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2020-06-07
La mega truffa londinese travolge il Vaticano. Il broker delle mille e un’agenda
da Popolare di Bari a Ernst & Young
Ansa
Dai fertilizzanti dell'azienda di famiglia in Molise fino all'arresto in Vaticano, con l'accusa di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio. La storia di Gianluigi Torzi - rampante manager di appena 40 anni, che ora ne rischia 12 di carcere - è ancora tutta da scrivere. Con una rete di conoscenze a 360 gradi in ambito finanziario e politico, di centrodestra e centrosinistra, il raider molisano scrive nella sua biografia di vantare anche un posto nel board dell'Atlantic council. Si tratta del più importante think tank di relazioni internazionali e politica estera nel mondo con sede a Washington negli Stati Uniti, crocevia di ex presidenti e premier.
Sigaro in bocca nella foto profilo di Twitter, Torzi si è fatto conoscere negli ultimi anni anche perché fu coinvolto di striscio nel tentativo di salvare la Popolare di Bari. A contattarlo nel dicembre del 2018 fu il banchiere rosso Vincenzo De Bustis che, disperato per la voragine nei conti dell'istituto di credito, chiese al broker del Molise di collocare un bond di 30 milioni di euro. I due si conoscevano sin dai tempi di Deutsche bank, ma poi alla fine, nonostante un viaggio a Londra di De Bustis, non se ne fece più nulla. Torzi rifiutò l'offerta. E in un'intervista al Sole 24 Ore dello scorso anno ha preso le distanze da Pop Bari. Eppure il suo nome ricomparve mesi dopo di nuovo sui quotidiani, sempre collegato alla banca pugliese. Il 12 aprile dello scorso anno, infatti, Torzi è stato citato in giudizio per frode commerciale davanti all'Alta corte di giustizia dell'Inghilterra e del Galles dalla compagnia assicurativa romana Net insurance, che vede tra i suoi azionisti Ibl Banca, Unicredit e la Algebris di Davide Serra. Proprio Net insurance sarebbe collegata a Naxos, la sicav gestita dalla società di Londra dove sempre De Bustis avrebbe dovuto sottoscrivere 51 milioni di euro. Su queste vicende indaga anche la magistratura italiana.
Di sicuro De Bustis, ora indagato per falsa testimonianza nel crac dell'istituto di credito, sapeva che Torzi poteva essere l'uomo giusto con cui parlare. Del resto il broker è fondatore di Lighthouse group, che vanta 20 anni di esperienza in investimenti bancari e compravendite immobiliari. Ha buoni rapporti con un colosso internazionale come Ernst & Young, come dimostra l'indagine in Vaticano, dal momento che l'avvocato Michele Intendente è stato suo socio nell'affare di Sloane Avenue. Tanto che nel 2018, come scrive nella sua biografia, Lighthouse group, insieme ad altri investitori, ha acquisito una partecipazione in Jci-Capital, «la prima piattaforma pan-europea indipendente di gestione patrimoniale»: nell' advisory board di Jci siedono anche gli ex ministri Franco Frattini e Giulio Tremonti.
Da sempre considerato vicino al Partito democratico, il suo nome saltò fuori nel 2015 in occasione di uno scandalo legato alla villa dell'ex presidente del Molise, Paolo Di Laura Frattura, vicinissimo all'ex premier Matteo Renzi. Il caso era stato sollevato anche dalla trasmissione Le Iene. In pratica dietro la mega villa sul lungomare di Termoli c'era il solito groviglio di società estere, tra cui anche quelle di Torzi, che aveva comprato la villa da un imprenditore in difficoltà economiche per poi rivenderla. Anche allora si parlò di immobili e soldi spariti, persino di serrature cambiate. Di Laura Frattura è stato poi archiviato da ogni accusa nel 2018 e ora sta organizzando la nuova costola di Italia Viva in Molise. Torzi intanto ha continuato a macinare strade e titoli di giornali. Ora anche il carcere in Vaticano.
Buco nelle finanze vaticane. Conti bloccati a Perlasca e agli indagati dello scandalo
In principio non era Dio, ma fu la Time and life di Raffaele Mincione che nel 2012, per una cifra intorno ai 130 milioni di sterline, acquistò l'immobile al civico 60 di Sloane Avenue a Londra. Poi, con una serie di giravolte e transazioni che vanno dal 2013 al 2018, e con in mezzo anche soldi dell'Obolo di San Pietro, quei 130 milioni di sterline si sono moltiplicati come i pani e i pesci per diventare circa 350 milioni di euro, sborsati complessivamente dal Vaticano per entrare in possesso del palazzo che fu magazzino di Harrods.
Come è avvenuta questa miracolosa moltiplicazione, pagata anche con i soldi delle offerte per la carità? Dopo una serie di indagini, che erano culminate nell'irruzione dei gendarmi vaticani in Segreteria di Stato il primo ottobre 2019, venerdì in tarda serata «l'ufficio del promotore di Giustizia del tribunale vaticano, al termine dell'interrogatorio del signor Gianluigi Torzi, che era assistito dai propri legali di fiducia, ha spiccato nei suoi confronti mandato di cattura». Il broker molisano di stanza a Londra, dopo un lungo interrogatorio, viene trattenuto, comunica la sala stampa vaticana, «in appositi locali presso la caserma del corpo della gendarmeria», con l'accusa di «estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per i quali la legge vaticana prevede pene fino a 12 anni di reclusione». Ma ieri si è appreso che risultano indagati per peculato, in concorso con Torzi, Mincione e Fabrizio Tirabassi, responsabile dell'ufficio amministrativo della Terza loggia. Non solo, secondo il Corriere.it, su richiesta del promotore di Giustizia vaticano, la magistratura svizzera avrebbe sequestrato i conti di monsignor Alberto Perlasca, per molto tempo responsabile degli investimenti della segreteria di Stato, di Tirabassi e Torzi, quelli di Mincione e quelli di Ernico Crasso, gestore dell'Obolo di San Pietro.
All'origine c'è un investimento che risale al 2012, sono 200 milioni di euro investiti dalla segreteria di Stato nel fondo lussemburghese Athena capital global opportunities, del finanziere Mincione. Tra gli asset c'è anche l'immobile a Londra. Nel 2018 monsignor Edgar Pena Parra, venezuelano vicino a papa Francesco, subentrato a monsignor Angelo Becciu come responsabile degli Affari interni del Vaticano, decide di abbandonare Mincione anche perché il fondo dava continue perdite e la gestione era spericolata (a lui viene contestato di essersi appropriato, «convertendola in proprio profitto», di parte della liquidità investita nel fondo). A questo punto l'immobile entra in possesso della segreteria di Stato grazie all'intermediazione di Torzi e al versamento di ulteriori 40 milioni di euro a Mincione. Ma in questa operazione il broker molisano, con una sua società denominata Gutt sa, triangola il passaggio dell'immobile verso il Vaticano, ma avrebbe trattenuto, senza farlo sapere alla segreteria di Stato, 1.000 azioni della società (le uniche con diritto di voto), impedendo di fatto la piena disponibilità dell'immobile alla Santa Sede.
Nella ricostruzione dell'Adnkronos, basata sulle carte degli inquirenti, in seguito vi sarebbe stata una riunione partecipata anche da monsignor Parra, in cui Torzi si sarebbe detto disposto a cedere le 1.000 azioni «con un piccolo margine di guadagno, somma che in un successivo incontro venne quantificata in 3 milioni di euro». Ma le cose non sarebbero andate poi così lisce, visto che successivamente Torzi avrebbe giocato al rialzo, tirando in ballo il fatto «che somme di denaro erano state date o promesse anche ad altri» e che «Enrico Crasso, gestore delle finanze della segreteria di Stato attraverso Sogenel capital holding, e Fabrizio Tirabassi, qualche giorno prima in un incontro a Milano, gli avessero offerto 9 milioni di euro per cedere le azioni». L'escalation di Torzi però non sarebbe finita qui e sarebbe terminata con una transazione di 15 milioni di euro a suo favore, pagamento che secondo la Procura vaticana avrebbe consumato l'estorsione. A quanto pare, dopo una clamorosa offerta finale, caduta nel vuoto: ricomprare l'immobile per 300 milioni, ipotesi che avrebbe costituito reato di riciclaggio. I legali di Torzi comunque dichiarano che il broker «non ha mai agito contro gli interessi della Santa Sede» e il provvedimento di fermo sarebbe «frutto di un grosso malinteso». Intanto però tra le carte si apprende che i 15 milioni sarebbero addirittura una somma minore di quella richiesta, grazie alla mediazione di monsignor Mauro Carlino, già capo dell'ufficio informazione e documentazione e uno dei cinque dipendenti vaticani «sospesi» dopo l'operazione della gendarmeria del primo ottobre 2019. Il blitz, lo ricordiamo, era scattato dopo che a luglio 2019 lo Ior si era rifiutato di mettere i soldi richiesti dalla segreteria di Stato per chiudere l'operazione con i fondi lussemburghesi e aveva mandato tutta la documentazione alla magistratura.Secondo le ricostruzioni del Catholic news agency Fabrizio Tirabassi, che appunto risulta indagato per peculato, veniva «nominato direttore di una società di proprietà di Torzi mentre l'imprenditore stava finalizzando l'acquisto del Vaticano a Londra». Nei documenti citati, Tirabassi sarebbe stato nominato amministratore della Gutt sa nel novembre 2018 e rimosso dall'incarico il 27 dicembre dello stesso anno. In quei giorni, precisamente il 26 dicembre 2018, Torzi e la sua famiglia venne ricevuta in udienza dal Papa. E secondo l'Adnkronos c'è l'ipotesi che il ricatto sia avvenuto anche in presenza del Santo Padre.
Lo stesso broker avrebbe poi collegamenti con l'architetto Luciano Capaldo, amministratore di London 60 Sa Ltd, holding britannica di proprietà della segreteria di Stato e che controlla la proprietà in Sloane Avenue. Ebbene, Capaldo ha precedentemente ricoperto la carica di consigliere di amministrazione di diverse società in cui Torzi ha anche ricoperto il ruolo di amministratore o in cui le sue società hanno avuto interessi finanziari. Lo scandalo evidenzia una gestione quantomeno ingenua delle sacre casse e svela intrighi che la tanto declamata riforma della curia non ha estirpato. Sono molte le domande che restano: come sciogliere l'intricata rete di rapporti tra i forzieri vaticani: Apsa, Ior e segreteria di Stato? E il progetto del segretariato dell'economia, così come orientato dal cardinale George Pell, oggi scagionato dall'infamante accusa di abusi, ha potuto davvero essere realizzato?
«È la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro, non da fuori», aveva detto Francesco nel novembre 2019 sull'aereo di ritorno dal viaggio in Thailandia e Giappone. Ma aveva anche ammesso che la faccenda aveva l'odore della corruzione.
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Il manager molisano vanta rapporti trasversali. E provò a salvare l'istituto puglieseDopo l'arresto di Gianluigi Torzi, nell'inchiesta sul palazzo di Londra finisce anche lo storico banchiere della Santa Sede. Si indaga per estorsione, fatta in presenza di Francesco.Lo speciale contiene due articoliDai fertilizzanti dell'azienda di famiglia in Molise fino all'arresto in Vaticano, con l'accusa di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio. La storia di Gianluigi Torzi - rampante manager di appena 40 anni, che ora ne rischia 12 di carcere - è ancora tutta da scrivere. Con una rete di conoscenze a 360 gradi in ambito finanziario e politico, di centrodestra e centrosinistra, il raider molisano scrive nella sua biografia di vantare anche un posto nel board dell'Atlantic council. Si tratta del più importante think tank di relazioni internazionali e politica estera nel mondo con sede a Washington negli Stati Uniti, crocevia di ex presidenti e premier.Sigaro in bocca nella foto profilo di Twitter, Torzi si è fatto conoscere negli ultimi anni anche perché fu coinvolto di striscio nel tentativo di salvare la Popolare di Bari. A contattarlo nel dicembre del 2018 fu il banchiere rosso Vincenzo De Bustis che, disperato per la voragine nei conti dell'istituto di credito, chiese al broker del Molise di collocare un bond di 30 milioni di euro. I due si conoscevano sin dai tempi di Deutsche bank, ma poi alla fine, nonostante un viaggio a Londra di De Bustis, non se ne fece più nulla. Torzi rifiutò l'offerta. E in un'intervista al Sole 24 Ore dello scorso anno ha preso le distanze da Pop Bari. Eppure il suo nome ricomparve mesi dopo di nuovo sui quotidiani, sempre collegato alla banca pugliese. Il 12 aprile dello scorso anno, infatti, Torzi è stato citato in giudizio per frode commerciale davanti all'Alta corte di giustizia dell'Inghilterra e del Galles dalla compagnia assicurativa romana Net insurance, che vede tra i suoi azionisti Ibl Banca, Unicredit e la Algebris di Davide Serra. Proprio Net insurance sarebbe collegata a Naxos, la sicav gestita dalla società di Londra dove sempre De Bustis avrebbe dovuto sottoscrivere 51 milioni di euro. Su queste vicende indaga anche la magistratura italiana. Di sicuro De Bustis, ora indagato per falsa testimonianza nel crac dell'istituto di credito, sapeva che Torzi poteva essere l'uomo giusto con cui parlare. Del resto il broker è fondatore di Lighthouse group, che vanta 20 anni di esperienza in investimenti bancari e compravendite immobiliari. Ha buoni rapporti con un colosso internazionale come Ernst & Young, come dimostra l'indagine in Vaticano, dal momento che l'avvocato Michele Intendente è stato suo socio nell'affare di Sloane Avenue. Tanto che nel 2018, come scrive nella sua biografia, Lighthouse group, insieme ad altri investitori, ha acquisito una partecipazione in Jci-Capital, «la prima piattaforma pan-europea indipendente di gestione patrimoniale»: nell' advisory board di Jci siedono anche gli ex ministri Franco Frattini e Giulio Tremonti. Da sempre considerato vicino al Partito democratico, il suo nome saltò fuori nel 2015 in occasione di uno scandalo legato alla villa dell'ex presidente del Molise, Paolo Di Laura Frattura, vicinissimo all'ex premier Matteo Renzi. Il caso era stato sollevato anche dalla trasmissione Le Iene. In pratica dietro la mega villa sul lungomare di Termoli c'era il solito groviglio di società estere, tra cui anche quelle di Torzi, che aveva comprato la villa da un imprenditore in difficoltà economiche per poi rivenderla. Anche allora si parlò di immobili e soldi spariti, persino di serrature cambiate. Di Laura Frattura è stato poi archiviato da ogni accusa nel 2018 e ora sta organizzando la nuova costola di Italia Viva in Molise. Torzi intanto ha continuato a macinare strade e titoli di giornali. Ora anche il carcere in Vaticano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-broker-delle-mille-e-unagenda-da-popolare-di-bari-a-ernst-young-2646161972.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="buco-nelle-finanze-vaticane-conti-bloccati-a-perlasca-e-agli-indagati-dello-scandalo" data-post-id="2646161972" data-published-at="1591512872" data-use-pagination="False"> Buco nelle finanze vaticane. Conti bloccati a Perlasca e agli indagati dello scandalo In principio non era Dio, ma fu la Time and life di Raffaele Mincione che nel 2012, per una cifra intorno ai 130 milioni di sterline, acquistò l'immobile al civico 60 di Sloane Avenue a Londra. Poi, con una serie di giravolte e transazioni che vanno dal 2013 al 2018, e con in mezzo anche soldi dell'Obolo di San Pietro, quei 130 milioni di sterline si sono moltiplicati come i pani e i pesci per diventare circa 350 milioni di euro, sborsati complessivamente dal Vaticano per entrare in possesso del palazzo che fu magazzino di Harrods. Come è avvenuta questa miracolosa moltiplicazione, pagata anche con i soldi delle offerte per la carità? Dopo una serie di indagini, che erano culminate nell'irruzione dei gendarmi vaticani in Segreteria di Stato il primo ottobre 2019, venerdì in tarda serata «l'ufficio del promotore di Giustizia del tribunale vaticano, al termine dell'interrogatorio del signor Gianluigi Torzi, che era assistito dai propri legali di fiducia, ha spiccato nei suoi confronti mandato di cattura». Il broker molisano di stanza a Londra, dopo un lungo interrogatorio, viene trattenuto, comunica la sala stampa vaticana, «in appositi locali presso la caserma del corpo della gendarmeria», con l'accusa di «estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per i quali la legge vaticana prevede pene fino a 12 anni di reclusione». Ma ieri si è appreso che risultano indagati per peculato, in concorso con Torzi, Mincione e Fabrizio Tirabassi, responsabile dell'ufficio amministrativo della Terza loggia. Non solo, secondo il Corriere.it, su richiesta del promotore di Giustizia vaticano, la magistratura svizzera avrebbe sequestrato i conti di monsignor Alberto Perlasca, per molto tempo responsabile degli investimenti della segreteria di Stato, di Tirabassi e Torzi, quelli di Mincione e quelli di Ernico Crasso, gestore dell'Obolo di San Pietro. All'origine c'è un investimento che risale al 2012, sono 200 milioni di euro investiti dalla segreteria di Stato nel fondo lussemburghese Athena capital global opportunities, del finanziere Mincione. Tra gli asset c'è anche l'immobile a Londra. Nel 2018 monsignor Edgar Pena Parra, venezuelano vicino a papa Francesco, subentrato a monsignor Angelo Becciu come responsabile degli Affari interni del Vaticano, decide di abbandonare Mincione anche perché il fondo dava continue perdite e la gestione era spericolata (a lui viene contestato di essersi appropriato, «convertendola in proprio profitto», di parte della liquidità investita nel fondo). A questo punto l'immobile entra in possesso della segreteria di Stato grazie all'intermediazione di Torzi e al versamento di ulteriori 40 milioni di euro a Mincione. Ma in questa operazione il broker molisano, con una sua società denominata Gutt sa, triangola il passaggio dell'immobile verso il Vaticano, ma avrebbe trattenuto, senza farlo sapere alla segreteria di Stato, 1.000 azioni della società (le uniche con diritto di voto), impedendo di fatto la piena disponibilità dell'immobile alla Santa Sede. Nella ricostruzione dell'Adnkronos, basata sulle carte degli inquirenti, in seguito vi sarebbe stata una riunione partecipata anche da monsignor Parra, in cui Torzi si sarebbe detto disposto a cedere le 1.000 azioni «con un piccolo margine di guadagno, somma che in un successivo incontro venne quantificata in 3 milioni di euro». Ma le cose non sarebbero andate poi così lisce, visto che successivamente Torzi avrebbe giocato al rialzo, tirando in ballo il fatto «che somme di denaro erano state date o promesse anche ad altri» e che «Enrico Crasso, gestore delle finanze della segreteria di Stato attraverso Sogenel capital holding, e Fabrizio Tirabassi, qualche giorno prima in un incontro a Milano, gli avessero offerto 9 milioni di euro per cedere le azioni». L'escalation di Torzi però non sarebbe finita qui e sarebbe terminata con una transazione di 15 milioni di euro a suo favore, pagamento che secondo la Procura vaticana avrebbe consumato l'estorsione. A quanto pare, dopo una clamorosa offerta finale, caduta nel vuoto: ricomprare l'immobile per 300 milioni, ipotesi che avrebbe costituito reato di riciclaggio. I legali di Torzi comunque dichiarano che il broker «non ha mai agito contro gli interessi della Santa Sede» e il provvedimento di fermo sarebbe «frutto di un grosso malinteso». Intanto però tra le carte si apprende che i 15 milioni sarebbero addirittura una somma minore di quella richiesta, grazie alla mediazione di monsignor Mauro Carlino, già capo dell'ufficio informazione e documentazione e uno dei cinque dipendenti vaticani «sospesi» dopo l'operazione della gendarmeria del primo ottobre 2019. Il blitz, lo ricordiamo, era scattato dopo che a luglio 2019 lo Ior si era rifiutato di mettere i soldi richiesti dalla segreteria di Stato per chiudere l'operazione con i fondi lussemburghesi e aveva mandato tutta la documentazione alla magistratura.Secondo le ricostruzioni del Catholic news agency Fabrizio Tirabassi, che appunto risulta indagato per peculato, veniva «nominato direttore di una società di proprietà di Torzi mentre l'imprenditore stava finalizzando l'acquisto del Vaticano a Londra». Nei documenti citati, Tirabassi sarebbe stato nominato amministratore della Gutt sa nel novembre 2018 e rimosso dall'incarico il 27 dicembre dello stesso anno. In quei giorni, precisamente il 26 dicembre 2018, Torzi e la sua famiglia venne ricevuta in udienza dal Papa. E secondo l'Adnkronos c'è l'ipotesi che il ricatto sia avvenuto anche in presenza del Santo Padre. Lo stesso broker avrebbe poi collegamenti con l'architetto Luciano Capaldo, amministratore di London 60 Sa Ltd, holding britannica di proprietà della segreteria di Stato e che controlla la proprietà in Sloane Avenue. Ebbene, Capaldo ha precedentemente ricoperto la carica di consigliere di amministrazione di diverse società in cui Torzi ha anche ricoperto il ruolo di amministratore o in cui le sue società hanno avuto interessi finanziari. Lo scandalo evidenzia una gestione quantomeno ingenua delle sacre casse e svela intrighi che la tanto declamata riforma della curia non ha estirpato. Sono molte le domande che restano: come sciogliere l'intricata rete di rapporti tra i forzieri vaticani: Apsa, Ior e segreteria di Stato? E il progetto del segretariato dell'economia, così come orientato dal cardinale George Pell, oggi scagionato dall'infamante accusa di abusi, ha potuto davvero essere realizzato? «È la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro, non da fuori», aveva detto Francesco nel novembre 2019 sull'aereo di ritorno dal viaggio in Thailandia e Giappone. Ma aveva anche ammesso che la faccenda aveva l'odore della corruzione.
Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Nella notte tra il 18 e il 19 giugno il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 133 droni ucraini nelle regioni di Belgorod, Bryansk, Kaluga, Kursk, Voronezh, Oryol, Smolensk, Tula, Rostov e Ryazan, oltre che nell’area di Mosca, in Crimea e sul Mar Nero. L’attacco è arrivato dopo la più grande offensiva con droni contro la capitale russa dall’inizio della guerra, che ha colpito la raffineria di petrolio di Mosca provocando danni e disagi al traffico aereo. La risposta russa è arrivata con bombardamenti su Kharkiv, città che continua a essere uno degli obiettivi principali delle offensive del Cremlino. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivolto un duro avvertimento ad Alexander Lukashenko, accusando la Bielorussia di mantenere lungo il confine sistemi utilizzati per correggere il tiro contro il territorio ucraino. «Concedo una settimana di tempo perché vengano ritirati. In caso contrario, provvederemo noi stessi», ha dichiarato il presidente ucraino.
Mentre sul terreno proseguono gli scontri, sul piano diplomatico iniziano a emergere segnali di possibili sviluppi. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato di avere la sensazione che gli Stati Uniti possano modificare nuovamente il loro approccio alla guerra in Ucraina. Pur riconoscendo che Washington continua a sostenere militarmente Kiev attraverso sanzioni e programmi di assistenza, Lavrov ha lasciato intendere che qualcosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Le sue parole arrivano mentre The Economist rivela l’esistenza di colloqui informali tra rappresentanti ucraini e figure vicine al presidente americano Donald Trump. Secondo il settimanale britannico, tra le ipotesi allo studio vi sarebbe un piano di pace articolato in due fasi. La prima prevederebbe il congelamento delle ostilità lungo l’attuale linea del fronte con la creazione di una fascia di sicurezza profonda tra cinquanta e settanta chilometri. Solo in una fase successiva si aprirebbe il negoziato sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza.
Secondo la stessa ricostruzione sarebbero ripresi anche contatti informali con Mosca. Tuttavia Kiev mantiene un forte scetticismo. Un alto funzionario ucraino ha dichiarato che il Cremlino potrebbe preferire prendere tempo almeno fino all’autunno e forse addirittura fino alla prossima primavera. Mosca continua a sostenere che qualsiasi trattativa dovrà svolgersi nello «spirito di Anchorage», facendo riferimento agli accordi discussi durante l’incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska nell’agosto 2025. Secondo la posizione russa, un’intesa dovrebbe prevedere il riconoscimento del controllo di Mosca sulla Crimea e sui territori occupati nelle regioni di Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia.
Anche il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha affrontato il tema dei negoziati, criticando l’atteggiamento europeo. Secondo Peskov, Bruxelles e le principali capitali occidentali commettono un errore nel ritenere di poter trattare con la Russia da una posizione di forza. Mosca, ha spiegato, resta disponibile al dialogo ma soltanto a condizione che vengano abbandonati ultimatum e pressioni politiche. Proprio sul tema del dialogo con Mosca stanno emergendo divisioni all’interno dell’Unione europea. Secondo Politico, durante il vertice notturno di Bruxelles il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz avrebbero contestato l’iniziativa del presidente del Consiglio Europeo António Costa volta ad aprire un canale di dialogo con la Russia in vista di eventuali negoziati di pace. Secondo le indiscrezioni, alcuni leader europei hanno definito la proposta prematura e non coordinata, mentre altri hanno sostenuto la necessità di mantenere aperti i contatti diplomatici con il Cremlino.
Ursula von der Leyen ha dichiarato che «prima o poi la Russia dovrà sedersi al tavolo dei negoziati, anche grazie alla pressione delle sanzioni europee». Il presidente della Commissione europea ha aggiunto che, quando si aprirà una reale prospettiva di dialogo, sarà essenziale che l’Unione europea si presenti con una posizione unitaria nei confronti di Putin, commentando l’ipotesi di un canale di comunicazione con Mosca avanzata dal presidente del Consiglio europeo. In questo contesto Lavrov ha rilanciato l’allarme sul rischio di uno scontro diretto tra Russia e Nato. In un’intervista diffusa dal ministero degli Esteri russo, il capo della diplomazia ha avvertito che un confronto militare aperto tra le due potenze potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari dalle conseguenze catastrofiche. Lavrov ha inoltre criticato il rafforzamento delle capacità militari europee e il progetto francese di estendere il proprio ombrello nucleare ad altri Paesi dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Nel frattempo Donald Trump, nella «famosa» intervista a La7, ha ribadito: «Gli Usa vogliono soltanto la pace e non sono coinvolti nel percorso di adesione dell’Ucraina all’Ue».
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Il direttore Maurizio Belpietro durante l'evento dello scorso anno. Nel riquadro la locandina della terza edizione de «Il giorno de La Verità», in programma martedì 23 giugno a Roma
Praticamente tutti i ministri in carica, e i protagonisti di questo momento storico, attraverso speech e interviste esclusive parleranno di economia, politica, difesa e sicurezza, sostenibilità energetica, agroalimentare, lavoro e formazione. L’obiettivo è sempre il solito: mettere nel mirino i nodi cruciali dell’agenda politica nazionale e internazionale mentre però è ancora in corso la guerra tra Russia e Ucraina e l’intesa sulla pace tra gli Usa e Iran appare meno solida di quanto si vorrebbe.
Per la prima volta, un leader dell’opposizione si confronterà con Belpietro nella splendida cornice dell’Acquario romano, lo storico edificio di fine Ottocento a due passi dalla stazione Termini, sede della Casa dell’architettura. La chiusura, come nella scorsa edizione, sarà riservata al faccia a faccia tra Belpietro e il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. L’intero evento, costituito da una serie di panel tematici, si potrà seguire in diretta sui nostri canali social e sul sito Web della Verità.
Ad aprire le danze per sviluppare il tema «Una nuova Primav(era)», intervistato sempre da Belpietro, sarà Giuseppe Conte, il leader del M5s già al lavoro nel campo largo in vista delle prossime elezioni politiche.
Delle sfide sulla sicurezza si parlerà nel secondo panel della giornata, con l’intervento dal ministro della Difesa Guido Crosetto. A seguire, lo spazio dedicato all’economia dove sarà protagonista il ministro Giancarlo Giorgetti.
Si guarderà poi in avanti con «La fabbrica del futuro», spazio dedicato alla competitività nella rivoluzione digitale italiana, dove si confronteranno, con la conduzione del vicedirettore della Verità Giuliano Zulin, Georg Gufler, chief executive officer di Doppelmayr Italy, Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Flash entertainment, Stefano Paggi, chief technology e operation officer di Fibercop, Marco Gay, presidente dell’Unione industriali di Torino, e i rappresentanti di Autostrade per l’Italia e Fs.
È intitolato «Il tesoro d’Italia» il panel dedicato a cibo, filiere e sovranità in cui il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, spiegherà quale sarà la sfida per nutrire il futuro. Con la conduzione del condirettore del nostro quotidiano, Massimo de’ Manzoni, nello stesso spazio è previsto l’intervento di Federico Vecchioni, ceo di BF.
Altro argomento di grande attualità e partita decisiva per l’Europa è «L’energia del potere», panel in cui si confronteranno Riccardo Toto, direttore generaledi Renexia, Edoardo Antonio De Luca, head of central affairs di Enel, Lorenzo Fiorillo, director technology, R&D/Digital Eni, Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale Simest.
Seguirà l’intervista a Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.
Nello spazio condotto dalla giornalista Rai Manuela Moreno, «Le reti della sovranità», si parlerà di infrastrutture, investimenti e sicurezza energetica nell’era delle crisi. Interverranno Acea, Andrea Giordano, chief infrastructure officer di Adr, Lorenzo Giussani, direttore strategy and growth di A2a.
Inevitabile un focus sul «Lavoro che cambia», con salari, contratti, formazione e occupazione. La domanda cruciale è come alimentare lo sviluppo davanti alla grande trasformazione del mercato. Risponderà nella sua intervista il ministro del Lavoro Elvira Calderone.
Quindi gli interventi di Andrea Stazi, professore di Diritto comparato e Diritto delle nuove tecnologie all’Università San Raffaele di Roma, Rosario Rasizza, ceo di Openjobmetis e presidente di Assosomm, e di Daniele Grassucci, direttore di skuola.net.
Concluderà i lavori, come nella scorsa edizione, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, intervistata in esclusiva dal direttore Belpietro, oltre al bilancio del suo governo, potrà anticipare i prossimi passi in agenda per chiudere la sua legislatura tra le richieste dei cittadini, la campagna elettorale già iniziata, i sondaggi e il programma della coalizione di centrodestra «incalzata» dal neo Futuro nazionale dell’ex generale Roberto Vannacci.
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