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2020-06-07
La mega truffa londinese travolge il Vaticano. Il broker delle mille e un’agenda
da Popolare di Bari a Ernst & Young
Ansa
Dai fertilizzanti dell'azienda di famiglia in Molise fino all'arresto in Vaticano, con l'accusa di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio. La storia di Gianluigi Torzi - rampante manager di appena 40 anni, che ora ne rischia 12 di carcere - è ancora tutta da scrivere. Con una rete di conoscenze a 360 gradi in ambito finanziario e politico, di centrodestra e centrosinistra, il raider molisano scrive nella sua biografia di vantare anche un posto nel board dell'Atlantic council. Si tratta del più importante think tank di relazioni internazionali e politica estera nel mondo con sede a Washington negli Stati Uniti, crocevia di ex presidenti e premier.
Sigaro in bocca nella foto profilo di Twitter, Torzi si è fatto conoscere negli ultimi anni anche perché fu coinvolto di striscio nel tentativo di salvare la Popolare di Bari. A contattarlo nel dicembre del 2018 fu il banchiere rosso Vincenzo De Bustis che, disperato per la voragine nei conti dell'istituto di credito, chiese al broker del Molise di collocare un bond di 30 milioni di euro. I due si conoscevano sin dai tempi di Deutsche bank, ma poi alla fine, nonostante un viaggio a Londra di De Bustis, non se ne fece più nulla. Torzi rifiutò l'offerta. E in un'intervista al Sole 24 Ore dello scorso anno ha preso le distanze da Pop Bari. Eppure il suo nome ricomparve mesi dopo di nuovo sui quotidiani, sempre collegato alla banca pugliese. Il 12 aprile dello scorso anno, infatti, Torzi è stato citato in giudizio per frode commerciale davanti all'Alta corte di giustizia dell'Inghilterra e del Galles dalla compagnia assicurativa romana Net insurance, che vede tra i suoi azionisti Ibl Banca, Unicredit e la Algebris di Davide Serra. Proprio Net insurance sarebbe collegata a Naxos, la sicav gestita dalla società di Londra dove sempre De Bustis avrebbe dovuto sottoscrivere 51 milioni di euro. Su queste vicende indaga anche la magistratura italiana.
Di sicuro De Bustis, ora indagato per falsa testimonianza nel crac dell'istituto di credito, sapeva che Torzi poteva essere l'uomo giusto con cui parlare. Del resto il broker è fondatore di Lighthouse group, che vanta 20 anni di esperienza in investimenti bancari e compravendite immobiliari. Ha buoni rapporti con un colosso internazionale come Ernst & Young, come dimostra l'indagine in Vaticano, dal momento che l'avvocato Michele Intendente è stato suo socio nell'affare di Sloane Avenue. Tanto che nel 2018, come scrive nella sua biografia, Lighthouse group, insieme ad altri investitori, ha acquisito una partecipazione in Jci-Capital, «la prima piattaforma pan-europea indipendente di gestione patrimoniale»: nell' advisory board di Jci siedono anche gli ex ministri Franco Frattini e Giulio Tremonti.
Da sempre considerato vicino al Partito democratico, il suo nome saltò fuori nel 2015 in occasione di uno scandalo legato alla villa dell'ex presidente del Molise, Paolo Di Laura Frattura, vicinissimo all'ex premier Matteo Renzi. Il caso era stato sollevato anche dalla trasmissione Le Iene. In pratica dietro la mega villa sul lungomare di Termoli c'era il solito groviglio di società estere, tra cui anche quelle di Torzi, che aveva comprato la villa da un imprenditore in difficoltà economiche per poi rivenderla. Anche allora si parlò di immobili e soldi spariti, persino di serrature cambiate. Di Laura Frattura è stato poi archiviato da ogni accusa nel 2018 e ora sta organizzando la nuova costola di Italia Viva in Molise. Torzi intanto ha continuato a macinare strade e titoli di giornali. Ora anche il carcere in Vaticano.
Buco nelle finanze vaticane. Conti bloccati a Perlasca e agli indagati dello scandalo
In principio non era Dio, ma fu la Time and life di Raffaele Mincione che nel 2012, per una cifra intorno ai 130 milioni di sterline, acquistò l'immobile al civico 60 di Sloane Avenue a Londra. Poi, con una serie di giravolte e transazioni che vanno dal 2013 al 2018, e con in mezzo anche soldi dell'Obolo di San Pietro, quei 130 milioni di sterline si sono moltiplicati come i pani e i pesci per diventare circa 350 milioni di euro, sborsati complessivamente dal Vaticano per entrare in possesso del palazzo che fu magazzino di Harrods.
Come è avvenuta questa miracolosa moltiplicazione, pagata anche con i soldi delle offerte per la carità? Dopo una serie di indagini, che erano culminate nell'irruzione dei gendarmi vaticani in Segreteria di Stato il primo ottobre 2019, venerdì in tarda serata «l'ufficio del promotore di Giustizia del tribunale vaticano, al termine dell'interrogatorio del signor Gianluigi Torzi, che era assistito dai propri legali di fiducia, ha spiccato nei suoi confronti mandato di cattura». Il broker molisano di stanza a Londra, dopo un lungo interrogatorio, viene trattenuto, comunica la sala stampa vaticana, «in appositi locali presso la caserma del corpo della gendarmeria», con l'accusa di «estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per i quali la legge vaticana prevede pene fino a 12 anni di reclusione». Ma ieri si è appreso che risultano indagati per peculato, in concorso con Torzi, Mincione e Fabrizio Tirabassi, responsabile dell'ufficio amministrativo della Terza loggia. Non solo, secondo il Corriere.it, su richiesta del promotore di Giustizia vaticano, la magistratura svizzera avrebbe sequestrato i conti di monsignor Alberto Perlasca, per molto tempo responsabile degli investimenti della segreteria di Stato, di Tirabassi e Torzi, quelli di Mincione e quelli di Ernico Crasso, gestore dell'Obolo di San Pietro.
All'origine c'è un investimento che risale al 2012, sono 200 milioni di euro investiti dalla segreteria di Stato nel fondo lussemburghese Athena capital global opportunities, del finanziere Mincione. Tra gli asset c'è anche l'immobile a Londra. Nel 2018 monsignor Edgar Pena Parra, venezuelano vicino a papa Francesco, subentrato a monsignor Angelo Becciu come responsabile degli Affari interni del Vaticano, decide di abbandonare Mincione anche perché il fondo dava continue perdite e la gestione era spericolata (a lui viene contestato di essersi appropriato, «convertendola in proprio profitto», di parte della liquidità investita nel fondo). A questo punto l'immobile entra in possesso della segreteria di Stato grazie all'intermediazione di Torzi e al versamento di ulteriori 40 milioni di euro a Mincione. Ma in questa operazione il broker molisano, con una sua società denominata Gutt sa, triangola il passaggio dell'immobile verso il Vaticano, ma avrebbe trattenuto, senza farlo sapere alla segreteria di Stato, 1.000 azioni della società (le uniche con diritto di voto), impedendo di fatto la piena disponibilità dell'immobile alla Santa Sede.
Nella ricostruzione dell'Adnkronos, basata sulle carte degli inquirenti, in seguito vi sarebbe stata una riunione partecipata anche da monsignor Parra, in cui Torzi si sarebbe detto disposto a cedere le 1.000 azioni «con un piccolo margine di guadagno, somma che in un successivo incontro venne quantificata in 3 milioni di euro». Ma le cose non sarebbero andate poi così lisce, visto che successivamente Torzi avrebbe giocato al rialzo, tirando in ballo il fatto «che somme di denaro erano state date o promesse anche ad altri» e che «Enrico Crasso, gestore delle finanze della segreteria di Stato attraverso Sogenel capital holding, e Fabrizio Tirabassi, qualche giorno prima in un incontro a Milano, gli avessero offerto 9 milioni di euro per cedere le azioni». L'escalation di Torzi però non sarebbe finita qui e sarebbe terminata con una transazione di 15 milioni di euro a suo favore, pagamento che secondo la Procura vaticana avrebbe consumato l'estorsione. A quanto pare, dopo una clamorosa offerta finale, caduta nel vuoto: ricomprare l'immobile per 300 milioni, ipotesi che avrebbe costituito reato di riciclaggio. I legali di Torzi comunque dichiarano che il broker «non ha mai agito contro gli interessi della Santa Sede» e il provvedimento di fermo sarebbe «frutto di un grosso malinteso». Intanto però tra le carte si apprende che i 15 milioni sarebbero addirittura una somma minore di quella richiesta, grazie alla mediazione di monsignor Mauro Carlino, già capo dell'ufficio informazione e documentazione e uno dei cinque dipendenti vaticani «sospesi» dopo l'operazione della gendarmeria del primo ottobre 2019. Il blitz, lo ricordiamo, era scattato dopo che a luglio 2019 lo Ior si era rifiutato di mettere i soldi richiesti dalla segreteria di Stato per chiudere l'operazione con i fondi lussemburghesi e aveva mandato tutta la documentazione alla magistratura.Secondo le ricostruzioni del Catholic news agency Fabrizio Tirabassi, che appunto risulta indagato per peculato, veniva «nominato direttore di una società di proprietà di Torzi mentre l'imprenditore stava finalizzando l'acquisto del Vaticano a Londra». Nei documenti citati, Tirabassi sarebbe stato nominato amministratore della Gutt sa nel novembre 2018 e rimosso dall'incarico il 27 dicembre dello stesso anno. In quei giorni, precisamente il 26 dicembre 2018, Torzi e la sua famiglia venne ricevuta in udienza dal Papa. E secondo l'Adnkronos c'è l'ipotesi che il ricatto sia avvenuto anche in presenza del Santo Padre.
Lo stesso broker avrebbe poi collegamenti con l'architetto Luciano Capaldo, amministratore di London 60 Sa Ltd, holding britannica di proprietà della segreteria di Stato e che controlla la proprietà in Sloane Avenue. Ebbene, Capaldo ha precedentemente ricoperto la carica di consigliere di amministrazione di diverse società in cui Torzi ha anche ricoperto il ruolo di amministratore o in cui le sue società hanno avuto interessi finanziari. Lo scandalo evidenzia una gestione quantomeno ingenua delle sacre casse e svela intrighi che la tanto declamata riforma della curia non ha estirpato. Sono molte le domande che restano: come sciogliere l'intricata rete di rapporti tra i forzieri vaticani: Apsa, Ior e segreteria di Stato? E il progetto del segretariato dell'economia, così come orientato dal cardinale George Pell, oggi scagionato dall'infamante accusa di abusi, ha potuto davvero essere realizzato?
«È la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro, non da fuori», aveva detto Francesco nel novembre 2019 sull'aereo di ritorno dal viaggio in Thailandia e Giappone. Ma aveva anche ammesso che la faccenda aveva l'odore della corruzione.
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Il manager molisano vanta rapporti trasversali. E provò a salvare l'istituto puglieseDopo l'arresto di Gianluigi Torzi, nell'inchiesta sul palazzo di Londra finisce anche lo storico banchiere della Santa Sede. Si indaga per estorsione, fatta in presenza di Francesco.Lo speciale contiene due articoliDai fertilizzanti dell'azienda di famiglia in Molise fino all'arresto in Vaticano, con l'accusa di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio. La storia di Gianluigi Torzi - rampante manager di appena 40 anni, che ora ne rischia 12 di carcere - è ancora tutta da scrivere. Con una rete di conoscenze a 360 gradi in ambito finanziario e politico, di centrodestra e centrosinistra, il raider molisano scrive nella sua biografia di vantare anche un posto nel board dell'Atlantic council. Si tratta del più importante think tank di relazioni internazionali e politica estera nel mondo con sede a Washington negli Stati Uniti, crocevia di ex presidenti e premier.Sigaro in bocca nella foto profilo di Twitter, Torzi si è fatto conoscere negli ultimi anni anche perché fu coinvolto di striscio nel tentativo di salvare la Popolare di Bari. A contattarlo nel dicembre del 2018 fu il banchiere rosso Vincenzo De Bustis che, disperato per la voragine nei conti dell'istituto di credito, chiese al broker del Molise di collocare un bond di 30 milioni di euro. I due si conoscevano sin dai tempi di Deutsche bank, ma poi alla fine, nonostante un viaggio a Londra di De Bustis, non se ne fece più nulla. Torzi rifiutò l'offerta. E in un'intervista al Sole 24 Ore dello scorso anno ha preso le distanze da Pop Bari. Eppure il suo nome ricomparve mesi dopo di nuovo sui quotidiani, sempre collegato alla banca pugliese. Il 12 aprile dello scorso anno, infatti, Torzi è stato citato in giudizio per frode commerciale davanti all'Alta corte di giustizia dell'Inghilterra e del Galles dalla compagnia assicurativa romana Net insurance, che vede tra i suoi azionisti Ibl Banca, Unicredit e la Algebris di Davide Serra. Proprio Net insurance sarebbe collegata a Naxos, la sicav gestita dalla società di Londra dove sempre De Bustis avrebbe dovuto sottoscrivere 51 milioni di euro. Su queste vicende indaga anche la magistratura italiana. Di sicuro De Bustis, ora indagato per falsa testimonianza nel crac dell'istituto di credito, sapeva che Torzi poteva essere l'uomo giusto con cui parlare. Del resto il broker è fondatore di Lighthouse group, che vanta 20 anni di esperienza in investimenti bancari e compravendite immobiliari. Ha buoni rapporti con un colosso internazionale come Ernst & Young, come dimostra l'indagine in Vaticano, dal momento che l'avvocato Michele Intendente è stato suo socio nell'affare di Sloane Avenue. Tanto che nel 2018, come scrive nella sua biografia, Lighthouse group, insieme ad altri investitori, ha acquisito una partecipazione in Jci-Capital, «la prima piattaforma pan-europea indipendente di gestione patrimoniale»: nell' advisory board di Jci siedono anche gli ex ministri Franco Frattini e Giulio Tremonti. Da sempre considerato vicino al Partito democratico, il suo nome saltò fuori nel 2015 in occasione di uno scandalo legato alla villa dell'ex presidente del Molise, Paolo Di Laura Frattura, vicinissimo all'ex premier Matteo Renzi. Il caso era stato sollevato anche dalla trasmissione Le Iene. In pratica dietro la mega villa sul lungomare di Termoli c'era il solito groviglio di società estere, tra cui anche quelle di Torzi, che aveva comprato la villa da un imprenditore in difficoltà economiche per poi rivenderla. Anche allora si parlò di immobili e soldi spariti, persino di serrature cambiate. Di Laura Frattura è stato poi archiviato da ogni accusa nel 2018 e ora sta organizzando la nuova costola di Italia Viva in Molise. Torzi intanto ha continuato a macinare strade e titoli di giornali. Ora anche il carcere in Vaticano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-broker-delle-mille-e-unagenda-da-popolare-di-bari-a-ernst-young-2646161972.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="buco-nelle-finanze-vaticane-conti-bloccati-a-perlasca-e-agli-indagati-dello-scandalo" data-post-id="2646161972" data-published-at="1591512872" data-use-pagination="False"> Buco nelle finanze vaticane. Conti bloccati a Perlasca e agli indagati dello scandalo In principio non era Dio, ma fu la Time and life di Raffaele Mincione che nel 2012, per una cifra intorno ai 130 milioni di sterline, acquistò l'immobile al civico 60 di Sloane Avenue a Londra. Poi, con una serie di giravolte e transazioni che vanno dal 2013 al 2018, e con in mezzo anche soldi dell'Obolo di San Pietro, quei 130 milioni di sterline si sono moltiplicati come i pani e i pesci per diventare circa 350 milioni di euro, sborsati complessivamente dal Vaticano per entrare in possesso del palazzo che fu magazzino di Harrods. Come è avvenuta questa miracolosa moltiplicazione, pagata anche con i soldi delle offerte per la carità? Dopo una serie di indagini, che erano culminate nell'irruzione dei gendarmi vaticani in Segreteria di Stato il primo ottobre 2019, venerdì in tarda serata «l'ufficio del promotore di Giustizia del tribunale vaticano, al termine dell'interrogatorio del signor Gianluigi Torzi, che era assistito dai propri legali di fiducia, ha spiccato nei suoi confronti mandato di cattura». Il broker molisano di stanza a Londra, dopo un lungo interrogatorio, viene trattenuto, comunica la sala stampa vaticana, «in appositi locali presso la caserma del corpo della gendarmeria», con l'accusa di «estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per i quali la legge vaticana prevede pene fino a 12 anni di reclusione». Ma ieri si è appreso che risultano indagati per peculato, in concorso con Torzi, Mincione e Fabrizio Tirabassi, responsabile dell'ufficio amministrativo della Terza loggia. Non solo, secondo il Corriere.it, su richiesta del promotore di Giustizia vaticano, la magistratura svizzera avrebbe sequestrato i conti di monsignor Alberto Perlasca, per molto tempo responsabile degli investimenti della segreteria di Stato, di Tirabassi e Torzi, quelli di Mincione e quelli di Ernico Crasso, gestore dell'Obolo di San Pietro. All'origine c'è un investimento che risale al 2012, sono 200 milioni di euro investiti dalla segreteria di Stato nel fondo lussemburghese Athena capital global opportunities, del finanziere Mincione. Tra gli asset c'è anche l'immobile a Londra. Nel 2018 monsignor Edgar Pena Parra, venezuelano vicino a papa Francesco, subentrato a monsignor Angelo Becciu come responsabile degli Affari interni del Vaticano, decide di abbandonare Mincione anche perché il fondo dava continue perdite e la gestione era spericolata (a lui viene contestato di essersi appropriato, «convertendola in proprio profitto», di parte della liquidità investita nel fondo). A questo punto l'immobile entra in possesso della segreteria di Stato grazie all'intermediazione di Torzi e al versamento di ulteriori 40 milioni di euro a Mincione. Ma in questa operazione il broker molisano, con una sua società denominata Gutt sa, triangola il passaggio dell'immobile verso il Vaticano, ma avrebbe trattenuto, senza farlo sapere alla segreteria di Stato, 1.000 azioni della società (le uniche con diritto di voto), impedendo di fatto la piena disponibilità dell'immobile alla Santa Sede. Nella ricostruzione dell'Adnkronos, basata sulle carte degli inquirenti, in seguito vi sarebbe stata una riunione partecipata anche da monsignor Parra, in cui Torzi si sarebbe detto disposto a cedere le 1.000 azioni «con un piccolo margine di guadagno, somma che in un successivo incontro venne quantificata in 3 milioni di euro». Ma le cose non sarebbero andate poi così lisce, visto che successivamente Torzi avrebbe giocato al rialzo, tirando in ballo il fatto «che somme di denaro erano state date o promesse anche ad altri» e che «Enrico Crasso, gestore delle finanze della segreteria di Stato attraverso Sogenel capital holding, e Fabrizio Tirabassi, qualche giorno prima in un incontro a Milano, gli avessero offerto 9 milioni di euro per cedere le azioni». L'escalation di Torzi però non sarebbe finita qui e sarebbe terminata con una transazione di 15 milioni di euro a suo favore, pagamento che secondo la Procura vaticana avrebbe consumato l'estorsione. A quanto pare, dopo una clamorosa offerta finale, caduta nel vuoto: ricomprare l'immobile per 300 milioni, ipotesi che avrebbe costituito reato di riciclaggio. I legali di Torzi comunque dichiarano che il broker «non ha mai agito contro gli interessi della Santa Sede» e il provvedimento di fermo sarebbe «frutto di un grosso malinteso». Intanto però tra le carte si apprende che i 15 milioni sarebbero addirittura una somma minore di quella richiesta, grazie alla mediazione di monsignor Mauro Carlino, già capo dell'ufficio informazione e documentazione e uno dei cinque dipendenti vaticani «sospesi» dopo l'operazione della gendarmeria del primo ottobre 2019. Il blitz, lo ricordiamo, era scattato dopo che a luglio 2019 lo Ior si era rifiutato di mettere i soldi richiesti dalla segreteria di Stato per chiudere l'operazione con i fondi lussemburghesi e aveva mandato tutta la documentazione alla magistratura.Secondo le ricostruzioni del Catholic news agency Fabrizio Tirabassi, che appunto risulta indagato per peculato, veniva «nominato direttore di una società di proprietà di Torzi mentre l'imprenditore stava finalizzando l'acquisto del Vaticano a Londra». Nei documenti citati, Tirabassi sarebbe stato nominato amministratore della Gutt sa nel novembre 2018 e rimosso dall'incarico il 27 dicembre dello stesso anno. In quei giorni, precisamente il 26 dicembre 2018, Torzi e la sua famiglia venne ricevuta in udienza dal Papa. E secondo l'Adnkronos c'è l'ipotesi che il ricatto sia avvenuto anche in presenza del Santo Padre. Lo stesso broker avrebbe poi collegamenti con l'architetto Luciano Capaldo, amministratore di London 60 Sa Ltd, holding britannica di proprietà della segreteria di Stato e che controlla la proprietà in Sloane Avenue. Ebbene, Capaldo ha precedentemente ricoperto la carica di consigliere di amministrazione di diverse società in cui Torzi ha anche ricoperto il ruolo di amministratore o in cui le sue società hanno avuto interessi finanziari. Lo scandalo evidenzia una gestione quantomeno ingenua delle sacre casse e svela intrighi che la tanto declamata riforma della curia non ha estirpato. Sono molte le domande che restano: come sciogliere l'intricata rete di rapporti tra i forzieri vaticani: Apsa, Ior e segreteria di Stato? E il progetto del segretariato dell'economia, così come orientato dal cardinale George Pell, oggi scagionato dall'infamante accusa di abusi, ha potuto davvero essere realizzato? «È la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro, non da fuori», aveva detto Francesco nel novembre 2019 sull'aereo di ritorno dal viaggio in Thailandia e Giappone. Ma aveva anche ammesso che la faccenda aveva l'odore della corruzione.
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Prima guida pediatrica «dedicata ai temi dell’identità di genere, dell’orientamento affettivo e sessuale e dell’accoglienza delle differenze nei percorsi di cura pediatrici», è stata pubblicata il 15 giugno e verrà presentata il prossimo 6 novembre a Roma, nientepopodimeno che presso l’Istituto superiore di sanità (Iss).
Dunque, l’Italia preme per un impegno comune contro la gestazione per altri (Gpa), che nel nostro Paese è reato universale punibile anche se commessa all’estero, invece le associazioni che rappresentano i nostri medici dei bambini la descrivono come tecnica procreativa dei padri gay, fornendo istruzioni al pediatra su come gestirne le implicazioni cliniche.
Più che una guida, risulta un manuale di indottrinamento, costruito attorno alla premessa che bambini e adolescenti Lgbtqia+ «sperimentano stigma, incomprensioni e discriminazioni» e che il pediatra deve essere «primo punto di ascolto». Oltre che specialista delle malattie infantili, può anche essere un supporto per il benessere emotivo e psicologico dei bambini e un riferimento per le famiglie, ma secondo Sip e Acp dovrebbe dare assistenza al coming out, inclusa la promozione della carriera alias scolastica. Scorrendo il documento, si resta stupefatti dall’inquadramento suggerito ai pediatri.
Si parte con una annotazione che è già piena adesione al mondo Lgbtqia+, dove il simbolo addizionale è spiegato come «apertura verso un linguaggio in evoluzione, rappresentativo e rispettoso di ogni identità e vissuto». L’excusatio è altrettanto significativa: «Pur consapevoli dei limiti dell’impiego del maschile sovraesteso, si è scelto di aderirvi per garantire maggiore comprensibilità del testo e ridurre il carico cognitivo per il lettore». Insomma, un manifesto delle rivendicazioni di gay o trans anche nel linguaggio. Ma veniamo ai consigli pratici per i poveri medici. Dovrebbero utilizzare «nomi e pronomi elettivi», in base all’identità di genere che il bimbo avrebbe scelto (sic), e un «linguaggio verbale e non verbale inclusivo con bambini e bambine indipendentemente dall’espressione di genere». Ovvero asterischi, schwa che fluttuano nell’aria come nuvolette dei fumetti?
L’ambulatorio deve mostrare «segnali di accoglienza», per esempio un logo con l’arcobaleno, e nella sala d’attesa occorre lasciare in bella vista non giornaletti o giocattoli bensì «brochure/libri per bambini che rappresentino diverse tipologie di famiglie (incluse omogenitoriali) e la diversità di genere». Non è finita, il bagno deve essere «neutro rispetto al genere o con indicazione che l’accesso è libero per tutti». Per chi si fosse distratto, ricordiamo che è una guida per pediatri. Fortemente raccomandata è una modulistica inclusiva: «Indipendentemente dalla presenza di spazio dedicato nel software gestionale della cartella clinica, è importante specificare nelle note il sesso», ovvero se «maschio, femmina o indeterminato». Il genere: «Maschile/femminile/non binario/agender»; il nome d’elezione (alias).
Mamma e papà sono banditi dai moduli di iscrizione, viene suggerita la sostituzione «con diciture neutre come “genitore/genitore” anche se non legalmente riconosciuti in toto per finalità di cura». Per «prevenire il minority stress», dovuto a «stigma sociale e discriminazioni», è vietato chiedere «Che lavoro fa il papà?». Bisogna optare per un neutro «Che lavoro fanno i tuoi genitori?». Già, ma se uno dei due è morto, non si rischia di intristire il piccolo?
Il catalogo delle «parole che feriscono», e che un pediatra non deve mai utilizzare proviene direttamente dall’agenda Lgbtqia+. Guai se il medico chiede a un bimbo che si affaccia al suo studio: «Sei maschio o femmina?». Orrore fare a una bimba ben vestita l’apprezzamento: «Sembri una principessa!», così pure vanno bandite frasi del tipo: «Quando avrai dei figli…». Sì, perché secondo la guida la maternità non è un bene da affermare. Meglio optare per una recriminazione: «In Italia coppie dello stesso sesso possono unirsi civilmente e accedere all’ “adozione speciale del figlio del partner”, ma non possono accedere al matrimonio, all’adozione piena di bambini e alla Pma», lamenta il manualetto.
Attenzione a come Sip e Acp descrivono l’utero in affitto, reato universale in Italia: «Nelle coppie maschili, che ricorrono alla Gpa, il padre biologico fornisce il seme, l’altro è il genitore intenzionale; l’ovocita proviene da una donatrice, mentre la gravidanza viene portata avanti dalla gestante (secondo modalità altruistica o contrattuale), la quale rinuncia alla responsabilità genitoriale mantenendo comunque nella maggior parte dei casi rapporti di comunicazione con la famiglia».
Insomma, una pratica clinica neutra, del tutto normale.
Chissà come mai c’è chi si affanna per una moratoria, con il fine di sviluppare un quadro giuridico internazionale per abolire la Gpa in tutto il mondo. Non bastasse, le associazioni dei pediatri italiani dichiarano con assoluta certezza: «La comunità scientifica concorda, i genitori omosessuali sono adeguati quanto quelli eterosessuali». Sottinteso, ma non troppo: fateli usare il corpo delle donne per ottenere bambini da strappare alle loro mamme.
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Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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