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2020-06-07
La mega truffa londinese travolge il Vaticano. Il broker delle mille e un’agenda
da Popolare di Bari a Ernst & Young
Ansa
Dai fertilizzanti dell'azienda di famiglia in Molise fino all'arresto in Vaticano, con l'accusa di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio. La storia di Gianluigi Torzi - rampante manager di appena 40 anni, che ora ne rischia 12 di carcere - è ancora tutta da scrivere. Con una rete di conoscenze a 360 gradi in ambito finanziario e politico, di centrodestra e centrosinistra, il raider molisano scrive nella sua biografia di vantare anche un posto nel board dell'Atlantic council. Si tratta del più importante think tank di relazioni internazionali e politica estera nel mondo con sede a Washington negli Stati Uniti, crocevia di ex presidenti e premier.
Sigaro in bocca nella foto profilo di Twitter, Torzi si è fatto conoscere negli ultimi anni anche perché fu coinvolto di striscio nel tentativo di salvare la Popolare di Bari. A contattarlo nel dicembre del 2018 fu il banchiere rosso Vincenzo De Bustis che, disperato per la voragine nei conti dell'istituto di credito, chiese al broker del Molise di collocare un bond di 30 milioni di euro. I due si conoscevano sin dai tempi di Deutsche bank, ma poi alla fine, nonostante un viaggio a Londra di De Bustis, non se ne fece più nulla. Torzi rifiutò l'offerta. E in un'intervista al Sole 24 Ore dello scorso anno ha preso le distanze da Pop Bari. Eppure il suo nome ricomparve mesi dopo di nuovo sui quotidiani, sempre collegato alla banca pugliese. Il 12 aprile dello scorso anno, infatti, Torzi è stato citato in giudizio per frode commerciale davanti all'Alta corte di giustizia dell'Inghilterra e del Galles dalla compagnia assicurativa romana Net insurance, che vede tra i suoi azionisti Ibl Banca, Unicredit e la Algebris di Davide Serra. Proprio Net insurance sarebbe collegata a Naxos, la sicav gestita dalla società di Londra dove sempre De Bustis avrebbe dovuto sottoscrivere 51 milioni di euro. Su queste vicende indaga anche la magistratura italiana.
Di sicuro De Bustis, ora indagato per falsa testimonianza nel crac dell'istituto di credito, sapeva che Torzi poteva essere l'uomo giusto con cui parlare. Del resto il broker è fondatore di Lighthouse group, che vanta 20 anni di esperienza in investimenti bancari e compravendite immobiliari. Ha buoni rapporti con un colosso internazionale come Ernst & Young, come dimostra l'indagine in Vaticano, dal momento che l'avvocato Michele Intendente è stato suo socio nell'affare di Sloane Avenue. Tanto che nel 2018, come scrive nella sua biografia, Lighthouse group, insieme ad altri investitori, ha acquisito una partecipazione in Jci-Capital, «la prima piattaforma pan-europea indipendente di gestione patrimoniale»: nell' advisory board di Jci siedono anche gli ex ministri Franco Frattini e Giulio Tremonti.
Da sempre considerato vicino al Partito democratico, il suo nome saltò fuori nel 2015 in occasione di uno scandalo legato alla villa dell'ex presidente del Molise, Paolo Di Laura Frattura, vicinissimo all'ex premier Matteo Renzi. Il caso era stato sollevato anche dalla trasmissione Le Iene. In pratica dietro la mega villa sul lungomare di Termoli c'era il solito groviglio di società estere, tra cui anche quelle di Torzi, che aveva comprato la villa da un imprenditore in difficoltà economiche per poi rivenderla. Anche allora si parlò di immobili e soldi spariti, persino di serrature cambiate. Di Laura Frattura è stato poi archiviato da ogni accusa nel 2018 e ora sta organizzando la nuova costola di Italia Viva in Molise. Torzi intanto ha continuato a macinare strade e titoli di giornali. Ora anche il carcere in Vaticano.
Buco nelle finanze vaticane. Conti bloccati a Perlasca e agli indagati dello scandalo
In principio non era Dio, ma fu la Time and life di Raffaele Mincione che nel 2012, per una cifra intorno ai 130 milioni di sterline, acquistò l'immobile al civico 60 di Sloane Avenue a Londra. Poi, con una serie di giravolte e transazioni che vanno dal 2013 al 2018, e con in mezzo anche soldi dell'Obolo di San Pietro, quei 130 milioni di sterline si sono moltiplicati come i pani e i pesci per diventare circa 350 milioni di euro, sborsati complessivamente dal Vaticano per entrare in possesso del palazzo che fu magazzino di Harrods.
Come è avvenuta questa miracolosa moltiplicazione, pagata anche con i soldi delle offerte per la carità? Dopo una serie di indagini, che erano culminate nell'irruzione dei gendarmi vaticani in Segreteria di Stato il primo ottobre 2019, venerdì in tarda serata «l'ufficio del promotore di Giustizia del tribunale vaticano, al termine dell'interrogatorio del signor Gianluigi Torzi, che era assistito dai propri legali di fiducia, ha spiccato nei suoi confronti mandato di cattura». Il broker molisano di stanza a Londra, dopo un lungo interrogatorio, viene trattenuto, comunica la sala stampa vaticana, «in appositi locali presso la caserma del corpo della gendarmeria», con l'accusa di «estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per i quali la legge vaticana prevede pene fino a 12 anni di reclusione». Ma ieri si è appreso che risultano indagati per peculato, in concorso con Torzi, Mincione e Fabrizio Tirabassi, responsabile dell'ufficio amministrativo della Terza loggia. Non solo, secondo il Corriere.it, su richiesta del promotore di Giustizia vaticano, la magistratura svizzera avrebbe sequestrato i conti di monsignor Alberto Perlasca, per molto tempo responsabile degli investimenti della segreteria di Stato, di Tirabassi e Torzi, quelli di Mincione e quelli di Ernico Crasso, gestore dell'Obolo di San Pietro.
All'origine c'è un investimento che risale al 2012, sono 200 milioni di euro investiti dalla segreteria di Stato nel fondo lussemburghese Athena capital global opportunities, del finanziere Mincione. Tra gli asset c'è anche l'immobile a Londra. Nel 2018 monsignor Edgar Pena Parra, venezuelano vicino a papa Francesco, subentrato a monsignor Angelo Becciu come responsabile degli Affari interni del Vaticano, decide di abbandonare Mincione anche perché il fondo dava continue perdite e la gestione era spericolata (a lui viene contestato di essersi appropriato, «convertendola in proprio profitto», di parte della liquidità investita nel fondo). A questo punto l'immobile entra in possesso della segreteria di Stato grazie all'intermediazione di Torzi e al versamento di ulteriori 40 milioni di euro a Mincione. Ma in questa operazione il broker molisano, con una sua società denominata Gutt sa, triangola il passaggio dell'immobile verso il Vaticano, ma avrebbe trattenuto, senza farlo sapere alla segreteria di Stato, 1.000 azioni della società (le uniche con diritto di voto), impedendo di fatto la piena disponibilità dell'immobile alla Santa Sede.
Nella ricostruzione dell'Adnkronos, basata sulle carte degli inquirenti, in seguito vi sarebbe stata una riunione partecipata anche da monsignor Parra, in cui Torzi si sarebbe detto disposto a cedere le 1.000 azioni «con un piccolo margine di guadagno, somma che in un successivo incontro venne quantificata in 3 milioni di euro». Ma le cose non sarebbero andate poi così lisce, visto che successivamente Torzi avrebbe giocato al rialzo, tirando in ballo il fatto «che somme di denaro erano state date o promesse anche ad altri» e che «Enrico Crasso, gestore delle finanze della segreteria di Stato attraverso Sogenel capital holding, e Fabrizio Tirabassi, qualche giorno prima in un incontro a Milano, gli avessero offerto 9 milioni di euro per cedere le azioni». L'escalation di Torzi però non sarebbe finita qui e sarebbe terminata con una transazione di 15 milioni di euro a suo favore, pagamento che secondo la Procura vaticana avrebbe consumato l'estorsione. A quanto pare, dopo una clamorosa offerta finale, caduta nel vuoto: ricomprare l'immobile per 300 milioni, ipotesi che avrebbe costituito reato di riciclaggio. I legali di Torzi comunque dichiarano che il broker «non ha mai agito contro gli interessi della Santa Sede» e il provvedimento di fermo sarebbe «frutto di un grosso malinteso». Intanto però tra le carte si apprende che i 15 milioni sarebbero addirittura una somma minore di quella richiesta, grazie alla mediazione di monsignor Mauro Carlino, già capo dell'ufficio informazione e documentazione e uno dei cinque dipendenti vaticani «sospesi» dopo l'operazione della gendarmeria del primo ottobre 2019. Il blitz, lo ricordiamo, era scattato dopo che a luglio 2019 lo Ior si era rifiutato di mettere i soldi richiesti dalla segreteria di Stato per chiudere l'operazione con i fondi lussemburghesi e aveva mandato tutta la documentazione alla magistratura.Secondo le ricostruzioni del Catholic news agency Fabrizio Tirabassi, che appunto risulta indagato per peculato, veniva «nominato direttore di una società di proprietà di Torzi mentre l'imprenditore stava finalizzando l'acquisto del Vaticano a Londra». Nei documenti citati, Tirabassi sarebbe stato nominato amministratore della Gutt sa nel novembre 2018 e rimosso dall'incarico il 27 dicembre dello stesso anno. In quei giorni, precisamente il 26 dicembre 2018, Torzi e la sua famiglia venne ricevuta in udienza dal Papa. E secondo l'Adnkronos c'è l'ipotesi che il ricatto sia avvenuto anche in presenza del Santo Padre.
Lo stesso broker avrebbe poi collegamenti con l'architetto Luciano Capaldo, amministratore di London 60 Sa Ltd, holding britannica di proprietà della segreteria di Stato e che controlla la proprietà in Sloane Avenue. Ebbene, Capaldo ha precedentemente ricoperto la carica di consigliere di amministrazione di diverse società in cui Torzi ha anche ricoperto il ruolo di amministratore o in cui le sue società hanno avuto interessi finanziari. Lo scandalo evidenzia una gestione quantomeno ingenua delle sacre casse e svela intrighi che la tanto declamata riforma della curia non ha estirpato. Sono molte le domande che restano: come sciogliere l'intricata rete di rapporti tra i forzieri vaticani: Apsa, Ior e segreteria di Stato? E il progetto del segretariato dell'economia, così come orientato dal cardinale George Pell, oggi scagionato dall'infamante accusa di abusi, ha potuto davvero essere realizzato?
«È la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro, non da fuori», aveva detto Francesco nel novembre 2019 sull'aereo di ritorno dal viaggio in Thailandia e Giappone. Ma aveva anche ammesso che la faccenda aveva l'odore della corruzione.
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Il manager molisano vanta rapporti trasversali. E provò a salvare l'istituto puglieseDopo l'arresto di Gianluigi Torzi, nell'inchiesta sul palazzo di Londra finisce anche lo storico banchiere della Santa Sede. Si indaga per estorsione, fatta in presenza di Francesco.Lo speciale contiene due articoliDai fertilizzanti dell'azienda di famiglia in Molise fino all'arresto in Vaticano, con l'accusa di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio. La storia di Gianluigi Torzi - rampante manager di appena 40 anni, che ora ne rischia 12 di carcere - è ancora tutta da scrivere. Con una rete di conoscenze a 360 gradi in ambito finanziario e politico, di centrodestra e centrosinistra, il raider molisano scrive nella sua biografia di vantare anche un posto nel board dell'Atlantic council. Si tratta del più importante think tank di relazioni internazionali e politica estera nel mondo con sede a Washington negli Stati Uniti, crocevia di ex presidenti e premier.Sigaro in bocca nella foto profilo di Twitter, Torzi si è fatto conoscere negli ultimi anni anche perché fu coinvolto di striscio nel tentativo di salvare la Popolare di Bari. A contattarlo nel dicembre del 2018 fu il banchiere rosso Vincenzo De Bustis che, disperato per la voragine nei conti dell'istituto di credito, chiese al broker del Molise di collocare un bond di 30 milioni di euro. I due si conoscevano sin dai tempi di Deutsche bank, ma poi alla fine, nonostante un viaggio a Londra di De Bustis, non se ne fece più nulla. Torzi rifiutò l'offerta. E in un'intervista al Sole 24 Ore dello scorso anno ha preso le distanze da Pop Bari. Eppure il suo nome ricomparve mesi dopo di nuovo sui quotidiani, sempre collegato alla banca pugliese. Il 12 aprile dello scorso anno, infatti, Torzi è stato citato in giudizio per frode commerciale davanti all'Alta corte di giustizia dell'Inghilterra e del Galles dalla compagnia assicurativa romana Net insurance, che vede tra i suoi azionisti Ibl Banca, Unicredit e la Algebris di Davide Serra. Proprio Net insurance sarebbe collegata a Naxos, la sicav gestita dalla società di Londra dove sempre De Bustis avrebbe dovuto sottoscrivere 51 milioni di euro. Su queste vicende indaga anche la magistratura italiana. Di sicuro De Bustis, ora indagato per falsa testimonianza nel crac dell'istituto di credito, sapeva che Torzi poteva essere l'uomo giusto con cui parlare. Del resto il broker è fondatore di Lighthouse group, che vanta 20 anni di esperienza in investimenti bancari e compravendite immobiliari. Ha buoni rapporti con un colosso internazionale come Ernst & Young, come dimostra l'indagine in Vaticano, dal momento che l'avvocato Michele Intendente è stato suo socio nell'affare di Sloane Avenue. Tanto che nel 2018, come scrive nella sua biografia, Lighthouse group, insieme ad altri investitori, ha acquisito una partecipazione in Jci-Capital, «la prima piattaforma pan-europea indipendente di gestione patrimoniale»: nell' advisory board di Jci siedono anche gli ex ministri Franco Frattini e Giulio Tremonti. Da sempre considerato vicino al Partito democratico, il suo nome saltò fuori nel 2015 in occasione di uno scandalo legato alla villa dell'ex presidente del Molise, Paolo Di Laura Frattura, vicinissimo all'ex premier Matteo Renzi. Il caso era stato sollevato anche dalla trasmissione Le Iene. In pratica dietro la mega villa sul lungomare di Termoli c'era il solito groviglio di società estere, tra cui anche quelle di Torzi, che aveva comprato la villa da un imprenditore in difficoltà economiche per poi rivenderla. Anche allora si parlò di immobili e soldi spariti, persino di serrature cambiate. Di Laura Frattura è stato poi archiviato da ogni accusa nel 2018 e ora sta organizzando la nuova costola di Italia Viva in Molise. Torzi intanto ha continuato a macinare strade e titoli di giornali. Ora anche il carcere in Vaticano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-broker-delle-mille-e-unagenda-da-popolare-di-bari-a-ernst-young-2646161972.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="buco-nelle-finanze-vaticane-conti-bloccati-a-perlasca-e-agli-indagati-dello-scandalo" data-post-id="2646161972" data-published-at="1591512872" data-use-pagination="False"> Buco nelle finanze vaticane. Conti bloccati a Perlasca e agli indagati dello scandalo In principio non era Dio, ma fu la Time and life di Raffaele Mincione che nel 2012, per una cifra intorno ai 130 milioni di sterline, acquistò l'immobile al civico 60 di Sloane Avenue a Londra. Poi, con una serie di giravolte e transazioni che vanno dal 2013 al 2018, e con in mezzo anche soldi dell'Obolo di San Pietro, quei 130 milioni di sterline si sono moltiplicati come i pani e i pesci per diventare circa 350 milioni di euro, sborsati complessivamente dal Vaticano per entrare in possesso del palazzo che fu magazzino di Harrods. Come è avvenuta questa miracolosa moltiplicazione, pagata anche con i soldi delle offerte per la carità? Dopo una serie di indagini, che erano culminate nell'irruzione dei gendarmi vaticani in Segreteria di Stato il primo ottobre 2019, venerdì in tarda serata «l'ufficio del promotore di Giustizia del tribunale vaticano, al termine dell'interrogatorio del signor Gianluigi Torzi, che era assistito dai propri legali di fiducia, ha spiccato nei suoi confronti mandato di cattura». Il broker molisano di stanza a Londra, dopo un lungo interrogatorio, viene trattenuto, comunica la sala stampa vaticana, «in appositi locali presso la caserma del corpo della gendarmeria», con l'accusa di «estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per i quali la legge vaticana prevede pene fino a 12 anni di reclusione». Ma ieri si è appreso che risultano indagati per peculato, in concorso con Torzi, Mincione e Fabrizio Tirabassi, responsabile dell'ufficio amministrativo della Terza loggia. Non solo, secondo il Corriere.it, su richiesta del promotore di Giustizia vaticano, la magistratura svizzera avrebbe sequestrato i conti di monsignor Alberto Perlasca, per molto tempo responsabile degli investimenti della segreteria di Stato, di Tirabassi e Torzi, quelli di Mincione e quelli di Ernico Crasso, gestore dell'Obolo di San Pietro. All'origine c'è un investimento che risale al 2012, sono 200 milioni di euro investiti dalla segreteria di Stato nel fondo lussemburghese Athena capital global opportunities, del finanziere Mincione. Tra gli asset c'è anche l'immobile a Londra. Nel 2018 monsignor Edgar Pena Parra, venezuelano vicino a papa Francesco, subentrato a monsignor Angelo Becciu come responsabile degli Affari interni del Vaticano, decide di abbandonare Mincione anche perché il fondo dava continue perdite e la gestione era spericolata (a lui viene contestato di essersi appropriato, «convertendola in proprio profitto», di parte della liquidità investita nel fondo). A questo punto l'immobile entra in possesso della segreteria di Stato grazie all'intermediazione di Torzi e al versamento di ulteriori 40 milioni di euro a Mincione. Ma in questa operazione il broker molisano, con una sua società denominata Gutt sa, triangola il passaggio dell'immobile verso il Vaticano, ma avrebbe trattenuto, senza farlo sapere alla segreteria di Stato, 1.000 azioni della società (le uniche con diritto di voto), impedendo di fatto la piena disponibilità dell'immobile alla Santa Sede. Nella ricostruzione dell'Adnkronos, basata sulle carte degli inquirenti, in seguito vi sarebbe stata una riunione partecipata anche da monsignor Parra, in cui Torzi si sarebbe detto disposto a cedere le 1.000 azioni «con un piccolo margine di guadagno, somma che in un successivo incontro venne quantificata in 3 milioni di euro». Ma le cose non sarebbero andate poi così lisce, visto che successivamente Torzi avrebbe giocato al rialzo, tirando in ballo il fatto «che somme di denaro erano state date o promesse anche ad altri» e che «Enrico Crasso, gestore delle finanze della segreteria di Stato attraverso Sogenel capital holding, e Fabrizio Tirabassi, qualche giorno prima in un incontro a Milano, gli avessero offerto 9 milioni di euro per cedere le azioni». L'escalation di Torzi però non sarebbe finita qui e sarebbe terminata con una transazione di 15 milioni di euro a suo favore, pagamento che secondo la Procura vaticana avrebbe consumato l'estorsione. A quanto pare, dopo una clamorosa offerta finale, caduta nel vuoto: ricomprare l'immobile per 300 milioni, ipotesi che avrebbe costituito reato di riciclaggio. I legali di Torzi comunque dichiarano che il broker «non ha mai agito contro gli interessi della Santa Sede» e il provvedimento di fermo sarebbe «frutto di un grosso malinteso». Intanto però tra le carte si apprende che i 15 milioni sarebbero addirittura una somma minore di quella richiesta, grazie alla mediazione di monsignor Mauro Carlino, già capo dell'ufficio informazione e documentazione e uno dei cinque dipendenti vaticani «sospesi» dopo l'operazione della gendarmeria del primo ottobre 2019. Il blitz, lo ricordiamo, era scattato dopo che a luglio 2019 lo Ior si era rifiutato di mettere i soldi richiesti dalla segreteria di Stato per chiudere l'operazione con i fondi lussemburghesi e aveva mandato tutta la documentazione alla magistratura.Secondo le ricostruzioni del Catholic news agency Fabrizio Tirabassi, che appunto risulta indagato per peculato, veniva «nominato direttore di una società di proprietà di Torzi mentre l'imprenditore stava finalizzando l'acquisto del Vaticano a Londra». Nei documenti citati, Tirabassi sarebbe stato nominato amministratore della Gutt sa nel novembre 2018 e rimosso dall'incarico il 27 dicembre dello stesso anno. In quei giorni, precisamente il 26 dicembre 2018, Torzi e la sua famiglia venne ricevuta in udienza dal Papa. E secondo l'Adnkronos c'è l'ipotesi che il ricatto sia avvenuto anche in presenza del Santo Padre. Lo stesso broker avrebbe poi collegamenti con l'architetto Luciano Capaldo, amministratore di London 60 Sa Ltd, holding britannica di proprietà della segreteria di Stato e che controlla la proprietà in Sloane Avenue. Ebbene, Capaldo ha precedentemente ricoperto la carica di consigliere di amministrazione di diverse società in cui Torzi ha anche ricoperto il ruolo di amministratore o in cui le sue società hanno avuto interessi finanziari. Lo scandalo evidenzia una gestione quantomeno ingenua delle sacre casse e svela intrighi che la tanto declamata riforma della curia non ha estirpato. Sono molte le domande che restano: come sciogliere l'intricata rete di rapporti tra i forzieri vaticani: Apsa, Ior e segreteria di Stato? E il progetto del segretariato dell'economia, così come orientato dal cardinale George Pell, oggi scagionato dall'infamante accusa di abusi, ha potuto davvero essere realizzato? «È la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro, non da fuori», aveva detto Francesco nel novembre 2019 sull'aereo di ritorno dal viaggio in Thailandia e Giappone. Ma aveva anche ammesso che la faccenda aveva l'odore della corruzione.
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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