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2019-05-11
I pm puntano sulla sanità lombarda e i 5 stelle si fregano le mani
Ansa
C'è una parte dell'ultima inchiesta della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Milano su Regione Lombardia e Comune non ancora emersa, ma che tiene in apprensione la politica nazionale e regionale. Basta unire i puntini, leggendo l'ordinanza di custodia cautelare e osservando gli ultimi interrogatori, per capire che i magistrati milanesi, oltre a approfondire i presunti casi di corruzione di candidati di Forza Italia alle europee, hanno acceso un faro sulla sanità, da sempre un nervo scoperto, oggetto negli anni di diverse indagini per corruzione (vedi i casi degli ex assessori Fabio Rizzi o Mario Mantovani) o infiltrazioni della 'ndrangheta (nell'inchiesta Infinito ci finì Antonio Chiriaco, ex direttore sanitario della Asl di Pavia).
Non a caso un retroscena del Fatto quotidiano del 24 aprile scorso dava conto di uno sfogo del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con la senatrice forzista Licia Ronzulli, dove il primo aveva espresso tutti i suoi timori su una nuova inchiesta sulla sanità lombarda di cui si parlava da tempo. Nell'articolo si faceva riferimento anche a Giulia Martinelli, ex moglie del leader della Lega e capo della segreteria del governatore Attilio Fontana.
All'epoca, leggendo il pezzo, tra le fila leghiste si parlò di un avvertimento, forse in arrivo dai 5 stelle, che iniziavano a prendere le misure sul caso di Armando Siri, ormai ex sottosegretario messo alla porta dal premier Giuseppe Conte. Caso vuole che in questi anni ad attaccare Salvini sulla sanità lombarda e sulla sua ex moglie sia stato soprattutto un alleato di governo, il deputato pentastellato Stefano Buffagni, l'uomo delle nomine del vicepremier Luigi Di Maio. Fu lui, ex consigliere regionale lombardo, a pubblicare il 30 giugno del 2016 un post su Facebook, con tanto di video, dove parlava appunto di «ragnatela leghista che soffoca la Lombardia». Nel filmato si faceva cenno anche agli incarichi affidati all'ex compagna di Salvini, tanto che il ministro dell'Interno decise di querelare Buffagni per diffamazione: i due hanno trovato un accordo pochi mesi fa per chiudere la vicenda.
Martinelli è stata ascoltata dal capo della Dda Alessandra Dolci mercoledì scorso come testimone. Non è indagata. Il suo nome compare nell'ordinanza di custodia cautelare, quando il «mullah» Nino Caianiello, ora in carcere a Opera per il reato di istigazione alla corruzione, parlando di nomine nelle partecipate - oltre a citare Luca Marsico (socio dello studio legale di Fontana), e l'assessore alla Sanità e Welfare Giulio Gallera - definisce l'ex compagna del leader della Lega «una cagacazzi». Non bisogna dimenticare che l'assessorato al Welfare fu oggetto di una battaglia serrata tra Forza Italia e Lega prima dell'insediamento. Alla fine la spuntarono gli azzurri, ma l'assessorato è stato da sempre terreno di scontro nella maggioranza, sin da quando c'era il governatore Roberto Formigoni.
Nell'ordinanza di custodia cautelare non passa inosservato il nome di Domenico Pacicca (non indagato), calabrese di Stilo, vecchia conoscenza di Regione Lombardia, da tempo dirigente regionale il suo nome comparve nelle indagini sull'ex assessore Massimo Ponzoni: a quanto apprende La Verità è stato fino a dicembre segretario particolare al Welfare anche se da almeno 4 mesi non si fa vedere più in ufficio.
Durante un pedinamento da parte degli investigatori della Dda, il 5 ottobre scorso al ristorante da Berti, detta anche la «mensa dei poveri», vengono individuati allo stesso tavolo Caianiello, lo stesso Pacicca, l'ex numero uno dell'Aler Loris Zaffra, il presunto intermediario delle tangenti Mauro Tolbar e il deputato azzurro Domenico Sozzani. Per i magistrati Caianiello era il «passaggio obbligato» per chi era alla ricerca di voti per una campagna elettorale, un posto nella pubblica amministrazione o appunto direzione di strutture sanitarie, ovvero appalti, consulenze e prebende di vario tipo da parte di società a partecipazione totalmente pubblica.
Gli stessi accertamenti della Procura vanno in quella direzione, con un approfondimento delle consulenze di Marsico, sia con Ferrovie Nord Milano, sia con gli ospedali Fatebenefratelli-Sacco, dove il direttore generale è Alessandro Visconti, in quota Lega. Come è oggetto di verifica anche il contratto che una società, secondo i pm riconducibile all'eurodeputata Lara Comi (non indagata), avrebbe ottenuto dall'Afol, ente di formazione della Città metropolitana di Milano grazie all'intercessione (onerosa) di Caianiello. Proseguono intanto gli interrogatori degli arrestati (43 misure cautelari su 95 indagati). Ieri è toccato al manager Luigi Patimo e all'ex sottosegretario regionale Fabio Altitonante (Fi). Entrambi accusati di corruzione per una presunta mazzetta da 20.000 euro per lo sblocco di una pratica edilizia, hanno deciso di rispondere alle domande del gip Mascarino dichiarandosi innocenti. Chi invece ha deciso di raccontare il sistema Milano - e autoaccusarsi - sono tre imprenditori che hanno incontrato i pm e iniziato a parlare dei metodi di spartizione degli appalti.
«Ogni calabrese ci costa 5.000 euro»
Lo schema della cricca per governare a lungo la Calabria era questo: speculare sulla povertà con una sperimentazione sul reddito minimo molto prima che arrivassero i 5 stelle. Spendendo 150 milioni di euro all'anno per cinque anni quella che per la Procura è un'associazione a delinquere sarebbe riuscita ad avere una platea di 30.000 persone. Il costo pro capite era da stimare in 5.000 euro all'anno. E con questa trovata il regno del ras renziano in terra di Calabria Nicola Adamo, ex deputato e già vicepresidente della giunta regionale ai tempi di Agazio Loiero, sarebbe durato molto a lungo. La teoria è contenuta nella richiesta di misura cautelare avanzata nei confronti di Adamo e del governatore calabrese Mario Oliverio dalla Procura di Catanzaro e non accolta dal gip.
Il giudice, escludendo che gli indagati «abbiano agito in forza di un vincolo di natura associativa», ritiene invece che si tratti solo di «una prassi generalmente accettata, approfittando della disponibilità di ciascuno a gestire in chiave opportunistica le dinamiche politiche e in alcuni casi finanche a commettere degli illeciti».
La Procura guidata da Nicola Gratteri, però, ha mandato agli indagati un avviso di conclusione delle indagini preliminari che contiene ancora l'accusa del reato associativo. E a capo ci ha piazzato Adamo, che «teorizza», scrivono i magistrati, «la strategia politica, dimostrandosi apertamente come vero e proprio responsabile del potere esecutivo, dunque, spingendosi a progettare l'aumento dei consumi e del Pil, suggerendo le politiche degli investimenti sulle grandi infrastrutture come gli ospedali, i trasporti, gli insediamenti nell'area industriale di Gioia Tauro, l'accelerazione della spesa per la difesa del suolo». Il tutto per agevolare i tecnici amici. Al suo fianco nelle carte dell'inchiesta c'è sempre Oliverio, considerato dai magistrati l'altro pezzo grosso della cricca. La deputata Enza Bruno Bossio, renziana di ferro e moglie di Adamo, che non è indagata in questa inchiesta (ma lo è, per corruzione, nell'indagine Lande desolate, proprio insieme al marito e al governatore), è comunque presente nel fascicolo.
Uno dei grandi elettori del Pd a Catanzaro, Giovanni Santilli, parlando a telefono con un compagno di partito, «riferisce», annotano gli investigatori, «in merito alla sussistenza di un gruppo di potere riconducibile ad Adamo e alla moglie Enza Bruno Bossio, i quali, secondo Santilli, rappresentano due personaggi molto influenti nelle scelte politiche in Calabria». Fu lei, nel 2017, durante una visita del Rottamatore Matteo Renzi, a dire di essere «soddisfatta» per aver fatto incontrare al Bullo «la Calabria migliore». E, in parte, era proprio quella raccontata dall'inchiesta. Con lei Adamo parla spesso a telefono di trasporti e ferrovie. Sulla tratta che collega Cosenza a Catanzaro, ad esempio, si confronta col marito sul coinvolgimento o meno del «Monacune», il monacone, appellativo con il quale, in calabrese stretto, la coppia dem fa riferimento al deputato Umberto Del Basso De Caro.
Adamo vorrebbe che della questione si occupasse la moglie: «Mentre il progetto che ha avuto l'idea di pensare u' Monacune no? Soprattutto se te ne puoi occupare anche tu...». E la moglie: «Non è questo il problema, scusa, questo lo facciamo che non è un problema». E Adamo osserva: «No, Umberto De Caro lo deve garantire questo progetto, ti sembra poco?». E Bruno Bossio chiude la conversazione con la soluzione: «No, ma De Caro dovrebbe fare di più, lui deve farci incontrare con Rete ferroviaria italiana e dire “benissimo, dentro gli investimenti che cavolo c'è per la Calabria?"... Rispetto al contratto con Trenitalia che cosa andiamo a modificare?».
Adamo rimarca il favorevole cambiamento politico regionale, sottolineando il fatto che prima, con Scopelliti, «era inutile che ti citavi tu come parlamentare... anzi, se facevi qualcosa ti bloccavano». E mette in mezzo Oliverio: «Adesso appena insediato facciamo una strategia noi». E nella strategia, secondo l'accusa, c'erano i tentativi di pilotare gli appalti e le speculazioni sulla povertà.
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Sentita come testimone la ex moglie del leader leghista ora capo della segreteria di Attilio Fontana, da sempre nel mirino di Stefano Buffagni. I magistrati lavorano sui presunti casi di corruzione di candidati di Fi alle europee.«Ogni calabrese ci costa 5.000 euro». Dalle intercettazioni sul gruppo di potere regionale emerge il ruolo di ras di Nicola Adamo coadiuvato dalla moglie, la renziana Enza Bruno Bossio, e dal governatore pd Mario Oliverio. Lo speciale comprende due articoli.C'è una parte dell'ultima inchiesta della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Milano su Regione Lombardia e Comune non ancora emersa, ma che tiene in apprensione la politica nazionale e regionale. Basta unire i puntini, leggendo l'ordinanza di custodia cautelare e osservando gli ultimi interrogatori, per capire che i magistrati milanesi, oltre a approfondire i presunti casi di corruzione di candidati di Forza Italia alle europee, hanno acceso un faro sulla sanità, da sempre un nervo scoperto, oggetto negli anni di diverse indagini per corruzione (vedi i casi degli ex assessori Fabio Rizzi o Mario Mantovani) o infiltrazioni della 'ndrangheta (nell'inchiesta Infinito ci finì Antonio Chiriaco, ex direttore sanitario della Asl di Pavia).Non a caso un retroscena del Fatto quotidiano del 24 aprile scorso dava conto di uno sfogo del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con la senatrice forzista Licia Ronzulli, dove il primo aveva espresso tutti i suoi timori su una nuova inchiesta sulla sanità lombarda di cui si parlava da tempo. Nell'articolo si faceva riferimento anche a Giulia Martinelli, ex moglie del leader della Lega e capo della segreteria del governatore Attilio Fontana.All'epoca, leggendo il pezzo, tra le fila leghiste si parlò di un avvertimento, forse in arrivo dai 5 stelle, che iniziavano a prendere le misure sul caso di Armando Siri, ormai ex sottosegretario messo alla porta dal premier Giuseppe Conte. Caso vuole che in questi anni ad attaccare Salvini sulla sanità lombarda e sulla sua ex moglie sia stato soprattutto un alleato di governo, il deputato pentastellato Stefano Buffagni, l'uomo delle nomine del vicepremier Luigi Di Maio. Fu lui, ex consigliere regionale lombardo, a pubblicare il 30 giugno del 2016 un post su Facebook, con tanto di video, dove parlava appunto di «ragnatela leghista che soffoca la Lombardia». Nel filmato si faceva cenno anche agli incarichi affidati all'ex compagna di Salvini, tanto che il ministro dell'Interno decise di querelare Buffagni per diffamazione: i due hanno trovato un accordo pochi mesi fa per chiudere la vicenda. Martinelli è stata ascoltata dal capo della Dda Alessandra Dolci mercoledì scorso come testimone. Non è indagata. Il suo nome compare nell'ordinanza di custodia cautelare, quando il «mullah» Nino Caianiello, ora in carcere a Opera per il reato di istigazione alla corruzione, parlando di nomine nelle partecipate - oltre a citare Luca Marsico (socio dello studio legale di Fontana), e l'assessore alla Sanità e Welfare Giulio Gallera - definisce l'ex compagna del leader della Lega «una cagacazzi». Non bisogna dimenticare che l'assessorato al Welfare fu oggetto di una battaglia serrata tra Forza Italia e Lega prima dell'insediamento. Alla fine la spuntarono gli azzurri, ma l'assessorato è stato da sempre terreno di scontro nella maggioranza, sin da quando c'era il governatore Roberto Formigoni.Nell'ordinanza di custodia cautelare non passa inosservato il nome di Domenico Pacicca (non indagato), calabrese di Stilo, vecchia conoscenza di Regione Lombardia, da tempo dirigente regionale il suo nome comparve nelle indagini sull'ex assessore Massimo Ponzoni: a quanto apprende La Verità è stato fino a dicembre segretario particolare al Welfare anche se da almeno 4 mesi non si fa vedere più in ufficio.Durante un pedinamento da parte degli investigatori della Dda, il 5 ottobre scorso al ristorante da Berti, detta anche la «mensa dei poveri», vengono individuati allo stesso tavolo Caianiello, lo stesso Pacicca, l'ex numero uno dell'Aler Loris Zaffra, il presunto intermediario delle tangenti Mauro Tolbar e il deputato azzurro Domenico Sozzani. Per i magistrati Caianiello era il «passaggio obbligato» per chi era alla ricerca di voti per una campagna elettorale, un posto nella pubblica amministrazione o appunto direzione di strutture sanitarie, ovvero appalti, consulenze e prebende di vario tipo da parte di società a partecipazione totalmente pubblica. Gli stessi accertamenti della Procura vanno in quella direzione, con un approfondimento delle consulenze di Marsico, sia con Ferrovie Nord Milano, sia con gli ospedali Fatebenefratelli-Sacco, dove il direttore generale è Alessandro Visconti, in quota Lega. Come è oggetto di verifica anche il contratto che una società, secondo i pm riconducibile all'eurodeputata Lara Comi (non indagata), avrebbe ottenuto dall'Afol, ente di formazione della Città metropolitana di Milano grazie all'intercessione (onerosa) di Caianiello. Proseguono intanto gli interrogatori degli arrestati (43 misure cautelari su 95 indagati). Ieri è toccato al manager Luigi Patimo e all'ex sottosegretario regionale Fabio Altitonante (Fi). Entrambi accusati di corruzione per una presunta mazzetta da 20.000 euro per lo sblocco di una pratica edilizia, hanno deciso di rispondere alle domande del gip Mascarino dichiarandosi innocenti. Chi invece ha deciso di raccontare il sistema Milano - e autoaccusarsi - sono tre imprenditori che hanno incontrato i pm e iniziato a parlare dei metodi di spartizione degli appalti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-pm-puntano-sulla-sanita-lombarda-e-i-5-stelle-si-fregano-le-mani-2636809797.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ogni-calabrese-ci-costa-5-000-euro" data-post-id="2636809797" data-published-at="1777526554" data-use-pagination="False"> «Ogni calabrese ci costa 5.000 euro» Lo schema della cricca per governare a lungo la Calabria era questo: speculare sulla povertà con una sperimentazione sul reddito minimo molto prima che arrivassero i 5 stelle. Spendendo 150 milioni di euro all'anno per cinque anni quella che per la Procura è un'associazione a delinquere sarebbe riuscita ad avere una platea di 30.000 persone. Il costo pro capite era da stimare in 5.000 euro all'anno. E con questa trovata il regno del ras renziano in terra di Calabria Nicola Adamo, ex deputato e già vicepresidente della giunta regionale ai tempi di Agazio Loiero, sarebbe durato molto a lungo. La teoria è contenuta nella richiesta di misura cautelare avanzata nei confronti di Adamo e del governatore calabrese Mario Oliverio dalla Procura di Catanzaro e non accolta dal gip. Il giudice, escludendo che gli indagati «abbiano agito in forza di un vincolo di natura associativa», ritiene invece che si tratti solo di «una prassi generalmente accettata, approfittando della disponibilità di ciascuno a gestire in chiave opportunistica le dinamiche politiche e in alcuni casi finanche a commettere degli illeciti». La Procura guidata da Nicola Gratteri, però, ha mandato agli indagati un avviso di conclusione delle indagini preliminari che contiene ancora l'accusa del reato associativo. E a capo ci ha piazzato Adamo, che «teorizza», scrivono i magistrati, «la strategia politica, dimostrandosi apertamente come vero e proprio responsabile del potere esecutivo, dunque, spingendosi a progettare l'aumento dei consumi e del Pil, suggerendo le politiche degli investimenti sulle grandi infrastrutture come gli ospedali, i trasporti, gli insediamenti nell'area industriale di Gioia Tauro, l'accelerazione della spesa per la difesa del suolo». Il tutto per agevolare i tecnici amici. Al suo fianco nelle carte dell'inchiesta c'è sempre Oliverio, considerato dai magistrati l'altro pezzo grosso della cricca. La deputata Enza Bruno Bossio, renziana di ferro e moglie di Adamo, che non è indagata in questa inchiesta (ma lo è, per corruzione, nell'indagine Lande desolate, proprio insieme al marito e al governatore), è comunque presente nel fascicolo. Uno dei grandi elettori del Pd a Catanzaro, Giovanni Santilli, parlando a telefono con un compagno di partito, «riferisce», annotano gli investigatori, «in merito alla sussistenza di un gruppo di potere riconducibile ad Adamo e alla moglie Enza Bruno Bossio, i quali, secondo Santilli, rappresentano due personaggi molto influenti nelle scelte politiche in Calabria». Fu lei, nel 2017, durante una visita del Rottamatore Matteo Renzi, a dire di essere «soddisfatta» per aver fatto incontrare al Bullo «la Calabria migliore». E, in parte, era proprio quella raccontata dall'inchiesta. Con lei Adamo parla spesso a telefono di trasporti e ferrovie. Sulla tratta che collega Cosenza a Catanzaro, ad esempio, si confronta col marito sul coinvolgimento o meno del «Monacune», il monacone, appellativo con il quale, in calabrese stretto, la coppia dem fa riferimento al deputato Umberto Del Basso De Caro. Adamo vorrebbe che della questione si occupasse la moglie: «Mentre il progetto che ha avuto l'idea di pensare u' Monacune no? Soprattutto se te ne puoi occupare anche tu...». E la moglie: «Non è questo il problema, scusa, questo lo facciamo che non è un problema». E Adamo osserva: «No, Umberto De Caro lo deve garantire questo progetto, ti sembra poco?». E Bruno Bossio chiude la conversazione con la soluzione: «No, ma De Caro dovrebbe fare di più, lui deve farci incontrare con Rete ferroviaria italiana e dire “benissimo, dentro gli investimenti che cavolo c'è per la Calabria?"... Rispetto al contratto con Trenitalia che cosa andiamo a modificare?». Adamo rimarca il favorevole cambiamento politico regionale, sottolineando il fatto che prima, con Scopelliti, «era inutile che ti citavi tu come parlamentare... anzi, se facevi qualcosa ti bloccavano». E mette in mezzo Oliverio: «Adesso appena insediato facciamo una strategia noi». E nella strategia, secondo l'accusa, c'erano i tentativi di pilotare gli appalti e le speculazioni sulla povertà.
Sergio Mattarella (Getty Images)
«Non può certo incaricare i corazzieri», è stata l’obiezione. Carlo Nordio, secondo qualche genio, pur non avendo poteri sui provvedimenti che competono al capo dello Stato, avrebbe invece dovuto inviare alla ricerca di Minetti e compagno gli agenti della penitenziaria, sottraendoli ai normali turni nelle prigioni di Stato.
Purtroppo, la grande stampa ancora una volta non ha perso l’occasione per dimostrarsi asservita al Quirinale. Così come cercò di minimizzare le frasi del consigliere speciale della Difesa che, pur lavorando a fianco del presidente, si augurava uno scossone per mandare a casa Giorgia Meloni, e come ha provato a intestare le medaglie olimpiche non agli atleti ma al Colle, ora cerca di proteggere Mattarella da un affaire che rischia di comprometterne l’immagine. Siccome però il nostro mestiere è non berci le frottole che dall’alto si vorrebbero propinare all’opinione pubblica, ecco dunque il resoconto di quel che è accaduto.
Anzitutto, sarà il caso di chiarire che al momento contro Minetti ci sono solo voci e nessuna accusa. Nonostante le insinuazioni, l’ex igienista dentale ha effettivamente adottato un bambino gravemente malato. C’è un decreto del tribunale di Venezia che recepisce una sentenza del giudice di Maldonado, città sudamericana a breve distanza dalla costa atlantica. Il bambino era stato abbandonato dai familiari ed è cresciuto in un orfanotrofio fino a che l’ex consigliera regionale lombarda e il compagno non ne hanno richiesto l’affidamento e, successivamente, l’adozione. La Verità ha preso visione della decisione dalla magistratura uruguaiana e nel testo si descrive la condizione sociale e fisica del bambino e si dà conto del fatto che la famiglia naturale non se ne occupa. Che questo non corrisponda al vero, come alcuni insinuano, lo vedremo, ma al momento che il minore sia una scusa, usata per ottenere la grazia, o che sia stato sottratto ai legittimi genitori, come qualcuno lascia intendere, è tutto da dimostrare, perché per sostenere le accuse non bastano le voci anonime - come nel caso della «fonte» che avrebbe spifferato di un viaggio di Carlo Nordio nel ranch di Cipriani e Minetti -, servono le prove.
Ma a prescindere da quel che ha fatto o fa l’ex igienista dentale, resta il tema del ruolo di Mattarella che ora, dopo le polemiche, è stato declassato non a custode puntuto della Costituzione, ma a semplice notaio, che sottoscrive atti decisi da altri.
In realtà, come ha scritto ieri Ermes Antonucci sul Foglio, il Quirinale non può chiamarsi fuori dal caso Minetti. E a ribadirlo è lo stesso magistrato che tuttora dirige l’ufficio grazie della presidenza della Repubblica. Otto anni fa, dopo 12 anni trascorsi sul Colle, Enrico Gallucci ha scritto il capitolo di un libro («Costituzione e clemenza») in cui spiega non solo l’iter delle domande di grazia, ma anche il supporto al capo dello Stato che viene offerto dal dipartimento da lui guidato nell’esame e nella valutazione di tutte le pratiche di clemenza. Grazie a questo importante contributo - ricorda Gallucci - sia Giorgio Napolitano che l’attuale presidente hanno negato la firma a provvedimenti che avevano ottenuto il via libera della Procura e anche del ministro della Giustizia. Insomma, il capo dell’ufficio che si occupa delle misure in favore dei condannati, otto anni fa certificava che il presidente della Repubblica non è un passacarte, che controfirma decisioni prese da altri. Il capo dello Stato, dunque, avrebbe rifiutato la firma per motivi sia «di natura procedurale» sia «per un dissenso di merito».
Così viene spontanea una domanda: perché fino a qualche settimana fa Mattarella era un presidente attivo, capace di fermare un provvedimento di grazia o di opporsi a un decreto, e poi all’improvviso viene trasformato in un notaio distratto, che può essere buggerato da un ministro?
Ripeto quello che ho scritto ieri: in questa vicenda il Colle non ce la racconta giusta. Prima procede spedito cancellando le condanne di Minetti. Poi, quando il caso deflagra, ingrana altrettanto velocemente la retromarcia, provvedendo a cancellare le impronte lasciate sui fascicoli della strana storia. Una volta si diceva: c’è un giudice a Berlino. E i giornalisti? Speriamo non siano quelli che vanno in tv a dire che una fonte accusa Nordio, senza però specificare né chi sia la fonte né quando il ministro della Giustizia abbia preso parte alla rimpatriata. Stiamo verificando, ha detto Ranucci dopo aver sganciato la bomba. Ma le verifiche non vanno fatte prima di aver fatto esplodere la notizia?
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Le accuse che la sinistra muove al Guardasigilli sul caso della igienista dentale più famosa d’Italia sembrano il reverse di quelle che la sinistra mosse nella sua campagna referendaria. In quei giorni lì in tv, sui giornali, sui cartelloni pubblicitari, il fronte del No metteva in guardia gli italiani dal pericolo che, approvata la riforma costituzionale, i magistrati di fatto sarebbero finiti sotto il controllo della politica, cioè dell’esecutivo. Non era per nulla vero, ma il martellamento convinse. E a nulla valsero i tentativi, anche del ministro Nordio, di spiegare che nessun passaggio della riforma avrebbe potuto condurre a quella opzione. Oggi, dello stesso Nordio, l’opposizione chiede la testa perché… non ha controllato i giudici! Eh sì, perché a leggere le critiche contro il ministro sembra che egli sia colpevole di non aver controllato i buchi dell’istruttoria, che - come ben sappiamo - è stata totalmente nelle disponibilità della Procura generale di Milano. La quale non avrebbe controllato e/o verificato i contorni della domanda presentata dalla Minetti, né sarebbe stata sollecitata a farlo dagli uffici di via Arenula.
In poche parole, il Guardasigilli avrebbe dovuto condurre la Procura a fare tutti gli approfondimenti; avrebbe dovuto sollecitare i controlli con le autorità dell’Uruguay, in particolar modo sulle procedure di adozione del minore, di cui la Minetti si sta (o si starebbe) prendendo cura con tanta dedizione da scantonare la pena stabilita dal giudice per le due condanne. Nordio avrebbe dovuto poi suggerire ai magistrati della Procura di Milano di buttare l’occhio anche sul comportamento della signora Nicole e se la sua nuova vita fosse reale e non una messa in scena. E sempre Nordio - stando alle colpe contestate dalla sinistra per cui dovrebbe dimettersi - avrebbe dovuto insistere coi magistrati perché passassero al setaccio Giuseppe Cipriani jr. viste le frequentazioni con Epstein o parlassero con gli ospedali italiani che si sarebbero rifiutati (a dire della ex consigliera regionale lombarda) di prestare le cure al povero ragazzino malato e senza genitori che lo accudissero (particolare anche questo messo in discussione).
Nordio avrebbe insomma dovuto fare quel che le stesse persone, durante la campagna referendaria, sostenevano essere un grave pericolo per la democrazia: il governo che controlla le Procure! Questo tanto basta per affermare che al ministro non si possono addebitare più responsabilità di quel che i passaggi burocratici prevedono e che, in queste procedure, via Arenula è poco più che un passacarte.
Il primo attore protagonista è senza dubbio la Procura, tant’è che è toccato ai magistrati riaccendere i motori per accertare se le ricostruzioni del Fatto Quotidiano siano vere oppure false oppure parziali rispetto alla «bella favola» che Nicole aveva propinato a tutti quanti. Soprattutto al Quirinale, il cui peso è decisamente superiore rispetto a quello del ministero. «Quando in gioco c’è la libertà di una persona, il presidente agisce come un magistrato ed esercita il potere di condonare o commutare per decreto una pena - previsto all’articolo 87 della Carta - in totale indipendenza e autonomia di giudizio», scriveva Monica Guerzoni sul Corriere prima della tempesta. Evviva Sergio il giusto che può raddrizzare le diffidenze di chi non si fida delle conversioni. In silenzio, discretamente. Così, sempre in quei giorni, il capo ufficio stampa di Mattarella, Giovanni Grasso, si tuffava nel mare dei social per far capire quanto fosse densa di umanità la grazia per quella Nicole, firmata da un presidente mosso a compassione dalla Minetti… rifatta: una cosa del tipo «se anche voi sapeste…», commentava Grasso. Insomma parlavano tutti consapevolmente: del resto se il capo dello Stato, sempre così parsimonioso nel concedere la grazia (solo 71 su 4.230 istanze in tutti gli anni di mandato), stavolta ci metteva la firma e la faccia non poteva che essere stra-sicuro di quel che stava facendo. Peccato che così consapevoli non lo fossero affatto e a Mattarella non è restato che rimettere in scena lo stesso film dell’Indignato, già visto sul bonus per gli avvocati: sull’emendamento facendo sapere della riunione con Mantovano, sulla grazia facendo sapere della lettera con cui chiedeva approfondimenti. Ma davvero al Colle pensano che ci possiamo bere ogni cosa?
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Nel riquadro Eithan Bondi, 21 anni, il ragazzo fermato per gli spari a Roma il 25 aprile contro una coppia dell'Anpi (Ansa)
I simboli sul casco nero tipo jet, lo stesso che indossa mentre con il suo smartphone si spara un selfie poi pubblicato sui social, e la targa dello scooter bianco Honda direttamente riconducibile a lui. Due indizi. Troppo visibile per essere un professionista. Poi, a casa, un sacchetto di un brand del cibo da asporto (lo stesso che aveva con sé mentre faceva il pistolero), la mimetica chiara che indossava il 25 aprile, una pistola da soft air simile a quella usata in via Ostiense e alcuni coltelli.
Le conferme, disseminate ovunque, sono diventate subito reperti. Eithan Bondì, 21 anni, ragazzo della comunità ebraica romana. Un profilo che, sulla carta, non racconta nulla di straordinario, ma che dentro l’inchiesta prende una forma precisa. Estremista di Sion e idealmente sostenitore della Brigata ebraica della quale davanti agli investigatori avrebbe affermato di fare parte (ovviamente sono fioccate le smentite), per gli inquirenti è il cecchino che il 25 aprile ha dato la caccia ai militanti dell’Associazione nazionale partigiani, ferendone due (marito e moglie) con la pistola a pallini di cui poi si sarebbe disfatto. Un’arma che non è letale, ma che usata in quel modo, a distanza ravvicinata e con il braccio teso, per gli inquirenti ha cambiato significato. La polizia l’ha rintracciato l’altra notte nell’abitazione dei genitori, dopo aver incrociato i dati parziali della targa dello scooter con le immagini delle telecamere di sicurezza. Un incastro di elementi che ha fornito ai pm romani il materiale su cui costruire il decreto di fermo col quale è stato disposto il trasferimento del ragazzo a Regina Coeli. Le immagini acquisite raccontano l’azione meglio di qualsiasi verbale. Lo collocano prima in via Ostiense, dove si stava concludendo la manifestazione, nei pressi del parco Schuster, e poi sul lungotevere di Pietra Papa. Le testimonianze hanno fatto il resto: mimetica verde e un casco integrale scuro. «Si muove su uno scooter bianco». Combacia tutto. E l’indagine cambia passo. Rossana Gabrieli, una delle due vittime, racconta di averlo visto «fermarsi e puntare» contro di loro «con il braccio teso». Almeno quattro colpi. La sequenza è stata ripresa in pieno da una telecamera. Lei e Nicola Fasciano restano feriti in modo lieve. Ma il gesto, nella ricostruzione della Procura, prende un’altra dimensione: tentato omicidio (la contestazione comprende anche porto e detenzione illegale di armi). Il movente? Politico.
L’azione, ritiene chi indaga, si inserirebbe nel clima già segnato da tensioni simboliche sempre più accese attorno alle piazze in cui identità, memoria e conflitti internazionali si sono spesso sovrapposti. Il motorino è intestato a lui. È uno dei punti fermi. Che ora un giudice dovrà valutare. Assieme alla richiesta di convalida del fermo d’indiziato di delitto avanzata da Piazzale Clodio (alla quale seguirà l’interrogatorio dell’indagato). Rider di professione, ex studente universitario della facoltà di Architettura e poi, per un breve periodo, agente immobiliare. Una traiettoria personale discontinua. Bondì, interrogato, confessa. Ammette. Ed è in questo momento che avrebbe aggiunto l’elemento identitario: dice di far parte della «Brigata ebraica (che, però, è ufficialmente presente solo a Milano, ndr)». Un’affermazione che viene smentita dal Museo della Brigata ebraica. Il direttore Davide Romano chiarisce: «Non lo conosciamo e non abbiamo fra i nostri membri persone che rispondano a questo nome» e «nemmeno alcun rappresentante, né iscritto nella città di Roma». Poi aggiunge: «Provo orrore e condanno nella maniera più risoluta» chi usa quel nome «per compiere atti di violenza». L’Unione delle Comunità ebraiche italiane «denuncia l’accostamento del nome del presunto responsabile alla Brigata ebraica». Questo è di certo uno dei punti che l’indagine dovrà chiarire. Ma ora si indaga sul passato del ragazzo per capire se il suo nome (un omonimo ieri mattina si è visto costretto a pubblicare un post su Facebook per far sapere che non era lui il cecchino No-Anpi) possa essere riconducibile anche ad altre azioni analoghe in occasione di manifestazioni di piazza, come quelle pro Pal degli ultimi anni. E per verificare se faccia veramente parte di un gruppo di estremisti filo-sionisti responsabili di episodi di violenza nella Capitale. Perché, di certo, c’è almeno un altro caso.
L’aggressione a una donna il 25 aprile di due anni fa a Testaccio, al termine di un’altra iniziativa. Fu circondata da un gruppo di uomini mentre andava a riprendere il motorino e insultata anche con epiteti sessuali perché indossava la kefiah palestinese. La vittima ha postato un messaggio ieri mattina per chiedere se il giovane fermato sia coinvolto anche nella sua vicenda (all’epoca denunciata in Questura). Le indagini, infatti, non si fermano al pomeriggio del 25 aprile. Potrebbero estendersi anche ad aggressioni e spedizioni punitive commesse da piccoli gruppi ai danni di simpatizzanti dei movimenti palestinesi o dell’Anpi. Dal telefono cellulare del ragazzo potrebbero saltare fuori riscontri o nuove piste: contatti, conversazioni ed eventuali elementi utili a ricostruire relazioni. Ma soprattutto si potrà verificare se esistano collegamenti con gli altri episodi o con altri obiettivi. Il punto, adesso, è capire se l’operazione portata a termine da Bondì il 25 aprile sia una deriva individuale o solo l’ultimo tassello di qualcosa di più strutturato.
Accuse alla Comunità: «Squadristi»
«Non può sfuggire a nessuno l’estrema gravità della vicenda. Da tempo assistiamo a una deriva estremistica e intimidatoria di parte di alcuni esponenti della Comunità ebraica di Roma»: così l’Anpi in una nota commenta l’arresto del ragazzo di 21 anni fermato per aver colpito, lo scorso 25 aprile, due persone con una pistola ad aria compressa. Un invito a nozze per l’associazione che già soffriva un rapporto teso con la brigata ebraica (a cui il giovane ha dichiarato di appartenere) a causa dell’esclusione dalle celebrazioni del giorno della Liberazione. L’Anpi ha anche chiesto «alla magistratura non solo di appurare l’esistenza di eventuali mandanti dell’aggressione armata avvenuta a Roma, ma anche di aprire un’inchiesta su tali presunti gruppi paramilitari presenti nella Comunità ebraica romana».
La vicenda ha però indignato soprattutto la Comunità ebraica di Roma che «condanna e si dissocia senza riserve da qualsiasi forma di violenza antidemocratica», ha dichiarato il presidente Victor Fadlun. «Esprimiamo piena solidarietà e vicinanza ai feriti e fiducia nel lavoro della Procura e delle Forze dell’ordine affinché sia fatta piena luce sulla dinamica dei fatti e su ogni responsabilità. In una fase così tesa rivolgiamo un appello alle forze politiche e alla società civile a evitare ogni strumentalizzazione che possa alimentare l’odio e generare nuova violenza». Un appello non molto ascoltato considerate le polemiche che sono seguite. «Ci piacerebbe che (Fadlun, ndr) dicesse qualche parola anche nei riguardi della nostra associazione che, negli anni, qui a Roma, ha sempre cercato di mantenere un rapporto costante e inclusivo con questa comunità anche se è sempre stato molto difficile», ha puntualizzato Marina Pierlorenzi, presidente dell’Anpi di Roma, nel corso di un presidio organizzato ieri pomeriggio proprio nel luogo dove sono stati esplosi i colpi con l’arma softair.
«Le forze dell’ordine devono andare avanti e il ragazzo deve rispondere dei propri errori in proporzione al reato commesso. Non amo sottrarmi. La comunità ha condannato e sono orgoglioso della condanna e dello sdegno del presidente Fadlun. Se posso aggiungere: io mi vergogno. Un conto è reagire a un attacco, ma così, a sangue freddo e da solo, no», la durissima reazione di Riccardo Pacifici vicepresidente della European Jewish Association (EJA) ed ex presidente della Comunità ebraica di Roma. E circa la polemica sollevata a proposito della militarizzazione della Brigata ebraica precisa: «A me non risulta alcuna militarizzazione della Brigata ebraica. Ci sono genitori e nonni che fanno attività di vigilanza fuori dalle scuole e dalle sinagoghe nella totale legalità. Certo, una riflessione la dobbiamo fare. Mi chiedo: gli ebrei hanno il dovere di essere migliori? Non possiamo avere anche noi criminali, prostitute, o quello che è? Va distinta la responsabilità: non può essere un unicum. Viviamo in una città dove in chat di cittadini di Monteverde scrivono “in questo quartiere vivono troppi ebrei, alzano gli affitti”», ha proseguito. Ad alzare la tensione già tesa ci ha pensato il giornalista Gad Lerner parlando di radicalizzazione: «Da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che in nome dell’autodifesa minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele». Severa la risposta di Pacifici: «La Brigata ebraica ha ricevuto la medaglia al valore. E ora Gad Lerner, con il suo egocentrismo, sente la necessità di dire certe cose? Io ho avuto nemici ed ero minacciato dalla destra: sono cresciuto in questo clima, che apparteneva ai mondi della destra estrema. Tutte “saponette”, era linguaggio dell’estrema destra. Ora è tutto capovolto. Dovremmo tentare di capire. C’è un sentimento di caccia all’ebreo e non si chiede ai russi tutto quello che si chiede all’ebreo o all’israeliano. L’Anpi si prenda le proprie responsabilità».
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Gianluca Rocchi (Getty Images)
Al suo posto, in una caserma della Guardia di finanza, sarà ascoltato invece Andrea Gervasoni, ex arbitro e supervisore Var, difeso dall’avvocato Michele Ducci. E Gervasoni avrebbe intenzione di rispondere alle domande.
Gervasoni è indagato per il caso Salernitana-Modena, partita dell’8 marzo 2025. Il nodo, secondo l’ipotesi accusatoria, riguarda la gestione Var: l’arbitro Antonio Giua concede inizialmente un rigore al Modena, poi viene richiamato alla on field review e il penalty viene revocato. Gli inquirenti vogliono capire se quel richiamo sia maturato autonomamente nella sala Var o se Gervasoni, da supervisore, abbia sollecitato dall’esterno il Var Luigi Nasca a intervenire.
Ma Gervasoni potrebbe essere sentito anche su Inter-Roma del 27 aprile 2025, la partita del rigore non assegnato all’Inter per il contatto Ndicka-Bisseck. Quell’episodio era nell’esposto dell’ex assistente Domenico Rocca. Anche lì il tema è il Var: l’arbitro Michael Fabbri lascia correre, la sala Var non lo richiama, l’Inter perde 0-1 e quel rigore, se concesso e trasformato, avrebbe potuto cambiare la corsa scudetto, portando i nerazzurri a pari punti con il Napoli. Gervasoni quel giorno era supervisore Var: per questo il pm potrebbe chiedergli cosa vide, cosa sentì e se ci furono valutazioni o segnali dall’esterno sulla mancata review.
Il cuore dell’inchiesta resta però il sistema delle designazioni. Secondo le testimonianze raccolte dal pm Maurizio Ascione e dalla Guardia di finanza, alcuni arbitri avrebbero confermato scelte pilotate o comunque indirizzate, a partire dalla presunta «combine» del 2 aprile 2025 a San Siro, contestata a Rocchi «in concorso» con più persone, i cui nomi però non sono ancora stati chiariti. A conferma ci potrebbe essere anche una intercettazione ambientale. Al centro ci sono due designazioni: Andrea Colombo, considerato dall’accusa arbitro «gradito» all’Inter e poi mandato su Bologna-Inter; e Daniele Doveri, ritenuto «poco gradito» ai nerazzurri, collocato sulla semifinale di ritorno di Coppa Italia Inter-Milan per evitare, secondo la Procura, che potesse poi dirigere l’eventuale finale o le ultime gare di campionato dell’Inter (cosa che però poi avvenne lo stesso).
La parola «gradito» è il punto più scivoloso. Non basta a dimostrare un accordo illecito, ma apre una domanda: come nasceva, nel mondo arbitrale, la percezione di un arbitro gradito o sgradito a un club? In questi anni sul piano istituzionale i contatti non sono mancati: al Centro Var di Lissone, in incontri ufficiali tra club e arbitri, compaiono Giuseppe Marotta e Giorgio Schenone (Inter), gli stessi Rocchi e Gervasoni o Alberto Marangon del Milan e Andrea Butti della Lega Serie A.
Giancarlo Viglione, uomo chiave della Federcalcio nei dossier regolamentari e nei rapporti con l’Aia, era stato ripreso a San Siro durante i festeggiamenti dello scudetto Inter 2024: immagini che avevano creato qualche imbarazzo. Resta il buco nero: capire se la presunta combine sia rimasta dentro il mondo arbitrale o abbia avuto contatti esterni. Per ora club di Serie A e dirigenti restano estranei, mentre dai verbali emerge un sistema interno di appartenenze, valutazioni ed esclusioni.
Il nodo è anche economico: voti, graduatorie e designazioni decidono carriere e compensi. Gli arbitri non sono normali dipendenti Figc e ai massimi livelli possono arrivare a 160-170.000 euro lordi l’anno. Nel 2025 l’Aia ha bruciato circa 53 milioni; già nel 2023 oltre 44 milioni risultavano rendicontati sul comparto arbitrale, con risorse Figc alimentate anche da fondi pubblici di Sport e Salute. L’inchiesta potrebbe allargarsi anche ad altre Procure: Monza, per la competenza territoriale sulla sala Var di Lissone, e Roma, dove sono arrivati gli esposti dell’ex arbitro Daniele Minelli su presunti voti e verbali falsificati.
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