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I signori di Ponzano e la pubblicità sui migranti

I signori di Ponzano e la pubblicità sui migranti
Ansa

Bisogna riconoscere che questi Benetton di coraggio ne hanno da vendere. Noi pensavamo che dopo il disastro delle scorse settimane, con i morti di Genova e la figuraccia della festa di Cortina, la famiglia si fosse andata a nascondere per farsi dimenticare, rinunciando alle provocazioni con cui ha costruito le proprie fortune. Le accuse di scarsa manutenzione del ponte Morandi oltre che le polemiche per i lauti pedaggi incassati grazie alle concessioni governative, del resto, avrebbero indotto qualsiasi persona di buon senso a adottare un atteggiamento di basso profilo per un certo periodo, evitando di lasciare briglia sciolta ai creativi e anche ai manager del gruppo.

Si fanno pubblicità. Sì, proprio così. All'interno del Corriere della Sera e di Repubblica (guarda caso proprio le due testate che nei giorni dopo la strage sono state tra le più restie a fare il nome della famiglia di Ponzano Veneto come principale azionista di Autostrade), ecco spuntare ieri una pubblicità formato lenzuolo. Due pagine due, con in bella vista il marchio United Colors of Benetton. Fin qui si potrebbe anche eccepire che dopo tanti titoli da prima pagina che hanno ammaccato il fascino luccicante del gruppo c'era bisogno di rifarsi un po' l'immagine, e dunque i pr si sono messi all'opera comprando inserzioni e mettendo mano al portafogli. Ma il problema è che nella pubblicità non c'è solo il logo verde ormai molto famigliare dell'azienda di maglioni, ma ci sono fotografie che ritraggono alcuni ragazzi e ragazze rigorosamente stranieri. Sì, per farsi pubblicità i Benetton i modelli sono andati a prenderli fuori. Su cinque giovanotti che ieri spiccavano dalle pagine dei due quotidiani, quattro erano di colore, mentre l'ultimo aveva l'aria di arrivare dall'America Latina. Anche qui qualcuno potrebbe obiettare che in fondo, pur essendo veneti, i Benetton sono una multinazionale e i loro maglioni non li vendono solo fra Milano e Roma, dunque è giusto rivolgersi all'estero. Osservazione che però non tiene conto di come sono vestiti i ragazzi nella pubblicità. La sorridente fanciulla che ieri si affacciava tra le notizie del Corriere, qualche pagina dopo quelle riguardanti il ponte Morandi, ha sulle spalle una coperta termica usata per scaldare i naufraghi e al braccio porta un giubbotto di salvataggio arancio di quelli che indossano i profughi arrivati sui barconi. L'altra giovane che le fa compagnia sullo stesso quotidiano, oltre ad avere in mano un rosario musulmano (un altro lo ha al collo), ha in testa quello che sembra un passaporto libico. Su Repubblica i soggetti cambiano ma il concetto rimane lo stesso.

Ci sono due ragazzi di colore con le borse di plastica dei migranti e vari strati di vestiti, poi arriva un terzo soggetto che, come detto, pare latinoamericano. Il messaggio di quest'ultimo è il più chiaro, perché il giovane non solo ha una valigia in mano, un giubbotto di salvataggio al collo e le corde da marinaio intorno alla vita per tener su i pantaloni (oltre a un plaid sulle spalle), ma ha pure delle rose in mano, proprio come i tanti venditori ambulanti che affollano le spiagge (uno dei quali, bengalese, incidentalmente l'altro giorno a Rimini ha violentato una turista). Insomma, la pubblicità della famiglia dei maglioni è un inno all'immigrazione. Gli extracomunitari sono belli e sorridenti, e si dimostrano contenti di essere arrivati, al punto che uno - quello delle rose - ha già un cappello in testa con la scritta Italia. Eh, già, la pacchia comincia.

Che i Benetton sfruttino la polemica del momento, quella sui migranti, ovviamente non stupisce. Sono anni che l'art director della casa gioca a dare pugni nello stomaco. Dai malati di Aids ai condannati alla sedia elettrica, per finire alle ragazze devastate dall'anoressia, tutto è passato sotto la macchina fotografica di Oliviero Toscani per essere trasformato in spot, anzi, in business. Figurarsi dunque se il creativo poteva lasciarsi sfuggire l'occasione di acchiappare il grande tema dell'immigrazione. Del resto, l'uomo a cui Luciano Benetton ha affidato il compito di rilanciare l'immagine dei suoi maglioni è colui che molto elegantemente qualche giorno fa ha definito il ministro dell'Interno Matteo Salvini «una scoreggia». Che eleganza. Che talento. Che coraggio.

C'erano molti modi per risalire la china dopo essere sprofondati nel baratro di una strage in cui hanno perso la vita 43 persone: la famiglia di Ponzano ha scelto il peggiore, dimostrando di essere pronta a sfruttare per affari anche un fenomeno doloroso come quello dell'immigrazione. I profughi che sbarcano possono piacere o no, ma non sorridono come li fa sorridere Toscani. Non sono né allegri né festosi, ma soprattutto non indossano i capi dei Benetton. Oltre ai maglioni, ai naufraghi manca anche l'insensibilità, che invece pare abbondi dalle parti di Ponzano Veneto.

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Addio a Cirino Pomicino, ’o ministro che svelò l’intrigo Agnelli-Cdb
Cirino Pomicino (Ansa)
Cresciuto alla scuola del «divo» Giulio, amava vivere la bella vita. Prima di darsi alla politica fece carriera come neurochirurgo. Durante Mani pulite finì nel tritacarne delle procure, ma ne uscì (quasi) indenne. E raccontò tutto con lo pseudonimo «Geronimo».

«Nella Seconda repubblica le sciabole stanno appese. Combattono i foderi». Con il lascito visivo di una lama che dondola da una parete damascata con vista sul Golfo di Napoli, Paolo Cirino Pomicino abbandona la vita terrena. Lo fa 48 ore dopo Umberto Bossi, con la gentilezza partenopea di chi lascia il passo all’avversario di sempre, quel barbaro sognante che lo considerava un simbolo di «Roma ladrona».

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Lancia «Gamma»: storia di un'ammiraglia bella e dimenticata
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)

Nel marzo del 1976 l'ammiraglia della casa di Chivasso fu presentata a Ginevra. Berlina e coupé dal design innovativo e dalle prestazioni sportive, non ebbe il successo sperato per problemi di affidabilità meccanica.

L'articolo contiene una gallery fotografica.

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Francesco Gianfala: «Rilancio Pignatelli grazie a Europa e Asia»
Francesco Gianfala
Il proprietario dello storico marchio: «Il rafforzamento internazionale è una priorità. Abbiamo un patrimonio identitario fortissimo però con un potenziale inespresso. La nostra linea cerimonia uomo è la iconica ma avremo pure quelle contemporanea e femminile».

Rilanciare un marchio storico senza tradirne l’identità è una sfida che richiede visione, coraggio e sensibilità. È da qui che riparte Pignatelli, oggi guidata da Francesco Gianfala, protagonista di una nuova fase che intreccia eredità sartoriale e sguardo contemporaneo. Tra radici solide e nuove ambizioni, il futuro della maison prende forma avviando un ambizioso percorso di rilancio e riposizionamento. Abbiamo incontrato Gianfala per approfondire strategie, obiettivi e prospettive di uno dei marchi più rappresentativi del made in Italy.

Nel 2025 ha acquisito il 100% di Carlo Pignatelli: cosa l’ha spinta a investire in questo storico marchio e quale visione aveva fin dall’inizio?

«Tutto nasce da una convinzione molto chiara: ci trovavamo di fronte a un marchio con un patrimonio identitario fortissimo, riconosciuto e radicato nella tradizione sartoriale italiana, ma con un potenziale ancora inespresso sul piano contemporaneo e internazionale. Fin dall’inizio, la mia visione è stata quella di preservare questa eredità, rafforzandola però attraverso un’evoluzione strutturata, capace di dialogare con nuovi linguaggi estetici e nuovi mercati».

L’inaugurazione del nuovo headquarter di Milano rappresenta un momento chiave: che valore strategico ha questa nuova sede per il futuro del brand?

«Un valore fondamentale. Non è solo un ampliamento fisico, ma un vero centro nevralgico in cui convergono creatività, sviluppo prodotto e direzione aziendale. Essere nel cuore dei Navigli significa posizionarsi all’interno del principale ecosistema della moda italiana, favorendo connessioni, visibilità e velocità decisionale. È un investimento sulla crescita e sull’efficienza futura del brand».

Con il lancio di Pignatelli Atelier si apre un nuovo capitolo creativo: quali sono gli elementi distintivi di questa linea rispetto alla tradizione della maison?

«Pignatelli Atelier rappresenta un’estensione evolutiva della maison che nasce in modo naturale per volontà della nuova proprietà che, insieme a Jean Luc Amsler, ha trovato il giusto interprete per questo nuovo capitolo. Gli elementi distintivi sono una maggiore libertà espressiva, l’introduzione di codici più contemporanei e una ricerca stilistica che va oltre la cerimonia tradizionale. Sartorialità, upcycling e costruzioni innovative convivono in una proposta che include il womenswear, mantenendo però una coerenza profonda con il Dna del marchio».

Quanto è stato importante il dialogo con l’archivio storico nel processo di rebranding e innovazione stilistica?

«È stato centrale. Non lo abbiamo considerato come un elemento statico, ma come una fonte viva di ispirazione. Ogni intervento di rebranding è partito da lì: dallo studio delle linee, delle costruzioni, dei dettagli sartoriali. Questo ci ha permesso di innovare senza perdere autenticità, mantenendo un filo diretto con la storia della maison».

La direzione creativa è affidata a Jean Luc Amsler: come si è sviluppata la vostra collaborazione?

«Con Jean Luc condividiamo la stessa visione: quella di portare Pignatelli verso una dimensione più internazionale e contemporanea, senza snaturarne l’identità. Amsler porta una sensibilità couture, una grande esperienza e una capacità di reinterpretare i codici classici in chiave moderna. Il suo contributo è stato determinante nel definire il nuovo linguaggio creativo».

Pignatelli è storicamente leader nella cerimonia uomo: come si integra questa identità con l’ampliamento verso una proposta più contemporanea e anche femminile?


«La cerimonia uomo resta il nostro core business e un pilastro identitario, sotto la direzione creativa di Francesco Pignatelli. L’ampliamento verso una proposta più contemporanea e femminile non è una rottura, ma un’evoluzione naturale. I valori fondanti - eleganza, qualità, sartorialità - vengono declinati in nuove forme e nuovi segmenti, mantenendo coerenza e riconoscibilità».

Il tema dell’upcycling (il riutilizzo di materiali di scarto, ndr) è centrale nella nuova collezione: come si inserisce nella vostra visione di sostenibilità e innovazione?

«L’upcycling è una scelta sia etica che creativa. Si inserisce nella nostra visione di sostenibilità come un approccio concreto alla riduzione degli sprechi, ma anche come opportunità progettuale. Recuperare materiali e basi sartoriali per trasformarli in nuovi capi significa dare valore al passato e reinterpretarlo in chiave innovativa».

Parla di rafforzamento del posizionamento internazionale: quali mercati considera prioritari per la crescita futura?

«Il rafforzamento internazionale è una priorità. Guardiamo con grande attenzione all’Europa, al Medio Oriente e ad alcuni mercati asiatici, dove il valore della sartorialità italiana è particolarmente apprezzato. Allo stesso tempo, vogliamo consolidare la presenza nei mercati in cui siamo già riconosciuti, costruendo una distribuzione più strutturata».

Guardando ai prossimi anni, come immagina l’evoluzione di Pignatelli nel panorama della moda globale?

«Vedo Pignatelli come un brand sempre più solido, riconoscibile e internazionale, capace di essere un punto di riferimento non solo nella cerimonia, ma in un’idea più ampia di eleganza contemporanea. Un marchio che evolve, ma che resta fedele alla propria essenza: il made in Italy, la qualità e la cultura sartoriale».



Toh, ora a Ravenna 100% di idoneità per i Cpr
Ansa
Dopo l’inquietante indagine, in sole 72 ore via libera per i rimpatri di tre irregolari.

In 16 mesi, gli otto medici del reparto di Infettivologia dell’ospedale Santa Maria Croce delle Croci di Ravenna, indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici e di interruzione di pubblico servizio, avrebbero rilasciato 34 pareri di inidoneità ritenuti falsi su 64 stranieri destinati all’espulsione, dei quali dieci avevano rifiutato di sottoporsi alla visita medica.

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