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2019-04-15
Il business dei bimbi. Case famiglia: un «tesoro» da 1 miliardo e troppi giudici con il conflitto d’interessi
Immagine dalla nuova fiction di Mediaset «L'amore strappato» [MariaMarin]
C'è un business che si consuma sulla pelle dei più piccoli. Un business che, secondo alcune associazioni, ammonta addirittura a 1 miliardo di euro. È il giro d'affari che ruota intorno all'affido dei bambini alle case famiglia. Per carità, non tutte pensano al fatturato anziché al benessere dei minori. Ma in una galassia di cooperative autenticamente caritatevoli, ci sono nebulose di affarismo e conflitti d'interessi. A cominciare da quelli dei giudici onorari, cioè gli esperti che lavorano a contatto con i magistrati togati nei tribunali minorili. E che, come ha denunciato l'associazione Finalmente liberi, spesso operano a vario titolo proprio nelle case famiglia in cui devono decidere se spedire i bambini. Tutte situazioni che fonti dell'esecutivo assicurano essere state appena prese in carico dal ministero della Giustizia.
Che il tema sia attualissimo, d'altronde, lo ha ribadito Matteo Salvini al Congresso delle famiglie di Verona, quando ha annunciato di voler «mettere occhio sul business delle comunità di bambini». I capigruppo della Lega alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, hanno assicurato che sarà avviata una nuova commissione d'inchiesta (dopo quella della bicamerale per l'infanzia, che si è chiusa a gennaio 2018). E proprio ieri sera è andata in onda l'ultima puntata della fiction di Canale 5, L'amore strappato, una miniserie sul clamoroso errore giudiziario che ha coinvolto, nel 1995, la piccola Angela Lucanto, allontanata dalla famiglia perché suo padre era stato ingiustamente accusato di averla molestata. La Lucanto, sul suo dramma, ha pubblicato un libro, Rapita dalla giustizia, scritto assieme ai giornalisti Caterina Guarnieri e Maurizio Tortorella.
Ma quanti bambini sono stati sottratti alle loro famiglie in Italia? E perché? Rispondere, nonostante le indagini condotte più volte dal Parlamento e dall'Authority per l'infanzia, non è facilissimo. Gli ultimi dati ufficiali del ministero del Lavoro risalgono al 2012. Nel gennaio 2018, la Commissione per l'infanzia e l'adolescenza aveva calcolato che nel 2014 erano 26.420 i piccoli sottratti alle famiglie. Altre fonti, nel 2015, parlavano di 28.449. Non tutti, ovviamente, finiscono nelle comunità: circa il 50% viene affidato ad altri nuclei familiari. Numeri più recenti è complicato trovarne. Le stime più verosimili, hanno spiegato alla Verità dal ministero della Famiglia, si ottengono incrociando i report del Garante e dell'Istituto degli Innocenti di Firenze, che comunque si basano su rilevazioni del 2015. Da qui si evince che i minori ospitati in strutture come case famiglia o comunità terapeutiche sono circa 12.000. A questi, però, vanno aggiunti i cosiddetti «dati di flusso», ovvero i bambini che entrano ed escono da una comunità nel corso di uno stesso anno. In tal caso, la cifra sale fino a circa 20.000 minori. Le associazioni che si battono per porre un argine agli allontanamenti, tuttavia, ritengono che il dato di flusso sia più alto. E parlano addirittura di 50.000 casi complessivi, tra i bambini nelle comunità e quelli assegnati a nuclei affidatari.
Ma le case famiglia? Secondo le ultime stime, sarebbero almeno 3.352. Ed è presto spiegato come si arriva al business da 1 miliardo di euro. «Le rette erogate da Comuni e Regioni, in media, viaggiano dai 70 ai 120 euro al giorno a minore», ha riferito alla Verità l'avvocato Cristina Franceschini, di Finalmente liberi. «Ma se i minori hanno disagi più seri e se le strutture d'accoglienza offrono, ad esempio, delle sedute di psicoterapia, le rette possono arrivare anche fino a 400 euro». Basta fare qualche moltiplicazione per ottenere il risultato finale. Luisella Mattiaca, del Coordinamento italiano servizi maltrattamento all'infanzia, insiste da diversi anni: non esiste alcun miliardo di euro. A suo avviso - così aveva riferito ad Avvenire nel 2015 - «il costo annuo dei minori in comunità è di 520 milioni. Con una retta adeguata costerebbero 785 milioni». Ad alimentare il balletto dei numeri contribuisce una certa opacità: quasi mai ci sono rendiconti precisi delle spese sostenute dai singoli centri d'accoglienza. Le rette, inoltre, variano molto di Regione in Regione e di Comune in Comune: a Roma la media è di 70 euro, in Veneto di 120, in Calabria di 90, in Campania di 115, in Lombardia di 107, ma a Milano di 78. Anche per questi motivi il governo gialloblù è orientato a introdurre un tariffario unico nazionale.
Il capitolo più dolente, tuttavia, è quello dei conflitti d'interessi dei giudici onorari. Nei tribunali dei minori, ai magistrati togati si affiancano esperti del settore, che dovrebbero partecipare sia alla fase istruttoria sia alla decisione finale sugli allontanamenti e gli affidi. L'associazione Finalmente liberi, negli anni, ha censito ben 200 casi di conflitti d'interessi: in pratica, gli onorari collaboravano spesso con le case famiglia presso le quali dovevano stabilire se collocare i minori. A volte, ha raccontato alla Verità la Franceschini, capitava che il giudice onorario fosse il fondatore o il presidente di quella comunità d'accoglienza. In seguito alle prime denunce, nel 2015 il Csm dispose che ciascun aspirante onorario allegasse alla sua candidatura una dichiarazione con cui escludeva eventuali incompatibilità. Ora, fonti del governo ci hanno ribadito la volontà di stringere ulteriormente le maglie, sancendo per legge «l'incompatibilità dei giudici onorari minorili qualora essi stessi o i rispettivi parenti o coniugi (entro il secondo grado) - e rispettivi conviventi - abbiano interessi in strutture d'affido». Secondo l'avvocato (ed ex giudice minorile) Francesco Morcavallo, pure lui già esponente di Finalmente liberi, la situazione negli ultimi anni non sarebbe granché migliorata. A suo avviso, anzi, «non è cambiato nulla. Anche nel 2010 esistevano disposizioni del Csm che vietavano ai giudici onorari di essere titolari delle case famiglia. Eppure, le circolari venivano ignorate. Io credo che i controlli mancassero allora come oggi». Non bisogna sforzarsi per capire che se chi dovrebbe decidere con distacco e serenità è coinvolto, se non come dirigente, magari come consulente o come collaboratore, nelle strutture d'affido, si determina un perverso incentivo a collocare i minori nelle case famiglia. Insomma, si consolida l'abitudine di allontanare i piccoli dai loro nuclei familiari d'origine, anche se hanno altri parenti che potrebbero prendersi cura di loro, per assegnarli alle comunità.
Morcavallo con La Verità ha sollevato un'altra questione delicatissima: a quanto pare, infatti, in molti tribunali minorili oberati di pratiche, i giudici onorari gestiscono interamente i procedimenti in luogo dei togati, non di rado in barba alle procedure. «Le deleghe agli onorari sono previste solo per singoli adempimenti. E invece spesso viene demandata a loro l'intera fase istruttoria, incluse questioni processuali che loro non sono in grado di gestire, per il semplice fatto che non conoscono la procedura». E così, ad esempio, capita che «le parti interessate non vengano nemmeno convocate in udienza». Si tratterebbe, secondo Morcavallo, di una prassi tutt'altro che infrequente: «A Roma capita tutti i giorni. Ma succede anche a Bologna, a Cagliari, a Venezia, ad Ancona. Nelle Marche, poi», ha aggiunto l'avvocato, «c'è una situazione disastrosa: alcuni procedimenti pendono per anni, finché il bambino non diventa maggiorenne…». A ciò si somma un ulteriore paradosso: «Talvolta, gli stessi giudici onorari cui è stato delegato il compito di seguire la fase istruttoria di un procedimento, poi non sono presenti in Camera di consiglio quando si decide. Si limitano ad affidare a un relatore le loro valutazioni». Dunque, non solo secondo Morcavallo i conflitti d'interessi non sono risolti, ma i giudici onorari si mettono persino a gestire, senza averne le competenze, le fasi processuali, collezionando anomalie procedurali. E, a volte, non sono neppure presenti in Camera di consiglio quando si arriva alla decisione finale. Misurare l'incidenza di questo fenomeno è impossibile: «Si dovrebbe avere accesso a tutti i fascicoli dei singoli tribunali e poi fare il calcolo di quanti sono gestiti dai giudici onorari. Ma, trattandosi di minorenni, l'accesso a quei fascicoli è giustamente limitato». Quel che è certo, comunque, è che tra giri d'affari, conflitti d'interessi e lacune nella gestione dei processi, chi ci rimette sono i bambini. Strappati alle famiglie e inseriti in un circuito di comunità dal quale rischiano di non uscire tanto facilmente.
Lo ha confermato alla Verità l'avvocato milanese Carmela Macchiarola, specializzata in diritto di famiglia. La Macchiarola si è soffermata sul problema degli stranieri. «Molti immigrati “importano" in Lombardia costumi piuttosto tribali e, magari, maltrattano le figlie. A quel punto è ovvio che il tribunale dei minori le affidi alle case famiglia». Però, c'è un però. «Il vero nodo sono le relazioni degli assistenti sociali. Costoro sono di fatto incentivati a suggerire ai magistrati di prolungare la permanenza dei minori nelle strutture d'affido, perché più sono i bimbi collocati lì, più fondi arrivano, più lavoro c'è per loro». Insomma, ha concluso la Macchiarola, per com'è congegnato, il sistema favorisce «la stagnazione dei minori nelle case famiglia».
D'altro canto, a scorgere i motivi più frequenti alla base degli allontanamenti familiari, si fa un balzo sulla sedia. Come si evince da un rapporto del 2011 del ministero del Lavoro, infatti, tra le cause spicca il 37% dei casi di «inadeguatezza genitoriale», a loro volta fondati per il 44% su «situazioni di povertà materiale». In buona sostanza, a tante famiglie povere, anziché offrire un aiuto, si tolgono i figli. Allora sì che questi sono amori strappati.
«In Veneto c’era una Onlus con la Jaguar d’ordinanza»
Cristina Franceschini, avvocato veronese, si batte con l'associazione Finalmente liberi contro le storture del sistema delle case famiglia.
Avvocato, si può dire che questo sia un business?
«Be', lo si può dedurre».
Da cosa?
«Dal fatto che ci siano comunità che arrivano a percepire rette di 400 euro al giorno a bambino, senza che ci siano rendiconti di come questi soldi vengono utilizzati».
Può fare qualche esempio?
«Tempo fa, in Veneto, avevo sollecitato un'interrogazione regionale su una casa famiglia che chiedeva, appunto, una retta da 400 euro. Due mesi dopo la retta è stata dimezzata».
Retta dimezzata?
«Se potevano sopravvivere anche con 200 euro, significa che quei 400 euro erano ingiustificati… Peraltro, a dirigere quella struttura c'era un giudice onorario!».
Ai giudici onorari ci arriviamo tra poco. Altri episodi significativi?
«Una comunità cui risultava intestata una Jaguar».
Ah però. Ma come giustificano certe rette le Onlus?
«Ad esempio, con visite psicologiche ai minori. Ma mancano i controlli».
In che senso?
«Le Regioni stanziano quei soldi, però non sanno come vengono spesi».
Perché è difficile trovare dati precisi e aggiornati ?
«Manca una banca dati nazionale sui minori allontanati. Il Garante dell'infanzia, nel 2018, aveva stilato un report sul numero dei minori accolti nelle strutture: circa 20.000. Ma si basava su dati del 2015».
Ci sono altri report?
«Quello dell'Istituto degli Innocenti, del 2010. Lì si parlava di circa 15.000 minori nelle case famiglia».
Cinquemila in meno. L'aumento negli anni a cosa potrebbe essere dovuto?
«Forse all'arrivo dei minori stranieri non accompagnati».
Altre zone d'ombra?
«Non si sa quante siano le famiglie affidatarie, che accoglierebbero altri 15.000 minori circa. È un capitolo di spesa, anche se irrisorio rispetto a quello delle strutture d'accoglienza. Una famiglia riceve tra 500 e 700 euro al mese».
Dunque, sarebbero circa 30.000 i bambini allontanati dalle famiglie di provenienza. Perché le associazioni come Finalmente liberi parlano di 50.000 casi?
«Sempre secondo quei vecchi report, c' era un flusso annuale di 10.000 minori».
Un flusso? Cioè?
«Minori accolti nelle case famiglia e poi usciti nel corso dello stesso anno. I 40/50.000 casi arrivano da qui. Ma sono solo stime».
Perché i bambini vengono allontanati dalle loro famiglie?
«In un report del 2011 spicca il dato del 37% di allontanamenti dovuti a “inadeguatezza genitoriale"».
Che vuol dire?
«Be', è un concetto amplissimo. E infatti, nello stesso report si spiegava che tra i motivi di “inadeguatezza" c'era la “povertà materiale" di una famiglia. Che però, ai sensi di legge, non può giustificare l'allontanamento di un minore».
Una famiglia povera bisogna aiutarla, non toglierle i figli.
«Esattamente».
Veniamo ai giudici onorari. Le vostre denunce hanno cambiato qualcosa?
«Nel 2015 il Csm ha emesso una nuova circolare. E nei bandi per l'ultimo triennio c'era un divieto per i giudici onorari di collaborare a qualsiasi titolo con le comunità».
Però…
«Come nel 2010 una circolare vietava ai giudici onorari di essere anche dirigenti delle case famiglia, ma veniva ignorata, credo che anche oggi manchino i controlli».
E perché?
«I presidenti dei Tribunali minorili non hanno una banca dati elettronica, che andrebbe redatta da un'autorità terza».
In che modo?
«Si verifica tutto il personale che opera nelle comunità, lo si inserisce in un archivio elettronico, così a un presidente di Tribunale basta digitare il nome di un aspirante onorario per verificare eventuali incompatibilità».
Una riforma del sistema di che altro ha bisogno?
«Nomenclature uniformi».
Che vuol dire?
«Ora ogni Regione stabilisce i criteri per assegnare a una comunità la dicitura di casa famiglia, comunità educativa, o comunità terapeutica, in base al numero di minori ospitati e al tipo di assistenza che viene fornita. Questi criteri vanno uniformati».
E poi?
«Le spese delle comunità vanno rendicontate: per ogni minore bisogna conoscere, ad esempio, quante sedute psicologiche sono state svolte, da chi, con quali costi… E ci vuole un tariffario nazionale».
Ma della commissione d'inchiesta voluta dalla Lega che ne pensa?
«Penso che serva. Ma non deve concentrarsi soltanto sull'aspetto economico».
Che altro va verificato?
«Perché, nelle case famiglia, di minori ne vengono spiediti tanti. Bisogna indagare sui criteri in base ai quali sono stabiliti gli allontanamenti. C'è un documento da cui partire».
Quella della bicamerale?
«Sì. Un'indagine conoscitiva della commissione parlamentare per l'Infanzia e l'adolescenza. I politici la studino».
«Ora ridateci la nostra nipotina»
Tra le famiglie che combattono ogni giorno per riavere un bambino strappato dalla giustizia c'è quella di Samantha Scrof la cui figlia, Angelica, è stata data in adozione dopo la sua prematura scomparsa.
A lottare per Samantha, nel tentativo di riunire quel che rimane della sua famiglia c'è Barbara, sua sorella, che non si è mai arresa all'idea che la nipotina sia stata affidata dai giudici a una coppia di estranei. «Nel ctu ( un atto formale richiesto durante un procedimento giuridico che aiuta il giudice ad acquisire informazioni prima di emettere una sentenza, ndr.) si legge chiaramente che la mia famiglia è idonea ad accogliere Angelica. Continuiamo a non comprendere questa decisione. Perché allontanare una bambina dalla sua vera famiglia per farle costruire una nuova vita con due genitori che sono dei completi estranei per lei?». Contattata dalla Verità Barbara ha spiegato come «l'esito di tutte le perizie di idoneità sulla nostra famiglia è sempre stato positivo. Per tutti, assistenti sociali e giudici, potevamo adottare Angelica. Perché allora cambiare idea e strapparla a noi in questo modo?»
La storia di Angelica, che oggi non porta più il cognome Scrof e vive la sua vita a 60 chilometri dalla casa della sua vera famiglia, è tormentatissima. La bimba, oltre a non aver mai conosciuto suo padre ha perso la mamma da piccola. «Samantha aveva problemi di tossicodipendenza» ci spiega Barbara Scrof «alla nascita di Angelica lei e la piccola vennero collocate in una struttura per mamme con figli. Ma lì non stava bene». Iniziano così una serie di trasferimenti, prima a casa della madre di Samantha e poi in una nuova casa famiglia in provincia di Pavia. È proprio in quest'ultima struttura che Angelica e Samantha vivono felici per un periodo. Fino a che la bambina non viene strappata per la prima volta alla madre. La donna, a quel punto, cade in una spirale senza fondo. «Aveva gli occhi vuoti, ci diceva che se non poteva stare con sua figlia allora era meglio morire» ricorda Barbara. E così fu. «Dopo un incontro con Angelica in cui la bimba, in lacrime, chiedeva di poter rimanere tra le braccia della madre, Samantha venne investita da due auto. Quando giunsi sul luogo dell'incidente rimasi sconvolta: quello che rimaneva di mia sorella era una scia di sangue lunga 30 metri e la sua borsetta sull'asfalto. Lei giaceva senza vita sotto un telo termico».
«Il mio primo pensiero fu la bimba. Per questo, non appena seppellita mia sorella, io, mia madre e mio fratello ci siamo immediatamente rivolti ai giudici manifestando l'intenzione di adottare la nostra nipotina» continua a raccontare Barbara Scrof «io e mio marito fummo individuati come coppia idonea a prendersi cura della bambina». Ma qualcosa è andato storto. Dopo un lungo iter con giudici, udienze, assistenti sociali e sedute con psicologi e psichiatri, il tribunale decide di affidare la piccola a una nuova famiglia. «Non ne capiamo il motivo. Noi eravamo stati ritenuti idonei, la bimba si ricorda di noi, della nonna. Perché non lasciarla con la sua vera famiglia? Perché non darle la possibilità di rimanere attaccata alle suo origini? Perché cancellare il suo passato?». Queste e altre mille domande tormentano ogni giorno Barbara e la sua famiglia che, nonostante siano passati anni non si arrendono e continuano a chiedere di riavere la piccola. «A oggi» conclude amareggiata Barbara «so che la bimba sta bene. Ha cambiato cognome. Della madre, Samantha Scrof, è stata cancellata ogni traccia. L'ho vista da lontano qualche volta, ho portato i suoi cuginetti e la nonna a osservarla di nascosto e per questo siamo stati redarguiti dai nuovi genitori che hanno addirittura chiamato i carabinieri. Perché vietarci ogni contatto con lei?».
Marianna Baroli
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I numeri dell'amore strappato: circa 30.000 minori sottratti ogni anno ai genitori, oltre 12.000 inseriti nelle comunità, esperti che decidono sugli affidi e intanto operano nelle strutture d'accoglienza. E le rette giornaliere arrivano a 400 euro a bambino.L'avvocato: «Gli enti locali stanziano i fondi ma non sanno come vengono usati. Le associazioni vanno obbligate a rendicontare tutto. E servono tariffe standard».La piccola Angelica è stata affidata in adozione nonostante l'idoneità riconosciuta ai suoi zii dai servizi sociali. Barbara Scrof: «Siamo stati cancellati dalla sua vita».Lo speciale contiene tre articoliC'è un business che si consuma sulla pelle dei più piccoli. Un business che, secondo alcune associazioni, ammonta addirittura a 1 miliardo di euro. È il giro d'affari che ruota intorno all'affido dei bambini alle case famiglia. Per carità, non tutte pensano al fatturato anziché al benessere dei minori. Ma in una galassia di cooperative autenticamente caritatevoli, ci sono nebulose di affarismo e conflitti d'interessi. A cominciare da quelli dei giudici onorari, cioè gli esperti che lavorano a contatto con i magistrati togati nei tribunali minorili. E che, come ha denunciato l'associazione Finalmente liberi, spesso operano a vario titolo proprio nelle case famiglia in cui devono decidere se spedire i bambini. Tutte situazioni che fonti dell'esecutivo assicurano essere state appena prese in carico dal ministero della Giustizia.Che il tema sia attualissimo, d'altronde, lo ha ribadito Matteo Salvini al Congresso delle famiglie di Verona, quando ha annunciato di voler «mettere occhio sul business delle comunità di bambini». I capigruppo della Lega alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, hanno assicurato che sarà avviata una nuova commissione d'inchiesta (dopo quella della bicamerale per l'infanzia, che si è chiusa a gennaio 2018). E proprio ieri sera è andata in onda l'ultima puntata della fiction di Canale 5, L'amore strappato, una miniserie sul clamoroso errore giudiziario che ha coinvolto, nel 1995, la piccola Angela Lucanto, allontanata dalla famiglia perché suo padre era stato ingiustamente accusato di averla molestata. La Lucanto, sul suo dramma, ha pubblicato un libro, Rapita dalla giustizia, scritto assieme ai giornalisti Caterina Guarnieri e Maurizio Tortorella.Ma quanti bambini sono stati sottratti alle loro famiglie in Italia? E perché? Rispondere, nonostante le indagini condotte più volte dal Parlamento e dall'Authority per l'infanzia, non è facilissimo. Gli ultimi dati ufficiali del ministero del Lavoro risalgono al 2012. Nel gennaio 2018, la Commissione per l'infanzia e l'adolescenza aveva calcolato che nel 2014 erano 26.420 i piccoli sottratti alle famiglie. Altre fonti, nel 2015, parlavano di 28.449. Non tutti, ovviamente, finiscono nelle comunità: circa il 50% viene affidato ad altri nuclei familiari. Numeri più recenti è complicato trovarne. Le stime più verosimili, hanno spiegato alla Verità dal ministero della Famiglia, si ottengono incrociando i report del Garante e dell'Istituto degli Innocenti di Firenze, che comunque si basano su rilevazioni del 2015. Da qui si evince che i minori ospitati in strutture come case famiglia o comunità terapeutiche sono circa 12.000. A questi, però, vanno aggiunti i cosiddetti «dati di flusso», ovvero i bambini che entrano ed escono da una comunità nel corso di uno stesso anno. In tal caso, la cifra sale fino a circa 20.000 minori. Le associazioni che si battono per porre un argine agli allontanamenti, tuttavia, ritengono che il dato di flusso sia più alto. E parlano addirittura di 50.000 casi complessivi, tra i bambini nelle comunità e quelli assegnati a nuclei affidatari. Ma le case famiglia? Secondo le ultime stime, sarebbero almeno 3.352. Ed è presto spiegato come si arriva al business da 1 miliardo di euro. «Le rette erogate da Comuni e Regioni, in media, viaggiano dai 70 ai 120 euro al giorno a minore», ha riferito alla Verità l'avvocato Cristina Franceschini, di Finalmente liberi. «Ma se i minori hanno disagi più seri e se le strutture d'accoglienza offrono, ad esempio, delle sedute di psicoterapia, le rette possono arrivare anche fino a 400 euro». Basta fare qualche moltiplicazione per ottenere il risultato finale. Luisella Mattiaca, del Coordinamento italiano servizi maltrattamento all'infanzia, insiste da diversi anni: non esiste alcun miliardo di euro. A suo avviso - così aveva riferito ad Avvenire nel 2015 - «il costo annuo dei minori in comunità è di 520 milioni. Con una retta adeguata costerebbero 785 milioni». Ad alimentare il balletto dei numeri contribuisce una certa opacità: quasi mai ci sono rendiconti precisi delle spese sostenute dai singoli centri d'accoglienza. Le rette, inoltre, variano molto di Regione in Regione e di Comune in Comune: a Roma la media è di 70 euro, in Veneto di 120, in Calabria di 90, in Campania di 115, in Lombardia di 107, ma a Milano di 78. Anche per questi motivi il governo gialloblù è orientato a introdurre un tariffario unico nazionale.Il capitolo più dolente, tuttavia, è quello dei conflitti d'interessi dei giudici onorari. Nei tribunali dei minori, ai magistrati togati si affiancano esperti del settore, che dovrebbero partecipare sia alla fase istruttoria sia alla decisione finale sugli allontanamenti e gli affidi. L'associazione Finalmente liberi, negli anni, ha censito ben 200 casi di conflitti d'interessi: in pratica, gli onorari collaboravano spesso con le case famiglia presso le quali dovevano stabilire se collocare i minori. A volte, ha raccontato alla Verità la Franceschini, capitava che il giudice onorario fosse il fondatore o il presidente di quella comunità d'accoglienza. In seguito alle prime denunce, nel 2015 il Csm dispose che ciascun aspirante onorario allegasse alla sua candidatura una dichiarazione con cui escludeva eventuali incompatibilità. Ora, fonti del governo ci hanno ribadito la volontà di stringere ulteriormente le maglie, sancendo per legge «l'incompatibilità dei giudici onorari minorili qualora essi stessi o i rispettivi parenti o coniugi (entro il secondo grado) - e rispettivi conviventi - abbiano interessi in strutture d'affido». Secondo l'avvocato (ed ex giudice minorile) Francesco Morcavallo, pure lui già esponente di Finalmente liberi, la situazione negli ultimi anni non sarebbe granché migliorata. A suo avviso, anzi, «non è cambiato nulla. Anche nel 2010 esistevano disposizioni del Csm che vietavano ai giudici onorari di essere titolari delle case famiglia. Eppure, le circolari venivano ignorate. Io credo che i controlli mancassero allora come oggi». Non bisogna sforzarsi per capire che se chi dovrebbe decidere con distacco e serenità è coinvolto, se non come dirigente, magari come consulente o come collaboratore, nelle strutture d'affido, si determina un perverso incentivo a collocare i minori nelle case famiglia. Insomma, si consolida l'abitudine di allontanare i piccoli dai loro nuclei familiari d'origine, anche se hanno altri parenti che potrebbero prendersi cura di loro, per assegnarli alle comunità.Morcavallo con La Verità ha sollevato un'altra questione delicatissima: a quanto pare, infatti, in molti tribunali minorili oberati di pratiche, i giudici onorari gestiscono interamente i procedimenti in luogo dei togati, non di rado in barba alle procedure. «Le deleghe agli onorari sono previste solo per singoli adempimenti. E invece spesso viene demandata a loro l'intera fase istruttoria, incluse questioni processuali che loro non sono in grado di gestire, per il semplice fatto che non conoscono la procedura». E così, ad esempio, capita che «le parti interessate non vengano nemmeno convocate in udienza». Si tratterebbe, secondo Morcavallo, di una prassi tutt'altro che infrequente: «A Roma capita tutti i giorni. Ma succede anche a Bologna, a Cagliari, a Venezia, ad Ancona. Nelle Marche, poi», ha aggiunto l'avvocato, «c'è una situazione disastrosa: alcuni procedimenti pendono per anni, finché il bambino non diventa maggiorenne…». A ciò si somma un ulteriore paradosso: «Talvolta, gli stessi giudici onorari cui è stato delegato il compito di seguire la fase istruttoria di un procedimento, poi non sono presenti in Camera di consiglio quando si decide. Si limitano ad affidare a un relatore le loro valutazioni». Dunque, non solo secondo Morcavallo i conflitti d'interessi non sono risolti, ma i giudici onorari si mettono persino a gestire, senza averne le competenze, le fasi processuali, collezionando anomalie procedurali. E, a volte, non sono neppure presenti in Camera di consiglio quando si arriva alla decisione finale. Misurare l'incidenza di questo fenomeno è impossibile: «Si dovrebbe avere accesso a tutti i fascicoli dei singoli tribunali e poi fare il calcolo di quanti sono gestiti dai giudici onorari. Ma, trattandosi di minorenni, l'accesso a quei fascicoli è giustamente limitato». Quel che è certo, comunque, è che tra giri d'affari, conflitti d'interessi e lacune nella gestione dei processi, chi ci rimette sono i bambini. Strappati alle famiglie e inseriti in un circuito di comunità dal quale rischiano di non uscire tanto facilmente.Lo ha confermato alla Verità l'avvocato milanese Carmela Macchiarola, specializzata in diritto di famiglia. La Macchiarola si è soffermata sul problema degli stranieri. «Molti immigrati “importano" in Lombardia costumi piuttosto tribali e, magari, maltrattano le figlie. A quel punto è ovvio che il tribunale dei minori le affidi alle case famiglia». Però, c'è un però. «Il vero nodo sono le relazioni degli assistenti sociali. Costoro sono di fatto incentivati a suggerire ai magistrati di prolungare la permanenza dei minori nelle strutture d'affido, perché più sono i bimbi collocati lì, più fondi arrivano, più lavoro c'è per loro». Insomma, ha concluso la Macchiarola, per com'è congegnato, il sistema favorisce «la stagnazione dei minori nelle case famiglia».D'altro canto, a scorgere i motivi più frequenti alla base degli allontanamenti familiari, si fa un balzo sulla sedia. Come si evince da un rapporto del 2011 del ministero del Lavoro, infatti, tra le cause spicca il 37% dei casi di «inadeguatezza genitoriale», a loro volta fondati per il 44% su «situazioni di povertà materiale». In buona sostanza, a tante famiglie povere, anziché offrire un aiuto, si tolgono i figli. Allora sì che questi sono amori strappati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-business-dei-bimbi-case-famiglia-un-tesoro-da-1-miliardo-e-troppi-giudici-con-il-conflitto-dinteressi-2634615340.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-veneto-cera-una-onlus-con-la-jaguar-dordinanza" data-post-id="2634615340" data-published-at="1779621065" data-use-pagination="False"> «In Veneto c’era una Onlus con la Jaguar d’ordinanza» Cristina Franceschini, avvocato veronese, si batte con l'associazione Finalmente liberi contro le storture del sistema delle case famiglia. Avvocato, si può dire che questo sia un business? «Be', lo si può dedurre». Da cosa? «Dal fatto che ci siano comunità che arrivano a percepire rette di 400 euro al giorno a bambino, senza che ci siano rendiconti di come questi soldi vengono utilizzati». Può fare qualche esempio? «Tempo fa, in Veneto, avevo sollecitato un'interrogazione regionale su una casa famiglia che chiedeva, appunto, una retta da 400 euro. Due mesi dopo la retta è stata dimezzata». Retta dimezzata? «Se potevano sopravvivere anche con 200 euro, significa che quei 400 euro erano ingiustificati… Peraltro, a dirigere quella struttura c'era un giudice onorario!». Ai giudici onorari ci arriviamo tra poco. Altri episodi significativi? «Una comunità cui risultava intestata una Jaguar». Ah però. Ma come giustificano certe rette le Onlus? «Ad esempio, con visite psicologiche ai minori. Ma mancano i controlli». In che senso? «Le Regioni stanziano quei soldi, però non sanno come vengono spesi». Perché è difficile trovare dati precisi e aggiornati ? «Manca una banca dati nazionale sui minori allontanati. Il Garante dell'infanzia, nel 2018, aveva stilato un report sul numero dei minori accolti nelle strutture: circa 20.000. Ma si basava su dati del 2015». Ci sono altri report? «Quello dell'Istituto degli Innocenti, del 2010. Lì si parlava di circa 15.000 minori nelle case famiglia». Cinquemila in meno. L'aumento negli anni a cosa potrebbe essere dovuto? «Forse all'arrivo dei minori stranieri non accompagnati». Altre zone d'ombra? «Non si sa quante siano le famiglie affidatarie, che accoglierebbero altri 15.000 minori circa. È un capitolo di spesa, anche se irrisorio rispetto a quello delle strutture d'accoglienza. Una famiglia riceve tra 500 e 700 euro al mese». Dunque, sarebbero circa 30.000 i bambini allontanati dalle famiglie di provenienza. Perché le associazioni come Finalmente liberi parlano di 50.000 casi? «Sempre secondo quei vecchi report, c' era un flusso annuale di 10.000 minori». Un flusso? Cioè? «Minori accolti nelle case famiglia e poi usciti nel corso dello stesso anno. I 40/50.000 casi arrivano da qui. Ma sono solo stime». Perché i bambini vengono allontanati dalle loro famiglie? «In un report del 2011 spicca il dato del 37% di allontanamenti dovuti a “inadeguatezza genitoriale"». Che vuol dire? «Be', è un concetto amplissimo. E infatti, nello stesso report si spiegava che tra i motivi di “inadeguatezza" c'era la “povertà materiale" di una famiglia. Che però, ai sensi di legge, non può giustificare l'allontanamento di un minore». Una famiglia povera bisogna aiutarla, non toglierle i figli. «Esattamente». Veniamo ai giudici onorari. Le vostre denunce hanno cambiato qualcosa? «Nel 2015 il Csm ha emesso una nuova circolare. E nei bandi per l'ultimo triennio c'era un divieto per i giudici onorari di collaborare a qualsiasi titolo con le comunità». Però… «Come nel 2010 una circolare vietava ai giudici onorari di essere anche dirigenti delle case famiglia, ma veniva ignorata, credo che anche oggi manchino i controlli». E perché? «I presidenti dei Tribunali minorili non hanno una banca dati elettronica, che andrebbe redatta da un'autorità terza». In che modo? «Si verifica tutto il personale che opera nelle comunità, lo si inserisce in un archivio elettronico, così a un presidente di Tribunale basta digitare il nome di un aspirante onorario per verificare eventuali incompatibilità». Una riforma del sistema di che altro ha bisogno? «Nomenclature uniformi». Che vuol dire? «Ora ogni Regione stabilisce i criteri per assegnare a una comunità la dicitura di casa famiglia, comunità educativa, o comunità terapeutica, in base al numero di minori ospitati e al tipo di assistenza che viene fornita. Questi criteri vanno uniformati». E poi? «Le spese delle comunità vanno rendicontate: per ogni minore bisogna conoscere, ad esempio, quante sedute psicologiche sono state svolte, da chi, con quali costi… E ci vuole un tariffario nazionale». Ma della commissione d'inchiesta voluta dalla Lega che ne pensa? «Penso che serva. Ma non deve concentrarsi soltanto sull'aspetto economico». Che altro va verificato? «Perché, nelle case famiglia, di minori ne vengono spiediti tanti. Bisogna indagare sui criteri in base ai quali sono stabiliti gli allontanamenti. C'è un documento da cui partire». Quella della bicamerale? «Sì. Un'indagine conoscitiva della commissione parlamentare per l'Infanzia e l'adolescenza. I politici la studino». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-business-dei-bimbi-case-famiglia-un-tesoro-da-1-miliardo-e-troppi-giudici-con-il-conflitto-dinteressi-2634615340.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ora-ridateci-la-nostra-nipotina" data-post-id="2634615340" data-published-at="1779621065" data-use-pagination="False"> «Ora ridateci la nostra nipotina» Tra le famiglie che combattono ogni giorno per riavere un bambino strappato dalla giustizia c'è quella di Samantha Scrof la cui figlia, Angelica, è stata data in adozione dopo la sua prematura scomparsa. A lottare per Samantha, nel tentativo di riunire quel che rimane della sua famiglia c'è Barbara, sua sorella, che non si è mai arresa all'idea che la nipotina sia stata affidata dai giudici a una coppia di estranei. «Nel ctu ( un atto formale richiesto durante un procedimento giuridico che aiuta il giudice ad acquisire informazioni prima di emettere una sentenza, ndr.) si legge chiaramente che la mia famiglia è idonea ad accogliere Angelica. Continuiamo a non comprendere questa decisione. Perché allontanare una bambina dalla sua vera famiglia per farle costruire una nuova vita con due genitori che sono dei completi estranei per lei?». Contattata dalla Verità Barbara ha spiegato come «l'esito di tutte le perizie di idoneità sulla nostra famiglia è sempre stato positivo. Per tutti, assistenti sociali e giudici, potevamo adottare Angelica. Perché allora cambiare idea e strapparla a noi in questo modo?» La storia di Angelica, che oggi non porta più il cognome Scrof e vive la sua vita a 60 chilometri dalla casa della sua vera famiglia, è tormentatissima. La bimba, oltre a non aver mai conosciuto suo padre ha perso la mamma da piccola. «Samantha aveva problemi di tossicodipendenza» ci spiega Barbara Scrof «alla nascita di Angelica lei e la piccola vennero collocate in una struttura per mamme con figli. Ma lì non stava bene». Iniziano così una serie di trasferimenti, prima a casa della madre di Samantha e poi in una nuova casa famiglia in provincia di Pavia. È proprio in quest'ultima struttura che Angelica e Samantha vivono felici per un periodo. Fino a che la bambina non viene strappata per la prima volta alla madre. La donna, a quel punto, cade in una spirale senza fondo. «Aveva gli occhi vuoti, ci diceva che se non poteva stare con sua figlia allora era meglio morire» ricorda Barbara. E così fu. «Dopo un incontro con Angelica in cui la bimba, in lacrime, chiedeva di poter rimanere tra le braccia della madre, Samantha venne investita da due auto. Quando giunsi sul luogo dell'incidente rimasi sconvolta: quello che rimaneva di mia sorella era una scia di sangue lunga 30 metri e la sua borsetta sull'asfalto. Lei giaceva senza vita sotto un telo termico». «Il mio primo pensiero fu la bimba. Per questo, non appena seppellita mia sorella, io, mia madre e mio fratello ci siamo immediatamente rivolti ai giudici manifestando l'intenzione di adottare la nostra nipotina» continua a raccontare Barbara Scrof «io e mio marito fummo individuati come coppia idonea a prendersi cura della bambina». Ma qualcosa è andato storto. Dopo un lungo iter con giudici, udienze, assistenti sociali e sedute con psicologi e psichiatri, il tribunale decide di affidare la piccola a una nuova famiglia. «Non ne capiamo il motivo. Noi eravamo stati ritenuti idonei, la bimba si ricorda di noi, della nonna. Perché non lasciarla con la sua vera famiglia? Perché non darle la possibilità di rimanere attaccata alle suo origini? Perché cancellare il suo passato?». Queste e altre mille domande tormentano ogni giorno Barbara e la sua famiglia che, nonostante siano passati anni non si arrendono e continuano a chiedere di riavere la piccola. «A oggi» conclude amareggiata Barbara «so che la bimba sta bene. Ha cambiato cognome. Della madre, Samantha Scrof, è stata cancellata ogni traccia. L'ho vista da lontano qualche volta, ho portato i suoi cuginetti e la nonna a osservarla di nascosto e per questo siamo stati redarguiti dai nuovi genitori che hanno addirittura chiamato i carabinieri. Perché vietarci ogni contatto con lei?». Marianna Baroli
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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