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2024-01-31
Fallite le trattative per una tregua. Uccisi tre terroristi in ospedale
L'ospedale Ibn Sina di Jenin. Nel riquadro, il raid delle forze speciali israeliane (Getty Images)
Ieri mattina con una spettacolare operazione dell’unità «Duvdevan 217» dell’esercito israeliano (Idf), sono stati neutralizzati tre terroristi che si nascondevano all’interno dell’ospedale Ibn Sina a Jenin. I mezzi d’informazione israeliani riportano che l’operazione è durata solo dieci minuti. I membri dell’Unità speciale sono entrati nella struttura sanitaria alle 5:30 del mattino locali (le 6:30 in Italia), travestiti da personale medico, infermieri e donne palestinesi, e si sono subito diretti verso il terzo piano, armati di pistole dotate di silenziatore per neutralizzare i tre individui, prima di fuggire indisturbati dall’edificio. Il ministero della Salute di Hamas ha confermato i fatti: «Tre martiri sono stati abbattuti dalle forze di occupazione all’interno dell’ospedale». Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, la cellula stava pianificando attacchi terroristici imminenti. Uno dei membri, Muhammad Jalamneh, 27 anni, era presumibilmente in contatto con il quartier generale di Hamas in Qatar e, secondo la stampa, agiva anche come portavoce dell’ala militare di Hamas nel campo di Jenin. Gli altri due membri uccisi sono i fratelli Muhammad e Basel Ghazawi.
L’Idf ha dichiarato: «La neutralizzazione della cellula rappresenta un esempio dell’uso cinico da parte dei gruppi terroristici di spazi civili e ospedali come copertura e scudi umani» mentre Hamas ha affermato che «i crimini dell’esercito israeliano non rimarranno senza risposta». Il tema dominante della giornata è stato quello relativo alle trattative per un cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas ma dopo l’iniziale ottimismo non sembra che ci siano le condizioni affinché tacciano le armi anche perché dopo che si è trattato con Hamas bisogna fare lo stesso con la Jihad islamica e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp).
A questo proposito per il segretario generale della Jihad islamica, Ziad Nahaleh, la sua organizzazione, che si ritiene abbia alcuni dei rapiti nella Striscia di Gaza, «non accetterà alcun accordo con Hamas a meno che non sia garantito un cessate il fuoco globale nella Striscia di Gaza e il ritiro delle forze dell’Idf». Hamas e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), che si sono incontrati ieri a Beirut, hanno ribadito in una nota diffusa su Telegram che «non ci sarà scambio di prigionieri finché l’aggressione a Gaza di Israele non si fermi». Ismail Haniyeh leader del gruppo terroristico ha fatto sapere «di aver ricevuto la proposta di accordo per il cessate il fuoco e ho l’intenzione di studiarla». Poi ha aggiunto che di essere aperto «a qualsiasi opzione pur di mettere fine alla guerra a Gaza» e che la risposta di Hamas «sarà sulla base che la priorità è fermare l’aggressione, del brutale attacco a Gaza e il completo ritiro delle forze di occupazione dalla Striscia». Immediata la replica del premier israeliano Benjamin Netanyahu: «Le nostre forze non lasceranno Gaza e migliaia di terroristi non saranno rilasciati»; un messaggio anche a Itamar Ben-Gvir che ieri mattina aveva minacciato di far cadere il governo «in caso di un accordo sconsiderato con Hamas». Poi Netanyahu è stato categorico: «Sento dichiarazioni su tutti i tipi di accordi, quindi voglio essere chiaro: non porremo fine a questa guerra con niente di meno che il raggiungimento di tutti i suoi obiettivi. Ciò significa eliminare Hamas, riportare a casa tutti i nostri rapiti e garantire che Gaza non rappresenti più una minaccia per Israele. Non rimuoveremo l’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza e non rilasceremo migliaia di terroristi. Niente di tutto questo accadrà. Cosa accadrà? Vittoria totale!».
In ogni caso il segretario di Stato americano, Antony Blinken, sarà in Israele a partire da sabato per una visita di due giorni. Lo riporta il quotidiano israeliano Haaretz, citando fonti di Gerusalemme. Si tratterà della quinta missione per Blinken nella regione da quando è iniziata la guerra tra Israele e Hamas. Mentre non sono ancora arrivate le dimissioni dei vertici dell’Unrwa dopo le clamorose prove presentate da Israele sul coinvolgimento di almeno dodici dipendenti dell’agenzia dell’Onu nel massacro del 7 ottobre 2023, Antony Blinken, ha affermato: «Le prove fornite da Israele contro alcuni dipendenti dell’Unrwa, accusati di coinvolgimento nell’attacco sferrato da Hamas il 7 ottobre, sono altamente credibili». Poi il segretario di Stato ha aggiunto che l’agenzia Onu per i palestinesi svolge un ruolo indispensabile nel fornire assistenza ai civili nella Striscia di Gaza e che «nessun altro può svolgerlo, certamente non nel breve termine a da qui, il bisogno imperativo per l’Unrwa di svolgere un’indagine immediata e di affrontare le accuse nel modo più approfondito possibile».
Sul caso con una nota l’ufficio del capo della Politica estera dell’Unione Europea Josep Borrell ha affermato: «Gli impegni di finanziamento in corso da parte dell’Ue sono stati rispettati e i finanziamenti non sono stati sospesi». Poi ha anche fatto accenno «alle misure rapide e decisive adottate dall’organizzazione alla luce di accuse molto gravi contro un certo numero di membri del personale dell’Unrwa». Talmente decisive le misure che tutti i capi sono ancora al loro posto. In serata Joe Biden parlando con i giornalisti ha detto: «Non voglio un allargamento del conflitto in Medio Oriente e non penso che abbiamo bisogno di una guerra più ampia in Medio Oriente, non è quello che sto cercando», anche se ha confermato «di aver deciso come rispondere all’attacco contro le forze Usa in Giordania», mentre gli Huthi si sono detti «pronti per uno scontro a lungo termine con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna». Infine, l’Idf ha confermato di aver allagato specifici tunnel nella Striscia di Gaza nel tentativo di distruggerli e si tratta della prima conferma ufficiale. È stato precisato che l’acqua di mare è stata pompata solo in tunnel adatti, senza compromettere le acque sotterranee.
Salta l’evento anti Israele del Pd
Il convegno sulla crisi in Medio Oriente organizzato dai giovani meneghini del Pd, che ha fatto infuriare mezzo Pd, si farà. Ma non si svolgerà in un circolo del Pd. Se la sintesi finale è un rompicapo zeppo di contraddizioni e di ripetizioni (specialmente della parola Pd), la colpa non è di chi, come La Verità, ne ha dato conto, ma… del Pd.
Proviamo a ripartire dal principio. I Giovani democratici del Municipio 1 di Milano (centro-sinistra con il trattino in senso geografico, ovvero la sinistra che abita in centro) propongono un incontro che già dal titolo («Colonialismo & apartheid in Palestina. Una lunga storia di occupazione illegale e resistenza») fa a cazzotti con la mozione equilibrista del Nazareno sul dramma che si sta consumando a Gaza, e sul quale, a differenza delle beghe interne ai dem, c’è poco da scherzare. I relatori invitati, poi, levano ogni dubbio alla piega anti antisionista (se non antisemita) che è destinata a travolgere l’evento, previsto per il 15 febbraio. Come La Verità raccontava ieri, avrebbero dovuto prendere la parola: Francesca Albanese, Ibrahim Youssef, Alae Al Said, Moni Ovadia, Daniele Garofalo. La prima è accusata dalla Ong Un Watch di aver ricevuto finanziamenti dalle organizzazioni filopalestinesi mentre svolgeva il suo incarico di relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati. Il secondo non manca di farsi i selfie accanto alla scritta «Israele terrorista», postandoli sui social. La terza, subito dopo la carneficina compiuta da Hamas sui civili israeliani il 7 ottobre - lo riporta Linkiesta -, ha commentato su Instagram: «Una mattina d’autunno ti svegli e scopri che la Storia si è alzata prima di te, si è messa in giacca e cravatta, ha impugnato una penna e ha deciso: “Oggi scrivo il capitolo più bello di tutti: quello della rinascita palestinese, di Gaza che rompe le mura della prigione, dell’oppresso che si ribella e dell’oppressore che scopre cos’è la paura”».
Non serve proseguire nelle citazioni per lasciar immaginare il terremoto che ha fatto tremare il quartier generale del Partito democratico, dove avevano fatto le ore piccole per trovare una posizione comune tra le mille anime della forza politica per ora guidata da Elly Schlein (già ai ferri corti sul fine vita, l’Autonomia differenziata e la guerra in Ucraina, per dirne tre).
La polemica infatti si consuma tutta in casa Pd e la bocciatura arriva, sempre dalle colonne digitali de Linkiesta, proprio da due pezzi grossi del partito, Lia Quartapelle e Piero Fassino. «L’iniziativa dei Giovani democratici di Milano è sideralmente lontana dal confronto ponderato di cui ci sarebbe bisogno. Mi auguro che chi ha organizzato capisca l’errore e cancelli l’iniziativa», afferma la deputata, affossando l’evento. Mentre Fassino, uno dei fondatori del Partito democratico, allarga il problema a Roma, dove a San Lorenzo, sempre le giovanili dem stanno cadendo nello stesso errore: «Si tratta di due iniziative del tutto lontane dalle posizioni del Pd, fondate su una lettura manichea e antistorica per cui in Medio Oriente sarebbero in conflitto un torto (l’esistenza di Israele) e una ragione (i diritti dei palestinesi). Mentre in Medio Oriente coesistono due ragioni: il diritto di Israele a vivere in sicurezza e riconosciuto dai suoi vicini e il diritto dei palestinesi a una propria patria». Della serie, ne dovete mangiare ancora di pastasciutta.
L’epilogo è scontato: i democratici in erba, per non perdere la faccia, annunciano che l’evento non verrà cancellato, ma non si terrà più al Circolo Pd Milano centro Aldo Aniasi. Mentre Alae Al Said uscirà dal parterre dei relatori. Non mancano però le recriminazioni dei Giovani democratici, che a Milano verrebbero definite da piangina, riguardo alle «strumentalizzazioni», gli «attacchi strumentali» e la «censura subita» (dal loro stesso partito?). Sulla tragedia di Gaza occorre continuare a interrogarsi senza risposte semplici e unilaterali, in un dibattito adulto. Buttarla in caciara per poi prendersela con il «circo mediatico» invece è un gioco da ragazzi.
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I militari dell’Idf si sono travestiti da medici e infermieri per non destare sospetti nella struttura. Netanyahu: «La battaglia a Gaza prosegue». Allagati i tunnel di Hamas. Gli Huthi minacciano Usa e Gb.Dopo la sfuriata dei big del Nazareno, l’incontro organizzato dai giovani dem di Milano su «colonialismo e apartheid» non si terrà più nel circolo del partito.Lo speciale contiene due articoli.Ieri mattina con una spettacolare operazione dell’unità «Duvdevan 217» dell’esercito israeliano (Idf), sono stati neutralizzati tre terroristi che si nascondevano all’interno dell’ospedale Ibn Sina a Jenin. I mezzi d’informazione israeliani riportano che l’operazione è durata solo dieci minuti. I membri dell’Unità speciale sono entrati nella struttura sanitaria alle 5:30 del mattino locali (le 6:30 in Italia), travestiti da personale medico, infermieri e donne palestinesi, e si sono subito diretti verso il terzo piano, armati di pistole dotate di silenziatore per neutralizzare i tre individui, prima di fuggire indisturbati dall’edificio. Il ministero della Salute di Hamas ha confermato i fatti: «Tre martiri sono stati abbattuti dalle forze di occupazione all’interno dell’ospedale». Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, la cellula stava pianificando attacchi terroristici imminenti. Uno dei membri, Muhammad Jalamneh, 27 anni, era presumibilmente in contatto con il quartier generale di Hamas in Qatar e, secondo la stampa, agiva anche come portavoce dell’ala militare di Hamas nel campo di Jenin. Gli altri due membri uccisi sono i fratelli Muhammad e Basel Ghazawi. L’Idf ha dichiarato: «La neutralizzazione della cellula rappresenta un esempio dell’uso cinico da parte dei gruppi terroristici di spazi civili e ospedali come copertura e scudi umani» mentre Hamas ha affermato che «i crimini dell’esercito israeliano non rimarranno senza risposta». Il tema dominante della giornata è stato quello relativo alle trattative per un cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas ma dopo l’iniziale ottimismo non sembra che ci siano le condizioni affinché tacciano le armi anche perché dopo che si è trattato con Hamas bisogna fare lo stesso con la Jihad islamica e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp). A questo proposito per il segretario generale della Jihad islamica, Ziad Nahaleh, la sua organizzazione, che si ritiene abbia alcuni dei rapiti nella Striscia di Gaza, «non accetterà alcun accordo con Hamas a meno che non sia garantito un cessate il fuoco globale nella Striscia di Gaza e il ritiro delle forze dell’Idf». Hamas e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), che si sono incontrati ieri a Beirut, hanno ribadito in una nota diffusa su Telegram che «non ci sarà scambio di prigionieri finché l’aggressione a Gaza di Israele non si fermi». Ismail Haniyeh leader del gruppo terroristico ha fatto sapere «di aver ricevuto la proposta di accordo per il cessate il fuoco e ho l’intenzione di studiarla». Poi ha aggiunto che di essere aperto «a qualsiasi opzione pur di mettere fine alla guerra a Gaza» e che la risposta di Hamas «sarà sulla base che la priorità è fermare l’aggressione, del brutale attacco a Gaza e il completo ritiro delle forze di occupazione dalla Striscia». Immediata la replica del premier israeliano Benjamin Netanyahu: «Le nostre forze non lasceranno Gaza e migliaia di terroristi non saranno rilasciati»; un messaggio anche a Itamar Ben-Gvir che ieri mattina aveva minacciato di far cadere il governo «in caso di un accordo sconsiderato con Hamas». Poi Netanyahu è stato categorico: «Sento dichiarazioni su tutti i tipi di accordi, quindi voglio essere chiaro: non porremo fine a questa guerra con niente di meno che il raggiungimento di tutti i suoi obiettivi. Ciò significa eliminare Hamas, riportare a casa tutti i nostri rapiti e garantire che Gaza non rappresenti più una minaccia per Israele. Non rimuoveremo l’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza e non rilasceremo migliaia di terroristi. Niente di tutto questo accadrà. Cosa accadrà? Vittoria totale!». In ogni caso il segretario di Stato americano, Antony Blinken, sarà in Israele a partire da sabato per una visita di due giorni. Lo riporta il quotidiano israeliano Haaretz, citando fonti di Gerusalemme. Si tratterà della quinta missione per Blinken nella regione da quando è iniziata la guerra tra Israele e Hamas. Mentre non sono ancora arrivate le dimissioni dei vertici dell’Unrwa dopo le clamorose prove presentate da Israele sul coinvolgimento di almeno dodici dipendenti dell’agenzia dell’Onu nel massacro del 7 ottobre 2023, Antony Blinken, ha affermato: «Le prove fornite da Israele contro alcuni dipendenti dell’Unrwa, accusati di coinvolgimento nell’attacco sferrato da Hamas il 7 ottobre, sono altamente credibili». Poi il segretario di Stato ha aggiunto che l’agenzia Onu per i palestinesi svolge un ruolo indispensabile nel fornire assistenza ai civili nella Striscia di Gaza e che «nessun altro può svolgerlo, certamente non nel breve termine a da qui, il bisogno imperativo per l’Unrwa di svolgere un’indagine immediata e di affrontare le accuse nel modo più approfondito possibile». Sul caso con una nota l’ufficio del capo della Politica estera dell’Unione Europea Josep Borrell ha affermato: «Gli impegni di finanziamento in corso da parte dell’Ue sono stati rispettati e i finanziamenti non sono stati sospesi». Poi ha anche fatto accenno «alle misure rapide e decisive adottate dall’organizzazione alla luce di accuse molto gravi contro un certo numero di membri del personale dell’Unrwa». Talmente decisive le misure che tutti i capi sono ancora al loro posto. In serata Joe Biden parlando con i giornalisti ha detto: «Non voglio un allargamento del conflitto in Medio Oriente e non penso che abbiamo bisogno di una guerra più ampia in Medio Oriente, non è quello che sto cercando», anche se ha confermato «di aver deciso come rispondere all’attacco contro le forze Usa in Giordania», mentre gli Huthi si sono detti «pronti per uno scontro a lungo termine con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna». Infine, l’Idf ha confermato di aver allagato specifici tunnel nella Striscia di Gaza nel tentativo di distruggerli e si tratta della prima conferma ufficiale. È stato precisato che l’acqua di mare è stata pompata solo in tunnel adatti, senza compromettere le acque sotterranee.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ibn-sina-assalto-ospedale-2667131487.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salta-levento-anti-israele-del-pd" data-post-id="2667131487" data-published-at="1706703509" data-use-pagination="False"> Salta l’evento anti Israele del Pd Il convegno sulla crisi in Medio Oriente organizzato dai giovani meneghini del Pd, che ha fatto infuriare mezzo Pd, si farà. Ma non si svolgerà in un circolo del Pd. Se la sintesi finale è un rompicapo zeppo di contraddizioni e di ripetizioni (specialmente della parola Pd), la colpa non è di chi, come La Verità, ne ha dato conto, ma… del Pd. Proviamo a ripartire dal principio. I Giovani democratici del Municipio 1 di Milano (centro-sinistra con il trattino in senso geografico, ovvero la sinistra che abita in centro) propongono un incontro che già dal titolo («Colonialismo & apartheid in Palestina. Una lunga storia di occupazione illegale e resistenza») fa a cazzotti con la mozione equilibrista del Nazareno sul dramma che si sta consumando a Gaza, e sul quale, a differenza delle beghe interne ai dem, c’è poco da scherzare. I relatori invitati, poi, levano ogni dubbio alla piega anti antisionista (se non antisemita) che è destinata a travolgere l’evento, previsto per il 15 febbraio. Come La Verità raccontava ieri, avrebbero dovuto prendere la parola: Francesca Albanese, Ibrahim Youssef, Alae Al Said, Moni Ovadia, Daniele Garofalo. La prima è accusata dalla Ong Un Watch di aver ricevuto finanziamenti dalle organizzazioni filopalestinesi mentre svolgeva il suo incarico di relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati. Il secondo non manca di farsi i selfie accanto alla scritta «Israele terrorista», postandoli sui social. La terza, subito dopo la carneficina compiuta da Hamas sui civili israeliani il 7 ottobre - lo riporta Linkiesta -, ha commentato su Instagram: «Una mattina d’autunno ti svegli e scopri che la Storia si è alzata prima di te, si è messa in giacca e cravatta, ha impugnato una penna e ha deciso: “Oggi scrivo il capitolo più bello di tutti: quello della rinascita palestinese, di Gaza che rompe le mura della prigione, dell’oppresso che si ribella e dell’oppressore che scopre cos’è la paura”». Non serve proseguire nelle citazioni per lasciar immaginare il terremoto che ha fatto tremare il quartier generale del Partito democratico, dove avevano fatto le ore piccole per trovare una posizione comune tra le mille anime della forza politica per ora guidata da Elly Schlein (già ai ferri corti sul fine vita, l’Autonomia differenziata e la guerra in Ucraina, per dirne tre). La polemica infatti si consuma tutta in casa Pd e la bocciatura arriva, sempre dalle colonne digitali de Linkiesta, proprio da due pezzi grossi del partito, Lia Quartapelle e Piero Fassino. «L’iniziativa dei Giovani democratici di Milano è sideralmente lontana dal confronto ponderato di cui ci sarebbe bisogno. Mi auguro che chi ha organizzato capisca l’errore e cancelli l’iniziativa», afferma la deputata, affossando l’evento. Mentre Fassino, uno dei fondatori del Partito democratico, allarga il problema a Roma, dove a San Lorenzo, sempre le giovanili dem stanno cadendo nello stesso errore: «Si tratta di due iniziative del tutto lontane dalle posizioni del Pd, fondate su una lettura manichea e antistorica per cui in Medio Oriente sarebbero in conflitto un torto (l’esistenza di Israele) e una ragione (i diritti dei palestinesi). Mentre in Medio Oriente coesistono due ragioni: il diritto di Israele a vivere in sicurezza e riconosciuto dai suoi vicini e il diritto dei palestinesi a una propria patria». Della serie, ne dovete mangiare ancora di pastasciutta. L’epilogo è scontato: i democratici in erba, per non perdere la faccia, annunciano che l’evento non verrà cancellato, ma non si terrà più al Circolo Pd Milano centro Aldo Aniasi. Mentre Alae Al Said uscirà dal parterre dei relatori. Non mancano però le recriminazioni dei Giovani democratici, che a Milano verrebbero definite da piangina, riguardo alle «strumentalizzazioni», gli «attacchi strumentali» e la «censura subita» (dal loro stesso partito?). Sulla tragedia di Gaza occorre continuare a interrogarsi senza risposte semplici e unilaterali, in un dibattito adulto. Buttarla in caciara per poi prendersela con il «circo mediatico» invece è un gioco da ragazzi.
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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