2020-06-08
Il business del «cambiamento di sesso» non conosce crisi
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Secondo le stime del portale di analisi economica e finanziaria Market Watch il mercato globale per la chirurgia di "riassegnazione del sesso" varrà almeno 1,5 miliardi di dollari entro il 2026.
Secondo le stime del portale di analisi economica e finanziaria Market Watch il mercato globale per la chirurgia di "riassegnazione del sesso" varrà almeno 1,5 miliardi di dollari entro il 2026. Negli ultimi anni, infatti, il numero di "transizioni" a livello globale è aumentato di quasi quattro volte. Secondo i dati dell'American Society of Plastic Surgeons, citati dal bioeticista Michael Cook, nel 2016 sono stati praticati oltre 3.000 interventi chirurgici per transgender. Il numero di interventi di castrazione dei maschi è 3 volte maggiore di quelli richiesti dalle femmine. Nel 2019, la chirurgia plastica tesa a far sembrare donne gli uomini ha registrato un fatturato di oltre 184,6 milioni di dollari.Gli interventi richiesti dai trans riguardano il torace, i genitali e il volto. Per le femmine amputazione dei seni, plastica facciale, falloplastica e isterectomia. Per i maschi plastiche mammarie e facciali, orchiectomia (amputazione dei testicoli), vaginoplastica e falloectomia. Le più prestigiose cliniche che offrono questi servizi sono la Yeson Voice Center, a Seoul, il Sava Perovic Foundation Surgery, a Belgrado, il Transgender Surgery Institute of Southern California, a Santa Monica, il Rumer Cosmetics Surgery, a Filadelfia, il Bupa Cromwell Hospital, a Londra, il Centro estetico internazionale di Phuket, in Thailandia, il Centro di chirurgia plastica Chettawut, a Bangkok, e il Mount Sinai Center for Transgender Medicine and Surgery, a New York.Questi dati non tengono conto, però, delle sempre più numerose richieste di "detransizione". C'è una moltitudine di persone illuse di risolvere seri problemi di accettazione di sé attraverso il "cambiamento di sesso" che poi piombano nell'abisso della disperazione: una parte di esse arriva al gesto estremo del tentativo di suicidio. Una parte ha il coraggio e la forza di reagire e di chiedere aiuto per tornare indietro, disintossicarsi dagli ormoni, rimediare per quanto possibile alla chirurgia plastica con altra chirurgia plastica e - soprattutto - affrontare a schiena dritta lo stigma e l'emarginazione sociale che derivano dall'aver "tradito" la causa Lgbt. Uno dei primi e dei più famosi ex trans, Walter Heyer, è uno dei nove ex-transgender che hanno presentato un memorandum alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Ha avvertito che affermare il transgenderismo è una menzogna abusante e distruttiva: le pesanti cure ormonali e la chirurgia sono una tortura che aggiunge stress anziché ridurlo, per una persona vulnerabile. Perseguire un sogno che è fisicamente e oggettivamente impossibile da realizzare peggiora la depressione e aumenta il rischio di suicidio. Su Sky - UK è stato trasmessa pochi mesi fa una lunga intervista a Charlie Evans, inglese, 28 anni, che dopo aver vissuto per 10 anni da maschio, ha deciso di tornare femmina e ha reso pubblica la sua storia sui social un paio di anni fa. È rimasta sbalordita dalle centinaia di persone che immediatamente l'hanno contattata perché si trovano in una situazione simile alla sua (e ha deciso di fondare il The Detransition Advocacy Network). Sul numero di gennaio della rivista Notizie Pro Vita & Famiglia si può leggere una testimonianza drammatica, data da un'americana, Sidney Wright: la giovane donna accusa apertamente il sistema sanitario e politico che non dà alle persone sessualmente confuse alcuna possibilità di risolvere i loro problemi se non attraverso il "cambiamento di sesso". In tutta la sua lunga e dolorosa esperienza nessuno ha avuto il coraggio di dirle di non rovinarsi: tutti - anche per paura di essere bollati come omofobi - non facevano altro che incoraggiarla nel proseguire su una strada che la stava distruggendo fisicamente e psicologicamente. Solo suo nonno, a un certo punto, le ha detto di smetterla e di tornare indietro. E la disintossicazione dal testosterone è stata più dolorosa, lunga e pericolosa di quella che patiscono i drogati di eroina che vogliono smettere. Un celebre chirurgo come Miroslav Djordjevic, urologo responsabile del Centro di Belgrado per la chirurgia ricostruttiva genitale, denuncia da tempo la leggerezza con cui gli vengono indirizzate le persone alla "riassegnazione del sesso": i suoi colleghi dovrebbero rifiutarsi di procedere alle operazioni nella maggioranza dei casi. E soprattutto agire su adolescenti e ragazzi molto giovani è assolutamente criminale: infatti anche lui testimonia che sono sempre di più quelli che si rivolgono a lui proprio per ritornare come prima. Il comunicato stampa di Market Watch, inoltre, non tiene conto neanche dell'attività del Tavistock Center, nel Regno Unito, dove il numero di bambini sottoposti a terapia ormonale per il cambiamento del sesso è aumentato del 4.400% in dieci anni. Un altro documentario di Sky ha gettato ombre pesanti sul questo centro. Hanno parlato di 35 psicologi che hanno lasciato il servizio negli ultimi tre anni. Solo sei hanno accettato di parlare: si sono dimessi perché preoccupati per il fatto che ai bambini vengono somministrati ormoni a cuor leggero, senza esplorare adeguatamente le ragioni psicologiche del loro disagio che normalmente nasce da un un precedente trauma (come ad esempio un abuso sessuale): la terapia ormonale è divenuta ormai una scelta obbligata. Hanno parlato di un vero e proprio scandalo medico. Per di più, è impensabile dire ai genitori che i loro figli non sono transgender. Chi lo facesse sarebbe immediatamente accusato di transfobia. In Italia, al Carreggi di Firenze si possono ottenere cure ormonali per bambini con disforia di genere da almeno 10 anni e la triptorelina per i bambini è stata sdoganata anche dal Comitato Nazionale di Bioetica, anche dai suoi membri sedicenti cattolici, con un'unica opposizione, quella della professoressa Assuntina Morresi. Del resto, non possiamo stupirci della crescita esponenziale di questo settore del mercato: la propaganda dell'ideologia gender non si è arrestata neanche in tempi di pandemia (abbiamo visto che la Regione Toscana ha stanziato 80.000 Euro per finanziare il "Consultorio transgender" e il Governo ha messo on line un portale nazionale dedicato, Infotrans.it). In Paesi molto all'avanguardia come il Regno Unito non si può più dire "donna incinta" o "madre", ma bisogna dire "persona" incinta e "genitore"; non si può più dire "allattamento al seno", ma "al petto", perché gli "uomini" non hanno "seno"; non si può parlare di "salute femminile": quando si parla di mestruazioni bisogna ricordare che esistono "uomini con il ciclo". Dulcis in fundo, è stato proposto di eliminare il termine "vagina" e di sostituirlo con l'espressione politicamente corretta "orifizio anteriore".Se sarà approvata la legge Zan-Scalfarotto a scrivere queste cose rischieremo la galera. Saremo in balia totale della propaganda ideologica e distruttiva che già mostra i suoi amari frutti, ma in compenso il business del settore continuerà a crescere vertiginosamente. E, si sa: pecunia non olet.
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La consulenza super partes parla chiaro: il profilo genetico è compatibile con la linea paterna di Andrea Sempio. Un dato che restringe il cerchio, mette sotto pressione la difesa e apre un nuovo capitolo nell’indagine sul delitto Poggi.
La Casina delle Civette nel parco di Villa Torlonia a Roma. Nel riquadro, il principe Giovanni Torlonia (IStock)
Dalle sue finestre vedeva il Duce e la sua famiglia, il principe Giovanni Torlonia. Dal 1925 fu lui ad affittare il casino nobile (la villa padronale della nobile casata) per la cifra simbolica di una lira all’anno al capo del Governo, che ne fece la sua residenza romana. Il proprietario, uomo schivo e riservato ma amante delle arti, della cultura e dell’esoterismo, si era trasferito a poca distanza nel parco della villa, nella «Casina delle Civette». Nata nel 1840 come «capanna svizzera» sui modelli del Trianon e Rambouillet con tanto di stalla, fu trasformata in un capolavoro Art Nouveau dal principe Giovanni a partire dal 1908, su progetto dell’architetto Enrico Gennari. Pensata inizialmente come riproduzione di un villaggio medievale (tipico dell’eclettismo liberty di quegli anni) fu trasformata dal 1916 nella sua veste definitiva di «Casina delle civette». Il nome derivò dal tema ricorrente dell’animale notturno nelle splendide vetrate a piombo disegnate da uno dei maestri del liberty italiano, Duilio Cambellotti. Gli interni e gli arredi riprendevano il tema, includendo molti simboli esoterici. Una torretta nascondeva una minuscola stanza, detta «dei satiri», dove Torlonia amava ritirarsi in meditazione.
Mussolini e Giovanni Torlonia vissero fianco a fianco fino al 1938, alla morte di quest’ultimo all’età di 65 anni. Dopo la sua scomparsa, per la casina delle Civette, luogo magico appoggiato alla via Nomentana, finì la pace. E due anni dopo fu la guerra, con villa Torlonia nel mirino dei bombardieri (il Duce aveva fatto costruire rifugi antiaerei nei sotterranei della casa padronale) fino al 1943, quando l’illustre inquilino la lasciò per sempre. Ma l’arrivo degli Alleati a Roma nel giugno del 1944 non significò la salvezza per la Casina delle Civette, anzi fu il contrario. Villa Torlonia fu occupata dal comando americano, che utilizzò gli spazi verdi del parco come parcheggio e per il transito di mezzi pesanti, anche carri armati, di fatto devastandoli. La Casina di Giovanni Torlonia fu saccheggiata di molti dei preziosi arredi artistici e in seguito abbandonata. Gli americani lasceranno villa Torlonia soltanto nel 1947 ma per il parco e le strutture al suo interno iniziarono trent’anni di abbandono. Per Roma e per i suoi cittadini vedere crollare un capolavoro come la casina liberty generò scandalo e rabbia. Solo nel 1977 il Comune di Roma acquisì il parco e le strutture in esso contenute. Iniziò un lungo iter burocratico che avrebbe dovuto dare nuova vita alle magioni dei Torlonia, mentre la casina andava incontro rapidamente alla rovina. Il 12 maggio 1989 una bimba di 11 anni morì mentre giocava tra le rovine della Serra Moresca, altra struttura Liberty coeva della casina delle Civette all’interno del parco. Due anni più tardi, proprio quando sembrava che i fondi per fare della casina il museo del Liberty fossero sbloccati, la maledizione toccò la residenza di Giovanni Torlonia. Per cause non accertate, il 22 luglio 1991 un incendio, alimentato dalle sterpaglie cresciute per l’incuria, mandò definitivamente in fumo i progetti di restauro.
Ma la civetta seppe trasformarsi in fenice, rinascendo dalle ceneri che l’incendio aveva generato. Dopo 8 miliardi di finanziamenti, sotto la guida della Soprintendenza capitolina per i Beni culturali, iniziò la lunga e complessa opera di restauro, durata dal 1992 al 1997. Per la seconda vita della Casina delle Civette, oggi aperta al pubblico come parte dei Musei di Villa Torlonia.
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Oltre quaranta parlamentari, tra cui i deputati di Forza Italia Paolo Formentini e Antonio Giordano, sostengono l’iniziativa per rafforzare la diplomazia parlamentare sul corridoio India-Middle East-Europe. Trieste indicata come hub europeo, focus su commercio e cooperazione internazionale.
È stato ufficialmente lanciato al Parlamento italiano il gruppo di amicizia dedicato all’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), sotto la guida di Paolo Formentini, vicepresidente della Commissione Affari esteri, e di Antonio Giordano. Oltre quaranta parlamentari hanno già aderito all’iniziativa, volta a rafforzare la diplomazia parlamentare in un progetto considerato strategico per consolidare i rapporti commerciali e politici tra India, Paesi del Golfo ed Europa. L’Italia figura tra i firmatari originari dell’IMEC, presentato ufficialmente al G20 ospitato dall’India nel settembre 2023 sotto la presidenza del Consiglio Giorgia Meloni.
Formentini e Giordano sono sostenitori di lunga data del corridoio IMEC. Sotto la presidenza di Formentini, la Commissione Esteri ha istituito una struttura permanente dedicata all’Indo-Pacifico, che ha prodotto raccomandazioni per l’orientamento della politica italiana nella regione, sottolineando la necessità di legami più stretti con l’India.
«La nascita di questo intergruppo IMEC dimostra l’efficacia della diplomazia parlamentare. È un terreno di incontro e coesione e, con una iniziativa internazionale come IMEC, assume un ruolo di primissimo piano. Da Presidente del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-India non posso che confermare l’importanza di rafforzare i rapporti Roma-Nuova Delhi», ha dichiarato il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea.
Il senatore ha spiegato che il corridoio parte dall’India e attraversa il Golfo fino a entrare nel Mediterraneo attraverso Israele, potenziando le connessioni tra i Paesi coinvolti e favorendo economia, cooperazione scientifica e tecnologica e scambi culturali. Terzi ha richiamato la visione di Shinzo Abe sulla «confluenza dei due mari», oggi ampliata dalle interconnessioni della Global Gateway europea e dal Piano Mattei.
«Come parlamentari italiani sentiamo la responsabilità di sostenere questo percorso attraverso una diplomazia forte e credibile. L’attività del ministro degli Esteri Antonio Tajani, impegnato a Riad sul dossier IMEC e pronto a guidare una missione in India il 10 e 11 dicembre, conferma l’impegno dell’Italia, che intende accompagnare lo sviluppo del progetto con iniziative concrete, tra cui un grande evento a Trieste previsto per la primavera 2026», ha aggiunto Deborah Bergamini, responsabile relazioni internazionali di Forza Italia.
All’iniziativa hanno partecipato ambasciatori di India, Israele, Egitto e Cipro, insieme ai rappresentanti diplomatici di Germania, Francia, Stati Uniti e Giordania. L’ambasciatore cipriota ha confermato che durante la presidenza semestrale del suo Paese sarà dedicata particolare attenzione all’IMEC, considerato strategico per il rapporto con l’India e il Medio Oriente e fondamentale per l’Unione europea.
La presenza trasversale dei parlamentari testimonia un sostegno bipartisan al rapporto Italia-India. Tra i partecipanti anche la senatrice Tiziana Rojc del Partito democratico e il senatore Marco Dreosto della Lega. Trieste, grazie alla sua rete ferroviaria merci che collega dodici Paesi europei, è indicata come principale hub europeo del corridoio.
Il lancio del gruppo parlamentare segue l’incontro tra il presidente Meloni e il primo ministro Modi al G20 in Sudafrica, che ha consolidato il partenariato strategico, rilanciato gli investimenti bilaterali e discusso la cooperazione per la stabilità in Indo-Pacifico e Africa. A breve è prevista una nuova missione economica guidata dal vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Tajani.
«L’IMEC rappresenta un passaggio strategico per rafforzare il ruolo del Mediterraneo nelle grandi rotte globali, proponendosi come alternativa competitiva alla Belt and Road e alle rotte artiche. Attraverso la rete di connessioni, potrà garantire la centralità economica del nostro mare», hanno dichiarato Formentini e Giordano, auspicando che altri parlamenti possano costituire gruppi analoghi per sostenere il progetto.
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