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2020-02-20
Il Bullo se la prende solo con Bonafede. E prova a rilanciarsi con le larghe intese
Alfonso Bonafede (Ansa)
Più petardo che bomba. Più penultimatum che ultimatum. Da 48 ore, complice la crescita della tensione tra Matteo Renzi e Giuseppe Conte, e considerando il battage autopromozionale con cui il Bullo aveva lanciato e caricato di significato la sua ospitata televisiva, c'era grande attesa per la presenza di Renzi, ieri sera, nel salotto di Bruno Vespa a Porta a Porta.
E l'auto ostensione c'è stata: abbronzatura pakistana, toni di sfida, consueta sicumera. Come Morgan verso Bugo a Sanremo, Renzi ha recitato lo scontro frontale con Conte. Ma sempre avvertendo più che minacciando in modo definitivo: in sostanza aprendo il negoziato, senza nessuna conseguenza immediata.
Primo esempio, quando Renzi ha un'altra volta evocato un'eventuale mozione di sfiducia verso il Guardasigilli. Alla domanda: «Se entro Pasqua la maggioranza non ritirerà la proposta Bonafede sulla giustizia, voi presenterete una mozione di sfiducia individuale?». Risposta: «Penso proprio che andrà così». Morale: palla lunga, trattative aperte fino al 12 aprile. E per chi non avesse capito, ecco la precisazione ulteriore: «Se Bonafede verrà sfiduciato, non credo che cadrà il governo». E più avanti un'incredibile calata di braghe sulle intercettazioni: «Votiamo ok per carità di patria». Altro che battaglia garantista senza cedimenti e senza compromessi.
Secondo esempio, quando ha ripetuto in forma di piagnisteo molte cose già sentite negli ultimi giorni: «Ci sono state polemiche inspiegabili. Noi siamo coerenti. È il Pd che è diventato giustizialista e ha cambiato idea. Non voglio morire grillino. Non è che adesso diventiamo la sesta stella e ci iscriviamo alla piattaforma Rousseau». E ancora: «Il Pd non ci tollera più, come ha detto un vicecapogruppo? Ma se vogliono i nostri voti, si prendano anche le nostre idee. Io dico: abbassiamo le polemiche». Persino quando ha affrontato il tema della presunta caccia ai responsabili da parte di Conte, Renzi è sembrato scegliere più il wrestling (grandi urla, ma senza far male a nessuno) che il pugilato vero: «Hanno provato a farci fuori, ma non ce l'hanno fatta. Hanno cercato di raccogliere senatori “responsabili". È loro diritto provarci, ma la prossima volta farebbero meglio a riuscirci». Anche la posizione netta sul reddito di cittadinanza («Va abolito», ha detto Renzi), è sembrata più una bandierina che una reale volontà.
Terzo esempio, quando ha smentito di voler staccare la spina: «Non ho mai detto: tolgo la fiducia a Conte».
Quarto e ultimo esempio, quando si è buttato su una proposta di riforma come strumento per blindare la legislatura, anche ipotizzando una confusa formula di governo istituzionale (Renzi ha citato il modello Maccanico), o in alternativa invitando Conte a siglare un nuovo patto del Nazareno, e nel frattempo preannunciando che Italia viva metterà in campo uno strumento ultraleggero, quasi inconsistente, una petizione online: «Faccio un appello a tutte le forze politiche, a Zingaretti, Di Maio, Crimi, Conte, Leu, Salvini, Berlusconi, Meloni: siccome così non si va avanti, fermiamoci un secondo e mettiamoci d'accordo per eleggere il sindaco d'Italia, che è l'unico modello che funziona. Una persona che sta lì e governa 5 anni, l'elezione diretta del presidente del Consiglio, anche se so che qualcuno vorrebbe l'elezione diretta del presidente della Repubblica». Per la cronaca, si tratta di una proposta di Mariotto Segni del 1993. E, messa come ha fatto Renzi, si tratta di tutta evidenza di un trappolone ai danni di Matteo Salvini, nel tentativo di spaccare il centrodestra.
La verità è che Renzi deve fare i conti con un'equazione dal numero piuttosto elevato di incognite: non può permettersi di far saltare la legislatura (i parlamentari che lo hanno seguito sarebbero i primi a impalarlo); sa che, nonostante un'esposizione televisiva enorme, i suoi sondaggi sono boccheggianti, tra il 3 e il 4 per cento (ma si tratta, secondo molti, di approssimazioni perfino generose); cerca disperatamente altra visibilità. Sulla giustizia, però, alla prima occasione vera (votare pro o contro Matteo Salvini), si è allineato ai giustizialisti; e alla seconda (prescrizione), risse di giornata a parte, ha buttato la palla in tribuna, rinviando a votazioni parlamentari molto lontane e incerte.
Anche perché è la partita delle nomine che gli interessa: vuole la sua fetta delle 400 poltrone che i giallorossi stanno per spartirsi, e tutta la sua agitazione serve a far crescere un potere negoziale che era basato sui suoi voti al Senato, ma che potrebbe essere presto ridimensionato dalla pur impresentabile pattuglia di «responsabili» che Palazzo Chigi sta cercando di pilotare.
Così, Renzi cerca la strada della riforma istituzionale per tante ragioni: un po' per tentare di nobilitare la sua traiettoria, un po' per giustificare la durata della legislatura, un po' per ammiccare (a questo serve il doppio turno) a una specie di «unione sacra» contro Salvini, e un po' (questo è ciò che gli importa di più) per far saltare lo sbarramento al 5% che gli altri hanno più o meno concordato sulla legge elettorale: un'asticella irraggiungibile oggi dalla lillipuziana Iv.
Anche perché - e qui sta il cuore della questione - Renzi ha evitato in tutte queste settimane l'unica cosa certa che un leader possa fare, se vuole davvero porre fine a un'esperienza di governo: ritirare la sua delegazione dall'esecutivo, facendo dimettere i suoi ministri. Ma a lui interessa tirare la corda, non certo spezzarla.
I giallorossi non si scompongono. Mentre a destra Salvini non abbocca
«Posso solo dire che Alfonso (Bonafede, ndr) non si tocca». Risponde a muso duro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, del M5s, commentando in Transatlantico le parole di Matteo Renzi, che ha confermato l'intenzione di presentare una mozione di sfiducia al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, se la riforma della prescrizione non sarà cancellata.
«Le riforme istituzionali», commenta Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato, «non sono la prima emergenza del Paese. Credo che la legislatura debba andare avanti dedicando tutte le energie del governo e del Parlamento alla crescita e al lavoro. Auspico che Matteo Renzi concordi su priorità che sono indiscutibili e che quindi Italia viva contribuisca con le sue proposte a questa maggioranza in modo leale».
La sensazione è che la strategia sia sempre la stessa, quella suggerita nei giorni scorsi al premier, Giuseppe Conte, dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: tenere duro, non arretrare di un millimetro, nella convinzione che Renzi alzi la posta solo a scopo progandandistico.
«Distrazioni, litigi e sparate», dice ai telegiornali il reggente del M5s, Vito Crimi, «non ci interessano, il Paese non se lo può permettere. In questo momento abbiamo una sfida importante che è quella della crescita e in questi giorni stiamo lavorando proprio per il bene e per il futuro del Paese lavorando sulla ulteriore riduzione delle tasse, sullo sviluppo per le imprese, su una giustizia più veloce. È questo», sottolinea Crimi, «ciò di cui ha bisogno l'Italia». «Non ci sono alternative a questo governo», argomenta il ministro dell'Economia, il dem Roberto Gualtieri.
«Renzi a Porta a Porta», twitta il senatore di Leu Pietro Grasso, «propone le riforme costituzionali. Renzi. Le riforme costituzionali. Di nuovo». Al commento, Grasso aggiunge una gif di Fiorello attonito sul palco del Festival di Sanremo e la scritta «Chi si è sentito male?». «L'elezione diretta del premier? Facciamo un convegno», dice a Otto e mezzo, su La 7, il deputato di Leu Pier Luigi Bersani, «e discutiamone, ma non sono disposto a trucchetti».
Il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, del Pd, commenta le dichiarazioni di Renzi a Porta a Porta con un passaggio del racconto di Esopo La rana e lo scorpione, in cui lo scorpione uccide la rana che lo sta portando in salvo: «Mentre stavano per morire la rana chiese all'insano ospite il perché del suo folle gesto. Perché sono uno scorpione, rispose, è la mia natura!».
Non abbocca all'appello per le riforme Matteo Salvini: «Avessimo un governo che fa delle cose che non condivido», dice Salvini, «sarebbe un fatto. Ma avere un governo che non fa nulla perché litiga su tutto, è un dramma, quindi spero che si voti il prima possibile e non esistono governini, governicchi, accordi segreti, trucchetti di palazzo». Da Forza Italia invece resta aperto uno spiraglio: «Sul premierato e sul presidenzialismo», ha commentato Mariastella Gelmini, «Renzi viene sulle nostre posizioni...».
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Penultimatum di Matteo Renzi al ministro: «Entro Pasqua, svolta o sfiducia». Poi propone il governissimo per fregare anche il centrodestra.Il M5s: «Il Guardasigilli non si tocca». Il leader della Lega: «Niente trucchi, si voti».Lo speciale contiene due articoli.Più petardo che bomba. Più penultimatum che ultimatum. Da 48 ore, complice la crescita della tensione tra Matteo Renzi e Giuseppe Conte, e considerando il battage autopromozionale con cui il Bullo aveva lanciato e caricato di significato la sua ospitata televisiva, c'era grande attesa per la presenza di Renzi, ieri sera, nel salotto di Bruno Vespa a Porta a Porta. E l'auto ostensione c'è stata: abbronzatura pakistana, toni di sfida, consueta sicumera. Come Morgan verso Bugo a Sanremo, Renzi ha recitato lo scontro frontale con Conte. Ma sempre avvertendo più che minacciando in modo definitivo: in sostanza aprendo il negoziato, senza nessuna conseguenza immediata. Primo esempio, quando Renzi ha un'altra volta evocato un'eventuale mozione di sfiducia verso il Guardasigilli. Alla domanda: «Se entro Pasqua la maggioranza non ritirerà la proposta Bonafede sulla giustizia, voi presenterete una mozione di sfiducia individuale?». Risposta: «Penso proprio che andrà così». Morale: palla lunga, trattative aperte fino al 12 aprile. E per chi non avesse capito, ecco la precisazione ulteriore: «Se Bonafede verrà sfiduciato, non credo che cadrà il governo». E più avanti un'incredibile calata di braghe sulle intercettazioni: «Votiamo ok per carità di patria». Altro che battaglia garantista senza cedimenti e senza compromessi. Secondo esempio, quando ha ripetuto in forma di piagnisteo molte cose già sentite negli ultimi giorni: «Ci sono state polemiche inspiegabili. Noi siamo coerenti. È il Pd che è diventato giustizialista e ha cambiato idea. Non voglio morire grillino. Non è che adesso diventiamo la sesta stella e ci iscriviamo alla piattaforma Rousseau». E ancora: «Il Pd non ci tollera più, come ha detto un vicecapogruppo? Ma se vogliono i nostri voti, si prendano anche le nostre idee. Io dico: abbassiamo le polemiche». Persino quando ha affrontato il tema della presunta caccia ai responsabili da parte di Conte, Renzi è sembrato scegliere più il wrestling (grandi urla, ma senza far male a nessuno) che il pugilato vero: «Hanno provato a farci fuori, ma non ce l'hanno fatta. Hanno cercato di raccogliere senatori “responsabili". È loro diritto provarci, ma la prossima volta farebbero meglio a riuscirci». Anche la posizione netta sul reddito di cittadinanza («Va abolito», ha detto Renzi), è sembrata più una bandierina che una reale volontà. Terzo esempio, quando ha smentito di voler staccare la spina: «Non ho mai detto: tolgo la fiducia a Conte».Quarto e ultimo esempio, quando si è buttato su una proposta di riforma come strumento per blindare la legislatura, anche ipotizzando una confusa formula di governo istituzionale (Renzi ha citato il modello Maccanico), o in alternativa invitando Conte a siglare un nuovo patto del Nazareno, e nel frattempo preannunciando che Italia viva metterà in campo uno strumento ultraleggero, quasi inconsistente, una petizione online: «Faccio un appello a tutte le forze politiche, a Zingaretti, Di Maio, Crimi, Conte, Leu, Salvini, Berlusconi, Meloni: siccome così non si va avanti, fermiamoci un secondo e mettiamoci d'accordo per eleggere il sindaco d'Italia, che è l'unico modello che funziona. Una persona che sta lì e governa 5 anni, l'elezione diretta del presidente del Consiglio, anche se so che qualcuno vorrebbe l'elezione diretta del presidente della Repubblica». Per la cronaca, si tratta di una proposta di Mariotto Segni del 1993. E, messa come ha fatto Renzi, si tratta di tutta evidenza di un trappolone ai danni di Matteo Salvini, nel tentativo di spaccare il centrodestra. La verità è che Renzi deve fare i conti con un'equazione dal numero piuttosto elevato di incognite: non può permettersi di far saltare la legislatura (i parlamentari che lo hanno seguito sarebbero i primi a impalarlo); sa che, nonostante un'esposizione televisiva enorme, i suoi sondaggi sono boccheggianti, tra il 3 e il 4 per cento (ma si tratta, secondo molti, di approssimazioni perfino generose); cerca disperatamente altra visibilità. Sulla giustizia, però, alla prima occasione vera (votare pro o contro Matteo Salvini), si è allineato ai giustizialisti; e alla seconda (prescrizione), risse di giornata a parte, ha buttato la palla in tribuna, rinviando a votazioni parlamentari molto lontane e incerte. Anche perché è la partita delle nomine che gli interessa: vuole la sua fetta delle 400 poltrone che i giallorossi stanno per spartirsi, e tutta la sua agitazione serve a far crescere un potere negoziale che era basato sui suoi voti al Senato, ma che potrebbe essere presto ridimensionato dalla pur impresentabile pattuglia di «responsabili» che Palazzo Chigi sta cercando di pilotare. Così, Renzi cerca la strada della riforma istituzionale per tante ragioni: un po' per tentare di nobilitare la sua traiettoria, un po' per giustificare la durata della legislatura, un po' per ammiccare (a questo serve il doppio turno) a una specie di «unione sacra» contro Salvini, e un po' (questo è ciò che gli importa di più) per far saltare lo sbarramento al 5% che gli altri hanno più o meno concordato sulla legge elettorale: un'asticella irraggiungibile oggi dalla lillipuziana Iv. Anche perché - e qui sta il cuore della questione - Renzi ha evitato in tutte queste settimane l'unica cosa certa che un leader possa fare, se vuole davvero porre fine a un'esperienza di governo: ritirare la sua delegazione dall'esecutivo, facendo dimettere i suoi ministri. Ma a lui interessa tirare la corda, non certo spezzarla. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-bullo-se-la-prende-solo-con-bonafede-e-prova-a-rilanciarsi-con-le-larghe-intese-2645194124.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giallorossi-non-si-scompongono-mentre-a-destra-salvini-non-abbocca" data-post-id="2645194124" data-published-at="1772636953" data-use-pagination="False"> I giallorossi non si scompongono. Mentre a destra Salvini non abbocca «Posso solo dire che Alfonso (Bonafede, ndr) non si tocca». Risponde a muso duro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, del M5s, commentando in Transatlantico le parole di Matteo Renzi, che ha confermato l'intenzione di presentare una mozione di sfiducia al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, se la riforma della prescrizione non sarà cancellata. «Le riforme istituzionali», commenta Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato, «non sono la prima emergenza del Paese. Credo che la legislatura debba andare avanti dedicando tutte le energie del governo e del Parlamento alla crescita e al lavoro. Auspico che Matteo Renzi concordi su priorità che sono indiscutibili e che quindi Italia viva contribuisca con le sue proposte a questa maggioranza in modo leale». La sensazione è che la strategia sia sempre la stessa, quella suggerita nei giorni scorsi al premier, Giuseppe Conte, dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: tenere duro, non arretrare di un millimetro, nella convinzione che Renzi alzi la posta solo a scopo progandandistico. «Distrazioni, litigi e sparate», dice ai telegiornali il reggente del M5s, Vito Crimi, «non ci interessano, il Paese non se lo può permettere. In questo momento abbiamo una sfida importante che è quella della crescita e in questi giorni stiamo lavorando proprio per il bene e per il futuro del Paese lavorando sulla ulteriore riduzione delle tasse, sullo sviluppo per le imprese, su una giustizia più veloce. È questo», sottolinea Crimi, «ciò di cui ha bisogno l'Italia». «Non ci sono alternative a questo governo», argomenta il ministro dell'Economia, il dem Roberto Gualtieri. «Renzi a Porta a Porta», twitta il senatore di Leu Pietro Grasso, «propone le riforme costituzionali. Renzi. Le riforme costituzionali. Di nuovo». Al commento, Grasso aggiunge una gif di Fiorello attonito sul palco del Festival di Sanremo e la scritta «Chi si è sentito male?». «L'elezione diretta del premier? Facciamo un convegno», dice a Otto e mezzo, su La 7, il deputato di Leu Pier Luigi Bersani, «e discutiamone, ma non sono disposto a trucchetti». Il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, del Pd, commenta le dichiarazioni di Renzi a Porta a Porta con un passaggio del racconto di Esopo La rana e lo scorpione, in cui lo scorpione uccide la rana che lo sta portando in salvo: «Mentre stavano per morire la rana chiese all'insano ospite il perché del suo folle gesto. Perché sono uno scorpione, rispose, è la mia natura!». Non abbocca all'appello per le riforme Matteo Salvini: «Avessimo un governo che fa delle cose che non condivido», dice Salvini, «sarebbe un fatto. Ma avere un governo che non fa nulla perché litiga su tutto, è un dramma, quindi spero che si voti il prima possibile e non esistono governini, governicchi, accordi segreti, trucchetti di palazzo». Da Forza Italia invece resta aperto uno spiraglio: «Sul premierato e sul presidenzialismo», ha commentato Mariastella Gelmini, «Renzi viene sulle nostre posizioni...».
Bill Clinton (Getty Images)
Se la questione non fosse estremamente seria, ci sarebbe materiale per imbastire una barzelletta: l’ex presidente americano Bill Clinton ha dichiarato sotto giuramento di non aver mai mentito sotto giuramento. Non è una burla: i filmati appena pubblicati delle audizioni di lui e sua moglie presso la commissione del Congresso che si occupa del caso Epstein lo testimoniano. «Ha mai mentito durante una deposizione?», chiede una deputata. «No», risponde l’ex presidente. «Ha mai mentito sotto giuramento?». «No», ribadisce di nuovo.
La cera dell’ex leader dem non è delle migliori. Rallentato nelle risposte, espressione spesso persa nel vuoto, sorrisi a tratti ebeti degni di una lieve demenza senile. Di segno opposto, invece, la strategia della moglie: Hillary è apparsa combattiva, sicura di sé, risoluta nel far percepire l’inutilità della sua convocazione e la certezza della sua innocenza. Sicuramente è in una posizione di minore difficoltà: non ci sono, negli Epstein files, foto di lei in una vasca idromassaggio di fianco a un giovane uomo, in compagnia di un pedofilo. E non ci sono precedenti noti a tutto il mondo di lei che, dopo aver tradito il marito, ha pure mentito sui rapporti avuti con una giovane stagista. In ogni caso non mancano email in cui diversi personaggi a lei vicini invitano Jeffrey Epstein a raccolte fondi per la sua campagna elettorale.
La sincerità di Bill Clinton è celebre in tutto al mondo: nel 1998, incalzato sullo scandalo che coinvolse la stagista Monica Lewinsky, il presidente si avventurò in una celebre «acrobazia semantica» durante una deposizione giurata, negando di aver avuto rapporti sessuali con la giovane. La sua strategia difensiva si basava sul presupposto che il sesso orale non rientrasse nella definizione tecnica di rapporto sessuale. Questa mossa gli valse l’impeachment per spergiuro e ostruzione alla giustizia nel dicembre 1998. Sebbene la Camera dei Rappresentanti votò a favore della messa in stato d’accusa, il Senato lo assolse. Un episodio che già allora insegnò molto sulla considerazione che le élite liberal hanno della gente. E che ancora oggi dice molto di Bill Clinton.
«Perché Epstein disse che le piacciono le ragazze giovani?», gli ha chiesto la deputata Nancy Mace durante l’audizione. Qui uno degli avvocati dell’ex presidente, Cherry Mills (sua storica legale quando era alla Casa Bianca, nello staff di Hillary da segretario di Stato e membro del cda di Blackrock), è intervenuta per cercare di edulcorare la domanda: «Le sta chiedendo un’opinione? Le sta chiedendo perché Epstein diceva questo?». Poi si è rivolta a Clinton per riformulare: «Le sta chiedendo di entrare nella testa di Epstein e immaginare quale fosse il suo pensiero a riguardo». Bill, visivamente provato e molto rallentato, non coglie la difesa del legale: «Prima di tutto, non è vero», risponde. «Che cosa?», incalza Mace. «Che io abbia qualche interesse verso ragazze minorenni». «Non ho detto minorenni», continua la deputata, «ho detto giovani». «Ma rimane che non è vero», ribadisce l’ex presidente. «Una stagista è giovane?». «Sì». Gioco, partita, incontro.
Fin troppo facile. E non è finita qui. Perché incalzato sulla famosa foto di lui in una vasca idromassaggio con accanto una ragazza (il cui volto è stato oscurato per motivi di privacy), ha raccontato la sua versione di come ci è finito dentro. L’ex presidente Usa ha confermato che l’istantanea è stata scattata durante un viaggio nel Brunei, in Asia, in cui il suo team, compreso di Epstein e la compagna Ghislaine Maxwell, stava lavorando su iniziative legate all’Aids. Erano gli anni in cui il faccendiere collaborava con Clinton alla sua fondazione filantropica. Brunei era l’ultima tappa di un lungo viaggio, ha raccontato Bill, e fu proprio il sultano locale, sua conoscenza dai tempi della presidenza, a chiedergli esplicitamente di stare in quell’albergo e di godere della piscina. «Io l’ho fatto, sono stato dentro cinque minuti e poi esausto sono andato a letto», ha continuato. A domanda diretta sull’identità della ragazza immortalata nella foto, ha risposto di non sapere chi fosse e che nella vasca c’erano diverse persone, ammettendo, però, che fossero tutte del suo gruppo. Ricapitolando: un ex presidente degli Stati Uniti, arrivato stanco nel Brunei, si è concesso un bagno in piscina per compiacere chi lo ospitava e senza avere idea di chi avesse a un metro e mezzo di distanza.
Non meno imbarazzante è la risposta alla domanda sulla morte di Epstein. «Crede che Epstein si sia ucciso?». «Gli sta chiedendo di fare supposizioni su come è morto Epstein?», interviene ancora l’avvocato Mace. Dopo una serie di botta e risposta tra le due donne, l’ex presidente risponde: «Non lo so». Attenzione: non dice di no, ma «non lo so». «A un certo punto è stato preso e forse…», lascia in sospeso. «Non lo so. Nella mia mente ho accettato l’idea che si sia suicidato, ma non so che cosa sia successo». Il tutto con questa aria un po’ stralunata, la stessa con cui, in un altro momento, si è messo a guardare un po’ di foto dei bei vecchi tempi, quelle degli Epstein files, sorridendo in maniera ebete. Età che avanza o strategia deliberata? Forse è meglio non avere una risposta.
Quanto al filmato della moglie Hillary, tra i momenti più esilaranti vi è sicuramente quello in cui scopre di una sua foto circolata sul Web e va su tutte le furie. Ma il punto più denso di ambiguità è quando viene incalzata su Howard Lutnick, che nel 2015 invitò Epstein a un evento «intimo» di raccolta fondi per la campagna di Hillary. La Clinton ha dichiarato sotto giuramento di non aver mai conosciuto Epstein. Speriamo la sua parola valga più di quella del marito.
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Il generale Giorgio Battisti lancia l'allarme: nel mirino non c'è solo il Medio Oriente, ma anche il Mediterraneo e il Sud Italia, dove si trovano basi strategiche NATO e americane.
Giovanni Falcone (Imagoeconomica)
Da ultimo, riesumando Maurizio Gelli per fargli dire che il padre sarebbe «felice» se trionfasse il Sì, in attuazione postuma del suo mitico «Piano di rinascita democratica». In realtà l’affermazione del figlio al Fatto quotidiano è più sfumata: «Sono certo che avrebbe avuto un’opinione molto favorevole su questa riforma», ma tant’è. Tutto fa brodo se serve a poter titolare: «Questo governo realizza le idee di mio padre Licio». Kiss me, kiss me Licio, canticchierebbe insomma la premier. Non basta: come dimenticare che il ministro della Giustizia Carlo Nordio non ha avuto alcun imbarazzo, horribile auditu, a non prendere le distanze da Gelli, arrivando - secondo l’interessata vulgata - quasi a incensarlo? In verità, Nordio espresse - male: purtroppo la sua verve comunicativa è quella che è - un concetto ovvio. Infatti, dopo dopo aver premesso: «Non conosco il suo Piano. Se la sua opinione era giusta, non si vede perché non la si debba seguire perché l’ha detto lui», ha aggiunto: «Le verità non dipendono da chi le proclama ma dall’oggettività che rappresentano. Se Gelli ha detto che Gesù Cristo è morto in croce, non per questo dobbiamo dire che è morto di polmonite. Anche l’orologio sbagliato segna due volte al giorno l’ora giusta. Gli inglesi dicono: “Sei inciampato nella verità”. Se anche Gelli è inciampato nella verità, non per questo la verità non è più tale».
A questo punto ai miei sette lettori potrebbe venire il dubbio che io mi sia spostato irreversibilmente a destra, iscrivendomi al club dei fan della compagine governativa, o vestendo i panni della cheerleader, o del ragazzo pompon, dei comitati per il Sì. Ma spero di sorprenderli confessando loro che i miei ragionamenti trovano conforto in quelli - ben più autorevoli- espressi da un uomo che di destra certo non è. Anzi: è stato infatti eletto in Parlamento con Rifondazione comunista, sindaco di sinistra a Milano dal 2011 al 2016, europarlamentare eletto nelle liste del Pd dal 2019 al 2024. L’avvocato Giuliano Pisapia. Che nel 2010 firmò un libro, In attesa di giustizia - Dialogo sulle riforme possibili (Guerini e Associati), a quattro mani con, toh, proprio Nordio, in quel momento procuratore aggiunto a Venezia. La lettura vale i 18,5 euro del prezzo del volume. Perché Pisapia non si tira indietro, e lo fa in maniera netta, precisa, documentata. Pescando a strascico: «So che è stata la mia posizione sull’argomento della separazione delle carriere a spingere le correnti di sinistra della magistratura, soprattutto a livello di vertice, ad attaccarmi politicamente accusandomi di fare il gioco del nemico. Non per questo ho cambiato opinione, convinto come sono che la qualità e l’equità di qualsiasi processo presupponga necessariamente la terzietà del giudice. Anche un bambino capisce che l’arbitro non può una volta indossare la casacca nera e l’altra la divisa del calciatore». Sdeng. Dopo l’antipasto, ecco il resto del menu. «Voci autorevoli nei lavori della Costituente (ben prima di Gelli, dunque) hanno sostenuto questa tesi, condivisa - in tempi non sospetti - da giuristi che hanno illuminato il cammino della democrazia non solo nel nostro Paese. Da Montesquieu ad Alexis de Tocqueville, fino a Piero Calamandrei, che riteneva necessario evitare “un pubblico ministero totalmente privo di controllo”». Arisdeng. Qui entra in gioco la memoria di Falcone. «Che, consapevole delle difficoltà, sosteneva che “bisogna arrivare” alla separazione delle carriere perchè “la regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei pm non può essere identica a quella dei giudici, diverse essendo le funzioni, e quindi le attitudini, l’habitus mentale, e le capacità professionali richieste per l’espletamento di compiti così diversi”». Di più: «Cito ancora Falcone: “Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell’antistorico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza e autonomia della magistratura”». Sdeng sdeng. Pisapia a questo punto piccona quello che oggi è un altro mantra del No: «Separazione delle carriere non significa affatto dipendenza del pm dall’esecutivo. Ecco perché sbaglia, o non conosce la materia, chi sostiene che l’obiettivo sia quello di indebolire o cancellare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Mentre è in malafede chi fa risalire tale proposta a Gelli, accusando i sostenitori della separazione di portare avanti il programma della P2». Pisapia è incontinente: «Da uomo di sinistra mi è difficile capire perchè si sia lasciata al centrodestra una simile battaglia, sostenuta in passato dai più autorevoli giuristi democratici. La parità delle parti, il diritto di difesa, il diritto a un giudizio equo sono state da sempre bandiere, oggi purtroppo ammainate, della sinistra». Alla fine, un invito: «È ora di uscire dalla logica delle contrapposizioni frontali che impediscono qualsiasi cambiamento. Perchè è incontestabile che la separazione delle carriere è uno dei presupposti della parità delle parti, sancita dall’art. 111 della Costituzione. Solo un giudice davvero equidistante può garantire un reale contraddittorio e verificare, senza pregiudizi, la validità delle diverse tesi prospettate da accusa e difesa». Sdeng sdeng sdeng.
Capite adesso perchè viene l’orticaria ogni volta che viene riproposta la supposta paternità della riforma a Licio Gelli? Fare il karaoke di tali slogan fuorvianti, agitando lo spauracchio di una deriva che è nelle teste dei supporter del No più di quanto sia effettiva nella realtà, significa dare l’impressione di non disporre di munizioni più efficaci. Senza rendersi conto che suonare la grancassa dell’allarme «democratico e antifascista» genera il sospetto che si preferisca la propaganda manipolatoria ad un serio e civile confronto sul merito, le barricate fragorose al pacato ragionamento. Con il rischio concreto, per l’eterogenesi dei fini, di spingere anche chi non simpatizza - o non ha votato - per i partiti di maggioranza, a prendere in seria considerazione la possibilità di andare a votare, e di mettere una croce sul Sì.
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L’operazione è scaturita da una complessa analisi preventiva dei flussi commerciali, basata sull’incrocio di documenti, rotte di traffico, volumi di merce e profili di rischio. Proprio da queste verifiche sono emerse anomalie relative a un trasporto lungo la tratta Italia–Grecia, formalmente dichiarato come movimentazione di «merce varia», ma ritenuto sospetto dagli investigatori.
Grazie all’esperienza e alla profonda conoscenza delle dinamiche portuali da parte del personale del gruppo della Guardia di Finanza di Ancona e dell’Ufficio Adm «Marche1», il carico è stato sottoposto a controlli approfonditi.
Le verifiche hanno portato alla scoperta di 314.000 munizioni e 10 milioni e 584 mila detonatori, materiale riconducibile a due società italiane e destinato, almeno secondo la documentazione presentata, a Cipro, considerata un crocevia strategico tra Medio Oriente ed Europa.
Il materiale stava per essere imbarcato su un traghetto passeggeri, in palese violazione delle norme vigenti in materia di sicurezza della navigazione e di movimentazione di armi ed esplosivi. La normativa in materia prevede, infatti, che carichi di questo tipo, per quantità, natura e grado di pericolosità, non possano essere trasportati su navi passeggeri, ma debbano seguire percorsi terrestri dedicati, nel rispetto di rigorose procedure e con specifiche autorizzazioni prefettizie.
Particolarmente delicata la presenza dei detonatori che sono dispositivi ad altissima sensibilità. Si tratta di componenti che possono innescarsi accidentalmente in caso di urti, attriti, cadute violente o esposizione a fonti di calore. Una loro eventuale esplosione a bordo avrebbe potuto causare conseguenze catastrofiche, mettendo seriamente a rischio la sicurezza della nave, dell’equipaggio e dei passeggeri.
Dalle indagini è emerso anche che il trasportatore avrebbe reso false dichiarazioni al momento dell’emissione del titolo di viaggio, attestando il trasporto di merce generica. Una condotta gravissima che, secondo gli inquirenti, avrebbe potuto determinare una condizione di estremo pericolo per la sicurezza della navigazione e per l’incolumità delle persone presenti a bordo.
A seguito degli accertamenti, il personale della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli hanno proceduto al sequestro dell’intero carico di materiale esplodente e dell’autoarticolato utilizzato per il trasporto, nonché alla denuncia del trasportatore per detenzione e trasporto abusivo di munizionamento e materiale esplodente, oltre che per uso di atto falso.
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