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2019-04-15
Il business dei bimbi. Case famiglia: un «tesoro» da 1 miliardo e troppi giudici con il conflitto d’interessi
Immagine dalla nuova fiction di Mediaset «L'amore strappato» [MariaMarin]
C'è un business che si consuma sulla pelle dei più piccoli. Un business che, secondo alcune associazioni, ammonta addirittura a 1 miliardo di euro. È il giro d'affari che ruota intorno all'affido dei bambini alle case famiglia. Per carità, non tutte pensano al fatturato anziché al benessere dei minori. Ma in una galassia di cooperative autenticamente caritatevoli, ci sono nebulose di affarismo e conflitti d'interessi. A cominciare da quelli dei giudici onorari, cioè gli esperti che lavorano a contatto con i magistrati togati nei tribunali minorili. E che, come ha denunciato l'associazione Finalmente liberi, spesso operano a vario titolo proprio nelle case famiglia in cui devono decidere se spedire i bambini. Tutte situazioni che fonti dell'esecutivo assicurano essere state appena prese in carico dal ministero della Giustizia.
Che il tema sia attualissimo, d'altronde, lo ha ribadito Matteo Salvini al Congresso delle famiglie di Verona, quando ha annunciato di voler «mettere occhio sul business delle comunità di bambini». I capigruppo della Lega alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, hanno assicurato che sarà avviata una nuova commissione d'inchiesta (dopo quella della bicamerale per l'infanzia, che si è chiusa a gennaio 2018). E proprio ieri sera è andata in onda l'ultima puntata della fiction di Canale 5, L'amore strappato, una miniserie sul clamoroso errore giudiziario che ha coinvolto, nel 1995, la piccola Angela Lucanto, allontanata dalla famiglia perché suo padre era stato ingiustamente accusato di averla molestata. La Lucanto, sul suo dramma, ha pubblicato un libro, Rapita dalla giustizia, scritto assieme ai giornalisti Caterina Guarnieri e Maurizio Tortorella.
Ma quanti bambini sono stati sottratti alle loro famiglie in Italia? E perché? Rispondere, nonostante le indagini condotte più volte dal Parlamento e dall'Authority per l'infanzia, non è facilissimo. Gli ultimi dati ufficiali del ministero del Lavoro risalgono al 2012. Nel gennaio 2018, la Commissione per l'infanzia e l'adolescenza aveva calcolato che nel 2014 erano 26.420 i piccoli sottratti alle famiglie. Altre fonti, nel 2015, parlavano di 28.449. Non tutti, ovviamente, finiscono nelle comunità: circa il 50% viene affidato ad altri nuclei familiari. Numeri più recenti è complicato trovarne. Le stime più verosimili, hanno spiegato alla Verità dal ministero della Famiglia, si ottengono incrociando i report del Garante e dell'Istituto degli Innocenti di Firenze, che comunque si basano su rilevazioni del 2015. Da qui si evince che i minori ospitati in strutture come case famiglia o comunità terapeutiche sono circa 12.000. A questi, però, vanno aggiunti i cosiddetti «dati di flusso», ovvero i bambini che entrano ed escono da una comunità nel corso di uno stesso anno. In tal caso, la cifra sale fino a circa 20.000 minori. Le associazioni che si battono per porre un argine agli allontanamenti, tuttavia, ritengono che il dato di flusso sia più alto. E parlano addirittura di 50.000 casi complessivi, tra i bambini nelle comunità e quelli assegnati a nuclei affidatari.
Ma le case famiglia? Secondo le ultime stime, sarebbero almeno 3.352. Ed è presto spiegato come si arriva al business da 1 miliardo di euro. «Le rette erogate da Comuni e Regioni, in media, viaggiano dai 70 ai 120 euro al giorno a minore», ha riferito alla Verità l'avvocato Cristina Franceschini, di Finalmente liberi. «Ma se i minori hanno disagi più seri e se le strutture d'accoglienza offrono, ad esempio, delle sedute di psicoterapia, le rette possono arrivare anche fino a 400 euro». Basta fare qualche moltiplicazione per ottenere il risultato finale. Luisella Mattiaca, del Coordinamento italiano servizi maltrattamento all'infanzia, insiste da diversi anni: non esiste alcun miliardo di euro. A suo avviso - così aveva riferito ad Avvenire nel 2015 - «il costo annuo dei minori in comunità è di 520 milioni. Con una retta adeguata costerebbero 785 milioni». Ad alimentare il balletto dei numeri contribuisce una certa opacità: quasi mai ci sono rendiconti precisi delle spese sostenute dai singoli centri d'accoglienza. Le rette, inoltre, variano molto di Regione in Regione e di Comune in Comune: a Roma la media è di 70 euro, in Veneto di 120, in Calabria di 90, in Campania di 115, in Lombardia di 107, ma a Milano di 78. Anche per questi motivi il governo gialloblù è orientato a introdurre un tariffario unico nazionale.
Il capitolo più dolente, tuttavia, è quello dei conflitti d'interessi dei giudici onorari. Nei tribunali dei minori, ai magistrati togati si affiancano esperti del settore, che dovrebbero partecipare sia alla fase istruttoria sia alla decisione finale sugli allontanamenti e gli affidi. L'associazione Finalmente liberi, negli anni, ha censito ben 200 casi di conflitti d'interessi: in pratica, gli onorari collaboravano spesso con le case famiglia presso le quali dovevano stabilire se collocare i minori. A volte, ha raccontato alla Verità la Franceschini, capitava che il giudice onorario fosse il fondatore o il presidente di quella comunità d'accoglienza. In seguito alle prime denunce, nel 2015 il Csm dispose che ciascun aspirante onorario allegasse alla sua candidatura una dichiarazione con cui escludeva eventuali incompatibilità. Ora, fonti del governo ci hanno ribadito la volontà di stringere ulteriormente le maglie, sancendo per legge «l'incompatibilità dei giudici onorari minorili qualora essi stessi o i rispettivi parenti o coniugi (entro il secondo grado) - e rispettivi conviventi - abbiano interessi in strutture d'affido». Secondo l'avvocato (ed ex giudice minorile) Francesco Morcavallo, pure lui già esponente di Finalmente liberi, la situazione negli ultimi anni non sarebbe granché migliorata. A suo avviso, anzi, «non è cambiato nulla. Anche nel 2010 esistevano disposizioni del Csm che vietavano ai giudici onorari di essere titolari delle case famiglia. Eppure, le circolari venivano ignorate. Io credo che i controlli mancassero allora come oggi». Non bisogna sforzarsi per capire che se chi dovrebbe decidere con distacco e serenità è coinvolto, se non come dirigente, magari come consulente o come collaboratore, nelle strutture d'affido, si determina un perverso incentivo a collocare i minori nelle case famiglia. Insomma, si consolida l'abitudine di allontanare i piccoli dai loro nuclei familiari d'origine, anche se hanno altri parenti che potrebbero prendersi cura di loro, per assegnarli alle comunità.
Morcavallo con La Verità ha sollevato un'altra questione delicatissima: a quanto pare, infatti, in molti tribunali minorili oberati di pratiche, i giudici onorari gestiscono interamente i procedimenti in luogo dei togati, non di rado in barba alle procedure. «Le deleghe agli onorari sono previste solo per singoli adempimenti. E invece spesso viene demandata a loro l'intera fase istruttoria, incluse questioni processuali che loro non sono in grado di gestire, per il semplice fatto che non conoscono la procedura». E così, ad esempio, capita che «le parti interessate non vengano nemmeno convocate in udienza». Si tratterebbe, secondo Morcavallo, di una prassi tutt'altro che infrequente: «A Roma capita tutti i giorni. Ma succede anche a Bologna, a Cagliari, a Venezia, ad Ancona. Nelle Marche, poi», ha aggiunto l'avvocato, «c'è una situazione disastrosa: alcuni procedimenti pendono per anni, finché il bambino non diventa maggiorenne…». A ciò si somma un ulteriore paradosso: «Talvolta, gli stessi giudici onorari cui è stato delegato il compito di seguire la fase istruttoria di un procedimento, poi non sono presenti in Camera di consiglio quando si decide. Si limitano ad affidare a un relatore le loro valutazioni». Dunque, non solo secondo Morcavallo i conflitti d'interessi non sono risolti, ma i giudici onorari si mettono persino a gestire, senza averne le competenze, le fasi processuali, collezionando anomalie procedurali. E, a volte, non sono neppure presenti in Camera di consiglio quando si arriva alla decisione finale. Misurare l'incidenza di questo fenomeno è impossibile: «Si dovrebbe avere accesso a tutti i fascicoli dei singoli tribunali e poi fare il calcolo di quanti sono gestiti dai giudici onorari. Ma, trattandosi di minorenni, l'accesso a quei fascicoli è giustamente limitato». Quel che è certo, comunque, è che tra giri d'affari, conflitti d'interessi e lacune nella gestione dei processi, chi ci rimette sono i bambini. Strappati alle famiglie e inseriti in un circuito di comunità dal quale rischiano di non uscire tanto facilmente.
Lo ha confermato alla Verità l'avvocato milanese Carmela Macchiarola, specializzata in diritto di famiglia. La Macchiarola si è soffermata sul problema degli stranieri. «Molti immigrati “importano" in Lombardia costumi piuttosto tribali e, magari, maltrattano le figlie. A quel punto è ovvio che il tribunale dei minori le affidi alle case famiglia». Però, c'è un però. «Il vero nodo sono le relazioni degli assistenti sociali. Costoro sono di fatto incentivati a suggerire ai magistrati di prolungare la permanenza dei minori nelle strutture d'affido, perché più sono i bimbi collocati lì, più fondi arrivano, più lavoro c'è per loro». Insomma, ha concluso la Macchiarola, per com'è congegnato, il sistema favorisce «la stagnazione dei minori nelle case famiglia».
D'altro canto, a scorgere i motivi più frequenti alla base degli allontanamenti familiari, si fa un balzo sulla sedia. Come si evince da un rapporto del 2011 del ministero del Lavoro, infatti, tra le cause spicca il 37% dei casi di «inadeguatezza genitoriale», a loro volta fondati per il 44% su «situazioni di povertà materiale». In buona sostanza, a tante famiglie povere, anziché offrire un aiuto, si tolgono i figli. Allora sì che questi sono amori strappati.
«In Veneto c’era una Onlus con la Jaguar d’ordinanza»
Cristina Franceschini, avvocato veronese, si batte con l'associazione Finalmente liberi contro le storture del sistema delle case famiglia.
Avvocato, si può dire che questo sia un business?
«Be', lo si può dedurre».
Da cosa?
«Dal fatto che ci siano comunità che arrivano a percepire rette di 400 euro al giorno a bambino, senza che ci siano rendiconti di come questi soldi vengono utilizzati».
Può fare qualche esempio?
«Tempo fa, in Veneto, avevo sollecitato un'interrogazione regionale su una casa famiglia che chiedeva, appunto, una retta da 400 euro. Due mesi dopo la retta è stata dimezzata».
Retta dimezzata?
«Se potevano sopravvivere anche con 200 euro, significa che quei 400 euro erano ingiustificati… Peraltro, a dirigere quella struttura c'era un giudice onorario!».
Ai giudici onorari ci arriviamo tra poco. Altri episodi significativi?
«Una comunità cui risultava intestata una Jaguar».
Ah però. Ma come giustificano certe rette le Onlus?
«Ad esempio, con visite psicologiche ai minori. Ma mancano i controlli».
In che senso?
«Le Regioni stanziano quei soldi, però non sanno come vengono spesi».
Perché è difficile trovare dati precisi e aggiornati ?
«Manca una banca dati nazionale sui minori allontanati. Il Garante dell'infanzia, nel 2018, aveva stilato un report sul numero dei minori accolti nelle strutture: circa 20.000. Ma si basava su dati del 2015».
Ci sono altri report?
«Quello dell'Istituto degli Innocenti, del 2010. Lì si parlava di circa 15.000 minori nelle case famiglia».
Cinquemila in meno. L'aumento negli anni a cosa potrebbe essere dovuto?
«Forse all'arrivo dei minori stranieri non accompagnati».
Altre zone d'ombra?
«Non si sa quante siano le famiglie affidatarie, che accoglierebbero altri 15.000 minori circa. È un capitolo di spesa, anche se irrisorio rispetto a quello delle strutture d'accoglienza. Una famiglia riceve tra 500 e 700 euro al mese».
Dunque, sarebbero circa 30.000 i bambini allontanati dalle famiglie di provenienza. Perché le associazioni come Finalmente liberi parlano di 50.000 casi?
«Sempre secondo quei vecchi report, c' era un flusso annuale di 10.000 minori».
Un flusso? Cioè?
«Minori accolti nelle case famiglia e poi usciti nel corso dello stesso anno. I 40/50.000 casi arrivano da qui. Ma sono solo stime».
Perché i bambini vengono allontanati dalle loro famiglie?
«In un report del 2011 spicca il dato del 37% di allontanamenti dovuti a “inadeguatezza genitoriale"».
Che vuol dire?
«Be', è un concetto amplissimo. E infatti, nello stesso report si spiegava che tra i motivi di “inadeguatezza" c'era la “povertà materiale" di una famiglia. Che però, ai sensi di legge, non può giustificare l'allontanamento di un minore».
Una famiglia povera bisogna aiutarla, non toglierle i figli.
«Esattamente».
Veniamo ai giudici onorari. Le vostre denunce hanno cambiato qualcosa?
«Nel 2015 il Csm ha emesso una nuova circolare. E nei bandi per l'ultimo triennio c'era un divieto per i giudici onorari di collaborare a qualsiasi titolo con le comunità».
Però…
«Come nel 2010 una circolare vietava ai giudici onorari di essere anche dirigenti delle case famiglia, ma veniva ignorata, credo che anche oggi manchino i controlli».
E perché?
«I presidenti dei Tribunali minorili non hanno una banca dati elettronica, che andrebbe redatta da un'autorità terza».
In che modo?
«Si verifica tutto il personale che opera nelle comunità, lo si inserisce in un archivio elettronico, così a un presidente di Tribunale basta digitare il nome di un aspirante onorario per verificare eventuali incompatibilità».
Una riforma del sistema di che altro ha bisogno?
«Nomenclature uniformi».
Che vuol dire?
«Ora ogni Regione stabilisce i criteri per assegnare a una comunità la dicitura di casa famiglia, comunità educativa, o comunità terapeutica, in base al numero di minori ospitati e al tipo di assistenza che viene fornita. Questi criteri vanno uniformati».
E poi?
«Le spese delle comunità vanno rendicontate: per ogni minore bisogna conoscere, ad esempio, quante sedute psicologiche sono state svolte, da chi, con quali costi… E ci vuole un tariffario nazionale».
Ma della commissione d'inchiesta voluta dalla Lega che ne pensa?
«Penso che serva. Ma non deve concentrarsi soltanto sull'aspetto economico».
Che altro va verificato?
«Perché, nelle case famiglia, di minori ne vengono spiediti tanti. Bisogna indagare sui criteri in base ai quali sono stabiliti gli allontanamenti. C'è un documento da cui partire».
Quella della bicamerale?
«Sì. Un'indagine conoscitiva della commissione parlamentare per l'Infanzia e l'adolescenza. I politici la studino».
«Ora ridateci la nostra nipotina»
Tra le famiglie che combattono ogni giorno per riavere un bambino strappato dalla giustizia c'è quella di Samantha Scrof la cui figlia, Angelica, è stata data in adozione dopo la sua prematura scomparsa.
A lottare per Samantha, nel tentativo di riunire quel che rimane della sua famiglia c'è Barbara, sua sorella, che non si è mai arresa all'idea che la nipotina sia stata affidata dai giudici a una coppia di estranei. «Nel ctu ( un atto formale richiesto durante un procedimento giuridico che aiuta il giudice ad acquisire informazioni prima di emettere una sentenza, ndr.) si legge chiaramente che la mia famiglia è idonea ad accogliere Angelica. Continuiamo a non comprendere questa decisione. Perché allontanare una bambina dalla sua vera famiglia per farle costruire una nuova vita con due genitori che sono dei completi estranei per lei?». Contattata dalla Verità Barbara ha spiegato come «l'esito di tutte le perizie di idoneità sulla nostra famiglia è sempre stato positivo. Per tutti, assistenti sociali e giudici, potevamo adottare Angelica. Perché allora cambiare idea e strapparla a noi in questo modo?»
La storia di Angelica, che oggi non porta più il cognome Scrof e vive la sua vita a 60 chilometri dalla casa della sua vera famiglia, è tormentatissima. La bimba, oltre a non aver mai conosciuto suo padre ha perso la mamma da piccola. «Samantha aveva problemi di tossicodipendenza» ci spiega Barbara Scrof «alla nascita di Angelica lei e la piccola vennero collocate in una struttura per mamme con figli. Ma lì non stava bene». Iniziano così una serie di trasferimenti, prima a casa della madre di Samantha e poi in una nuova casa famiglia in provincia di Pavia. È proprio in quest'ultima struttura che Angelica e Samantha vivono felici per un periodo. Fino a che la bambina non viene strappata per la prima volta alla madre. La donna, a quel punto, cade in una spirale senza fondo. «Aveva gli occhi vuoti, ci diceva che se non poteva stare con sua figlia allora era meglio morire» ricorda Barbara. E così fu. «Dopo un incontro con Angelica in cui la bimba, in lacrime, chiedeva di poter rimanere tra le braccia della madre, Samantha venne investita da due auto. Quando giunsi sul luogo dell'incidente rimasi sconvolta: quello che rimaneva di mia sorella era una scia di sangue lunga 30 metri e la sua borsetta sull'asfalto. Lei giaceva senza vita sotto un telo termico».
«Il mio primo pensiero fu la bimba. Per questo, non appena seppellita mia sorella, io, mia madre e mio fratello ci siamo immediatamente rivolti ai giudici manifestando l'intenzione di adottare la nostra nipotina» continua a raccontare Barbara Scrof «io e mio marito fummo individuati come coppia idonea a prendersi cura della bambina». Ma qualcosa è andato storto. Dopo un lungo iter con giudici, udienze, assistenti sociali e sedute con psicologi e psichiatri, il tribunale decide di affidare la piccola a una nuova famiglia. «Non ne capiamo il motivo. Noi eravamo stati ritenuti idonei, la bimba si ricorda di noi, della nonna. Perché non lasciarla con la sua vera famiglia? Perché non darle la possibilità di rimanere attaccata alle suo origini? Perché cancellare il suo passato?». Queste e altre mille domande tormentano ogni giorno Barbara e la sua famiglia che, nonostante siano passati anni non si arrendono e continuano a chiedere di riavere la piccola. «A oggi» conclude amareggiata Barbara «so che la bimba sta bene. Ha cambiato cognome. Della madre, Samantha Scrof, è stata cancellata ogni traccia. L'ho vista da lontano qualche volta, ho portato i suoi cuginetti e la nonna a osservarla di nascosto e per questo siamo stati redarguiti dai nuovi genitori che hanno addirittura chiamato i carabinieri. Perché vietarci ogni contatto con lei?».
Marianna Baroli
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I numeri dell'amore strappato: circa 30.000 minori sottratti ogni anno ai genitori, oltre 12.000 inseriti nelle comunità, esperti che decidono sugli affidi e intanto operano nelle strutture d'accoglienza. E le rette giornaliere arrivano a 400 euro a bambino.L'avvocato: «Gli enti locali stanziano i fondi ma non sanno come vengono usati. Le associazioni vanno obbligate a rendicontare tutto. E servono tariffe standard».La piccola Angelica è stata affidata in adozione nonostante l'idoneità riconosciuta ai suoi zii dai servizi sociali. Barbara Scrof: «Siamo stati cancellati dalla sua vita».Lo speciale contiene tre articoliC'è un business che si consuma sulla pelle dei più piccoli. Un business che, secondo alcune associazioni, ammonta addirittura a 1 miliardo di euro. È il giro d'affari che ruota intorno all'affido dei bambini alle case famiglia. Per carità, non tutte pensano al fatturato anziché al benessere dei minori. Ma in una galassia di cooperative autenticamente caritatevoli, ci sono nebulose di affarismo e conflitti d'interessi. A cominciare da quelli dei giudici onorari, cioè gli esperti che lavorano a contatto con i magistrati togati nei tribunali minorili. E che, come ha denunciato l'associazione Finalmente liberi, spesso operano a vario titolo proprio nelle case famiglia in cui devono decidere se spedire i bambini. Tutte situazioni che fonti dell'esecutivo assicurano essere state appena prese in carico dal ministero della Giustizia.Che il tema sia attualissimo, d'altronde, lo ha ribadito Matteo Salvini al Congresso delle famiglie di Verona, quando ha annunciato di voler «mettere occhio sul business delle comunità di bambini». I capigruppo della Lega alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, hanno assicurato che sarà avviata una nuova commissione d'inchiesta (dopo quella della bicamerale per l'infanzia, che si è chiusa a gennaio 2018). E proprio ieri sera è andata in onda l'ultima puntata della fiction di Canale 5, L'amore strappato, una miniserie sul clamoroso errore giudiziario che ha coinvolto, nel 1995, la piccola Angela Lucanto, allontanata dalla famiglia perché suo padre era stato ingiustamente accusato di averla molestata. La Lucanto, sul suo dramma, ha pubblicato un libro, Rapita dalla giustizia, scritto assieme ai giornalisti Caterina Guarnieri e Maurizio Tortorella.Ma quanti bambini sono stati sottratti alle loro famiglie in Italia? E perché? Rispondere, nonostante le indagini condotte più volte dal Parlamento e dall'Authority per l'infanzia, non è facilissimo. Gli ultimi dati ufficiali del ministero del Lavoro risalgono al 2012. Nel gennaio 2018, la Commissione per l'infanzia e l'adolescenza aveva calcolato che nel 2014 erano 26.420 i piccoli sottratti alle famiglie. Altre fonti, nel 2015, parlavano di 28.449. Non tutti, ovviamente, finiscono nelle comunità: circa il 50% viene affidato ad altri nuclei familiari. Numeri più recenti è complicato trovarne. Le stime più verosimili, hanno spiegato alla Verità dal ministero della Famiglia, si ottengono incrociando i report del Garante e dell'Istituto degli Innocenti di Firenze, che comunque si basano su rilevazioni del 2015. Da qui si evince che i minori ospitati in strutture come case famiglia o comunità terapeutiche sono circa 12.000. A questi, però, vanno aggiunti i cosiddetti «dati di flusso», ovvero i bambini che entrano ed escono da una comunità nel corso di uno stesso anno. In tal caso, la cifra sale fino a circa 20.000 minori. Le associazioni che si battono per porre un argine agli allontanamenti, tuttavia, ritengono che il dato di flusso sia più alto. E parlano addirittura di 50.000 casi complessivi, tra i bambini nelle comunità e quelli assegnati a nuclei affidatari. Ma le case famiglia? Secondo le ultime stime, sarebbero almeno 3.352. Ed è presto spiegato come si arriva al business da 1 miliardo di euro. «Le rette erogate da Comuni e Regioni, in media, viaggiano dai 70 ai 120 euro al giorno a minore», ha riferito alla Verità l'avvocato Cristina Franceschini, di Finalmente liberi. «Ma se i minori hanno disagi più seri e se le strutture d'accoglienza offrono, ad esempio, delle sedute di psicoterapia, le rette possono arrivare anche fino a 400 euro». Basta fare qualche moltiplicazione per ottenere il risultato finale. Luisella Mattiaca, del Coordinamento italiano servizi maltrattamento all'infanzia, insiste da diversi anni: non esiste alcun miliardo di euro. A suo avviso - così aveva riferito ad Avvenire nel 2015 - «il costo annuo dei minori in comunità è di 520 milioni. Con una retta adeguata costerebbero 785 milioni». Ad alimentare il balletto dei numeri contribuisce una certa opacità: quasi mai ci sono rendiconti precisi delle spese sostenute dai singoli centri d'accoglienza. Le rette, inoltre, variano molto di Regione in Regione e di Comune in Comune: a Roma la media è di 70 euro, in Veneto di 120, in Calabria di 90, in Campania di 115, in Lombardia di 107, ma a Milano di 78. Anche per questi motivi il governo gialloblù è orientato a introdurre un tariffario unico nazionale.Il capitolo più dolente, tuttavia, è quello dei conflitti d'interessi dei giudici onorari. Nei tribunali dei minori, ai magistrati togati si affiancano esperti del settore, che dovrebbero partecipare sia alla fase istruttoria sia alla decisione finale sugli allontanamenti e gli affidi. L'associazione Finalmente liberi, negli anni, ha censito ben 200 casi di conflitti d'interessi: in pratica, gli onorari collaboravano spesso con le case famiglia presso le quali dovevano stabilire se collocare i minori. A volte, ha raccontato alla Verità la Franceschini, capitava che il giudice onorario fosse il fondatore o il presidente di quella comunità d'accoglienza. In seguito alle prime denunce, nel 2015 il Csm dispose che ciascun aspirante onorario allegasse alla sua candidatura una dichiarazione con cui escludeva eventuali incompatibilità. Ora, fonti del governo ci hanno ribadito la volontà di stringere ulteriormente le maglie, sancendo per legge «l'incompatibilità dei giudici onorari minorili qualora essi stessi o i rispettivi parenti o coniugi (entro il secondo grado) - e rispettivi conviventi - abbiano interessi in strutture d'affido». Secondo l'avvocato (ed ex giudice minorile) Francesco Morcavallo, pure lui già esponente di Finalmente liberi, la situazione negli ultimi anni non sarebbe granché migliorata. A suo avviso, anzi, «non è cambiato nulla. Anche nel 2010 esistevano disposizioni del Csm che vietavano ai giudici onorari di essere titolari delle case famiglia. Eppure, le circolari venivano ignorate. Io credo che i controlli mancassero allora come oggi». Non bisogna sforzarsi per capire che se chi dovrebbe decidere con distacco e serenità è coinvolto, se non come dirigente, magari come consulente o come collaboratore, nelle strutture d'affido, si determina un perverso incentivo a collocare i minori nelle case famiglia. Insomma, si consolida l'abitudine di allontanare i piccoli dai loro nuclei familiari d'origine, anche se hanno altri parenti che potrebbero prendersi cura di loro, per assegnarli alle comunità.Morcavallo con La Verità ha sollevato un'altra questione delicatissima: a quanto pare, infatti, in molti tribunali minorili oberati di pratiche, i giudici onorari gestiscono interamente i procedimenti in luogo dei togati, non di rado in barba alle procedure. «Le deleghe agli onorari sono previste solo per singoli adempimenti. E invece spesso viene demandata a loro l'intera fase istruttoria, incluse questioni processuali che loro non sono in grado di gestire, per il semplice fatto che non conoscono la procedura». E così, ad esempio, capita che «le parti interessate non vengano nemmeno convocate in udienza». Si tratterebbe, secondo Morcavallo, di una prassi tutt'altro che infrequente: «A Roma capita tutti i giorni. Ma succede anche a Bologna, a Cagliari, a Venezia, ad Ancona. Nelle Marche, poi», ha aggiunto l'avvocato, «c'è una situazione disastrosa: alcuni procedimenti pendono per anni, finché il bambino non diventa maggiorenne…». A ciò si somma un ulteriore paradosso: «Talvolta, gli stessi giudici onorari cui è stato delegato il compito di seguire la fase istruttoria di un procedimento, poi non sono presenti in Camera di consiglio quando si decide. Si limitano ad affidare a un relatore le loro valutazioni». Dunque, non solo secondo Morcavallo i conflitti d'interessi non sono risolti, ma i giudici onorari si mettono persino a gestire, senza averne le competenze, le fasi processuali, collezionando anomalie procedurali. E, a volte, non sono neppure presenti in Camera di consiglio quando si arriva alla decisione finale. Misurare l'incidenza di questo fenomeno è impossibile: «Si dovrebbe avere accesso a tutti i fascicoli dei singoli tribunali e poi fare il calcolo di quanti sono gestiti dai giudici onorari. Ma, trattandosi di minorenni, l'accesso a quei fascicoli è giustamente limitato». Quel che è certo, comunque, è che tra giri d'affari, conflitti d'interessi e lacune nella gestione dei processi, chi ci rimette sono i bambini. Strappati alle famiglie e inseriti in un circuito di comunità dal quale rischiano di non uscire tanto facilmente.Lo ha confermato alla Verità l'avvocato milanese Carmela Macchiarola, specializzata in diritto di famiglia. La Macchiarola si è soffermata sul problema degli stranieri. «Molti immigrati “importano" in Lombardia costumi piuttosto tribali e, magari, maltrattano le figlie. A quel punto è ovvio che il tribunale dei minori le affidi alle case famiglia». Però, c'è un però. «Il vero nodo sono le relazioni degli assistenti sociali. Costoro sono di fatto incentivati a suggerire ai magistrati di prolungare la permanenza dei minori nelle strutture d'affido, perché più sono i bimbi collocati lì, più fondi arrivano, più lavoro c'è per loro». Insomma, ha concluso la Macchiarola, per com'è congegnato, il sistema favorisce «la stagnazione dei minori nelle case famiglia».D'altro canto, a scorgere i motivi più frequenti alla base degli allontanamenti familiari, si fa un balzo sulla sedia. Come si evince da un rapporto del 2011 del ministero del Lavoro, infatti, tra le cause spicca il 37% dei casi di «inadeguatezza genitoriale», a loro volta fondati per il 44% su «situazioni di povertà materiale». In buona sostanza, a tante famiglie povere, anziché offrire un aiuto, si tolgono i figli. Allora sì che questi sono amori strappati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-business-dei-bimbi-case-famiglia-un-tesoro-da-1-miliardo-e-troppi-giudici-con-il-conflitto-dinteressi-2634615340.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-veneto-cera-una-onlus-con-la-jaguar-dordinanza" data-post-id="2634615340" data-published-at="1767423032" data-use-pagination="False"> «In Veneto c’era una Onlus con la Jaguar d’ordinanza» Cristina Franceschini, avvocato veronese, si batte con l'associazione Finalmente liberi contro le storture del sistema delle case famiglia. Avvocato, si può dire che questo sia un business? «Be', lo si può dedurre». Da cosa? «Dal fatto che ci siano comunità che arrivano a percepire rette di 400 euro al giorno a bambino, senza che ci siano rendiconti di come questi soldi vengono utilizzati». Può fare qualche esempio? «Tempo fa, in Veneto, avevo sollecitato un'interrogazione regionale su una casa famiglia che chiedeva, appunto, una retta da 400 euro. Due mesi dopo la retta è stata dimezzata». Retta dimezzata? «Se potevano sopravvivere anche con 200 euro, significa che quei 400 euro erano ingiustificati… Peraltro, a dirigere quella struttura c'era un giudice onorario!». Ai giudici onorari ci arriviamo tra poco. Altri episodi significativi? «Una comunità cui risultava intestata una Jaguar». Ah però. Ma come giustificano certe rette le Onlus? «Ad esempio, con visite psicologiche ai minori. Ma mancano i controlli». In che senso? «Le Regioni stanziano quei soldi, però non sanno come vengono spesi». Perché è difficile trovare dati precisi e aggiornati ? «Manca una banca dati nazionale sui minori allontanati. Il Garante dell'infanzia, nel 2018, aveva stilato un report sul numero dei minori accolti nelle strutture: circa 20.000. Ma si basava su dati del 2015». Ci sono altri report? «Quello dell'Istituto degli Innocenti, del 2010. Lì si parlava di circa 15.000 minori nelle case famiglia». Cinquemila in meno. L'aumento negli anni a cosa potrebbe essere dovuto? «Forse all'arrivo dei minori stranieri non accompagnati». Altre zone d'ombra? «Non si sa quante siano le famiglie affidatarie, che accoglierebbero altri 15.000 minori circa. È un capitolo di spesa, anche se irrisorio rispetto a quello delle strutture d'accoglienza. Una famiglia riceve tra 500 e 700 euro al mese». Dunque, sarebbero circa 30.000 i bambini allontanati dalle famiglie di provenienza. Perché le associazioni come Finalmente liberi parlano di 50.000 casi? «Sempre secondo quei vecchi report, c' era un flusso annuale di 10.000 minori». Un flusso? Cioè? «Minori accolti nelle case famiglia e poi usciti nel corso dello stesso anno. I 40/50.000 casi arrivano da qui. Ma sono solo stime». Perché i bambini vengono allontanati dalle loro famiglie? «In un report del 2011 spicca il dato del 37% di allontanamenti dovuti a “inadeguatezza genitoriale"». Che vuol dire? «Be', è un concetto amplissimo. E infatti, nello stesso report si spiegava che tra i motivi di “inadeguatezza" c'era la “povertà materiale" di una famiglia. Che però, ai sensi di legge, non può giustificare l'allontanamento di un minore». Una famiglia povera bisogna aiutarla, non toglierle i figli. «Esattamente». Veniamo ai giudici onorari. Le vostre denunce hanno cambiato qualcosa? «Nel 2015 il Csm ha emesso una nuova circolare. E nei bandi per l'ultimo triennio c'era un divieto per i giudici onorari di collaborare a qualsiasi titolo con le comunità». Però… «Come nel 2010 una circolare vietava ai giudici onorari di essere anche dirigenti delle case famiglia, ma veniva ignorata, credo che anche oggi manchino i controlli». E perché? «I presidenti dei Tribunali minorili non hanno una banca dati elettronica, che andrebbe redatta da un'autorità terza». In che modo? «Si verifica tutto il personale che opera nelle comunità, lo si inserisce in un archivio elettronico, così a un presidente di Tribunale basta digitare il nome di un aspirante onorario per verificare eventuali incompatibilità». Una riforma del sistema di che altro ha bisogno? «Nomenclature uniformi». Che vuol dire? «Ora ogni Regione stabilisce i criteri per assegnare a una comunità la dicitura di casa famiglia, comunità educativa, o comunità terapeutica, in base al numero di minori ospitati e al tipo di assistenza che viene fornita. Questi criteri vanno uniformati». E poi? «Le spese delle comunità vanno rendicontate: per ogni minore bisogna conoscere, ad esempio, quante sedute psicologiche sono state svolte, da chi, con quali costi… E ci vuole un tariffario nazionale». Ma della commissione d'inchiesta voluta dalla Lega che ne pensa? «Penso che serva. Ma non deve concentrarsi soltanto sull'aspetto economico». Che altro va verificato? «Perché, nelle case famiglia, di minori ne vengono spiediti tanti. Bisogna indagare sui criteri in base ai quali sono stabiliti gli allontanamenti. C'è un documento da cui partire». Quella della bicamerale? «Sì. Un'indagine conoscitiva della commissione parlamentare per l'Infanzia e l'adolescenza. I politici la studino». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-business-dei-bimbi-case-famiglia-un-tesoro-da-1-miliardo-e-troppi-giudici-con-il-conflitto-dinteressi-2634615340.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ora-ridateci-la-nostra-nipotina" data-post-id="2634615340" data-published-at="1767423032" data-use-pagination="False"> «Ora ridateci la nostra nipotina» Tra le famiglie che combattono ogni giorno per riavere un bambino strappato dalla giustizia c'è quella di Samantha Scrof la cui figlia, Angelica, è stata data in adozione dopo la sua prematura scomparsa. A lottare per Samantha, nel tentativo di riunire quel che rimane della sua famiglia c'è Barbara, sua sorella, che non si è mai arresa all'idea che la nipotina sia stata affidata dai giudici a una coppia di estranei. «Nel ctu ( un atto formale richiesto durante un procedimento giuridico che aiuta il giudice ad acquisire informazioni prima di emettere una sentenza, ndr.) si legge chiaramente che la mia famiglia è idonea ad accogliere Angelica. Continuiamo a non comprendere questa decisione. Perché allontanare una bambina dalla sua vera famiglia per farle costruire una nuova vita con due genitori che sono dei completi estranei per lei?». Contattata dalla Verità Barbara ha spiegato come «l'esito di tutte le perizie di idoneità sulla nostra famiglia è sempre stato positivo. Per tutti, assistenti sociali e giudici, potevamo adottare Angelica. Perché allora cambiare idea e strapparla a noi in questo modo?» La storia di Angelica, che oggi non porta più il cognome Scrof e vive la sua vita a 60 chilometri dalla casa della sua vera famiglia, è tormentatissima. La bimba, oltre a non aver mai conosciuto suo padre ha perso la mamma da piccola. «Samantha aveva problemi di tossicodipendenza» ci spiega Barbara Scrof «alla nascita di Angelica lei e la piccola vennero collocate in una struttura per mamme con figli. Ma lì non stava bene». Iniziano così una serie di trasferimenti, prima a casa della madre di Samantha e poi in una nuova casa famiglia in provincia di Pavia. È proprio in quest'ultima struttura che Angelica e Samantha vivono felici per un periodo. Fino a che la bambina non viene strappata per la prima volta alla madre. La donna, a quel punto, cade in una spirale senza fondo. «Aveva gli occhi vuoti, ci diceva che se non poteva stare con sua figlia allora era meglio morire» ricorda Barbara. E così fu. «Dopo un incontro con Angelica in cui la bimba, in lacrime, chiedeva di poter rimanere tra le braccia della madre, Samantha venne investita da due auto. Quando giunsi sul luogo dell'incidente rimasi sconvolta: quello che rimaneva di mia sorella era una scia di sangue lunga 30 metri e la sua borsetta sull'asfalto. Lei giaceva senza vita sotto un telo termico». «Il mio primo pensiero fu la bimba. Per questo, non appena seppellita mia sorella, io, mia madre e mio fratello ci siamo immediatamente rivolti ai giudici manifestando l'intenzione di adottare la nostra nipotina» continua a raccontare Barbara Scrof «io e mio marito fummo individuati come coppia idonea a prendersi cura della bambina». Ma qualcosa è andato storto. Dopo un lungo iter con giudici, udienze, assistenti sociali e sedute con psicologi e psichiatri, il tribunale decide di affidare la piccola a una nuova famiglia. «Non ne capiamo il motivo. Noi eravamo stati ritenuti idonei, la bimba si ricorda di noi, della nonna. Perché non lasciarla con la sua vera famiglia? Perché non darle la possibilità di rimanere attaccata alle suo origini? Perché cancellare il suo passato?». Queste e altre mille domande tormentano ogni giorno Barbara e la sua famiglia che, nonostante siano passati anni non si arrendono e continuano a chiedere di riavere la piccola. «A oggi» conclude amareggiata Barbara «so che la bimba sta bene. Ha cambiato cognome. Della madre, Samantha Scrof, è stata cancellata ogni traccia. L'ho vista da lontano qualche volta, ho portato i suoi cuginetti e la nonna a osservarla di nascosto e per questo siamo stati redarguiti dai nuovi genitori che hanno addirittura chiamato i carabinieri. Perché vietarci ogni contatto con lei?». Marianna Baroli
Christine Lagarde (Ansa)
Uno scandalo che, oltre a far vibrare di indignazione il grattacielo in cui ha sede la Banca centrale, rischia di spettinare un po’ anche la sempre perfetta acconciatura di madame Lagarde. Di lei, oltre alle lettere imbarazzanti spedite quando era ministro dell’Economia ai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy, sono note le molte prese di posizione contro l’aumento dei salari. «Stanno aumentando troppo velocemente», diceva agitando il foulard Hermes che è ormai parte integrante del suo abbigliamento insieme con i tailleur Chanel. «Non possiamo permettere che le aspettative inflazionistiche si disancorino o che i salari abbiano un effetto inflazionistico», spiegava fino all’altro ieri per giustificare il mancato taglio dei tassi d’interesse. Ma mentre dichiarava guerra agli aumenti di stipendio, la banchiera che ha preso il posto di Mario Draghi provvedeva a incrementare il suo. A suscitare reazioni disgustate è anche il fatto che, pur essendo alla guida di un’istituzione pubblica, Lagarde sui suoi emolumenti sia stata a dir poco reticente. Fabio De Masi, eurodeputato e presidente del partito di sinistra tedesco Bsw, infatti ha attaccato la presidente della Bce dicendo di trovare sorprendente che l’amministratore delegato della Deutsche Bank, istituto privato quotato in Borsa, fornisca al pubblico informazioni più dettagliate sulla sua retribuzione rispetto a madame Lagarde.
Di certo c’è che il solo stipendio base, cioè senza benefit e compensi per altre funzioni connesse, rende la numero uno della Banca centrale il funzionario più pagato della Ue, con un salario superiore di oltre il 20% rispetto a quello di Ursula von der Leyen. Secondo il Financial Times, ai 446.000 euro vanno aggiunti 135.000 euro in benefit per l’alloggio e altre spese. Poi a questi si deve sommare la remunerazione per l’incarico di consigliere della Bri, vale a dire la Banca dei regolamenti internazionali, che in gergo è definita la banca delle banche centrali, ovvero una specie di succursale della Bce.
Occorre però chiarire che le somme riportate non sono lorde, come per i comuni mortali, ma nette, e che al conto complessivo mancano diverse voci. Infatti il quotidiano inglese, bibbia della finanza europea, non è riuscito ad alzare il velo sull’intero importo percepito da Lagarde, ma solo su ciò che ha potuto accertare spulciando atti ufficiali. Siccome la Bce ha rifiutato di rispondere alle richieste del Financial Times, i suoi giornalisti non sono riusciti ad appurare quale sia il valore dei contributi versati dalla Banca centrale per la pensione di Lagarde, né il costo del suo piano sanitario e delle assicurazioni stipulate a suo favore. Insomma, la sensazione è che il saldo sia molto più consistente. L’esborso totale per gli otto anni di presidenza Lagarde dovrebbe dunque assestarsi intorno ai 6,5 milioni, mentre dal 2030, quando andrà in pensione, la signora della moneta che vuole tenere bassi i salari per sconfiggere l’inflazione dovrebbe percepire 178.000 euro. Se Draghi è passato alla storia per una frase che prometteva di sostenere l’euro a qualunque costo, lei passerà alla storia per quanto ci costa.
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Zohran Mamdani (Ansa)
I dettami del Corano costituiscono infatti un sistema etico-giuridico a cui si deve attenere un buon musulmano - dalla morale alla sfera pubblica - incompatibile sia con le costituzioni occidentali che con il programma politico di Mamdani, che tra l’altro promette tolleranza, diritti civili (anche quelli attinenti la sfera sessuale), parità di genere e tutto l’armamentario woke caro ai progressisti. Giurare sul Corano di rendere gli uomini più liberi - nel senso occidentale del termine - è un ossimoro, perché il libro sacro dell’islam nega, a differenza delle sacre scritture cristiane, la dimensione della ragione. Nel Corano la donna è concepita come un essere inferiore da sottomettere all’uomo; il Corano condanna ebrei e cristiani come miscredenti e addirittura ne legittima la morte; il Corano sostiene che l’islam è l’unica vera religione che deve non solo diffondersi bensì imporsi sull’intera umanità.
Certamente qualcuno obietterà: attenzione, non è così, esiste un islam moderato. Certamente esiste, ma non è quello che porta il Corano a mo’ di Libretto rosso di Mao nel cuore delle istituzioni occidentali. Già nel 2000 non un reazionario, ma uno dei più prestigiosi politologi caro alla sinistra, Giovanni Sartori, aveva messo in guardia la sua parte politica su un distorto concetto di multiculturalismo: «Una società sana riconosce sì il valore della diversità, ma si dissolve se apre le porte a nemici culturali che ne rifiutano i principi, il primo dei quali è la separazione tra politica e religione».
Insomma, girala come ti pare ma una cosa è certa: l’Occidente o resterà cristiano o non sarà più il luogo degli uomini liberi. A farmi paura non è tanto il giuramento di Mamdani: sono quelli che anche da questi parti lo seguono come i topolini della famosa fiaba seguirono il suono suadente del pifferaio magico, chiamato dagli abitanti a liberare la città dai molesti roditori. Come noto i topi finirono nello stagno avvelenato, ma anche gli abitanti non fecero una bella fine.
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Il sindaco di New York Zohran Mamdani parla durante la sua cerimonia di inaugurazione (Ansa)
Le mosse di Mamdani, che ha giurato sul Corano al momento del suo insediamento (accompagnato dalla consorte Rama Duwaji, pizzicata dai tabloid con stivali da 630 dollari ai piedi) hanno irritato Gerusalemme. «Nel suo primo giorno da sindaco di New York, Mamdani mostra il suo vero volto: rigetta la definizione di antisemitismo dell’Ihra e revoca le restrizioni al boicottaggio di Israele. Questa non è leadership. È benzina antisemita sul fuoco», ha dichiarato il ministero degli Esteri israeliano.
Non solo. Già giovedì, il National Jewish Advocacy Center aveva chiesto conto a Mamdani del fatto che fossero stati cancellati dall’account X ufficiale del municipio alcuni post contro l’antisemitismo, risalenti all’amministrazione Adams. «È difficile esagerare quanto sia inquietante che uno dei tuoi primi atti come sindaco di New York, nel tuo primo giorno in carica, sia quello di cancellare i tweet ufficiali dell’account del municipio che parlavano della protezione degli ebrei newyorchesi», ha affermato l’organizzazione in una lettera inviata al primo cittadino. La portavoce di Mamdani ha replicato sostenendo che i post sarebbero stati semplicemente archiviati e che il neo sindaco «resta fermo nel suo impegno a sradicare il flagello dell’antisemitismo nella nostra città». Ciononostante, i primi atti di Mamdani hanno suscitato inquietudine. A maggior ragione, tenendo presente alcune delle posizioni che il diretto interessato aveva espresso nel recente passato. A giugno, era stato criticato per non aver preso inequivocabilmente le distanze dallo slogan «globalizzare l’Intifada». Inoltre, durante la campagna elettorale, aveva accusato Israele di genocidio e si era anche impegnato a far arrestare Benjamin Netanyahu, in caso quest’ultimo si fosse recato nella Grande Mela. Senza poi trascurare che, il mese scorso, un’esponente del team di Mamdani, Catherine Almonte Da Costa, si era dovuta dimettere, dopo che l’Anti-Defamation League aveva denunciato alcuni suoi vecchi post, in cui parlava di «ebrei affamati di soldi». Era inoltre fine ottobre quando l’attivista iraniano-americana Masih Alinejad accusò Mamdani di non essere abbastanza duro nel condannare Hamas.
Parliamo di quella stessa Hamas che è notoriamente uno dei principali proxy dell’Iran. E proprio in Iran, lo abbiamo detto, sono da giorni in corso proteste contro il regime khomeinista: proteste a cui la Casa Bianca ha dato de facto il suo appoggio. «Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti d’America accorreranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire», ha dichiarato ieri Donald Trump, innescando la reazione piccata del presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. L’inquilino della Casa Bianca, che pure ha irritato parte della base Maga per la sua distensione con l’attuale governo siriano, ha inoltre recentemente designato alcune realtà connesse alla Fratellanza musulmana come «organizzazioni terroristiche straniere». Insomma, il paradosso è evidente: Trump, dipinto spesso alla stregua di un «tiranno», sta cercando di arginare il fondamentalismo islamico; Mamdani, elogiato come un paladino progressista, flirta invece con posizioni non poi così distanti dall’islamismo. D’altronde, un certo strabismo è stato evidenziato anche da Elon Musk, che ha sottolineato come il saluto fatto dal neo sindaco durante l’insediamento di giovedì non fosse poi troppo dissimile da quello per cui lui stesso fu accusato, a gennaio scorso, di apologia del nazismo.
E attenzione: che Mamdani sia una figura controversa è testimoniato anche dalle spaccature interne alla base e ai vertici del Partito democratico americano. Secondo la Cnn, alle elezioni municipali newyorchesi di novembre il 64% degli elettori ebrei ha votato per il candidato indipendente Andrew Cuomo. Inoltre, se ha avuto l’endorsement della deputata di estrema sinistra Alexandria Ocasio-Cortez, Mamdani non ha invece ricevuto quello del capogruppo dem al Senato, Chuck Schumer, che oltre a essere ebreo è su posizioni (relativamente) centriste. L’Asinello, insomma, è finito in testacoda.
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Lautaro Martinez e Francesco Pio Esposito (Ansa)
PROMOSSI
1) MILE SVILAR
Il portierone della Roma è il punto di partenza d’una squadra top. A 26 anni è il più forte della A, inferiore solo a Mike Maignan quando si sveglia (ultimamente non troppo spesso) con la voglia di fare Superman. Allora il milanista gioca un altro campionato. Nella media, Svilar oggi è più affidabile: felino fra i pali, coraggioso in uscita, capace di usare i piedi senza per questo dimenticarsi che si para con le mani. Se la difesa di Gasperini è la più granitica d’Italia, il merito è dei guantoni del belga-serbo che di suo ha già un record in tasca: pur con due passaporti non gioca in nessuna Nazionale. Era stato convocato dalla Serbia, lui ha risposto, è andato a referto ma poi ha rifiutato: preferiva il Belgio. Morale, i primi non lo convocano più perché offesi, i secondi non possono chiamarlo perché ha indossato la maglia di un’altra Nazionale. Tradito dal dubbio, vado non vado. Un errore che non commette mai in campo.
2) MARCO PALESTRA
Marchio Atalanta, futuro assicurato per il ventenne milanese (è nato a Buccinasco, dove la metropoli diventa tangenziale) in prestito al Cagliari. È il nome nuovo del calcio italiano, che sforna difensori moderni (da Calafiori a Bastoni, da Buongiorno a Comuzzo) ma ha dimenticato chissà dove il dna degli attaccanti. In Sardegna Palestra ha trovato l’ambiente ideale per sbocciare. Non sbaglia una partita, è formidabile in marcatura e perfetto nell’accompagnare l’azione. Un campione in erba. Il rischio è vederlo partire per Inghilterra o Spagna in cambio di 40-50 milioni, soglia sulla quale ogni dirigente italiano mostra il simbolo del dollaro negli occhi.
3) JHON LUCUMÌ
Il guerriero colombiano del Bologna è cresciuto a vista d’occhio. Difensore roccioso, francobollatore affidabile dei migliori bomber avversari (Rasmus Hojlund, Lautaro Martinez, Dusan Vlahovic ne sanno qualcosa), è il prediletto da Vincenzo Italiano per guidare la difesa rossoblu. Ha tecnica, solidità, esperienza e quella cattiveria agonistica che i colombiani di Calì hanno da vendere al mercato. Tre anni fa doveva andare dal Genk al Barcellona, ma tutto saltò perché la documentazione arrivò alla federazione spagnola con 20 minuti di ritardo. Ecco, lui non arriva quasi mai in ritardo a spazzare il pallone, e quando lo fa si acchiappa un’ammonizione (a Bologna le chiamano «lucumate»).
4) JACOBO RAMON
Avevo deciso per Oumar Solet, il buttafuori francese di origini ivoriane che illumina la difesa dell’Udinese. Avevo deciso per lui perché è micidiale in appoggio e sui calci d’angolo, perché somiglia a Camavinga del Real, perché se impara a marcare stretto diventa un top. Poi il collega Fabio Corti, che passa le corte sugli spalti del Sinigaglia anche nei giorni feriali a stadio vuoto, mi ha travolto con i numeri del gioiellino spagnolo che gioca nel Como: 90,7% di passaggi riusciti, 91,6% di contrasti vinti, 97,6% di duelli aerei vinti neanche fosse un Messerschmitt BF109, 76,8% di dribbling compiuti (ragazzi è un difensore centrale alto 1,96). A questo punto la resa è obbligatoria.
5) DAVIDE BARTESAGHI
La fascia sinistra è affollata, qui la poltrona è per tre. Perché Federico Dimarco (Inter) non ha nessuna intenzione di abdicare. Perché a Genova (sponda genoana) galoppa un uomo nuovo come Brooke Norton-Cuffy, inglesone imprendibile quando è lanciato sull’out, capace di spezzare le difese anche se ancora rivedibile (ha 21 anni) in copertura. L’imbarazzo nella scelta è reale e se ne esce solo privilegiando due caratteristiche: novità e italianità. Allora il titolare non può essere che il milanista Davide Bartesaghi, 20 anni due giorni fa, brianzolo di Erba, messo lì sulla fascia da Max Allegri dopo una carriera junior da attaccante e poi da centrale di difesa. Titolare nel derby, autore di una doppietta al Sassuolo, lampi da diamante grezzo. «Sarà il mio erede», ha detto Theo Hernandez. Tranquilli, se ne intende.
6) LUKA MODRIC
Per il Maestro non si sprecano parole, lo si ammira dipingere o scolpire. Come Picasso, come Michelangelo. È con questo spirito che i tifosi del Milan vanno in massa a San Siro, per bearsi davanti alle invenzioni, alle geometrie, ai lanci millimetrici del marziano del pallone arrivato a Milano a 40 anni a divertirsi. E a far delirare un popolo dalla stessa mattonella che fu di Andrea Pirlo. Allegri, mestierante divino e re dei risultatisti, lo ha piazzato lì con la filosofia di Ottavio Bianchi ai tempi di Diego Maradona: «Lui e altri dieci». Se Maignan para, Fofana corre, Pulisic sprinta e Leao si sveglia sono dolori per tutti. Ma l’allenatore sa che il capolavoro è possibile solo se l’evangelista Luka non si stanca prima.
7) ARTHUR ATTA
Tutti a bocca aperta davanti al centrocampista totale dell’Udinese, oggi nel mirino di Napoli, Inter, Chelsea e Barcellona. Francese, 22 anni, dribbling micidiale in velocità (raro vederne, solo Paulo Dybala e Markus Thuram regalano lo stesso fremito), è una delle sorprese del campionato, anche perché il suo mestiere sarebbe quello del mediano che macina chilometri. Lo fa con intelligenza e passo da cavallo di razza, esaltato da un fisico da mezzofondista (1,89 per 80 chili). Lui è il nuovo ma in questo ruolo si è imposto (dopo un paio d’anni nell’anonimato) un ragazzone old style di scuola italiana: Bryan Cristante, a 30 anni uomo in più della Roma di Gasp, che lo ha ritrovato a Trigoria dopo averlo forgiato all’Atalanta e non se ne priva più. Bentornato nell’Olimpo.
8) SCOTT MCTOMINAY
L’anima silenziosa del Napoli. Antonio Conte lo programma in settimana e lo scozzese fa il terminator in campo: corre per almeno 11 km a partita (più di Nicolò Barella), usa l’intelligenza tattica per creare sempre supremazia, è fenomenale negli inserimenti e non sbaglia quasi mai in area avversaria. Un tuttocampista da sogno, arrivato come un dono di San Gennaro dal Manchester United. Bene per i tifosi napoletani, che da un anno e mezzo se lo godono, primo motore della corazzata tascabile di Aurelio De Laurentiis, lassù in campionato con lo scudetto sul petto e implacabile in Supercoppa. Scott è discreto, mai una parola di troppo, quindi fatica a capire le intemerate a orologeria di Piangina Conte. Poco importa, quello dell’imbonitore non è il suo mestiere.
9) CHRISTIAN PULISIC
Quando parte in accelerazione puntando la porta, il pistolero yankee fa impazzire San Siro. Mentre Rafa Leao si perde in mille dribbling da artista svagato (un Recoba sull’altra sponda del Naviglio), lui entra in area e segna. Raccoglie palloni vaganti e segna. Anticipa i difensori e segna. Pulisic l’implacabile non sbaglia una partita, con lui in campo il Milan parte da 1-0. Nelle tre stagioni in rossonero ha segnato 15, 17 e 9 gol. Mentre nei primi due anni aveva assommato 50 presenze, qui è a 7 reti in Serie A (più 2 in Coppa Italia) con sole 13 partite, pronto a distruggere ogni record personale. Con un centravanti vero al suo fianco, la banda Allegri potrebbe puntare dritta allo scudetto.
10) LAUTARO MARTINEZ
«Non segna con le grandi». «Ha troppi blackout». «Deve imparare a sorridere». Chiacchiere e distintivo per avventizi di redazione, perché il Toro di Bahia Blanca è sempre lì dove stanno i grandi cannonieri. Cuore pulsante dell’Inter, ne condiziona i destini in campionato come in Champions. E anche quando non fa gol è un fattore determinante: pressa, rientra, aiuta, si immola facendo a botte in mezzo a difensori che con lui usano immancabilmente la clava. Non ride mai perché ogni partita è una battaglia, come lo era per Zlatan Ibrahimovic. Qui serve un’appendice. Se Lautaro è in viaggio per l’Argentina (mai che rinunci a una convocazione, dimenticandosi chi gli paga lo stipendio), nella squadra top entra Jamie Vardy, nonno del gol (38 anni) arrivato in fondo alla pianura per suonare l’ultimo Stradivari. Se riesce a salvare la Cremonese merita un busto accanto a quello di Ugo Tognazzi.
11) NICO PAZ
Il boy di Tenerife continua a fare cose da Paz. C’è poco da aggiungere: quando si mette in proprio mostra assurde giocate che fanno ricordare Crujiff. Dopo un anno nella tonnara della Serie A, dove la tattica e la furbizia dominano le partite, lo spagnolo naturalizzato argentino sta anche imparando a giocare con gli altri dieci. Periodo di crescita, fondamentale per immagazzinare esperienza e diventare letale. Quasi titolare della nazionale campione del mondo, sta facendo volare il Como in classifica fino alle soglie dell’Europa. Ma nei numeri di Paz non c’è nulla di hollywoodiano, lui non fa passerella, non si bea della giocata, semplicemente spacca le partite. Lo sogna la Premier, lo vuole l’Inter. Ma il suo futuro è segnato sul taccuino di Florentino Perez. Speranze per gli altri, zero.
Allenatore: VINCENZO ITALIANO
Osservatelo quando si alza dalla panchina per cazziare Orsolini che non rientra. Giugulare gonfia, occhi assatanati, canini affilati: finalmente a Bologna c’è un Italiano vero, senza scomodare Toto Cutugno. Un allenatore guerriero per una squadra guerriera, che non ha niente a che vedere con il fighettismo woke del sindaco piacione Matteo Lepore. Se all’ombra delle due torri c’è un team fantastico anche dopo la cura Thiago Motta, il merito è di questo figlio di emigranti, siciliano nato per sbaglio a Karlsruhe 49 anni fa. Giochista senza perdersi nelle prosopopee ispaniche da possesso palla (vedi Fabregas e Xabi Alonso), Italiano sta completando a Bologna l’opera cominciata a Firenze. Dove lo rimpiangono annacquando il Chianti.
BOCCIATI
1) YANN SOMMER
Ha sparato le ultime cartucce nella semifinale Champions col Barça a San Siro: ha deviato con la punta delle dita il missile di Lamine Yamal, poi ha lasciato cadere la Colt, come se il suo destino si fosse definitivamente compiuto. Ha spento la luce e non l’ha più riaccesa. Così l’istintivo e spesso funambolico portiere dell’Inter (37 anni) è diventato un comprimario. Ora la porta nerazzurra è perennemente aperta, ogni spiffero diventa uragano, ogni tiro fra i pali potrebbe esser gol. Il declino dello svizzero è evidente, in questa prima parte di stagione ha collezionato papere e incertezze, la difesa (farfallona di suo) ha perso l’ultimo baluardo. Sommer è bravo coi piedi, purtroppo è l’unico che dovrebbe usare al meglio le mani. Cristian Chivu ne rispetta il declino e preferisce «tenersi la prestazione», beato lui.
2) ANDREA CAMBIASO
Oggi sembra il cugino di campagna del micidiale difensore esterno della scorsa stagione. Allora era il principe delle fasce (sinistra ma pure destra tanto è duttile) e del mercato, anche se la valutazione di 70 milioni formulata (chissà) dal City per il «folgorante innamoramento» di Pep Guardiola sembrò più un delirio dei mercatisti di redazione che un dato di realtà. Nella Juve di Luciano Spalletti sembra in ripresa, ma restano negli occhi i balbettii, le sostituzioni, l’inconsistenza di questa prima parte della stagione. Doveva essere uno dei top invece per ora è un flop. Colpa di Igor Tudor e della Signora in ribasso, priva di gioco e di prospettiva. Ma è possibile che al cambio di anno segua un auspicabile cambio di passo.
3) FIKAYO TOMORI
«Mi sento al massimo, dobbiamo tornare in Champions». Lo ha detto qualche giorno fa in un’intervista motivazionale per spronare tutto il Milan. «Allegri mi ha aiutato nella lettura del gioco, ora so cosa fare in campo». Ecco, qui un brivido corre lungo la schiena dei tifosi rossoneri perché l’anglo-canadese implicitamente ammette, a 28 anni, di non avere avuto finora ben presenti i parametri del suo lavoro. Ce n’eravamo accorti e deve averlo capito anche il tecnico se gli preferisce Matteo Gabbia, Strahinja Pavlovic, addirittura lo spaesato Koni De Winter delle ultime terrificanti apparizioni. Sia chiaro, Tomori è un buon centrale, ma per guidare la retroguardia del Milan è poco, troppo poco, perfino lontano dal giocatore arrembante e con enormi margini di miglioramento arrivato a Milano nel 2021 dal Chelsea. Urge il salto di qualità.
4) PIETRO COMUZZO
L’estate scorsa le grandi avrebbero fatto follie per il cartellino del centrale friulano di 20 anni: 40 milioni era il tetto delle richieste per colui che gli esperti appaiavano già ai due Alessandro al top, Bastoni e Buongiorno. Oggi il valore è crollato (siamo a 18) esattamente come le prestazioni individuali e quelle di squadra di una Fiorentina alle prese con una delle peggiori stagioni della storia. A fondo lei e negli abissi dell’incertezza Comuzzo, perché i giovani sono i primi a soffrire quando il gruppo si sfalda e la piazza si infiamma. Passare dal Comuzzo top al Comuzzo flop è perfino ingeneroso, ma qui non sono previsti sconti anche perché il gioco fissa il momento. E quello di casa viola è terribile.
5) NUÑO TAVARES
La locomotiva della Lazio si è trasformata in un ferrovecchio. Infermeria, panchina, poco campo. E quando Maurizio Sarri lo scatena sulla fascia, il portoghese che solo 12 mesi fa era devastante nelle accelerazioni, sembra passeggiare col cane in un tratturo di campagna. Ha 25 anni, un fisico da metter paura a Denzel Dumfries e pure un gran tiro. Ma sembra avere perso l’anima, travolto dai malanni e dalle insicurezze della precarietà. È diventato una presenza impalpabile quando non dannosa, perché se manca il coraggio ci si rifugia nella propria metà campo. E lui nell’approccio difensivo risulta parecchio rivedibile. Sarebbe una plusvalenza assoluta (Lotito lo pagò 6 milioni) anche in funzione bilancio, ma prima deve ritrovare se stesso.
6) TEUN KOOPMEINERS
Parabola di un fenomeno arrivato dall’Atalanta. Lo scarti dal pacchetto, gli metti le pile, lo fai giocare e lui diventa la controfigura del campione che era, un comprimario che deambula per il campo e non giustifica i 60 milioni che hai speso. Un classico. A rivitalizzare l’olandese ci ha provato Thiago Motta, poi Igor Tudor, può darsi che l’onirico Luciano Spalletti riesca nell’impresa. In un anno ha cambiato cinque ruoli: mezz’ala, regista, esterno, centrale di difesa, perfino mezza punta. Lo hanno quasi violentato nell’orgoglio pur di fargli ritrovare la brillantezza negli inserimenti e la dinamite nel tiro da lontano. Se succede, la Signora diventa di nuovo vincente. E ogni traguardo (almeno in Italia) torna ad essere un obiettivo.
7) ALBERT GUDMUNDSSON
C’è molta Fiorentina in questa squadra di disperati e non potrebbe che essere così. Un altro campione deludente è l’islandese depresso, crollato nelle graduatorie e nelle aspettative, al punto da essere spesso relegato in panchina. Mesi difficili, e il processo di Reykyavik per «cattiva condotta sessuale» (peraltro con un’assoluzione in primo grado) non ha aiutato il trequartista a ritrovare la serenità necessaria per spaccare le difese avversarie come faceva nel Genoa. Critica principale, gioca con addosso la tristezza del grande freddo. Critica secondaria, invece di lanciarsi negli spazi passa la palla al compagno più vicino. Se la Fiorentina vuole salvarsi deve ricostruire Gudmundsson, aiutarlo a tornare un cavallo selvaggio felice di allungare la falcata e di rianimare il Franchi. Il tempo per farlo c’è, ma la sabbia nella clessidra ha cominciato a scendere.
8) NICOLÒ FAGIOLI
Sta risalendo la china un centimetro alla volta, ma è dura. È dura tornare ad essere un regista, un fattore, un punto fermo per il centrocampista piacentino che nella Juventus aveva conquistato la maglia della Nazionale. Dopo la squalifica per le scommesse ha ricominciato a macinare calcio e chilometri, in fondo ha solo 24 anni. Ma la slavina viola di questi mesi lo ha travolto di nuovo. Il suo potenziale rimane enorme, la tecnica è quella degli uomini d’ordine dalla testa giusta e dal piede di velluto. Anche la statistica lo premia: 90% di passaggi riusciti, se non fosse che si tratta di alleggerimenti, aperture di tre metri, disimpegni senza coraggio. Fagioli come Gudmundsson, il motore deve ripartire. E far sì che Moise Kean abbia i rifornimenti là davanti per ricominciare a mettere paura a tutti.
9) CHARLES DE KETELAERE
Sorpresa, in campionato il fiorettista belga è tornato quello del Milan. Ruggisce meno, incide meno, segna meno, gioca meno. E l’Atalanta vive una stagione in altalena, nuotando fuori dalla zona Champions per la prima volta dopo tanti anni. Il gioiello belga sembra avere una doppia vita: decisivo nelle sfide in Europa (ha distrutto il Chelsea quasi da solo), in campionato si addormenta, va al minimo, come se la vetrina internazionale fosse indispensabile per farsi notare dalla Premier, suo approdo naturale. Vittima del mediocre inizio stagionale con Ivan Juric in panchina, il principe Carlo non può che trarre giovamento dall’arrivo di Raffaele Palladino, più simile nei sistemi di allenamento e nelle qualità motivazionali al guru Gasperini.
10) SANTI GIMENEZ
Chi l’ha mai visto? Il centravanti messicano doveva essere l’erede di Olivier Giroud, per ora non gli può portare a casa neppure la busta della spesa. Con il Psv aveva eliminato il Milan, ma una volta arrivato a Milanello è scomparso nella brughiera varesina. Non è stata tutta colpa sua, ma anche dello staff medico che ha gestito con timidezza un fastidio alla caviglia del giocatore: la terapia conservativa non ha dato frutti e alla fine Santi si è dovuto operare. Il 2026 potrebbe essere il suo anno, sempre che in casa rossonera non si decida di cederlo al Galatasaray per la disperazione. Il ballottaggio fra Gimenez e Nkunku per la titolarità nella squadra flop conferma che quello del centravanti rimane il problema numero uno del Milan. Ora è arrivato l’armadio tedesco Niclas Füllkrug, anche se ha quasi 33 anni peggio di loro non può fare.
11) ALVARO MORATA
È incomprensibile come Cesc Fabregas abbia potuto trascorrere l’estate a inseguire un ex calciatore. Forse era un suo vecchio compagno di bevute, altra spiegazione non c’è per giustificare la mediocrità sfiatata mostrata a Como dal campione spagnolo che fu. Nelle intenzioni del tecnico avrebbe dovuto tornare dall’attacco, aprire il gioco, far spazio agli inserimenti letali di Nico Paz e Jayden Addai. Compito improbo per un giocatore di 33 anni usurato da mille battaglie. E infatti non è mai successo (12 presenze, zero gol); comunque i ragazzini se la sono cavata egregiamente da soli. Morata ora è infortunato ma staziona sulle homepage dei giornali per le storie tese con la fidanzata, l’influencer Alice Campello. Faccenda che ai tifosi lariani interessa meno di zero. Un po’ più grave farsi fotografare con la maglia dell’Olimpia Milano durante il derby di basket contro Cantù, luogo di nascita di metà degli ultrà del Como. La fischiata al rientro è scontata.
Allenatore: IVAN JURIC
Sarà la sfortuna, sarà la difficoltà di creare empatia con l’ambiente, ma l’allenatore croato che aveva fatto benissimo al Verona e bene al Torino, ha fallito prima a Roma, poi a Bergamo. Senza voler infierire, l’avventura all’Atalanta ha segnato lo zero termico di un bravo tecnico, capace di far giocare le squadre in modo muscolare, aggressivo, con lampi di modernità. Poteva essere il nuovo Colleoni nerazzurro, si è perso in un mare di malinconie e solitudini che lo hanno allontanato dalla realtà. Fino al capitolo finale: mentre i suoi ragazzi vincevano in Champions a Marsiglia (impresa) lui riusciva a litigare con Ademola Lookman davanti alla panchina (impresa al contrario). Tatticamente è rimasto prigioniero della frase del Petisso Pesaola: «I giocatori li metto in campo benissimo, il problema è che poi si muovono».
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