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2019-04-15
Il business dei bimbi. Case famiglia: un «tesoro» da 1 miliardo e troppi giudici con il conflitto d’interessi
Immagine dalla nuova fiction di Mediaset «L'amore strappato» [MariaMarin]
C'è un business che si consuma sulla pelle dei più piccoli. Un business che, secondo alcune associazioni, ammonta addirittura a 1 miliardo di euro. È il giro d'affari che ruota intorno all'affido dei bambini alle case famiglia. Per carità, non tutte pensano al fatturato anziché al benessere dei minori. Ma in una galassia di cooperative autenticamente caritatevoli, ci sono nebulose di affarismo e conflitti d'interessi. A cominciare da quelli dei giudici onorari, cioè gli esperti che lavorano a contatto con i magistrati togati nei tribunali minorili. E che, come ha denunciato l'associazione Finalmente liberi, spesso operano a vario titolo proprio nelle case famiglia in cui devono decidere se spedire i bambini. Tutte situazioni che fonti dell'esecutivo assicurano essere state appena prese in carico dal ministero della Giustizia.
Che il tema sia attualissimo, d'altronde, lo ha ribadito Matteo Salvini al Congresso delle famiglie di Verona, quando ha annunciato di voler «mettere occhio sul business delle comunità di bambini». I capigruppo della Lega alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, hanno assicurato che sarà avviata una nuova commissione d'inchiesta (dopo quella della bicamerale per l'infanzia, che si è chiusa a gennaio 2018). E proprio ieri sera è andata in onda l'ultima puntata della fiction di Canale 5, L'amore strappato, una miniserie sul clamoroso errore giudiziario che ha coinvolto, nel 1995, la piccola Angela Lucanto, allontanata dalla famiglia perché suo padre era stato ingiustamente accusato di averla molestata. La Lucanto, sul suo dramma, ha pubblicato un libro, Rapita dalla giustizia, scritto assieme ai giornalisti Caterina Guarnieri e Maurizio Tortorella.
Ma quanti bambini sono stati sottratti alle loro famiglie in Italia? E perché? Rispondere, nonostante le indagini condotte più volte dal Parlamento e dall'Authority per l'infanzia, non è facilissimo. Gli ultimi dati ufficiali del ministero del Lavoro risalgono al 2012. Nel gennaio 2018, la Commissione per l'infanzia e l'adolescenza aveva calcolato che nel 2014 erano 26.420 i piccoli sottratti alle famiglie. Altre fonti, nel 2015, parlavano di 28.449. Non tutti, ovviamente, finiscono nelle comunità: circa il 50% viene affidato ad altri nuclei familiari. Numeri più recenti è complicato trovarne. Le stime più verosimili, hanno spiegato alla Verità dal ministero della Famiglia, si ottengono incrociando i report del Garante e dell'Istituto degli Innocenti di Firenze, che comunque si basano su rilevazioni del 2015. Da qui si evince che i minori ospitati in strutture come case famiglia o comunità terapeutiche sono circa 12.000. A questi, però, vanno aggiunti i cosiddetti «dati di flusso», ovvero i bambini che entrano ed escono da una comunità nel corso di uno stesso anno. In tal caso, la cifra sale fino a circa 20.000 minori. Le associazioni che si battono per porre un argine agli allontanamenti, tuttavia, ritengono che il dato di flusso sia più alto. E parlano addirittura di 50.000 casi complessivi, tra i bambini nelle comunità e quelli assegnati a nuclei affidatari.
Ma le case famiglia? Secondo le ultime stime, sarebbero almeno 3.352. Ed è presto spiegato come si arriva al business da 1 miliardo di euro. «Le rette erogate da Comuni e Regioni, in media, viaggiano dai 70 ai 120 euro al giorno a minore», ha riferito alla Verità l'avvocato Cristina Franceschini, di Finalmente liberi. «Ma se i minori hanno disagi più seri e se le strutture d'accoglienza offrono, ad esempio, delle sedute di psicoterapia, le rette possono arrivare anche fino a 400 euro». Basta fare qualche moltiplicazione per ottenere il risultato finale. Luisella Mattiaca, del Coordinamento italiano servizi maltrattamento all'infanzia, insiste da diversi anni: non esiste alcun miliardo di euro. A suo avviso - così aveva riferito ad Avvenire nel 2015 - «il costo annuo dei minori in comunità è di 520 milioni. Con una retta adeguata costerebbero 785 milioni». Ad alimentare il balletto dei numeri contribuisce una certa opacità: quasi mai ci sono rendiconti precisi delle spese sostenute dai singoli centri d'accoglienza. Le rette, inoltre, variano molto di Regione in Regione e di Comune in Comune: a Roma la media è di 70 euro, in Veneto di 120, in Calabria di 90, in Campania di 115, in Lombardia di 107, ma a Milano di 78. Anche per questi motivi il governo gialloblù è orientato a introdurre un tariffario unico nazionale.
Il capitolo più dolente, tuttavia, è quello dei conflitti d'interessi dei giudici onorari. Nei tribunali dei minori, ai magistrati togati si affiancano esperti del settore, che dovrebbero partecipare sia alla fase istruttoria sia alla decisione finale sugli allontanamenti e gli affidi. L'associazione Finalmente liberi, negli anni, ha censito ben 200 casi di conflitti d'interessi: in pratica, gli onorari collaboravano spesso con le case famiglia presso le quali dovevano stabilire se collocare i minori. A volte, ha raccontato alla Verità la Franceschini, capitava che il giudice onorario fosse il fondatore o il presidente di quella comunità d'accoglienza. In seguito alle prime denunce, nel 2015 il Csm dispose che ciascun aspirante onorario allegasse alla sua candidatura una dichiarazione con cui escludeva eventuali incompatibilità. Ora, fonti del governo ci hanno ribadito la volontà di stringere ulteriormente le maglie, sancendo per legge «l'incompatibilità dei giudici onorari minorili qualora essi stessi o i rispettivi parenti o coniugi (entro il secondo grado) - e rispettivi conviventi - abbiano interessi in strutture d'affido». Secondo l'avvocato (ed ex giudice minorile) Francesco Morcavallo, pure lui già esponente di Finalmente liberi, la situazione negli ultimi anni non sarebbe granché migliorata. A suo avviso, anzi, «non è cambiato nulla. Anche nel 2010 esistevano disposizioni del Csm che vietavano ai giudici onorari di essere titolari delle case famiglia. Eppure, le circolari venivano ignorate. Io credo che i controlli mancassero allora come oggi». Non bisogna sforzarsi per capire che se chi dovrebbe decidere con distacco e serenità è coinvolto, se non come dirigente, magari come consulente o come collaboratore, nelle strutture d'affido, si determina un perverso incentivo a collocare i minori nelle case famiglia. Insomma, si consolida l'abitudine di allontanare i piccoli dai loro nuclei familiari d'origine, anche se hanno altri parenti che potrebbero prendersi cura di loro, per assegnarli alle comunità.
Morcavallo con La Verità ha sollevato un'altra questione delicatissima: a quanto pare, infatti, in molti tribunali minorili oberati di pratiche, i giudici onorari gestiscono interamente i procedimenti in luogo dei togati, non di rado in barba alle procedure. «Le deleghe agli onorari sono previste solo per singoli adempimenti. E invece spesso viene demandata a loro l'intera fase istruttoria, incluse questioni processuali che loro non sono in grado di gestire, per il semplice fatto che non conoscono la procedura». E così, ad esempio, capita che «le parti interessate non vengano nemmeno convocate in udienza». Si tratterebbe, secondo Morcavallo, di una prassi tutt'altro che infrequente: «A Roma capita tutti i giorni. Ma succede anche a Bologna, a Cagliari, a Venezia, ad Ancona. Nelle Marche, poi», ha aggiunto l'avvocato, «c'è una situazione disastrosa: alcuni procedimenti pendono per anni, finché il bambino non diventa maggiorenne…». A ciò si somma un ulteriore paradosso: «Talvolta, gli stessi giudici onorari cui è stato delegato il compito di seguire la fase istruttoria di un procedimento, poi non sono presenti in Camera di consiglio quando si decide. Si limitano ad affidare a un relatore le loro valutazioni». Dunque, non solo secondo Morcavallo i conflitti d'interessi non sono risolti, ma i giudici onorari si mettono persino a gestire, senza averne le competenze, le fasi processuali, collezionando anomalie procedurali. E, a volte, non sono neppure presenti in Camera di consiglio quando si arriva alla decisione finale. Misurare l'incidenza di questo fenomeno è impossibile: «Si dovrebbe avere accesso a tutti i fascicoli dei singoli tribunali e poi fare il calcolo di quanti sono gestiti dai giudici onorari. Ma, trattandosi di minorenni, l'accesso a quei fascicoli è giustamente limitato». Quel che è certo, comunque, è che tra giri d'affari, conflitti d'interessi e lacune nella gestione dei processi, chi ci rimette sono i bambini. Strappati alle famiglie e inseriti in un circuito di comunità dal quale rischiano di non uscire tanto facilmente.
Lo ha confermato alla Verità l'avvocato milanese Carmela Macchiarola, specializzata in diritto di famiglia. La Macchiarola si è soffermata sul problema degli stranieri. «Molti immigrati “importano" in Lombardia costumi piuttosto tribali e, magari, maltrattano le figlie. A quel punto è ovvio che il tribunale dei minori le affidi alle case famiglia». Però, c'è un però. «Il vero nodo sono le relazioni degli assistenti sociali. Costoro sono di fatto incentivati a suggerire ai magistrati di prolungare la permanenza dei minori nelle strutture d'affido, perché più sono i bimbi collocati lì, più fondi arrivano, più lavoro c'è per loro». Insomma, ha concluso la Macchiarola, per com'è congegnato, il sistema favorisce «la stagnazione dei minori nelle case famiglia».
D'altro canto, a scorgere i motivi più frequenti alla base degli allontanamenti familiari, si fa un balzo sulla sedia. Come si evince da un rapporto del 2011 del ministero del Lavoro, infatti, tra le cause spicca il 37% dei casi di «inadeguatezza genitoriale», a loro volta fondati per il 44% su «situazioni di povertà materiale». In buona sostanza, a tante famiglie povere, anziché offrire un aiuto, si tolgono i figli. Allora sì che questi sono amori strappati.
«In Veneto c’era una Onlus con la Jaguar d’ordinanza»
Cristina Franceschini, avvocato veronese, si batte con l'associazione Finalmente liberi contro le storture del sistema delle case famiglia.
Avvocato, si può dire che questo sia un business?
«Be', lo si può dedurre».
Da cosa?
«Dal fatto che ci siano comunità che arrivano a percepire rette di 400 euro al giorno a bambino, senza che ci siano rendiconti di come questi soldi vengono utilizzati».
Può fare qualche esempio?
«Tempo fa, in Veneto, avevo sollecitato un'interrogazione regionale su una casa famiglia che chiedeva, appunto, una retta da 400 euro. Due mesi dopo la retta è stata dimezzata».
Retta dimezzata?
«Se potevano sopravvivere anche con 200 euro, significa che quei 400 euro erano ingiustificati… Peraltro, a dirigere quella struttura c'era un giudice onorario!».
Ai giudici onorari ci arriviamo tra poco. Altri episodi significativi?
«Una comunità cui risultava intestata una Jaguar».
Ah però. Ma come giustificano certe rette le Onlus?
«Ad esempio, con visite psicologiche ai minori. Ma mancano i controlli».
In che senso?
«Le Regioni stanziano quei soldi, però non sanno come vengono spesi».
Perché è difficile trovare dati precisi e aggiornati ?
«Manca una banca dati nazionale sui minori allontanati. Il Garante dell'infanzia, nel 2018, aveva stilato un report sul numero dei minori accolti nelle strutture: circa 20.000. Ma si basava su dati del 2015».
Ci sono altri report?
«Quello dell'Istituto degli Innocenti, del 2010. Lì si parlava di circa 15.000 minori nelle case famiglia».
Cinquemila in meno. L'aumento negli anni a cosa potrebbe essere dovuto?
«Forse all'arrivo dei minori stranieri non accompagnati».
Altre zone d'ombra?
«Non si sa quante siano le famiglie affidatarie, che accoglierebbero altri 15.000 minori circa. È un capitolo di spesa, anche se irrisorio rispetto a quello delle strutture d'accoglienza. Una famiglia riceve tra 500 e 700 euro al mese».
Dunque, sarebbero circa 30.000 i bambini allontanati dalle famiglie di provenienza. Perché le associazioni come Finalmente liberi parlano di 50.000 casi?
«Sempre secondo quei vecchi report, c' era un flusso annuale di 10.000 minori».
Un flusso? Cioè?
«Minori accolti nelle case famiglia e poi usciti nel corso dello stesso anno. I 40/50.000 casi arrivano da qui. Ma sono solo stime».
Perché i bambini vengono allontanati dalle loro famiglie?
«In un report del 2011 spicca il dato del 37% di allontanamenti dovuti a “inadeguatezza genitoriale"».
Che vuol dire?
«Be', è un concetto amplissimo. E infatti, nello stesso report si spiegava che tra i motivi di “inadeguatezza" c'era la “povertà materiale" di una famiglia. Che però, ai sensi di legge, non può giustificare l'allontanamento di un minore».
Una famiglia povera bisogna aiutarla, non toglierle i figli.
«Esattamente».
Veniamo ai giudici onorari. Le vostre denunce hanno cambiato qualcosa?
«Nel 2015 il Csm ha emesso una nuova circolare. E nei bandi per l'ultimo triennio c'era un divieto per i giudici onorari di collaborare a qualsiasi titolo con le comunità».
Però…
«Come nel 2010 una circolare vietava ai giudici onorari di essere anche dirigenti delle case famiglia, ma veniva ignorata, credo che anche oggi manchino i controlli».
E perché?
«I presidenti dei Tribunali minorili non hanno una banca dati elettronica, che andrebbe redatta da un'autorità terza».
In che modo?
«Si verifica tutto il personale che opera nelle comunità, lo si inserisce in un archivio elettronico, così a un presidente di Tribunale basta digitare il nome di un aspirante onorario per verificare eventuali incompatibilità».
Una riforma del sistema di che altro ha bisogno?
«Nomenclature uniformi».
Che vuol dire?
«Ora ogni Regione stabilisce i criteri per assegnare a una comunità la dicitura di casa famiglia, comunità educativa, o comunità terapeutica, in base al numero di minori ospitati e al tipo di assistenza che viene fornita. Questi criteri vanno uniformati».
E poi?
«Le spese delle comunità vanno rendicontate: per ogni minore bisogna conoscere, ad esempio, quante sedute psicologiche sono state svolte, da chi, con quali costi… E ci vuole un tariffario nazionale».
Ma della commissione d'inchiesta voluta dalla Lega che ne pensa?
«Penso che serva. Ma non deve concentrarsi soltanto sull'aspetto economico».
Che altro va verificato?
«Perché, nelle case famiglia, di minori ne vengono spiediti tanti. Bisogna indagare sui criteri in base ai quali sono stabiliti gli allontanamenti. C'è un documento da cui partire».
Quella della bicamerale?
«Sì. Un'indagine conoscitiva della commissione parlamentare per l'Infanzia e l'adolescenza. I politici la studino».
«Ora ridateci la nostra nipotina»
Tra le famiglie che combattono ogni giorno per riavere un bambino strappato dalla giustizia c'è quella di Samantha Scrof la cui figlia, Angelica, è stata data in adozione dopo la sua prematura scomparsa.
A lottare per Samantha, nel tentativo di riunire quel che rimane della sua famiglia c'è Barbara, sua sorella, che non si è mai arresa all'idea che la nipotina sia stata affidata dai giudici a una coppia di estranei. «Nel ctu ( un atto formale richiesto durante un procedimento giuridico che aiuta il giudice ad acquisire informazioni prima di emettere una sentenza, ndr.) si legge chiaramente che la mia famiglia è idonea ad accogliere Angelica. Continuiamo a non comprendere questa decisione. Perché allontanare una bambina dalla sua vera famiglia per farle costruire una nuova vita con due genitori che sono dei completi estranei per lei?». Contattata dalla Verità Barbara ha spiegato come «l'esito di tutte le perizie di idoneità sulla nostra famiglia è sempre stato positivo. Per tutti, assistenti sociali e giudici, potevamo adottare Angelica. Perché allora cambiare idea e strapparla a noi in questo modo?»
La storia di Angelica, che oggi non porta più il cognome Scrof e vive la sua vita a 60 chilometri dalla casa della sua vera famiglia, è tormentatissima. La bimba, oltre a non aver mai conosciuto suo padre ha perso la mamma da piccola. «Samantha aveva problemi di tossicodipendenza» ci spiega Barbara Scrof «alla nascita di Angelica lei e la piccola vennero collocate in una struttura per mamme con figli. Ma lì non stava bene». Iniziano così una serie di trasferimenti, prima a casa della madre di Samantha e poi in una nuova casa famiglia in provincia di Pavia. È proprio in quest'ultima struttura che Angelica e Samantha vivono felici per un periodo. Fino a che la bambina non viene strappata per la prima volta alla madre. La donna, a quel punto, cade in una spirale senza fondo. «Aveva gli occhi vuoti, ci diceva che se non poteva stare con sua figlia allora era meglio morire» ricorda Barbara. E così fu. «Dopo un incontro con Angelica in cui la bimba, in lacrime, chiedeva di poter rimanere tra le braccia della madre, Samantha venne investita da due auto. Quando giunsi sul luogo dell'incidente rimasi sconvolta: quello che rimaneva di mia sorella era una scia di sangue lunga 30 metri e la sua borsetta sull'asfalto. Lei giaceva senza vita sotto un telo termico».
«Il mio primo pensiero fu la bimba. Per questo, non appena seppellita mia sorella, io, mia madre e mio fratello ci siamo immediatamente rivolti ai giudici manifestando l'intenzione di adottare la nostra nipotina» continua a raccontare Barbara Scrof «io e mio marito fummo individuati come coppia idonea a prendersi cura della bambina». Ma qualcosa è andato storto. Dopo un lungo iter con giudici, udienze, assistenti sociali e sedute con psicologi e psichiatri, il tribunale decide di affidare la piccola a una nuova famiglia. «Non ne capiamo il motivo. Noi eravamo stati ritenuti idonei, la bimba si ricorda di noi, della nonna. Perché non lasciarla con la sua vera famiglia? Perché non darle la possibilità di rimanere attaccata alle suo origini? Perché cancellare il suo passato?». Queste e altre mille domande tormentano ogni giorno Barbara e la sua famiglia che, nonostante siano passati anni non si arrendono e continuano a chiedere di riavere la piccola. «A oggi» conclude amareggiata Barbara «so che la bimba sta bene. Ha cambiato cognome. Della madre, Samantha Scrof, è stata cancellata ogni traccia. L'ho vista da lontano qualche volta, ho portato i suoi cuginetti e la nonna a osservarla di nascosto e per questo siamo stati redarguiti dai nuovi genitori che hanno addirittura chiamato i carabinieri. Perché vietarci ogni contatto con lei?».
Marianna Baroli
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I numeri dell'amore strappato: circa 30.000 minori sottratti ogni anno ai genitori, oltre 12.000 inseriti nelle comunità, esperti che decidono sugli affidi e intanto operano nelle strutture d'accoglienza. E le rette giornaliere arrivano a 400 euro a bambino.L'avvocato: «Gli enti locali stanziano i fondi ma non sanno come vengono usati. Le associazioni vanno obbligate a rendicontare tutto. E servono tariffe standard».La piccola Angelica è stata affidata in adozione nonostante l'idoneità riconosciuta ai suoi zii dai servizi sociali. Barbara Scrof: «Siamo stati cancellati dalla sua vita».Lo speciale contiene tre articoliC'è un business che si consuma sulla pelle dei più piccoli. Un business che, secondo alcune associazioni, ammonta addirittura a 1 miliardo di euro. È il giro d'affari che ruota intorno all'affido dei bambini alle case famiglia. Per carità, non tutte pensano al fatturato anziché al benessere dei minori. Ma in una galassia di cooperative autenticamente caritatevoli, ci sono nebulose di affarismo e conflitti d'interessi. A cominciare da quelli dei giudici onorari, cioè gli esperti che lavorano a contatto con i magistrati togati nei tribunali minorili. E che, come ha denunciato l'associazione Finalmente liberi, spesso operano a vario titolo proprio nelle case famiglia in cui devono decidere se spedire i bambini. Tutte situazioni che fonti dell'esecutivo assicurano essere state appena prese in carico dal ministero della Giustizia.Che il tema sia attualissimo, d'altronde, lo ha ribadito Matteo Salvini al Congresso delle famiglie di Verona, quando ha annunciato di voler «mettere occhio sul business delle comunità di bambini». I capigruppo della Lega alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, hanno assicurato che sarà avviata una nuova commissione d'inchiesta (dopo quella della bicamerale per l'infanzia, che si è chiusa a gennaio 2018). E proprio ieri sera è andata in onda l'ultima puntata della fiction di Canale 5, L'amore strappato, una miniserie sul clamoroso errore giudiziario che ha coinvolto, nel 1995, la piccola Angela Lucanto, allontanata dalla famiglia perché suo padre era stato ingiustamente accusato di averla molestata. La Lucanto, sul suo dramma, ha pubblicato un libro, Rapita dalla giustizia, scritto assieme ai giornalisti Caterina Guarnieri e Maurizio Tortorella.Ma quanti bambini sono stati sottratti alle loro famiglie in Italia? E perché? Rispondere, nonostante le indagini condotte più volte dal Parlamento e dall'Authority per l'infanzia, non è facilissimo. Gli ultimi dati ufficiali del ministero del Lavoro risalgono al 2012. Nel gennaio 2018, la Commissione per l'infanzia e l'adolescenza aveva calcolato che nel 2014 erano 26.420 i piccoli sottratti alle famiglie. Altre fonti, nel 2015, parlavano di 28.449. Non tutti, ovviamente, finiscono nelle comunità: circa il 50% viene affidato ad altri nuclei familiari. Numeri più recenti è complicato trovarne. Le stime più verosimili, hanno spiegato alla Verità dal ministero della Famiglia, si ottengono incrociando i report del Garante e dell'Istituto degli Innocenti di Firenze, che comunque si basano su rilevazioni del 2015. Da qui si evince che i minori ospitati in strutture come case famiglia o comunità terapeutiche sono circa 12.000. A questi, però, vanno aggiunti i cosiddetti «dati di flusso», ovvero i bambini che entrano ed escono da una comunità nel corso di uno stesso anno. In tal caso, la cifra sale fino a circa 20.000 minori. Le associazioni che si battono per porre un argine agli allontanamenti, tuttavia, ritengono che il dato di flusso sia più alto. E parlano addirittura di 50.000 casi complessivi, tra i bambini nelle comunità e quelli assegnati a nuclei affidatari. Ma le case famiglia? Secondo le ultime stime, sarebbero almeno 3.352. Ed è presto spiegato come si arriva al business da 1 miliardo di euro. «Le rette erogate da Comuni e Regioni, in media, viaggiano dai 70 ai 120 euro al giorno a minore», ha riferito alla Verità l'avvocato Cristina Franceschini, di Finalmente liberi. «Ma se i minori hanno disagi più seri e se le strutture d'accoglienza offrono, ad esempio, delle sedute di psicoterapia, le rette possono arrivare anche fino a 400 euro». Basta fare qualche moltiplicazione per ottenere il risultato finale. Luisella Mattiaca, del Coordinamento italiano servizi maltrattamento all'infanzia, insiste da diversi anni: non esiste alcun miliardo di euro. A suo avviso - così aveva riferito ad Avvenire nel 2015 - «il costo annuo dei minori in comunità è di 520 milioni. Con una retta adeguata costerebbero 785 milioni». Ad alimentare il balletto dei numeri contribuisce una certa opacità: quasi mai ci sono rendiconti precisi delle spese sostenute dai singoli centri d'accoglienza. Le rette, inoltre, variano molto di Regione in Regione e di Comune in Comune: a Roma la media è di 70 euro, in Veneto di 120, in Calabria di 90, in Campania di 115, in Lombardia di 107, ma a Milano di 78. Anche per questi motivi il governo gialloblù è orientato a introdurre un tariffario unico nazionale.Il capitolo più dolente, tuttavia, è quello dei conflitti d'interessi dei giudici onorari. Nei tribunali dei minori, ai magistrati togati si affiancano esperti del settore, che dovrebbero partecipare sia alla fase istruttoria sia alla decisione finale sugli allontanamenti e gli affidi. L'associazione Finalmente liberi, negli anni, ha censito ben 200 casi di conflitti d'interessi: in pratica, gli onorari collaboravano spesso con le case famiglia presso le quali dovevano stabilire se collocare i minori. A volte, ha raccontato alla Verità la Franceschini, capitava che il giudice onorario fosse il fondatore o il presidente di quella comunità d'accoglienza. In seguito alle prime denunce, nel 2015 il Csm dispose che ciascun aspirante onorario allegasse alla sua candidatura una dichiarazione con cui escludeva eventuali incompatibilità. Ora, fonti del governo ci hanno ribadito la volontà di stringere ulteriormente le maglie, sancendo per legge «l'incompatibilità dei giudici onorari minorili qualora essi stessi o i rispettivi parenti o coniugi (entro il secondo grado) - e rispettivi conviventi - abbiano interessi in strutture d'affido». Secondo l'avvocato (ed ex giudice minorile) Francesco Morcavallo, pure lui già esponente di Finalmente liberi, la situazione negli ultimi anni non sarebbe granché migliorata. A suo avviso, anzi, «non è cambiato nulla. Anche nel 2010 esistevano disposizioni del Csm che vietavano ai giudici onorari di essere titolari delle case famiglia. Eppure, le circolari venivano ignorate. Io credo che i controlli mancassero allora come oggi». Non bisogna sforzarsi per capire che se chi dovrebbe decidere con distacco e serenità è coinvolto, se non come dirigente, magari come consulente o come collaboratore, nelle strutture d'affido, si determina un perverso incentivo a collocare i minori nelle case famiglia. Insomma, si consolida l'abitudine di allontanare i piccoli dai loro nuclei familiari d'origine, anche se hanno altri parenti che potrebbero prendersi cura di loro, per assegnarli alle comunità.Morcavallo con La Verità ha sollevato un'altra questione delicatissima: a quanto pare, infatti, in molti tribunali minorili oberati di pratiche, i giudici onorari gestiscono interamente i procedimenti in luogo dei togati, non di rado in barba alle procedure. «Le deleghe agli onorari sono previste solo per singoli adempimenti. E invece spesso viene demandata a loro l'intera fase istruttoria, incluse questioni processuali che loro non sono in grado di gestire, per il semplice fatto che non conoscono la procedura». E così, ad esempio, capita che «le parti interessate non vengano nemmeno convocate in udienza». Si tratterebbe, secondo Morcavallo, di una prassi tutt'altro che infrequente: «A Roma capita tutti i giorni. Ma succede anche a Bologna, a Cagliari, a Venezia, ad Ancona. Nelle Marche, poi», ha aggiunto l'avvocato, «c'è una situazione disastrosa: alcuni procedimenti pendono per anni, finché il bambino non diventa maggiorenne…». A ciò si somma un ulteriore paradosso: «Talvolta, gli stessi giudici onorari cui è stato delegato il compito di seguire la fase istruttoria di un procedimento, poi non sono presenti in Camera di consiglio quando si decide. Si limitano ad affidare a un relatore le loro valutazioni». Dunque, non solo secondo Morcavallo i conflitti d'interessi non sono risolti, ma i giudici onorari si mettono persino a gestire, senza averne le competenze, le fasi processuali, collezionando anomalie procedurali. E, a volte, non sono neppure presenti in Camera di consiglio quando si arriva alla decisione finale. Misurare l'incidenza di questo fenomeno è impossibile: «Si dovrebbe avere accesso a tutti i fascicoli dei singoli tribunali e poi fare il calcolo di quanti sono gestiti dai giudici onorari. Ma, trattandosi di minorenni, l'accesso a quei fascicoli è giustamente limitato». Quel che è certo, comunque, è che tra giri d'affari, conflitti d'interessi e lacune nella gestione dei processi, chi ci rimette sono i bambini. Strappati alle famiglie e inseriti in un circuito di comunità dal quale rischiano di non uscire tanto facilmente.Lo ha confermato alla Verità l'avvocato milanese Carmela Macchiarola, specializzata in diritto di famiglia. La Macchiarola si è soffermata sul problema degli stranieri. «Molti immigrati “importano" in Lombardia costumi piuttosto tribali e, magari, maltrattano le figlie. A quel punto è ovvio che il tribunale dei minori le affidi alle case famiglia». Però, c'è un però. «Il vero nodo sono le relazioni degli assistenti sociali. Costoro sono di fatto incentivati a suggerire ai magistrati di prolungare la permanenza dei minori nelle strutture d'affido, perché più sono i bimbi collocati lì, più fondi arrivano, più lavoro c'è per loro». Insomma, ha concluso la Macchiarola, per com'è congegnato, il sistema favorisce «la stagnazione dei minori nelle case famiglia».D'altro canto, a scorgere i motivi più frequenti alla base degli allontanamenti familiari, si fa un balzo sulla sedia. Come si evince da un rapporto del 2011 del ministero del Lavoro, infatti, tra le cause spicca il 37% dei casi di «inadeguatezza genitoriale», a loro volta fondati per il 44% su «situazioni di povertà materiale». In buona sostanza, a tante famiglie povere, anziché offrire un aiuto, si tolgono i figli. Allora sì che questi sono amori strappati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-business-dei-bimbi-case-famiglia-un-tesoro-da-1-miliardo-e-troppi-giudici-con-il-conflitto-dinteressi-2634615340.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-veneto-cera-una-onlus-con-la-jaguar-dordinanza" data-post-id="2634615340" data-published-at="1773728595" data-use-pagination="False"> «In Veneto c’era una Onlus con la Jaguar d’ordinanza» Cristina Franceschini, avvocato veronese, si batte con l'associazione Finalmente liberi contro le storture del sistema delle case famiglia. Avvocato, si può dire che questo sia un business? «Be', lo si può dedurre». Da cosa? «Dal fatto che ci siano comunità che arrivano a percepire rette di 400 euro al giorno a bambino, senza che ci siano rendiconti di come questi soldi vengono utilizzati». Può fare qualche esempio? «Tempo fa, in Veneto, avevo sollecitato un'interrogazione regionale su una casa famiglia che chiedeva, appunto, una retta da 400 euro. Due mesi dopo la retta è stata dimezzata». Retta dimezzata? «Se potevano sopravvivere anche con 200 euro, significa che quei 400 euro erano ingiustificati… Peraltro, a dirigere quella struttura c'era un giudice onorario!». Ai giudici onorari ci arriviamo tra poco. Altri episodi significativi? «Una comunità cui risultava intestata una Jaguar». Ah però. Ma come giustificano certe rette le Onlus? «Ad esempio, con visite psicologiche ai minori. Ma mancano i controlli». In che senso? «Le Regioni stanziano quei soldi, però non sanno come vengono spesi». Perché è difficile trovare dati precisi e aggiornati ? «Manca una banca dati nazionale sui minori allontanati. Il Garante dell'infanzia, nel 2018, aveva stilato un report sul numero dei minori accolti nelle strutture: circa 20.000. Ma si basava su dati del 2015». Ci sono altri report? «Quello dell'Istituto degli Innocenti, del 2010. Lì si parlava di circa 15.000 minori nelle case famiglia». Cinquemila in meno. L'aumento negli anni a cosa potrebbe essere dovuto? «Forse all'arrivo dei minori stranieri non accompagnati». Altre zone d'ombra? «Non si sa quante siano le famiglie affidatarie, che accoglierebbero altri 15.000 minori circa. È un capitolo di spesa, anche se irrisorio rispetto a quello delle strutture d'accoglienza. Una famiglia riceve tra 500 e 700 euro al mese». Dunque, sarebbero circa 30.000 i bambini allontanati dalle famiglie di provenienza. Perché le associazioni come Finalmente liberi parlano di 50.000 casi? «Sempre secondo quei vecchi report, c' era un flusso annuale di 10.000 minori». Un flusso? Cioè? «Minori accolti nelle case famiglia e poi usciti nel corso dello stesso anno. I 40/50.000 casi arrivano da qui. Ma sono solo stime». Perché i bambini vengono allontanati dalle loro famiglie? «In un report del 2011 spicca il dato del 37% di allontanamenti dovuti a “inadeguatezza genitoriale"». Che vuol dire? «Be', è un concetto amplissimo. E infatti, nello stesso report si spiegava che tra i motivi di “inadeguatezza" c'era la “povertà materiale" di una famiglia. Che però, ai sensi di legge, non può giustificare l'allontanamento di un minore». Una famiglia povera bisogna aiutarla, non toglierle i figli. «Esattamente». Veniamo ai giudici onorari. Le vostre denunce hanno cambiato qualcosa? «Nel 2015 il Csm ha emesso una nuova circolare. E nei bandi per l'ultimo triennio c'era un divieto per i giudici onorari di collaborare a qualsiasi titolo con le comunità». Però… «Come nel 2010 una circolare vietava ai giudici onorari di essere anche dirigenti delle case famiglia, ma veniva ignorata, credo che anche oggi manchino i controlli». E perché? «I presidenti dei Tribunali minorili non hanno una banca dati elettronica, che andrebbe redatta da un'autorità terza». In che modo? «Si verifica tutto il personale che opera nelle comunità, lo si inserisce in un archivio elettronico, così a un presidente di Tribunale basta digitare il nome di un aspirante onorario per verificare eventuali incompatibilità». Una riforma del sistema di che altro ha bisogno? «Nomenclature uniformi». Che vuol dire? «Ora ogni Regione stabilisce i criteri per assegnare a una comunità la dicitura di casa famiglia, comunità educativa, o comunità terapeutica, in base al numero di minori ospitati e al tipo di assistenza che viene fornita. Questi criteri vanno uniformati». E poi? «Le spese delle comunità vanno rendicontate: per ogni minore bisogna conoscere, ad esempio, quante sedute psicologiche sono state svolte, da chi, con quali costi… E ci vuole un tariffario nazionale». Ma della commissione d'inchiesta voluta dalla Lega che ne pensa? «Penso che serva. Ma non deve concentrarsi soltanto sull'aspetto economico». Che altro va verificato? «Perché, nelle case famiglia, di minori ne vengono spiediti tanti. Bisogna indagare sui criteri in base ai quali sono stabiliti gli allontanamenti. C'è un documento da cui partire». Quella della bicamerale? «Sì. Un'indagine conoscitiva della commissione parlamentare per l'Infanzia e l'adolescenza. I politici la studino». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-business-dei-bimbi-case-famiglia-un-tesoro-da-1-miliardo-e-troppi-giudici-con-il-conflitto-dinteressi-2634615340.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ora-ridateci-la-nostra-nipotina" data-post-id="2634615340" data-published-at="1773728595" data-use-pagination="False"> «Ora ridateci la nostra nipotina» Tra le famiglie che combattono ogni giorno per riavere un bambino strappato dalla giustizia c'è quella di Samantha Scrof la cui figlia, Angelica, è stata data in adozione dopo la sua prematura scomparsa. A lottare per Samantha, nel tentativo di riunire quel che rimane della sua famiglia c'è Barbara, sua sorella, che non si è mai arresa all'idea che la nipotina sia stata affidata dai giudici a una coppia di estranei. «Nel ctu ( un atto formale richiesto durante un procedimento giuridico che aiuta il giudice ad acquisire informazioni prima di emettere una sentenza, ndr.) si legge chiaramente che la mia famiglia è idonea ad accogliere Angelica. Continuiamo a non comprendere questa decisione. Perché allontanare una bambina dalla sua vera famiglia per farle costruire una nuova vita con due genitori che sono dei completi estranei per lei?». Contattata dalla Verità Barbara ha spiegato come «l'esito di tutte le perizie di idoneità sulla nostra famiglia è sempre stato positivo. Per tutti, assistenti sociali e giudici, potevamo adottare Angelica. Perché allora cambiare idea e strapparla a noi in questo modo?» La storia di Angelica, che oggi non porta più il cognome Scrof e vive la sua vita a 60 chilometri dalla casa della sua vera famiglia, è tormentatissima. La bimba, oltre a non aver mai conosciuto suo padre ha perso la mamma da piccola. «Samantha aveva problemi di tossicodipendenza» ci spiega Barbara Scrof «alla nascita di Angelica lei e la piccola vennero collocate in una struttura per mamme con figli. Ma lì non stava bene». Iniziano così una serie di trasferimenti, prima a casa della madre di Samantha e poi in una nuova casa famiglia in provincia di Pavia. È proprio in quest'ultima struttura che Angelica e Samantha vivono felici per un periodo. Fino a che la bambina non viene strappata per la prima volta alla madre. La donna, a quel punto, cade in una spirale senza fondo. «Aveva gli occhi vuoti, ci diceva che se non poteva stare con sua figlia allora era meglio morire» ricorda Barbara. E così fu. «Dopo un incontro con Angelica in cui la bimba, in lacrime, chiedeva di poter rimanere tra le braccia della madre, Samantha venne investita da due auto. Quando giunsi sul luogo dell'incidente rimasi sconvolta: quello che rimaneva di mia sorella era una scia di sangue lunga 30 metri e la sua borsetta sull'asfalto. Lei giaceva senza vita sotto un telo termico». «Il mio primo pensiero fu la bimba. Per questo, non appena seppellita mia sorella, io, mia madre e mio fratello ci siamo immediatamente rivolti ai giudici manifestando l'intenzione di adottare la nostra nipotina» continua a raccontare Barbara Scrof «io e mio marito fummo individuati come coppia idonea a prendersi cura della bambina». Ma qualcosa è andato storto. Dopo un lungo iter con giudici, udienze, assistenti sociali e sedute con psicologi e psichiatri, il tribunale decide di affidare la piccola a una nuova famiglia. «Non ne capiamo il motivo. Noi eravamo stati ritenuti idonei, la bimba si ricorda di noi, della nonna. Perché non lasciarla con la sua vera famiglia? Perché non darle la possibilità di rimanere attaccata alle suo origini? Perché cancellare il suo passato?». Queste e altre mille domande tormentano ogni giorno Barbara e la sua famiglia che, nonostante siano passati anni non si arrendono e continuano a chiedere di riavere la piccola. «A oggi» conclude amareggiata Barbara «so che la bimba sta bene. Ha cambiato cognome. Della madre, Samantha Scrof, è stata cancellata ogni traccia. L'ho vista da lontano qualche volta, ho portato i suoi cuginetti e la nonna a osservarla di nascosto e per questo siamo stati redarguiti dai nuovi genitori che hanno addirittura chiamato i carabinieri. Perché vietarci ogni contatto con lei?». Marianna Baroli
Quindi, che si fa? Al momento l’Unione europea balbetta, mostrando di non aver chiara la strada da seguire. C’è un auspicio a risolvere la questione con una mediazione, c’è qualche ripensamento sul fronte delle centrali nucleari, c’è addirittura qualcuno che spinge per accelerare l’introduzione delle rinnovabili. Ma tutte queste presunte vie d’uscita non servono a garantire una soluzione rapida al problema energetico. Impianti a fissione o campi per la produzione di energia solare o eolica richiedono tempo per essere realizzati e questo è ciò che manca per ottenere risultati velocemente.
Su queste pagine abbiamo suggerito la risposta più immediata e anche più sensata: riaprire i canali con Mosca, per assicurarci una fornitura costante di gas e petrolio. Qualcuno pensa che bussare alla porta del Cremlino sarebbe una resa a Putin, un via libera alla brutale aggressione dell’Ucraina. In realtà si tratterebbe di una mossa politica di grande realismo. Innanzi tutto, bisogna prendere atto che, dopo quattro anni di sanzioni, le misure adottate dalla Ue per fermare la brutalità delle truppe russe non sono servite a molto. Anzi: con il rialzo dei prezzi dovuto alla crisi iraniana, Mosca ha la possibilità di incassare degli extra profitti senza neppure fare la fatica di incrementare le vendite di greggio. Paradossalmente la guerra sta rendendo ricco Putin e immettere gas e petrolio russi contribuirebbe ad abbassare le quotazioni, limandone i guadagni.
Del resto, è ciò che sta provando a fare lo stesso Trump, che, di fronte alla fiammata dei prezzi, ha deciso di sospendere le sanzioni per un mese, aprendo all’India ma anche a chiunque altro voglia comprare i combustibili di Mosca. Tuttavia il presidente americano non è il solo a pensarla così. Ieri anche il premier belga, l’indipendentista Bart De Wever, ha detto che l’Europa deve negoziare con la Russia per porre fine alla guerra in Ucraina e ripristinare l’accesso all’energia a basso costo. Una posizione che certo rompe il fronte di chi vorrebbe proseguire a oltranza il conflitto tra Mosca e Kiev, ma che svela un sano pragmatismo che non è più limitato a poche voci isolate.
Del resto, se la strada più logica non si vuole percorrere per un posizionamento pregiudiziale, le altre soluzioni non soltanto non sono più immediate, ma richiedono di mettere da parte altri pregiudizi. Il primo dei quali è quello che ci ha imposto la transizione verde, ovvero un piano per eliminare le emissioni di CO2, costringendo l’industria dentro regole che rischiano di far precipitare il Pil dei Paesi europei.
C’è poi un’altra possibilità, ma anche in questo caso si tratta di mettere da parte alcuni irragionevoli dogmi, come ad esempio i vincoli di bilancio e il debito comune. Se non si può riaprire il rubinetto del gas russo e nemmeno tumulare il Green deal, non resta che mettere mano ai soldi, per finanziare la ripresa europea. In questi anni si sono trovate montagne di miliardi per sostenere Kiev, ma adesso invece di staccare assegni a favore dell’Ucraina è necessario spenderli per l’Europa, rinunciando ai parametri della burocrazia di Bruxelles e anche alle regole studiate a tavolino. Siamo in emergenza, servono misure di emergenza, perché non si può combattere una guerra (perché quella in cui siamo coinvolti è una guerra) con le stesse armi che si usano in tempo di pace.
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L’obiettivo - spiega Orcel nel corso della conference call con gli analisti - è molto più sobrio e dialogante: superare la soglia del 30% prevista dalla legge tedesca e, magari, aprire «un confronto costruttivo». In altre parole: bussiamo alla porta con un piede già dentro, ma solo per riprendere a parlare. La mossa non è esattamente improvvisata. Unicredit possiede già circa il 26% di Commerzbank e un ulteriore 4% in derivati. Insomma è come se qualcuno si si presentasse a cena avendo già mangiato. L’Ops serve a superare la soglia fatidica del 30% e trasformare una partecipazione robusta in un potere negoziale ancora più robusto. Orcel lo dice senza molti giri di parole: l’offerta è formalmente sul 100% perché la normativa tedesca lo impone, ma l’aspettativa è di non arrivare al controllo. Insomma, una scalata che non vuole scalare. Serve solo a riprendere la campagna acquisti. Un passaggio obbligato. Piazza Affari resta un po’ disorientata: all’inizio manda il titolo in territorio negativo. Tranne poi farlo crescere dello 0,54% a 63,8 euro quando realizza che si tratta solo di tattica negoziale.
Il dettaglio tecnico non è irrilevante. Il concambio ipotizzato — circa 0,485 azioni Unicredit per ogni azione Commerzbank — valorizzerebbe il titolo tedesco intorno ai 30,8 euro, con un premio modesto del 4% rispetto alle quotazioni di metà marzo. Un’offerta timida. Talmente timida che a Francoforte il mercato non fatica a reagire portando subito il titolo Commerz sopra la soglia dell’Ops: +7,71% a 31,870 euro. Segnale piuttosto eloquente: se qualcuno vuole davvero comandare, forse dovrà mettere sul tavolo qualcosa più di un sorriso.
E qui comincia il secondo atto della rappresentazione. Titolo: la reazione tedesca. Il governo possiede ancora circa il 12% della banca ereditato dalle stagioni turbolente del passato quando l’istituto era stato salvato dall’intervento pubblico. La posizione, per il momento non cambia: «Vogliamo mantenere l’indipendenza della Commerzbank», dice il cancelliere tedesco Friedrich Merz «Ma adesso Commerzbank deve dare una risposta e tutto il resto si vedrà nelle prossime settimane e mesi». Per la serie: grazie per l’interesse ma la porta resta chiusa. Molto più netto il ministro delle Finanze Maximilian Kall. Definisce «inaccettabile» l’acquisizione ostile di un istituto considerato sistemico per il Paese.
Non meno diretta la replica dell’amministratrice delegata di Commerzbank, Bettina Orlopp, che ha chiarito due punti con precisione: l’operazione non è stata concordata e la banca farà di tutto per difendere la propria indipendenza. Come dire: non abbiamo bisogno di salvatori stranieri, soprattutto se arrivano senza un bel regalo per gli azionisti.
Dalla Commissione europea arriva però, una bacchettata per i tedeschi. La portavoce per i servizi finanziari, Siobhan McGarry, ricorda che il settore bancario europeo avrebbe bisogno di più consolidamento, anche transfrontaliero, per diventare competitivo su scala globale. Vuol dire che Bruxelles considera le fusioni utili per competere con i colossi di Usa e Cina. Lamenta che poi, ogni Paese difende la propria banca come fosse la ricetta segreta della nonna. Tutti vogliono campioni europei. Purché restino a casa degli altri.
Orcel detta i tempi. L’offerta dovrebbe partire all’inizio di maggio, con quattro settimane di adesione e un’assemblea straordinaria di Unicredit per autorizzare l’aumento di capitale necessario. Il regolamento finale è previsto entro metà 2027, segno che la partita è lunga e tutt’altro che lineare.
A rendere il quadro ancora più colorato c’è un dettaglio che racconta molto del momento: secondo il Financial Times, Orcel nel 2025 ha incassato circa 16,4 milioni di euro, (+24% sul 2024), che gli permette di superare Ana Botin di Santander (14,8 milioni incassati l'anno scorso) e di avvicinare Sergio Ermotti, capo di Ubs che ha guadagnato 16,5 milioni.
Al mercato non resta che guardare la girandola di numeri aspettando di capire chi sta bluffando. Perché in Europa le scalate bancarie sono come certe dichiarazioni d’amore: cominciano sempre con un «non voglio niente da te». Poi, lentamente, qualcuno finisce per prendersi tutto.
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Raffaella Carrà (Ansa)
Carràmba che sorpresa, Raffaella Carrà aveva un figlio segreto. La showgirl più amata dagli italiani (soprattutto dai boomer) l’aveva adottato, ne aveva protetto l’identità e prima di morire (a 78 anni nel 2021) l’aveva nominato «erede legittimo del patrimonio, oltre che dei diritti d’immagine e d’autore di tutte le sue opere». Si tratta di Gian Luca Pelloni Bulzoni, 62 anni, per lungo tempo segretario personale e manager dell’artista, una delle persone a lei più vicine nei chiaroscuri della vita.
La rivelazione è emersa casualmente in un contenzioso giudiziario approdato al tribunale di Roma, chiamato a dirimere un contenzioso con la società spagnola che aveva portato sul palcoscenico il musical Ballo Ballo sui successi della Raffa Nazionale.
Pelloni Bulzoni, ferrarese di nascita ma romano da sempre, titolare della società di produzioni musicali Arcoiris, attraverso il legale Barbara Giaquinto aveva chiesto al giudice di bloccare quello spettacolo per «assenza del suo consenso» e perché aveva individuato modalità di promozione «con un elemento gravemente offensivo per la memoria dell’artista». Praticamente la vendita dei biglietti con patatine e Coca cola come omaggio per il pubblico. Al di là dell’appiglio, una richiesta di inibitoria legittima da parte di colui che - come scrive il Corriere della Sera - si presentava da «erede di Raffaella Carrà, titolare dei diritti sull’immagine, sulla voce e sul nome, nonché dei dati, delle informazioni sulla sua vita personale e professionale perché altresì titolare del diritto morale e dei diritti di utilizzazione delle opere dell’ingegno dell’artista».
Il passaggio contenuto nelle carte è decisivo per determinare il suo ruolo anagrafico di figlio adottivo ed è stato confermato dalla Fondazione Raffaella Carrà con una nota. «La scelta della signora Carrà di adottare Gian Luca Pelloni Bulzoni era finalizzata a proseguire la sua attività e a portare avanti in suo nome tutte le iniziative benefiche a lei care. Pelloni Bulzoni ha già istituito la Fondazione, destinando il suo impegno a numerosi progetti di solidarietà, oltre a patrocinare anche eventi culturali e musicali in onore dell’artista». La showgirl, che non ha mai avuto un figlio naturale, è stata nei 50 anni di carriera cantante, attrice, ballerina e star della televisione. Ha collezionato 25 album in 46 Paesi del mondo, con oltre 60 milioni di dischi venduti. Nel 2024, con il remix del brano Pedro, è stata la prima donna italiana a entrare nella top 50 di Spotify. Un tesoro in diritti d’autore e di immagine.
Oltre alla presenza da mattatrice in Canzonissima, Ma che musica maestro, Pronto Raffaella?, Fantastico, Carràmba che sorpresa!, il Festival di Sanremo (era il principale volto femminile del piccolo schermo), nel bilancio d’una carriera straordinaria vanno inseriti i numerosi film con registi e attori di primo livello come Mario Monicelli, Marcello Mastroianni, Frank Sinatra, Trevor Howard, Jean Marais, James Coburn e Bill Cosby. Per dare un’idea del tesoro della Carrà basti ricordare la polemica con Bettino Craxi nel 1984, quando la Rai le rinnovò un contratto che le avrebbe assicurato sei miliardi di vecchie lire in due anni, cifra definita «immorale e scandalosa» dall’allora presidente del Consiglio.
Amatissima dal pubblico, protagonista di duetti immortali con Alberto Sordi e Roberto Benigni, Mina e Madonna, Carrà è sempre stata molto gelosa della propria privacy, ha sempre saputo tenere distinti il palcoscenico e la vita con gli affetti più cari, fra i quali l’ex coreografo e compagno Sergio Japino e i due nipoti Matteo e Federica, figli del fratello Vincenzo, scomparso prematuramente. Protetto da questa estrema discrezione, Pelloni Bulzoni era sempre rimasto un passo indietro, nel ruolo di segretario devoto e professionale. E l’adozione non era mai stata resa pubblica.
Riguardo al contenzioso con i titolari di Ballo Ballo, la giudice Laura Centofani non ha accolto la richiesta dell’erede e non ha concesso l’inibitoria dello spettacolo per un motivo molto semplice: le 36 rappresentazioni dello show teatrale, seguito naturale dell’omonimo film del regista Nacho Alvarez uscito nel 2020, si erano già svolte e non ne erano previste altre. Per eventuali risarcimenti del presunto danno per la «realizzazione, distribuzione, pubblicizzazione e rappresentazione, in qualsiasi forma e tramite qualunque mezzo, per l’assenza del suo consenso», il querelante dovrebbe promuovere una nuova azione legale nel merito.
A margine bisogna aggiungere che secondo il fascicolo giudiziario, Pelloni Bulzoni sarebbe stato a conoscenza del tour teatrale successivo al film, allestito per «portare nel mondo l’eredità morale di Raffaella», con prossime tappe soprattutto nell’America Latina che la adorava. Ovviamente è tutto in bilico e sarà ancora una volta un tribunale a decidere. Di sicuro, anche a cinque anni dalla conclusione della sua avventura terrena, Maga Maghella non finisce di sorprendere.
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Sbloccare il canale, in effetti, è soprattutto interesse degli importatori: anche Oltreoceano i carburanti sono aumentati, ma a differenza nostra, l’America è energeticamente autosufficiente. Eppure, quella di Trump è stata vox clamantis in deserto. Un po’ perché nessuno smania per entrare nel conflitto, nemmeno dalla porta secondaria; un po’ perché nessuno si fida del tycoon, la cui strategia d’uscita dall’inferno mediorientale è quantomeno carente. I «nemici» ai quali Teheran impedisce il passaggio nel braccio di mare confidano in un negoziato.
Pare dimostrarlo la dichiarazione di Antonio Tajani: «Credo che debba prevalere la linea della diplomazia». L’Italia aveva smentito l’indiscrezione del Financial Times, secondo cui Roma e Parigi avrebbero provato a scucire concessioni dall’Iran. Emmanuel Macron, con l’omologo Masoud Pezeshhkian, ha sottolineato che «la libertà di navigazione deve essere ripristinata al più presto». Boris Pistorius, il ministro della Difesa tedesco, ha manifestato interesse soltanto per «garantire diplomaticamente» i flussi navali. Trump, ieri, ha incalzato «i Paesi le cui economie dipendono da Hormuz». «Alcuni non sono entusiasti di aiutarci», ha ammesso. «E il livello di entusiasmo per me è importante». La maggior parte di quelli che aveva chiamato in causa gli ha risposto picche. Persino Israele è stato tiepido: «Non escludo nulla», ha tagliato corto l’ambasciatore all’Onu, Danny Danon, a chi gli domandava se sarà organizzata una scorta per le petroliere.
Dal segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, non sono arrivate reazioni. A escludere un ruolo della Nato ci hanno pensato l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas (Hormuz è «fuori dall’area di intervento» dell’organizzazione); il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul (la Nato non può «assumersi la responsabilità per lo Stretto di Hormuz»); il cancelliere, Friedrich Merz («La Nato non è stata affatto consultata, è un’alleanza di difesa e non di intervento, per questo mi auguro che ci si tratti reciprocamente con il necessario rispetto»); e Keir Starmer.
Sono rilevanti i distinguo della stessa Londra, che per prima aveva evocato una sorta di spedizione dei volenterosi a Hormuz. Ieri, il premier inglese ci ha tenuto a ribadire che il Regno Unito «non entrerà in una guerra a vasto raggio». Starmer ha comunque promesso che lavorerà a «un piano collettivo sostenibile». Il Guardian aveva parlato dell’invio di droni dragamine, piuttosto che di navi con personale a bordo. «Sono molto sorpreso» dal comportamento britannico, ha commentato ieri Trump, fiducioso però in un supporto inglese a Hormuz. Nel mondo anglofono, va registrato il niet dell’Australia.
La Germania, come ha annunciato Merz, non invierà navi nello Stretto finché saranno in corso le ostilità. Stessa posizione della Francia: stando al Financial Times, l’Eliseo entrerebbe in azione solo a guerra finita. Il tycoon è convinto che Parigi «aiuterà. Su una scala da zero a dieci, Macron si è comportato da otto. Non è perfetta, ma è la Francia. Non ci aspettiamo la perfezione». Anche la Grecia, che si era fatta avanti per difendere Cipro, stavolta ha dato forfait. I Paesi Bassi - da dove proviene Rutte - hanno promesso che esploreranno «quello che è possibile». Kallas aveva suggerito di «cambiare il mandato della missione» nel Mar Rosso. Tajani ha accolto la prospettiva di un suo rafforzamento, non di un allargamento a Hormuz. È la tesi che Giorgia Meloni, in serata, ha illustrato a Quarta Repubblica, osservando che mandare navi a Hormuz sarebbe « un passo avanti nel coinvolgimento» bellico.
L’Onu si è limitata a un no comment sull’ipotesi di guidare un’operazione nello Stretto. E nemmeno l’Asia si è mobilitata. Seul, domenica, aveva comunicato di voler valutare «con attenzione» la richiesta americana. Il Giappone si è sfilato. Poi c’è il Dragone, uno dei sette Paesi cui si era rivolto il tycoon. Pechino «dovrebbe dare una mano», ha rilanciato il presidente Usa, «dato che riceve il 90% del suo petrolio proprio attraverso lo Stretto». Sembrava che vagheggiare un rinvio dell’incontro con Xi Jinping sui dazi, previsto ad aprile, servisse per dare una spinta al regime. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, reduce da discussioni «costruttive» a Parigi con i cinesi, lo ha però smentito: se il bilaterale venisse spostato, sarebbe per motivi «logistici». La Cina ha reiterato la richiesta di «fermare immediatamente le operazioni militari». Il sospetto è che abbia concordato con Teheran qualche salvacondotto.
Ieri, una petroliera pakistana, con un carico di greggio di Abu Dhabi, è transitata da Hormuz, diretta a Karachi. Per Marine Traffic, ciò significa che già «alcune spedizioni selezionate potrebbero beneficiare di un passaggio sicuro negoziato». Non è peregrino pensare che le diplomazie occidentali siano all’opera per addivenire a soluzioni simili.
Trump ha affidato al segretario di Stato, Marco Rubio, il compito di elencare i Paesi disposti a collaborare a Hormuz. Ma è stizzito con gli alleati: «Non abbiamo bisogno di nessuno. Siamo la nazione più forte del mondo», ha tuonato, assicurando di averli interpellati all’unico scopo di vedere «come reagiscono». «È da anni che dico che se mai dovessimo aver bisogno di loro, non ci saranno». Alla loro diffidenza hanno però concorso parecchi elementi concreti: il retroscena sui calcoli errati del presidente, sicuro di sbrigare la pratica bellica prima che gli ayatollah potessero bloccare lo Stretto; la confusione operativa, con le incertezze sull’isola di Kharg, l’incredibile trasferimento di due natanti Usa, dotati di capacità di sminamento, dal Golfo persico alla Malesia, nonché l’annuncio ambiguo del tycoon, che sostiene di aver distrutto tutte le 30 posamine dell’Iran, ma di non sapere se alcuni ordigni siano stati già collocati sui fondali. Ieri, Bessent ha segnalato che gli americani stanno permettendo il passaggio ai tanker di Teheran «per rifornire il resto del mondo. Riteniamo che ci sarà un’apertura naturale da parte degli iraniani e per ora ci va bene». Chissà se miliardi di automobilisti, alle prese con i rincari, sono d’accordo.
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