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2019-05-11
I pm puntano sulla sanità lombarda e i 5 stelle si fregano le mani
Ansa
C'è una parte dell'ultima inchiesta della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Milano su Regione Lombardia e Comune non ancora emersa, ma che tiene in apprensione la politica nazionale e regionale. Basta unire i puntini, leggendo l'ordinanza di custodia cautelare e osservando gli ultimi interrogatori, per capire che i magistrati milanesi, oltre a approfondire i presunti casi di corruzione di candidati di Forza Italia alle europee, hanno acceso un faro sulla sanità, da sempre un nervo scoperto, oggetto negli anni di diverse indagini per corruzione (vedi i casi degli ex assessori Fabio Rizzi o Mario Mantovani) o infiltrazioni della 'ndrangheta (nell'inchiesta Infinito ci finì Antonio Chiriaco, ex direttore sanitario della Asl di Pavia).
Non a caso un retroscena del Fatto quotidiano del 24 aprile scorso dava conto di uno sfogo del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con la senatrice forzista Licia Ronzulli, dove il primo aveva espresso tutti i suoi timori su una nuova inchiesta sulla sanità lombarda di cui si parlava da tempo. Nell'articolo si faceva riferimento anche a Giulia Martinelli, ex moglie del leader della Lega e capo della segreteria del governatore Attilio Fontana.
All'epoca, leggendo il pezzo, tra le fila leghiste si parlò di un avvertimento, forse in arrivo dai 5 stelle, che iniziavano a prendere le misure sul caso di Armando Siri, ormai ex sottosegretario messo alla porta dal premier Giuseppe Conte. Caso vuole che in questi anni ad attaccare Salvini sulla sanità lombarda e sulla sua ex moglie sia stato soprattutto un alleato di governo, il deputato pentastellato Stefano Buffagni, l'uomo delle nomine del vicepremier Luigi Di Maio. Fu lui, ex consigliere regionale lombardo, a pubblicare il 30 giugno del 2016 un post su Facebook, con tanto di video, dove parlava appunto di «ragnatela leghista che soffoca la Lombardia». Nel filmato si faceva cenno anche agli incarichi affidati all'ex compagna di Salvini, tanto che il ministro dell'Interno decise di querelare Buffagni per diffamazione: i due hanno trovato un accordo pochi mesi fa per chiudere la vicenda.
Martinelli è stata ascoltata dal capo della Dda Alessandra Dolci mercoledì scorso come testimone. Non è indagata. Il suo nome compare nell'ordinanza di custodia cautelare, quando il «mullah» Nino Caianiello, ora in carcere a Opera per il reato di istigazione alla corruzione, parlando di nomine nelle partecipate - oltre a citare Luca Marsico (socio dello studio legale di Fontana), e l'assessore alla Sanità e Welfare Giulio Gallera - definisce l'ex compagna del leader della Lega «una cagacazzi». Non bisogna dimenticare che l'assessorato al Welfare fu oggetto di una battaglia serrata tra Forza Italia e Lega prima dell'insediamento. Alla fine la spuntarono gli azzurri, ma l'assessorato è stato da sempre terreno di scontro nella maggioranza, sin da quando c'era il governatore Roberto Formigoni.
Nell'ordinanza di custodia cautelare non passa inosservato il nome di Domenico Pacicca (non indagato), calabrese di Stilo, vecchia conoscenza di Regione Lombardia, da tempo dirigente regionale il suo nome comparve nelle indagini sull'ex assessore Massimo Ponzoni: a quanto apprende La Verità è stato fino a dicembre segretario particolare al Welfare anche se da almeno 4 mesi non si fa vedere più in ufficio.
Durante un pedinamento da parte degli investigatori della Dda, il 5 ottobre scorso al ristorante da Berti, detta anche la «mensa dei poveri», vengono individuati allo stesso tavolo Caianiello, lo stesso Pacicca, l'ex numero uno dell'Aler Loris Zaffra, il presunto intermediario delle tangenti Mauro Tolbar e il deputato azzurro Domenico Sozzani. Per i magistrati Caianiello era il «passaggio obbligato» per chi era alla ricerca di voti per una campagna elettorale, un posto nella pubblica amministrazione o appunto direzione di strutture sanitarie, ovvero appalti, consulenze e prebende di vario tipo da parte di società a partecipazione totalmente pubblica.
Gli stessi accertamenti della Procura vanno in quella direzione, con un approfondimento delle consulenze di Marsico, sia con Ferrovie Nord Milano, sia con gli ospedali Fatebenefratelli-Sacco, dove il direttore generale è Alessandro Visconti, in quota Lega. Come è oggetto di verifica anche il contratto che una società, secondo i pm riconducibile all'eurodeputata Lara Comi (non indagata), avrebbe ottenuto dall'Afol, ente di formazione della Città metropolitana di Milano grazie all'intercessione (onerosa) di Caianiello. Proseguono intanto gli interrogatori degli arrestati (43 misure cautelari su 95 indagati). Ieri è toccato al manager Luigi Patimo e all'ex sottosegretario regionale Fabio Altitonante (Fi). Entrambi accusati di corruzione per una presunta mazzetta da 20.000 euro per lo sblocco di una pratica edilizia, hanno deciso di rispondere alle domande del gip Mascarino dichiarandosi innocenti. Chi invece ha deciso di raccontare il sistema Milano - e autoaccusarsi - sono tre imprenditori che hanno incontrato i pm e iniziato a parlare dei metodi di spartizione degli appalti.
«Ogni calabrese ci costa 5.000 euro»
Lo schema della cricca per governare a lungo la Calabria era questo: speculare sulla povertà con una sperimentazione sul reddito minimo molto prima che arrivassero i 5 stelle. Spendendo 150 milioni di euro all'anno per cinque anni quella che per la Procura è un'associazione a delinquere sarebbe riuscita ad avere una platea di 30.000 persone. Il costo pro capite era da stimare in 5.000 euro all'anno. E con questa trovata il regno del ras renziano in terra di Calabria Nicola Adamo, ex deputato e già vicepresidente della giunta regionale ai tempi di Agazio Loiero, sarebbe durato molto a lungo. La teoria è contenuta nella richiesta di misura cautelare avanzata nei confronti di Adamo e del governatore calabrese Mario Oliverio dalla Procura di Catanzaro e non accolta dal gip.
Il giudice, escludendo che gli indagati «abbiano agito in forza di un vincolo di natura associativa», ritiene invece che si tratti solo di «una prassi generalmente accettata, approfittando della disponibilità di ciascuno a gestire in chiave opportunistica le dinamiche politiche e in alcuni casi finanche a commettere degli illeciti».
La Procura guidata da Nicola Gratteri, però, ha mandato agli indagati un avviso di conclusione delle indagini preliminari che contiene ancora l'accusa del reato associativo. E a capo ci ha piazzato Adamo, che «teorizza», scrivono i magistrati, «la strategia politica, dimostrandosi apertamente come vero e proprio responsabile del potere esecutivo, dunque, spingendosi a progettare l'aumento dei consumi e del Pil, suggerendo le politiche degli investimenti sulle grandi infrastrutture come gli ospedali, i trasporti, gli insediamenti nell'area industriale di Gioia Tauro, l'accelerazione della spesa per la difesa del suolo». Il tutto per agevolare i tecnici amici. Al suo fianco nelle carte dell'inchiesta c'è sempre Oliverio, considerato dai magistrati l'altro pezzo grosso della cricca. La deputata Enza Bruno Bossio, renziana di ferro e moglie di Adamo, che non è indagata in questa inchiesta (ma lo è, per corruzione, nell'indagine Lande desolate, proprio insieme al marito e al governatore), è comunque presente nel fascicolo.
Uno dei grandi elettori del Pd a Catanzaro, Giovanni Santilli, parlando a telefono con un compagno di partito, «riferisce», annotano gli investigatori, «in merito alla sussistenza di un gruppo di potere riconducibile ad Adamo e alla moglie Enza Bruno Bossio, i quali, secondo Santilli, rappresentano due personaggi molto influenti nelle scelte politiche in Calabria». Fu lei, nel 2017, durante una visita del Rottamatore Matteo Renzi, a dire di essere «soddisfatta» per aver fatto incontrare al Bullo «la Calabria migliore». E, in parte, era proprio quella raccontata dall'inchiesta. Con lei Adamo parla spesso a telefono di trasporti e ferrovie. Sulla tratta che collega Cosenza a Catanzaro, ad esempio, si confronta col marito sul coinvolgimento o meno del «Monacune», il monacone, appellativo con il quale, in calabrese stretto, la coppia dem fa riferimento al deputato Umberto Del Basso De Caro.
Adamo vorrebbe che della questione si occupasse la moglie: «Mentre il progetto che ha avuto l'idea di pensare u' Monacune no? Soprattutto se te ne puoi occupare anche tu...». E la moglie: «Non è questo il problema, scusa, questo lo facciamo che non è un problema». E Adamo osserva: «No, Umberto De Caro lo deve garantire questo progetto, ti sembra poco?». E Bruno Bossio chiude la conversazione con la soluzione: «No, ma De Caro dovrebbe fare di più, lui deve farci incontrare con Rete ferroviaria italiana e dire “benissimo, dentro gli investimenti che cavolo c'è per la Calabria?"... Rispetto al contratto con Trenitalia che cosa andiamo a modificare?».
Adamo rimarca il favorevole cambiamento politico regionale, sottolineando il fatto che prima, con Scopelliti, «era inutile che ti citavi tu come parlamentare... anzi, se facevi qualcosa ti bloccavano». E mette in mezzo Oliverio: «Adesso appena insediato facciamo una strategia noi». E nella strategia, secondo l'accusa, c'erano i tentativi di pilotare gli appalti e le speculazioni sulla povertà.
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Sentita come testimone la ex moglie del leader leghista ora capo della segreteria di Attilio Fontana, da sempre nel mirino di Stefano Buffagni. I magistrati lavorano sui presunti casi di corruzione di candidati di Fi alle europee.«Ogni calabrese ci costa 5.000 euro». Dalle intercettazioni sul gruppo di potere regionale emerge il ruolo di ras di Nicola Adamo coadiuvato dalla moglie, la renziana Enza Bruno Bossio, e dal governatore pd Mario Oliverio. Lo speciale comprende due articoli.C'è una parte dell'ultima inchiesta della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Milano su Regione Lombardia e Comune non ancora emersa, ma che tiene in apprensione la politica nazionale e regionale. Basta unire i puntini, leggendo l'ordinanza di custodia cautelare e osservando gli ultimi interrogatori, per capire che i magistrati milanesi, oltre a approfondire i presunti casi di corruzione di candidati di Forza Italia alle europee, hanno acceso un faro sulla sanità, da sempre un nervo scoperto, oggetto negli anni di diverse indagini per corruzione (vedi i casi degli ex assessori Fabio Rizzi o Mario Mantovani) o infiltrazioni della 'ndrangheta (nell'inchiesta Infinito ci finì Antonio Chiriaco, ex direttore sanitario della Asl di Pavia).Non a caso un retroscena del Fatto quotidiano del 24 aprile scorso dava conto di uno sfogo del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con la senatrice forzista Licia Ronzulli, dove il primo aveva espresso tutti i suoi timori su una nuova inchiesta sulla sanità lombarda di cui si parlava da tempo. Nell'articolo si faceva riferimento anche a Giulia Martinelli, ex moglie del leader della Lega e capo della segreteria del governatore Attilio Fontana.All'epoca, leggendo il pezzo, tra le fila leghiste si parlò di un avvertimento, forse in arrivo dai 5 stelle, che iniziavano a prendere le misure sul caso di Armando Siri, ormai ex sottosegretario messo alla porta dal premier Giuseppe Conte. Caso vuole che in questi anni ad attaccare Salvini sulla sanità lombarda e sulla sua ex moglie sia stato soprattutto un alleato di governo, il deputato pentastellato Stefano Buffagni, l'uomo delle nomine del vicepremier Luigi Di Maio. Fu lui, ex consigliere regionale lombardo, a pubblicare il 30 giugno del 2016 un post su Facebook, con tanto di video, dove parlava appunto di «ragnatela leghista che soffoca la Lombardia». Nel filmato si faceva cenno anche agli incarichi affidati all'ex compagna di Salvini, tanto che il ministro dell'Interno decise di querelare Buffagni per diffamazione: i due hanno trovato un accordo pochi mesi fa per chiudere la vicenda. Martinelli è stata ascoltata dal capo della Dda Alessandra Dolci mercoledì scorso come testimone. Non è indagata. Il suo nome compare nell'ordinanza di custodia cautelare, quando il «mullah» Nino Caianiello, ora in carcere a Opera per il reato di istigazione alla corruzione, parlando di nomine nelle partecipate - oltre a citare Luca Marsico (socio dello studio legale di Fontana), e l'assessore alla Sanità e Welfare Giulio Gallera - definisce l'ex compagna del leader della Lega «una cagacazzi». Non bisogna dimenticare che l'assessorato al Welfare fu oggetto di una battaglia serrata tra Forza Italia e Lega prima dell'insediamento. Alla fine la spuntarono gli azzurri, ma l'assessorato è stato da sempre terreno di scontro nella maggioranza, sin da quando c'era il governatore Roberto Formigoni.Nell'ordinanza di custodia cautelare non passa inosservato il nome di Domenico Pacicca (non indagato), calabrese di Stilo, vecchia conoscenza di Regione Lombardia, da tempo dirigente regionale il suo nome comparve nelle indagini sull'ex assessore Massimo Ponzoni: a quanto apprende La Verità è stato fino a dicembre segretario particolare al Welfare anche se da almeno 4 mesi non si fa vedere più in ufficio.Durante un pedinamento da parte degli investigatori della Dda, il 5 ottobre scorso al ristorante da Berti, detta anche la «mensa dei poveri», vengono individuati allo stesso tavolo Caianiello, lo stesso Pacicca, l'ex numero uno dell'Aler Loris Zaffra, il presunto intermediario delle tangenti Mauro Tolbar e il deputato azzurro Domenico Sozzani. Per i magistrati Caianiello era il «passaggio obbligato» per chi era alla ricerca di voti per una campagna elettorale, un posto nella pubblica amministrazione o appunto direzione di strutture sanitarie, ovvero appalti, consulenze e prebende di vario tipo da parte di società a partecipazione totalmente pubblica. Gli stessi accertamenti della Procura vanno in quella direzione, con un approfondimento delle consulenze di Marsico, sia con Ferrovie Nord Milano, sia con gli ospedali Fatebenefratelli-Sacco, dove il direttore generale è Alessandro Visconti, in quota Lega. Come è oggetto di verifica anche il contratto che una società, secondo i pm riconducibile all'eurodeputata Lara Comi (non indagata), avrebbe ottenuto dall'Afol, ente di formazione della Città metropolitana di Milano grazie all'intercessione (onerosa) di Caianiello. Proseguono intanto gli interrogatori degli arrestati (43 misure cautelari su 95 indagati). Ieri è toccato al manager Luigi Patimo e all'ex sottosegretario regionale Fabio Altitonante (Fi). Entrambi accusati di corruzione per una presunta mazzetta da 20.000 euro per lo sblocco di una pratica edilizia, hanno deciso di rispondere alle domande del gip Mascarino dichiarandosi innocenti. Chi invece ha deciso di raccontare il sistema Milano - e autoaccusarsi - sono tre imprenditori che hanno incontrato i pm e iniziato a parlare dei metodi di spartizione degli appalti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-pm-puntano-sulla-sanita-lombarda-e-i-5-stelle-si-fregano-le-mani-2636809797.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ogni-calabrese-ci-costa-5-000-euro" data-post-id="2636809797" data-published-at="1779760133" data-use-pagination="False"> «Ogni calabrese ci costa 5.000 euro» Lo schema della cricca per governare a lungo la Calabria era questo: speculare sulla povertà con una sperimentazione sul reddito minimo molto prima che arrivassero i 5 stelle. Spendendo 150 milioni di euro all'anno per cinque anni quella che per la Procura è un'associazione a delinquere sarebbe riuscita ad avere una platea di 30.000 persone. Il costo pro capite era da stimare in 5.000 euro all'anno. E con questa trovata il regno del ras renziano in terra di Calabria Nicola Adamo, ex deputato e già vicepresidente della giunta regionale ai tempi di Agazio Loiero, sarebbe durato molto a lungo. La teoria è contenuta nella richiesta di misura cautelare avanzata nei confronti di Adamo e del governatore calabrese Mario Oliverio dalla Procura di Catanzaro e non accolta dal gip. Il giudice, escludendo che gli indagati «abbiano agito in forza di un vincolo di natura associativa», ritiene invece che si tratti solo di «una prassi generalmente accettata, approfittando della disponibilità di ciascuno a gestire in chiave opportunistica le dinamiche politiche e in alcuni casi finanche a commettere degli illeciti». La Procura guidata da Nicola Gratteri, però, ha mandato agli indagati un avviso di conclusione delle indagini preliminari che contiene ancora l'accusa del reato associativo. E a capo ci ha piazzato Adamo, che «teorizza», scrivono i magistrati, «la strategia politica, dimostrandosi apertamente come vero e proprio responsabile del potere esecutivo, dunque, spingendosi a progettare l'aumento dei consumi e del Pil, suggerendo le politiche degli investimenti sulle grandi infrastrutture come gli ospedali, i trasporti, gli insediamenti nell'area industriale di Gioia Tauro, l'accelerazione della spesa per la difesa del suolo». Il tutto per agevolare i tecnici amici. Al suo fianco nelle carte dell'inchiesta c'è sempre Oliverio, considerato dai magistrati l'altro pezzo grosso della cricca. La deputata Enza Bruno Bossio, renziana di ferro e moglie di Adamo, che non è indagata in questa inchiesta (ma lo è, per corruzione, nell'indagine Lande desolate, proprio insieme al marito e al governatore), è comunque presente nel fascicolo. Uno dei grandi elettori del Pd a Catanzaro, Giovanni Santilli, parlando a telefono con un compagno di partito, «riferisce», annotano gli investigatori, «in merito alla sussistenza di un gruppo di potere riconducibile ad Adamo e alla moglie Enza Bruno Bossio, i quali, secondo Santilli, rappresentano due personaggi molto influenti nelle scelte politiche in Calabria». Fu lei, nel 2017, durante una visita del Rottamatore Matteo Renzi, a dire di essere «soddisfatta» per aver fatto incontrare al Bullo «la Calabria migliore». E, in parte, era proprio quella raccontata dall'inchiesta. Con lei Adamo parla spesso a telefono di trasporti e ferrovie. Sulla tratta che collega Cosenza a Catanzaro, ad esempio, si confronta col marito sul coinvolgimento o meno del «Monacune», il monacone, appellativo con il quale, in calabrese stretto, la coppia dem fa riferimento al deputato Umberto Del Basso De Caro. Adamo vorrebbe che della questione si occupasse la moglie: «Mentre il progetto che ha avuto l'idea di pensare u' Monacune no? Soprattutto se te ne puoi occupare anche tu...». E la moglie: «Non è questo il problema, scusa, questo lo facciamo che non è un problema». E Adamo osserva: «No, Umberto De Caro lo deve garantire questo progetto, ti sembra poco?». E Bruno Bossio chiude la conversazione con la soluzione: «No, ma De Caro dovrebbe fare di più, lui deve farci incontrare con Rete ferroviaria italiana e dire “benissimo, dentro gli investimenti che cavolo c'è per la Calabria?"... Rispetto al contratto con Trenitalia che cosa andiamo a modificare?». Adamo rimarca il favorevole cambiamento politico regionale, sottolineando il fatto che prima, con Scopelliti, «era inutile che ti citavi tu come parlamentare... anzi, se facevi qualcosa ti bloccavano». E mette in mezzo Oliverio: «Adesso appena insediato facciamo una strategia noi». E nella strategia, secondo l'accusa, c'erano i tentativi di pilotare gli appalti e le speculazioni sulla povertà.
iStock
Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.