Il perito «terzo» della Procura smonta la perizia fatta da sé stesso

L’altro giorno sono passato in libreria e mi sono ritrovato un po’ di pamphlet che riguardavano il referendum sulla giustizia, anzi a essere più precisi le ragioni del No. Il libro di Alessandro Sallusti e di Luca Palamara non era degno di visibilità (avete capito di quale catena sto parlando e quindi sembrava Calimero in mezzo a tante belle firme che illuminavano il senso di giustizia.
Mentre passavo oltre mi sono detto che sarebbe interessante un libro sulle tante storie di processi che noi convenzionalmente chiamiamo malagiustizia. Proprio perché i casi di malagiustizia aumentano, l’aver approvato una riforma del settore non mi sembrava affatto un atto di arroganza del governo o l’inizio della guerra nucleare. (Per chi fosse interessato ho già espresso il mio voto favorevole alla riforma con l’auspicio di andare oltre e arrivare alla responsabilità dei giudici che sbagliano o quanto meno alla partecipazione di costoro alle spese di indennità che lo Stato deve pagare alle vittime di errori giudiziari).
Gli errori dicevamo. Sarebbe doveroso proprio adesso una raccolta di queste storie, da quelle macroscopiche (alcune sono diventate libri come le storie di Giuseppe Gulotta e Beniamino Zuncheddu, in prigione per decenni senza avere colpa) a quelle decisamente «minori» che puntellano disgraziatamente il sistema. La replica di molti è che la riforma non risolve il problema perché incide sulla organizzazione: è vero, ma nella radiografia degli errori trovi spesso la sovrapposizione dei ruoli, ovvero, per dirla in gergo, un copia incolla tra la versione del pm e la decisione del giudice, spesso con le stesse incongruenze e gli stessi errori.
Ogni storia di ingiustizia o di scollamento dalla realtà ovviamente ha la sua dose di sofferenza e di incredulità. E spesso sono storie che non finiscono sui giornali perché appaiono una maldestra routine che però inceppa la giustizia. Prendiamo questa: gli eredi di un giovane morto in motocicletta ottengono una consulenza tecnica d’ufficio, la famosa Ctu, con il 100% di ragione a Milano e una con il 100% di torto a Fermo. Stesso fatto, due tribunali, due Ctu, due versioni opposte. Cosa fa allora l’avvocato Matteo Mion incaricato dalla famiglia? Inoltra una querela per falso ideologico in Procura perché a rigor di logica o ha mentito il primo perito o ha mentito il secondo nel ricostruire il sinistro. Così, per arrivare a una soluzione, la Procura incarica un terzo perito che determini chi ha scritto il falso. Il terzo perito della Procura in questione finisce col confermare la perizia contraria al motociclista. Tutto finito? Macché, colpo di scena: quando l’avvocato Mion va a verificare il fascicolo cosa scopre? Che il famoso terzo perito è la stessa persona che si era espressa completamente a favore del motociclista. In poche parole il perito «terzo» chiamato a dirimere la vicenda si era già espresso e ha scritto due perizie diametralmente opposte.
Questa dinamica non è così straordinaria nei palazzi e purtroppo riguarda l’organizzazione della macchina processuale, nelle sue figure chiave, e la possibilità che un organo di controllo si dedichi alle «proprie» figure di riferimento. Lasciamo perdere l’esiguo numero di decisioni disciplinari comminate (ne aveva scritto Maurizio Belpietro qualche giorno fa) ma com’è possibile non vedere che per dirimere una questione si dà l’incarico a un professionista che si era già espresso e - ancor più grave - non prendere delle decisioni quando si scopre che sullo stesso fatto fornisce due perizie agli antipodi?
Le cause spesso rinnovano sofferenza (qui un figlio che muore in un incidente stradale), generano aspettative e comportano anche soldi che si spendono per avere «giustizia»: gli operatori della giustizia non sono spettatori ma sono attori, ecco perché la riforma era un intervento doveroso a partire dalla organizzazione, nella speranza che sia solo l’inizio, perché poi andrà risolto il tema delle responsabilità di fronte a errori che si reiterano o non si correggono.






