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2019-07-13
I pm sbertucciano Renzi & C. «I troll russi anti Quirinale sono invenzioni dei giornali»
iStock
I soliti nomi, le solite facce, la solita solfa: dietro questo Russiagate all'amatriciana si annida un covo di reduci renziani già più volte salito alla ribalta mediatica e twittarola. Per risalire alla fonte di questo fiume di supposizioni senza alcun fondamento concreto, è bene partire da una notizia di ieri mattina. «Non c'è alcuna regia di troll russi», scrive l'agenzia di stampa Agi, «negli attacchi via social, con falsi account Twitter, indirizzati nel maggio dello scorso anno al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all'indomani del veto alla nomina di Paolo Savona a ministro dell'Economia. È la convinzione della Procura di Roma che sulla vicenda aveva aperto un'inchiesta ipotizzando i reati di attentato alla libertà del presidente della Repubblica e di offesa all'onore e al prestigio del capo dello Stato. Il coinvolgimento di troll manovrati da Mosca», aggiunge l'Agi, «peraltro smentito a suo tempo dall'allora direttore del Dis Alessandro Pansa in un rapporto consegnato al Copasir, sarebbe insomma un'invenzione giornalistica perché non suffragata da alcun elemento concreto».
La Procura si riferisce a quanto accadde nel corso della notte tra il 27 e il 28 maggio 2018, subito dopo il «no» di Sergio Mattarella alla nomina di Paolo Savona a ministro dell'Economia, con conseguente remissione dell'incarico di formare il governo da parte di Giuseppe Conte e ira funesta di Luigi Di Maio. Contro l'inquilino del Quirinale si scatena una guerra a colpi di tweet: almeno 360 account diffondono a raffica insulti verso Mattarella, invitato a dimettersi. Sono profili anomali: pochissimi followers, nomi composti da numeri e frammenti di parole, sembrano avere come unico scopo il retweet di argomenti politici. «A individuare la rete di profili anomali», scrive Repubblica.it il 30 maggio, «sono stati due informatici, Andrea Stroppa e Danny Di Stefano. «È da escludere», precisa Repubblica, «sulla base dei dati in loro possesso, che la manipolazione sia teleguidata dall'estero». Dunque, sono gli stessi Stroppa e Di Stefano a escludere che si tratti di account «teleguidati dall'estero».
Il 2 agosto 2018, sul Corriere della Sera, il quirinalista Marzio Breda lancia la bomba con un articolo dal titolo: «La notte dell'allarme al Quirinale. In 400 per l'attacco sull'impeachment»: «A Mosca e dintorni», scrive Breda, «del resto, ci sono le cosiddette fabbriche dei troll di cui ha parlato già ieri il Corriere in un approfondimento sul lavoro del procuratore speciale Robert Mueller nel caso Russiagate. E tra le novità che stanno trapelando dall'inchiesta ci sono ripetuti interventi negli ultimi anni anche sulla politica italiana». L'articolo di Breda, visibile anche on line, viene ripreso dalla maggior parte della stampa italiana con titoli come «La mano russa dietro l'attacco a Sergio Mattarella via Twitter» (Huffingtonpost.it), o «Dalla Russia attacco web contro Mattarella» (Ansa.it).
Il 4 agosto la procura di Roma apre l'indagine sugli attacchi via Twitter a Mattarella; lo stesso giorno, in una discussione su Twitter sui famosi 400 account, arriva il commento di Alberto Nardelli, l'autore dello «scoop» di Buzzfeed sugli audio di Savoini in Russia: «Che ci siano account russi che hanno postato in Italiano», scrive Nardelli, «è un dato di fatto. Quello che non si sa è quanto sia diffusa la cosa. Poi, l'impatto di tutto ciò in Italia (e altrove) è dibattito diverso (ed importante)». Il 5 agosto, in una intervista al Messaggero, Matteo Renzi, commentando l'inchiesta, si lancia: «Chiederò di essere sentito come testimone. Al rientro dalle ferie», annuncia l'ex rottamatore, «chiederò al procuratore Pignatone di essere ascoltato dai pm che si occupano di questa vicenda. Ho molto da raccontare». Dunque: l'inchiesta, come ieri ha fatto sapere la stessa procura di Roma, ha chiarito che il presunto coinvolgimento di troll manovrati da Mosca nell'attacco social a Mattarella era «un'invenzione giornalistica perché non suffragata da alcun elemento concreto». Eppure, Nardelli su Twitter lo battezzava come «un dato di fatto».
Ieri, Matteo Renzi, a Milano ha organizzato una kermesse contro le fake news. «Non credo che la Lega abbia preso quei soldi», ha detto Renzi, «ma non credo nemmeno che questo sia il punto. Il punto è che membri della delegazione del vicepremier e ministro dell'Interno quei soldi ai russi li hanno chiesti. Se li hanno dati è corruzione internazionale e finanziamento illecito. Ma se questi soldi, uno che stava con Salvini, sovranista, li ha chiesti, questo è alto tradimento nei confronti del nostro Paese. Quando Salvini dice querelo tutti quelli che accostano i soldi russi alla Lega e vuole querelare», ha aggiunto Renzi, «quereli il suo uomo. Salvini, girati verso i tuoi, fatti un selfie, sarà la prima selfie-querela. A Salvini lo dico in russo: Tovarish Salvini, glasnost». Chi lo sa cosa twitterà Nardelli, l'uomo dello scoop, colui che definiva «un dato di fatto» che dietro l'attacco a Mattarella ci fossero i russi. Peccato che quella sì che era una fake news, come ha accertato la Procura di Roma.
E i corazzieri di carta ci son cascati tutti
«Ha stato Putin» è un'espressione intenzionalmente sgrammaticata, utilizzata in Rete e sui social per canzonare tutti quei soggetti (media, opinionisti, debunker) che non perdono occasione per infilare nella narrazione una possibile ingerenza russa. Un modo di dire perfetto per la nostra stampa, che va su di giri ogni qual volta il Cremlino fa capolino nella cronaca politica nazionale e non manca di esibirsi in voli pindarici per dimostrare presunte correlazioni tra Mosca e il governo in carica.
Non poteva fare eccezione, ovviamente, l'ondata di tweet pubblicati nella notte tra il 27 e il 28 maggio del 2018 in seguito alla decisione del presidente delle Repubblica Sergio Mattarella di respingere la nomina di Paolo Savona a ministro dell'Economia. Oggi veniamo a conoscenza che la stessa Procura di Roma che l'estate scorsa aveva aperto un'indagine in merito è convinta che Mosca in realtà non c'entri proprio nulla. Ma quando nell'agosto del 2018 il caso dei troll russi deflagrava, i commentatori di casa nostra sfoggiavano sul una invidiabile sicumera.
Basta riprendere le prime pagine di quei giorni per rendersi conto del tono del dibattito. Venerdì 3 agosto 2018 il Corriere della Sera titola: «L'attacco al Colle via Twitter». La spiegazione nel catenaccio: «Alcune “firme" del Russiagate dietro i messaggi contro il capo dello Stato». Nelle pagine interne, riferendosi ai post contro Mattarella, il vicedirettore ad personam Federico Fubini parla di una operazione «coordinata con cura» alimentata dall'attivismo di snodi digitali «impegnati a far crescere il più in fretta possibile il rumore di fondo attorno allo slogan prescelto». Poco più avanti, lo stesso Fubini metterà le mani avanti, premurandosi di specificare che se in realtà «è impossibile sapere se i troll russi, nascosti nella loro “fabbrica dei falsi" a San Pietroburgo, abbiano avuto un ruolo anche nell'alimentare l'ultima campagna contro il capo dello Stato», d'altra parte «alcuni di coloro che presero parte a quell'attacco digitale di fine maggio erano già stati sollecitati dai russi in modo occulto, dunque a loro insaputa, in casi precedenti». Toni piuttosto allusivi anche nell'articolo di cronaca firmato nella stessa edizione da Marzio Breda, il quale pur annotando che lo staff di Mattarella non ha «elementi per addebitare specificamente a qualcuno la paternità di quel massiccio tentativo di interferenza», ne approfitta per tirare in ballo voci di «area sovranista e filopopulista» come Claudio Messora (autore del blog Byoblu) e il futuro presidente della Rai Marcello Foa, guarda caso proprio in quei giorni alle prese con la nomina a Viale Mazzini. Articolo poi prontamente rilanciato da Gianni Riotta.
Lo stesso giorno troviamo in prima linea anche Repubblica, che a pagina 4 titola: «Dalla Russia 16 mila tweet. Ong, Ue e Pd nel mirino». Il riferimento è ai tweet partiti dai profili della Internet research agency, struttura «legata agli apparati del presidente Putin e nata per inquinare l'opinione pubblica occidentale, compresa quella italiana». Non si parla esplicitamente dei fatti che riguardano il Quirinale, ma il mirino è puntato con precisione sulle azioni dei troll volte a «screditare il governo Renzi» e contemporaneamente «esaltare l'attuale ministro degli Interni, Matteo Salvini». Pur trovandoci in assenza di prove concrete, la notizia è confezionata in modo da far credere che esista una strategia comune, pianificata a tavolino, che vede coinvolti gli stessi attori del Russiagate nel tentativo di pompare acqua al mulino del governo gialloblù. Sempre il 3 agosto il Messaggero apre così pagina 9: «Trolls (sic!, ndr) russi, attacco all'Italia. Nel mirino anche Mattarella». Nei giorni successivi, inevitabilmente, le presunte ingerenze di Mosca entrano nel dibattito pubblico e il Pd chiede al governo di riferire in Parlamento. Il 4 agosto una preoccupata Alessandra Arachi scrive sul Corriere: «Si deve fare chiarezza. Si deve capire se dietro l'attacco sferrato sul web al capo dello Stato ci siano gli stessi operatori russi protagonisti del Russiagate».
L'Ambasciata russa in Italia ci scherza su e il 5 agosto scorso ironizza su Twitter: «Bloccato nel traffico? Perso le elezioni? Addossa tutto su di noi! #rassegnastampa #trollrussi #HaStatoPutin». Nel frattempo però la Procura di Roma è costretta ad aprire un fascicolo, coinvolgendo a cascata istituzioni del calibro del Copasir. La questione si sgonfia rapidamente e già il 10 agosto Linkiesta, testata web non proprio vicina al governo, parla definisce quella dei troll russi contro Mattarella «la bufala dell'estate». Oggi c'è la certezza che dietro a quei fatti non c'era nessun disegno russo. Qualcuno si dovrà mettere il cuore in pace: per una volta «non ha stato Putin».
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La Procura di Roma smonta la tesi degli attacchi via social cavalcata dal solito Alberto Nardelli di Buzzfeed e dall'ex premier. Che ieri ha accusato Matteo Salvini di «alto tradimento».L'estate scorsa, dopo gli attacchi Web a Sergio Mattarella per la mancata nomina di Paolo Savona a ministro, i giornaloni si scatenano. Per il Corriere è un'azione «coordinata» e tira in ballo Marcello Foa. Repubblica e Messaggero vedono «Ue e Ong in pericolo».Lo speciale contiene due articoli.I soliti nomi, le solite facce, la solita solfa: dietro questo Russiagate all'amatriciana si annida un covo di reduci renziani già più volte salito alla ribalta mediatica e twittarola. Per risalire alla fonte di questo fiume di supposizioni senza alcun fondamento concreto, è bene partire da una notizia di ieri mattina. «Non c'è alcuna regia di troll russi», scrive l'agenzia di stampa Agi, «negli attacchi via social, con falsi account Twitter, indirizzati nel maggio dello scorso anno al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all'indomani del veto alla nomina di Paolo Savona a ministro dell'Economia. È la convinzione della Procura di Roma che sulla vicenda aveva aperto un'inchiesta ipotizzando i reati di attentato alla libertà del presidente della Repubblica e di offesa all'onore e al prestigio del capo dello Stato. Il coinvolgimento di troll manovrati da Mosca», aggiunge l'Agi, «peraltro smentito a suo tempo dall'allora direttore del Dis Alessandro Pansa in un rapporto consegnato al Copasir, sarebbe insomma un'invenzione giornalistica perché non suffragata da alcun elemento concreto».La Procura si riferisce a quanto accadde nel corso della notte tra il 27 e il 28 maggio 2018, subito dopo il «no» di Sergio Mattarella alla nomina di Paolo Savona a ministro dell'Economia, con conseguente remissione dell'incarico di formare il governo da parte di Giuseppe Conte e ira funesta di Luigi Di Maio. Contro l'inquilino del Quirinale si scatena una guerra a colpi di tweet: almeno 360 account diffondono a raffica insulti verso Mattarella, invitato a dimettersi. Sono profili anomali: pochissimi followers, nomi composti da numeri e frammenti di parole, sembrano avere come unico scopo il retweet di argomenti politici. «A individuare la rete di profili anomali», scrive Repubblica.it il 30 maggio, «sono stati due informatici, Andrea Stroppa e Danny Di Stefano. «È da escludere», precisa Repubblica, «sulla base dei dati in loro possesso, che la manipolazione sia teleguidata dall'estero». Dunque, sono gli stessi Stroppa e Di Stefano a escludere che si tratti di account «teleguidati dall'estero». Il 2 agosto 2018, sul Corriere della Sera, il quirinalista Marzio Breda lancia la bomba con un articolo dal titolo: «La notte dell'allarme al Quirinale. In 400 per l'attacco sull'impeachment»: «A Mosca e dintorni», scrive Breda, «del resto, ci sono le cosiddette fabbriche dei troll di cui ha parlato già ieri il Corriere in un approfondimento sul lavoro del procuratore speciale Robert Mueller nel caso Russiagate. E tra le novità che stanno trapelando dall'inchiesta ci sono ripetuti interventi negli ultimi anni anche sulla politica italiana». L'articolo di Breda, visibile anche on line, viene ripreso dalla maggior parte della stampa italiana con titoli come «La mano russa dietro l'attacco a Sergio Mattarella via Twitter» (Huffingtonpost.it), o «Dalla Russia attacco web contro Mattarella» (Ansa.it). Il 4 agosto la procura di Roma apre l'indagine sugli attacchi via Twitter a Mattarella; lo stesso giorno, in una discussione su Twitter sui famosi 400 account, arriva il commento di Alberto Nardelli, l'autore dello «scoop» di Buzzfeed sugli audio di Savoini in Russia: «Che ci siano account russi che hanno postato in Italiano», scrive Nardelli, «è un dato di fatto. Quello che non si sa è quanto sia diffusa la cosa. Poi, l'impatto di tutto ciò in Italia (e altrove) è dibattito diverso (ed importante)». Il 5 agosto, in una intervista al Messaggero, Matteo Renzi, commentando l'inchiesta, si lancia: «Chiederò di essere sentito come testimone. Al rientro dalle ferie», annuncia l'ex rottamatore, «chiederò al procuratore Pignatone di essere ascoltato dai pm che si occupano di questa vicenda. Ho molto da raccontare». Dunque: l'inchiesta, come ieri ha fatto sapere la stessa procura di Roma, ha chiarito che il presunto coinvolgimento di troll manovrati da Mosca nell'attacco social a Mattarella era «un'invenzione giornalistica perché non suffragata da alcun elemento concreto». Eppure, Nardelli su Twitter lo battezzava come «un dato di fatto».Ieri, Matteo Renzi, a Milano ha organizzato una kermesse contro le fake news. «Non credo che la Lega abbia preso quei soldi», ha detto Renzi, «ma non credo nemmeno che questo sia il punto. Il punto è che membri della delegazione del vicepremier e ministro dell'Interno quei soldi ai russi li hanno chiesti. Se li hanno dati è corruzione internazionale e finanziamento illecito. Ma se questi soldi, uno che stava con Salvini, sovranista, li ha chiesti, questo è alto tradimento nei confronti del nostro Paese. Quando Salvini dice querelo tutti quelli che accostano i soldi russi alla Lega e vuole querelare», ha aggiunto Renzi, «quereli il suo uomo. Salvini, girati verso i tuoi, fatti un selfie, sarà la prima selfie-querela. A Salvini lo dico in russo: Tovarish Salvini, glasnost». Chi lo sa cosa twitterà Nardelli, l'uomo dello scoop, colui che definiva «un dato di fatto» che dietro l'attacco a Mattarella ci fossero i russi. 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Un modo di dire perfetto per la nostra stampa, che va su di giri ogni qual volta il Cremlino fa capolino nella cronaca politica nazionale e non manca di esibirsi in voli pindarici per dimostrare presunte correlazioni tra Mosca e il governo in carica. Non poteva fare eccezione, ovviamente, l'ondata di tweet pubblicati nella notte tra il 27 e il 28 maggio del 2018 in seguito alla decisione del presidente delle Repubblica Sergio Mattarella di respingere la nomina di Paolo Savona a ministro dell'Economia. Oggi veniamo a conoscenza che la stessa Procura di Roma che l'estate scorsa aveva aperto un'indagine in merito è convinta che Mosca in realtà non c'entri proprio nulla. Ma quando nell'agosto del 2018 il caso dei troll russi deflagrava, i commentatori di casa nostra sfoggiavano sul una invidiabile sicumera. Basta riprendere le prime pagine di quei giorni per rendersi conto del tono del dibattito. Venerdì 3 agosto 2018 il Corriere della Sera titola: «L'attacco al Colle via Twitter». La spiegazione nel catenaccio: «Alcune “firme" del Russiagate dietro i messaggi contro il capo dello Stato». Nelle pagine interne, riferendosi ai post contro Mattarella, il vicedirettore ad personam Federico Fubini parla di una operazione «coordinata con cura» alimentata dall'attivismo di snodi digitali «impegnati a far crescere il più in fretta possibile il rumore di fondo attorno allo slogan prescelto». Poco più avanti, lo stesso Fubini metterà le mani avanti, premurandosi di specificare che se in realtà «è impossibile sapere se i troll russi, nascosti nella loro “fabbrica dei falsi" a San Pietroburgo, abbiano avuto un ruolo anche nell'alimentare l'ultima campagna contro il capo dello Stato», d'altra parte «alcuni di coloro che presero parte a quell'attacco digitale di fine maggio erano già stati sollecitati dai russi in modo occulto, dunque a loro insaputa, in casi precedenti». Toni piuttosto allusivi anche nell'articolo di cronaca firmato nella stessa edizione da Marzio Breda, il quale pur annotando che lo staff di Mattarella non ha «elementi per addebitare specificamente a qualcuno la paternità di quel massiccio tentativo di interferenza», ne approfitta per tirare in ballo voci di «area sovranista e filopopulista» come Claudio Messora (autore del blog Byoblu) e il futuro presidente della Rai Marcello Foa, guarda caso proprio in quei giorni alle prese con la nomina a Viale Mazzini. Articolo poi prontamente rilanciato da Gianni Riotta. Lo stesso giorno troviamo in prima linea anche Repubblica, che a pagina 4 titola: «Dalla Russia 16 mila tweet. Ong, Ue e Pd nel mirino». Il riferimento è ai tweet partiti dai profili della Internet research agency, struttura «legata agli apparati del presidente Putin e nata per inquinare l'opinione pubblica occidentale, compresa quella italiana». Non si parla esplicitamente dei fatti che riguardano il Quirinale, ma il mirino è puntato con precisione sulle azioni dei troll volte a «screditare il governo Renzi» e contemporaneamente «esaltare l'attuale ministro degli Interni, Matteo Salvini». Pur trovandoci in assenza di prove concrete, la notizia è confezionata in modo da far credere che esista una strategia comune, pianificata a tavolino, che vede coinvolti gli stessi attori del Russiagate nel tentativo di pompare acqua al mulino del governo gialloblù. Sempre il 3 agosto il Messaggero apre così pagina 9: «Trolls (sic!, ndr) russi, attacco all'Italia. Nel mirino anche Mattarella». Nei giorni successivi, inevitabilmente, le presunte ingerenze di Mosca entrano nel dibattito pubblico e il Pd chiede al governo di riferire in Parlamento. Il 4 agosto una preoccupata Alessandra Arachi scrive sul Corriere: «Si deve fare chiarezza. Si deve capire se dietro l'attacco sferrato sul web al capo dello Stato ci siano gli stessi operatori russi protagonisti del Russiagate». L'Ambasciata russa in Italia ci scherza su e il 5 agosto scorso ironizza su Twitter: «Bloccato nel traffico? Perso le elezioni? Addossa tutto su di noi! #rassegnastampa #trollrussi #HaStatoPutin». Nel frattempo però la Procura di Roma è costretta ad aprire un fascicolo, coinvolgendo a cascata istituzioni del calibro del Copasir. La questione si sgonfia rapidamente e già il 10 agosto Linkiesta, testata web non proprio vicina al governo, parla definisce quella dei troll russi contro Mattarella «la bufala dell'estate». Oggi c'è la certezza che dietro a quei fatti non c'era nessun disegno russo. Qualcuno si dovrà mettere il cuore in pace: per una volta «non ha stato Putin».
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Lo denuncia, in una nota, GenerazioneD che, evidenziando come il dato non sia corretto, è costretta a constatare che nessuno ha «ritenuto doveroso rispondere nel merito di questioni di estrema delicatezza scientifica, clinica ed etica, riguardanti la salute e la sicurezza dei minori con disforia di genere».
Le domande poste sono «precise, documentate e circostanziate». Riguardano «un’affermazione di enorme impatto pubblico» rilasciata dalle 12 associazioni e società scientifiche in un documento del febbraio 2024 e citata, in una sorta di copia-incolla, nelle audizioni alla commissione Affari sociali della Camera sulla somministrazione della triptorelina ai bambini con incongruenza di genere, per regolamentarne l’uso. Le 12 associazioni e società affermano che «dai dati della letteratura scientifica si evince che fino al 40% dei giovani Tgd», cioè transgender e gender diverse, «tenta il suicidio (cfr. James S.E. et al. National center for transgender equality, 2016)», e che «la terapia con triptorelina riduce del 70% questa possibilità (cfr. Turban J.L. et al. Pediatrics, 2020)». Tralasciando «l’inaffidabilità del dato di partenza sulla suicidalità - estratto dal sondaggio self-report elaborato da James - anche solo esaminiamo la seconda parte dell’affermazione è lampante che le conclusioni degli stessi autori dello studio di Turban - sottolinea GenerazioneD - dicono un’altra cosa: l’accesso a questo trattamento è associato a minori probabilità di ideazione suicidaria nel corso della vita».
Tra ideazione e tentativo di suicidio, la differenza è sostanziale, ma le 12 società non sembrano essere interessate a chiarire questo aspetto, che non è il solo a traballare nello studio, dato che «si confrontano 89 persone che riferiscono di aver ricevuto i bloccanti, con 3.405 che li avrebbero voluti ma non li hanno ricevuti».
Ora, in qualsiasi ambito scientifico, osservazioni di tale portata «avrebbero richiesto un confronto aperto, trasparente e rigoroso», osserva GenerazioneD, che rinnova pubblicamente l’invito al confronto. «A oggi, non è giunta alcuna risposta. Nessuna rettifica, nessun approfondimento, nessuna spiegazione pubblica», rimarca. «Questo silenzio assume un peso ancora maggiore alla luce del mutato contesto internazionale, nel quale numerosi Paesi e autorevoli organismi sanitari stanno sottoponendo a revisione critica» queste pratiche, «chiedendo standard probatori sempre più rigorosi».
Nel Regno Unito, per esempio, è vietata la somministrazione dei bloccanti della pubertà agli under 18 ed è stata sospesa anche la sperimentazione su un campione di bambini. I dati, questi sì ben più solidi di quelli citati dalle 12 associazioni, mostrano che i trattamenti causerebbero danni a lungo termine come infertilità e sterilità, ma anche problemi alle ossa e disturbi al cervello e al sistema cardiovascolare. Sul suicidio, paradossalmente, vari studi mostrano che i tassi tra i transgender maschio-femmina sono superiori del 51% rispetto alla popolazione generale.
«Non chiediamo contrapposizioni», ribadisce GenerazioneD, «ma responsabilità scientifica e la disponibilità a spiegare ai genitori italiani, con trasparenza e rigore, su quali basi statistiche e metodologiche siano state formulate affermazioni tanto rilevanti». La domanda posta «è estremamente circoscritta: in quale passaggio dello studio di Turban et al. sarebbe affermato o dimostrato che la triptorelina determina una riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani affetti da disforia di genere?». È «un chiarimento pubblico non più rinviabile», è una «questione di rispetto verso i giovani più fragili, le famiglie chiamate a compiere scelte difficilissime e verso la credibilità stessa del dibattito scientifico».
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Dieci persone sono state fermate dai carabinieri di Castello di Cisterna nel campo rom di Caivano (Napoli) con accuse che vanno dalla rapina al furto, al riciclaggio, alla resistenza a pubblico ufficiale e al trasferimento fraudolento di valori. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe messo a segno circa 70 colpi tra furti ai danni di negozianti, rapine ad automobilisti e assalti a sportelli bancari, anche utilizzando la tecnica della «spaccata». Gli indagati avrebbero ostentato sui social network i proventi delle attività criminali.