, dove Qatar e Emirati Arabi sono su fronti opposti. Se i primi supportano i Fratelli Musulmani, i secondi invece sono contro, come anche l'Arabia Saudita». Allo stesso tempo le monarchie cercano amici in Europa. Hanno bisogno di instaurare un dialogo costruttivo. «Sono paesi piccoli, non hanno grandi eserciti, quindi la geopolitica si fa con il denaro». Il calcio è uno dei mercati più interessanti, ma anche non particolarmente redditizi. «In Libia il Qatar ha avuto sempre posizioni distanti dalla Francia. Eppure investendo nel Paris St Germain ha la possibilità di aprire un canale di comunicazione. Lo stesso si può vedere con gli Emirati o con l'Arabia Saudita, impegnati in Inghilterra, nazione da tempo vicina proprio ai Fratelli Musulmani». Le relazioni commerciali tra Francia e Qatar non sono mai andate così bene. The Peninsula, quotidiano in lingua inglese dell'emirato, ha spiegato nel dettaglio gli ultimi investimenti del Paese del Golfo in quello europeo. Si parla di oltre 20 miliardi di dollari (circa 17,21 miliardi di euro) investiti negli ultimi anni sul territorio francese. Inoltre, sono 120 le aziende transalpine che hanno cominciato a operare sul territorio qatariota. Le relazioni bilaterali, sottolinea il quotidiano, coprono una vasta gamma di settori, dalla sicurezza allo sport, il cui esempio principale è rappresentato dal Paris Saint-Germain. Tali investimenti, inoltre, sono realizzati sia a livello pubblico che privato, attraverso le entità affiliate alla Qatar Investment Authority, tra cui la Qatar Sports Investment proprietaria del Psg, e attraverso investimenti privati. Non è un caso che proprio ieri, Doha abbia preso parte alla riunione preparatoria per discutere la bozza di dichiarazione finale della Conferenza di Parigi sulla Libia, prevista per il 12 novembre.
Il Direttore del dipartimento degli Affari Arabi presso il Ministero degli Affari Esteri, l'Ambasciatore HE Nayef bin Abdullah Al Emadi ha rappresentato lo Stato del Qatar all'incontro che si è tenuto ieri durante una conferenza stampa. A fine ottobre lo sceicco Hamad bin Khalifa bin Ahmed Al Thani, presidente della Qatar Football Association (QFA), ha ricevuto nel suo ufficio lo sceicco Ahmed Al Eissi, presidente della Yemen Football Association (YFA). Lo Yemen fa parte del Gruppo A di qualificazioni alla coppa del mondo con Qatar, Siria e Sri Lanka. Le qualificazioni si svolgeranno a Doha dal 25 al 31 ottobre. I due hanno parlato dei modi per rafforzare la cooperazione congiunta per rafforzare i legami tra le due federazioni e contribuire al loro sviluppo. E intanto in queste settimane i tifosi del Newcastle, festeggiano l'arrivo del Fondo per gli investimenti pubblici (PIF) di Riyad che ha acquisito una quota di controllo dell'80% della squadra in un'operazione dal valore di 300 milioni di sterline (circa 353 milioni di euro). I sauditi, come noto, sono invece rivali del Qatar nello Yemen. Dallo sport alla guerra, insomma, il passo è breve.
La mappa geopolitica dei club europei con proprietà arabe
Negli ultimi 10 anni il trend di club europei che vengono acquistati da fondi o proprietà provenienti dai paesi del Golfo è in netto aumento. Basti pensare che sulla mappa attuale del calcio europeo si contano ben 11 squadre che hanno come soci di maggioranza investitori arabi.
Su questa mappa, oltre ai più conosciuti Paris Saint-Germain e Manchester City, in mano rispettivamente all'emiro del Qatar Tamim bin Ḥamad Al Thani e allo sceicco degli Emirati Arabi Uniti Mansour bin Zayd Al Nahyan, troviamo anche l'Arabia Saudita con il principe ereditario Moḥammad bin Salman che ha appena rilevato le quote del Newcastle per non rimanere indietro rispetto ai vicini di casa. Per Paesi dove l'economia è principalmente incentrata sull'esportazione di petrolio, la parola d'ordine è diversificare il più possibile le fonti di guadagno con investimenti di questo tipo in vista di un futuro, non si sa ancora quanto lontano, in cui il mondo occidentale sta cercando soluzioni di energia alternative. Ed è così che anche il piccolo Bahrein prova a dire la sua. Manama, oltre a possedere già le quote del Wigan, club inglese che milita in Football League One, la terza divisione del campionato d'Oltremanica, ha anche recentemente rilevato il 20% della seconda squadra parigina, il Paris Fc, che gioca in Ligue 2, la serie B francese.
Il Qatar, oltre al colosso del Psg, gestisce altre due squadre, una in Belgio e una in Spagna. Si tratta dell'Eupen, club della Pro League, la massima divisione del campionato belga di calcio, la cui proprietà è stata rilevata nel 2012 dall'Aspire Zone Foundation, una fondazione controllata direttamente dal governo del Qatar, e il Cultural y Deportiva Leonesa, squadra della città di Leon con a capo Tariq A. Al Naama, che gioca oggi in Primera División RFEF, la terza serie del calcio spagnolo.
Gli Emirati Arabi Uniti, invece, hanno investito in Inghilterra, Spagna, Belgio e Francia. Qui il grosso investimento riguarda appunto il Manchester City, passato nel settembre del 2008 allo sceicco Mansour bin Zayd Al Nahyan, proprietario dell'Abu Dhabi United Group, con l'obiettivo di promuovere la compagnia aerea Etihad Airways. Ma non solo. Nell'agosto del 2017, la holding messa su dallo stesso Mansur, la City Football Group, nel frattempo proprietaria anche del New York City Fc nella Mls americana, del Melbourne City Fc in Australia, del Montevideo City in Uruguay e dei Yokohama Marinos in Giappone, ha messo le mani sul Girona, società catalana che milita nella Segunda División del campionato spagnolo. Stesso discorso riguarda il Troyes, club francese da questa stagione in Ligue 1, e il Lommel, squadra della seconda serie del campionato belga, passati nel corso del 2020 al City Football Group.
A comandare questa mappa europea, però, è proprio l'Arabia Saudita, con il fondo Pif che oltre ad aver acquisito il Newcastle in Premier League, può contare sullo Sheffield United in Championship, la seconda divisione inglese, sull'Almeria in Spagna, lo Chateauroux in Francia e il Beerschot in Belgio. Il fondo Pif, però, pare non abbia intenzione di fermarsi al calcio. Il fondo di bin Salman è pronto infatti a fare il suo ingresso anche nel golf, visto che Greg Norman, membro della World Folf Hall of Fame, è stato appena nominato amministratore delegato della Liv Golf Investments, società supportata appunto dal Public fund investmet.
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Daniele Ruvinetti, analista geopolitico e Senior Advisor della Fondazione Med Or, spiega: «Gli investimenti a cui abbiamo assistito negli ultimi anni sono segnali di apertura al mondo occidentale. Il grande consenso intorno al mondo sportivo permette loro di ottenere visibilità e consenso».Non solo Manchester City, Paris Saint-Germain e Newcastle: in Europa 11 club sono di proprietà dei paesi del Golfo. A comandare la mappa è proprio l'Arabia Saudita con cinque squadre. E il fondo Pif è pronto a sbarcare anche nel golf.Lo speciale contiene due articoli.«Nei paesi del Golfo c'è una grande passione per il calcio. Vanno pazzi per quello europeo. Molti bar e ristoranti trasmettono le partite. Non hanno gli spazi né le temperature elevate permettono di avere campionati competitivi, quindi investono all'estero, in Europa, anche per un discorso di tipo geopolitico. Il calcio sta diventando uno strumento di geopolitica». Daniele Ruvinetti, analista geopolitico e Senior Advisor della Fondazione Med Or, spiega alla Verità l'attivismo degli ultimi 10 anni di paesi come Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Barhein nel mondo del pallone. Abu Dhabi è stata tra i primi a investire nel Manchester City. Poi si è subito accodata Doha, con gli investimenti milionari nel Paris Saint-Germain. Da poco è entrata in scena Ryad, che con Moḥammad bin Salman ha deciso di rilevare la squadra inglese del Newcastle. Infine, anche il piccolo emirato del Barhein ha rilevato il 20% della seconda squadra parigina, il Paris Fc che milita in Ligue 2, la serie B francese.«Gli investimenti a cui abbiamo assistito negli ultimi anni» spiega Ruvinetti «non riguardano solo la passione per il calcio. Sono segnali di apertura al mondo occidentale. È sempre la strategia di fare geopolitica con il denaro. In questo modo possono entrare in paesi con cui non hanno grande confidenza, ma il grande consenso intorno al mondo sportivo permette loro di ottenere visibilità e consenso». Tra le monarchie del golfo, come noto, non esiste ormai solo una competizione calcistica. Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, stanno gareggiando da tempo al rinnovo delle loro rispettive economie, incentrate in particolare sul petrolio. Hanno sviluppato progetti di diversificazione economica, incentrati sulla tecnologia del futuro, prevedendo per il 2030 persino nuove città dove tutto sarà automatizzato, in modo da diventare nuovi hub di attrazione economica per l'occidente. «Le monarchie lavorano sul piano internazionale in modo differente. Basta seguire cosa accaduto in Libia, dove Qatar e Emirati Arabi sono su fronti opposti. Se i primi supportano i Fratelli Musulmani, i secondi invece sono contro, come anche l'Arabia Saudita». Allo stesso tempo le monarchie cercano amici in Europa. Hanno bisogno di instaurare un dialogo costruttivo. «Sono paesi piccoli, non hanno grandi eserciti, quindi la geopolitica si fa con il denaro». Il calcio è uno dei mercati più interessanti, ma anche non particolarmente redditizi. «In Libia il Qatar ha avuto sempre posizioni distanti dalla Francia. Eppure investendo nel Paris St Germain ha la possibilità di aprire un canale di comunicazione. Lo stesso si può vedere con gli Emirati o con l'Arabia Saudita, impegnati in Inghilterra, nazione da tempo vicina proprio ai Fratelli Musulmani». Le relazioni commerciali tra Francia e Qatar non sono mai andate così bene. The Peninsula, quotidiano in lingua inglese dell'emirato, ha spiegato nel dettaglio gli ultimi investimenti del Paese del Golfo in quello europeo. Si parla di oltre 20 miliardi di dollari (circa 17,21 miliardi di euro) investiti negli ultimi anni sul territorio francese. Inoltre, sono 120 le aziende transalpine che hanno cominciato a operare sul territorio qatariota. Le relazioni bilaterali, sottolinea il quotidiano, coprono una vasta gamma di settori, dalla sicurezza allo sport, il cui esempio principale è rappresentato dal Paris Saint-Germain. Tali investimenti, inoltre, sono realizzati sia a livello pubblico che privato, attraverso le entità affiliate alla Qatar Investment Authority, tra cui la Qatar Sports Investment proprietaria del Psg, e attraverso investimenti privati. Non è un caso che proprio ieri, Doha abbia preso parte alla riunione preparatoria per discutere la bozza di dichiarazione finale della Conferenza di Parigi sulla Libia, prevista per il 12 novembre.Il Direttore del dipartimento degli Affari Arabi presso il Ministero degli Affari Esteri, l'Ambasciatore HE Nayef bin Abdullah Al Emadi ha rappresentato lo Stato del Qatar all'incontro che si è tenuto ieri durante una conferenza stampa. A fine ottobre lo sceicco Hamad bin Khalifa bin Ahmed Al Thani, presidente della Qatar Football Association (QFA), ha ricevuto nel suo ufficio lo sceicco Ahmed Al Eissi, presidente della Yemen Football Association (YFA). Lo Yemen fa parte del Gruppo A di qualificazioni alla coppa del mondo con Qatar, Siria e Sri Lanka. Le qualificazioni si svolgeranno a Doha dal 25 al 31 ottobre. I due hanno parlato dei modi per rafforzare la cooperazione congiunta per rafforzare i legami tra le due federazioni e contribuire al loro sviluppo. E intanto in queste settimane i tifosi del Newcastle, festeggiano l'arrivo del Fondo per gli investimenti pubblici (PIF) di Riyad che ha acquisito una quota di controllo dell'80% della squadra in un'operazione dal valore di 300 milioni di sterline (circa 353 milioni di euro). I sauditi, come noto, sono invece rivali del Qatar nello Yemen. Dallo sport alla guerra, insomma, il passo è breve. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-calcio-sta-diventando-uno-strumento-di-geopolitica-2655485458.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mappa-geopolitica-dei-club-europei-con-proprieta-arabe" data-post-id="2655485458" data-published-at="1635959707" data-use-pagination="False"> La mappa geopolitica dei club europei con proprietà arabe Negli ultimi 10 anni il trend di club europei che vengono acquistati da fondi o proprietà provenienti dai paesi del Golfo è in netto aumento. Basti pensare che sulla mappa attuale del calcio europeo si contano ben 11 squadre che hanno come soci di maggioranza investitori arabi.Su questa mappa, oltre ai più conosciuti Paris Saint-Germain e Manchester City, in mano rispettivamente all'emiro del Qatar Tamim bin Ḥamad Al Thani e allo sceicco degli Emirati Arabi Uniti Mansour bin Zayd Al Nahyan, troviamo anche l'Arabia Saudita con il principe ereditario Moḥammad bin Salman che ha appena rilevato le quote del Newcastle per non rimanere indietro rispetto ai vicini di casa. Per Paesi dove l'economia è principalmente incentrata sull'esportazione di petrolio, la parola d'ordine è diversificare il più possibile le fonti di guadagno con investimenti di questo tipo in vista di un futuro, non si sa ancora quanto lontano, in cui il mondo occidentale sta cercando soluzioni di energia alternative. Ed è così che anche il piccolo Bahrein prova a dire la sua. Manama, oltre a possedere già le quote del Wigan, club inglese che milita in Football League One, la terza divisione del campionato d'Oltremanica, ha anche recentemente rilevato il 20% della seconda squadra parigina, il Paris Fc, che gioca in Ligue 2, la serie B francese.Il Qatar, oltre al colosso del Psg, gestisce altre due squadre, una in Belgio e una in Spagna. Si tratta dell'Eupen, club della Pro League, la massima divisione del campionato belga di calcio, la cui proprietà è stata rilevata nel 2012 dall'Aspire Zone Foundation, una fondazione controllata direttamente dal governo del Qatar, e il Cultural y Deportiva Leonesa, squadra della città di Leon con a capo Tariq A. Al Naama, che gioca oggi in Primera División RFEF, la terza serie del calcio spagnolo.Gli Emirati Arabi Uniti, invece, hanno investito in Inghilterra, Spagna, Belgio e Francia. Qui il grosso investimento riguarda appunto il Manchester City, passato nel settembre del 2008 allo sceicco Mansour bin Zayd Al Nahyan, proprietario dell'Abu Dhabi United Group, con l'obiettivo di promuovere la compagnia aerea Etihad Airways. Ma non solo. Nell'agosto del 2017, la holding messa su dallo stesso Mansur, la City Football Group, nel frattempo proprietaria anche del New York City Fc nella Mls americana, del Melbourne City Fc in Australia, del Montevideo City in Uruguay e dei Yokohama Marinos in Giappone, ha messo le mani sul Girona, società catalana che milita nella Segunda División del campionato spagnolo. Stesso discorso riguarda il Troyes, club francese da questa stagione in Ligue 1, e il Lommel, squadra della seconda serie del campionato belga, passati nel corso del 2020 al City Football Group.A comandare questa mappa europea, però, è proprio l'Arabia Saudita, con il fondo Pif che oltre ad aver acquisito il Newcastle in Premier League, può contare sullo Sheffield United in Championship, la seconda divisione inglese, sull'Almeria in Spagna, lo Chateauroux in Francia e il Beerschot in Belgio. Il fondo Pif, però, pare non abbia intenzione di fermarsi al calcio. Il fondo di bin Salman è pronto infatti a fare il suo ingresso anche nel golf, visto che Greg Norman, membro della World Folf Hall of Fame, è stato appena nominato amministratore delegato della Liv Golf Investments, società supportata appunto dal Public fund investmet.
Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il ministro Giancarlo Giorgetti sa bene che forzare la situazione con uno strappo, rischia di essere male accolto dai mercati ai quali puntualmente il Tesoro si rivolge per piazzare i titoli del debito pubblico. In sostanza il governo non può permettersi un aumento dello spread. «Stiamo lavorando, è una cosa complessa, credo che non ci siano pregiudizi. C’è la consapevolezza della situazione eccezionale, dopo di che ci sono varie modalità, varie possibilità per arrivare al risultato, le stiamo esplorando tutte», ha detto con chiarezza il ministro Giorgetti a Parigi per il G7 Finanza. Cioè sul tavolo della trattativa con la Commissione Ue non c’è solo la deroga al Patto di stabilità. Giorgetti sta cercando anche di coinvolgere Francia e Germania e durante il vertice a Parigi ha avuto colloqui con i ministri dei due Paesi, il francese Roland Lescure e il tedesco Lars Klingbeil. «Tutti sono preoccupati, ma lo sono a modo loro, perché ognuno ha situazioni differenti», è quanto riportato da Giorgetti dopo i colloqui. Ed è normale giacché la Francia veleggia oltre il 5% del deficit, la Germania pur avendo superato il 3% del deficit ha un debito molto basso. Quindi su questi due Paesi la crisi energetica, causata della guerra in Iran, ha un impatto circostanziato. Diversa la situazione per l’Italia che, ha ricordato il ministro, «ha il problema del debito ereditato molto elevato e c’è il rischio concreto di rialzare i tassi di interesse». Il che impone «molta prudenza nel muoverci e nel decidere». Poi ha sottolineato che «il doppio choc a cui siamo stati sottoposti come economia italiana, prima alla crisi energetica ucraina e ora alla crisi energetica del Medio Oriente, è un unicum probabilmente in tutta Europa insieme alla Germania».
Da parte della Commissione pare che ci sia una certa disponibilità a trovare una soluzione. «Continuiamo a seguire attentamente la situazione e a valutare quale tipo di risposta richieda e richiederà. Ed è in questo spirito che stiamo anche esaminando la richiesta dell’Italia», ha detto il vicepresidente della Commissione, il falco Valdis Dombrovskis, al termine del G7. Il consiglio è di «adottare misure temporanee e mirate per sostenere l’economia che non aumentino la domanda di combustibili fossili», ha aggiunto. «Il problema è che stiamo affrontando uno choc dal lato dell’offerta. Pertanto se molti Paesi sostengono la domanda finiamo per mantenere alti i prezzi dell’energia e spendere molti soldi con benefici limitati. Ecco perché dobbiamo davvero riflettere attentamente su come organizzare la risposta politica».
Intanto l’agenzia Standard & Poor’s lancia l’ennesimo allarme sul rischio recessione per l’Europa con un rallentamento dell’economia e un aumento dell’inflazione.
Mentre si discute sul Patto di stabilità, il governo deve affrontare il problema del rinnovo del taglio delle accise sui carburanti. Il tema sarà sul tavolo del Consiglio dei ministri di venerdì prossimo. La misura attualmente in vigore, prevede uno sconto di 24,4 centesimi al litro sul diesel e di 6,1 centesimi sulla benzina. La proroga però va rifinanziata e al momento, non è possibile utilizzare l’extragettito Iva legato all’aumento dei prezzi dei carburanti. Le risorse maturate a maggio saranno infatti disponibili solo dalla seconda metà di giugno. Secondo alcune stime, senza un nuovo intervento il prezzo della benzina potrebbe tornare vicino ai 2 euro al litro, mentre il diesel volerebbe oltre 2,20 euro. Sul tema è intervenuto anche il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini confermando gli aiuti per il costo del carburante. Nello stesso giorno è previsto a Palazzo Chigi un confronto con le associazioni dell’autotrasporto, dopo la proclamazione dello sciopero del settore dal 25 al 29 maggio.
Intanto l’aula del Senato ha approvato la mozione di maggioranza sul tema dei riflessi economici connessi alla sicurezza energetica. La giornata è stata segnata dal «giallo» del testo, che dedicava ampio spazio alla critica rispetto agli «obiettivi irrealistici» dell’aumento fino al 5% del Pil delle spese Nato e impegnava il Governo a promuovere «una revisione degli obiettivi più ambiziosi (come il 5%) alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali, includendo nel computo anche gli investimenti per la sicurezza energetica e le infrastrutture critiche, al fine di garantire una difesa collettiva efficace senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici».
Passaggi scomparsi dal testo definitivo. «Quella parte non doveva neanche entrare nelle mozione, non è lo strumento giusto per discutere delle spese Nato», ha spiegato uno dei capigruppo. Ma dall’opposizione Giuseppe Conte arringa: «Governo a pezzi, ha perso la bussola».
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