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2019-04-15
Il business dei bimbi. Case famiglia: un «tesoro» da 1 miliardo e troppi giudici con il conflitto d’interessi
Immagine dalla nuova fiction di Mediaset «L'amore strappato» [MariaMarin]
C'è un business che si consuma sulla pelle dei più piccoli. Un business che, secondo alcune associazioni, ammonta addirittura a 1 miliardo di euro. È il giro d'affari che ruota intorno all'affido dei bambini alle case famiglia. Per carità, non tutte pensano al fatturato anziché al benessere dei minori. Ma in una galassia di cooperative autenticamente caritatevoli, ci sono nebulose di affarismo e conflitti d'interessi. A cominciare da quelli dei giudici onorari, cioè gli esperti che lavorano a contatto con i magistrati togati nei tribunali minorili. E che, come ha denunciato l'associazione Finalmente liberi, spesso operano a vario titolo proprio nelle case famiglia in cui devono decidere se spedire i bambini. Tutte situazioni che fonti dell'esecutivo assicurano essere state appena prese in carico dal ministero della Giustizia.
Che il tema sia attualissimo, d'altronde, lo ha ribadito Matteo Salvini al Congresso delle famiglie di Verona, quando ha annunciato di voler «mettere occhio sul business delle comunità di bambini». I capigruppo della Lega alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, hanno assicurato che sarà avviata una nuova commissione d'inchiesta (dopo quella della bicamerale per l'infanzia, che si è chiusa a gennaio 2018). E proprio ieri sera è andata in onda l'ultima puntata della fiction di Canale 5, L'amore strappato, una miniserie sul clamoroso errore giudiziario che ha coinvolto, nel 1995, la piccola Angela Lucanto, allontanata dalla famiglia perché suo padre era stato ingiustamente accusato di averla molestata. La Lucanto, sul suo dramma, ha pubblicato un libro, Rapita dalla giustizia, scritto assieme ai giornalisti Caterina Guarnieri e Maurizio Tortorella.
Ma quanti bambini sono stati sottratti alle loro famiglie in Italia? E perché? Rispondere, nonostante le indagini condotte più volte dal Parlamento e dall'Authority per l'infanzia, non è facilissimo. Gli ultimi dati ufficiali del ministero del Lavoro risalgono al 2012. Nel gennaio 2018, la Commissione per l'infanzia e l'adolescenza aveva calcolato che nel 2014 erano 26.420 i piccoli sottratti alle famiglie. Altre fonti, nel 2015, parlavano di 28.449. Non tutti, ovviamente, finiscono nelle comunità: circa il 50% viene affidato ad altri nuclei familiari. Numeri più recenti è complicato trovarne. Le stime più verosimili, hanno spiegato alla Verità dal ministero della Famiglia, si ottengono incrociando i report del Garante e dell'Istituto degli Innocenti di Firenze, che comunque si basano su rilevazioni del 2015. Da qui si evince che i minori ospitati in strutture come case famiglia o comunità terapeutiche sono circa 12.000. A questi, però, vanno aggiunti i cosiddetti «dati di flusso», ovvero i bambini che entrano ed escono da una comunità nel corso di uno stesso anno. In tal caso, la cifra sale fino a circa 20.000 minori. Le associazioni che si battono per porre un argine agli allontanamenti, tuttavia, ritengono che il dato di flusso sia più alto. E parlano addirittura di 50.000 casi complessivi, tra i bambini nelle comunità e quelli assegnati a nuclei affidatari.
Ma le case famiglia? Secondo le ultime stime, sarebbero almeno 3.352. Ed è presto spiegato come si arriva al business da 1 miliardo di euro. «Le rette erogate da Comuni e Regioni, in media, viaggiano dai 70 ai 120 euro al giorno a minore», ha riferito alla Verità l'avvocato Cristina Franceschini, di Finalmente liberi. «Ma se i minori hanno disagi più seri e se le strutture d'accoglienza offrono, ad esempio, delle sedute di psicoterapia, le rette possono arrivare anche fino a 400 euro». Basta fare qualche moltiplicazione per ottenere il risultato finale. Luisella Mattiaca, del Coordinamento italiano servizi maltrattamento all'infanzia, insiste da diversi anni: non esiste alcun miliardo di euro. A suo avviso - così aveva riferito ad Avvenire nel 2015 - «il costo annuo dei minori in comunità è di 520 milioni. Con una retta adeguata costerebbero 785 milioni». Ad alimentare il balletto dei numeri contribuisce una certa opacità: quasi mai ci sono rendiconti precisi delle spese sostenute dai singoli centri d'accoglienza. Le rette, inoltre, variano molto di Regione in Regione e di Comune in Comune: a Roma la media è di 70 euro, in Veneto di 120, in Calabria di 90, in Campania di 115, in Lombardia di 107, ma a Milano di 78. Anche per questi motivi il governo gialloblù è orientato a introdurre un tariffario unico nazionale.
Il capitolo più dolente, tuttavia, è quello dei conflitti d'interessi dei giudici onorari. Nei tribunali dei minori, ai magistrati togati si affiancano esperti del settore, che dovrebbero partecipare sia alla fase istruttoria sia alla decisione finale sugli allontanamenti e gli affidi. L'associazione Finalmente liberi, negli anni, ha censito ben 200 casi di conflitti d'interessi: in pratica, gli onorari collaboravano spesso con le case famiglia presso le quali dovevano stabilire se collocare i minori. A volte, ha raccontato alla Verità la Franceschini, capitava che il giudice onorario fosse il fondatore o il presidente di quella comunità d'accoglienza. In seguito alle prime denunce, nel 2015 il Csm dispose che ciascun aspirante onorario allegasse alla sua candidatura una dichiarazione con cui escludeva eventuali incompatibilità. Ora, fonti del governo ci hanno ribadito la volontà di stringere ulteriormente le maglie, sancendo per legge «l'incompatibilità dei giudici onorari minorili qualora essi stessi o i rispettivi parenti o coniugi (entro il secondo grado) - e rispettivi conviventi - abbiano interessi in strutture d'affido». Secondo l'avvocato (ed ex giudice minorile) Francesco Morcavallo, pure lui già esponente di Finalmente liberi, la situazione negli ultimi anni non sarebbe granché migliorata. A suo avviso, anzi, «non è cambiato nulla. Anche nel 2010 esistevano disposizioni del Csm che vietavano ai giudici onorari di essere titolari delle case famiglia. Eppure, le circolari venivano ignorate. Io credo che i controlli mancassero allora come oggi». Non bisogna sforzarsi per capire che se chi dovrebbe decidere con distacco e serenità è coinvolto, se non come dirigente, magari come consulente o come collaboratore, nelle strutture d'affido, si determina un perverso incentivo a collocare i minori nelle case famiglia. Insomma, si consolida l'abitudine di allontanare i piccoli dai loro nuclei familiari d'origine, anche se hanno altri parenti che potrebbero prendersi cura di loro, per assegnarli alle comunità.
Morcavallo con La Verità ha sollevato un'altra questione delicatissima: a quanto pare, infatti, in molti tribunali minorili oberati di pratiche, i giudici onorari gestiscono interamente i procedimenti in luogo dei togati, non di rado in barba alle procedure. «Le deleghe agli onorari sono previste solo per singoli adempimenti. E invece spesso viene demandata a loro l'intera fase istruttoria, incluse questioni processuali che loro non sono in grado di gestire, per il semplice fatto che non conoscono la procedura». E così, ad esempio, capita che «le parti interessate non vengano nemmeno convocate in udienza». Si tratterebbe, secondo Morcavallo, di una prassi tutt'altro che infrequente: «A Roma capita tutti i giorni. Ma succede anche a Bologna, a Cagliari, a Venezia, ad Ancona. Nelle Marche, poi», ha aggiunto l'avvocato, «c'è una situazione disastrosa: alcuni procedimenti pendono per anni, finché il bambino non diventa maggiorenne…». A ciò si somma un ulteriore paradosso: «Talvolta, gli stessi giudici onorari cui è stato delegato il compito di seguire la fase istruttoria di un procedimento, poi non sono presenti in Camera di consiglio quando si decide. Si limitano ad affidare a un relatore le loro valutazioni». Dunque, non solo secondo Morcavallo i conflitti d'interessi non sono risolti, ma i giudici onorari si mettono persino a gestire, senza averne le competenze, le fasi processuali, collezionando anomalie procedurali. E, a volte, non sono neppure presenti in Camera di consiglio quando si arriva alla decisione finale. Misurare l'incidenza di questo fenomeno è impossibile: «Si dovrebbe avere accesso a tutti i fascicoli dei singoli tribunali e poi fare il calcolo di quanti sono gestiti dai giudici onorari. Ma, trattandosi di minorenni, l'accesso a quei fascicoli è giustamente limitato». Quel che è certo, comunque, è che tra giri d'affari, conflitti d'interessi e lacune nella gestione dei processi, chi ci rimette sono i bambini. Strappati alle famiglie e inseriti in un circuito di comunità dal quale rischiano di non uscire tanto facilmente.
Lo ha confermato alla Verità l'avvocato milanese Carmela Macchiarola, specializzata in diritto di famiglia. La Macchiarola si è soffermata sul problema degli stranieri. «Molti immigrati “importano" in Lombardia costumi piuttosto tribali e, magari, maltrattano le figlie. A quel punto è ovvio che il tribunale dei minori le affidi alle case famiglia». Però, c'è un però. «Il vero nodo sono le relazioni degli assistenti sociali. Costoro sono di fatto incentivati a suggerire ai magistrati di prolungare la permanenza dei minori nelle strutture d'affido, perché più sono i bimbi collocati lì, più fondi arrivano, più lavoro c'è per loro». Insomma, ha concluso la Macchiarola, per com'è congegnato, il sistema favorisce «la stagnazione dei minori nelle case famiglia».
D'altro canto, a scorgere i motivi più frequenti alla base degli allontanamenti familiari, si fa un balzo sulla sedia. Come si evince da un rapporto del 2011 del ministero del Lavoro, infatti, tra le cause spicca il 37% dei casi di «inadeguatezza genitoriale», a loro volta fondati per il 44% su «situazioni di povertà materiale». In buona sostanza, a tante famiglie povere, anziché offrire un aiuto, si tolgono i figli. Allora sì che questi sono amori strappati.
«In Veneto c’era una Onlus con la Jaguar d’ordinanza»
Cristina Franceschini, avvocato veronese, si batte con l'associazione Finalmente liberi contro le storture del sistema delle case famiglia.
Avvocato, si può dire che questo sia un business?
«Be', lo si può dedurre».
Da cosa?
«Dal fatto che ci siano comunità che arrivano a percepire rette di 400 euro al giorno a bambino, senza che ci siano rendiconti di come questi soldi vengono utilizzati».
Può fare qualche esempio?
«Tempo fa, in Veneto, avevo sollecitato un'interrogazione regionale su una casa famiglia che chiedeva, appunto, una retta da 400 euro. Due mesi dopo la retta è stata dimezzata».
Retta dimezzata?
«Se potevano sopravvivere anche con 200 euro, significa che quei 400 euro erano ingiustificati… Peraltro, a dirigere quella struttura c'era un giudice onorario!».
Ai giudici onorari ci arriviamo tra poco. Altri episodi significativi?
«Una comunità cui risultava intestata una Jaguar».
Ah però. Ma come giustificano certe rette le Onlus?
«Ad esempio, con visite psicologiche ai minori. Ma mancano i controlli».
In che senso?
«Le Regioni stanziano quei soldi, però non sanno come vengono spesi».
Perché è difficile trovare dati precisi e aggiornati ?
«Manca una banca dati nazionale sui minori allontanati. Il Garante dell'infanzia, nel 2018, aveva stilato un report sul numero dei minori accolti nelle strutture: circa 20.000. Ma si basava su dati del 2015».
Ci sono altri report?
«Quello dell'Istituto degli Innocenti, del 2010. Lì si parlava di circa 15.000 minori nelle case famiglia».
Cinquemila in meno. L'aumento negli anni a cosa potrebbe essere dovuto?
«Forse all'arrivo dei minori stranieri non accompagnati».
Altre zone d'ombra?
«Non si sa quante siano le famiglie affidatarie, che accoglierebbero altri 15.000 minori circa. È un capitolo di spesa, anche se irrisorio rispetto a quello delle strutture d'accoglienza. Una famiglia riceve tra 500 e 700 euro al mese».
Dunque, sarebbero circa 30.000 i bambini allontanati dalle famiglie di provenienza. Perché le associazioni come Finalmente liberi parlano di 50.000 casi?
«Sempre secondo quei vecchi report, c' era un flusso annuale di 10.000 minori».
Un flusso? Cioè?
«Minori accolti nelle case famiglia e poi usciti nel corso dello stesso anno. I 40/50.000 casi arrivano da qui. Ma sono solo stime».
Perché i bambini vengono allontanati dalle loro famiglie?
«In un report del 2011 spicca il dato del 37% di allontanamenti dovuti a “inadeguatezza genitoriale"».
Che vuol dire?
«Be', è un concetto amplissimo. E infatti, nello stesso report si spiegava che tra i motivi di “inadeguatezza" c'era la “povertà materiale" di una famiglia. Che però, ai sensi di legge, non può giustificare l'allontanamento di un minore».
Una famiglia povera bisogna aiutarla, non toglierle i figli.
«Esattamente».
Veniamo ai giudici onorari. Le vostre denunce hanno cambiato qualcosa?
«Nel 2015 il Csm ha emesso una nuova circolare. E nei bandi per l'ultimo triennio c'era un divieto per i giudici onorari di collaborare a qualsiasi titolo con le comunità».
Però…
«Come nel 2010 una circolare vietava ai giudici onorari di essere anche dirigenti delle case famiglia, ma veniva ignorata, credo che anche oggi manchino i controlli».
E perché?
«I presidenti dei Tribunali minorili non hanno una banca dati elettronica, che andrebbe redatta da un'autorità terza».
In che modo?
«Si verifica tutto il personale che opera nelle comunità, lo si inserisce in un archivio elettronico, così a un presidente di Tribunale basta digitare il nome di un aspirante onorario per verificare eventuali incompatibilità».
Una riforma del sistema di che altro ha bisogno?
«Nomenclature uniformi».
Che vuol dire?
«Ora ogni Regione stabilisce i criteri per assegnare a una comunità la dicitura di casa famiglia, comunità educativa, o comunità terapeutica, in base al numero di minori ospitati e al tipo di assistenza che viene fornita. Questi criteri vanno uniformati».
E poi?
«Le spese delle comunità vanno rendicontate: per ogni minore bisogna conoscere, ad esempio, quante sedute psicologiche sono state svolte, da chi, con quali costi… E ci vuole un tariffario nazionale».
Ma della commissione d'inchiesta voluta dalla Lega che ne pensa?
«Penso che serva. Ma non deve concentrarsi soltanto sull'aspetto economico».
Che altro va verificato?
«Perché, nelle case famiglia, di minori ne vengono spiediti tanti. Bisogna indagare sui criteri in base ai quali sono stabiliti gli allontanamenti. C'è un documento da cui partire».
Quella della bicamerale?
«Sì. Un'indagine conoscitiva della commissione parlamentare per l'Infanzia e l'adolescenza. I politici la studino».
«Ora ridateci la nostra nipotina»
Tra le famiglie che combattono ogni giorno per riavere un bambino strappato dalla giustizia c'è quella di Samantha Scrof la cui figlia, Angelica, è stata data in adozione dopo la sua prematura scomparsa.
A lottare per Samantha, nel tentativo di riunire quel che rimane della sua famiglia c'è Barbara, sua sorella, che non si è mai arresa all'idea che la nipotina sia stata affidata dai giudici a una coppia di estranei. «Nel ctu ( un atto formale richiesto durante un procedimento giuridico che aiuta il giudice ad acquisire informazioni prima di emettere una sentenza, ndr.) si legge chiaramente che la mia famiglia è idonea ad accogliere Angelica. Continuiamo a non comprendere questa decisione. Perché allontanare una bambina dalla sua vera famiglia per farle costruire una nuova vita con due genitori che sono dei completi estranei per lei?». Contattata dalla Verità Barbara ha spiegato come «l'esito di tutte le perizie di idoneità sulla nostra famiglia è sempre stato positivo. Per tutti, assistenti sociali e giudici, potevamo adottare Angelica. Perché allora cambiare idea e strapparla a noi in questo modo?»
La storia di Angelica, che oggi non porta più il cognome Scrof e vive la sua vita a 60 chilometri dalla casa della sua vera famiglia, è tormentatissima. La bimba, oltre a non aver mai conosciuto suo padre ha perso la mamma da piccola. «Samantha aveva problemi di tossicodipendenza» ci spiega Barbara Scrof «alla nascita di Angelica lei e la piccola vennero collocate in una struttura per mamme con figli. Ma lì non stava bene». Iniziano così una serie di trasferimenti, prima a casa della madre di Samantha e poi in una nuova casa famiglia in provincia di Pavia. È proprio in quest'ultima struttura che Angelica e Samantha vivono felici per un periodo. Fino a che la bambina non viene strappata per la prima volta alla madre. La donna, a quel punto, cade in una spirale senza fondo. «Aveva gli occhi vuoti, ci diceva che se non poteva stare con sua figlia allora era meglio morire» ricorda Barbara. E così fu. «Dopo un incontro con Angelica in cui la bimba, in lacrime, chiedeva di poter rimanere tra le braccia della madre, Samantha venne investita da due auto. Quando giunsi sul luogo dell'incidente rimasi sconvolta: quello che rimaneva di mia sorella era una scia di sangue lunga 30 metri e la sua borsetta sull'asfalto. Lei giaceva senza vita sotto un telo termico».
«Il mio primo pensiero fu la bimba. Per questo, non appena seppellita mia sorella, io, mia madre e mio fratello ci siamo immediatamente rivolti ai giudici manifestando l'intenzione di adottare la nostra nipotina» continua a raccontare Barbara Scrof «io e mio marito fummo individuati come coppia idonea a prendersi cura della bambina». Ma qualcosa è andato storto. Dopo un lungo iter con giudici, udienze, assistenti sociali e sedute con psicologi e psichiatri, il tribunale decide di affidare la piccola a una nuova famiglia. «Non ne capiamo il motivo. Noi eravamo stati ritenuti idonei, la bimba si ricorda di noi, della nonna. Perché non lasciarla con la sua vera famiglia? Perché non darle la possibilità di rimanere attaccata alle suo origini? Perché cancellare il suo passato?». Queste e altre mille domande tormentano ogni giorno Barbara e la sua famiglia che, nonostante siano passati anni non si arrendono e continuano a chiedere di riavere la piccola. «A oggi» conclude amareggiata Barbara «so che la bimba sta bene. Ha cambiato cognome. Della madre, Samantha Scrof, è stata cancellata ogni traccia. L'ho vista da lontano qualche volta, ho portato i suoi cuginetti e la nonna a osservarla di nascosto e per questo siamo stati redarguiti dai nuovi genitori che hanno addirittura chiamato i carabinieri. Perché vietarci ogni contatto con lei?».
Marianna Baroli
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I numeri dell'amore strappato: circa 30.000 minori sottratti ogni anno ai genitori, oltre 12.000 inseriti nelle comunità, esperti che decidono sugli affidi e intanto operano nelle strutture d'accoglienza. E le rette giornaliere arrivano a 400 euro a bambino.L'avvocato: «Gli enti locali stanziano i fondi ma non sanno come vengono usati. Le associazioni vanno obbligate a rendicontare tutto. E servono tariffe standard».La piccola Angelica è stata affidata in adozione nonostante l'idoneità riconosciuta ai suoi zii dai servizi sociali. Barbara Scrof: «Siamo stati cancellati dalla sua vita».Lo speciale contiene tre articoliC'è un business che si consuma sulla pelle dei più piccoli. Un business che, secondo alcune associazioni, ammonta addirittura a 1 miliardo di euro. È il giro d'affari che ruota intorno all'affido dei bambini alle case famiglia. Per carità, non tutte pensano al fatturato anziché al benessere dei minori. Ma in una galassia di cooperative autenticamente caritatevoli, ci sono nebulose di affarismo e conflitti d'interessi. A cominciare da quelli dei giudici onorari, cioè gli esperti che lavorano a contatto con i magistrati togati nei tribunali minorili. E che, come ha denunciato l'associazione Finalmente liberi, spesso operano a vario titolo proprio nelle case famiglia in cui devono decidere se spedire i bambini. Tutte situazioni che fonti dell'esecutivo assicurano essere state appena prese in carico dal ministero della Giustizia.Che il tema sia attualissimo, d'altronde, lo ha ribadito Matteo Salvini al Congresso delle famiglie di Verona, quando ha annunciato di voler «mettere occhio sul business delle comunità di bambini». I capigruppo della Lega alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, hanno assicurato che sarà avviata una nuova commissione d'inchiesta (dopo quella della bicamerale per l'infanzia, che si è chiusa a gennaio 2018). E proprio ieri sera è andata in onda l'ultima puntata della fiction di Canale 5, L'amore strappato, una miniserie sul clamoroso errore giudiziario che ha coinvolto, nel 1995, la piccola Angela Lucanto, allontanata dalla famiglia perché suo padre era stato ingiustamente accusato di averla molestata. La Lucanto, sul suo dramma, ha pubblicato un libro, Rapita dalla giustizia, scritto assieme ai giornalisti Caterina Guarnieri e Maurizio Tortorella.Ma quanti bambini sono stati sottratti alle loro famiglie in Italia? E perché? Rispondere, nonostante le indagini condotte più volte dal Parlamento e dall'Authority per l'infanzia, non è facilissimo. Gli ultimi dati ufficiali del ministero del Lavoro risalgono al 2012. Nel gennaio 2018, la Commissione per l'infanzia e l'adolescenza aveva calcolato che nel 2014 erano 26.420 i piccoli sottratti alle famiglie. Altre fonti, nel 2015, parlavano di 28.449. Non tutti, ovviamente, finiscono nelle comunità: circa il 50% viene affidato ad altri nuclei familiari. Numeri più recenti è complicato trovarne. Le stime più verosimili, hanno spiegato alla Verità dal ministero della Famiglia, si ottengono incrociando i report del Garante e dell'Istituto degli Innocenti di Firenze, che comunque si basano su rilevazioni del 2015. Da qui si evince che i minori ospitati in strutture come case famiglia o comunità terapeutiche sono circa 12.000. A questi, però, vanno aggiunti i cosiddetti «dati di flusso», ovvero i bambini che entrano ed escono da una comunità nel corso di uno stesso anno. In tal caso, la cifra sale fino a circa 20.000 minori. Le associazioni che si battono per porre un argine agli allontanamenti, tuttavia, ritengono che il dato di flusso sia più alto. E parlano addirittura di 50.000 casi complessivi, tra i bambini nelle comunità e quelli assegnati a nuclei affidatari. Ma le case famiglia? Secondo le ultime stime, sarebbero almeno 3.352. Ed è presto spiegato come si arriva al business da 1 miliardo di euro. «Le rette erogate da Comuni e Regioni, in media, viaggiano dai 70 ai 120 euro al giorno a minore», ha riferito alla Verità l'avvocato Cristina Franceschini, di Finalmente liberi. «Ma se i minori hanno disagi più seri e se le strutture d'accoglienza offrono, ad esempio, delle sedute di psicoterapia, le rette possono arrivare anche fino a 400 euro». Basta fare qualche moltiplicazione per ottenere il risultato finale. Luisella Mattiaca, del Coordinamento italiano servizi maltrattamento all'infanzia, insiste da diversi anni: non esiste alcun miliardo di euro. A suo avviso - così aveva riferito ad Avvenire nel 2015 - «il costo annuo dei minori in comunità è di 520 milioni. Con una retta adeguata costerebbero 785 milioni». Ad alimentare il balletto dei numeri contribuisce una certa opacità: quasi mai ci sono rendiconti precisi delle spese sostenute dai singoli centri d'accoglienza. Le rette, inoltre, variano molto di Regione in Regione e di Comune in Comune: a Roma la media è di 70 euro, in Veneto di 120, in Calabria di 90, in Campania di 115, in Lombardia di 107, ma a Milano di 78. Anche per questi motivi il governo gialloblù è orientato a introdurre un tariffario unico nazionale.Il capitolo più dolente, tuttavia, è quello dei conflitti d'interessi dei giudici onorari. Nei tribunali dei minori, ai magistrati togati si affiancano esperti del settore, che dovrebbero partecipare sia alla fase istruttoria sia alla decisione finale sugli allontanamenti e gli affidi. L'associazione Finalmente liberi, negli anni, ha censito ben 200 casi di conflitti d'interessi: in pratica, gli onorari collaboravano spesso con le case famiglia presso le quali dovevano stabilire se collocare i minori. A volte, ha raccontato alla Verità la Franceschini, capitava che il giudice onorario fosse il fondatore o il presidente di quella comunità d'accoglienza. In seguito alle prime denunce, nel 2015 il Csm dispose che ciascun aspirante onorario allegasse alla sua candidatura una dichiarazione con cui escludeva eventuali incompatibilità. Ora, fonti del governo ci hanno ribadito la volontà di stringere ulteriormente le maglie, sancendo per legge «l'incompatibilità dei giudici onorari minorili qualora essi stessi o i rispettivi parenti o coniugi (entro il secondo grado) - e rispettivi conviventi - abbiano interessi in strutture d'affido». Secondo l'avvocato (ed ex giudice minorile) Francesco Morcavallo, pure lui già esponente di Finalmente liberi, la situazione negli ultimi anni non sarebbe granché migliorata. A suo avviso, anzi, «non è cambiato nulla. Anche nel 2010 esistevano disposizioni del Csm che vietavano ai giudici onorari di essere titolari delle case famiglia. Eppure, le circolari venivano ignorate. Io credo che i controlli mancassero allora come oggi». Non bisogna sforzarsi per capire che se chi dovrebbe decidere con distacco e serenità è coinvolto, se non come dirigente, magari come consulente o come collaboratore, nelle strutture d'affido, si determina un perverso incentivo a collocare i minori nelle case famiglia. Insomma, si consolida l'abitudine di allontanare i piccoli dai loro nuclei familiari d'origine, anche se hanno altri parenti che potrebbero prendersi cura di loro, per assegnarli alle comunità.Morcavallo con La Verità ha sollevato un'altra questione delicatissima: a quanto pare, infatti, in molti tribunali minorili oberati di pratiche, i giudici onorari gestiscono interamente i procedimenti in luogo dei togati, non di rado in barba alle procedure. «Le deleghe agli onorari sono previste solo per singoli adempimenti. E invece spesso viene demandata a loro l'intera fase istruttoria, incluse questioni processuali che loro non sono in grado di gestire, per il semplice fatto che non conoscono la procedura». E così, ad esempio, capita che «le parti interessate non vengano nemmeno convocate in udienza». Si tratterebbe, secondo Morcavallo, di una prassi tutt'altro che infrequente: «A Roma capita tutti i giorni. Ma succede anche a Bologna, a Cagliari, a Venezia, ad Ancona. Nelle Marche, poi», ha aggiunto l'avvocato, «c'è una situazione disastrosa: alcuni procedimenti pendono per anni, finché il bambino non diventa maggiorenne…». A ciò si somma un ulteriore paradosso: «Talvolta, gli stessi giudici onorari cui è stato delegato il compito di seguire la fase istruttoria di un procedimento, poi non sono presenti in Camera di consiglio quando si decide. Si limitano ad affidare a un relatore le loro valutazioni». Dunque, non solo secondo Morcavallo i conflitti d'interessi non sono risolti, ma i giudici onorari si mettono persino a gestire, senza averne le competenze, le fasi processuali, collezionando anomalie procedurali. E, a volte, non sono neppure presenti in Camera di consiglio quando si arriva alla decisione finale. Misurare l'incidenza di questo fenomeno è impossibile: «Si dovrebbe avere accesso a tutti i fascicoli dei singoli tribunali e poi fare il calcolo di quanti sono gestiti dai giudici onorari. Ma, trattandosi di minorenni, l'accesso a quei fascicoli è giustamente limitato». Quel che è certo, comunque, è che tra giri d'affari, conflitti d'interessi e lacune nella gestione dei processi, chi ci rimette sono i bambini. Strappati alle famiglie e inseriti in un circuito di comunità dal quale rischiano di non uscire tanto facilmente.Lo ha confermato alla Verità l'avvocato milanese Carmela Macchiarola, specializzata in diritto di famiglia. La Macchiarola si è soffermata sul problema degli stranieri. «Molti immigrati “importano" in Lombardia costumi piuttosto tribali e, magari, maltrattano le figlie. A quel punto è ovvio che il tribunale dei minori le affidi alle case famiglia». Però, c'è un però. «Il vero nodo sono le relazioni degli assistenti sociali. Costoro sono di fatto incentivati a suggerire ai magistrati di prolungare la permanenza dei minori nelle strutture d'affido, perché più sono i bimbi collocati lì, più fondi arrivano, più lavoro c'è per loro». Insomma, ha concluso la Macchiarola, per com'è congegnato, il sistema favorisce «la stagnazione dei minori nelle case famiglia».D'altro canto, a scorgere i motivi più frequenti alla base degli allontanamenti familiari, si fa un balzo sulla sedia. Come si evince da un rapporto del 2011 del ministero del Lavoro, infatti, tra le cause spicca il 37% dei casi di «inadeguatezza genitoriale», a loro volta fondati per il 44% su «situazioni di povertà materiale». In buona sostanza, a tante famiglie povere, anziché offrire un aiuto, si tolgono i figli. Allora sì che questi sono amori strappati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-business-dei-bimbi-case-famiglia-un-tesoro-da-1-miliardo-e-troppi-giudici-con-il-conflitto-dinteressi-2634615340.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-veneto-cera-una-onlus-con-la-jaguar-dordinanza" data-post-id="2634615340" data-published-at="1767151882" data-use-pagination="False"> «In Veneto c’era una Onlus con la Jaguar d’ordinanza» Cristina Franceschini, avvocato veronese, si batte con l'associazione Finalmente liberi contro le storture del sistema delle case famiglia. Avvocato, si può dire che questo sia un business? «Be', lo si può dedurre». Da cosa? «Dal fatto che ci siano comunità che arrivano a percepire rette di 400 euro al giorno a bambino, senza che ci siano rendiconti di come questi soldi vengono utilizzati». Può fare qualche esempio? «Tempo fa, in Veneto, avevo sollecitato un'interrogazione regionale su una casa famiglia che chiedeva, appunto, una retta da 400 euro. Due mesi dopo la retta è stata dimezzata». Retta dimezzata? «Se potevano sopravvivere anche con 200 euro, significa che quei 400 euro erano ingiustificati… Peraltro, a dirigere quella struttura c'era un giudice onorario!». Ai giudici onorari ci arriviamo tra poco. Altri episodi significativi? «Una comunità cui risultava intestata una Jaguar». Ah però. Ma come giustificano certe rette le Onlus? «Ad esempio, con visite psicologiche ai minori. Ma mancano i controlli». In che senso? «Le Regioni stanziano quei soldi, però non sanno come vengono spesi». Perché è difficile trovare dati precisi e aggiornati ? «Manca una banca dati nazionale sui minori allontanati. Il Garante dell'infanzia, nel 2018, aveva stilato un report sul numero dei minori accolti nelle strutture: circa 20.000. Ma si basava su dati del 2015». Ci sono altri report? «Quello dell'Istituto degli Innocenti, del 2010. Lì si parlava di circa 15.000 minori nelle case famiglia». Cinquemila in meno. L'aumento negli anni a cosa potrebbe essere dovuto? «Forse all'arrivo dei minori stranieri non accompagnati». Altre zone d'ombra? «Non si sa quante siano le famiglie affidatarie, che accoglierebbero altri 15.000 minori circa. È un capitolo di spesa, anche se irrisorio rispetto a quello delle strutture d'accoglienza. Una famiglia riceve tra 500 e 700 euro al mese». Dunque, sarebbero circa 30.000 i bambini allontanati dalle famiglie di provenienza. Perché le associazioni come Finalmente liberi parlano di 50.000 casi? «Sempre secondo quei vecchi report, c' era un flusso annuale di 10.000 minori». Un flusso? Cioè? «Minori accolti nelle case famiglia e poi usciti nel corso dello stesso anno. I 40/50.000 casi arrivano da qui. Ma sono solo stime». Perché i bambini vengono allontanati dalle loro famiglie? «In un report del 2011 spicca il dato del 37% di allontanamenti dovuti a “inadeguatezza genitoriale"». Che vuol dire? «Be', è un concetto amplissimo. E infatti, nello stesso report si spiegava che tra i motivi di “inadeguatezza" c'era la “povertà materiale" di una famiglia. Che però, ai sensi di legge, non può giustificare l'allontanamento di un minore». Una famiglia povera bisogna aiutarla, non toglierle i figli. «Esattamente». Veniamo ai giudici onorari. Le vostre denunce hanno cambiato qualcosa? «Nel 2015 il Csm ha emesso una nuova circolare. E nei bandi per l'ultimo triennio c'era un divieto per i giudici onorari di collaborare a qualsiasi titolo con le comunità». Però… «Come nel 2010 una circolare vietava ai giudici onorari di essere anche dirigenti delle case famiglia, ma veniva ignorata, credo che anche oggi manchino i controlli». E perché? «I presidenti dei Tribunali minorili non hanno una banca dati elettronica, che andrebbe redatta da un'autorità terza». In che modo? «Si verifica tutto il personale che opera nelle comunità, lo si inserisce in un archivio elettronico, così a un presidente di Tribunale basta digitare il nome di un aspirante onorario per verificare eventuali incompatibilità». Una riforma del sistema di che altro ha bisogno? «Nomenclature uniformi». Che vuol dire? «Ora ogni Regione stabilisce i criteri per assegnare a una comunità la dicitura di casa famiglia, comunità educativa, o comunità terapeutica, in base al numero di minori ospitati e al tipo di assistenza che viene fornita. Questi criteri vanno uniformati». E poi? «Le spese delle comunità vanno rendicontate: per ogni minore bisogna conoscere, ad esempio, quante sedute psicologiche sono state svolte, da chi, con quali costi… E ci vuole un tariffario nazionale». Ma della commissione d'inchiesta voluta dalla Lega che ne pensa? «Penso che serva. Ma non deve concentrarsi soltanto sull'aspetto economico». Che altro va verificato? «Perché, nelle case famiglia, di minori ne vengono spiediti tanti. Bisogna indagare sui criteri in base ai quali sono stabiliti gli allontanamenti. C'è un documento da cui partire». Quella della bicamerale? «Sì. Un'indagine conoscitiva della commissione parlamentare per l'Infanzia e l'adolescenza. I politici la studino». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-business-dei-bimbi-case-famiglia-un-tesoro-da-1-miliardo-e-troppi-giudici-con-il-conflitto-dinteressi-2634615340.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ora-ridateci-la-nostra-nipotina" data-post-id="2634615340" data-published-at="1767151882" data-use-pagination="False"> «Ora ridateci la nostra nipotina» Tra le famiglie che combattono ogni giorno per riavere un bambino strappato dalla giustizia c'è quella di Samantha Scrof la cui figlia, Angelica, è stata data in adozione dopo la sua prematura scomparsa. A lottare per Samantha, nel tentativo di riunire quel che rimane della sua famiglia c'è Barbara, sua sorella, che non si è mai arresa all'idea che la nipotina sia stata affidata dai giudici a una coppia di estranei. «Nel ctu ( un atto formale richiesto durante un procedimento giuridico che aiuta il giudice ad acquisire informazioni prima di emettere una sentenza, ndr.) si legge chiaramente che la mia famiglia è idonea ad accogliere Angelica. Continuiamo a non comprendere questa decisione. Perché allontanare una bambina dalla sua vera famiglia per farle costruire una nuova vita con due genitori che sono dei completi estranei per lei?». Contattata dalla Verità Barbara ha spiegato come «l'esito di tutte le perizie di idoneità sulla nostra famiglia è sempre stato positivo. Per tutti, assistenti sociali e giudici, potevamo adottare Angelica. Perché allora cambiare idea e strapparla a noi in questo modo?» La storia di Angelica, che oggi non porta più il cognome Scrof e vive la sua vita a 60 chilometri dalla casa della sua vera famiglia, è tormentatissima. La bimba, oltre a non aver mai conosciuto suo padre ha perso la mamma da piccola. «Samantha aveva problemi di tossicodipendenza» ci spiega Barbara Scrof «alla nascita di Angelica lei e la piccola vennero collocate in una struttura per mamme con figli. Ma lì non stava bene». Iniziano così una serie di trasferimenti, prima a casa della madre di Samantha e poi in una nuova casa famiglia in provincia di Pavia. È proprio in quest'ultima struttura che Angelica e Samantha vivono felici per un periodo. Fino a che la bambina non viene strappata per la prima volta alla madre. La donna, a quel punto, cade in una spirale senza fondo. «Aveva gli occhi vuoti, ci diceva che se non poteva stare con sua figlia allora era meglio morire» ricorda Barbara. E così fu. «Dopo un incontro con Angelica in cui la bimba, in lacrime, chiedeva di poter rimanere tra le braccia della madre, Samantha venne investita da due auto. Quando giunsi sul luogo dell'incidente rimasi sconvolta: quello che rimaneva di mia sorella era una scia di sangue lunga 30 metri e la sua borsetta sull'asfalto. Lei giaceva senza vita sotto un telo termico». «Il mio primo pensiero fu la bimba. Per questo, non appena seppellita mia sorella, io, mia madre e mio fratello ci siamo immediatamente rivolti ai giudici manifestando l'intenzione di adottare la nostra nipotina» continua a raccontare Barbara Scrof «io e mio marito fummo individuati come coppia idonea a prendersi cura della bambina». Ma qualcosa è andato storto. Dopo un lungo iter con giudici, udienze, assistenti sociali e sedute con psicologi e psichiatri, il tribunale decide di affidare la piccola a una nuova famiglia. «Non ne capiamo il motivo. Noi eravamo stati ritenuti idonei, la bimba si ricorda di noi, della nonna. Perché non lasciarla con la sua vera famiglia? Perché non darle la possibilità di rimanere attaccata alle suo origini? Perché cancellare il suo passato?». Queste e altre mille domande tormentano ogni giorno Barbara e la sua famiglia che, nonostante siano passati anni non si arrendono e continuano a chiedere di riavere la piccola. «A oggi» conclude amareggiata Barbara «so che la bimba sta bene. Ha cambiato cognome. Della madre, Samantha Scrof, è stata cancellata ogni traccia. L'ho vista da lontano qualche volta, ho portato i suoi cuginetti e la nonna a osservarla di nascosto e per questo siamo stati redarguiti dai nuovi genitori che hanno addirittura chiamato i carabinieri. Perché vietarci ogni contatto con lei?». Marianna Baroli
Ansa
L’accordo è stato siglato con Certares, fondo statunitense specializzato nel turismo e nei viaggi, nome ben noto nel settore per American express global business travel e per una rete di partecipazioni che abbraccia distribuzione, servizi e tecnologia legata alla mobilità globale. Il piano è robusto: una joint venture e investimenti complessivi per circa un miliardo di euro tra Francia e Regno Unito.
Il primo terreno di gioco è Trenitalia France, la controllata con sede a Parigi che negli ultimi anni ha dimostrato come la concorrenza sui binari francesi non sia più un tabù. Oggi opera nell’Alta velocità sulle tratte Parigi-Lione e Parigi-Marsiglia, oltre al collegamento internazionale Parigi-Milano. Dal debutto ha trasportato oltre 4,7 milioni di passeggeri, ritagliandosi il ruolo di secondo operatore nel mercato francese. A dominarlo il monopolio storico di Sncf il cui Tgv è stato il primo treno super-veloce in Europa. Intaccarne il primato richiede investimenti e impegno. Il nuovo capitale messo sul tavolo servirà a consolidare la presenza di Fs non solo in Francia, ma anche nei mercati transfrontalieri. Il progetto prevede l’ampliamento della flotta fino a 19 treni, aumento delle frequenze - sulla Parigi-Lione si arriverà a 28 corse giornaliere - e la realizzazione di un nuovo impianto di manutenzione nell’area parigina. A questo si aggiunge la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro e il rafforzamento degli investimenti in tecnologia, brand e marketing. Ma il vero orizzonte strategico è oltre il Canale della Manica. La partnership punta infatti all’ingresso sulla rotta Parigi-Londra entro il 2029, un corridoio simbolico e ad altissimo traffico, finora appannaggio quasi esclusivo dell’Eurostar. Portare l’Alta velocità italiana su quella linea significa non solo competere su prezzi e servizi, ma anche ridisegnare la geografia dei viaggi europei, offrendo un’alternativa all’aereo.
In questo disegno Certares gioca un ruolo chiave. Il fondo americano non si limita a investire capitale, ma mette a disposizione la rete di distribuzione e le società in portafoglio per favorire la transizione dei clienti business verso il treno ad Alta velocità. Parallelamente, l’accordo guarda anche ad altro. Trenitalia France e Certares intendono promuovere itinerari integrati che includano il treno, semplificare gli strumenti di prenotazione e spingere milioni di viaggiatori a scegliere la ferrovia come modalità di trasporto preferita, soprattutto sulle medie distanze. L’operazione si inserisce nel piano strategico 2025-2029 del gruppo Fs, che punta su una crescita internazionale accelerata attraverso alleanze con partner finanziari e industriali di primo piano. Sarà centrale Fs International, la divisione che si occupa delle attività passeggeri fuori dall’Italia. Oggi vale circa 3 miliardi di euro di fatturato e conta su 12.000 dipendenti.
L’obiettivo, come spiega un comunicato del gruppo, combinare l’eccellenza operativa di Fs e di Trenitalia France con la potenza commerciale e distributiva globale di Certares per trasformare la Francia, il corridoio Parigi-Londra e i futuri mercati della joint venture in una vetrina del trasporto europeo. Un’Europa che viaggia veloce, sempre più su rotaia, e che riscopre il treno non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.
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Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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La nuova applicazione, in parte accessibile anche ai non clienti, introduce servizi innovativi come un assistente virtuale basato su Intelligenza artificiale, attivo 24 ore su 24, e uno screening audiometrico effettuabile direttamente dallo smartphone. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità del servizio clienti e promuovere una maggiore consapevolezza dell’importanza della prevenzione uditiva, riducendo le barriere all’accesso ai controlli iniziali.
Il lancio avviene in un contesto complesso per il settore. Nei primi nove mesi dell’anno Amplifon ha registrato una crescita dei ricavi dell’1,8% a cambi costanti, ma il titolo ha risentito dell’andamento negativo che ha colpito in Borsa i principali operatori del comparto. Lo sguardo di lungo periodo restituisce però un quadro diverso: negli ultimi dieci anni il titolo Amplifon ha segnato un incremento dell’80% (ieri +0,7% fra i migliori cinque del Ftse Mib), al netto dei dividendi distribuiti, che complessivamente sfiorano i 450 milioni di euro. Nello stesso arco temporale, tra il 2014 e il 2024, il gruppo ha triplicato i ricavi, arrivando a circa 2,4 miliardi di euro.
Il progetto della nuova app è stato sviluppato da Amplifon X, la divisione di ricerca e sviluppo del gruppo. Con sedi a Milano e Napoli, Amplifon X riunisce circa 50 professionisti tra sviluppatori, data analyst e designer, impegnati nella creazione di soluzioni digitali avanzate per l’audiologia. L’Intelligenza artificiale rappresenta uno dei pilastri di questa strategia, applicata non solo alla diagnosi e al supporto al paziente, ma anche alla gestione delle esigenze quotidiane legate all’uso degli apparecchi acustici.
Accanto alla tecnologia, resta centrale il ruolo degli audioprotesisti, figure chiave per Amplifon. Le competenze tecniche ed empatiche degli specialisti della salute dell’udito continuano a essere considerate un elemento insostituibile del modello di servizio, con il digitale pensato come strumento di supporto e integrazione, non come sostituzione del rapporto umano.
Fondato a Milano nel 1950, il gruppo Amplifon opera oggi in 26 Paesi con oltre 10.000 centri audiologici, impiegando più di 20.000 persone. La prevenzione e l’assistenza rappresentano i cardini della strategia industriale, e la nuova Amplifon App si inserisce in questa visione come leva per ampliare l’accesso ai servizi e rafforzare la relazione con i pazienti lungo tutto il ciclo di cura.
Il rilascio della nuova applicazione è avvenuto in modo progressivo. Dopo il debutto in Francia, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti, la app è stata estesa ad Australia, Belgio, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, con l’obiettivo di garantire un’esperienza digitale omogenea nei principali mercati del gruppo.
Ma l’innovazione digitale di Amplifon non si ferma all’app. Negli ultimi anni il gruppo ha sviluppato soluzioni come gli audiometri digitali OtoPad e OtoKiosk, certificati Ce e Fda, e i nuovi apparecchi Ampli-Mini Ai, miniaturizzati, ricaricabili e in grado di adattarsi in tempo reale all’ambiente sonoro. Entro la fine del 2025 è inoltre previsto il lancio in Cina di Amplifon Product Experience (Ape), la linea di prodotti a marchio Amplifon già introdotta in Argentina e Cile e oggi presente in 15 dei 26 Paesi in cui il gruppo opera.
Già per Natale il gruppo aveva lanciato la speciale campagna globale The Wish (Il regalo perfetto) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oggi nel mondo circa 1,5 miliardi di persone convivono con una forma di perdita uditiva (o ipoacusia) e il loro numero è destinato a salire a 2,5 miliardi nel 2050.
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