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2020-02-20
Il Bullo se la prende solo con Bonafede. E prova a rilanciarsi con le larghe intese
Alfonso Bonafede (Ansa)
Più petardo che bomba. Più penultimatum che ultimatum. Da 48 ore, complice la crescita della tensione tra Matteo Renzi e Giuseppe Conte, e considerando il battage autopromozionale con cui il Bullo aveva lanciato e caricato di significato la sua ospitata televisiva, c'era grande attesa per la presenza di Renzi, ieri sera, nel salotto di Bruno Vespa a Porta a Porta.
E l'auto ostensione c'è stata: abbronzatura pakistana, toni di sfida, consueta sicumera. Come Morgan verso Bugo a Sanremo, Renzi ha recitato lo scontro frontale con Conte. Ma sempre avvertendo più che minacciando in modo definitivo: in sostanza aprendo il negoziato, senza nessuna conseguenza immediata.
Primo esempio, quando Renzi ha un'altra volta evocato un'eventuale mozione di sfiducia verso il Guardasigilli. Alla domanda: «Se entro Pasqua la maggioranza non ritirerà la proposta Bonafede sulla giustizia, voi presenterete una mozione di sfiducia individuale?». Risposta: «Penso proprio che andrà così». Morale: palla lunga, trattative aperte fino al 12 aprile. E per chi non avesse capito, ecco la precisazione ulteriore: «Se Bonafede verrà sfiduciato, non credo che cadrà il governo». E più avanti un'incredibile calata di braghe sulle intercettazioni: «Votiamo ok per carità di patria». Altro che battaglia garantista senza cedimenti e senza compromessi.
Secondo esempio, quando ha ripetuto in forma di piagnisteo molte cose già sentite negli ultimi giorni: «Ci sono state polemiche inspiegabili. Noi siamo coerenti. È il Pd che è diventato giustizialista e ha cambiato idea. Non voglio morire grillino. Non è che adesso diventiamo la sesta stella e ci iscriviamo alla piattaforma Rousseau». E ancora: «Il Pd non ci tollera più, come ha detto un vicecapogruppo? Ma se vogliono i nostri voti, si prendano anche le nostre idee. Io dico: abbassiamo le polemiche». Persino quando ha affrontato il tema della presunta caccia ai responsabili da parte di Conte, Renzi è sembrato scegliere più il wrestling (grandi urla, ma senza far male a nessuno) che il pugilato vero: «Hanno provato a farci fuori, ma non ce l'hanno fatta. Hanno cercato di raccogliere senatori “responsabili". È loro diritto provarci, ma la prossima volta farebbero meglio a riuscirci». Anche la posizione netta sul reddito di cittadinanza («Va abolito», ha detto Renzi), è sembrata più una bandierina che una reale volontà.
Terzo esempio, quando ha smentito di voler staccare la spina: «Non ho mai detto: tolgo la fiducia a Conte».
Quarto e ultimo esempio, quando si è buttato su una proposta di riforma come strumento per blindare la legislatura, anche ipotizzando una confusa formula di governo istituzionale (Renzi ha citato il modello Maccanico), o in alternativa invitando Conte a siglare un nuovo patto del Nazareno, e nel frattempo preannunciando che Italia viva metterà in campo uno strumento ultraleggero, quasi inconsistente, una petizione online: «Faccio un appello a tutte le forze politiche, a Zingaretti, Di Maio, Crimi, Conte, Leu, Salvini, Berlusconi, Meloni: siccome così non si va avanti, fermiamoci un secondo e mettiamoci d'accordo per eleggere il sindaco d'Italia, che è l'unico modello che funziona. Una persona che sta lì e governa 5 anni, l'elezione diretta del presidente del Consiglio, anche se so che qualcuno vorrebbe l'elezione diretta del presidente della Repubblica». Per la cronaca, si tratta di una proposta di Mariotto Segni del 1993. E, messa come ha fatto Renzi, si tratta di tutta evidenza di un trappolone ai danni di Matteo Salvini, nel tentativo di spaccare il centrodestra.
La verità è che Renzi deve fare i conti con un'equazione dal numero piuttosto elevato di incognite: non può permettersi di far saltare la legislatura (i parlamentari che lo hanno seguito sarebbero i primi a impalarlo); sa che, nonostante un'esposizione televisiva enorme, i suoi sondaggi sono boccheggianti, tra il 3 e il 4 per cento (ma si tratta, secondo molti, di approssimazioni perfino generose); cerca disperatamente altra visibilità. Sulla giustizia, però, alla prima occasione vera (votare pro o contro Matteo Salvini), si è allineato ai giustizialisti; e alla seconda (prescrizione), risse di giornata a parte, ha buttato la palla in tribuna, rinviando a votazioni parlamentari molto lontane e incerte.
Anche perché è la partita delle nomine che gli interessa: vuole la sua fetta delle 400 poltrone che i giallorossi stanno per spartirsi, e tutta la sua agitazione serve a far crescere un potere negoziale che era basato sui suoi voti al Senato, ma che potrebbe essere presto ridimensionato dalla pur impresentabile pattuglia di «responsabili» che Palazzo Chigi sta cercando di pilotare.
Così, Renzi cerca la strada della riforma istituzionale per tante ragioni: un po' per tentare di nobilitare la sua traiettoria, un po' per giustificare la durata della legislatura, un po' per ammiccare (a questo serve il doppio turno) a una specie di «unione sacra» contro Salvini, e un po' (questo è ciò che gli importa di più) per far saltare lo sbarramento al 5% che gli altri hanno più o meno concordato sulla legge elettorale: un'asticella irraggiungibile oggi dalla lillipuziana Iv.
Anche perché - e qui sta il cuore della questione - Renzi ha evitato in tutte queste settimane l'unica cosa certa che un leader possa fare, se vuole davvero porre fine a un'esperienza di governo: ritirare la sua delegazione dall'esecutivo, facendo dimettere i suoi ministri. Ma a lui interessa tirare la corda, non certo spezzarla.
I giallorossi non si scompongono. Mentre a destra Salvini non abbocca
«Posso solo dire che Alfonso (Bonafede, ndr) non si tocca». Risponde a muso duro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, del M5s, commentando in Transatlantico le parole di Matteo Renzi, che ha confermato l'intenzione di presentare una mozione di sfiducia al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, se la riforma della prescrizione non sarà cancellata.
«Le riforme istituzionali», commenta Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato, «non sono la prima emergenza del Paese. Credo che la legislatura debba andare avanti dedicando tutte le energie del governo e del Parlamento alla crescita e al lavoro. Auspico che Matteo Renzi concordi su priorità che sono indiscutibili e che quindi Italia viva contribuisca con le sue proposte a questa maggioranza in modo leale».
La sensazione è che la strategia sia sempre la stessa, quella suggerita nei giorni scorsi al premier, Giuseppe Conte, dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: tenere duro, non arretrare di un millimetro, nella convinzione che Renzi alzi la posta solo a scopo progandandistico.
«Distrazioni, litigi e sparate», dice ai telegiornali il reggente del M5s, Vito Crimi, «non ci interessano, il Paese non se lo può permettere. In questo momento abbiamo una sfida importante che è quella della crescita e in questi giorni stiamo lavorando proprio per il bene e per il futuro del Paese lavorando sulla ulteriore riduzione delle tasse, sullo sviluppo per le imprese, su una giustizia più veloce. È questo», sottolinea Crimi, «ciò di cui ha bisogno l'Italia». «Non ci sono alternative a questo governo», argomenta il ministro dell'Economia, il dem Roberto Gualtieri.
«Renzi a Porta a Porta», twitta il senatore di Leu Pietro Grasso, «propone le riforme costituzionali. Renzi. Le riforme costituzionali. Di nuovo». Al commento, Grasso aggiunge una gif di Fiorello attonito sul palco del Festival di Sanremo e la scritta «Chi si è sentito male?». «L'elezione diretta del premier? Facciamo un convegno», dice a Otto e mezzo, su La 7, il deputato di Leu Pier Luigi Bersani, «e discutiamone, ma non sono disposto a trucchetti».
Il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, del Pd, commenta le dichiarazioni di Renzi a Porta a Porta con un passaggio del racconto di Esopo La rana e lo scorpione, in cui lo scorpione uccide la rana che lo sta portando in salvo: «Mentre stavano per morire la rana chiese all'insano ospite il perché del suo folle gesto. Perché sono uno scorpione, rispose, è la mia natura!».
Non abbocca all'appello per le riforme Matteo Salvini: «Avessimo un governo che fa delle cose che non condivido», dice Salvini, «sarebbe un fatto. Ma avere un governo che non fa nulla perché litiga su tutto, è un dramma, quindi spero che si voti il prima possibile e non esistono governini, governicchi, accordi segreti, trucchetti di palazzo». Da Forza Italia invece resta aperto uno spiraglio: «Sul premierato e sul presidenzialismo», ha commentato Mariastella Gelmini, «Renzi viene sulle nostre posizioni...».
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Penultimatum di Matteo Renzi al ministro: «Entro Pasqua, svolta o sfiducia». Poi propone il governissimo per fregare anche il centrodestra.Il M5s: «Il Guardasigilli non si tocca». Il leader della Lega: «Niente trucchi, si voti».Lo speciale contiene due articoli.Più petardo che bomba. Più penultimatum che ultimatum. Da 48 ore, complice la crescita della tensione tra Matteo Renzi e Giuseppe Conte, e considerando il battage autopromozionale con cui il Bullo aveva lanciato e caricato di significato la sua ospitata televisiva, c'era grande attesa per la presenza di Renzi, ieri sera, nel salotto di Bruno Vespa a Porta a Porta. E l'auto ostensione c'è stata: abbronzatura pakistana, toni di sfida, consueta sicumera. Come Morgan verso Bugo a Sanremo, Renzi ha recitato lo scontro frontale con Conte. Ma sempre avvertendo più che minacciando in modo definitivo: in sostanza aprendo il negoziato, senza nessuna conseguenza immediata. Primo esempio, quando Renzi ha un'altra volta evocato un'eventuale mozione di sfiducia verso il Guardasigilli. Alla domanda: «Se entro Pasqua la maggioranza non ritirerà la proposta Bonafede sulla giustizia, voi presenterete una mozione di sfiducia individuale?». Risposta: «Penso proprio che andrà così». Morale: palla lunga, trattative aperte fino al 12 aprile. E per chi non avesse capito, ecco la precisazione ulteriore: «Se Bonafede verrà sfiduciato, non credo che cadrà il governo». E più avanti un'incredibile calata di braghe sulle intercettazioni: «Votiamo ok per carità di patria». Altro che battaglia garantista senza cedimenti e senza compromessi. Secondo esempio, quando ha ripetuto in forma di piagnisteo molte cose già sentite negli ultimi giorni: «Ci sono state polemiche inspiegabili. Noi siamo coerenti. È il Pd che è diventato giustizialista e ha cambiato idea. Non voglio morire grillino. Non è che adesso diventiamo la sesta stella e ci iscriviamo alla piattaforma Rousseau». E ancora: «Il Pd non ci tollera più, come ha detto un vicecapogruppo? Ma se vogliono i nostri voti, si prendano anche le nostre idee. Io dico: abbassiamo le polemiche». Persino quando ha affrontato il tema della presunta caccia ai responsabili da parte di Conte, Renzi è sembrato scegliere più il wrestling (grandi urla, ma senza far male a nessuno) che il pugilato vero: «Hanno provato a farci fuori, ma non ce l'hanno fatta. Hanno cercato di raccogliere senatori “responsabili". È loro diritto provarci, ma la prossima volta farebbero meglio a riuscirci». Anche la posizione netta sul reddito di cittadinanza («Va abolito», ha detto Renzi), è sembrata più una bandierina che una reale volontà. Terzo esempio, quando ha smentito di voler staccare la spina: «Non ho mai detto: tolgo la fiducia a Conte».Quarto e ultimo esempio, quando si è buttato su una proposta di riforma come strumento per blindare la legislatura, anche ipotizzando una confusa formula di governo istituzionale (Renzi ha citato il modello Maccanico), o in alternativa invitando Conte a siglare un nuovo patto del Nazareno, e nel frattempo preannunciando che Italia viva metterà in campo uno strumento ultraleggero, quasi inconsistente, una petizione online: «Faccio un appello a tutte le forze politiche, a Zingaretti, Di Maio, Crimi, Conte, Leu, Salvini, Berlusconi, Meloni: siccome così non si va avanti, fermiamoci un secondo e mettiamoci d'accordo per eleggere il sindaco d'Italia, che è l'unico modello che funziona. Una persona che sta lì e governa 5 anni, l'elezione diretta del presidente del Consiglio, anche se so che qualcuno vorrebbe l'elezione diretta del presidente della Repubblica». Per la cronaca, si tratta di una proposta di Mariotto Segni del 1993. E, messa come ha fatto Renzi, si tratta di tutta evidenza di un trappolone ai danni di Matteo Salvini, nel tentativo di spaccare il centrodestra. La verità è che Renzi deve fare i conti con un'equazione dal numero piuttosto elevato di incognite: non può permettersi di far saltare la legislatura (i parlamentari che lo hanno seguito sarebbero i primi a impalarlo); sa che, nonostante un'esposizione televisiva enorme, i suoi sondaggi sono boccheggianti, tra il 3 e il 4 per cento (ma si tratta, secondo molti, di approssimazioni perfino generose); cerca disperatamente altra visibilità. Sulla giustizia, però, alla prima occasione vera (votare pro o contro Matteo Salvini), si è allineato ai giustizialisti; e alla seconda (prescrizione), risse di giornata a parte, ha buttato la palla in tribuna, rinviando a votazioni parlamentari molto lontane e incerte. Anche perché è la partita delle nomine che gli interessa: vuole la sua fetta delle 400 poltrone che i giallorossi stanno per spartirsi, e tutta la sua agitazione serve a far crescere un potere negoziale che era basato sui suoi voti al Senato, ma che potrebbe essere presto ridimensionato dalla pur impresentabile pattuglia di «responsabili» che Palazzo Chigi sta cercando di pilotare. Così, Renzi cerca la strada della riforma istituzionale per tante ragioni: un po' per tentare di nobilitare la sua traiettoria, un po' per giustificare la durata della legislatura, un po' per ammiccare (a questo serve il doppio turno) a una specie di «unione sacra» contro Salvini, e un po' (questo è ciò che gli importa di più) per far saltare lo sbarramento al 5% che gli altri hanno più o meno concordato sulla legge elettorale: un'asticella irraggiungibile oggi dalla lillipuziana Iv. Anche perché - e qui sta il cuore della questione - Renzi ha evitato in tutte queste settimane l'unica cosa certa che un leader possa fare, se vuole davvero porre fine a un'esperienza di governo: ritirare la sua delegazione dall'esecutivo, facendo dimettere i suoi ministri. Ma a lui interessa tirare la corda, non certo spezzarla. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-bullo-se-la-prende-solo-con-bonafede-e-prova-a-rilanciarsi-con-le-larghe-intese-2645194124.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giallorossi-non-si-scompongono-mentre-a-destra-salvini-non-abbocca" data-post-id="2645194124" data-published-at="1780757262" data-use-pagination="False"> I giallorossi non si scompongono. Mentre a destra Salvini non abbocca «Posso solo dire che Alfonso (Bonafede, ndr) non si tocca». Risponde a muso duro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, del M5s, commentando in Transatlantico le parole di Matteo Renzi, che ha confermato l'intenzione di presentare una mozione di sfiducia al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, se la riforma della prescrizione non sarà cancellata. «Le riforme istituzionali», commenta Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato, «non sono la prima emergenza del Paese. Credo che la legislatura debba andare avanti dedicando tutte le energie del governo e del Parlamento alla crescita e al lavoro. Auspico che Matteo Renzi concordi su priorità che sono indiscutibili e che quindi Italia viva contribuisca con le sue proposte a questa maggioranza in modo leale». La sensazione è che la strategia sia sempre la stessa, quella suggerita nei giorni scorsi al premier, Giuseppe Conte, dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: tenere duro, non arretrare di un millimetro, nella convinzione che Renzi alzi la posta solo a scopo progandandistico. «Distrazioni, litigi e sparate», dice ai telegiornali il reggente del M5s, Vito Crimi, «non ci interessano, il Paese non se lo può permettere. In questo momento abbiamo una sfida importante che è quella della crescita e in questi giorni stiamo lavorando proprio per il bene e per il futuro del Paese lavorando sulla ulteriore riduzione delle tasse, sullo sviluppo per le imprese, su una giustizia più veloce. È questo», sottolinea Crimi, «ciò di cui ha bisogno l'Italia». «Non ci sono alternative a questo governo», argomenta il ministro dell'Economia, il dem Roberto Gualtieri. «Renzi a Porta a Porta», twitta il senatore di Leu Pietro Grasso, «propone le riforme costituzionali. Renzi. Le riforme costituzionali. Di nuovo». Al commento, Grasso aggiunge una gif di Fiorello attonito sul palco del Festival di Sanremo e la scritta «Chi si è sentito male?». «L'elezione diretta del premier? Facciamo un convegno», dice a Otto e mezzo, su La 7, il deputato di Leu Pier Luigi Bersani, «e discutiamone, ma non sono disposto a trucchetti». Il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, del Pd, commenta le dichiarazioni di Renzi a Porta a Porta con un passaggio del racconto di Esopo La rana e lo scorpione, in cui lo scorpione uccide la rana che lo sta portando in salvo: «Mentre stavano per morire la rana chiese all'insano ospite il perché del suo folle gesto. Perché sono uno scorpione, rispose, è la mia natura!». Non abbocca all'appello per le riforme Matteo Salvini: «Avessimo un governo che fa delle cose che non condivido», dice Salvini, «sarebbe un fatto. Ma avere un governo che non fa nulla perché litiga su tutto, è un dramma, quindi spero che si voti il prima possibile e non esistono governini, governicchi, accordi segreti, trucchetti di palazzo». Da Forza Italia invece resta aperto uno spiraglio: «Sul premierato e sul presidenzialismo», ha commentato Mariastella Gelmini, «Renzi viene sulle nostre posizioni...».
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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