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2019-05-11
I pm puntano sulla sanità lombarda e i 5 stelle si fregano le mani
Ansa
C'è una parte dell'ultima inchiesta della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Milano su Regione Lombardia e Comune non ancora emersa, ma che tiene in apprensione la politica nazionale e regionale. Basta unire i puntini, leggendo l'ordinanza di custodia cautelare e osservando gli ultimi interrogatori, per capire che i magistrati milanesi, oltre a approfondire i presunti casi di corruzione di candidati di Forza Italia alle europee, hanno acceso un faro sulla sanità, da sempre un nervo scoperto, oggetto negli anni di diverse indagini per corruzione (vedi i casi degli ex assessori Fabio Rizzi o Mario Mantovani) o infiltrazioni della 'ndrangheta (nell'inchiesta Infinito ci finì Antonio Chiriaco, ex direttore sanitario della Asl di Pavia).
Non a caso un retroscena del Fatto quotidiano del 24 aprile scorso dava conto di uno sfogo del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con la senatrice forzista Licia Ronzulli, dove il primo aveva espresso tutti i suoi timori su una nuova inchiesta sulla sanità lombarda di cui si parlava da tempo. Nell'articolo si faceva riferimento anche a Giulia Martinelli, ex moglie del leader della Lega e capo della segreteria del governatore Attilio Fontana.
All'epoca, leggendo il pezzo, tra le fila leghiste si parlò di un avvertimento, forse in arrivo dai 5 stelle, che iniziavano a prendere le misure sul caso di Armando Siri, ormai ex sottosegretario messo alla porta dal premier Giuseppe Conte. Caso vuole che in questi anni ad attaccare Salvini sulla sanità lombarda e sulla sua ex moglie sia stato soprattutto un alleato di governo, il deputato pentastellato Stefano Buffagni, l'uomo delle nomine del vicepremier Luigi Di Maio. Fu lui, ex consigliere regionale lombardo, a pubblicare il 30 giugno del 2016 un post su Facebook, con tanto di video, dove parlava appunto di «ragnatela leghista che soffoca la Lombardia». Nel filmato si faceva cenno anche agli incarichi affidati all'ex compagna di Salvini, tanto che il ministro dell'Interno decise di querelare Buffagni per diffamazione: i due hanno trovato un accordo pochi mesi fa per chiudere la vicenda.
Martinelli è stata ascoltata dal capo della Dda Alessandra Dolci mercoledì scorso come testimone. Non è indagata. Il suo nome compare nell'ordinanza di custodia cautelare, quando il «mullah» Nino Caianiello, ora in carcere a Opera per il reato di istigazione alla corruzione, parlando di nomine nelle partecipate - oltre a citare Luca Marsico (socio dello studio legale di Fontana), e l'assessore alla Sanità e Welfare Giulio Gallera - definisce l'ex compagna del leader della Lega «una cagacazzi». Non bisogna dimenticare che l'assessorato al Welfare fu oggetto di una battaglia serrata tra Forza Italia e Lega prima dell'insediamento. Alla fine la spuntarono gli azzurri, ma l'assessorato è stato da sempre terreno di scontro nella maggioranza, sin da quando c'era il governatore Roberto Formigoni.
Nell'ordinanza di custodia cautelare non passa inosservato il nome di Domenico Pacicca (non indagato), calabrese di Stilo, vecchia conoscenza di Regione Lombardia, da tempo dirigente regionale il suo nome comparve nelle indagini sull'ex assessore Massimo Ponzoni: a quanto apprende La Verità è stato fino a dicembre segretario particolare al Welfare anche se da almeno 4 mesi non si fa vedere più in ufficio.
Durante un pedinamento da parte degli investigatori della Dda, il 5 ottobre scorso al ristorante da Berti, detta anche la «mensa dei poveri», vengono individuati allo stesso tavolo Caianiello, lo stesso Pacicca, l'ex numero uno dell'Aler Loris Zaffra, il presunto intermediario delle tangenti Mauro Tolbar e il deputato azzurro Domenico Sozzani. Per i magistrati Caianiello era il «passaggio obbligato» per chi era alla ricerca di voti per una campagna elettorale, un posto nella pubblica amministrazione o appunto direzione di strutture sanitarie, ovvero appalti, consulenze e prebende di vario tipo da parte di società a partecipazione totalmente pubblica.
Gli stessi accertamenti della Procura vanno in quella direzione, con un approfondimento delle consulenze di Marsico, sia con Ferrovie Nord Milano, sia con gli ospedali Fatebenefratelli-Sacco, dove il direttore generale è Alessandro Visconti, in quota Lega. Come è oggetto di verifica anche il contratto che una società, secondo i pm riconducibile all'eurodeputata Lara Comi (non indagata), avrebbe ottenuto dall'Afol, ente di formazione della Città metropolitana di Milano grazie all'intercessione (onerosa) di Caianiello. Proseguono intanto gli interrogatori degli arrestati (43 misure cautelari su 95 indagati). Ieri è toccato al manager Luigi Patimo e all'ex sottosegretario regionale Fabio Altitonante (Fi). Entrambi accusati di corruzione per una presunta mazzetta da 20.000 euro per lo sblocco di una pratica edilizia, hanno deciso di rispondere alle domande del gip Mascarino dichiarandosi innocenti. Chi invece ha deciso di raccontare il sistema Milano - e autoaccusarsi - sono tre imprenditori che hanno incontrato i pm e iniziato a parlare dei metodi di spartizione degli appalti.
«Ogni calabrese ci costa 5.000 euro»
Lo schema della cricca per governare a lungo la Calabria era questo: speculare sulla povertà con una sperimentazione sul reddito minimo molto prima che arrivassero i 5 stelle. Spendendo 150 milioni di euro all'anno per cinque anni quella che per la Procura è un'associazione a delinquere sarebbe riuscita ad avere una platea di 30.000 persone. Il costo pro capite era da stimare in 5.000 euro all'anno. E con questa trovata il regno del ras renziano in terra di Calabria Nicola Adamo, ex deputato e già vicepresidente della giunta regionale ai tempi di Agazio Loiero, sarebbe durato molto a lungo. La teoria è contenuta nella richiesta di misura cautelare avanzata nei confronti di Adamo e del governatore calabrese Mario Oliverio dalla Procura di Catanzaro e non accolta dal gip.
Il giudice, escludendo che gli indagati «abbiano agito in forza di un vincolo di natura associativa», ritiene invece che si tratti solo di «una prassi generalmente accettata, approfittando della disponibilità di ciascuno a gestire in chiave opportunistica le dinamiche politiche e in alcuni casi finanche a commettere degli illeciti».
La Procura guidata da Nicola Gratteri, però, ha mandato agli indagati un avviso di conclusione delle indagini preliminari che contiene ancora l'accusa del reato associativo. E a capo ci ha piazzato Adamo, che «teorizza», scrivono i magistrati, «la strategia politica, dimostrandosi apertamente come vero e proprio responsabile del potere esecutivo, dunque, spingendosi a progettare l'aumento dei consumi e del Pil, suggerendo le politiche degli investimenti sulle grandi infrastrutture come gli ospedali, i trasporti, gli insediamenti nell'area industriale di Gioia Tauro, l'accelerazione della spesa per la difesa del suolo». Il tutto per agevolare i tecnici amici. Al suo fianco nelle carte dell'inchiesta c'è sempre Oliverio, considerato dai magistrati l'altro pezzo grosso della cricca. La deputata Enza Bruno Bossio, renziana di ferro e moglie di Adamo, che non è indagata in questa inchiesta (ma lo è, per corruzione, nell'indagine Lande desolate, proprio insieme al marito e al governatore), è comunque presente nel fascicolo.
Uno dei grandi elettori del Pd a Catanzaro, Giovanni Santilli, parlando a telefono con un compagno di partito, «riferisce», annotano gli investigatori, «in merito alla sussistenza di un gruppo di potere riconducibile ad Adamo e alla moglie Enza Bruno Bossio, i quali, secondo Santilli, rappresentano due personaggi molto influenti nelle scelte politiche in Calabria». Fu lei, nel 2017, durante una visita del Rottamatore Matteo Renzi, a dire di essere «soddisfatta» per aver fatto incontrare al Bullo «la Calabria migliore». E, in parte, era proprio quella raccontata dall'inchiesta. Con lei Adamo parla spesso a telefono di trasporti e ferrovie. Sulla tratta che collega Cosenza a Catanzaro, ad esempio, si confronta col marito sul coinvolgimento o meno del «Monacune», il monacone, appellativo con il quale, in calabrese stretto, la coppia dem fa riferimento al deputato Umberto Del Basso De Caro.
Adamo vorrebbe che della questione si occupasse la moglie: «Mentre il progetto che ha avuto l'idea di pensare u' Monacune no? Soprattutto se te ne puoi occupare anche tu...». E la moglie: «Non è questo il problema, scusa, questo lo facciamo che non è un problema». E Adamo osserva: «No, Umberto De Caro lo deve garantire questo progetto, ti sembra poco?». E Bruno Bossio chiude la conversazione con la soluzione: «No, ma De Caro dovrebbe fare di più, lui deve farci incontrare con Rete ferroviaria italiana e dire “benissimo, dentro gli investimenti che cavolo c'è per la Calabria?"... Rispetto al contratto con Trenitalia che cosa andiamo a modificare?».
Adamo rimarca il favorevole cambiamento politico regionale, sottolineando il fatto che prima, con Scopelliti, «era inutile che ti citavi tu come parlamentare... anzi, se facevi qualcosa ti bloccavano». E mette in mezzo Oliverio: «Adesso appena insediato facciamo una strategia noi». E nella strategia, secondo l'accusa, c'erano i tentativi di pilotare gli appalti e le speculazioni sulla povertà.
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Sentita come testimone la ex moglie del leader leghista ora capo della segreteria di Attilio Fontana, da sempre nel mirino di Stefano Buffagni. I magistrati lavorano sui presunti casi di corruzione di candidati di Fi alle europee.«Ogni calabrese ci costa 5.000 euro». Dalle intercettazioni sul gruppo di potere regionale emerge il ruolo di ras di Nicola Adamo coadiuvato dalla moglie, la renziana Enza Bruno Bossio, e dal governatore pd Mario Oliverio. Lo speciale comprende due articoli.C'è una parte dell'ultima inchiesta della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Milano su Regione Lombardia e Comune non ancora emersa, ma che tiene in apprensione la politica nazionale e regionale. Basta unire i puntini, leggendo l'ordinanza di custodia cautelare e osservando gli ultimi interrogatori, per capire che i magistrati milanesi, oltre a approfondire i presunti casi di corruzione di candidati di Forza Italia alle europee, hanno acceso un faro sulla sanità, da sempre un nervo scoperto, oggetto negli anni di diverse indagini per corruzione (vedi i casi degli ex assessori Fabio Rizzi o Mario Mantovani) o infiltrazioni della 'ndrangheta (nell'inchiesta Infinito ci finì Antonio Chiriaco, ex direttore sanitario della Asl di Pavia).Non a caso un retroscena del Fatto quotidiano del 24 aprile scorso dava conto di uno sfogo del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con la senatrice forzista Licia Ronzulli, dove il primo aveva espresso tutti i suoi timori su una nuova inchiesta sulla sanità lombarda di cui si parlava da tempo. Nell'articolo si faceva riferimento anche a Giulia Martinelli, ex moglie del leader della Lega e capo della segreteria del governatore Attilio Fontana.All'epoca, leggendo il pezzo, tra le fila leghiste si parlò di un avvertimento, forse in arrivo dai 5 stelle, che iniziavano a prendere le misure sul caso di Armando Siri, ormai ex sottosegretario messo alla porta dal premier Giuseppe Conte. Caso vuole che in questi anni ad attaccare Salvini sulla sanità lombarda e sulla sua ex moglie sia stato soprattutto un alleato di governo, il deputato pentastellato Stefano Buffagni, l'uomo delle nomine del vicepremier Luigi Di Maio. Fu lui, ex consigliere regionale lombardo, a pubblicare il 30 giugno del 2016 un post su Facebook, con tanto di video, dove parlava appunto di «ragnatela leghista che soffoca la Lombardia». Nel filmato si faceva cenno anche agli incarichi affidati all'ex compagna di Salvini, tanto che il ministro dell'Interno decise di querelare Buffagni per diffamazione: i due hanno trovato un accordo pochi mesi fa per chiudere la vicenda. Martinelli è stata ascoltata dal capo della Dda Alessandra Dolci mercoledì scorso come testimone. Non è indagata. Il suo nome compare nell'ordinanza di custodia cautelare, quando il «mullah» Nino Caianiello, ora in carcere a Opera per il reato di istigazione alla corruzione, parlando di nomine nelle partecipate - oltre a citare Luca Marsico (socio dello studio legale di Fontana), e l'assessore alla Sanità e Welfare Giulio Gallera - definisce l'ex compagna del leader della Lega «una cagacazzi». Non bisogna dimenticare che l'assessorato al Welfare fu oggetto di una battaglia serrata tra Forza Italia e Lega prima dell'insediamento. Alla fine la spuntarono gli azzurri, ma l'assessorato è stato da sempre terreno di scontro nella maggioranza, sin da quando c'era il governatore Roberto Formigoni.Nell'ordinanza di custodia cautelare non passa inosservato il nome di Domenico Pacicca (non indagato), calabrese di Stilo, vecchia conoscenza di Regione Lombardia, da tempo dirigente regionale il suo nome comparve nelle indagini sull'ex assessore Massimo Ponzoni: a quanto apprende La Verità è stato fino a dicembre segretario particolare al Welfare anche se da almeno 4 mesi non si fa vedere più in ufficio.Durante un pedinamento da parte degli investigatori della Dda, il 5 ottobre scorso al ristorante da Berti, detta anche la «mensa dei poveri», vengono individuati allo stesso tavolo Caianiello, lo stesso Pacicca, l'ex numero uno dell'Aler Loris Zaffra, il presunto intermediario delle tangenti Mauro Tolbar e il deputato azzurro Domenico Sozzani. Per i magistrati Caianiello era il «passaggio obbligato» per chi era alla ricerca di voti per una campagna elettorale, un posto nella pubblica amministrazione o appunto direzione di strutture sanitarie, ovvero appalti, consulenze e prebende di vario tipo da parte di società a partecipazione totalmente pubblica. Gli stessi accertamenti della Procura vanno in quella direzione, con un approfondimento delle consulenze di Marsico, sia con Ferrovie Nord Milano, sia con gli ospedali Fatebenefratelli-Sacco, dove il direttore generale è Alessandro Visconti, in quota Lega. Come è oggetto di verifica anche il contratto che una società, secondo i pm riconducibile all'eurodeputata Lara Comi (non indagata), avrebbe ottenuto dall'Afol, ente di formazione della Città metropolitana di Milano grazie all'intercessione (onerosa) di Caianiello. Proseguono intanto gli interrogatori degli arrestati (43 misure cautelari su 95 indagati). Ieri è toccato al manager Luigi Patimo e all'ex sottosegretario regionale Fabio Altitonante (Fi). Entrambi accusati di corruzione per una presunta mazzetta da 20.000 euro per lo sblocco di una pratica edilizia, hanno deciso di rispondere alle domande del gip Mascarino dichiarandosi innocenti. Chi invece ha deciso di raccontare il sistema Milano - e autoaccusarsi - sono tre imprenditori che hanno incontrato i pm e iniziato a parlare dei metodi di spartizione degli appalti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-pm-puntano-sulla-sanita-lombarda-e-i-5-stelle-si-fregano-le-mani-2636809797.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ogni-calabrese-ci-costa-5-000-euro" data-post-id="2636809797" data-published-at="1781420148" data-use-pagination="False"> «Ogni calabrese ci costa 5.000 euro» Lo schema della cricca per governare a lungo la Calabria era questo: speculare sulla povertà con una sperimentazione sul reddito minimo molto prima che arrivassero i 5 stelle. Spendendo 150 milioni di euro all'anno per cinque anni quella che per la Procura è un'associazione a delinquere sarebbe riuscita ad avere una platea di 30.000 persone. Il costo pro capite era da stimare in 5.000 euro all'anno. E con questa trovata il regno del ras renziano in terra di Calabria Nicola Adamo, ex deputato e già vicepresidente della giunta regionale ai tempi di Agazio Loiero, sarebbe durato molto a lungo. La teoria è contenuta nella richiesta di misura cautelare avanzata nei confronti di Adamo e del governatore calabrese Mario Oliverio dalla Procura di Catanzaro e non accolta dal gip. Il giudice, escludendo che gli indagati «abbiano agito in forza di un vincolo di natura associativa», ritiene invece che si tratti solo di «una prassi generalmente accettata, approfittando della disponibilità di ciascuno a gestire in chiave opportunistica le dinamiche politiche e in alcuni casi finanche a commettere degli illeciti». La Procura guidata da Nicola Gratteri, però, ha mandato agli indagati un avviso di conclusione delle indagini preliminari che contiene ancora l'accusa del reato associativo. E a capo ci ha piazzato Adamo, che «teorizza», scrivono i magistrati, «la strategia politica, dimostrandosi apertamente come vero e proprio responsabile del potere esecutivo, dunque, spingendosi a progettare l'aumento dei consumi e del Pil, suggerendo le politiche degli investimenti sulle grandi infrastrutture come gli ospedali, i trasporti, gli insediamenti nell'area industriale di Gioia Tauro, l'accelerazione della spesa per la difesa del suolo». Il tutto per agevolare i tecnici amici. Al suo fianco nelle carte dell'inchiesta c'è sempre Oliverio, considerato dai magistrati l'altro pezzo grosso della cricca. La deputata Enza Bruno Bossio, renziana di ferro e moglie di Adamo, che non è indagata in questa inchiesta (ma lo è, per corruzione, nell'indagine Lande desolate, proprio insieme al marito e al governatore), è comunque presente nel fascicolo. Uno dei grandi elettori del Pd a Catanzaro, Giovanni Santilli, parlando a telefono con un compagno di partito, «riferisce», annotano gli investigatori, «in merito alla sussistenza di un gruppo di potere riconducibile ad Adamo e alla moglie Enza Bruno Bossio, i quali, secondo Santilli, rappresentano due personaggi molto influenti nelle scelte politiche in Calabria». Fu lei, nel 2017, durante una visita del Rottamatore Matteo Renzi, a dire di essere «soddisfatta» per aver fatto incontrare al Bullo «la Calabria migliore». E, in parte, era proprio quella raccontata dall'inchiesta. Con lei Adamo parla spesso a telefono di trasporti e ferrovie. Sulla tratta che collega Cosenza a Catanzaro, ad esempio, si confronta col marito sul coinvolgimento o meno del «Monacune», il monacone, appellativo con il quale, in calabrese stretto, la coppia dem fa riferimento al deputato Umberto Del Basso De Caro. Adamo vorrebbe che della questione si occupasse la moglie: «Mentre il progetto che ha avuto l'idea di pensare u' Monacune no? Soprattutto se te ne puoi occupare anche tu...». E la moglie: «Non è questo il problema, scusa, questo lo facciamo che non è un problema». E Adamo osserva: «No, Umberto De Caro lo deve garantire questo progetto, ti sembra poco?». E Bruno Bossio chiude la conversazione con la soluzione: «No, ma De Caro dovrebbe fare di più, lui deve farci incontrare con Rete ferroviaria italiana e dire “benissimo, dentro gli investimenti che cavolo c'è per la Calabria?"... Rispetto al contratto con Trenitalia che cosa andiamo a modificare?». Adamo rimarca il favorevole cambiamento politico regionale, sottolineando il fatto che prima, con Scopelliti, «era inutile che ti citavi tu come parlamentare... anzi, se facevi qualcosa ti bloccavano». E mette in mezzo Oliverio: «Adesso appena insediato facciamo una strategia noi». E nella strategia, secondo l'accusa, c'erano i tentativi di pilotare gli appalti e le speculazioni sulla povertà.
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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Un vuoto che ha pesato sui soci: in una email inviata agli associati, The Core ha comunicato che l’evento del 19 maggio al Teatro Franco Parenti non si sarebbe più tenuto, rinviando di fatto il confronto con la community. Ma ad attenderle, questa volta, non ci saranno solo banchieri, imprenditori, avvocati, giornalisti e professionisti che chiedono risposte: c’è anche un fascicolo aperto alla Procura di Milano.
In seguito all’esposto depositato dallo studio Pizzoccaro di Brescia, promosso da diversi soci, la Procura ha aperto un procedimento: gli accertamenti sono in corso. Anche perché sarebbero già state depositate almeno 23 denunce-querele, con accuse che vanno dalla truffa alla bancarotta, fino ad altri profili legati alla gestione delle quote versate e al reticolo societario costruito intorno al progetto. Il nodo, in sintesi, è capire se The Core sia stato soltanto un club mai nato o una promessa commerciale tenuta in vita anche quando la sede promessa era ormai perduta.
La vicenda ruota attorno a 1 euro. Il 30 maggio 2025 Core Milan Llc dà in pegno a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl, la società legata all’immobile di corso Matteotti 14, a garanzia di un finanziamento da 500.000 euro. Il 18 luglio la stessa società viene ceduta a Reinvest per 1 euro: prezzo simbolico, perché il veicolo era gravato da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento e le somme non pagate dal mondo Core.
Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise non controllano più la società chiave del progetto. Tentano di rientrare con una sublocazione, ma anche quella salta: canone da 4,5 milioni l’anno, garanzie per 10,2 milioni mai consegnate, risoluzione del contratto il 6 febbraio 2026 per inadempimento.
Intanto i soci avevano già pagato. The Core ha parlato di 700 aderenti, con quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva e quote iniziali più alte. Secondo chi segue il dossier, le richieste di restituzione potrebbero arrivare ad almeno 20 milioni; se non saranno pagate, tra le ipotesi c’è anche un’istanza di liquidazione giudiziale, l’ex fallimento.
Le fondatrici continuano a rassicurare i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi dalla ripresa del cantiere. Ma la versione si scontra con gli atti: a quella data il rapporto su corso Matteotti 14 risulta già risolto.
Oltre poi ai ritardi nei pagamenti ai fornitori, anche il piano B sembra essersi arenato. Dopo l’uscita di scena di corso Matteotti, erano circolate ipotesi su corso Magenta e soprattutto via Meravigli. Ma quest’ultimo tentativo, secondo quanto risulta alla Verità, si sarebbe chiuso ancora prima di cominciare: l’agente immobiliare avrebbe deciso di non incontrare le due fondatrici. Un altro segnale che rende sempre più fragile la narrazione del rilancio.
Ora il ritorno a Milano di Jennie e Dangene Enterprise rischia di diventare il primo vero faccia a faccia con i soci. Anche perché ormai i discorsi vertono tutti su querele, richieste di rimborso, possibili azioni fallimentari e ora anche un fascicolo aperto in Procura. Un club può anche non aprire. Ma se la società chiave viene prima data in pegno, poi ceduta per 1 euro, se la sublocazione salta per mancata garanzia e, nel frattempo, ai soci si continua a raccontare la favola che tutto va bene, allora la vicenda passa da progetto fallito a possibile caso giudiziario.
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