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2018-12-12
I renziani si spaccano, ma la politica dei tre forni salverà le poltrone
ANSA
Oggi dunque si parte: il congresso del Pd apre ufficialmente i battenti, e questo pomeriggio scade il termine ultimo per presentarsi alle primarie. In vista di questo appuntamento, dopo tante voci incontrollate che lo vedevano di nuovo protagonista, Matteo Renzi stavolta ha fatto sapere che non sarà della partita con un colloquio al Corriere della sera.
Tuttavia anche Marco Minniti si è definitivamente ritirato, e gli uomini fedeli all'ex presidente del Consiglio adesso sono tatticamente in rotta, e per di più divisi in due (se non in tre). In primo luogo tra chi vorrebbe convergere su Maurizio Martina e tra chi invece vuole provare la carta di una candidatura «identitaria» con un inedito ticket «turborenziano» tra Anna Ascani e Roberto Giachetti. E poi tra chi medita di uscire dal partito, magari dietro al lider maximo, inseguendo l'idea della palingenesi (e di un nuovo inizio) con una nuova formazione di «cittadini» di ispirazione «macroniana». Ma alla fine - come vedremo - ognuno di questi percorsi apparentemente discordi potrebbe avere la sua utilità, consentendo, agli uomini che fino ieri governavano il partito, di marciare divisi per colpire uniti.
Scopriremo solo negli ultimi minuti utili di stasera, quindi alle 18, se la proposta del ticket Giachetti-Ascani è destinata a prendere davvero corpo (dividendo la componente) o se la ex maggioranza farà quadrato dietro a Maurizio Martina, con un fronte comune contro il governatore del Lazio.
Intanto contano le regole. Per presentare un candidato alle primarie servono comunque 1.500 firme e Dario Corallo, il giovane outsider che in questi mesi ha faticato molto per metterle insieme, ironizza: «Spero proprio che a nessuno venga in mente di usare i moduli già compilati, quando chiedevano la firma per Minniti, riciclandoli per far correre un ticket improvvisato all'ultimo minuto». Ovvero: dal momento che la decisione sarebbe stata presa solo ieri, come si può pensare che 1.500 firme possano essere raccolte in un giorno solo? Misteri. In ogni caso una parte dei maggiorenti della corrente di Renzi ha già deciso di convergere sul segretario uscente, producendo un primo paradosso politico. Martina solo un anno fa aveva una linea opposta a quella dell'ex premier e fu fermato brutalmente da Renzi con un intervento televisivo da Fabio Fazio (mentre lavorava a un accordo con il M5s). Oggi invece lo stesso uomo è diventato nemico di quella linea: «Se casca il governo», dice ora, «io di accordi con il M5s non ne faccio».
Il motivo di questo ribaltone? Semplice: nel Pd in questi mesi tutto accade per contrario, se non altro rispetto ai criteri della logica e del senso comune. E quindi, visto che Nicola Zingaretti attualmente governa nel Lazio con il M5s ed è implicitamente il meno ostile a quella linea, Martina deve «spostarsi» e smentire sé stesso, per poter raccogliere i voti di chi ha fatto battaglia insieme a Renzi (e contro di lui) opponendosi alla linea del dialogo. D'altra parte anche Zingaretti ha oscillato sul punto delle alleanze, su cui è stato attaccato durissimamente dai renziani: questa estate le aveva considerate possibili. Poi le ha scartate. Mentre due giorni fa il dibattito si è riaperto quando un fuoco di sbarramento si è aperto contro Massimiliano Smeriglio, che di Zingaretti è il vice alla Regione Lazio.
Smeriglio ha avuto il coraggio di dire esplicitamente, in un'intervista al Manifesto, quello che nel Pd molti pensano da tempo senza trovare la forza di sostenerlo apertamente. E cioè che, come pensa il vice di Zingaretti, «piaccia o non piaccia con il M5s ci si deve governare».
Aggiunge Smeriglio quando lo sento: «La vocazione maggioritaria del Pd ormai è una pia illusione: un partito che viaggia intorno al 17% può evitare di porsi il problema delle alleanze? Io non credo». Smeriglio aggiunge un altro punto: «Dicendo no a qualsiasi dialogo si finisce per proclamarsi contro il governo gialloverde, ma di favorire, di fatto, per mancanza di alternative, un governo neroverde. Ovvero», conclude il proconsole di Zingaretti, «il ritorno di Silvio Berlusconi in maggioranza. Nelle Regioni sarà già così. Sono sicuri di volere questo obiettivo?».
Ma la divisione della corrente renziana ha anche obiettivi tattici più immediati e prosaici della linea politica di lungo periodo. E a spiegare cosa sta accadendo è ancora una volta il giovane Corallo, uno che non ha peli sulla lingua: «Stanno perdendo pezzi, stanno perdendo il controllo del partito, e così litigano brutalmente tra di loro perché i posti di potere da spartire adesso scarseggiano. Dividendosi», aggiunge il giovane dem, «gli ex renziani finiscono per tenere aperti tre forni in vista delle candidature per le Europee: alcuni si garantiscono da soli con il ticket dei turborenziani, altri si fanno garantire da Martina, qualcun altro pensa a eleggersi da solo in una lista esterna al Pd».
Anche perché le prossime Europee saranno un test di sopravvivenza importante. «Questi sono morti che camminano», conclude Corallo, «e sanno che senza poltrona non vanno da nessuna parte».
Questa sera alle 18 scopriremo se la strategia delle diverse candidature e del ticket è realizzabile.
Pure Nardella inizia a smarcarsi e a ridisegnare la mappa del potere
«Io non lascio il Pd». In Toscana ci potresti costruire un movimento con quelli che hanno messo le mani avanti per avvertire che, con un eventuale nuovo partito di Matteo Renzi, anche no, grazie. È una fuga, cominciata un paio di mesi fa con Rosa Maria Di Giorgi, ex pasdaran renziana e vicepresidente del Senato. Il bagliore di una scissione, ancorché abbassato di intensità, è stato il pretesto per smarcarsi dagli obblighi dell'obbedienza. Dall'ex segretario regionale Dario Parrini al sindaco di Prato Matteo Biffoni, renziani che più di così non si può. E soprattutto il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che è stato fin qui prigioniero del renzismo, condannato a osservare il patto con il diavolo. In realtà fra Renzi e Nardella non c'è mai stato grande feeling. Due personaggi diversi nel carattere, nella storia personale, nel passo. Ora che l'ex premier ha mezzo piede fuori dal Pd, Nardella brinda, perché potrà ridisegnare di testa sua, senza dover rendere conto all'ex ingombrante pigmalione, la mappa del potere nella città che spera di governare per altri cinque anni (le elezioni saranno a maggio 2019). Il riposizionamento è cominciato.
Per prima cosa Nardella ha rinviato le nomine più significative a dopo il voto, così avrà la possibilità di utilizzarle per creare alleanze in campagna elettorale. Per ora è sicuramente in vantaggio, tanto più finché non si profileranno all'orizzonte altri candidati del fronte alternativo, cioè centrodestra, Lega e grillini. Questo significa anche che, gira e rigira, i nomi per le poltrone calde sono quasi sempre i soliti, eredi di sé stessi, farina del sacco di centrosinistra.
Tutti aspettano di vedere che cosa succederà a livello politico, che fine farà il Pd, se la Lega o il M5s occuperanno davvero le posizioni strategiche. Così per ora è saltata anche quella che poteva essere l'unica poltrona prima della nuova era, cioè il vertice di Polimoda, la scuola per futuri designer di cui fanno parte istituzioni e categorie economiche della città. L'assemblea dei soci lunedì scorso era pronta a confermare presidente Ferruccio Ferragamo, che è lì da 12 anni ma è anche l'imprenditore fiorentino più famoso nel mondo. Erano pronti a votare per lui il sindaco Nardella, il presidente degli Industriali Luigi Salvadori e il presidente della Fondazione Cassa di risparmio, Umberto Tombari, noto per essere il titolare dello studio legale per cui ha lavorato Maria Elena Boschi e anche membro del cda della Salvatore Ferragamo spa.
Ferragamo è stato congelato dal contenzioso con altri due soci pubblici, fra i principali finanziatori di Polimoda: Antonella Mansi, vicepresidente nazionale di Confindustria e presidente del Centro di Firenze per la moda, e Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di commercio, a caccia, anche lui, di una riconferma per il prossimo mandato. Bassilichi e Mansi insistono perché venga rispettato il decreto trasparenza, che prevede l'obbligo di dichiarare lo stato patrimoniale per chi ricopre incarichi nelle società partecipate o controllate; Ferragamo insiste, invece, nel suo rifiuto: non vuole svelare né il curriculum né la dichiarazione del redditi. Le scorie sembravano superate con un'astensione dei contestatori, ma a sorpresa il voto è slittato, con la scusa di una riorganizzazione della scuola. In realtà la diatriba, sulla quale è intervenuto anche il capo dell'Anticorruzione Raffaele Cantone dando ragione a Bassilichi, non è stata ancora chiarita, perché nessuno dei soci si vuole prendere la responsabilità di consentire a Ferragamo di collocarsi al sopra della legge.
Il giro di valzer è un labirinto. Una specie di catena di Sant'Antonio. Un vero intreccio di potere che si scambia sostegno reciproco, che si dovrà impossessare di Firenze nel prossimo quinquennio, con il quale lo stesso Nardella dovrà confrontarsi se resterà sindaco. Bassilichi è in scadenza alla Camera di commercio ma aspira a succedere a sé stesso. Se il giochetto dei veti con le altre categorie economiche, soprattutto Cna e Confesercenti, glielo consentirà, cioè se saprà respingere l'attacco del presidente di Confesercenti Firenze Claudio Bianchi. Stesso discorso vale per il presidente di Confindustria Luigi Salvadori. Lui però aspira a prendere il posto di Tombari alla Fondazione Cassa di risparmio, la cassaforte della città.
Non c'è ancora un nome per la presidenza degli Industriali. È la nomina più rappresentativa, e per questo preme a Nardella. Confindustria non è più il «circolo del burraco», come la incorniciò Renzi. Tanto più che gli industriali hanno un ruolo strategico anche per la scelta del presidente della Camera di commercio, perciò vengono trattati con i guanti bianchi da Bassilichi.
È una giostra dalla quale non scenderà nessuno. Nemmeno il presidente uscente, per assenza di poltrona, della Banca Cr Firenze, che ormai è Intesa Sanpaolo e sta a Torino. Giuseppe Morbidelli, docente di diritto amministrativo alla Sapienza, per ora non ha una ricollocazione, ma sogna di restare in gioco spostandosi alla Fondazione Crf, dove però è già in corsa Salvadori.
In fondo c'è posto per tutti, basta aspettare. E magari sapersi accontentare. Cambiano le stagioni ma i sistemi restano gli stessi.
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Alle primarie contro Nicola Zingaretti sia Maurizio Martina sia il duo formato da Roberto Giachetti e Anna Ascani. Senza contare un futuro partito del Bullo. Il piano è separarsi per colpire uniti.Il sindaco di Firenze a pochi mesi dalle elezioni cerca alleati. Dopo il voto ci saranno le nomine di Polimoda, Camera di commercio, Confindustria e Fondazione Cassa di risparmio.Lo speciale contiene due articoli.Oggi dunque si parte: il congresso del Pd apre ufficialmente i battenti, e questo pomeriggio scade il termine ultimo per presentarsi alle primarie. In vista di questo appuntamento, dopo tante voci incontrollate che lo vedevano di nuovo protagonista, Matteo Renzi stavolta ha fatto sapere che non sarà della partita con un colloquio al Corriere della sera. Tuttavia anche Marco Minniti si è definitivamente ritirato, e gli uomini fedeli all'ex presidente del Consiglio adesso sono tatticamente in rotta, e per di più divisi in due (se non in tre). In primo luogo tra chi vorrebbe convergere su Maurizio Martina e tra chi invece vuole provare la carta di una candidatura «identitaria» con un inedito ticket «turborenziano» tra Anna Ascani e Roberto Giachetti. E poi tra chi medita di uscire dal partito, magari dietro al lider maximo, inseguendo l'idea della palingenesi (e di un nuovo inizio) con una nuova formazione di «cittadini» di ispirazione «macroniana». Ma alla fine - come vedremo - ognuno di questi percorsi apparentemente discordi potrebbe avere la sua utilità, consentendo, agli uomini che fino ieri governavano il partito, di marciare divisi per colpire uniti. Scopriremo solo negli ultimi minuti utili di stasera, quindi alle 18, se la proposta del ticket Giachetti-Ascani è destinata a prendere davvero corpo (dividendo la componente) o se la ex maggioranza farà quadrato dietro a Maurizio Martina, con un fronte comune contro il governatore del Lazio.Intanto contano le regole. Per presentare un candidato alle primarie servono comunque 1.500 firme e Dario Corallo, il giovane outsider che in questi mesi ha faticato molto per metterle insieme, ironizza: «Spero proprio che a nessuno venga in mente di usare i moduli già compilati, quando chiedevano la firma per Minniti, riciclandoli per far correre un ticket improvvisato all'ultimo minuto». Ovvero: dal momento che la decisione sarebbe stata presa solo ieri, come si può pensare che 1.500 firme possano essere raccolte in un giorno solo? Misteri. In ogni caso una parte dei maggiorenti della corrente di Renzi ha già deciso di convergere sul segretario uscente, producendo un primo paradosso politico. Martina solo un anno fa aveva una linea opposta a quella dell'ex premier e fu fermato brutalmente da Renzi con un intervento televisivo da Fabio Fazio (mentre lavorava a un accordo con il M5s). Oggi invece lo stesso uomo è diventato nemico di quella linea: «Se casca il governo», dice ora, «io di accordi con il M5s non ne faccio». Il motivo di questo ribaltone? Semplice: nel Pd in questi mesi tutto accade per contrario, se non altro rispetto ai criteri della logica e del senso comune. E quindi, visto che Nicola Zingaretti attualmente governa nel Lazio con il M5s ed è implicitamente il meno ostile a quella linea, Martina deve «spostarsi» e smentire sé stesso, per poter raccogliere i voti di chi ha fatto battaglia insieme a Renzi (e contro di lui) opponendosi alla linea del dialogo. D'altra parte anche Zingaretti ha oscillato sul punto delle alleanze, su cui è stato attaccato durissimamente dai renziani: questa estate le aveva considerate possibili. Poi le ha scartate. Mentre due giorni fa il dibattito si è riaperto quando un fuoco di sbarramento si è aperto contro Massimiliano Smeriglio, che di Zingaretti è il vice alla Regione Lazio.Smeriglio ha avuto il coraggio di dire esplicitamente, in un'intervista al Manifesto, quello che nel Pd molti pensano da tempo senza trovare la forza di sostenerlo apertamente. E cioè che, come pensa il vice di Zingaretti, «piaccia o non piaccia con il M5s ci si deve governare». Aggiunge Smeriglio quando lo sento: «La vocazione maggioritaria del Pd ormai è una pia illusione: un partito che viaggia intorno al 17% può evitare di porsi il problema delle alleanze? Io non credo». Smeriglio aggiunge un altro punto: «Dicendo no a qualsiasi dialogo si finisce per proclamarsi contro il governo gialloverde, ma di favorire, di fatto, per mancanza di alternative, un governo neroverde. Ovvero», conclude il proconsole di Zingaretti, «il ritorno di Silvio Berlusconi in maggioranza. Nelle Regioni sarà già così. Sono sicuri di volere questo obiettivo?». Ma la divisione della corrente renziana ha anche obiettivi tattici più immediati e prosaici della linea politica di lungo periodo. E a spiegare cosa sta accadendo è ancora una volta il giovane Corallo, uno che non ha peli sulla lingua: «Stanno perdendo pezzi, stanno perdendo il controllo del partito, e così litigano brutalmente tra di loro perché i posti di potere da spartire adesso scarseggiano. Dividendosi», aggiunge il giovane dem, «gli ex renziani finiscono per tenere aperti tre forni in vista delle candidature per le Europee: alcuni si garantiscono da soli con il ticket dei turborenziani, altri si fanno garantire da Martina, qualcun altro pensa a eleggersi da solo in una lista esterna al Pd».Anche perché le prossime Europee saranno un test di sopravvivenza importante. «Questi sono morti che camminano», conclude Corallo, «e sanno che senza poltrona non vanno da nessuna parte». 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Il bagliore di una scissione, ancorché abbassato di intensità, è stato il pretesto per smarcarsi dagli obblighi dell'obbedienza. Dall'ex segretario regionale Dario Parrini al sindaco di Prato Matteo Biffoni, renziani che più di così non si può. E soprattutto il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che è stato fin qui prigioniero del renzismo, condannato a osservare il patto con il diavolo. In realtà fra Renzi e Nardella non c'è mai stato grande feeling. Due personaggi diversi nel carattere, nella storia personale, nel passo. Ora che l'ex premier ha mezzo piede fuori dal Pd, Nardella brinda, perché potrà ridisegnare di testa sua, senza dover rendere conto all'ex ingombrante pigmalione, la mappa del potere nella città che spera di governare per altri cinque anni (le elezioni saranno a maggio 2019). Il riposizionamento è cominciato. Per prima cosa Nardella ha rinviato le nomine più significative a dopo il voto, così avrà la possibilità di utilizzarle per creare alleanze in campagna elettorale. Per ora è sicuramente in vantaggio, tanto più finché non si profileranno all'orizzonte altri candidati del fronte alternativo, cioè centrodestra, Lega e grillini. Questo significa anche che, gira e rigira, i nomi per le poltrone calde sono quasi sempre i soliti, eredi di sé stessi, farina del sacco di centrosinistra. Tutti aspettano di vedere che cosa succederà a livello politico, che fine farà il Pd, se la Lega o il M5s occuperanno davvero le posizioni strategiche. Così per ora è saltata anche quella che poteva essere l'unica poltrona prima della nuova era, cioè il vertice di Polimoda, la scuola per futuri designer di cui fanno parte istituzioni e categorie economiche della città. L'assemblea dei soci lunedì scorso era pronta a confermare presidente Ferruccio Ferragamo, che è lì da 12 anni ma è anche l'imprenditore fiorentino più famoso nel mondo. Erano pronti a votare per lui il sindaco Nardella, il presidente degli Industriali Luigi Salvadori e il presidente della Fondazione Cassa di risparmio, Umberto Tombari, noto per essere il titolare dello studio legale per cui ha lavorato Maria Elena Boschi e anche membro del cda della Salvatore Ferragamo spa. Ferragamo è stato congelato dal contenzioso con altri due soci pubblici, fra i principali finanziatori di Polimoda: Antonella Mansi, vicepresidente nazionale di Confindustria e presidente del Centro di Firenze per la moda, e Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di commercio, a caccia, anche lui, di una riconferma per il prossimo mandato. Bassilichi e Mansi insistono perché venga rispettato il decreto trasparenza, che prevede l'obbligo di dichiarare lo stato patrimoniale per chi ricopre incarichi nelle società partecipate o controllate; Ferragamo insiste, invece, nel suo rifiuto: non vuole svelare né il curriculum né la dichiarazione del redditi. Le scorie sembravano superate con un'astensione dei contestatori, ma a sorpresa il voto è slittato, con la scusa di una riorganizzazione della scuola. In realtà la diatriba, sulla quale è intervenuto anche il capo dell'Anticorruzione Raffaele Cantone dando ragione a Bassilichi, non è stata ancora chiarita, perché nessuno dei soci si vuole prendere la responsabilità di consentire a Ferragamo di collocarsi al sopra della legge. Il giro di valzer è un labirinto. Una specie di catena di Sant'Antonio. Un vero intreccio di potere che si scambia sostegno reciproco, che si dovrà impossessare di Firenze nel prossimo quinquennio, con il quale lo stesso Nardella dovrà confrontarsi se resterà sindaco. Bassilichi è in scadenza alla Camera di commercio ma aspira a succedere a sé stesso. Se il giochetto dei veti con le altre categorie economiche, soprattutto Cna e Confesercenti, glielo consentirà, cioè se saprà respingere l'attacco del presidente di Confesercenti Firenze Claudio Bianchi. Stesso discorso vale per il presidente di Confindustria Luigi Salvadori. Lui però aspira a prendere il posto di Tombari alla Fondazione Cassa di risparmio, la cassaforte della città. Non c'è ancora un nome per la presidenza degli Industriali. È la nomina più rappresentativa, e per questo preme a Nardella. Confindustria non è più il «circolo del burraco», come la incorniciò Renzi. Tanto più che gli industriali hanno un ruolo strategico anche per la scelta del presidente della Camera di commercio, perciò vengono trattati con i guanti bianchi da Bassilichi. È una giostra dalla quale non scenderà nessuno. Nemmeno il presidente uscente, per assenza di poltrona, della Banca Cr Firenze, che ormai è Intesa Sanpaolo e sta a Torino. Giuseppe Morbidelli, docente di diritto amministrativo alla Sapienza, per ora non ha una ricollocazione, ma sogna di restare in gioco spostandosi alla Fondazione Crf, dove però è già in corsa Salvadori. In fondo c'è posto per tutti, basta aspettare. E magari sapersi accontentare. Cambiano le stagioni ma i sistemi restano gli stessi.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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