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2020-06-07
La mega truffa londinese travolge il Vaticano. Il broker delle mille e un’agenda
da Popolare di Bari a Ernst & Young
Ansa
Dai fertilizzanti dell'azienda di famiglia in Molise fino all'arresto in Vaticano, con l'accusa di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio. La storia di Gianluigi Torzi - rampante manager di appena 40 anni, che ora ne rischia 12 di carcere - è ancora tutta da scrivere. Con una rete di conoscenze a 360 gradi in ambito finanziario e politico, di centrodestra e centrosinistra, il raider molisano scrive nella sua biografia di vantare anche un posto nel board dell'Atlantic council. Si tratta del più importante think tank di relazioni internazionali e politica estera nel mondo con sede a Washington negli Stati Uniti, crocevia di ex presidenti e premier.
Sigaro in bocca nella foto profilo di Twitter, Torzi si è fatto conoscere negli ultimi anni anche perché fu coinvolto di striscio nel tentativo di salvare la Popolare di Bari. A contattarlo nel dicembre del 2018 fu il banchiere rosso Vincenzo De Bustis che, disperato per la voragine nei conti dell'istituto di credito, chiese al broker del Molise di collocare un bond di 30 milioni di euro. I due si conoscevano sin dai tempi di Deutsche bank, ma poi alla fine, nonostante un viaggio a Londra di De Bustis, non se ne fece più nulla. Torzi rifiutò l'offerta. E in un'intervista al Sole 24 Ore dello scorso anno ha preso le distanze da Pop Bari. Eppure il suo nome ricomparve mesi dopo di nuovo sui quotidiani, sempre collegato alla banca pugliese. Il 12 aprile dello scorso anno, infatti, Torzi è stato citato in giudizio per frode commerciale davanti all'Alta corte di giustizia dell'Inghilterra e del Galles dalla compagnia assicurativa romana Net insurance, che vede tra i suoi azionisti Ibl Banca, Unicredit e la Algebris di Davide Serra. Proprio Net insurance sarebbe collegata a Naxos, la sicav gestita dalla società di Londra dove sempre De Bustis avrebbe dovuto sottoscrivere 51 milioni di euro. Su queste vicende indaga anche la magistratura italiana.
Di sicuro De Bustis, ora indagato per falsa testimonianza nel crac dell'istituto di credito, sapeva che Torzi poteva essere l'uomo giusto con cui parlare. Del resto il broker è fondatore di Lighthouse group, che vanta 20 anni di esperienza in investimenti bancari e compravendite immobiliari. Ha buoni rapporti con un colosso internazionale come Ernst & Young, come dimostra l'indagine in Vaticano, dal momento che l'avvocato Michele Intendente è stato suo socio nell'affare di Sloane Avenue. Tanto che nel 2018, come scrive nella sua biografia, Lighthouse group, insieme ad altri investitori, ha acquisito una partecipazione in Jci-Capital, «la prima piattaforma pan-europea indipendente di gestione patrimoniale»: nell' advisory board di Jci siedono anche gli ex ministri Franco Frattini e Giulio Tremonti.
Da sempre considerato vicino al Partito democratico, il suo nome saltò fuori nel 2015 in occasione di uno scandalo legato alla villa dell'ex presidente del Molise, Paolo Di Laura Frattura, vicinissimo all'ex premier Matteo Renzi. Il caso era stato sollevato anche dalla trasmissione Le Iene. In pratica dietro la mega villa sul lungomare di Termoli c'era il solito groviglio di società estere, tra cui anche quelle di Torzi, che aveva comprato la villa da un imprenditore in difficoltà economiche per poi rivenderla. Anche allora si parlò di immobili e soldi spariti, persino di serrature cambiate. Di Laura Frattura è stato poi archiviato da ogni accusa nel 2018 e ora sta organizzando la nuova costola di Italia Viva in Molise. Torzi intanto ha continuato a macinare strade e titoli di giornali. Ora anche il carcere in Vaticano.
Buco nelle finanze vaticane. Conti bloccati a Perlasca e agli indagati dello scandalo
In principio non era Dio, ma fu la Time and life di Raffaele Mincione che nel 2012, per una cifra intorno ai 130 milioni di sterline, acquistò l'immobile al civico 60 di Sloane Avenue a Londra. Poi, con una serie di giravolte e transazioni che vanno dal 2013 al 2018, e con in mezzo anche soldi dell'Obolo di San Pietro, quei 130 milioni di sterline si sono moltiplicati come i pani e i pesci per diventare circa 350 milioni di euro, sborsati complessivamente dal Vaticano per entrare in possesso del palazzo che fu magazzino di Harrods.
Come è avvenuta questa miracolosa moltiplicazione, pagata anche con i soldi delle offerte per la carità? Dopo una serie di indagini, che erano culminate nell'irruzione dei gendarmi vaticani in Segreteria di Stato il primo ottobre 2019, venerdì in tarda serata «l'ufficio del promotore di Giustizia del tribunale vaticano, al termine dell'interrogatorio del signor Gianluigi Torzi, che era assistito dai propri legali di fiducia, ha spiccato nei suoi confronti mandato di cattura». Il broker molisano di stanza a Londra, dopo un lungo interrogatorio, viene trattenuto, comunica la sala stampa vaticana, «in appositi locali presso la caserma del corpo della gendarmeria», con l'accusa di «estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per i quali la legge vaticana prevede pene fino a 12 anni di reclusione». Ma ieri si è appreso che risultano indagati per peculato, in concorso con Torzi, Mincione e Fabrizio Tirabassi, responsabile dell'ufficio amministrativo della Terza loggia. Non solo, secondo il Corriere.it, su richiesta del promotore di Giustizia vaticano, la magistratura svizzera avrebbe sequestrato i conti di monsignor Alberto Perlasca, per molto tempo responsabile degli investimenti della segreteria di Stato, di Tirabassi e Torzi, quelli di Mincione e quelli di Ernico Crasso, gestore dell'Obolo di San Pietro.
All'origine c'è un investimento che risale al 2012, sono 200 milioni di euro investiti dalla segreteria di Stato nel fondo lussemburghese Athena capital global opportunities, del finanziere Mincione. Tra gli asset c'è anche l'immobile a Londra. Nel 2018 monsignor Edgar Pena Parra, venezuelano vicino a papa Francesco, subentrato a monsignor Angelo Becciu come responsabile degli Affari interni del Vaticano, decide di abbandonare Mincione anche perché il fondo dava continue perdite e la gestione era spericolata (a lui viene contestato di essersi appropriato, «convertendola in proprio profitto», di parte della liquidità investita nel fondo). A questo punto l'immobile entra in possesso della segreteria di Stato grazie all'intermediazione di Torzi e al versamento di ulteriori 40 milioni di euro a Mincione. Ma in questa operazione il broker molisano, con una sua società denominata Gutt sa, triangola il passaggio dell'immobile verso il Vaticano, ma avrebbe trattenuto, senza farlo sapere alla segreteria di Stato, 1.000 azioni della società (le uniche con diritto di voto), impedendo di fatto la piena disponibilità dell'immobile alla Santa Sede.
Nella ricostruzione dell'Adnkronos, basata sulle carte degli inquirenti, in seguito vi sarebbe stata una riunione partecipata anche da monsignor Parra, in cui Torzi si sarebbe detto disposto a cedere le 1.000 azioni «con un piccolo margine di guadagno, somma che in un successivo incontro venne quantificata in 3 milioni di euro». Ma le cose non sarebbero andate poi così lisce, visto che successivamente Torzi avrebbe giocato al rialzo, tirando in ballo il fatto «che somme di denaro erano state date o promesse anche ad altri» e che «Enrico Crasso, gestore delle finanze della segreteria di Stato attraverso Sogenel capital holding, e Fabrizio Tirabassi, qualche giorno prima in un incontro a Milano, gli avessero offerto 9 milioni di euro per cedere le azioni». L'escalation di Torzi però non sarebbe finita qui e sarebbe terminata con una transazione di 15 milioni di euro a suo favore, pagamento che secondo la Procura vaticana avrebbe consumato l'estorsione. A quanto pare, dopo una clamorosa offerta finale, caduta nel vuoto: ricomprare l'immobile per 300 milioni, ipotesi che avrebbe costituito reato di riciclaggio. I legali di Torzi comunque dichiarano che il broker «non ha mai agito contro gli interessi della Santa Sede» e il provvedimento di fermo sarebbe «frutto di un grosso malinteso». Intanto però tra le carte si apprende che i 15 milioni sarebbero addirittura una somma minore di quella richiesta, grazie alla mediazione di monsignor Mauro Carlino, già capo dell'ufficio informazione e documentazione e uno dei cinque dipendenti vaticani «sospesi» dopo l'operazione della gendarmeria del primo ottobre 2019. Il blitz, lo ricordiamo, era scattato dopo che a luglio 2019 lo Ior si era rifiutato di mettere i soldi richiesti dalla segreteria di Stato per chiudere l'operazione con i fondi lussemburghesi e aveva mandato tutta la documentazione alla magistratura.Secondo le ricostruzioni del Catholic news agency Fabrizio Tirabassi, che appunto risulta indagato per peculato, veniva «nominato direttore di una società di proprietà di Torzi mentre l'imprenditore stava finalizzando l'acquisto del Vaticano a Londra». Nei documenti citati, Tirabassi sarebbe stato nominato amministratore della Gutt sa nel novembre 2018 e rimosso dall'incarico il 27 dicembre dello stesso anno. In quei giorni, precisamente il 26 dicembre 2018, Torzi e la sua famiglia venne ricevuta in udienza dal Papa. E secondo l'Adnkronos c'è l'ipotesi che il ricatto sia avvenuto anche in presenza del Santo Padre.
Lo stesso broker avrebbe poi collegamenti con l'architetto Luciano Capaldo, amministratore di London 60 Sa Ltd, holding britannica di proprietà della segreteria di Stato e che controlla la proprietà in Sloane Avenue. Ebbene, Capaldo ha precedentemente ricoperto la carica di consigliere di amministrazione di diverse società in cui Torzi ha anche ricoperto il ruolo di amministratore o in cui le sue società hanno avuto interessi finanziari. Lo scandalo evidenzia una gestione quantomeno ingenua delle sacre casse e svela intrighi che la tanto declamata riforma della curia non ha estirpato. Sono molte le domande che restano: come sciogliere l'intricata rete di rapporti tra i forzieri vaticani: Apsa, Ior e segreteria di Stato? E il progetto del segretariato dell'economia, così come orientato dal cardinale George Pell, oggi scagionato dall'infamante accusa di abusi, ha potuto davvero essere realizzato?
«È la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro, non da fuori», aveva detto Francesco nel novembre 2019 sull'aereo di ritorno dal viaggio in Thailandia e Giappone. Ma aveva anche ammesso che la faccenda aveva l'odore della corruzione.
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Il manager molisano vanta rapporti trasversali. E provò a salvare l'istituto puglieseDopo l'arresto di Gianluigi Torzi, nell'inchiesta sul palazzo di Londra finisce anche lo storico banchiere della Santa Sede. Si indaga per estorsione, fatta in presenza di Francesco.Lo speciale contiene due articoliDai fertilizzanti dell'azienda di famiglia in Molise fino all'arresto in Vaticano, con l'accusa di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio. La storia di Gianluigi Torzi - rampante manager di appena 40 anni, che ora ne rischia 12 di carcere - è ancora tutta da scrivere. Con una rete di conoscenze a 360 gradi in ambito finanziario e politico, di centrodestra e centrosinistra, il raider molisano scrive nella sua biografia di vantare anche un posto nel board dell'Atlantic council. Si tratta del più importante think tank di relazioni internazionali e politica estera nel mondo con sede a Washington negli Stati Uniti, crocevia di ex presidenti e premier.Sigaro in bocca nella foto profilo di Twitter, Torzi si è fatto conoscere negli ultimi anni anche perché fu coinvolto di striscio nel tentativo di salvare la Popolare di Bari. A contattarlo nel dicembre del 2018 fu il banchiere rosso Vincenzo De Bustis che, disperato per la voragine nei conti dell'istituto di credito, chiese al broker del Molise di collocare un bond di 30 milioni di euro. I due si conoscevano sin dai tempi di Deutsche bank, ma poi alla fine, nonostante un viaggio a Londra di De Bustis, non se ne fece più nulla. Torzi rifiutò l'offerta. E in un'intervista al Sole 24 Ore dello scorso anno ha preso le distanze da Pop Bari. Eppure il suo nome ricomparve mesi dopo di nuovo sui quotidiani, sempre collegato alla banca pugliese. Il 12 aprile dello scorso anno, infatti, Torzi è stato citato in giudizio per frode commerciale davanti all'Alta corte di giustizia dell'Inghilterra e del Galles dalla compagnia assicurativa romana Net insurance, che vede tra i suoi azionisti Ibl Banca, Unicredit e la Algebris di Davide Serra. Proprio Net insurance sarebbe collegata a Naxos, la sicav gestita dalla società di Londra dove sempre De Bustis avrebbe dovuto sottoscrivere 51 milioni di euro. Su queste vicende indaga anche la magistratura italiana. Di sicuro De Bustis, ora indagato per falsa testimonianza nel crac dell'istituto di credito, sapeva che Torzi poteva essere l'uomo giusto con cui parlare. Del resto il broker è fondatore di Lighthouse group, che vanta 20 anni di esperienza in investimenti bancari e compravendite immobiliari. Ha buoni rapporti con un colosso internazionale come Ernst & Young, come dimostra l'indagine in Vaticano, dal momento che l'avvocato Michele Intendente è stato suo socio nell'affare di Sloane Avenue. Tanto che nel 2018, come scrive nella sua biografia, Lighthouse group, insieme ad altri investitori, ha acquisito una partecipazione in Jci-Capital, «la prima piattaforma pan-europea indipendente di gestione patrimoniale»: nell' advisory board di Jci siedono anche gli ex ministri Franco Frattini e Giulio Tremonti. Da sempre considerato vicino al Partito democratico, il suo nome saltò fuori nel 2015 in occasione di uno scandalo legato alla villa dell'ex presidente del Molise, Paolo Di Laura Frattura, vicinissimo all'ex premier Matteo Renzi. Il caso era stato sollevato anche dalla trasmissione Le Iene. In pratica dietro la mega villa sul lungomare di Termoli c'era il solito groviglio di società estere, tra cui anche quelle di Torzi, che aveva comprato la villa da un imprenditore in difficoltà economiche per poi rivenderla. Anche allora si parlò di immobili e soldi spariti, persino di serrature cambiate. Di Laura Frattura è stato poi archiviato da ogni accusa nel 2018 e ora sta organizzando la nuova costola di Italia Viva in Molise. Torzi intanto ha continuato a macinare strade e titoli di giornali. Ora anche il carcere in Vaticano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-broker-delle-mille-e-unagenda-da-popolare-di-bari-a-ernst-young-2646161972.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="buco-nelle-finanze-vaticane-conti-bloccati-a-perlasca-e-agli-indagati-dello-scandalo" data-post-id="2646161972" data-published-at="1591512872" data-use-pagination="False"> Buco nelle finanze vaticane. Conti bloccati a Perlasca e agli indagati dello scandalo In principio non era Dio, ma fu la Time and life di Raffaele Mincione che nel 2012, per una cifra intorno ai 130 milioni di sterline, acquistò l'immobile al civico 60 di Sloane Avenue a Londra. Poi, con una serie di giravolte e transazioni che vanno dal 2013 al 2018, e con in mezzo anche soldi dell'Obolo di San Pietro, quei 130 milioni di sterline si sono moltiplicati come i pani e i pesci per diventare circa 350 milioni di euro, sborsati complessivamente dal Vaticano per entrare in possesso del palazzo che fu magazzino di Harrods. Come è avvenuta questa miracolosa moltiplicazione, pagata anche con i soldi delle offerte per la carità? Dopo una serie di indagini, che erano culminate nell'irruzione dei gendarmi vaticani in Segreteria di Stato il primo ottobre 2019, venerdì in tarda serata «l'ufficio del promotore di Giustizia del tribunale vaticano, al termine dell'interrogatorio del signor Gianluigi Torzi, che era assistito dai propri legali di fiducia, ha spiccato nei suoi confronti mandato di cattura». Il broker molisano di stanza a Londra, dopo un lungo interrogatorio, viene trattenuto, comunica la sala stampa vaticana, «in appositi locali presso la caserma del corpo della gendarmeria», con l'accusa di «estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per i quali la legge vaticana prevede pene fino a 12 anni di reclusione». Ma ieri si è appreso che risultano indagati per peculato, in concorso con Torzi, Mincione e Fabrizio Tirabassi, responsabile dell'ufficio amministrativo della Terza loggia. Non solo, secondo il Corriere.it, su richiesta del promotore di Giustizia vaticano, la magistratura svizzera avrebbe sequestrato i conti di monsignor Alberto Perlasca, per molto tempo responsabile degli investimenti della segreteria di Stato, di Tirabassi e Torzi, quelli di Mincione e quelli di Ernico Crasso, gestore dell'Obolo di San Pietro. All'origine c'è un investimento che risale al 2012, sono 200 milioni di euro investiti dalla segreteria di Stato nel fondo lussemburghese Athena capital global opportunities, del finanziere Mincione. Tra gli asset c'è anche l'immobile a Londra. Nel 2018 monsignor Edgar Pena Parra, venezuelano vicino a papa Francesco, subentrato a monsignor Angelo Becciu come responsabile degli Affari interni del Vaticano, decide di abbandonare Mincione anche perché il fondo dava continue perdite e la gestione era spericolata (a lui viene contestato di essersi appropriato, «convertendola in proprio profitto», di parte della liquidità investita nel fondo). A questo punto l'immobile entra in possesso della segreteria di Stato grazie all'intermediazione di Torzi e al versamento di ulteriori 40 milioni di euro a Mincione. Ma in questa operazione il broker molisano, con una sua società denominata Gutt sa, triangola il passaggio dell'immobile verso il Vaticano, ma avrebbe trattenuto, senza farlo sapere alla segreteria di Stato, 1.000 azioni della società (le uniche con diritto di voto), impedendo di fatto la piena disponibilità dell'immobile alla Santa Sede. Nella ricostruzione dell'Adnkronos, basata sulle carte degli inquirenti, in seguito vi sarebbe stata una riunione partecipata anche da monsignor Parra, in cui Torzi si sarebbe detto disposto a cedere le 1.000 azioni «con un piccolo margine di guadagno, somma che in un successivo incontro venne quantificata in 3 milioni di euro». Ma le cose non sarebbero andate poi così lisce, visto che successivamente Torzi avrebbe giocato al rialzo, tirando in ballo il fatto «che somme di denaro erano state date o promesse anche ad altri» e che «Enrico Crasso, gestore delle finanze della segreteria di Stato attraverso Sogenel capital holding, e Fabrizio Tirabassi, qualche giorno prima in un incontro a Milano, gli avessero offerto 9 milioni di euro per cedere le azioni». L'escalation di Torzi però non sarebbe finita qui e sarebbe terminata con una transazione di 15 milioni di euro a suo favore, pagamento che secondo la Procura vaticana avrebbe consumato l'estorsione. A quanto pare, dopo una clamorosa offerta finale, caduta nel vuoto: ricomprare l'immobile per 300 milioni, ipotesi che avrebbe costituito reato di riciclaggio. I legali di Torzi comunque dichiarano che il broker «non ha mai agito contro gli interessi della Santa Sede» e il provvedimento di fermo sarebbe «frutto di un grosso malinteso». Intanto però tra le carte si apprende che i 15 milioni sarebbero addirittura una somma minore di quella richiesta, grazie alla mediazione di monsignor Mauro Carlino, già capo dell'ufficio informazione e documentazione e uno dei cinque dipendenti vaticani «sospesi» dopo l'operazione della gendarmeria del primo ottobre 2019. Il blitz, lo ricordiamo, era scattato dopo che a luglio 2019 lo Ior si era rifiutato di mettere i soldi richiesti dalla segreteria di Stato per chiudere l'operazione con i fondi lussemburghesi e aveva mandato tutta la documentazione alla magistratura.Secondo le ricostruzioni del Catholic news agency Fabrizio Tirabassi, che appunto risulta indagato per peculato, veniva «nominato direttore di una società di proprietà di Torzi mentre l'imprenditore stava finalizzando l'acquisto del Vaticano a Londra». Nei documenti citati, Tirabassi sarebbe stato nominato amministratore della Gutt sa nel novembre 2018 e rimosso dall'incarico il 27 dicembre dello stesso anno. In quei giorni, precisamente il 26 dicembre 2018, Torzi e la sua famiglia venne ricevuta in udienza dal Papa. E secondo l'Adnkronos c'è l'ipotesi che il ricatto sia avvenuto anche in presenza del Santo Padre. Lo stesso broker avrebbe poi collegamenti con l'architetto Luciano Capaldo, amministratore di London 60 Sa Ltd, holding britannica di proprietà della segreteria di Stato e che controlla la proprietà in Sloane Avenue. Ebbene, Capaldo ha precedentemente ricoperto la carica di consigliere di amministrazione di diverse società in cui Torzi ha anche ricoperto il ruolo di amministratore o in cui le sue società hanno avuto interessi finanziari. Lo scandalo evidenzia una gestione quantomeno ingenua delle sacre casse e svela intrighi che la tanto declamata riforma della curia non ha estirpato. Sono molte le domande che restano: come sciogliere l'intricata rete di rapporti tra i forzieri vaticani: Apsa, Ior e segreteria di Stato? E il progetto del segretariato dell'economia, così come orientato dal cardinale George Pell, oggi scagionato dall'infamante accusa di abusi, ha potuto davvero essere realizzato? «È la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro, non da fuori», aveva detto Francesco nel novembre 2019 sull'aereo di ritorno dal viaggio in Thailandia e Giappone. Ma aveva anche ammesso che la faccenda aveva l'odore della corruzione.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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