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2018-12-12
I renziani si spaccano, ma la politica dei tre forni salverà le poltrone
ANSA
Oggi dunque si parte: il congresso del Pd apre ufficialmente i battenti, e questo pomeriggio scade il termine ultimo per presentarsi alle primarie. In vista di questo appuntamento, dopo tante voci incontrollate che lo vedevano di nuovo protagonista, Matteo Renzi stavolta ha fatto sapere che non sarà della partita con un colloquio al Corriere della sera.
Tuttavia anche Marco Minniti si è definitivamente ritirato, e gli uomini fedeli all'ex presidente del Consiglio adesso sono tatticamente in rotta, e per di più divisi in due (se non in tre). In primo luogo tra chi vorrebbe convergere su Maurizio Martina e tra chi invece vuole provare la carta di una candidatura «identitaria» con un inedito ticket «turborenziano» tra Anna Ascani e Roberto Giachetti. E poi tra chi medita di uscire dal partito, magari dietro al lider maximo, inseguendo l'idea della palingenesi (e di un nuovo inizio) con una nuova formazione di «cittadini» di ispirazione «macroniana». Ma alla fine - come vedremo - ognuno di questi percorsi apparentemente discordi potrebbe avere la sua utilità, consentendo, agli uomini che fino ieri governavano il partito, di marciare divisi per colpire uniti.
Scopriremo solo negli ultimi minuti utili di stasera, quindi alle 18, se la proposta del ticket Giachetti-Ascani è destinata a prendere davvero corpo (dividendo la componente) o se la ex maggioranza farà quadrato dietro a Maurizio Martina, con un fronte comune contro il governatore del Lazio.
Intanto contano le regole. Per presentare un candidato alle primarie servono comunque 1.500 firme e Dario Corallo, il giovane outsider che in questi mesi ha faticato molto per metterle insieme, ironizza: «Spero proprio che a nessuno venga in mente di usare i moduli già compilati, quando chiedevano la firma per Minniti, riciclandoli per far correre un ticket improvvisato all'ultimo minuto». Ovvero: dal momento che la decisione sarebbe stata presa solo ieri, come si può pensare che 1.500 firme possano essere raccolte in un giorno solo? Misteri. In ogni caso una parte dei maggiorenti della corrente di Renzi ha già deciso di convergere sul segretario uscente, producendo un primo paradosso politico. Martina solo un anno fa aveva una linea opposta a quella dell'ex premier e fu fermato brutalmente da Renzi con un intervento televisivo da Fabio Fazio (mentre lavorava a un accordo con il M5s). Oggi invece lo stesso uomo è diventato nemico di quella linea: «Se casca il governo», dice ora, «io di accordi con il M5s non ne faccio».
Il motivo di questo ribaltone? Semplice: nel Pd in questi mesi tutto accade per contrario, se non altro rispetto ai criteri della logica e del senso comune. E quindi, visto che Nicola Zingaretti attualmente governa nel Lazio con il M5s ed è implicitamente il meno ostile a quella linea, Martina deve «spostarsi» e smentire sé stesso, per poter raccogliere i voti di chi ha fatto battaglia insieme a Renzi (e contro di lui) opponendosi alla linea del dialogo. D'altra parte anche Zingaretti ha oscillato sul punto delle alleanze, su cui è stato attaccato durissimamente dai renziani: questa estate le aveva considerate possibili. Poi le ha scartate. Mentre due giorni fa il dibattito si è riaperto quando un fuoco di sbarramento si è aperto contro Massimiliano Smeriglio, che di Zingaretti è il vice alla Regione Lazio.
Smeriglio ha avuto il coraggio di dire esplicitamente, in un'intervista al Manifesto, quello che nel Pd molti pensano da tempo senza trovare la forza di sostenerlo apertamente. E cioè che, come pensa il vice di Zingaretti, «piaccia o non piaccia con il M5s ci si deve governare».
Aggiunge Smeriglio quando lo sento: «La vocazione maggioritaria del Pd ormai è una pia illusione: un partito che viaggia intorno al 17% può evitare di porsi il problema delle alleanze? Io non credo». Smeriglio aggiunge un altro punto: «Dicendo no a qualsiasi dialogo si finisce per proclamarsi contro il governo gialloverde, ma di favorire, di fatto, per mancanza di alternative, un governo neroverde. Ovvero», conclude il proconsole di Zingaretti, «il ritorno di Silvio Berlusconi in maggioranza. Nelle Regioni sarà già così. Sono sicuri di volere questo obiettivo?».
Ma la divisione della corrente renziana ha anche obiettivi tattici più immediati e prosaici della linea politica di lungo periodo. E a spiegare cosa sta accadendo è ancora una volta il giovane Corallo, uno che non ha peli sulla lingua: «Stanno perdendo pezzi, stanno perdendo il controllo del partito, e così litigano brutalmente tra di loro perché i posti di potere da spartire adesso scarseggiano. Dividendosi», aggiunge il giovane dem, «gli ex renziani finiscono per tenere aperti tre forni in vista delle candidature per le Europee: alcuni si garantiscono da soli con il ticket dei turborenziani, altri si fanno garantire da Martina, qualcun altro pensa a eleggersi da solo in una lista esterna al Pd».
Anche perché le prossime Europee saranno un test di sopravvivenza importante. «Questi sono morti che camminano», conclude Corallo, «e sanno che senza poltrona non vanno da nessuna parte».
Questa sera alle 18 scopriremo se la strategia delle diverse candidature e del ticket è realizzabile.
Pure Nardella inizia a smarcarsi e a ridisegnare la mappa del potere
«Io non lascio il Pd». In Toscana ci potresti costruire un movimento con quelli che hanno messo le mani avanti per avvertire che, con un eventuale nuovo partito di Matteo Renzi, anche no, grazie. È una fuga, cominciata un paio di mesi fa con Rosa Maria Di Giorgi, ex pasdaran renziana e vicepresidente del Senato. Il bagliore di una scissione, ancorché abbassato di intensità, è stato il pretesto per smarcarsi dagli obblighi dell'obbedienza. Dall'ex segretario regionale Dario Parrini al sindaco di Prato Matteo Biffoni, renziani che più di così non si può. E soprattutto il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che è stato fin qui prigioniero del renzismo, condannato a osservare il patto con il diavolo. In realtà fra Renzi e Nardella non c'è mai stato grande feeling. Due personaggi diversi nel carattere, nella storia personale, nel passo. Ora che l'ex premier ha mezzo piede fuori dal Pd, Nardella brinda, perché potrà ridisegnare di testa sua, senza dover rendere conto all'ex ingombrante pigmalione, la mappa del potere nella città che spera di governare per altri cinque anni (le elezioni saranno a maggio 2019). Il riposizionamento è cominciato.
Per prima cosa Nardella ha rinviato le nomine più significative a dopo il voto, così avrà la possibilità di utilizzarle per creare alleanze in campagna elettorale. Per ora è sicuramente in vantaggio, tanto più finché non si profileranno all'orizzonte altri candidati del fronte alternativo, cioè centrodestra, Lega e grillini. Questo significa anche che, gira e rigira, i nomi per le poltrone calde sono quasi sempre i soliti, eredi di sé stessi, farina del sacco di centrosinistra.
Tutti aspettano di vedere che cosa succederà a livello politico, che fine farà il Pd, se la Lega o il M5s occuperanno davvero le posizioni strategiche. Così per ora è saltata anche quella che poteva essere l'unica poltrona prima della nuova era, cioè il vertice di Polimoda, la scuola per futuri designer di cui fanno parte istituzioni e categorie economiche della città. L'assemblea dei soci lunedì scorso era pronta a confermare presidente Ferruccio Ferragamo, che è lì da 12 anni ma è anche l'imprenditore fiorentino più famoso nel mondo. Erano pronti a votare per lui il sindaco Nardella, il presidente degli Industriali Luigi Salvadori e il presidente della Fondazione Cassa di risparmio, Umberto Tombari, noto per essere il titolare dello studio legale per cui ha lavorato Maria Elena Boschi e anche membro del cda della Salvatore Ferragamo spa.
Ferragamo è stato congelato dal contenzioso con altri due soci pubblici, fra i principali finanziatori di Polimoda: Antonella Mansi, vicepresidente nazionale di Confindustria e presidente del Centro di Firenze per la moda, e Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di commercio, a caccia, anche lui, di una riconferma per il prossimo mandato. Bassilichi e Mansi insistono perché venga rispettato il decreto trasparenza, che prevede l'obbligo di dichiarare lo stato patrimoniale per chi ricopre incarichi nelle società partecipate o controllate; Ferragamo insiste, invece, nel suo rifiuto: non vuole svelare né il curriculum né la dichiarazione del redditi. Le scorie sembravano superate con un'astensione dei contestatori, ma a sorpresa il voto è slittato, con la scusa di una riorganizzazione della scuola. In realtà la diatriba, sulla quale è intervenuto anche il capo dell'Anticorruzione Raffaele Cantone dando ragione a Bassilichi, non è stata ancora chiarita, perché nessuno dei soci si vuole prendere la responsabilità di consentire a Ferragamo di collocarsi al sopra della legge.
Il giro di valzer è un labirinto. Una specie di catena di Sant'Antonio. Un vero intreccio di potere che si scambia sostegno reciproco, che si dovrà impossessare di Firenze nel prossimo quinquennio, con il quale lo stesso Nardella dovrà confrontarsi se resterà sindaco. Bassilichi è in scadenza alla Camera di commercio ma aspira a succedere a sé stesso. Se il giochetto dei veti con le altre categorie economiche, soprattutto Cna e Confesercenti, glielo consentirà, cioè se saprà respingere l'attacco del presidente di Confesercenti Firenze Claudio Bianchi. Stesso discorso vale per il presidente di Confindustria Luigi Salvadori. Lui però aspira a prendere il posto di Tombari alla Fondazione Cassa di risparmio, la cassaforte della città.
Non c'è ancora un nome per la presidenza degli Industriali. È la nomina più rappresentativa, e per questo preme a Nardella. Confindustria non è più il «circolo del burraco», come la incorniciò Renzi. Tanto più che gli industriali hanno un ruolo strategico anche per la scelta del presidente della Camera di commercio, perciò vengono trattati con i guanti bianchi da Bassilichi.
È una giostra dalla quale non scenderà nessuno. Nemmeno il presidente uscente, per assenza di poltrona, della Banca Cr Firenze, che ormai è Intesa Sanpaolo e sta a Torino. Giuseppe Morbidelli, docente di diritto amministrativo alla Sapienza, per ora non ha una ricollocazione, ma sogna di restare in gioco spostandosi alla Fondazione Crf, dove però è già in corsa Salvadori.
In fondo c'è posto per tutti, basta aspettare. E magari sapersi accontentare. Cambiano le stagioni ma i sistemi restano gli stessi.
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Alle primarie contro Nicola Zingaretti sia Maurizio Martina sia il duo formato da Roberto Giachetti e Anna Ascani. Senza contare un futuro partito del Bullo. Il piano è separarsi per colpire uniti.Il sindaco di Firenze a pochi mesi dalle elezioni cerca alleati. Dopo il voto ci saranno le nomine di Polimoda, Camera di commercio, Confindustria e Fondazione Cassa di risparmio.Lo speciale contiene due articoli.Oggi dunque si parte: il congresso del Pd apre ufficialmente i battenti, e questo pomeriggio scade il termine ultimo per presentarsi alle primarie. In vista di questo appuntamento, dopo tante voci incontrollate che lo vedevano di nuovo protagonista, Matteo Renzi stavolta ha fatto sapere che non sarà della partita con un colloquio al Corriere della sera. Tuttavia anche Marco Minniti si è definitivamente ritirato, e gli uomini fedeli all'ex presidente del Consiglio adesso sono tatticamente in rotta, e per di più divisi in due (se non in tre). In primo luogo tra chi vorrebbe convergere su Maurizio Martina e tra chi invece vuole provare la carta di una candidatura «identitaria» con un inedito ticket «turborenziano» tra Anna Ascani e Roberto Giachetti. E poi tra chi medita di uscire dal partito, magari dietro al lider maximo, inseguendo l'idea della palingenesi (e di un nuovo inizio) con una nuova formazione di «cittadini» di ispirazione «macroniana». Ma alla fine - come vedremo - ognuno di questi percorsi apparentemente discordi potrebbe avere la sua utilità, consentendo, agli uomini che fino ieri governavano il partito, di marciare divisi per colpire uniti. Scopriremo solo negli ultimi minuti utili di stasera, quindi alle 18, se la proposta del ticket Giachetti-Ascani è destinata a prendere davvero corpo (dividendo la componente) o se la ex maggioranza farà quadrato dietro a Maurizio Martina, con un fronte comune contro il governatore del Lazio.Intanto contano le regole. Per presentare un candidato alle primarie servono comunque 1.500 firme e Dario Corallo, il giovane outsider che in questi mesi ha faticato molto per metterle insieme, ironizza: «Spero proprio che a nessuno venga in mente di usare i moduli già compilati, quando chiedevano la firma per Minniti, riciclandoli per far correre un ticket improvvisato all'ultimo minuto». Ovvero: dal momento che la decisione sarebbe stata presa solo ieri, come si può pensare che 1.500 firme possano essere raccolte in un giorno solo? Misteri. In ogni caso una parte dei maggiorenti della corrente di Renzi ha già deciso di convergere sul segretario uscente, producendo un primo paradosso politico. Martina solo un anno fa aveva una linea opposta a quella dell'ex premier e fu fermato brutalmente da Renzi con un intervento televisivo da Fabio Fazio (mentre lavorava a un accordo con il M5s). Oggi invece lo stesso uomo è diventato nemico di quella linea: «Se casca il governo», dice ora, «io di accordi con il M5s non ne faccio». Il motivo di questo ribaltone? Semplice: nel Pd in questi mesi tutto accade per contrario, se non altro rispetto ai criteri della logica e del senso comune. E quindi, visto che Nicola Zingaretti attualmente governa nel Lazio con il M5s ed è implicitamente il meno ostile a quella linea, Martina deve «spostarsi» e smentire sé stesso, per poter raccogliere i voti di chi ha fatto battaglia insieme a Renzi (e contro di lui) opponendosi alla linea del dialogo. D'altra parte anche Zingaretti ha oscillato sul punto delle alleanze, su cui è stato attaccato durissimamente dai renziani: questa estate le aveva considerate possibili. Poi le ha scartate. Mentre due giorni fa il dibattito si è riaperto quando un fuoco di sbarramento si è aperto contro Massimiliano Smeriglio, che di Zingaretti è il vice alla Regione Lazio.Smeriglio ha avuto il coraggio di dire esplicitamente, in un'intervista al Manifesto, quello che nel Pd molti pensano da tempo senza trovare la forza di sostenerlo apertamente. E cioè che, come pensa il vice di Zingaretti, «piaccia o non piaccia con il M5s ci si deve governare». Aggiunge Smeriglio quando lo sento: «La vocazione maggioritaria del Pd ormai è una pia illusione: un partito che viaggia intorno al 17% può evitare di porsi il problema delle alleanze? Io non credo». Smeriglio aggiunge un altro punto: «Dicendo no a qualsiasi dialogo si finisce per proclamarsi contro il governo gialloverde, ma di favorire, di fatto, per mancanza di alternative, un governo neroverde. Ovvero», conclude il proconsole di Zingaretti, «il ritorno di Silvio Berlusconi in maggioranza. Nelle Regioni sarà già così. Sono sicuri di volere questo obiettivo?». Ma la divisione della corrente renziana ha anche obiettivi tattici più immediati e prosaici della linea politica di lungo periodo. E a spiegare cosa sta accadendo è ancora una volta il giovane Corallo, uno che non ha peli sulla lingua: «Stanno perdendo pezzi, stanno perdendo il controllo del partito, e così litigano brutalmente tra di loro perché i posti di potere da spartire adesso scarseggiano. Dividendosi», aggiunge il giovane dem, «gli ex renziani finiscono per tenere aperti tre forni in vista delle candidature per le Europee: alcuni si garantiscono da soli con il ticket dei turborenziani, altri si fanno garantire da Martina, qualcun altro pensa a eleggersi da solo in una lista esterna al Pd».Anche perché le prossime Europee saranno un test di sopravvivenza importante. «Questi sono morti che camminano», conclude Corallo, «e sanno che senza poltrona non vanno da nessuna parte». Questa sera alle 18 scopriremo se la strategia delle diverse candidature e del ticket è realizzabile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-renziani-si-spaccano-ma-la-politica-dei-tre-forni-salvera-le-poltrone-2623117559.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-nardella-inizia-a-smarcarsi-e-a-ridisegnare-la-mappa-del-potere" data-post-id="2623117559" data-published-at="1767915430" data-use-pagination="False"> Pure Nardella inizia a smarcarsi e a ridisegnare la mappa del potere «Io non lascio il Pd». In Toscana ci potresti costruire un movimento con quelli che hanno messo le mani avanti per avvertire che, con un eventuale nuovo partito di Matteo Renzi, anche no, grazie. È una fuga, cominciata un paio di mesi fa con Rosa Maria Di Giorgi, ex pasdaran renziana e vicepresidente del Senato. Il bagliore di una scissione, ancorché abbassato di intensità, è stato il pretesto per smarcarsi dagli obblighi dell'obbedienza. Dall'ex segretario regionale Dario Parrini al sindaco di Prato Matteo Biffoni, renziani che più di così non si può. E soprattutto il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che è stato fin qui prigioniero del renzismo, condannato a osservare il patto con il diavolo. In realtà fra Renzi e Nardella non c'è mai stato grande feeling. Due personaggi diversi nel carattere, nella storia personale, nel passo. Ora che l'ex premier ha mezzo piede fuori dal Pd, Nardella brinda, perché potrà ridisegnare di testa sua, senza dover rendere conto all'ex ingombrante pigmalione, la mappa del potere nella città che spera di governare per altri cinque anni (le elezioni saranno a maggio 2019). Il riposizionamento è cominciato. Per prima cosa Nardella ha rinviato le nomine più significative a dopo il voto, così avrà la possibilità di utilizzarle per creare alleanze in campagna elettorale. Per ora è sicuramente in vantaggio, tanto più finché non si profileranno all'orizzonte altri candidati del fronte alternativo, cioè centrodestra, Lega e grillini. Questo significa anche che, gira e rigira, i nomi per le poltrone calde sono quasi sempre i soliti, eredi di sé stessi, farina del sacco di centrosinistra. Tutti aspettano di vedere che cosa succederà a livello politico, che fine farà il Pd, se la Lega o il M5s occuperanno davvero le posizioni strategiche. Così per ora è saltata anche quella che poteva essere l'unica poltrona prima della nuova era, cioè il vertice di Polimoda, la scuola per futuri designer di cui fanno parte istituzioni e categorie economiche della città. L'assemblea dei soci lunedì scorso era pronta a confermare presidente Ferruccio Ferragamo, che è lì da 12 anni ma è anche l'imprenditore fiorentino più famoso nel mondo. Erano pronti a votare per lui il sindaco Nardella, il presidente degli Industriali Luigi Salvadori e il presidente della Fondazione Cassa di risparmio, Umberto Tombari, noto per essere il titolare dello studio legale per cui ha lavorato Maria Elena Boschi e anche membro del cda della Salvatore Ferragamo spa. Ferragamo è stato congelato dal contenzioso con altri due soci pubblici, fra i principali finanziatori di Polimoda: Antonella Mansi, vicepresidente nazionale di Confindustria e presidente del Centro di Firenze per la moda, e Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di commercio, a caccia, anche lui, di una riconferma per il prossimo mandato. Bassilichi e Mansi insistono perché venga rispettato il decreto trasparenza, che prevede l'obbligo di dichiarare lo stato patrimoniale per chi ricopre incarichi nelle società partecipate o controllate; Ferragamo insiste, invece, nel suo rifiuto: non vuole svelare né il curriculum né la dichiarazione del redditi. Le scorie sembravano superate con un'astensione dei contestatori, ma a sorpresa il voto è slittato, con la scusa di una riorganizzazione della scuola. In realtà la diatriba, sulla quale è intervenuto anche il capo dell'Anticorruzione Raffaele Cantone dando ragione a Bassilichi, non è stata ancora chiarita, perché nessuno dei soci si vuole prendere la responsabilità di consentire a Ferragamo di collocarsi al sopra della legge. Il giro di valzer è un labirinto. Una specie di catena di Sant'Antonio. Un vero intreccio di potere che si scambia sostegno reciproco, che si dovrà impossessare di Firenze nel prossimo quinquennio, con il quale lo stesso Nardella dovrà confrontarsi se resterà sindaco. Bassilichi è in scadenza alla Camera di commercio ma aspira a succedere a sé stesso. Se il giochetto dei veti con le altre categorie economiche, soprattutto Cna e Confesercenti, glielo consentirà, cioè se saprà respingere l'attacco del presidente di Confesercenti Firenze Claudio Bianchi. Stesso discorso vale per il presidente di Confindustria Luigi Salvadori. Lui però aspira a prendere il posto di Tombari alla Fondazione Cassa di risparmio, la cassaforte della città. Non c'è ancora un nome per la presidenza degli Industriali. È la nomina più rappresentativa, e per questo preme a Nardella. Confindustria non è più il «circolo del burraco», come la incorniciò Renzi. Tanto più che gli industriali hanno un ruolo strategico anche per la scelta del presidente della Camera di commercio, perciò vengono trattati con i guanti bianchi da Bassilichi. È una giostra dalla quale non scenderà nessuno. Nemmeno il presidente uscente, per assenza di poltrona, della Banca Cr Firenze, che ormai è Intesa Sanpaolo e sta a Torino. Giuseppe Morbidelli, docente di diritto amministrativo alla Sapienza, per ora non ha una ricollocazione, ma sogna di restare in gioco spostandosi alla Fondazione Crf, dove però è già in corsa Salvadori. In fondo c'è posto per tutti, basta aspettare. E magari sapersi accontentare. Cambiano le stagioni ma i sistemi restano gli stessi.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».