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Eataly, la Disneyland del cibo che però costa più di tutti gli altri

Facciamo un giro in giostra. E scopriamo che si paga il biglietto. Anche caro. Varcare la soglia di Eataly a Torino, dove tutto nacque, all'Ostiense a Roma - una roba che fa invidia alla Gare d'Orsay e dove a impressionarti non è il dejeuner sur l'erbe di Manet, ma dejeuner total - al mercato di mezzo di Bologna o allo Smeraldo di Milano cambia poco. Cambiano le dimensioni, ma è sempre la Disneyland del cibo. Un po' meno affollata, con meno gridolini di evviva e salivazione più misurata. Che sia perché sono sempre meno i gastrofighetti che fanno la spesa guardando all'etichetta e ignorando i cartellini del prezzo? Che sia perché a dispetto della narrazione degli ottimisti di lotta e di governo si scopre che gli italiani non fanno più la spesa? Basti considerare che a cavallo tra agosto e settembre la grande distribuzione ha perso un altro 3,6% di fatturato. Che il profeta delle salamelle stia perdendo per strada il suo popolo di adepti del cibo buono, pulito e giusto, ma anche caro? Potrebbe esser venuta a Farinetti la tentazione di abbandonare nei fatti la sua diversità, ma conservandola nella narrazione e nei prezzi? Nelle settimane scorse Ernesto Delle Rive, il presidente di Novacoop, una delle quattro Coop che hanno finanziato Eataly all'esordio - peraltro piemontese e buon amico di Farinetti - se ne è andato dal capitale affermando che negli anni Eataly ha finito per assomigliare sempre di più a un supermercato.

Oscar Farinetti - che per non sbagliare ha fatto un passo di lato cedendo le quote dell'impero della salamella ai tre figli - da venditore di lavatrici è diventato il guru del cibo buono, pulito e giusto e ha indossato i panni del profeta. Un giorno ebbe a dire che il successo di Eataly - innegabile visto che ha portato il made in Italy alimentare in giro per il mondo - «sta nell'aver restituito alla gente la passione per il cibo». Come? Parlando di cibo, esaltando il cibo, cibando il sistema mediatico di cibo. Farinetti l'ha data a mangiare, ma anche a bere a molti. Ma ora un dubbio è lecito e imitando Fabio Rovazzi viene voglia di interpretare un tormentone: andiamo a comperare! Dove? In un Eataly qualsiasi. L'effetto è proprio quello di Disneyland: c'è la casa di cappuccino rosso, quella della bella bestia, c'è fiordilatte e i sette pani, l'orto che è una giungla. A popolare questo parco gusti sono manager, signore, qualche giovane. Certo se Eataly deve convertire i frequentatori degli spacci di polpette, la missione per ora è fallita. Lì dentro ci sono solo signori che banchettano ai corner del cibo, che scrutano bottiglie e confezioni, che sbavano davanti alle cosce di maiale. Perché qualche ammiccamento al cosiddetto food porn c'è: tante foto, tanta narrazione. Ma anche, diamo a Oscar ciò che è dei produttori, tanta sostanza. Eppure lo smottamento verso il supermercato si percepisce. Quando a gestire l'impero della salamella è arrivato Andrea Guerra - ex amministratore delegato di Luxotttica, prestato a Farinetti dal suo sponsor politico Matteo Renzi che aveva chiamato Guerra a palazzo Chigi come stratega della politica economica - si è capito che Eataly puntava al megabusiness. E i numeri si fanno con la quantità. Il traguardo è già fissato: arrivare in Borsa nel 2018 con un fatturato da un miliardo. Significa raddoppiare quello del 2015 (al netto degli introiti che Eataly ha fatto con i ristoranti dell'Expo concessi senza gara d'appalto) e sfruttare i capitali freschi che sono stati apportati da Gianni Tamburi. E per farlo Eataly punta ad allargare sempre di più la gamma, per esempio con i prodotti freschi.

Cominciamo da lì la spesa comparata. Allo Smeraldo le melanzane stanno a 2.40 euro al chilo, alla Coop in zona Sempione 1.89, all'Esselunga sempre da quelle parti 1.58. Farientti vende le Cipolle di Tropea Dop a 2.80 euro al chilo, gli altri i cipollotti rossi a meno della metà, ma anche sulle cipolle generiche si va da 1.80 di Eataly a 98 centesimi di Esselunga. Dal banco della frutta e verdura con i pomodori costoluti che sfiorano i sei euro da Farinetti e la metà all'Esselunga, si passa alla pescheria. Premesso che quella di Eataly è bellissima e c'è molto pesce fresco a prezzi francamente sostenuti, tipo uno spada dell'Egeo a 44.90 euro al chilo (la Coop lo spada da oceano Indiano lo vende a 24.90, l'Esselunga il pesce che viene dall'Atlantico a 25.90) ma anche molto pesce di allevamento come le cozze, che Farinetti vende a 4.90, la Coop a 3.50 e l'Esselunga facendole arrivare da Oristano a 3.40. Ma sul polpo decongelato Eataly batte tutti: il suo a 16.90 è il meno caro. Dal pesce alla carne il risultato non cambia: fesa di tacchino a 11.20 per Farinetti, 60 centesimi in più alla Coop, ma tre euro in meno all'Esselunga; filetto di maiale a 15.80 da Eataly (sotto i 12 negli altri), ma quando si arriva alla Fassona piemontese stagionata si ha l'impressione di essere da Bulgari. Da questo primo paniere si capisce che sul fresco e sui prodotti senza marchio Eataly perde competitività. Eataly diventa vincente sui prodotti trasformati, dove i valori aggiunti immateriali, la forza dei marchi e soprattutto la narrazione danno a Farinetti una sorta di monopolio. Del resto quei prodotti ce li ha solo lui. Ma è proprio su quei prodotti che si capisce il trucco. Una referenza spia: la passata di pomodoro biologica Alce Nero. Da Eataly si compra a 2.20 euro, alla Coop a 1.99. Esselunga non ce l'ha, ma la sua passata top di gamma sta a 1.98. Altra referenza incrociata: i fusilli integrali Granoro. Eataly li ha messi in offerta speciale a 1.40, normalmente li ha a listino a 1.80. Esselunga li vende regolarmente a 1.39, ma dall'assortimento Granoro ha anche la pasta di semola a 65 o 88 centesimi. Tra gli insaccati il guanciale per amatriciana da Farinetti sta a 4.15, alla Coop a 3.80 e all'Esselunga a 3.70. Formaggi, salumi, oli d'oliva sono imparagonabili. I prezzi di Eataly sono mediamente più alti del 30% con punte fino al raddoppio, ma la qualità non è confrontabile. È il valore della bufala, pardon del racconto che zampilla dai libri sparsi ovunque a dire: qui non fai la spesa, qui ti fai una cultura che è anche goduria. Per un giro in giostra il biglietto si paga.

Il ramolaccio nero pare opera di Giotto. Un medico lo dava ad Alessandro Magno
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Il condottiero macedone se ne serviva contro gli effetti del vino. Nanni Svampa lo celebra nella ballata «La bella la va’ al fosso».

«La bella la va’ al fosso/ ravanei remolaz barbabietol’ e spinaz/ tre palanche al mazz/ la bella la va’ al fosso/ al fosso a resentar». La bella la va’ al fosso è uno dei cavalli di battaglia di Nanni Svampa mitico cantante milanese fondatore dei Gufi, gruppo musicale e comico attivo negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso che univa musica, satira e teatro. A chi non conosce La bella la va’ al fosso e a chi, magari, la vuol risentire nella versione originale, consigliamo di cercarla in Youtube scrivendo come ricerca «La bella la va’ al fosso brano de I Gufi». È così che, insieme al rapanello, alla barbabietola e allo spinacio, il ramolaccio, remolaz in milanese, è entrato nella storia della canzone italiana popolare che spazia tra il folk, il cabaret e la musica d’autore contribuendo in modo importante alla cultura popolare e alla satira sociale italiana.

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«Da negozio a industria fashion, Ovs cresce»
Ovs
L’ad Stefano Beraldo spiega come un semplice operatore retail si è trasformato in uno dei principali gruppi italiani di abbigliamento multibrand: «I nostri prodotti non esprimono solo un prezzo, ma anche un’identità in cui il cliente si riconosce. Investiremo ancora in India».

Quando Stefano Beraldo prende in mano Ovs, circa 20 anni fa, l’azienda è un grande operatore retail con una forte vocazione commerciale, ma ancora lontana dall’essere il gruppo integrato e multibrand che invece è oggi. Negli anni, grazie a una combinazione rara di visione strategica, disciplina manageriale e attenzione ossessiva al prodotto, Beraldo ha guidato una trasformazione profonda che ha portato Ovs a diventare uno dei principali player dell’abbigliamento in Italia, con oltre 10.000 dipendenti, una presenza capillare sul territorio e un modello industriale sempre più solido.

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Il gruppo perde il 24% in una sola seduta e brucia 6 miliardi di capitalizzazione per i maxi oneri dovuti al cambio di strategia sul green. Lo stop ai dividendi è una brutta tegola anche per Jaki che negli ultimi anni con Exor aveva portato a casa 2 miliardi.

Il venerdì nero di Stellantis è tutto in due numeri: -24% in Borsa e 6 miliardi di euro bruciati in una sola seduta. Ma il fatto che l’indice generale di Piazza Affari abbia comunque chiuso invariato è il segno di quanto l’ex Fiat conti ormai poco in Italia. Ad affondare il titolo sono stati i conti del secondo semestre 2025, i costi straordinari per ripensare tutta la strategia sui motori elettrici, la sospensione del dividendo per il 2026 e la mancanza di un aumento di capitale, sostituito da un bond ibrido da 5 miliardi. La colpa? In gran parte degli errori strategici di Carlos Tavares, fanno capire i vertici del gruppo olandese, che pero è stato fatto fuori 15 mesi fa con una ricca buonuscita.

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Il Grande Fratello delle buste paga creerà solo dei grandi problemi
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La direttiva Ue sulla trasparenza degli stipendi impone nuove regole che obbligano le aziende a sanare le differenze salariali tra uomini e donne. Ma il rischio è che si creino vespai di gelosie tra colleghi.

Il Grande Fratello degli stipendi entra in ufficio. Un tempo il confronto tra livelli retributivi si sussurrava nei corridoi e la verità era oggetto di una caccia serrata da parte di chi pensava di avere un trattamento economico inferiore ai suoi colleghi. Ora, anche se non potrà essere conosciuto lo stipendio del singolo, tutto sarà alla luce del sole, niente più segreti sui livelli retributivi per le stesse mansioni.

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