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2022-10-10
Il business dei divorzi
Ogni cinque minuti in Italia una coppia decide di separarsi. Ci sono in media 267 richieste al giorno. Considerando che il costo medio di un procedimento legale è di 60.000 euro, attorno ai divorzi ruota un giro d’affari potenziale di circa 16 milioni di euro al giorno. Va detto che non tutte le separazioni si trasformano in divorzi, spesso proprio per una questione economica, nonostante la riforma del 2014 abbia reso l’iter più agevole. Ma il business, anche se in misura ridotta, rimane.
Il fallimento di un matrimonio è un evento doloroso dal punto di vista psicologico, ma anche per il bilancio familiare. Sono sempre più frequenti le situazioni di persone, soprattutto uomini, che con la separazione piombano nella povertà per gli assegni mensili di mantenimento da versare all’ex coniuge ma soprattutto per le spese legate alla causa di separazione. Alcuni addirittura finiscono alle mense della Caritas dopo essersi indebitati all’inverosimile. Non parliamo di casi limite, ma del cosiddetto ceto medio: impiegati o piccoli e medi professionisti che all’improvviso si trovano sul lastrico.
I procedimenti legali, anche quelli che partono con il piede giusto, cioè con la coppia che cerca di limitare i danni economici, sembrano fatti apposta per spillare quanti più soldi possibile tra atti burocratici, consulenze obbligatorie dello psicologo, udienze giudiziarie, ricerche documentali oltre alla parcella dell’avvocato. È un cammino tortuoso che può diventare in salita in qualsiasi momento. Basta una richiesta più alta di quanto la controparte si aspettasse per innescare un braccio di ferro che moltiplica le spese e allunga i tempi. Non mancano poi i risvolti penali se scattano accuse di violenza anche infondate. L’accusato per difendersi deve affidarsi a un legale diverso da quello della causa civile, spesso più costoso.
Se la causa si incanala nel binario sbagliato le cifre si moltiplicano e si fa presto a dover ipotecare beni o a cadere nelle mani degli usurai. Uno studio di Moneyfarm, società di gestione del risparmio, ha analizzato le spese minime che comporta un divorzio. Tra il 2010 e il 2019 le separazioni sono aumentate dell’11% (da 88.191 a 97.474). La Calabria (+66%) è la regione con il primato dell’incremento, seguita da Abruzzo (+45%) e Molise (+34%), mentre nel Lazio c’è stato un calo del 9%. Nonostante l’opinione comune, il lockdown del 2020 non ha fatto aumentare il numero di crisi coniugali: sia le separazioni (-18%) che i divorzi (-22%) sono diminuiti. I numeri 2021 si prospettano simili al 2019. Un divorzio può costare da un minimo di 5.000 euro a un massimo di 60.000 euro per coppia, a seconda del livello di accordo e consensualità nell’iter. Molto dipende dai tempi delle procedure che sono diversi.
Le separazioni possono avvenire in modo consensuale o giudiziale, con notevoli differenze in termini di tempi e di costi. Nella giudiziale, la coppia non riesce a trovare un accordo o un consenso sulla separazione, e si finisce che un coniuge cita l’altro in giudizio. Gli argomenti tipici sui quali bisogna trovarsi in accordo sono l’assegno di mantenimento, l’affidamento dei figli e il loro collocamento, nonché altri aspetti patrimoniali. Occorre inoltre considerare i costi legali legati ad avvocati e spese processuali.
In Italia, l’85% delle separazioni avvenute nel 2020 sono state consensuali. In questo caso, i tempi sono solitamente rapidi, con le pratiche che si risolvono nel giro di tre mesi, e addirittura in soli cinque giorni lavorativi se ci si affida allo strumento della negoziazione assistita prevista dall’ordinamento italiano. In questo modo, i costi per separarsi tramite negoziazione assistita sono abbastanza trascurabili: si tratta di pagare oneri fissi e bolli per una cifra che si aggira attorno a qualche decina di euro. Nel caso invece sia previsto il supporto di un avvocato, le cifre possono oscillare tra i 1.000 e i 3.000 euro. Sono guai per il portafoglio se non si riesce a trovare un accordo: è il caso del 15% delle richieste avanzate nel 2020. I tempi si allungano vertiginosamente: ci vogliono, in media, tra due e quattro anni, ma non sono esclusi prolungamenti fino a 7-8 anni in base alla complessità del caso. Di conseguenza, anche i costi lievitano da 3.000 a 10.000 euro.
Fin qui la separazione. Ma il divorzio moltiplica l’onere. Per legge può avvenire trascorsi sei mesi da una separazione consensuale o 12 mesi da una separazione giudiziale. In questo caso, oltre ai costi già sostenuti per la separazione (come abbiamo visto, tra 1.000 e 10.000 euro a coniuge), se ne aggiungono altri. Nel 2020, il 72% dei divorzi è stato consensuale. Questa procedura permette - come con la separazione - di sbrigare le pratiche in tre mesi attraverso il tribunale o in soli cinque giorni con la negoziazione assistita. I costi si aggirano tra 1.500 e 3.000 euro per ciascun coniuge. Se si ricorre al procedimento giudiziale, i tempi si protraggono oltre i due anni in funzione della litigiosità. La complessità del caso incide anche in maniera gravosa sui costi: la spesa va da 3.000 fino a 20.000 euro per coniuge. Il prezzo più alto, però, si paga in caso di disaccordo totale: non solo la causa complessiva (separazione e divorzio) potrebbe arrivare a 10 anni, ma le spese potrebbero aumentare fino a ulteriori 7.000 euro per perizie e investigatori privati.
Considerando quindi i costi sostenuti dal singolo coniuge, la separazione e il successivo divorzio possono costare da 5.000 euro (il minimo se si opta per la via consensuale senza la negoziazione assistita) a un massimo di 60.000 euro a coppia. Se si scelgono legali di fama, ciò avrà un effetto moltiplicatore sui soldi da sborsare. Se ci sono in ballo grandi patrimoni, l’onere aumenta sensibilmente anche nell’ordine di centinaia di migliaia di euro, perché la divisione dei beni è più complicata e scatena contenziosi infiniti.
«La libertà ha il suo costo. Lasciarsi non vale meno di un matrimonio»
«Chi dice che divorziare ha un costo elevato forse dimentica quanto le stesse persone hanno speso per sposarsi. Talvolta arrivano da me coppie che, dopo quattro anni di matrimonio, ancora stanno pagando il mutuo per le nozze. C’è chi spende fino a 90.000 euro. Perché allora sconvolgersi per il prezzo della separazione? La libertà ha un costo»: parola di Annamaria Bernardini de Pace, la più nota avvocato esperta di diritto di famiglia che ha curato i divorzi di personaggi celebri, l’ultimo quello in corso tra Francesco Totti e Ilary Blasi.
Separarsi costa come sposarsi, dice lei…
«La separazione non vale meno di un matrimonio. È un fatto importantissimo perché va riorganizzata la vita di una coppia e dei figli, se ci sono. E poi i costi salgono se scoppiano le liti».
Ci dà qualche cifra?
«Se non ci sono contenziosi, e si può applicare la procedura consensuale, al massimo la spesa è di 10-12.000 euro. Ma se la situazione si complica e occorre la giudiziale, i tempi si allungano e si può arrivare a 40.000-50.000 euro. Ci sono una serie di atti, come la consulenza tecnica, le memorie, le comparizioni delle parti, che hanno un costo».
Quali sono i vari passaggi economici?
«Quando una coppia si affida a me, il primo step è individuare il tipo di problemi. A ognuno consegno un format, creato da me, dove sono riportate tutte le spese della quotidianità familiare: vitto, tasse, palestra, vacanze fino alla tintoria. Una volta che ho chiaro il tenore di vita, posso ipotizzare quanto si può chiedere al coniuge affinché la moglie e i figli mantengano la stessa condizione economica. Talvolta però non è facile sapere quanto guadagna il marito. Le mogli non sempre sono al corrente delle entrate del coniuge, specialmente se c’è dell’evasione fiscale».
E se c’è il nero? Spesso ciò che viene dichiarato non corrisponde al reale guadagno.
«Appunto, è un pasticcio. Ma con indagini appropriate si può arrivare a una cifra vicina a quella effettiva: si considerano una serie di voci come il tipo di vacanze, l’auto, l’eventuale possesso di una barca o di più immobili. Se il tenore di vita è alto e non corrisponde a quanto dichiarato al fisco, la questione si complica perché in tribunale c’è l’obbligo di fare la discovery della situazione reddituale e patrimoniale. Chi ha qualcosa da nascondere, usualmente si mette d’accordo con il coniuge, prima di arrivare davanti al giudice, così l’evasione rimane nascosta. Questa situazione richiede una particolare attenzione da parte dell’avvocato e ha un costo adeguato».
Nelle spese legali, influisce anche l’ammontare della richiesta economica da parte del partner?
«Sicuramente. La parcella legale è differente se in ballo c’è la richiesta di un assegno mensile di 10.000 euro rispetto a una di 500 euro. Ottenere cifre importanti non è facile, comporta un lavoro maggiore dell’avvocato, ci sono più indagini da effettuare, più discussioni, più atti. Chi si separa deve mettere in conto, come spesa iniziale, almeno 12.000 euro ma si può arrivare a 30.000 euro in base all’importanza della cifra richiesta, del conflitto, dei documenti da procurare».
Ci sono altre spese?
«Dipende dall’evoluzione della procedura. Se si arriva a un accordo e la proposta iniziale è accettata, si chiude subito e basta il lavoro iniziale di ricognizione. In caso contrario, se comincia il braccio di ferro dentro la coppia, si va avanti e la spesa sale».
Stiamo parlando di patrimoni importanti?
«Queste cifre riguardano anche persone a stipendio fisso».
Ma un impiegato o un piccolo commerciante può permettersi di tirar fuori 30.000 euro per una causa di separazione?
«Se può permettersi una tale cifra per il matrimonio, può fare altrettanto per la separazione. Altrimenti può rivolgersi a un avvocato che chiede meno. Ce ne sono alcuni che risolvono tutto con 2.000-3.000 euro, ma non applicano le tabelle ministeriali in base al lavoro svolto. Poi magari in corso d’opera chiedono integrazioni e alla fine si spendono le stesse cifre. Un avvocato serio fa un contratto con il cliente spiegando passo per passo che cosa succede in caso di giudiziale, se serve una consulenza psicologica, se occorre il penale. Tutti questi passaggi hanno un costo».
Ci sono altre spese extra da affrontare?
«L’Iva, la cassa di previdenza avvocati, i rimborsi spese. Nel contratto sono riportate tutte le voci e ogni cliente è un caso diverso. Mi criticano in molti ma io non sono cara, sono costosa. È diverso. Esperienza e professionalità vanno pagate».
E se i tempi si allungano a quali cifre si può arrivare?
«Difficile fissare uno standard. I tempi lunghi dipendono dai giudici ma anche dalle parti che si fanno dispetti reciproci. Io chiuderei tutto in una settimana. Se ci sono figli, la situazione può complicarsi e allora il costo legale aumenta. L’onere sale se bisogna dividere il patrimonio, in caso di comunione dei beni. La divisone di un patrimonio da 100 milioni pesa di più, sulla parcella legale, di uno da un milione, è evidente».
Chi spende di più in una causa, le donne o gli uomini?
«Io alle donne rateizzo la spesa perché normalmente hanno patrimoni minori. Ho avuto tante donne che essendo in una condizione economica florida hanno pagato subito, e altre tirchie che volevano liberarsi del marito senza pagare. Ma la libertà costa. Bisognerebbe pensarci prima».
Che validità hanno i patti prematrimoniali?
«Lo Stato vorrebbe mettere bocca per ogni cosa. Ma io faccio patti prematrimoniali in modo tale che abbiano validità in una causa di separazione. Così se la coppia scoppia non deve perdere tempo, non ci sono liti e spende meno. È chiaro che pagano per il patto, ma non costa mai come una rottura litigiosa. Nel caso di una coppia proprietaria di una casa, l’esborso è minimo perché devono decidere solo chi resta dentro o se va venduta. Il bello dell’accordo prima delle nozze è che, al momento della stipula, le due persone si amano e quindi si proteggono a vicenda».
«È fondamentale che i risparmi siano pianificati»
«Sui giornali sentiamo spesso parlare dei risvolti economici di separazioni e divorzi celebri, ma lasciarsi ha un impatto finanziario su chiunque. La pianificazione finanziaria aiuta a non farsi cogliere impreparati da eventi già gravosi dal punto di vista psicologico». Vincenzo Cuscito è head of investment consultant Italy di Moneyfarm, società di gestione del risparmio. Il suo consiglio è: «Certe situazioni andrebbero previste e pianificate quando tutto fila liscio».
Pianificare che significa?
«Il divorzio può rientrare tra gli imprevisti che è opportuno, purtroppo, considerare nella gestione dei risparmi. A tutte le spese impreviste potrebbe essere consigliabile dedicare un 10% del capitale in forma di liquidità e un 20% in investimenti a basso rischio. Chiaramente queste percentuali possono variare a seconda del patrimonio, per questo è necessario un consulente finanziario che aiuti a costruire prima di tutto un quadro chiaro dei redditi della coppia o del singolo coniuge e della sua capacità di risparmio. Mi sento di sconsigliare a chiunque di concentrare il patrimonio su investimenti vincolati oppure con penali di uscita».
La coppia dovrebbe mettere in conto subito l’ipotesi di una separazione?
«Per ciascuno dei coniugi sarebbe opportuno avere un piano di risparmio, in modo da pianificare spese più o meno prevedibili nel tempo».
E se si è in comunione di beni?
«Il fatto di essere in comunione dei beni non toglie che si debba pensare alla pianificazione finanziaria, come coppia o come singoli individui, a maggior ragione se si vuole costruire una famiglia. In base a un nostro studio, crescere un figlio da 0 a 18 anni può costare in media 140.000 euro».
Questo è un discorso rivolto al partner maschile?
«Non necessariamente, anche se in genere sono gli uomini a gestire le finanze familiari. Da vari studi emerge, tra l’altro, che la donna è capace di gestire le finanze in modo più lungimirante degli uomini».
Ha ricevuto richieste di pianificazione in previsione di un divorzio?
«Un cliente aveva 350.000 euro investiti e decise di disinvestire tutto nel momento in cui le pratiche del divorzio sono cominciate: questo denota l’importanza del fattore emotivo. Superato l’onere della separazione, il cliente è tornato a investire il patrimonio seguendo la pianificazione impostata in precedenza».
Si va quindi alla cieca incontro al divorzio?
«Spesso sì. La richiesta di ripianificazione delle spese arriva quando la pratica è in atto».
Quale è il consiglio che dovrebbe venire da un gestore del risparmio? «Considerare anche questa tra le spese impreviste. Nella pianificazione è ovvio che ci si concentri sugli eventi più probabili e su obiettivi di vita come crescere i figli, mandarli all’università, acquistare una casa o assicurarsi una pensione dignitosa. Ma dal nostro studio emerge che in Italia viene fatta in media una richiesta di separazione ogni 5 minuti e tra il 2010 e il 2019 le separazioni sono aumentate dell’11%, quindi ci sembra rilevante accendere un faro su una voce di spesa imprevista sempre più diffusa».
Quanto costa la pianificazione del proprio patrimonio?
«Il costo della consulenza e della pianificazione, nel caso di Moneyfarm, è un’unica commissione annuale che va dallo 0,4% a un massimo dell’1% sul controvalore del patrimonio investito. Nel mercato della consulenza tradizionale i costi sono ben più alti, noi li abbattiamo grazie alla tecnologia».
«In tre anni addio a 25.000 euro ma il peggio deve ancora venire»
«In tre anni ho speso circa 25.000 euro solo per la fase della separazione. Non so quanti soldi ci vorranno ancora per affrontare il divorzio. Per fortuna ho un lavoro che mi dà da vivere, ma a un certo punto ho rischiato anche di perderlo: la mia ex suocera mi ha accusato di averla messa fuori casa e di averle fatto perdere le medicine di cui aveva bisogno». Comincia così la testimonianza di un uomo (che ha chiesto l’anonimato essendo il procedimento ancora in corso), arrivato all’Associazione padri separati per essere assistito.
«Il sistema legale», racconta, «è fatto in modo da fomentare il contenzioso piuttosto che risolverlo e questo costringe le parti a rivolgersi a una serie di professionisti e rischiando di finire sul lastrico. Avvocati, giudice, psicologo, assistente sociali, tutti accorrono attorno alla coppia che si è rotta, ed è un bagno finanziario. La mia ex moglie ha chiesto il 70% dello stipendio, l’utilizzo vitalizio della casa e la possibilità di decidere il tempo di gestione del figlio. Ho protestato e lei ha risposto con pesanti accuse infondate, a rischio di risvolti penali: non mi è rimasto che mettermi nelle mani degli avvocati per difendermi».
Questa è la sua odissea. «Ho stimato che a divorzio ottenuto avrò speso 70.000-80.000 euro. Mia moglie potrebbe spendere anche di più perché si è rivolta ad avvocati più costosi. In questa guerra da cui usciamo tutti perdenti, con pesanti ripercussioni psicologiche per mia figlia che oggi ha 7 anni, gli unici a brindare sono i legali. Tutto ha inizio nel 2018 quando, dopo una decina d’anni di fidanzamento, sette di matrimonio e quattro da separati in casa, ho deciso di chiudere anche perché avevo un’altra relazione. In mia moglie si è scatenato un odio indicibile. È iniziata un’escalation di denunce e rappresaglie che hanno coinvolto anche nostra figlia. Una volta che mi sono azzardato ad andare a prendere la bambina a scuola, me la sono dovuta vedere con i carabinieri perché era scattata la denuncia di sequestro. Un avvocato, amico di famiglia, ha tentato un accordo con la controparte. Ho speso 2.000 euro, ma era un prezzo di favore».
«Quando mia moglie ha cominciato con le denunce», prosegue l’uomo, «la cifra è lievitata a 10.000 euro. Parallelamente si sono aperti altri fronti. Mia suocera ha occupato un mio appartamento e quando ho tentato di far liberare l’immobile mi ha scatenato una causa civile che mi è costata 18.000 euro tra avvocati e successive spese legali. Ho dovuto prendere un penalista anche per difendermi da un’altra denuncia di mia moglie per supposta violenza contro mia suocera. Altri 3.000 euro. Ho dovuto rigettare anche l’istanza della mia ex che voleva pignorarmi un quinto dello stipendio: la causa mi è costata 6.000 euro. La consulenza psicologica imposta dal giudice mi ha bruciato 8.000 euro. Ora sono a metà procedura. L’appello per la separazione mi costerà 10.000 euro e poi devo affrontare il divorzio che potrebbe richiedere circa 7.000 euro se mia moglie non intenterà altre cause. Ma gli imprevisti sono dietro l’angolo».
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Ogni giorno 267 richieste di separazioni, spese fino a 60.000 euro. Un matrimonio rotto è un dramma affettivo. Ma anche economico.L’avvocato esperta di diritto di famiglia Annamaria Bernardini de Pace: «Va riorganizzata tutta la vita degli ex coniugi e dei loro figli, se ci sono. E in caso di litigi, consulenti e perizie fanno lievitare il totale».Il consulente finanziario Vincenzo Cuscito: «Meglio mettere da parte soldi finché le cose vanno bene».Il racconto di un padre che tra suocera e legali ha rischiato di perdere casa e lavoro.Lo speciale contiene quattro articoli.Ogni cinque minuti in Italia una coppia decide di separarsi. Ci sono in media 267 richieste al giorno. Considerando che il costo medio di un procedimento legale è di 60.000 euro, attorno ai divorzi ruota un giro d’affari potenziale di circa 16 milioni di euro al giorno. Va detto che non tutte le separazioni si trasformano in divorzi, spesso proprio per una questione economica, nonostante la riforma del 2014 abbia reso l’iter più agevole. Ma il business, anche se in misura ridotta, rimane.Il fallimento di un matrimonio è un evento doloroso dal punto di vista psicologico, ma anche per il bilancio familiare. Sono sempre più frequenti le situazioni di persone, soprattutto uomini, che con la separazione piombano nella povertà per gli assegni mensili di mantenimento da versare all’ex coniuge ma soprattutto per le spese legate alla causa di separazione. Alcuni addirittura finiscono alle mense della Caritas dopo essersi indebitati all’inverosimile. Non parliamo di casi limite, ma del cosiddetto ceto medio: impiegati o piccoli e medi professionisti che all’improvviso si trovano sul lastrico. I procedimenti legali, anche quelli che partono con il piede giusto, cioè con la coppia che cerca di limitare i danni economici, sembrano fatti apposta per spillare quanti più soldi possibile tra atti burocratici, consulenze obbligatorie dello psicologo, udienze giudiziarie, ricerche documentali oltre alla parcella dell’avvocato. È un cammino tortuoso che può diventare in salita in qualsiasi momento. Basta una richiesta più alta di quanto la controparte si aspettasse per innescare un braccio di ferro che moltiplica le spese e allunga i tempi. Non mancano poi i risvolti penali se scattano accuse di violenza anche infondate. L’accusato per difendersi deve affidarsi a un legale diverso da quello della causa civile, spesso più costoso.Se la causa si incanala nel binario sbagliato le cifre si moltiplicano e si fa presto a dover ipotecare beni o a cadere nelle mani degli usurai. Uno studio di Moneyfarm, società di gestione del risparmio, ha analizzato le spese minime che comporta un divorzio. Tra il 2010 e il 2019 le separazioni sono aumentate dell’11% (da 88.191 a 97.474). La Calabria (+66%) è la regione con il primato dell’incremento, seguita da Abruzzo (+45%) e Molise (+34%), mentre nel Lazio c’è stato un calo del 9%. Nonostante l’opinione comune, il lockdown del 2020 non ha fatto aumentare il numero di crisi coniugali: sia le separazioni (-18%) che i divorzi (-22%) sono diminuiti. I numeri 2021 si prospettano simili al 2019. Un divorzio può costare da un minimo di 5.000 euro a un massimo di 60.000 euro per coppia, a seconda del livello di accordo e consensualità nell’iter. Molto dipende dai tempi delle procedure che sono diversi. Le separazioni possono avvenire in modo consensuale o giudiziale, con notevoli differenze in termini di tempi e di costi. Nella giudiziale, la coppia non riesce a trovare un accordo o un consenso sulla separazione, e si finisce che un coniuge cita l’altro in giudizio. Gli argomenti tipici sui quali bisogna trovarsi in accordo sono l’assegno di mantenimento, l’affidamento dei figli e il loro collocamento, nonché altri aspetti patrimoniali. Occorre inoltre considerare i costi legali legati ad avvocati e spese processuali. In Italia, l’85% delle separazioni avvenute nel 2020 sono state consensuali. In questo caso, i tempi sono solitamente rapidi, con le pratiche che si risolvono nel giro di tre mesi, e addirittura in soli cinque giorni lavorativi se ci si affida allo strumento della negoziazione assistita prevista dall’ordinamento italiano. In questo modo, i costi per separarsi tramite negoziazione assistita sono abbastanza trascurabili: si tratta di pagare oneri fissi e bolli per una cifra che si aggira attorno a qualche decina di euro. Nel caso invece sia previsto il supporto di un avvocato, le cifre possono oscillare tra i 1.000 e i 3.000 euro. Sono guai per il portafoglio se non si riesce a trovare un accordo: è il caso del 15% delle richieste avanzate nel 2020. I tempi si allungano vertiginosamente: ci vogliono, in media, tra due e quattro anni, ma non sono esclusi prolungamenti fino a 7-8 anni in base alla complessità del caso. Di conseguenza, anche i costi lievitano da 3.000 a 10.000 euro.Fin qui la separazione. Ma il divorzio moltiplica l’onere. Per legge può avvenire trascorsi sei mesi da una separazione consensuale o 12 mesi da una separazione giudiziale. In questo caso, oltre ai costi già sostenuti per la separazione (come abbiamo visto, tra 1.000 e 10.000 euro a coniuge), se ne aggiungono altri. Nel 2020, il 72% dei divorzi è stato consensuale. Questa procedura permette - come con la separazione - di sbrigare le pratiche in tre mesi attraverso il tribunale o in soli cinque giorni con la negoziazione assistita. I costi si aggirano tra 1.500 e 3.000 euro per ciascun coniuge. Se si ricorre al procedimento giudiziale, i tempi si protraggono oltre i due anni in funzione della litigiosità. La complessità del caso incide anche in maniera gravosa sui costi: la spesa va da 3.000 fino a 20.000 euro per coniuge. Il prezzo più alto, però, si paga in caso di disaccordo totale: non solo la causa complessiva (separazione e divorzio) potrebbe arrivare a 10 anni, ma le spese potrebbero aumentare fino a ulteriori 7.000 euro per perizie e investigatori privati.Considerando quindi i costi sostenuti dal singolo coniuge, la separazione e il successivo divorzio possono costare da 5.000 euro (il minimo se si opta per la via consensuale senza la negoziazione assistita) a un massimo di 60.000 euro a coppia. Se si scelgono legali di fama, ciò avrà un effetto moltiplicatore sui soldi da sborsare. Se ci sono in ballo grandi patrimoni, l’onere aumenta sensibilmente anche nell’ordine di centinaia di migliaia di euro, perché la divisione dei beni è più complicata e scatena contenziosi infiniti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-business-dei-divorzi-2658416620.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-liberta-ha-il-suo-costo-lasciarsi-non-vale-meno-di-un-matrimonio" data-post-id="2658416620" data-published-at="1665340477" data-use-pagination="False"> «La libertà ha il suo costo. Lasciarsi non vale meno di un matrimonio» «Chi dice che divorziare ha un costo elevato forse dimentica quanto le stesse persone hanno speso per sposarsi. Talvolta arrivano da me coppie che, dopo quattro anni di matrimonio, ancora stanno pagando il mutuo per le nozze. C’è chi spende fino a 90.000 euro. Perché allora sconvolgersi per il prezzo della separazione? La libertà ha un costo»: parola di Annamaria Bernardini de Pace, la più nota avvocato esperta di diritto di famiglia che ha curato i divorzi di personaggi celebri, l’ultimo quello in corso tra Francesco Totti e Ilary Blasi. Separarsi costa come sposarsi, dice lei… «La separazione non vale meno di un matrimonio. È un fatto importantissimo perché va riorganizzata la vita di una coppia e dei figli, se ci sono. E poi i costi salgono se scoppiano le liti». Ci dà qualche cifra? «Se non ci sono contenziosi, e si può applicare la procedura consensuale, al massimo la spesa è di 10-12.000 euro. Ma se la situazione si complica e occorre la giudiziale, i tempi si allungano e si può arrivare a 40.000-50.000 euro. Ci sono una serie di atti, come la consulenza tecnica, le memorie, le comparizioni delle parti, che hanno un costo». Quali sono i vari passaggi economici? «Quando una coppia si affida a me, il primo step è individuare il tipo di problemi. A ognuno consegno un format, creato da me, dove sono riportate tutte le spese della quotidianità familiare: vitto, tasse, palestra, vacanze fino alla tintoria. Una volta che ho chiaro il tenore di vita, posso ipotizzare quanto si può chiedere al coniuge affinché la moglie e i figli mantengano la stessa condizione economica. Talvolta però non è facile sapere quanto guadagna il marito. Le mogli non sempre sono al corrente delle entrate del coniuge, specialmente se c’è dell’evasione fiscale». E se c’è il nero? Spesso ciò che viene dichiarato non corrisponde al reale guadagno. «Appunto, è un pasticcio. Ma con indagini appropriate si può arrivare a una cifra vicina a quella effettiva: si considerano una serie di voci come il tipo di vacanze, l’auto, l’eventuale possesso di una barca o di più immobili. Se il tenore di vita è alto e non corrisponde a quanto dichiarato al fisco, la questione si complica perché in tribunale c’è l’obbligo di fare la discovery della situazione reddituale e patrimoniale. Chi ha qualcosa da nascondere, usualmente si mette d’accordo con il coniuge, prima di arrivare davanti al giudice, così l’evasione rimane nascosta. Questa situazione richiede una particolare attenzione da parte dell’avvocato e ha un costo adeguato». Nelle spese legali, influisce anche l’ammontare della richiesta economica da parte del partner? «Sicuramente. La parcella legale è differente se in ballo c’è la richiesta di un assegno mensile di 10.000 euro rispetto a una di 500 euro. Ottenere cifre importanti non è facile, comporta un lavoro maggiore dell’avvocato, ci sono più indagini da effettuare, più discussioni, più atti. Chi si separa deve mettere in conto, come spesa iniziale, almeno 12.000 euro ma si può arrivare a 30.000 euro in base all’importanza della cifra richiesta, del conflitto, dei documenti da procurare». Ci sono altre spese? «Dipende dall’evoluzione della procedura. Se si arriva a un accordo e la proposta iniziale è accettata, si chiude subito e basta il lavoro iniziale di ricognizione. In caso contrario, se comincia il braccio di ferro dentro la coppia, si va avanti e la spesa sale». Stiamo parlando di patrimoni importanti? «Queste cifre riguardano anche persone a stipendio fisso». Ma un impiegato o un piccolo commerciante può permettersi di tirar fuori 30.000 euro per una causa di separazione? «Se può permettersi una tale cifra per il matrimonio, può fare altrettanto per la separazione. Altrimenti può rivolgersi a un avvocato che chiede meno. Ce ne sono alcuni che risolvono tutto con 2.000-3.000 euro, ma non applicano le tabelle ministeriali in base al lavoro svolto. Poi magari in corso d’opera chiedono integrazioni e alla fine si spendono le stesse cifre. Un avvocato serio fa un contratto con il cliente spiegando passo per passo che cosa succede in caso di giudiziale, se serve una consulenza psicologica, se occorre il penale. Tutti questi passaggi hanno un costo». Ci sono altre spese extra da affrontare? «L’Iva, la cassa di previdenza avvocati, i rimborsi spese. Nel contratto sono riportate tutte le voci e ogni cliente è un caso diverso. Mi criticano in molti ma io non sono cara, sono costosa. È diverso. Esperienza e professionalità vanno pagate». E se i tempi si allungano a quali cifre si può arrivare? «Difficile fissare uno standard. I tempi lunghi dipendono dai giudici ma anche dalle parti che si fanno dispetti reciproci. Io chiuderei tutto in una settimana. Se ci sono figli, la situazione può complicarsi e allora il costo legale aumenta. L’onere sale se bisogna dividere il patrimonio, in caso di comunione dei beni. La divisone di un patrimonio da 100 milioni pesa di più, sulla parcella legale, di uno da un milione, è evidente». Chi spende di più in una causa, le donne o gli uomini? «Io alle donne rateizzo la spesa perché normalmente hanno patrimoni minori. Ho avuto tante donne che essendo in una condizione economica florida hanno pagato subito, e altre tirchie che volevano liberarsi del marito senza pagare. Ma la libertà costa. Bisognerebbe pensarci prima». Che validità hanno i patti prematrimoniali? «Lo Stato vorrebbe mettere bocca per ogni cosa. Ma io faccio patti prematrimoniali in modo tale che abbiano validità in una causa di separazione. Così se la coppia scoppia non deve perdere tempo, non ci sono liti e spende meno. È chiaro che pagano per il patto, ma non costa mai come una rottura litigiosa. Nel caso di una coppia proprietaria di una casa, l’esborso è minimo perché devono decidere solo chi resta dentro o se va venduta. Il bello dell’accordo prima delle nozze è che, al momento della stipula, le due persone si amano e quindi si proteggono a vicenda». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-business-dei-divorzi-2658416620.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-fondamentale-che-i-risparmi-siano-pianificati" data-post-id="2658416620" data-published-at="1665340477" data-use-pagination="False"> «È fondamentale che i risparmi siano pianificati» «Sui giornali sentiamo spesso parlare dei risvolti economici di separazioni e divorzi celebri, ma lasciarsi ha un impatto finanziario su chiunque. La pianificazione finanziaria aiuta a non farsi cogliere impreparati da eventi già gravosi dal punto di vista psicologico». Vincenzo Cuscito è head of investment consultant Italy di Moneyfarm, società di gestione del risparmio. Il suo consiglio è: «Certe situazioni andrebbero previste e pianificate quando tutto fila liscio». Pianificare che significa? «Il divorzio può rientrare tra gli imprevisti che è opportuno, purtroppo, considerare nella gestione dei risparmi. A tutte le spese impreviste potrebbe essere consigliabile dedicare un 10% del capitale in forma di liquidità e un 20% in investimenti a basso rischio. Chiaramente queste percentuali possono variare a seconda del patrimonio, per questo è necessario un consulente finanziario che aiuti a costruire prima di tutto un quadro chiaro dei redditi della coppia o del singolo coniuge e della sua capacità di risparmio. Mi sento di sconsigliare a chiunque di concentrare il patrimonio su investimenti vincolati oppure con penali di uscita». La coppia dovrebbe mettere in conto subito l’ipotesi di una separazione? «Per ciascuno dei coniugi sarebbe opportuno avere un piano di risparmio, in modo da pianificare spese più o meno prevedibili nel tempo». E se si è in comunione di beni? «Il fatto di essere in comunione dei beni non toglie che si debba pensare alla pianificazione finanziaria, come coppia o come singoli individui, a maggior ragione se si vuole costruire una famiglia. In base a un nostro studio, crescere un figlio da 0 a 18 anni può costare in media 140.000 euro». Questo è un discorso rivolto al partner maschile? «Non necessariamente, anche se in genere sono gli uomini a gestire le finanze familiari. Da vari studi emerge, tra l’altro, che la donna è capace di gestire le finanze in modo più lungimirante degli uomini». Ha ricevuto richieste di pianificazione in previsione di un divorzio? «Un cliente aveva 350.000 euro investiti e decise di disinvestire tutto nel momento in cui le pratiche del divorzio sono cominciate: questo denota l’importanza del fattore emotivo. Superato l’onere della separazione, il cliente è tornato a investire il patrimonio seguendo la pianificazione impostata in precedenza». Si va quindi alla cieca incontro al divorzio? «Spesso sì. La richiesta di ripianificazione delle spese arriva quando la pratica è in atto». Quale è il consiglio che dovrebbe venire da un gestore del risparmio? «Considerare anche questa tra le spese impreviste. Nella pianificazione è ovvio che ci si concentri sugli eventi più probabili e su obiettivi di vita come crescere i figli, mandarli all’università, acquistare una casa o assicurarsi una pensione dignitosa. Ma dal nostro studio emerge che in Italia viene fatta in media una richiesta di separazione ogni 5 minuti e tra il 2010 e il 2019 le separazioni sono aumentate dell’11%, quindi ci sembra rilevante accendere un faro su una voce di spesa imprevista sempre più diffusa». Quanto costa la pianificazione del proprio patrimonio? «Il costo della consulenza e della pianificazione, nel caso di Moneyfarm, è un’unica commissione annuale che va dallo 0,4% a un massimo dell’1% sul controvalore del patrimonio investito. Nel mercato della consulenza tradizionale i costi sono ben più alti, noi li abbattiamo grazie alla tecnologia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-business-dei-divorzi-2658416620.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="in-tre-anni-addio-a-25-000-euro-ma-il-peggio-deve-ancora-venire" data-post-id="2658416620" data-published-at="1665340477" data-use-pagination="False"> «In tre anni addio a 25.000 euro ma il peggio deve ancora venire» «In tre anni ho speso circa 25.000 euro solo per la fase della separazione. Non so quanti soldi ci vorranno ancora per affrontare il divorzio. Per fortuna ho un lavoro che mi dà da vivere, ma a un certo punto ho rischiato anche di perderlo: la mia ex suocera mi ha accusato di averla messa fuori casa e di averle fatto perdere le medicine di cui aveva bisogno». Comincia così la testimonianza di un uomo (che ha chiesto l’anonimato essendo il procedimento ancora in corso), arrivato all’Associazione padri separati per essere assistito. «Il sistema legale», racconta, «è fatto in modo da fomentare il contenzioso piuttosto che risolverlo e questo costringe le parti a rivolgersi a una serie di professionisti e rischiando di finire sul lastrico. Avvocati, giudice, psicologo, assistente sociali, tutti accorrono attorno alla coppia che si è rotta, ed è un bagno finanziario. La mia ex moglie ha chiesto il 70% dello stipendio, l’utilizzo vitalizio della casa e la possibilità di decidere il tempo di gestione del figlio. Ho protestato e lei ha risposto con pesanti accuse infondate, a rischio di risvolti penali: non mi è rimasto che mettermi nelle mani degli avvocati per difendermi». Questa è la sua odissea. «Ho stimato che a divorzio ottenuto avrò speso 70.000-80.000 euro. Mia moglie potrebbe spendere anche di più perché si è rivolta ad avvocati più costosi. In questa guerra da cui usciamo tutti perdenti, con pesanti ripercussioni psicologiche per mia figlia che oggi ha 7 anni, gli unici a brindare sono i legali. Tutto ha inizio nel 2018 quando, dopo una decina d’anni di fidanzamento, sette di matrimonio e quattro da separati in casa, ho deciso di chiudere anche perché avevo un’altra relazione. In mia moglie si è scatenato un odio indicibile. È iniziata un’escalation di denunce e rappresaglie che hanno coinvolto anche nostra figlia. Una volta che mi sono azzardato ad andare a prendere la bambina a scuola, me la sono dovuta vedere con i carabinieri perché era scattata la denuncia di sequestro. Un avvocato, amico di famiglia, ha tentato un accordo con la controparte. Ho speso 2.000 euro, ma era un prezzo di favore». «Quando mia moglie ha cominciato con le denunce», prosegue l’uomo, «la cifra è lievitata a 10.000 euro. Parallelamente si sono aperti altri fronti. Mia suocera ha occupato un mio appartamento e quando ho tentato di far liberare l’immobile mi ha scatenato una causa civile che mi è costata 18.000 euro tra avvocati e successive spese legali. Ho dovuto prendere un penalista anche per difendermi da un’altra denuncia di mia moglie per supposta violenza contro mia suocera. Altri 3.000 euro. Ho dovuto rigettare anche l’istanza della mia ex che voleva pignorarmi un quinto dello stipendio: la causa mi è costata 6.000 euro. La consulenza psicologica imposta dal giudice mi ha bruciato 8.000 euro. Ora sono a metà procedura. L’appello per la separazione mi costerà 10.000 euro e poi devo affrontare il divorzio che potrebbe richiedere circa 7.000 euro se mia moglie non intenterà altre cause. Ma gli imprevisti sono dietro l’angolo».
La Ferrari elettrica Luce (Ansa)
Dalle parti di Maranello, il vernisage per la nuova Ferrari Luce, la prima vettura 100% elettrica di serie mai prodotta dalla casa del Cavallino rampante, era vista come un evento destinato a monopolizzare l’opinione pubblica. Monopolizzare e dividere, queste reazioni erano tenute in conto. Certamente non si aspettavano l’ondata di critiche piombate sul nuovo bolide multicolore del Cavallino e, per osmosi, sul John Elkann, che di questo progetto è il papà, quantomeno spirituale.
Dalle parti del capo di Exor, a parlare sono spesso (se non soprattutto) i quattrini: e la reazione della Borsa alla presentazione di Luce non deve essere piaciuta molto a Jaki. Tra i «puristi» della Rossa che sostengono che il nuovo modello si allontani troppo dall’identità storica di Ferrari, fatta di motori termici, con sound e design che ne hanno fatto un mito, ci sono evidentemente anche gli investitori: il titolo ha chiuso la seduta di stamane perdendo l’8,37% e attestandosi a 284,05 euro per azione. Una evidente bocciatura del mercato a tutta l’operazione. Elkann, Benedetto Vigna (ad di Ferrari) e Piero Ferrari (figlio del Drake) oggi l’hanno portata «in trionfo» per le vie di Roma, presentandola sia a papa Leone XIV sia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma la doppia benedizione, papale e quirinalizia, alla vettura non è servita. Appassionati del marchio, addetti del settore, semplici tifosi della Rossa hanno emesso il proprio verdetto: la macchina «è brutta», è il commento che va per la maggiore.
C’è chi l’ha paragonata alla Fiat Multipla degli anni Novanta, chi alla recente Nissan Leaf; chi a un modello orientale; altri hanno esibito elaborazioni alla buona fatte con l’Intelligenza artificiale, mostrando risultati sicuramente più godibili a livello estetico. «Elettrica, costossima e, dal punto di vista estetico, si commenta da sola... Sembra tutto fuorché un’auto del Cavallino. E questa sarebbe “innovazione”? Chissà Enzo Ferrari cosa direbbe...», ha scritto sui social il leader della Lega e il vicepremier, Matteo Salvini. Intercettando l’umore della stra-grande maggioranza degli italiani (ma non solo).
In effetti, per portare a casa una Luce, bisogna mettere mano ad almeno 550.000 euro. Mezzo milione per avere «oltre 530 km di autonomia nel ciclo europeo Wltp, grazie a una batteria da 122 kWh e architettura a 800 volt», dice la presentazione ufficiale. Numeri importanti, ma da declinare in salsa rossa: se la si guida come una Ferrari, l’autonomia rischia di essere minore perché i 1.000 cavalli elettrici invitano inevitabilmente a una guida aggressiva. E accelerazioni violente e velocità elevate sono i peggiori nemici delle batterie. E non si compra una Ferrari per andare in giro con il piede leggero...
Al di là delle batterie, due sono le critiche più feroci mosse a Luce: perdita del suono del motore termico e design. Per chi ama sentire il rombo di un V8 o di un V12, la «componente emozionale» che simula «vibrazioni e sonorità per restituire sensazioni più vicine possibili alle tradizionali sportive» (in pratica, il suono del motore esce da delle casse «amplificato come accade con una chitarra elettrica») è un’eresia.
Il vero pomo della discordia, comunque, è il design. Le prestazioni assicurate, almeno fintanto che la batteria è carica, possono anche essere da vera Ferrari (a livello tecnico, l’innovazione rappresenta un vero sforzo ingegneristico visto che sono stati brevettati 60 progetti collegati a Luce). Ma la linea è quella di una Apple car. Il riferimento alla società di Cupertino non è casuale, visto che a disegnarla è stato il collettivo creativo fondato dall’ex Apple, Jony Ive e da Marc Newson. Ma perché, se tutto il mondo riconosce nella Ferrari uno dei simboli ancora viventi dello «stile italiano», si è sentito il bisogno di far disegnare la vettura più di rottura della propria storia da chi, della Ferrari, non sa nulla? Che non ha mai disegnato un’auto ma solo uno smartphone? Mistero, e neanche tanto buffo. «Questo nuovo modello tramanda nel futuro i valori che rendono la Ferrari immediatamente riconoscibile in tutto il mondo», ha detto il presidente della Ferrari, John Elkann. Luca Cordero di Montezemolo, che ha legato a Maranello la fase più vincente della sua carriera professionale, a margine dell’assemblea annuale di Confindustria ha lanciato bordate: «Se dovessi dire quello che penso dovrei dire cose molto spiacevoli. Preferisco non commentare. Spero che qualcuno tolga il Cavallino da quella macchina. La Cina? Sicuramente i cinesi non ci copieranno questa macchina». Un concetto, quest’ultimo ripreso anche da Flavio Briatore in un video di sfottò sui social. Se non sono sentenze tombali, poco ci manca. Tra i detrattori del progetto c’è Carlo Calenda: «La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato. Complimenti a Elkann che dopo aver semidistrutto o alienato Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari , Juventus, Repubblica, ora ci prova con Ferrari. E non era facile», ha scritto il leader di Azione su X. «La prima auto elettrica Ferrari scontenta tutti», commenta il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, «Una strategia che, almeno al momento, appare sbagliata e che potrebbe rivelarsi un boomerang per la casa automobilistica».
Ultimo appunto: la Luce è stata presentata a Roma, nella Vela di Calatrava, e non a Maranello. Forse anche per non incappare nelle ire dello spirito del Drake.
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Dario Amodei (Getty Images)
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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