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2019-05-11
I pm puntano sulla sanità lombarda e i 5 stelle si fregano le mani
Ansa
C'è una parte dell'ultima inchiesta della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Milano su Regione Lombardia e Comune non ancora emersa, ma che tiene in apprensione la politica nazionale e regionale. Basta unire i puntini, leggendo l'ordinanza di custodia cautelare e osservando gli ultimi interrogatori, per capire che i magistrati milanesi, oltre a approfondire i presunti casi di corruzione di candidati di Forza Italia alle europee, hanno acceso un faro sulla sanità, da sempre un nervo scoperto, oggetto negli anni di diverse indagini per corruzione (vedi i casi degli ex assessori Fabio Rizzi o Mario Mantovani) o infiltrazioni della 'ndrangheta (nell'inchiesta Infinito ci finì Antonio Chiriaco, ex direttore sanitario della Asl di Pavia).
Non a caso un retroscena del Fatto quotidiano del 24 aprile scorso dava conto di uno sfogo del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con la senatrice forzista Licia Ronzulli, dove il primo aveva espresso tutti i suoi timori su una nuova inchiesta sulla sanità lombarda di cui si parlava da tempo. Nell'articolo si faceva riferimento anche a Giulia Martinelli, ex moglie del leader della Lega e capo della segreteria del governatore Attilio Fontana.
All'epoca, leggendo il pezzo, tra le fila leghiste si parlò di un avvertimento, forse in arrivo dai 5 stelle, che iniziavano a prendere le misure sul caso di Armando Siri, ormai ex sottosegretario messo alla porta dal premier Giuseppe Conte. Caso vuole che in questi anni ad attaccare Salvini sulla sanità lombarda e sulla sua ex moglie sia stato soprattutto un alleato di governo, il deputato pentastellato Stefano Buffagni, l'uomo delle nomine del vicepremier Luigi Di Maio. Fu lui, ex consigliere regionale lombardo, a pubblicare il 30 giugno del 2016 un post su Facebook, con tanto di video, dove parlava appunto di «ragnatela leghista che soffoca la Lombardia». Nel filmato si faceva cenno anche agli incarichi affidati all'ex compagna di Salvini, tanto che il ministro dell'Interno decise di querelare Buffagni per diffamazione: i due hanno trovato un accordo pochi mesi fa per chiudere la vicenda.
Martinelli è stata ascoltata dal capo della Dda Alessandra Dolci mercoledì scorso come testimone. Non è indagata. Il suo nome compare nell'ordinanza di custodia cautelare, quando il «mullah» Nino Caianiello, ora in carcere a Opera per il reato di istigazione alla corruzione, parlando di nomine nelle partecipate - oltre a citare Luca Marsico (socio dello studio legale di Fontana), e l'assessore alla Sanità e Welfare Giulio Gallera - definisce l'ex compagna del leader della Lega «una cagacazzi». Non bisogna dimenticare che l'assessorato al Welfare fu oggetto di una battaglia serrata tra Forza Italia e Lega prima dell'insediamento. Alla fine la spuntarono gli azzurri, ma l'assessorato è stato da sempre terreno di scontro nella maggioranza, sin da quando c'era il governatore Roberto Formigoni.
Nell'ordinanza di custodia cautelare non passa inosservato il nome di Domenico Pacicca (non indagato), calabrese di Stilo, vecchia conoscenza di Regione Lombardia, da tempo dirigente regionale il suo nome comparve nelle indagini sull'ex assessore Massimo Ponzoni: a quanto apprende La Verità è stato fino a dicembre segretario particolare al Welfare anche se da almeno 4 mesi non si fa vedere più in ufficio.
Durante un pedinamento da parte degli investigatori della Dda, il 5 ottobre scorso al ristorante da Berti, detta anche la «mensa dei poveri», vengono individuati allo stesso tavolo Caianiello, lo stesso Pacicca, l'ex numero uno dell'Aler Loris Zaffra, il presunto intermediario delle tangenti Mauro Tolbar e il deputato azzurro Domenico Sozzani. Per i magistrati Caianiello era il «passaggio obbligato» per chi era alla ricerca di voti per una campagna elettorale, un posto nella pubblica amministrazione o appunto direzione di strutture sanitarie, ovvero appalti, consulenze e prebende di vario tipo da parte di società a partecipazione totalmente pubblica.
Gli stessi accertamenti della Procura vanno in quella direzione, con un approfondimento delle consulenze di Marsico, sia con Ferrovie Nord Milano, sia con gli ospedali Fatebenefratelli-Sacco, dove il direttore generale è Alessandro Visconti, in quota Lega. Come è oggetto di verifica anche il contratto che una società, secondo i pm riconducibile all'eurodeputata Lara Comi (non indagata), avrebbe ottenuto dall'Afol, ente di formazione della Città metropolitana di Milano grazie all'intercessione (onerosa) di Caianiello. Proseguono intanto gli interrogatori degli arrestati (43 misure cautelari su 95 indagati). Ieri è toccato al manager Luigi Patimo e all'ex sottosegretario regionale Fabio Altitonante (Fi). Entrambi accusati di corruzione per una presunta mazzetta da 20.000 euro per lo sblocco di una pratica edilizia, hanno deciso di rispondere alle domande del gip Mascarino dichiarandosi innocenti. Chi invece ha deciso di raccontare il sistema Milano - e autoaccusarsi - sono tre imprenditori che hanno incontrato i pm e iniziato a parlare dei metodi di spartizione degli appalti.
«Ogni calabrese ci costa 5.000 euro»
Lo schema della cricca per governare a lungo la Calabria era questo: speculare sulla povertà con una sperimentazione sul reddito minimo molto prima che arrivassero i 5 stelle. Spendendo 150 milioni di euro all'anno per cinque anni quella che per la Procura è un'associazione a delinquere sarebbe riuscita ad avere una platea di 30.000 persone. Il costo pro capite era da stimare in 5.000 euro all'anno. E con questa trovata il regno del ras renziano in terra di Calabria Nicola Adamo, ex deputato e già vicepresidente della giunta regionale ai tempi di Agazio Loiero, sarebbe durato molto a lungo. La teoria è contenuta nella richiesta di misura cautelare avanzata nei confronti di Adamo e del governatore calabrese Mario Oliverio dalla Procura di Catanzaro e non accolta dal gip.
Il giudice, escludendo che gli indagati «abbiano agito in forza di un vincolo di natura associativa», ritiene invece che si tratti solo di «una prassi generalmente accettata, approfittando della disponibilità di ciascuno a gestire in chiave opportunistica le dinamiche politiche e in alcuni casi finanche a commettere degli illeciti».
La Procura guidata da Nicola Gratteri, però, ha mandato agli indagati un avviso di conclusione delle indagini preliminari che contiene ancora l'accusa del reato associativo. E a capo ci ha piazzato Adamo, che «teorizza», scrivono i magistrati, «la strategia politica, dimostrandosi apertamente come vero e proprio responsabile del potere esecutivo, dunque, spingendosi a progettare l'aumento dei consumi e del Pil, suggerendo le politiche degli investimenti sulle grandi infrastrutture come gli ospedali, i trasporti, gli insediamenti nell'area industriale di Gioia Tauro, l'accelerazione della spesa per la difesa del suolo». Il tutto per agevolare i tecnici amici. Al suo fianco nelle carte dell'inchiesta c'è sempre Oliverio, considerato dai magistrati l'altro pezzo grosso della cricca. La deputata Enza Bruno Bossio, renziana di ferro e moglie di Adamo, che non è indagata in questa inchiesta (ma lo è, per corruzione, nell'indagine Lande desolate, proprio insieme al marito e al governatore), è comunque presente nel fascicolo.
Uno dei grandi elettori del Pd a Catanzaro, Giovanni Santilli, parlando a telefono con un compagno di partito, «riferisce», annotano gli investigatori, «in merito alla sussistenza di un gruppo di potere riconducibile ad Adamo e alla moglie Enza Bruno Bossio, i quali, secondo Santilli, rappresentano due personaggi molto influenti nelle scelte politiche in Calabria». Fu lei, nel 2017, durante una visita del Rottamatore Matteo Renzi, a dire di essere «soddisfatta» per aver fatto incontrare al Bullo «la Calabria migliore». E, in parte, era proprio quella raccontata dall'inchiesta. Con lei Adamo parla spesso a telefono di trasporti e ferrovie. Sulla tratta che collega Cosenza a Catanzaro, ad esempio, si confronta col marito sul coinvolgimento o meno del «Monacune», il monacone, appellativo con il quale, in calabrese stretto, la coppia dem fa riferimento al deputato Umberto Del Basso De Caro.
Adamo vorrebbe che della questione si occupasse la moglie: «Mentre il progetto che ha avuto l'idea di pensare u' Monacune no? Soprattutto se te ne puoi occupare anche tu...». E la moglie: «Non è questo il problema, scusa, questo lo facciamo che non è un problema». E Adamo osserva: «No, Umberto De Caro lo deve garantire questo progetto, ti sembra poco?». E Bruno Bossio chiude la conversazione con la soluzione: «No, ma De Caro dovrebbe fare di più, lui deve farci incontrare con Rete ferroviaria italiana e dire “benissimo, dentro gli investimenti che cavolo c'è per la Calabria?"... Rispetto al contratto con Trenitalia che cosa andiamo a modificare?».
Adamo rimarca il favorevole cambiamento politico regionale, sottolineando il fatto che prima, con Scopelliti, «era inutile che ti citavi tu come parlamentare... anzi, se facevi qualcosa ti bloccavano». E mette in mezzo Oliverio: «Adesso appena insediato facciamo una strategia noi». E nella strategia, secondo l'accusa, c'erano i tentativi di pilotare gli appalti e le speculazioni sulla povertà.
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Sentita come testimone la ex moglie del leader leghista ora capo della segreteria di Attilio Fontana, da sempre nel mirino di Stefano Buffagni. I magistrati lavorano sui presunti casi di corruzione di candidati di Fi alle europee.«Ogni calabrese ci costa 5.000 euro». Dalle intercettazioni sul gruppo di potere regionale emerge il ruolo di ras di Nicola Adamo coadiuvato dalla moglie, la renziana Enza Bruno Bossio, e dal governatore pd Mario Oliverio. Lo speciale comprende due articoli.C'è una parte dell'ultima inchiesta della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Milano su Regione Lombardia e Comune non ancora emersa, ma che tiene in apprensione la politica nazionale e regionale. Basta unire i puntini, leggendo l'ordinanza di custodia cautelare e osservando gli ultimi interrogatori, per capire che i magistrati milanesi, oltre a approfondire i presunti casi di corruzione di candidati di Forza Italia alle europee, hanno acceso un faro sulla sanità, da sempre un nervo scoperto, oggetto negli anni di diverse indagini per corruzione (vedi i casi degli ex assessori Fabio Rizzi o Mario Mantovani) o infiltrazioni della 'ndrangheta (nell'inchiesta Infinito ci finì Antonio Chiriaco, ex direttore sanitario della Asl di Pavia).Non a caso un retroscena del Fatto quotidiano del 24 aprile scorso dava conto di uno sfogo del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con la senatrice forzista Licia Ronzulli, dove il primo aveva espresso tutti i suoi timori su una nuova inchiesta sulla sanità lombarda di cui si parlava da tempo. Nell'articolo si faceva riferimento anche a Giulia Martinelli, ex moglie del leader della Lega e capo della segreteria del governatore Attilio Fontana.All'epoca, leggendo il pezzo, tra le fila leghiste si parlò di un avvertimento, forse in arrivo dai 5 stelle, che iniziavano a prendere le misure sul caso di Armando Siri, ormai ex sottosegretario messo alla porta dal premier Giuseppe Conte. Caso vuole che in questi anni ad attaccare Salvini sulla sanità lombarda e sulla sua ex moglie sia stato soprattutto un alleato di governo, il deputato pentastellato Stefano Buffagni, l'uomo delle nomine del vicepremier Luigi Di Maio. Fu lui, ex consigliere regionale lombardo, a pubblicare il 30 giugno del 2016 un post su Facebook, con tanto di video, dove parlava appunto di «ragnatela leghista che soffoca la Lombardia». Nel filmato si faceva cenno anche agli incarichi affidati all'ex compagna di Salvini, tanto che il ministro dell'Interno decise di querelare Buffagni per diffamazione: i due hanno trovato un accordo pochi mesi fa per chiudere la vicenda. Martinelli è stata ascoltata dal capo della Dda Alessandra Dolci mercoledì scorso come testimone. Non è indagata. Il suo nome compare nell'ordinanza di custodia cautelare, quando il «mullah» Nino Caianiello, ora in carcere a Opera per il reato di istigazione alla corruzione, parlando di nomine nelle partecipate - oltre a citare Luca Marsico (socio dello studio legale di Fontana), e l'assessore alla Sanità e Welfare Giulio Gallera - definisce l'ex compagna del leader della Lega «una cagacazzi». Non bisogna dimenticare che l'assessorato al Welfare fu oggetto di una battaglia serrata tra Forza Italia e Lega prima dell'insediamento. Alla fine la spuntarono gli azzurri, ma l'assessorato è stato da sempre terreno di scontro nella maggioranza, sin da quando c'era il governatore Roberto Formigoni.Nell'ordinanza di custodia cautelare non passa inosservato il nome di Domenico Pacicca (non indagato), calabrese di Stilo, vecchia conoscenza di Regione Lombardia, da tempo dirigente regionale il suo nome comparve nelle indagini sull'ex assessore Massimo Ponzoni: a quanto apprende La Verità è stato fino a dicembre segretario particolare al Welfare anche se da almeno 4 mesi non si fa vedere più in ufficio.Durante un pedinamento da parte degli investigatori della Dda, il 5 ottobre scorso al ristorante da Berti, detta anche la «mensa dei poveri», vengono individuati allo stesso tavolo Caianiello, lo stesso Pacicca, l'ex numero uno dell'Aler Loris Zaffra, il presunto intermediario delle tangenti Mauro Tolbar e il deputato azzurro Domenico Sozzani. Per i magistrati Caianiello era il «passaggio obbligato» per chi era alla ricerca di voti per una campagna elettorale, un posto nella pubblica amministrazione o appunto direzione di strutture sanitarie, ovvero appalti, consulenze e prebende di vario tipo da parte di società a partecipazione totalmente pubblica. Gli stessi accertamenti della Procura vanno in quella direzione, con un approfondimento delle consulenze di Marsico, sia con Ferrovie Nord Milano, sia con gli ospedali Fatebenefratelli-Sacco, dove il direttore generale è Alessandro Visconti, in quota Lega. Come è oggetto di verifica anche il contratto che una società, secondo i pm riconducibile all'eurodeputata Lara Comi (non indagata), avrebbe ottenuto dall'Afol, ente di formazione della Città metropolitana di Milano grazie all'intercessione (onerosa) di Caianiello. Proseguono intanto gli interrogatori degli arrestati (43 misure cautelari su 95 indagati). Ieri è toccato al manager Luigi Patimo e all'ex sottosegretario regionale Fabio Altitonante (Fi). Entrambi accusati di corruzione per una presunta mazzetta da 20.000 euro per lo sblocco di una pratica edilizia, hanno deciso di rispondere alle domande del gip Mascarino dichiarandosi innocenti. Chi invece ha deciso di raccontare il sistema Milano - e autoaccusarsi - sono tre imprenditori che hanno incontrato i pm e iniziato a parlare dei metodi di spartizione degli appalti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-pm-puntano-sulla-sanita-lombarda-e-i-5-stelle-si-fregano-le-mani-2636809797.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ogni-calabrese-ci-costa-5-000-euro" data-post-id="2636809797" data-published-at="1778402225" data-use-pagination="False"> «Ogni calabrese ci costa 5.000 euro» Lo schema della cricca per governare a lungo la Calabria era questo: speculare sulla povertà con una sperimentazione sul reddito minimo molto prima che arrivassero i 5 stelle. Spendendo 150 milioni di euro all'anno per cinque anni quella che per la Procura è un'associazione a delinquere sarebbe riuscita ad avere una platea di 30.000 persone. Il costo pro capite era da stimare in 5.000 euro all'anno. E con questa trovata il regno del ras renziano in terra di Calabria Nicola Adamo, ex deputato e già vicepresidente della giunta regionale ai tempi di Agazio Loiero, sarebbe durato molto a lungo. La teoria è contenuta nella richiesta di misura cautelare avanzata nei confronti di Adamo e del governatore calabrese Mario Oliverio dalla Procura di Catanzaro e non accolta dal gip. Il giudice, escludendo che gli indagati «abbiano agito in forza di un vincolo di natura associativa», ritiene invece che si tratti solo di «una prassi generalmente accettata, approfittando della disponibilità di ciascuno a gestire in chiave opportunistica le dinamiche politiche e in alcuni casi finanche a commettere degli illeciti». La Procura guidata da Nicola Gratteri, però, ha mandato agli indagati un avviso di conclusione delle indagini preliminari che contiene ancora l'accusa del reato associativo. E a capo ci ha piazzato Adamo, che «teorizza», scrivono i magistrati, «la strategia politica, dimostrandosi apertamente come vero e proprio responsabile del potere esecutivo, dunque, spingendosi a progettare l'aumento dei consumi e del Pil, suggerendo le politiche degli investimenti sulle grandi infrastrutture come gli ospedali, i trasporti, gli insediamenti nell'area industriale di Gioia Tauro, l'accelerazione della spesa per la difesa del suolo». Il tutto per agevolare i tecnici amici. Al suo fianco nelle carte dell'inchiesta c'è sempre Oliverio, considerato dai magistrati l'altro pezzo grosso della cricca. La deputata Enza Bruno Bossio, renziana di ferro e moglie di Adamo, che non è indagata in questa inchiesta (ma lo è, per corruzione, nell'indagine Lande desolate, proprio insieme al marito e al governatore), è comunque presente nel fascicolo. Uno dei grandi elettori del Pd a Catanzaro, Giovanni Santilli, parlando a telefono con un compagno di partito, «riferisce», annotano gli investigatori, «in merito alla sussistenza di un gruppo di potere riconducibile ad Adamo e alla moglie Enza Bruno Bossio, i quali, secondo Santilli, rappresentano due personaggi molto influenti nelle scelte politiche in Calabria». Fu lei, nel 2017, durante una visita del Rottamatore Matteo Renzi, a dire di essere «soddisfatta» per aver fatto incontrare al Bullo «la Calabria migliore». E, in parte, era proprio quella raccontata dall'inchiesta. Con lei Adamo parla spesso a telefono di trasporti e ferrovie. Sulla tratta che collega Cosenza a Catanzaro, ad esempio, si confronta col marito sul coinvolgimento o meno del «Monacune», il monacone, appellativo con il quale, in calabrese stretto, la coppia dem fa riferimento al deputato Umberto Del Basso De Caro. Adamo vorrebbe che della questione si occupasse la moglie: «Mentre il progetto che ha avuto l'idea di pensare u' Monacune no? Soprattutto se te ne puoi occupare anche tu...». E la moglie: «Non è questo il problema, scusa, questo lo facciamo che non è un problema». E Adamo osserva: «No, Umberto De Caro lo deve garantire questo progetto, ti sembra poco?». E Bruno Bossio chiude la conversazione con la soluzione: «No, ma De Caro dovrebbe fare di più, lui deve farci incontrare con Rete ferroviaria italiana e dire “benissimo, dentro gli investimenti che cavolo c'è per la Calabria?"... Rispetto al contratto con Trenitalia che cosa andiamo a modificare?». Adamo rimarca il favorevole cambiamento politico regionale, sottolineando il fatto che prima, con Scopelliti, «era inutile che ti citavi tu come parlamentare... anzi, se facevi qualcosa ti bloccavano». E mette in mezzo Oliverio: «Adesso appena insediato facciamo una strategia noi». E nella strategia, secondo l'accusa, c'erano i tentativi di pilotare gli appalti e le speculazioni sulla povertà.
Ecco una preparazione co coniuga la Primavera con un classico della cucina di magro: il baccalà con i ceci. Se si afa in questo modo il piatto acquista freschezza e diventa saporito pur rimanendo nutriente e leggero. Si prepara in pochissimi minuti e il successo è garantito.
Ingredienti – 500 gr di baccalà già ammollato, 300 gr di ceci già lesati, 200 gr di fave, 5 o 6 foglie di salvia, almeno tre spicchi d’aglio, sale, pepe, olio extravergine di oliva qb.
Preparazione – In una capace padella scaldate in un generoso giro di olio extravergine di oliva gli spicchi d’aglio e la salvia. Andate a fuoco moderato perché si deve aromatizzare il grasso, ma non devono prendere colore le verdure. Versate in padella i ceci scolati e fate prendere sapore. Aggiustate di sale e di pepe. Nel frattempo mettete a sbollentare le fave che avrete sgusciato. Basta che prendano il bollore per un minuto. Ritiratele, ma non scolate l’acqua di cottura che vi sarà utile. Ora prendete i ceci e sistemateli in un bicchiere da frullatore con un po’ di acqua di cottura delle fave e un altro cucchiaio di extravergine. Con il frullatore a immersione riduceteli in crema. Nella padella dove sono rimasti aglio e salvia fate scottare a fuoco vivace il baccalà che avrete fatto in quattro pezzi per circa sei minuti dalla parte della pelle e quattro dalla parte della polpa. Nel frattempo freddate le fave e sbucciatele ulteriormente. E’ facilissimo: basta incidere la parte superiore del frutto e fare una leggerissima pressione; vedrete che “l’anima” uscirà da sola. Ora impiattate. Mettete a specchio sul piatto una generosa quantità di crema di ceci adagiatevi sopra un trancio di baccalà, fate cadere una manciata di fave e aggiustate di abbondante pepe e ancora un giro di olio extravergine a crudo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di sbucciare per due volte le fave.
Abbinamento – Certamente un bianco e ci siamo ispirati alle città del baccalà: Verdicchio dei Castelli di Jesi pensando ad Ancona, Vermentino della Costa degli Etruschi pensando a Livorno, Soave pensando a Venezia, una Biancolella d’Ischia pensando a Napoli.
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La nave «Mv Hondius» (Ansa)
Per loro, il ministero delle Salute ha attivato la «sorveglianza attiva». I recapiti dei quattro, sottolinea una nota, sono stati acquisiti e le informazioni trasmesse alle regioni di competenza affinché, appunto, fosse attivata la sorveglianza «nel principio di massima cautela», il che significa regime di quarantena precauzionale in attesa degli accertamenti clinici necessari per verificare l’eventuale contrazione del virus. Per la donna residente a Firenze è subito scattato non soltanto l’isolamento, ma anche il tracciamento dei contatti e il monitoraggio clinico, come annunciato dal premuroso presidente della Regione Eugenio Giani e dall’assessore alle politiche sociali Monia Monni: «Non sottovalutiamo alcun elemento e continueremo a informare tempestivamente la cittadinanza su ogni sviluppo», fanno sapere. Le prime notizie, comunque, è che stanno tutti bene e non presentano sintomi. Anche le altre Regioni, nel corso della giornata, hanno annunciato di aver attivato tutti i protocolli previsti in questi casi e confermato il quadro.
L’epicentro europeo della nuova emergenza, stavolta, non è più l’Italia ma la Spagna: è alle Canarie, infatti, che saranno sbarcati tutti i passeggeri della Hondius, come voluto dall’Organizzazione mondiale della sanità che, insieme con le istituzioni europee, ha chiesto al premier anti-trumpiano Pedro Sánchez di utilizzare Tenerife come base di supporto sanitario. Il governo centrale ha accettato, «in linea con gli impegni internazionali in materia di salute pubblica e assistenza umanitaria». Cinque aerei sono già stati predisposti per l’evacuazione dei passeggeri, in una complessa operazione sanitaria e logistica che prevedibilmente si concluderà domani; i velivoli saranno messi a disposizione da Regno Unito, Stati Uniti, Paesi Bassi, Spagna e da un consorzio europeo. Il Tribunale di Madrid ha inoltre predisposto la quarantena precauzionale sui passeggeri e membri spagnoli dell’equipaggio della Hondius: «È prevedibile che i primi a essere sbarcati siano loro», ha fatto sapere il ministro della salute Monica Garcia. Dopo lo sbarco, i 14 passeggeri spagnoli saranno trasferiti a bordo di un aereo militare alla base di Torrejon de Ardoz (Madrid), da dove saranno portati all’Ospedale Centrale della Difesa Gomez Ulla.
Riparte, insomma, il rullo di tamburi: su giornali e tv si ricomincia a parlare di «paziente zero», sebbene «le valutazioni condivise a livello internazionale dall’Oms e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie indichino attualmente un rischio basso per la popolazione generale a livello mondiale e molto basso in Europa», fanno sapere da Lungotevere Ripa, dove in queste ore il ministro Orazio Schillaci sta gestendo la nuova emergenza.
L’Oms è sulla plancia di comando con rinnovati bollettini giornalieri, come ai tempi del Coronavirus: a ieri, fanno sapere dall’Organizzazione, i casi di hantavirus confermati erano sei su otto sospetti, tutti a bordo della Hondius. E ripartono le solite notizie contraddittorie. Nei primi giorni, infatti, gli esperti dell’Oms avevano sottolineato che casi di trasmissione tra persone erano sporadici e isolati, ma ieri sono arrivate precisazioni diverse su un tasso di mortalità del 38% e su casi «identificati come dovuti al virus Andes, noto per essere trasmissibile tra esseri umani».
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, che da anni annuncia come una cassandra che «la storia ci insegna che la prossima pandemia non è una questione di “se”, ma di “quando”», ieri è giunto in Spagna a dirigere il traffico. Dopo l’incontro alla Moncloa con Sánchez, si recherà a Tenerife per coordinare l’operazione di sbarco dei passeggeri dalla nave, che arriverà già oggi con le luci dell’alba. Tedros vuole essere a tutti i costi alle Canarie per «gestire» le operazioni di sbarco. L’attitudine delle istituzioni, insomma, se a parole è rassicurante, nei fatti lo è un po’ di meno e fa pensare a quei due mesi tra gennaio e febbraio 2020, quando si passò in un batter d’occhio dalla scorpacciata di involtini primavera al lockdown nazionale. Tedros ha comunque rassicurato gli abitanti di Tenerife sul fatto che il rischio derivante dalla nave infetta sia «basso», spiegando in una lettera rivolta alla popolazione che non si tratta di «un altro Covid» e che i locali non avranno alcun contatto coni passeggeri.
«Accettare la richiesta dell’Oms e offrire un porto sicuro è un dovere morale e legale nei confronti dei nostri cittadini, dell’Europa e del diritto internazionale. La Spagna starà sempre al fianco di chi ha bisogno di aiuto. Perché ci sono decisioni che definiscono chi siamo come società», ha scritto invece Sánchez su X dopo il colloquio con la guida dell’Oms.
Ieri il professor Francesco Vaia, già direttore dell’Istituto nazionale per le malattie infettive dello Spallanzani di Roma, ha lanciato un appello: «L’esperienza del Covid sembra non aver insegnato nulla. Si continua a spaventare le persone con il “nuovo” virus di turno. Nuova pandemia? Certamente no. Abbiamo bisogno di vaccinarci? Certamente no. Abbiamo bisogno di rinverdire la nostra fama? Da parte di alcuni, sì. Tutto già visto. Evitiamo di dare spazio a chi la spara più grossa», ha chiesto l’ex direttore della Prevenzione del ministero della Salute rivolgendosi alla Rai ma anche alle tv commerciali. «La comunicazione è una cosa seria, in particolar modo per la salute».
Amen.
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Le proteste davanti alla Biennale di Venezia (Ansa)
Aperta ieri la Biennale della discordia. Non si respira aria di festa, ma di guerriglia, con calli blindate ed elicotteri per aria.
Le polemiche sulla presenza della Russia e di Israele tengono ancora banco. La più importante manifestazione d’arte contemporanea, che si chiuderà il 22 novembre, è funestata come non mai da controversie e imprevisti. Malgrado questo, lunghissime code si sono viste davanti all’ingresso dei Giardini e all’Arsenale, con migliaia di visitatori in attesa di entrare. La cerimonia d’apertura è saltata, così come l’assegnazione dei Leoni d’oro e d’argento a causa del fatto che, la settimana scorsa, la giuria si è dimessa in blocco (un fatto senza precedenti dalla fondazione nel 1895). I premi saranno assegnati attraverso una votazione del pubblico.
Il padiglione russo rimane chiuso e l’interno è visibile solo dall’esterno su grandi schermi. Venerdì sera 2.000 persone hanno manifestato contro la partecipazione di Israele e c’è stato uno scontro con la polizia. Venti padiglioni sono rimasti chiusi perché il personale ha scioperato contro la presenza dello Stato ebraico, in solidarietà, pure, degli attivisti della Flotilla imprigionati a Gaza: «Nessun artista o lavoratore dovrebbe essere obbligato a condividere spazi con chi è responsabile di genocidio», protestano i pro Pal. L’annuncio dello sciopero è arrivato dal canale Telegram Global Project. E in alto bandiere della Palestina, kefiah al collo e cartelloni con scritte come «Free Palestine, abolish Zionism».
Le ispezioni ministeriali, le richieste di chiarimento rivolte alla Fondazione e il fitto carteggio con ministero della Cultura, Farnesina e Palazzo Chigi non hanno fatto emergere irregolarità. Resta aperta una richiesta di chiarimenti dell’Ue sul rispetto del regime sanzionatorio nei confronti della Russia. La Biennale dovrà rispondere entro domani, pur avendo già anticipato che «tutto risulta conforme». La Commissione Ue in mancanza di una risposta convincente minaccia un taglio di due milioni di euro per progetti legati alla cinematografia.
Il vicepremier Matteo Salvini si è precipitato a Venezia per cercare di placare gli animi: «Penso che l’arte, come lo sport debbano essere esenti da conflitti». Visitando il padiglione russo dice: «Non penso che venendo qua si sostenga il conflitto o un governo di una parte o dell’altra. Penso, invece, che l’arte e la Biennale servano a riavvicinare». Salvini attacca poi l’intervento dell’Ue: «È volgare. Possiamo fare a meno dei loro 2 milioni».
Per il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, invece le proteste «sono legittime». Dal Pd si leva la voce di Piero De Luca, capogruppo in commissione Affari europei della Camera: «Palazzo Chigi ha definito quanto accaduto alla Biennale un pasticcio, ma i pasticci hanno sempre dei responsabili. Il governo aveva tutti gli strumenti per impedire che la propaganda russa sbarcasse in laguna». Prende la parola il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco e, subito, sfotte il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, assente all’inaugurazione. «Grazie al ministro che sostiene le nostre iniziative...». Giuli accetta la provocazione: «Ho scritto un messaggio a Buttafuoco, ma non mi risponde. Il 20 sarò alla Biennale, lui verrà?».
Intanto, ieri il suono delle sirene antiaeree che avvisa gli ucraini dei bombardamenti è stato riprodotto davanti al padiglione russo nel corso di un flash mob organizzato da +Europa. Presenti il segretario Riccardo Magi e l’ex ministro Cécile Kyenge. «La realtà non è quella raccontata da Salvini. La realtà è che in quel padiglione c’è arte di regime e non c’è arte libera perché l’arte libera viene perseguitata da Putin in Russia», dice Magi.
Quando la politica entra nell’arte non è mai cosa buona. Di certo questa sarà una Biennale che ci ricorderemo per molto tempo. E non solo per le polemiche: ieri sono stati 10.000 con un +10% sul 2024. Gli accreditati nei giorni di pre-apertura sono stati 27.935 (+4%) e 3.733 i giornalisti presenti (70% della stampa internazionale.
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Donald Trump (Ansa)
Ci fosse ancora Dante direbbe: «Stavvi Minòs orribilmente e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia», perché il presidente degli Stati Uniti assolve e danna sentendosi giudice universale. Nella seconda telefonata improvvisa al Corriere della Sera ieri Donald Trump, ancora un po’ piccato con Giorgia Meloni, ha dettato: «Sto ancora prendendo in considerazione la possibilità di spostare le truppe dall’Italia». Poi il maestrone dal pennarello nero - quello con cui firma gli estemporanei e incisivi executive order - ci ha dato la pagella: «L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei. E io ci sono sempre stato per l’Italia, e così il mio Paese». Viviana Mazza la corrispondente da Washington del Corriere che ha risposto alla Casa Bianca come già il 14 aprile quando Trump si disse scioccato da Gorgia Meloni ha provato a insistere: l’Italia potrebbe fornire utilissimi cacciamine per bonificare Hormuz, e Trump: «L’Italia non c’era quando ne avevamo bisogno e quanto a Hormuz sulla lettera di risposta dell’Iran non commento». Quello del presidente Usa è evidentemente uno «squillo» politico. Il 3 maggio alla vigila della visita di Marco Rubio in Italia - venerdì si è intrattenuto per un’ora e mezzo con Giorgia Meloni e giovedì il Segretario di Stato ha avuto un lungo colloquio con Leone XIV per ricucire le relazioni col Papa - il presidente americano aveva rilanciato su Truth, il suo social personale, un’intervista di Matteo Salvini al sito ultra conservatore Breitbart in cui tra l’altro ha affermato: «Il presidente Trump è il nostro alleato e il nostro amico e ogni malinteso sarà risolto molto presto», aggiungendo: «Siamo stati gli unici a sostenere apertamente il presidente Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. È stata una bella conversazione quella che ho avuto con il vicepresidente J.D. Vance». A domanda di Viviana Mazza sul perché abbia ripostato quella intervista, il tycoon ha tagliato corto: «Lo ritenevo appropriato». Per avvertire silenziosamente Giorgia Meloni che ora il suo interlocutore più prossimo è Matteo Salvini dopo le critiche che la premier gli ha avanzato sulle frasi che Trump ha rivolto al Papa da lei definite «inaccettabili»? O per lanciare un messaggio a Marco Rubio avvertendolo: chi decide sono io. Non è un caso che la telefonata arrivi il giorno dopo l’incontro - «franco e costruttivo in una cornice di comune aderenza ai valori occidentali» - tra il Segretario di Stato americano e il presidente del Consiglio italiano. Meloni ha sintetizzato: «Entrambi comprendiamo quanto sia importante il rapporto transatlantico, ma entrambi comprendiamo quanto sia necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali. Ed è bene che su questo ci si trovi d’accordo». Marco Rubio nulla ha detto di preciso sulla presenza delle truppe americane in Italia. Ben sapendo che Trump ci «sta ancora pensando» si è limitato a confermare che si è discusso «delle sfide alla sicurezza regionale, tra cui il Medio Oriente e l’Ucraina, e dell’importanza di una collaborazione transatlantica costante per affrontare le minacce globali in un quadro di rafforzamento della partnership strategica tra Usa e Italia». Insomma molto è appeso alle volontà di Trump, ma anche all’opera di ricucitura che Giorgia Meloni farà con la Casa Bianca. Peraltro Trump è ben consapevole che l’Italia resta il suo alleato più forte in Europa e infatti mentre ha maltrattato sia Friedrich Merz (le truppe dalla Germania le ritira sul serio) sia Pedro Sánchez (lo spagnolo ribelle a parole) con Meloni ha avuto toni duri, ma non di rottura. E se per Nicola Fratoianni (Avs) l’incontro con Rubio «è stato una farsa», Elly Schlein (Pd) che è alla corte di Barack Obama a Toronto, ha commentato: «Noi siamo alleati degli Usa, non di Trump». Peraltro si sa che la premier con Rubio si è «lamentata» della imprevedibilità e delle reazioni di Trump dicendo sostanzialmente che per l’alleanza con lui in Europa ha pagato un prezzo.
La lettura più «morbida» di queste ore l’ha data il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che peraltro ha visto Rubio prima di Meloni suggerendo che non è alle viste un incontro della premier con Trump e così ha riassunto questi due giorni «americani»: «Gli Stati Uniti sono il nostro principale alleato. I rapporti transatlantici sono fondamentali e siamo sempre pronti ad avere un dialogo franco. Se ci sono delle cose che non condividiamo, le diciamo. Noi le abbiamo sempre dette. Questo perché siamo convinti che l’Italia e l’Europa hanno bisogno degli Stati Uniti, ma anche gli Usa hanno bisogno dell’Italia e dell’Europa».
Un po’ più deciso il ministro della Difesa Guido Crosetto che pone l’accento su un punto, la qualità delle relazioni: «Sono contento», ha detto il ministro, «di essere, il 4 luglio, a New York, a festeggiare con gli Stati Uniti i 250 anni di indipendenza. È un momento nel quale sembra che le relazioni tra Italia e Stati Uniti non siano buone. Noi ricordiamo però che le relazioni sono tra popoli».
Trump: «Aspetto presto risposte dall’Iran»
La tensione nel Golfo Persico continua a crescere mentre Stati Uniti, Iran e potenze internazionali cercano un equilibrio sempre più fragile tra diplomazia e pressione militare. Washington ha rivisto la propria proposta di risoluzione all’Onu sullo Stretto di Hormuz nel tentativo di evitare uno scontro diretto con Cina e Russia al Consiglio di Sicurezza. Secondo Reuters, la nuova bozza chiede all’Iran di interrompere gli attacchi e le attività di minamento nello Stretto, eliminando però il riferimento al Capitolo VII della Carta Onu che avrebbe potuto aprire formalmente la strada a sanzioni o azioni militari.
Nonostante il linguaggio più prudente, il testo resta duro contro Teheran. La risoluzione prevede infatti che, in caso di mancato rispetto, il Consiglio possa valutare «misure efficaci, comprese le sanzioni» per garantire la libertà di navigazione. Viene inoltre riaffermato il diritto degli Stati membri a difendere le proprie navi da minacce e attacchi nello Stretto di Hormuz. Sulle modifiche americane pesa soprattutto il fattore geopolitico: un veto cinese rappresenterebbe infatti un grave imbarazzo diplomatico per Donald Trump alla vigilia del suo viaggio a Pechino previsto la prossima settimana. Nel frattempo il Comando centrale americano ha annunciato di aver reindirizzato 57 navi commerciali e impedito ad altre quattro di entrare o uscire dai porti iraniani. Il Centcom ha inoltre confermato che i cacciatorpediniere Uss Truxtun, Uss Rafael Peralta e Uss Mason stanno operando nel Mar Arabico a sostegno del blocco navale contro Teheran.
La crisi rischia però di trasformarsi anche in un’emergenza ambientale. Una vasta chiazza di petrolio si sta espandendo al largo dell’isola iraniana di Kharg, terminale strategico per le esportazioni energetiche della Repubblica islamica. Il New York Times, citando immagini satellitari, riferisce che lo sversamento avrebbe già raggiunto oltre 52 chilometri quadrati e si starebbe spostando verso Sud, in direzione delle acque saudite.
Sul fronte interno iraniano cresce intanto il peso politico di Mojtaba Khamenei, figlio della storica Guida suprema, morta all’inizio della guerra. Secondo la Cnn, l’intelligence americana ritiene che Mojtaba stia assumendo un ruolo centrale nella strategia militare iraniana. Per la prima volta Teheran ha anche confermato che il nuovo leader ha riportato ferite alla rotula e alla schiena durante i bombardamenti. La situazione resta estremamente delicata anche all’interno del Paese. Domani il Parlamento iraniano tornerà a riunirsi in sessione plenaria per la prima volta dall’inizio della guerra, ma lo farà in videoconferenza per motivi di sicurezza. Il dibattito si concentrerà soprattutto sull’aumento dei prezzi e sulla crisi economica aggravata dal conflitto e dalle sanzioni.
Mentre la pressione militare continua, emergono segnali di stanchezza anche da parte americana. Secondo The Atlantic, Donald Trump sarebbe sempre più riluttante a riaprire le ostilità contro l’Iran. Il presidente statunitense teme di restare intrappolato in un nuovo conflitto mediorientale e vuole evitare nuove escalation almeno fino alla conclusione della visita in Cina. Trump ha inoltre dichiarato di attendere «molto presto» una risposta ufficiale di Teheran all’ultima proposta americana per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz.
Le mosse americane continuano però ad alimentare la diffidenza di Teheran. Il New York Times rivela che la Russia starebbe usando il Mar Caspio come corridoio strategico per rifornire l’Iran aggirando il blocco navale americano. Per questo il Caspio viene ormai definito da diversi analisti un «corridoio ombra» tra Mosca e Teheran. In quest’ottica va letto anche il recente attacco israeliano contro Bandar Anzali: non solo un raid contro una base navale iraniana, ma un colpo a una infrastruttura chiave per i collegamenti logistici e militari tra Russia e Iran.
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