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2018-12-12
I renziani si spaccano, ma la politica dei tre forni salverà le poltrone
ANSA
Oggi dunque si parte: il congresso del Pd apre ufficialmente i battenti, e questo pomeriggio scade il termine ultimo per presentarsi alle primarie. In vista di questo appuntamento, dopo tante voci incontrollate che lo vedevano di nuovo protagonista, Matteo Renzi stavolta ha fatto sapere che non sarà della partita con un colloquio al Corriere della sera.
Tuttavia anche Marco Minniti si è definitivamente ritirato, e gli uomini fedeli all'ex presidente del Consiglio adesso sono tatticamente in rotta, e per di più divisi in due (se non in tre). In primo luogo tra chi vorrebbe convergere su Maurizio Martina e tra chi invece vuole provare la carta di una candidatura «identitaria» con un inedito ticket «turborenziano» tra Anna Ascani e Roberto Giachetti. E poi tra chi medita di uscire dal partito, magari dietro al lider maximo, inseguendo l'idea della palingenesi (e di un nuovo inizio) con una nuova formazione di «cittadini» di ispirazione «macroniana». Ma alla fine - come vedremo - ognuno di questi percorsi apparentemente discordi potrebbe avere la sua utilità, consentendo, agli uomini che fino ieri governavano il partito, di marciare divisi per colpire uniti.
Scopriremo solo negli ultimi minuti utili di stasera, quindi alle 18, se la proposta del ticket Giachetti-Ascani è destinata a prendere davvero corpo (dividendo la componente) o se la ex maggioranza farà quadrato dietro a Maurizio Martina, con un fronte comune contro il governatore del Lazio.
Intanto contano le regole. Per presentare un candidato alle primarie servono comunque 1.500 firme e Dario Corallo, il giovane outsider che in questi mesi ha faticato molto per metterle insieme, ironizza: «Spero proprio che a nessuno venga in mente di usare i moduli già compilati, quando chiedevano la firma per Minniti, riciclandoli per far correre un ticket improvvisato all'ultimo minuto». Ovvero: dal momento che la decisione sarebbe stata presa solo ieri, come si può pensare che 1.500 firme possano essere raccolte in un giorno solo? Misteri. In ogni caso una parte dei maggiorenti della corrente di Renzi ha già deciso di convergere sul segretario uscente, producendo un primo paradosso politico. Martina solo un anno fa aveva una linea opposta a quella dell'ex premier e fu fermato brutalmente da Renzi con un intervento televisivo da Fabio Fazio (mentre lavorava a un accordo con il M5s). Oggi invece lo stesso uomo è diventato nemico di quella linea: «Se casca il governo», dice ora, «io di accordi con il M5s non ne faccio».
Il motivo di questo ribaltone? Semplice: nel Pd in questi mesi tutto accade per contrario, se non altro rispetto ai criteri della logica e del senso comune. E quindi, visto che Nicola Zingaretti attualmente governa nel Lazio con il M5s ed è implicitamente il meno ostile a quella linea, Martina deve «spostarsi» e smentire sé stesso, per poter raccogliere i voti di chi ha fatto battaglia insieme a Renzi (e contro di lui) opponendosi alla linea del dialogo. D'altra parte anche Zingaretti ha oscillato sul punto delle alleanze, su cui è stato attaccato durissimamente dai renziani: questa estate le aveva considerate possibili. Poi le ha scartate. Mentre due giorni fa il dibattito si è riaperto quando un fuoco di sbarramento si è aperto contro Massimiliano Smeriglio, che di Zingaretti è il vice alla Regione Lazio.
Smeriglio ha avuto il coraggio di dire esplicitamente, in un'intervista al Manifesto, quello che nel Pd molti pensano da tempo senza trovare la forza di sostenerlo apertamente. E cioè che, come pensa il vice di Zingaretti, «piaccia o non piaccia con il M5s ci si deve governare».
Aggiunge Smeriglio quando lo sento: «La vocazione maggioritaria del Pd ormai è una pia illusione: un partito che viaggia intorno al 17% può evitare di porsi il problema delle alleanze? Io non credo». Smeriglio aggiunge un altro punto: «Dicendo no a qualsiasi dialogo si finisce per proclamarsi contro il governo gialloverde, ma di favorire, di fatto, per mancanza di alternative, un governo neroverde. Ovvero», conclude il proconsole di Zingaretti, «il ritorno di Silvio Berlusconi in maggioranza. Nelle Regioni sarà già così. Sono sicuri di volere questo obiettivo?».
Ma la divisione della corrente renziana ha anche obiettivi tattici più immediati e prosaici della linea politica di lungo periodo. E a spiegare cosa sta accadendo è ancora una volta il giovane Corallo, uno che non ha peli sulla lingua: «Stanno perdendo pezzi, stanno perdendo il controllo del partito, e così litigano brutalmente tra di loro perché i posti di potere da spartire adesso scarseggiano. Dividendosi», aggiunge il giovane dem, «gli ex renziani finiscono per tenere aperti tre forni in vista delle candidature per le Europee: alcuni si garantiscono da soli con il ticket dei turborenziani, altri si fanno garantire da Martina, qualcun altro pensa a eleggersi da solo in una lista esterna al Pd».
Anche perché le prossime Europee saranno un test di sopravvivenza importante. «Questi sono morti che camminano», conclude Corallo, «e sanno che senza poltrona non vanno da nessuna parte».
Questa sera alle 18 scopriremo se la strategia delle diverse candidature e del ticket è realizzabile.
Pure Nardella inizia a smarcarsi e a ridisegnare la mappa del potere
«Io non lascio il Pd». In Toscana ci potresti costruire un movimento con quelli che hanno messo le mani avanti per avvertire che, con un eventuale nuovo partito di Matteo Renzi, anche no, grazie. È una fuga, cominciata un paio di mesi fa con Rosa Maria Di Giorgi, ex pasdaran renziana e vicepresidente del Senato. Il bagliore di una scissione, ancorché abbassato di intensità, è stato il pretesto per smarcarsi dagli obblighi dell'obbedienza. Dall'ex segretario regionale Dario Parrini al sindaco di Prato Matteo Biffoni, renziani che più di così non si può. E soprattutto il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che è stato fin qui prigioniero del renzismo, condannato a osservare il patto con il diavolo. In realtà fra Renzi e Nardella non c'è mai stato grande feeling. Due personaggi diversi nel carattere, nella storia personale, nel passo. Ora che l'ex premier ha mezzo piede fuori dal Pd, Nardella brinda, perché potrà ridisegnare di testa sua, senza dover rendere conto all'ex ingombrante pigmalione, la mappa del potere nella città che spera di governare per altri cinque anni (le elezioni saranno a maggio 2019). Il riposizionamento è cominciato.
Per prima cosa Nardella ha rinviato le nomine più significative a dopo il voto, così avrà la possibilità di utilizzarle per creare alleanze in campagna elettorale. Per ora è sicuramente in vantaggio, tanto più finché non si profileranno all'orizzonte altri candidati del fronte alternativo, cioè centrodestra, Lega e grillini. Questo significa anche che, gira e rigira, i nomi per le poltrone calde sono quasi sempre i soliti, eredi di sé stessi, farina del sacco di centrosinistra.
Tutti aspettano di vedere che cosa succederà a livello politico, che fine farà il Pd, se la Lega o il M5s occuperanno davvero le posizioni strategiche. Così per ora è saltata anche quella che poteva essere l'unica poltrona prima della nuova era, cioè il vertice di Polimoda, la scuola per futuri designer di cui fanno parte istituzioni e categorie economiche della città. L'assemblea dei soci lunedì scorso era pronta a confermare presidente Ferruccio Ferragamo, che è lì da 12 anni ma è anche l'imprenditore fiorentino più famoso nel mondo. Erano pronti a votare per lui il sindaco Nardella, il presidente degli Industriali Luigi Salvadori e il presidente della Fondazione Cassa di risparmio, Umberto Tombari, noto per essere il titolare dello studio legale per cui ha lavorato Maria Elena Boschi e anche membro del cda della Salvatore Ferragamo spa.
Ferragamo è stato congelato dal contenzioso con altri due soci pubblici, fra i principali finanziatori di Polimoda: Antonella Mansi, vicepresidente nazionale di Confindustria e presidente del Centro di Firenze per la moda, e Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di commercio, a caccia, anche lui, di una riconferma per il prossimo mandato. Bassilichi e Mansi insistono perché venga rispettato il decreto trasparenza, che prevede l'obbligo di dichiarare lo stato patrimoniale per chi ricopre incarichi nelle società partecipate o controllate; Ferragamo insiste, invece, nel suo rifiuto: non vuole svelare né il curriculum né la dichiarazione del redditi. Le scorie sembravano superate con un'astensione dei contestatori, ma a sorpresa il voto è slittato, con la scusa di una riorganizzazione della scuola. In realtà la diatriba, sulla quale è intervenuto anche il capo dell'Anticorruzione Raffaele Cantone dando ragione a Bassilichi, non è stata ancora chiarita, perché nessuno dei soci si vuole prendere la responsabilità di consentire a Ferragamo di collocarsi al sopra della legge.
Il giro di valzer è un labirinto. Una specie di catena di Sant'Antonio. Un vero intreccio di potere che si scambia sostegno reciproco, che si dovrà impossessare di Firenze nel prossimo quinquennio, con il quale lo stesso Nardella dovrà confrontarsi se resterà sindaco. Bassilichi è in scadenza alla Camera di commercio ma aspira a succedere a sé stesso. Se il giochetto dei veti con le altre categorie economiche, soprattutto Cna e Confesercenti, glielo consentirà, cioè se saprà respingere l'attacco del presidente di Confesercenti Firenze Claudio Bianchi. Stesso discorso vale per il presidente di Confindustria Luigi Salvadori. Lui però aspira a prendere il posto di Tombari alla Fondazione Cassa di risparmio, la cassaforte della città.
Non c'è ancora un nome per la presidenza degli Industriali. È la nomina più rappresentativa, e per questo preme a Nardella. Confindustria non è più il «circolo del burraco», come la incorniciò Renzi. Tanto più che gli industriali hanno un ruolo strategico anche per la scelta del presidente della Camera di commercio, perciò vengono trattati con i guanti bianchi da Bassilichi.
È una giostra dalla quale non scenderà nessuno. Nemmeno il presidente uscente, per assenza di poltrona, della Banca Cr Firenze, che ormai è Intesa Sanpaolo e sta a Torino. Giuseppe Morbidelli, docente di diritto amministrativo alla Sapienza, per ora non ha una ricollocazione, ma sogna di restare in gioco spostandosi alla Fondazione Crf, dove però è già in corsa Salvadori.
In fondo c'è posto per tutti, basta aspettare. E magari sapersi accontentare. Cambiano le stagioni ma i sistemi restano gli stessi.
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Alle primarie contro Nicola Zingaretti sia Maurizio Martina sia il duo formato da Roberto Giachetti e Anna Ascani. Senza contare un futuro partito del Bullo. Il piano è separarsi per colpire uniti.Il sindaco di Firenze a pochi mesi dalle elezioni cerca alleati. Dopo il voto ci saranno le nomine di Polimoda, Camera di commercio, Confindustria e Fondazione Cassa di risparmio.Lo speciale contiene due articoli.Oggi dunque si parte: il congresso del Pd apre ufficialmente i battenti, e questo pomeriggio scade il termine ultimo per presentarsi alle primarie. In vista di questo appuntamento, dopo tante voci incontrollate che lo vedevano di nuovo protagonista, Matteo Renzi stavolta ha fatto sapere che non sarà della partita con un colloquio al Corriere della sera. Tuttavia anche Marco Minniti si è definitivamente ritirato, e gli uomini fedeli all'ex presidente del Consiglio adesso sono tatticamente in rotta, e per di più divisi in due (se non in tre). In primo luogo tra chi vorrebbe convergere su Maurizio Martina e tra chi invece vuole provare la carta di una candidatura «identitaria» con un inedito ticket «turborenziano» tra Anna Ascani e Roberto Giachetti. E poi tra chi medita di uscire dal partito, magari dietro al lider maximo, inseguendo l'idea della palingenesi (e di un nuovo inizio) con una nuova formazione di «cittadini» di ispirazione «macroniana». Ma alla fine - come vedremo - ognuno di questi percorsi apparentemente discordi potrebbe avere la sua utilità, consentendo, agli uomini che fino ieri governavano il partito, di marciare divisi per colpire uniti. Scopriremo solo negli ultimi minuti utili di stasera, quindi alle 18, se la proposta del ticket Giachetti-Ascani è destinata a prendere davvero corpo (dividendo la componente) o se la ex maggioranza farà quadrato dietro a Maurizio Martina, con un fronte comune contro il governatore del Lazio.Intanto contano le regole. Per presentare un candidato alle primarie servono comunque 1.500 firme e Dario Corallo, il giovane outsider che in questi mesi ha faticato molto per metterle insieme, ironizza: «Spero proprio che a nessuno venga in mente di usare i moduli già compilati, quando chiedevano la firma per Minniti, riciclandoli per far correre un ticket improvvisato all'ultimo minuto». Ovvero: dal momento che la decisione sarebbe stata presa solo ieri, come si può pensare che 1.500 firme possano essere raccolte in un giorno solo? Misteri. In ogni caso una parte dei maggiorenti della corrente di Renzi ha già deciso di convergere sul segretario uscente, producendo un primo paradosso politico. Martina solo un anno fa aveva una linea opposta a quella dell'ex premier e fu fermato brutalmente da Renzi con un intervento televisivo da Fabio Fazio (mentre lavorava a un accordo con il M5s). Oggi invece lo stesso uomo è diventato nemico di quella linea: «Se casca il governo», dice ora, «io di accordi con il M5s non ne faccio». Il motivo di questo ribaltone? Semplice: nel Pd in questi mesi tutto accade per contrario, se non altro rispetto ai criteri della logica e del senso comune. E quindi, visto che Nicola Zingaretti attualmente governa nel Lazio con il M5s ed è implicitamente il meno ostile a quella linea, Martina deve «spostarsi» e smentire sé stesso, per poter raccogliere i voti di chi ha fatto battaglia insieme a Renzi (e contro di lui) opponendosi alla linea del dialogo. D'altra parte anche Zingaretti ha oscillato sul punto delle alleanze, su cui è stato attaccato durissimamente dai renziani: questa estate le aveva considerate possibili. Poi le ha scartate. Mentre due giorni fa il dibattito si è riaperto quando un fuoco di sbarramento si è aperto contro Massimiliano Smeriglio, che di Zingaretti è il vice alla Regione Lazio.Smeriglio ha avuto il coraggio di dire esplicitamente, in un'intervista al Manifesto, quello che nel Pd molti pensano da tempo senza trovare la forza di sostenerlo apertamente. E cioè che, come pensa il vice di Zingaretti, «piaccia o non piaccia con il M5s ci si deve governare». Aggiunge Smeriglio quando lo sento: «La vocazione maggioritaria del Pd ormai è una pia illusione: un partito che viaggia intorno al 17% può evitare di porsi il problema delle alleanze? Io non credo». Smeriglio aggiunge un altro punto: «Dicendo no a qualsiasi dialogo si finisce per proclamarsi contro il governo gialloverde, ma di favorire, di fatto, per mancanza di alternative, un governo neroverde. Ovvero», conclude il proconsole di Zingaretti, «il ritorno di Silvio Berlusconi in maggioranza. Nelle Regioni sarà già così. Sono sicuri di volere questo obiettivo?». Ma la divisione della corrente renziana ha anche obiettivi tattici più immediati e prosaici della linea politica di lungo periodo. E a spiegare cosa sta accadendo è ancora una volta il giovane Corallo, uno che non ha peli sulla lingua: «Stanno perdendo pezzi, stanno perdendo il controllo del partito, e così litigano brutalmente tra di loro perché i posti di potere da spartire adesso scarseggiano. Dividendosi», aggiunge il giovane dem, «gli ex renziani finiscono per tenere aperti tre forni in vista delle candidature per le Europee: alcuni si garantiscono da soli con il ticket dei turborenziani, altri si fanno garantire da Martina, qualcun altro pensa a eleggersi da solo in una lista esterna al Pd».Anche perché le prossime Europee saranno un test di sopravvivenza importante. «Questi sono morti che camminano», conclude Corallo, «e sanno che senza poltrona non vanno da nessuna parte». Questa sera alle 18 scopriremo se la strategia delle diverse candidature e del ticket è realizzabile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-renziani-si-spaccano-ma-la-politica-dei-tre-forni-salvera-le-poltrone-2623117559.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-nardella-inizia-a-smarcarsi-e-a-ridisegnare-la-mappa-del-potere" data-post-id="2623117559" data-published-at="1780584833" data-use-pagination="False"> Pure Nardella inizia a smarcarsi e a ridisegnare la mappa del potere «Io non lascio il Pd». In Toscana ci potresti costruire un movimento con quelli che hanno messo le mani avanti per avvertire che, con un eventuale nuovo partito di Matteo Renzi, anche no, grazie. È una fuga, cominciata un paio di mesi fa con Rosa Maria Di Giorgi, ex pasdaran renziana e vicepresidente del Senato. Il bagliore di una scissione, ancorché abbassato di intensità, è stato il pretesto per smarcarsi dagli obblighi dell'obbedienza. Dall'ex segretario regionale Dario Parrini al sindaco di Prato Matteo Biffoni, renziani che più di così non si può. E soprattutto il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che è stato fin qui prigioniero del renzismo, condannato a osservare il patto con il diavolo. In realtà fra Renzi e Nardella non c'è mai stato grande feeling. Due personaggi diversi nel carattere, nella storia personale, nel passo. Ora che l'ex premier ha mezzo piede fuori dal Pd, Nardella brinda, perché potrà ridisegnare di testa sua, senza dover rendere conto all'ex ingombrante pigmalione, la mappa del potere nella città che spera di governare per altri cinque anni (le elezioni saranno a maggio 2019). Il riposizionamento è cominciato. Per prima cosa Nardella ha rinviato le nomine più significative a dopo il voto, così avrà la possibilità di utilizzarle per creare alleanze in campagna elettorale. Per ora è sicuramente in vantaggio, tanto più finché non si profileranno all'orizzonte altri candidati del fronte alternativo, cioè centrodestra, Lega e grillini. Questo significa anche che, gira e rigira, i nomi per le poltrone calde sono quasi sempre i soliti, eredi di sé stessi, farina del sacco di centrosinistra. Tutti aspettano di vedere che cosa succederà a livello politico, che fine farà il Pd, se la Lega o il M5s occuperanno davvero le posizioni strategiche. Così per ora è saltata anche quella che poteva essere l'unica poltrona prima della nuova era, cioè il vertice di Polimoda, la scuola per futuri designer di cui fanno parte istituzioni e categorie economiche della città. L'assemblea dei soci lunedì scorso era pronta a confermare presidente Ferruccio Ferragamo, che è lì da 12 anni ma è anche l'imprenditore fiorentino più famoso nel mondo. Erano pronti a votare per lui il sindaco Nardella, il presidente degli Industriali Luigi Salvadori e il presidente della Fondazione Cassa di risparmio, Umberto Tombari, noto per essere il titolare dello studio legale per cui ha lavorato Maria Elena Boschi e anche membro del cda della Salvatore Ferragamo spa. Ferragamo è stato congelato dal contenzioso con altri due soci pubblici, fra i principali finanziatori di Polimoda: Antonella Mansi, vicepresidente nazionale di Confindustria e presidente del Centro di Firenze per la moda, e Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di commercio, a caccia, anche lui, di una riconferma per il prossimo mandato. Bassilichi e Mansi insistono perché venga rispettato il decreto trasparenza, che prevede l'obbligo di dichiarare lo stato patrimoniale per chi ricopre incarichi nelle società partecipate o controllate; Ferragamo insiste, invece, nel suo rifiuto: non vuole svelare né il curriculum né la dichiarazione del redditi. Le scorie sembravano superate con un'astensione dei contestatori, ma a sorpresa il voto è slittato, con la scusa di una riorganizzazione della scuola. In realtà la diatriba, sulla quale è intervenuto anche il capo dell'Anticorruzione Raffaele Cantone dando ragione a Bassilichi, non è stata ancora chiarita, perché nessuno dei soci si vuole prendere la responsabilità di consentire a Ferragamo di collocarsi al sopra della legge. Il giro di valzer è un labirinto. Una specie di catena di Sant'Antonio. Un vero intreccio di potere che si scambia sostegno reciproco, che si dovrà impossessare di Firenze nel prossimo quinquennio, con il quale lo stesso Nardella dovrà confrontarsi se resterà sindaco. Bassilichi è in scadenza alla Camera di commercio ma aspira a succedere a sé stesso. Se il giochetto dei veti con le altre categorie economiche, soprattutto Cna e Confesercenti, glielo consentirà, cioè se saprà respingere l'attacco del presidente di Confesercenti Firenze Claudio Bianchi. Stesso discorso vale per il presidente di Confindustria Luigi Salvadori. Lui però aspira a prendere il posto di Tombari alla Fondazione Cassa di risparmio, la cassaforte della città. Non c'è ancora un nome per la presidenza degli Industriali. È la nomina più rappresentativa, e per questo preme a Nardella. Confindustria non è più il «circolo del burraco», come la incorniciò Renzi. Tanto più che gli industriali hanno un ruolo strategico anche per la scelta del presidente della Camera di commercio, perciò vengono trattati con i guanti bianchi da Bassilichi. È una giostra dalla quale non scenderà nessuno. Nemmeno il presidente uscente, per assenza di poltrona, della Banca Cr Firenze, che ormai è Intesa Sanpaolo e sta a Torino. Giuseppe Morbidelli, docente di diritto amministrativo alla Sapienza, per ora non ha una ricollocazione, ma sogna di restare in gioco spostandosi alla Fondazione Crf, dove però è già in corsa Salvadori. In fondo c'è posto per tutti, basta aspettare. E magari sapersi accontentare. Cambiano le stagioni ma i sistemi restano gli stessi.
Il premier ungherese Péter Magyar (Ansa)
Per celebrare lo scongelamento di 16 miliardi di fondi Ue, Péter Magyar si era intestato il merito di una «svolta storica» per l’Ungheria. Ieri, Emmanuel Macron lo ha accolto all’Eliseo celebrando l’arrivo di una «nuova era». Non serve nemmeno sforzarsi per capire che, in realtà, il suo resta un «orbanismo», solo più gentile: era sufficiente leggere un’intervista uscita sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung, nella lingua madre di Ursula von der Leyen. Giusto per accertarsi che anche lei la capisse.
Il presidente francese vorrebbe tirare Magyar dentro la fumosa coalizione dei volenterosi, in occasione del mega evento che organizzerà il 14 luglio, per commemorare la Rivoluzione. Eppure, sull’Ucraina, il nuovo premier magiaro dice cose simili al suo predecessore. Ad esempio, ha candidato Budapest a sede di eventuali colloqui di pace tra Mosca e Kiev. È vero che persino nei palazzi di Bruxelles, ultimamente, ci si era messi a ragionare su quale figura potesse portare avanti il dialogo con il Cremlino. Fatto sta che Magyar, come Viktor Orbán, non solo non ha problemi ad accreditare il suo Paese quale terreno neutro, ma è anche disponibile a «fornire assistenza diplomatica e umanitaria». Rispetto al passato, egli dimostra di aver affinato le tecniche di mercanteggiamento: mentre si discute dell’ingresso della nazione di Volodymyr Zelensky nell’Unione, un’ipotesi che finora il suo Paese aveva respinto, lui mette sul piatto «un accordo sul ripristino e la garanzia dei diritti linguistici, educativi e culturali dei 100.000 ungheresi che vivono in Ucraina. Dobbiamo chiarire», ha precisato Magyar, «alcune questioni riguardanti la nostra minoranza». Dopodiché, si potrà «aprire un nuovo capitolo» e, magari, concedere il nulla osta a un percorso di integrazione che, in ogni caso, si annuncia ancora lungo. Tutto sommato, se ciò dovesse contribuire ad ammorbidire la posizione di Bruxelles e, soprattutto, a farle allentare i cordoni della borsa, per Magyar sarebbe un punto di caduta vantaggioso: l’intesa sulla minoranza ungherese in Ucraina dovrà essere raggiunta «nei prossimi giorni»; affinché Kiev diventi membro dell’Ue a tutti gli effetti, invece, occorreranno anni.
Poi, c’è il nodo dei rapporti con la Russia. Il premier non intende perdere di vista gli interessi nazionali. Budapest dipende dal gas di Vladimir Putin e, ha ribadito Magyar alla Faz, «non possiamo cambiare questa situazione dall’oggi al domani. I nostri vicini», ha insistito, «dovrebbero capire che l’Ungheria è un Paese senza sbocco sul mare. Non abbiamo registrato crescita economica per anni e, per crescere, abbiamo bisogno di energia a prezzi accessibili. Certo, stiamo facendo tutto il possibile per diversificare le fonti energetiche, ma non possiamo permetterci che la competitività delle nostre aziende diminuisca ulteriormente e che la povertà energetica tra le famiglie ungheresi aumenti». Mettiamola così: sarebbe stato bello ascoltare dei discorsi simili dalle nostre classi dirigenti, già nel 2022. Adesso, dopo anni di condiscendenza ai diktat della Commissione, ci ritroviamo con Valdis Dombrovskis che ci prescrive come vivere. Anzi, di che morte morire.
Ma c’è di più. Manco fosse un Medvedev qualsiasi, Magyar ha aggiunto che, a suo avviso, «l’Europa tornerà parzialmente alle fonti energetiche russe e revocherà le sanzioni, poiché si tratta della competitività di tutta l’Europa e nessuno ha interesse a mantenere una nuova guerra fredda economica e politica in caso di futura pace. Perché ciò accada», ha specificato, «la guerra deve ovviamente finire». Ovviamente. Il messaggio, però, è chiaro: Budapest promuove ancora il disgelo con Mosca e, piuttosto che un irrevocabile divorzio dallo zar, propone un modesto «derisking». D’altronde, i numeri danno ragione al premier magiaro: a parte Ungheria e Slovacchia, anche Francia, Spagna e Belgio continuano a finanziare Putin, facendo incetta di gas liquido. Peggio: attraverso un sistema di matrioske finanziarie, le petroliere fantasma russe riescono ancora a farsi assicurare le spedizioni grazie alle risorse dei mercati del Vecchio continente.
Infine, occorre una buona fantasia per riscontrare la «svolta storica» nelle idee espresse da Magyar sulla governance dell’Unione. Il primo ministro non è «favorevole all’introduzione del voto a maggioranza anziché all’unanimità». Ha senso: l’Ungheria è piccola, la sua economia è debole rispetto a quella dei grandi Paesi Ue e l’unico modo che ha per far contare la propria voce è sfruttare le possibilità che le riservano i Trattati. Il cambiamento, al solito, è formale più che sostanziale: Orbán, ha commentato con la Faz Magyar, «diceva sempre che “dobbiamo sconfiggere Bruxelles”. Non credo che sia questo il punto. L’obiettivo è capirsi e persuadersi a vicenda». Poesia. Ma al netto delle carinerie, il premier ungherese non indietreggia: «Le persone», ha sottolineato, «vogliono un’Unione europea basata su Stati forti, non sugli Stati Uniti d’Europa».
Per sbloccare i finanziamenti negati a Orbán, Ursula si è accontentata della deferenza verbale. In teoria, le somme verranno erogate se Budapest completerà e documenterà le famigerate riforme entro il 31 agosto. Molti di quei soldi, comunque, erano bloccati per dissidi su questioni laterali: quelle che Bruxelles considera discriminazioni contro le persone Lgbtq+, la violazione delle procedure sull’asilo dei migranti, le limitazioni della libertà accademica, come nella vicenda dell’università dei Soros. Magyar, intanto, ha annunciato che chiederà di aderire alla Procura europea (Eppo), la quale potrà così indagare su eventuali frodi nell’uso dei fondi comunitari. E una formula scaltra per sciogliere il nodo dell’Ucraina nell’Ue l’ha trovata. Sul resto - l’essenziale - il ritornello rimane lo stesso. Anche se la Von der Leyen ha salutato l’avvento di «una nuova era», sostenendo che il governo ungherese, appena entrato in carica, sta già «agendo con rapidità e determinazione». Magyar statista a tempo di record. Lo diceva Patty Pravo: tutti quanti sono degli eroi quando vogliono qualcosa.
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Scontri tra monarchici e Polizia a Napoli nel giugno 1946 (Getty Images)
Dal 4 all’11 giugno 1946 l’Italia della transizione tra monarchia e repubblica visse la sua «settimana tragica» a causa delle tensioni generate dall’esito del referendum del 2 giugno precedente e dalle frizioni ancora esistenti nel Paese uscito da appena un anno dalla guerra. Nei giorni tra il voto e l’esilio di Umberto II, il «re di maggio» che regnò soltanto un mese, l’Italia allora guidata da Alcide de Gasperi assieme ai partiti espressione del Cln, rischiò una nuova guerra civile tra il Nord repubblicano ed il Sud profondamente legato all’istituzione monarchica. I motivi della divisione erano stati definiti dal diverso svolgersi degli eventi bellici e delle figure politiche a questi legate. Il Nord era stato il teatro della guerra civile fino all’ultimo giorno. In entrambe le parti in lotta, repubblichini e partigiani legati ai partiti che governeranno nel dopoguerra, la figura dei Savoia era stata pesantemente oscurata dopo la fuga del re a Brindisi, che aveva generato un diffuso sentimento antimonarchico. Nelle regioni meridionali, al contrario, la casa Savoia aveva seguito le sorti del mezzogiorno con l’effimero Regno del Sud controllato dagli Alleati, fatto che generò l’idea della continuità. A Napoli, in particolare, la monarchia sabauda si era sostituita a quella borbonica con una lunga opera di radicamento nella città (tanto che fu istituito il titolo di «Principe di Napoli» all’erede al trono). Quando l’Italia si recò alle urne il 2 giugno del 1946, le ferite della guerra erano ancora aperte. Le tensioni della guerra civile e della Campagna d’Italia dal 1943 al 1945 avevano lasciato un Paese allo stremo, con le vie di comunicazione e le industrie ridotte a macerie. La disoccupazione ed il carovita dovuto all’inflazione galoppante avevano contribuito ad alimentare rabbia e frustrazione, oltre ad avere lasciato un’Italia ancora una volta divisa tra Nord e Sud. Il referendum monarchia-repubblica era diventato un catalizzatore di tensioni, rese ancora più forti dai sospetti di brogli e dal fatto che la popolazione della Venezia Giulia, di Zara, Pola e Fiume oltre a quella della Provincia di Bolzano furono escluse dal voto a causa dell’occupazione straniera.
I lenti scrutini dei seggi evidenziarono sin da subito il divario tra le due italie, con il Sud a netta maggioranza favorevole ai Savoia. Il voto più eclatante fu quello di Napoli, dove l’80% degli elettori scelse la monarchia nel segno della continuità e non solamente per quella: la città partenopea, molto lontana idealmente dal «vento del Nord», era stata una delle più colpite durante il conflitto, con oltre 200 bombardamenti alleati, che avevano prostrato la popolazione riducendola alla fame. Decine di migliaia di napoletani vivevano ancora all’addiaccio in grotte o nei padiglioni della Mostra d’Oltremare, tormentati dalle epidemie e dalla mancanza di ogni tipo di servizio. Fresco era inoltre ancora il mito delle «Quattro giornate» del settembre 1943 quando la sollevazione popolare indusse i tedeschi a lasciare la città. Tutti questi elementi, uniti ad un generale risentimento contro i «partiti del Nord» accesero la miccia dei tumulti che dal 4 all’11 giugno 1946 insanguinarono Napoli.
Subito dopo il referendum, le voci che davano la repubblica in lieve vantaggio si unirono a quelle che condannavano i presunti brogli e il peso delle zone escluse dal voto e quelle di una presunta imminente visita di Umberto II a Napoli, notizia che accese ancora di più gli animi già infiammati. Nonostante l’ultimo re d’Italia non si fosse mai espresso nei confronti dei napoletani pronti alla rivolta, il tam-tam dei rioni fece materializzare per le strade l’idea che una ribellione di Napoli avrebbe potuto sfociare in una futura separazione del Sud dal resto d’Italia. Nei giorni tra il voto e l’esito definitivo delle urne, la Prefettura di Napoli chiese rinforzi all’allora ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, che provvide all’invio di reparti della Celere a protezione dei luoghi sensibili come le sedi dei partiti e le caserme, prese di mira dai rivoltosi per procurare armi.
La sera del 4 giugno la radio divulgò la notizia del vantaggio della repubblica, e la città piombò in un silenzio carico di tensione, destinata a sfogarsi il giorno successivo quando il contemporaneo arrivo a Capodichino della principessa Maria Josè diede il «la» alle proteste di piazza. Già durante la mattinata si registrarono i primi tafferugli tra monarchici e comunisti, mentre Maria José veniva invitata dalle autorità a lasciare la città per Lisbona. Arginato a fatica dalla forza pubblica, il movimento spontaneo dei monarchici si riversò nelle strade di Capodimonte la mattina seguente, con camion imbandierati con lo stemma sabaudo. Ciò che la Prefettura aveva temuto nei giorni precedenti divenne realtà: gli insorti assalirono le caserme dei Carabinieri e dell’Esercito in cerca di armi (e della solidarietà dall’Arma, che non arrivò). Durante gli scontri con la Celere, Napoli ebbe il primo morto. Durante l’assedio della caserma dei Carabinieri di Capodimonte, il lancio di bombe a mano ferì mortalmente l’imbianchino 35enne Ciro Martino. La prima vittima tra i «lazzari» fu la premessa di quelle che furono le «Sette giornate di Napoli», una settimana in cui il fantasma della guerra civile si mostrò nuovamente agli occhi degli italiani. La rabbia si sfogò allora non solo contro i comunisti e i partiti del Nord, ma anche contro una Democrazia Cristiana accusata di ambiguità sulla questione della forma dello Stato e senza risparmiare il braccio del partito, il clero. Numerosi furono in quei giorni concitati gli episodi di violenza contro ecclesiastici, malmenati o scherniti per i vicoli della città per non avere apertamente sostenuto la scelta monarchica.
La situazione peggiorò rapidamente il giorno dopo, quando una folla di 5.000 persone si radunò a Vasto per raggiungere piazza del Plebiscito con l’intento simbolico di fare ammainare la bandiera repubblicana e issare nuovamente quella sabauda. Negli scontri con la Celere, i Carabinieri e l’esercito rimase un altro morto sul selciato: si trattava del sedicenne Gaetano d’Alessandro, colpito alla testa da una raffica di mitra. Lo stesso giorno moriva in ospedale un altro minorenne, il 14enne Carlo Russo, ferito il giorno prima negli scontri di piazza.
Il 9 giugno fu segnato dalle esequie del giovanissimo Russo, che aggiunsero rabbia alla rabbia, gettando le premesse di quello che sarà il giorno più nero della settimana dei tumulti di Napoli. Le fila dei sostenitori dei Savoia andavano aumentando con l’arrivo in città di monarchici provenienti da tutto il Meridione, mentre dalla parte delle forze dell’ordine furono chiamati rinforzi dal Nord, nei cui ranghi erano attivi diversi elementi provenienti dalla Resistenza, arruolati nella Celere dopo la guerra. L’11 giugno la protesta raggiunse il climax, alimentata dalla frustrazione per il rifiuto di Umberto II alla richiesta di porsi alla testa di una rivolta lealista e per gli effetti di un secondo funerale, quello dell’adolescente D’Alessandro. Quel giorno, dopo le esequie, la folla imbandierata con i simboli di Casa Savoia puntò alla sede del Partito Comunista di via Medina, in pieno centro cittadino. Lo scopo dei manifestanti era quello di strappare le bandiere della repubblica e quella rossa dalla facciata del palazzo, come già fatto in altre occasioni nei giorni precedenti, ma la situazione precipitò quasi subito, con la Polizia che sparò al primo manifestante che cercava di arrampicarsi per strappare i vessilli. Ne nacque un durissimo scontro a fuoco tra le barricate realizzate con due vetture tranviarie nella quale persero la vita 9 persone tra cui la diciannovenne Ida Cavalieri, investita da un automezzo della Celere mentre gridava, avvolta nella bandiera sabauda, «Viva ‘o rre!». Due furono i caduti tra le forze dell’ordine, decine i feriti. Durante gli scontri, i «luciani», pescatori di Santa Lucia, decisero di dare man forte ai manifestanti assalendo la sede del Comando Marina per impadronirsi delle armi, venendo respinti a fatica dai militari a guardia della caserma.
La strage di via Medina poteva essere l’ìnizio di una guerra tra il Sud e il Nord, vista la solidarietà espressa dai monarchici meridionali alle vittime delle pallottole del nascente Stato repubblicano. Tuttavia la partenza per l’esilio di Umberto II, avvenuta appena 48 ore dopo i fatti, fece sgonfiare i moti lealisti nati dal «ventre di Napoli». Il 18 giugno la Corte di Cassazione confermò la vittoria della repubblica. Ma l’eredità delle «Sette giornate» dei monarchici pesò sulle scelte successive dell’Italia repubblicana. Un illustre napoletano e monarchico, Enrico De Nicola, divenne Capo provvisorio dello Stato, mentre il primo sindaco eletto dopo l’amministrazione prefettizia della città fu l’avvocato Giuseppe Buonocore, anch’egli di ispirazione monarchica ma garante della transizione in quanto padre della Costituente. Mentre si consumavano gli scontri del giugno 1946, dietro le quinte lavorava l’armatore Achille Lauro, fervente sostenitore dei Savoia e futuro deputato per il Partito Nazionale Monarchico. In quei mesi durissimi del 1946 lavorò per ricostituire la sua flotta annientata dalla guerra grazie all’acquisto di naviglio americano residuato. In breve fu in grado di ricostruire un impero nella navigazione commerciale e nelle rotte atlantiche della seconda emigrazione italiana, sostituendosi, per così dire, alla figura del re nel lungo periodo chiamato «laurismo», quello dei mandati di sindaco di Napoli dal 1952 al 1957 e poi ancora nel 1961. Per citare il grande Eduardo de Filippo, «’A nuttata era passata», ma in quella settimana di ottant’anni fa Napoli e l’Italia si erano trovate avvolte da un buio pesto.
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Roberto Saviano e Massimo Gramellini (Ansa)
È una cosa brutta, brutta, brutta. Mi passi una tartina, una coppa di champagne con doppia dose di indignazione. L’hai letto Gramellini? L’hai sentito Saviano? Signora mia, dobbiamo esibire lo sdegno come se fosse l’ultimo tailleur di Armani. Dobbiamo vibrare di riprovazione, siamo sotto choc e anche un po’ sorpresi. Ma davvero gli immigrati vengono qui per essere sfruttati? E noi che pensavamo che venissero solo per pagarci le pensioni…
Non c’è niente di più insopportabile dell’ipocrisia dei salotti chic di fronte alla tragedia della Calabria. Non c’è niente di più insopportabile perché i benpensanti choccati, i Saviano indignati e i Gramellini addolorati dimenticano una verità semplice e evidente a chiunque la voglia vedere. E cioè che l’immigrazione da loro voluta, sostenuta, appoggiata e financo idealizzata, proprio a questo serviva: non a pagare le pensioni, come vanno cianciando da anni, ma ad avere manodopera sottopagata, carne da sacrificare sull’altare dei profitti o (peggio ancora) della criminalità. Gli immigrati sono stati usati come carne da macello per avere manovalanza a basso costo da dare in pasto prima a caporali e delinquenti, e poi all’intero sistema economico. E i nostri indignati speciali lo sapevano benissimo. Per cui risultano oltremodo ipocrite le loro lacrime davanti a quei corpi bruciati: davvero scoprono oggi i caporali? Davvero scoprono oggi i lavoratori sfruttati e sottopagati? E l’inferno dei braccianti?
Sono anni che raccontiamo le baraccopoli dove i braccianti vivono in condizioni disumane sotto gli occhi di tutti. I miei inviati di Fuori dal Coro le conoscono palmo a palmo, baracca per baracca. Borgo Mezzanone (Manfredonia), dove Soumahoro andava a fare proseliti. Rignano Garganico, il Ghetto dei Bulgari (Cerignola), San Ferdinando in Calabria e tutte le altre: quante volte le abbiamo mostrate? E quante volte ci siamo sentiti definire xenofobi e razzisti perché dicevamo che quelle strutture andavano abolite? Eppure non si è mai fatto niente. Nemmeno quando sono arrivati i soldi del Pnrr e ci sono stati milioni a disposizione per abbattere quegli orrori. Non si è fatto nulla. I milioni sono andati persi e le baraccopoli sono ancora lì. E perché? Semplice: perché conviene così. Follow the money. Segui la moneta. A tutti conviene che resti l’illegalità, la massa dei disperati, la manodopera ricattabile disposta a lavorare per nulla.
Ma pensateci: l’immigrazione in generale è servita a questo. Ad avere disperati da sfruttare. Non solo nelle baraccopoli. Non solo con i braccianti. Ho raccontato mille volte l’esempio storico di Monfalcone. Domanda: perché oggi Monfalcone è uno dei centri italiani con la più alta concentrazione di stranieri tanto da rischiare di diventare un avamposto della sharia? Semplice: perché nei cantieri navali sono arrivati i bengalesi che sono disposti a lavorare a condizioni (subappalti su subappalti, meno sicurezza, stipendi più bassi) che gli operai italiani dei cantieri non avrebbero mai accettato. Fateci caso: i diritti dei lavoratori (e gli stipendi) in Italia sono aumentati fino a quando non è cominciata l’immigrazione. Poi con l’immigrazione si è invertito il trend. Per questo l’immigrazione piace tanto ai potenti, ai loro giornali e ai loro cicisbei. Perché è stata l’arma con cui si è realizzata la più grande opera di distruzione dei diritti dei lavoratori mai vista nella storia. E adesso piangono perché scoprono che ci sono lavoratori sfruttati? Ma davvero? Con che coraggio?
Mille volte mi sono sentito dire: gli stranieri fanno lavori che gli italiani non vogliono più fare. Balle. Forse che gli anziani non venivano accuditi quando non c’erano le badanti moldave? Forse che i pomodori non venivano raccolti quando non c’erano i braccianti pakistani? Non è che gli italiani non vogliono fare certi lavori: non li vogliono fare a certe condizioni. Ma l’immigrazione è servita proprio per arrivare a quelle condizioni perché se non accetti un lavoro precario, sottopagato, da sfruttato c’è sempre qualcuno più disperato di te che è disposto a farlo. Come fanno a non capire i benpensanti indignati che se esistono i lavoratori sfruttati è proprio perché c’è qualcuno che ha aperto le braccia all’immigrazione? Come fanno a non capire che l’abisso dell’orrore si nasconde proprio dietro il loro pseudo buonismo e la loro pelosa solidarietà?
Tra qualche giorno l’indignazione passerà, lo sdegno pure, e nei salotti chic dopo lo champagne si parlerà d’altro. Così i caporali (stranieri) continueranno a sfruttare i lavoratori (stranieri) magari evitando i roghi, per attirare un po’ meno l’attenzione. E tutti si dimenticheranno del problema per non dover ammettere che l’unica soluzione possibile è quella che fa più paura. È quella che non si può dire. Si chiama remigrazione.
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Il giornalista di Ansa sul luogo dove e' avvenuta la strage di Amendolara. Quattro migranti sono morti bruciati vivi all'interno di un'auto. Nelle immagini ancora le tracce della strage e la telecamera che l'ha ripresa.