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2018-12-12
I renziani si spaccano, ma la politica dei tre forni salverà le poltrone
ANSA
Oggi dunque si parte: il congresso del Pd apre ufficialmente i battenti, e questo pomeriggio scade il termine ultimo per presentarsi alle primarie. In vista di questo appuntamento, dopo tante voci incontrollate che lo vedevano di nuovo protagonista, Matteo Renzi stavolta ha fatto sapere che non sarà della partita con un colloquio al Corriere della sera.
Tuttavia anche Marco Minniti si è definitivamente ritirato, e gli uomini fedeli all'ex presidente del Consiglio adesso sono tatticamente in rotta, e per di più divisi in due (se non in tre). In primo luogo tra chi vorrebbe convergere su Maurizio Martina e tra chi invece vuole provare la carta di una candidatura «identitaria» con un inedito ticket «turborenziano» tra Anna Ascani e Roberto Giachetti. E poi tra chi medita di uscire dal partito, magari dietro al lider maximo, inseguendo l'idea della palingenesi (e di un nuovo inizio) con una nuova formazione di «cittadini» di ispirazione «macroniana». Ma alla fine - come vedremo - ognuno di questi percorsi apparentemente discordi potrebbe avere la sua utilità, consentendo, agli uomini che fino ieri governavano il partito, di marciare divisi per colpire uniti.
Scopriremo solo negli ultimi minuti utili di stasera, quindi alle 18, se la proposta del ticket Giachetti-Ascani è destinata a prendere davvero corpo (dividendo la componente) o se la ex maggioranza farà quadrato dietro a Maurizio Martina, con un fronte comune contro il governatore del Lazio.
Intanto contano le regole. Per presentare un candidato alle primarie servono comunque 1.500 firme e Dario Corallo, il giovane outsider che in questi mesi ha faticato molto per metterle insieme, ironizza: «Spero proprio che a nessuno venga in mente di usare i moduli già compilati, quando chiedevano la firma per Minniti, riciclandoli per far correre un ticket improvvisato all'ultimo minuto». Ovvero: dal momento che la decisione sarebbe stata presa solo ieri, come si può pensare che 1.500 firme possano essere raccolte in un giorno solo? Misteri. In ogni caso una parte dei maggiorenti della corrente di Renzi ha già deciso di convergere sul segretario uscente, producendo un primo paradosso politico. Martina solo un anno fa aveva una linea opposta a quella dell'ex premier e fu fermato brutalmente da Renzi con un intervento televisivo da Fabio Fazio (mentre lavorava a un accordo con il M5s). Oggi invece lo stesso uomo è diventato nemico di quella linea: «Se casca il governo», dice ora, «io di accordi con il M5s non ne faccio».
Il motivo di questo ribaltone? Semplice: nel Pd in questi mesi tutto accade per contrario, se non altro rispetto ai criteri della logica e del senso comune. E quindi, visto che Nicola Zingaretti attualmente governa nel Lazio con il M5s ed è implicitamente il meno ostile a quella linea, Martina deve «spostarsi» e smentire sé stesso, per poter raccogliere i voti di chi ha fatto battaglia insieme a Renzi (e contro di lui) opponendosi alla linea del dialogo. D'altra parte anche Zingaretti ha oscillato sul punto delle alleanze, su cui è stato attaccato durissimamente dai renziani: questa estate le aveva considerate possibili. Poi le ha scartate. Mentre due giorni fa il dibattito si è riaperto quando un fuoco di sbarramento si è aperto contro Massimiliano Smeriglio, che di Zingaretti è il vice alla Regione Lazio.
Smeriglio ha avuto il coraggio di dire esplicitamente, in un'intervista al Manifesto, quello che nel Pd molti pensano da tempo senza trovare la forza di sostenerlo apertamente. E cioè che, come pensa il vice di Zingaretti, «piaccia o non piaccia con il M5s ci si deve governare».
Aggiunge Smeriglio quando lo sento: «La vocazione maggioritaria del Pd ormai è una pia illusione: un partito che viaggia intorno al 17% può evitare di porsi il problema delle alleanze? Io non credo». Smeriglio aggiunge un altro punto: «Dicendo no a qualsiasi dialogo si finisce per proclamarsi contro il governo gialloverde, ma di favorire, di fatto, per mancanza di alternative, un governo neroverde. Ovvero», conclude il proconsole di Zingaretti, «il ritorno di Silvio Berlusconi in maggioranza. Nelle Regioni sarà già così. Sono sicuri di volere questo obiettivo?».
Ma la divisione della corrente renziana ha anche obiettivi tattici più immediati e prosaici della linea politica di lungo periodo. E a spiegare cosa sta accadendo è ancora una volta il giovane Corallo, uno che non ha peli sulla lingua: «Stanno perdendo pezzi, stanno perdendo il controllo del partito, e così litigano brutalmente tra di loro perché i posti di potere da spartire adesso scarseggiano. Dividendosi», aggiunge il giovane dem, «gli ex renziani finiscono per tenere aperti tre forni in vista delle candidature per le Europee: alcuni si garantiscono da soli con il ticket dei turborenziani, altri si fanno garantire da Martina, qualcun altro pensa a eleggersi da solo in una lista esterna al Pd».
Anche perché le prossime Europee saranno un test di sopravvivenza importante. «Questi sono morti che camminano», conclude Corallo, «e sanno che senza poltrona non vanno da nessuna parte».
Questa sera alle 18 scopriremo se la strategia delle diverse candidature e del ticket è realizzabile.
Pure Nardella inizia a smarcarsi e a ridisegnare la mappa del potere
«Io non lascio il Pd». In Toscana ci potresti costruire un movimento con quelli che hanno messo le mani avanti per avvertire che, con un eventuale nuovo partito di Matteo Renzi, anche no, grazie. È una fuga, cominciata un paio di mesi fa con Rosa Maria Di Giorgi, ex pasdaran renziana e vicepresidente del Senato. Il bagliore di una scissione, ancorché abbassato di intensità, è stato il pretesto per smarcarsi dagli obblighi dell'obbedienza. Dall'ex segretario regionale Dario Parrini al sindaco di Prato Matteo Biffoni, renziani che più di così non si può. E soprattutto il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che è stato fin qui prigioniero del renzismo, condannato a osservare il patto con il diavolo. In realtà fra Renzi e Nardella non c'è mai stato grande feeling. Due personaggi diversi nel carattere, nella storia personale, nel passo. Ora che l'ex premier ha mezzo piede fuori dal Pd, Nardella brinda, perché potrà ridisegnare di testa sua, senza dover rendere conto all'ex ingombrante pigmalione, la mappa del potere nella città che spera di governare per altri cinque anni (le elezioni saranno a maggio 2019). Il riposizionamento è cominciato.
Per prima cosa Nardella ha rinviato le nomine più significative a dopo il voto, così avrà la possibilità di utilizzarle per creare alleanze in campagna elettorale. Per ora è sicuramente in vantaggio, tanto più finché non si profileranno all'orizzonte altri candidati del fronte alternativo, cioè centrodestra, Lega e grillini. Questo significa anche che, gira e rigira, i nomi per le poltrone calde sono quasi sempre i soliti, eredi di sé stessi, farina del sacco di centrosinistra.
Tutti aspettano di vedere che cosa succederà a livello politico, che fine farà il Pd, se la Lega o il M5s occuperanno davvero le posizioni strategiche. Così per ora è saltata anche quella che poteva essere l'unica poltrona prima della nuova era, cioè il vertice di Polimoda, la scuola per futuri designer di cui fanno parte istituzioni e categorie economiche della città. L'assemblea dei soci lunedì scorso era pronta a confermare presidente Ferruccio Ferragamo, che è lì da 12 anni ma è anche l'imprenditore fiorentino più famoso nel mondo. Erano pronti a votare per lui il sindaco Nardella, il presidente degli Industriali Luigi Salvadori e il presidente della Fondazione Cassa di risparmio, Umberto Tombari, noto per essere il titolare dello studio legale per cui ha lavorato Maria Elena Boschi e anche membro del cda della Salvatore Ferragamo spa.
Ferragamo è stato congelato dal contenzioso con altri due soci pubblici, fra i principali finanziatori di Polimoda: Antonella Mansi, vicepresidente nazionale di Confindustria e presidente del Centro di Firenze per la moda, e Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di commercio, a caccia, anche lui, di una riconferma per il prossimo mandato. Bassilichi e Mansi insistono perché venga rispettato il decreto trasparenza, che prevede l'obbligo di dichiarare lo stato patrimoniale per chi ricopre incarichi nelle società partecipate o controllate; Ferragamo insiste, invece, nel suo rifiuto: non vuole svelare né il curriculum né la dichiarazione del redditi. Le scorie sembravano superate con un'astensione dei contestatori, ma a sorpresa il voto è slittato, con la scusa di una riorganizzazione della scuola. In realtà la diatriba, sulla quale è intervenuto anche il capo dell'Anticorruzione Raffaele Cantone dando ragione a Bassilichi, non è stata ancora chiarita, perché nessuno dei soci si vuole prendere la responsabilità di consentire a Ferragamo di collocarsi al sopra della legge.
Il giro di valzer è un labirinto. Una specie di catena di Sant'Antonio. Un vero intreccio di potere che si scambia sostegno reciproco, che si dovrà impossessare di Firenze nel prossimo quinquennio, con il quale lo stesso Nardella dovrà confrontarsi se resterà sindaco. Bassilichi è in scadenza alla Camera di commercio ma aspira a succedere a sé stesso. Se il giochetto dei veti con le altre categorie economiche, soprattutto Cna e Confesercenti, glielo consentirà, cioè se saprà respingere l'attacco del presidente di Confesercenti Firenze Claudio Bianchi. Stesso discorso vale per il presidente di Confindustria Luigi Salvadori. Lui però aspira a prendere il posto di Tombari alla Fondazione Cassa di risparmio, la cassaforte della città.
Non c'è ancora un nome per la presidenza degli Industriali. È la nomina più rappresentativa, e per questo preme a Nardella. Confindustria non è più il «circolo del burraco», come la incorniciò Renzi. Tanto più che gli industriali hanno un ruolo strategico anche per la scelta del presidente della Camera di commercio, perciò vengono trattati con i guanti bianchi da Bassilichi.
È una giostra dalla quale non scenderà nessuno. Nemmeno il presidente uscente, per assenza di poltrona, della Banca Cr Firenze, che ormai è Intesa Sanpaolo e sta a Torino. Giuseppe Morbidelli, docente di diritto amministrativo alla Sapienza, per ora non ha una ricollocazione, ma sogna di restare in gioco spostandosi alla Fondazione Crf, dove però è già in corsa Salvadori.
In fondo c'è posto per tutti, basta aspettare. E magari sapersi accontentare. Cambiano le stagioni ma i sistemi restano gli stessi.
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Alle primarie contro Nicola Zingaretti sia Maurizio Martina sia il duo formato da Roberto Giachetti e Anna Ascani. Senza contare un futuro partito del Bullo. Il piano è separarsi per colpire uniti.Il sindaco di Firenze a pochi mesi dalle elezioni cerca alleati. Dopo il voto ci saranno le nomine di Polimoda, Camera di commercio, Confindustria e Fondazione Cassa di risparmio.Lo speciale contiene due articoli.Oggi dunque si parte: il congresso del Pd apre ufficialmente i battenti, e questo pomeriggio scade il termine ultimo per presentarsi alle primarie. In vista di questo appuntamento, dopo tante voci incontrollate che lo vedevano di nuovo protagonista, Matteo Renzi stavolta ha fatto sapere che non sarà della partita con un colloquio al Corriere della sera. Tuttavia anche Marco Minniti si è definitivamente ritirato, e gli uomini fedeli all'ex presidente del Consiglio adesso sono tatticamente in rotta, e per di più divisi in due (se non in tre). In primo luogo tra chi vorrebbe convergere su Maurizio Martina e tra chi invece vuole provare la carta di una candidatura «identitaria» con un inedito ticket «turborenziano» tra Anna Ascani e Roberto Giachetti. E poi tra chi medita di uscire dal partito, magari dietro al lider maximo, inseguendo l'idea della palingenesi (e di un nuovo inizio) con una nuova formazione di «cittadini» di ispirazione «macroniana». Ma alla fine - come vedremo - ognuno di questi percorsi apparentemente discordi potrebbe avere la sua utilità, consentendo, agli uomini che fino ieri governavano il partito, di marciare divisi per colpire uniti. Scopriremo solo negli ultimi minuti utili di stasera, quindi alle 18, se la proposta del ticket Giachetti-Ascani è destinata a prendere davvero corpo (dividendo la componente) o se la ex maggioranza farà quadrato dietro a Maurizio Martina, con un fronte comune contro il governatore del Lazio.Intanto contano le regole. Per presentare un candidato alle primarie servono comunque 1.500 firme e Dario Corallo, il giovane outsider che in questi mesi ha faticato molto per metterle insieme, ironizza: «Spero proprio che a nessuno venga in mente di usare i moduli già compilati, quando chiedevano la firma per Minniti, riciclandoli per far correre un ticket improvvisato all'ultimo minuto». Ovvero: dal momento che la decisione sarebbe stata presa solo ieri, come si può pensare che 1.500 firme possano essere raccolte in un giorno solo? Misteri. In ogni caso una parte dei maggiorenti della corrente di Renzi ha già deciso di convergere sul segretario uscente, producendo un primo paradosso politico. Martina solo un anno fa aveva una linea opposta a quella dell'ex premier e fu fermato brutalmente da Renzi con un intervento televisivo da Fabio Fazio (mentre lavorava a un accordo con il M5s). Oggi invece lo stesso uomo è diventato nemico di quella linea: «Se casca il governo», dice ora, «io di accordi con il M5s non ne faccio». Il motivo di questo ribaltone? Semplice: nel Pd in questi mesi tutto accade per contrario, se non altro rispetto ai criteri della logica e del senso comune. E quindi, visto che Nicola Zingaretti attualmente governa nel Lazio con il M5s ed è implicitamente il meno ostile a quella linea, Martina deve «spostarsi» e smentire sé stesso, per poter raccogliere i voti di chi ha fatto battaglia insieme a Renzi (e contro di lui) opponendosi alla linea del dialogo. D'altra parte anche Zingaretti ha oscillato sul punto delle alleanze, su cui è stato attaccato durissimamente dai renziani: questa estate le aveva considerate possibili. Poi le ha scartate. Mentre due giorni fa il dibattito si è riaperto quando un fuoco di sbarramento si è aperto contro Massimiliano Smeriglio, che di Zingaretti è il vice alla Regione Lazio.Smeriglio ha avuto il coraggio di dire esplicitamente, in un'intervista al Manifesto, quello che nel Pd molti pensano da tempo senza trovare la forza di sostenerlo apertamente. E cioè che, come pensa il vice di Zingaretti, «piaccia o non piaccia con il M5s ci si deve governare». Aggiunge Smeriglio quando lo sento: «La vocazione maggioritaria del Pd ormai è una pia illusione: un partito che viaggia intorno al 17% può evitare di porsi il problema delle alleanze? Io non credo». Smeriglio aggiunge un altro punto: «Dicendo no a qualsiasi dialogo si finisce per proclamarsi contro il governo gialloverde, ma di favorire, di fatto, per mancanza di alternative, un governo neroverde. Ovvero», conclude il proconsole di Zingaretti, «il ritorno di Silvio Berlusconi in maggioranza. Nelle Regioni sarà già così. Sono sicuri di volere questo obiettivo?». Ma la divisione della corrente renziana ha anche obiettivi tattici più immediati e prosaici della linea politica di lungo periodo. E a spiegare cosa sta accadendo è ancora una volta il giovane Corallo, uno che non ha peli sulla lingua: «Stanno perdendo pezzi, stanno perdendo il controllo del partito, e così litigano brutalmente tra di loro perché i posti di potere da spartire adesso scarseggiano. Dividendosi», aggiunge il giovane dem, «gli ex renziani finiscono per tenere aperti tre forni in vista delle candidature per le Europee: alcuni si garantiscono da soli con il ticket dei turborenziani, altri si fanno garantire da Martina, qualcun altro pensa a eleggersi da solo in una lista esterna al Pd».Anche perché le prossime Europee saranno un test di sopravvivenza importante. «Questi sono morti che camminano», conclude Corallo, «e sanno che senza poltrona non vanno da nessuna parte». 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Il bagliore di una scissione, ancorché abbassato di intensità, è stato il pretesto per smarcarsi dagli obblighi dell'obbedienza. Dall'ex segretario regionale Dario Parrini al sindaco di Prato Matteo Biffoni, renziani che più di così non si può. E soprattutto il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che è stato fin qui prigioniero del renzismo, condannato a osservare il patto con il diavolo. In realtà fra Renzi e Nardella non c'è mai stato grande feeling. Due personaggi diversi nel carattere, nella storia personale, nel passo. Ora che l'ex premier ha mezzo piede fuori dal Pd, Nardella brinda, perché potrà ridisegnare di testa sua, senza dover rendere conto all'ex ingombrante pigmalione, la mappa del potere nella città che spera di governare per altri cinque anni (le elezioni saranno a maggio 2019). Il riposizionamento è cominciato. Per prima cosa Nardella ha rinviato le nomine più significative a dopo il voto, così avrà la possibilità di utilizzarle per creare alleanze in campagna elettorale. Per ora è sicuramente in vantaggio, tanto più finché non si profileranno all'orizzonte altri candidati del fronte alternativo, cioè centrodestra, Lega e grillini. Questo significa anche che, gira e rigira, i nomi per le poltrone calde sono quasi sempre i soliti, eredi di sé stessi, farina del sacco di centrosinistra. Tutti aspettano di vedere che cosa succederà a livello politico, che fine farà il Pd, se la Lega o il M5s occuperanno davvero le posizioni strategiche. Così per ora è saltata anche quella che poteva essere l'unica poltrona prima della nuova era, cioè il vertice di Polimoda, la scuola per futuri designer di cui fanno parte istituzioni e categorie economiche della città. L'assemblea dei soci lunedì scorso era pronta a confermare presidente Ferruccio Ferragamo, che è lì da 12 anni ma è anche l'imprenditore fiorentino più famoso nel mondo. Erano pronti a votare per lui il sindaco Nardella, il presidente degli Industriali Luigi Salvadori e il presidente della Fondazione Cassa di risparmio, Umberto Tombari, noto per essere il titolare dello studio legale per cui ha lavorato Maria Elena Boschi e anche membro del cda della Salvatore Ferragamo spa. Ferragamo è stato congelato dal contenzioso con altri due soci pubblici, fra i principali finanziatori di Polimoda: Antonella Mansi, vicepresidente nazionale di Confindustria e presidente del Centro di Firenze per la moda, e Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di commercio, a caccia, anche lui, di una riconferma per il prossimo mandato. Bassilichi e Mansi insistono perché venga rispettato il decreto trasparenza, che prevede l'obbligo di dichiarare lo stato patrimoniale per chi ricopre incarichi nelle società partecipate o controllate; Ferragamo insiste, invece, nel suo rifiuto: non vuole svelare né il curriculum né la dichiarazione del redditi. Le scorie sembravano superate con un'astensione dei contestatori, ma a sorpresa il voto è slittato, con la scusa di una riorganizzazione della scuola. In realtà la diatriba, sulla quale è intervenuto anche il capo dell'Anticorruzione Raffaele Cantone dando ragione a Bassilichi, non è stata ancora chiarita, perché nessuno dei soci si vuole prendere la responsabilità di consentire a Ferragamo di collocarsi al sopra della legge. Il giro di valzer è un labirinto. Una specie di catena di Sant'Antonio. Un vero intreccio di potere che si scambia sostegno reciproco, che si dovrà impossessare di Firenze nel prossimo quinquennio, con il quale lo stesso Nardella dovrà confrontarsi se resterà sindaco. Bassilichi è in scadenza alla Camera di commercio ma aspira a succedere a sé stesso. Se il giochetto dei veti con le altre categorie economiche, soprattutto Cna e Confesercenti, glielo consentirà, cioè se saprà respingere l'attacco del presidente di Confesercenti Firenze Claudio Bianchi. Stesso discorso vale per il presidente di Confindustria Luigi Salvadori. Lui però aspira a prendere il posto di Tombari alla Fondazione Cassa di risparmio, la cassaforte della città. Non c'è ancora un nome per la presidenza degli Industriali. È la nomina più rappresentativa, e per questo preme a Nardella. Confindustria non è più il «circolo del burraco», come la incorniciò Renzi. Tanto più che gli industriali hanno un ruolo strategico anche per la scelta del presidente della Camera di commercio, perciò vengono trattati con i guanti bianchi da Bassilichi. È una giostra dalla quale non scenderà nessuno. Nemmeno il presidente uscente, per assenza di poltrona, della Banca Cr Firenze, che ormai è Intesa Sanpaolo e sta a Torino. Giuseppe Morbidelli, docente di diritto amministrativo alla Sapienza, per ora non ha una ricollocazione, ma sogna di restare in gioco spostandosi alla Fondazione Crf, dove però è già in corsa Salvadori. In fondo c'è posto per tutti, basta aspettare. E magari sapersi accontentare. Cambiano le stagioni ma i sistemi restano gli stessi.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 21 maggio con Carlo Cambi
(Ansa/Polizia di Stato)
Studiava attacchi contro la città di Firenze e il Vaticano, cercava armi. Si tratta di «un soggetto pericoloso capace di commettere atti gravi, non avendo mutato le proprie pericolose convinzioni ideologiche», informano dalla questura, e può «compiere azioni di grave violenza in danno della collettività».
Per questo, il gip del Tribunale per i minorenni, Giuditta Merli, su richiesta del procuratore di Firenze, Roberta Pieri, ha disposto la custodia del tunisino nell’istituto penale minorile del capoluogo.
Il quindicenne non era affatto cambiato, la direzione centrale della polizia di prevenzione aveva segnalato alla Digos di Firenze che, fin dal giorno seguente alla revoca della misura cautelare, attraverso profili social Telegram e Tik Tok associati ad una nuova utenza che si era intestato, aveva nuovamente iniziato a interagire con account social in uso a soggetti affiliati all’Isis.
Un’altra bomba sociale lasciata libera di esplodere. Eppure, quando il 7 ottobre 2025 la Digos della questura di Firenze e la stazione dei carabinieri di Montepulciano avevano dato esecuzione alla misura cautelare del collocamento in comunità disposta dal gip per i minorenni di Firenze, Maria Serena Favilli, su richiesta del procuratore Roberta Pieri e del pm Giuseppina Mione, già era emerso un quadro altamente preoccupante riguardo alla «simpatia» per il terrorismo islamico del quindicenne arrivato in Italia tre anni fa.
L’indagine aveva preso il via nel dicembre del 2024, quando dopo la segnalazione di allontanamento da casa fatta dal padre, il giovane era stato trovato dai carabinieri mentre vagava nella periferia di Montepulciano con in tasca un coltello a scatto. L’analisi del suo cellulare, effettuata dagli investigatori dell’antiterrorismo internazionale della Digos fiorentina, evidenziò un chiaro percorso di radicalizzazione del ragazzo attraverso il Web.
In particolare, destarono sospetti le numerose ricerche effettuate online per informarsi sulla guerra ai nemici dell’islam, su vari tipi di armi utilizzati dagli affiliati al Daesh, su come raggiungere la Siria e anche su come costruire una bomba. Attraverso l’utilizzo di piattaforme di messaggistica che garantiscono il quasi completo anonimato, il tunisino aveva prestato giuramento a un «gruppo di musulmani provenienti da tutto il mondo che mirano a sostenere i nostri fratelli oppressi in Palestina, Siria e persino i nostri fratelli uiguri, in Cina», come dichiarava l’adescatore.
«Per accelerare il processo di affiliazione e accreditarsi maggiormente all’interno del gruppo, il minorenne si è reso lui stesso artefice di tentativi di arruolamento di altre persone», riferiva la polizia di Stato.
Dall’indagine infatti era emerso che nel novembre 2024 il quindicenne aveva inviato a una persona «il testo del giuramento che, per ritenersi concluso, avrebbe dovuto essere riscritto da colui che lo stava prestando, e poi condiviso con il mittente».
Sempre nel cellulare del giovane i poliziotti trovarono dei video dove, con il volto nascosto da un passamontagna, in nome di Allah minacciava di compiere gravi azioni di violenza contro i miscredenti. Ovvero noi cristiani. La minore età non poteva far abbassare la guardia, il tunisino venne messo in comunità ma sicuramente non si era mostrato interessato a processi di integrazione.
Se il gip aveva emesso il provvedimento di custodia cautelare con lo scopo di impedire il rischio di reiterazione dei reati, considerando che il minore «ha subito gli effetti di un indottrinamento di matrice terroristica in una fase delicata del suo sviluppo, con il concreto pericolo che l’indagato, intensificando la sua radicalizzazione, possa compiere atti di violenza a carattere dimostrativo e indiscriminato verso la collettività», non si comprende perché questa misura fosse stata revocata dopo così pochi mesi. Il tunisino ha proseguito «l’opera di proselitismo anche durante il regime di messa alla prova», dichiara ora il gip che ne ha predisposto la carcerazione.
«Un quindicenne straniero è stato arrestato dalla polizia di Stato a Firenze con l’accusa di terrorismo», ha postato su X il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Il giovane sui social era in contatto con soggetti legati all’estremismo islamico. In alcuni messaggi diceva di essere pronto a passare dalle parole ai fatti, chiedendo istruzioni sui luoghi da colpire e sulle armi da utilizzare. Il mio apprezzamento alle forze dell’ordine e agli operatori dell’intelligence che, grazie ad una consolidata capacità investigativa, sono riusciti ad assicurare questo pericoloso soggetto alla giustizia», ha così concluso il capo del Viminale.
Segnalava a marzo la Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza: «Dalle indagini condotte sul territorio nazionale nei confronti degli ambienti accelerazionisti, ma anche di quelli contigui all’estremismo di matrice jihadista, emerge una chiara tendenza all’abbassamento dell’età dei soggetti coinvolti. La quota dei minorenni è in costante crescita, così come è in aumento il numero di soggetti infra-quattordicenni che si posizionano anche in stadi avanzati di radicalizzazione».
Lo stiamo vedendo, sempre più preoccupati.
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Keir Starmer (Getty Images)
Il premier spagnolo in pubblico si è fatto bello dicendo che non avrebbe aumentato la spesa militare, ma poi in silenzio ha fatto il contrario. Stesso atteggiamento messo in atto con la Russia di Putin, che a parole è stata condannata per l’invasione dell’Ucraina, ma nei fatti è finanziata con l’acquisto di gas russo. Madrid, infatti, è il primo acquirente di Gnl, mentre il secondo è Parigi, dove regna incurante dei sondaggi un altro campione della sinistra europea, ossia Emmanuel Macron.
Ai due leader che tanto piacciono alla sinistra però ora se ne aggiunge un terzo, anch’egli campione di ipocrisia. Parliamo di Keir Starmer da due anni primo ministro di Sua Maestà Carlo III. Nonostante sia sempre più in difficoltà, il leader laburista con un tartufesco giro di parole ieri ha allentato le rigide sanzioni a carico del petrolio russo. Lo ha svelato la Bbc, precisando che la decisione sarebbe dovuta alla crisi venutasi a creare in seguito al blocco dello stretto di Hormuz. Con lo stop al passaggio delle petroliere cariche di greggio proveniente dai Paesi del Golfo, la Gran Bretagna rischia di rimanere a secco di benzina e cherosene, con conseguente fermo dei trasporti aerei e su gomma. La deroga alle misure prese come ritorsione in seguito all’attacco contro Kiev entrerà in vigore già oggi e, secondo la Bbc, riguarderà anche il trasporto di gas naturale liquefatto, il famoso Gnl tanto caro a Pedro Sánchez e a Macron.
Perché riteniamo che la mossa sia altamente ipocrita? Perché da un lato si continua a dire che non si deve trattare con Putin e si rifiutano quelle che vengono definite concessioni all’invasore russo, ma dall’altro, riducendo le sanzioni, si finanzia la guerra dello zar del Cremlino.
Ovviamente ci è ben chiaro che a seguito dell’attacco americano e israeliano all’Iran la situazione geopolitica è radicalmente mutata. E abbiamo ben presenti quali siano le preoccupazioni relative all’approvvigionamento di alcuni carburanti. Tuttavia, la giravolta di Starmer e compagni è troppo evidente per essere taciuta. La Gran Bretagna è stata in questi anni una delle più fiere sostenitrici della resistenza ucraina. Ai tempi di Boris Johnson addirittura si disse che a far saltare la trattativa per giungere a una pace fra Kiev e Mosca sia stata proprio Londra, che si sarebbe opposta a qualsiasi concessione, convinta che armando l’esercito ucraino sarebbe stato possibile respingere gli invasori. All’epoca si disse anche che la Gran Bretagna, oltre a rifornire Zelensky di missili e sistema di difesa, volesse in cambio qualche concessione quando si sarebbe parlato di ricostruzione, ma sta di fatto che il premier Starmer, succeduto a Johnson dopo le brevi parentesi di Liz Truss e Rishi Sunak, in difesa dell’Ucraina si è molto speso, fino a farsi interprete di un gruppo di volenterosi (insieme a Macron) da opporre alla Russia. La proposta a dire il vero non è andata oltre le dichiarazioni di prammatica, ma adesso, per convenienza, il premier inglese si rimangia anche quelle.
Certo, la decisione lo espone a una figura non proprio encomiabile e perciò, appena uscita la notizia, Starmer si è affrettato a correggere la Bbc, dicendo che lo stop alle sanzioni sarebbe temporaneo, giusto il tempo di far fronte all’emergenza, per poi tornare fra qualche mese al rigore di sempre. Come si dice in Veneto, xe pèso il tacòn del buso, cioè peggio la toppa del buco, perché mostra che i principi si possono sospendere a seconda della convenienza. Siamo nemici di Putin e lo sanzioniamo, ma quando serve mettiamo da parte l’imbarazzo e in cambio del suo petrolio siamo pronti a finanziare anche la sua guerra. E tanti saluti agli ucraini. Insomma, è una coscienza a giorni alterni. Quando sono dispari si indigna e quando invece il calendario è pari l’indignazione la mette da parte e pensa agli affari. È la conseguenza del progresso. Anzi, del progressismo.
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