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2019-05-11
I pm puntano sulla sanità lombarda e i 5 stelle si fregano le mani
Ansa
C'è una parte dell'ultima inchiesta della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Milano su Regione Lombardia e Comune non ancora emersa, ma che tiene in apprensione la politica nazionale e regionale. Basta unire i puntini, leggendo l'ordinanza di custodia cautelare e osservando gli ultimi interrogatori, per capire che i magistrati milanesi, oltre a approfondire i presunti casi di corruzione di candidati di Forza Italia alle europee, hanno acceso un faro sulla sanità, da sempre un nervo scoperto, oggetto negli anni di diverse indagini per corruzione (vedi i casi degli ex assessori Fabio Rizzi o Mario Mantovani) o infiltrazioni della 'ndrangheta (nell'inchiesta Infinito ci finì Antonio Chiriaco, ex direttore sanitario della Asl di Pavia).
Non a caso un retroscena del Fatto quotidiano del 24 aprile scorso dava conto di uno sfogo del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con la senatrice forzista Licia Ronzulli, dove il primo aveva espresso tutti i suoi timori su una nuova inchiesta sulla sanità lombarda di cui si parlava da tempo. Nell'articolo si faceva riferimento anche a Giulia Martinelli, ex moglie del leader della Lega e capo della segreteria del governatore Attilio Fontana.
All'epoca, leggendo il pezzo, tra le fila leghiste si parlò di un avvertimento, forse in arrivo dai 5 stelle, che iniziavano a prendere le misure sul caso di Armando Siri, ormai ex sottosegretario messo alla porta dal premier Giuseppe Conte. Caso vuole che in questi anni ad attaccare Salvini sulla sanità lombarda e sulla sua ex moglie sia stato soprattutto un alleato di governo, il deputato pentastellato Stefano Buffagni, l'uomo delle nomine del vicepremier Luigi Di Maio. Fu lui, ex consigliere regionale lombardo, a pubblicare il 30 giugno del 2016 un post su Facebook, con tanto di video, dove parlava appunto di «ragnatela leghista che soffoca la Lombardia». Nel filmato si faceva cenno anche agli incarichi affidati all'ex compagna di Salvini, tanto che il ministro dell'Interno decise di querelare Buffagni per diffamazione: i due hanno trovato un accordo pochi mesi fa per chiudere la vicenda.
Martinelli è stata ascoltata dal capo della Dda Alessandra Dolci mercoledì scorso come testimone. Non è indagata. Il suo nome compare nell'ordinanza di custodia cautelare, quando il «mullah» Nino Caianiello, ora in carcere a Opera per il reato di istigazione alla corruzione, parlando di nomine nelle partecipate - oltre a citare Luca Marsico (socio dello studio legale di Fontana), e l'assessore alla Sanità e Welfare Giulio Gallera - definisce l'ex compagna del leader della Lega «una cagacazzi». Non bisogna dimenticare che l'assessorato al Welfare fu oggetto di una battaglia serrata tra Forza Italia e Lega prima dell'insediamento. Alla fine la spuntarono gli azzurri, ma l'assessorato è stato da sempre terreno di scontro nella maggioranza, sin da quando c'era il governatore Roberto Formigoni.
Nell'ordinanza di custodia cautelare non passa inosservato il nome di Domenico Pacicca (non indagato), calabrese di Stilo, vecchia conoscenza di Regione Lombardia, da tempo dirigente regionale il suo nome comparve nelle indagini sull'ex assessore Massimo Ponzoni: a quanto apprende La Verità è stato fino a dicembre segretario particolare al Welfare anche se da almeno 4 mesi non si fa vedere più in ufficio.
Durante un pedinamento da parte degli investigatori della Dda, il 5 ottobre scorso al ristorante da Berti, detta anche la «mensa dei poveri», vengono individuati allo stesso tavolo Caianiello, lo stesso Pacicca, l'ex numero uno dell'Aler Loris Zaffra, il presunto intermediario delle tangenti Mauro Tolbar e il deputato azzurro Domenico Sozzani. Per i magistrati Caianiello era il «passaggio obbligato» per chi era alla ricerca di voti per una campagna elettorale, un posto nella pubblica amministrazione o appunto direzione di strutture sanitarie, ovvero appalti, consulenze e prebende di vario tipo da parte di società a partecipazione totalmente pubblica.
Gli stessi accertamenti della Procura vanno in quella direzione, con un approfondimento delle consulenze di Marsico, sia con Ferrovie Nord Milano, sia con gli ospedali Fatebenefratelli-Sacco, dove il direttore generale è Alessandro Visconti, in quota Lega. Come è oggetto di verifica anche il contratto che una società, secondo i pm riconducibile all'eurodeputata Lara Comi (non indagata), avrebbe ottenuto dall'Afol, ente di formazione della Città metropolitana di Milano grazie all'intercessione (onerosa) di Caianiello. Proseguono intanto gli interrogatori degli arrestati (43 misure cautelari su 95 indagati). Ieri è toccato al manager Luigi Patimo e all'ex sottosegretario regionale Fabio Altitonante (Fi). Entrambi accusati di corruzione per una presunta mazzetta da 20.000 euro per lo sblocco di una pratica edilizia, hanno deciso di rispondere alle domande del gip Mascarino dichiarandosi innocenti. Chi invece ha deciso di raccontare il sistema Milano - e autoaccusarsi - sono tre imprenditori che hanno incontrato i pm e iniziato a parlare dei metodi di spartizione degli appalti.
«Ogni calabrese ci costa 5.000 euro»
Lo schema della cricca per governare a lungo la Calabria era questo: speculare sulla povertà con una sperimentazione sul reddito minimo molto prima che arrivassero i 5 stelle. Spendendo 150 milioni di euro all'anno per cinque anni quella che per la Procura è un'associazione a delinquere sarebbe riuscita ad avere una platea di 30.000 persone. Il costo pro capite era da stimare in 5.000 euro all'anno. E con questa trovata il regno del ras renziano in terra di Calabria Nicola Adamo, ex deputato e già vicepresidente della giunta regionale ai tempi di Agazio Loiero, sarebbe durato molto a lungo. La teoria è contenuta nella richiesta di misura cautelare avanzata nei confronti di Adamo e del governatore calabrese Mario Oliverio dalla Procura di Catanzaro e non accolta dal gip.
Il giudice, escludendo che gli indagati «abbiano agito in forza di un vincolo di natura associativa», ritiene invece che si tratti solo di «una prassi generalmente accettata, approfittando della disponibilità di ciascuno a gestire in chiave opportunistica le dinamiche politiche e in alcuni casi finanche a commettere degli illeciti».
La Procura guidata da Nicola Gratteri, però, ha mandato agli indagati un avviso di conclusione delle indagini preliminari che contiene ancora l'accusa del reato associativo. E a capo ci ha piazzato Adamo, che «teorizza», scrivono i magistrati, «la strategia politica, dimostrandosi apertamente come vero e proprio responsabile del potere esecutivo, dunque, spingendosi a progettare l'aumento dei consumi e del Pil, suggerendo le politiche degli investimenti sulle grandi infrastrutture come gli ospedali, i trasporti, gli insediamenti nell'area industriale di Gioia Tauro, l'accelerazione della spesa per la difesa del suolo». Il tutto per agevolare i tecnici amici. Al suo fianco nelle carte dell'inchiesta c'è sempre Oliverio, considerato dai magistrati l'altro pezzo grosso della cricca. La deputata Enza Bruno Bossio, renziana di ferro e moglie di Adamo, che non è indagata in questa inchiesta (ma lo è, per corruzione, nell'indagine Lande desolate, proprio insieme al marito e al governatore), è comunque presente nel fascicolo.
Uno dei grandi elettori del Pd a Catanzaro, Giovanni Santilli, parlando a telefono con un compagno di partito, «riferisce», annotano gli investigatori, «in merito alla sussistenza di un gruppo di potere riconducibile ad Adamo e alla moglie Enza Bruno Bossio, i quali, secondo Santilli, rappresentano due personaggi molto influenti nelle scelte politiche in Calabria». Fu lei, nel 2017, durante una visita del Rottamatore Matteo Renzi, a dire di essere «soddisfatta» per aver fatto incontrare al Bullo «la Calabria migliore». E, in parte, era proprio quella raccontata dall'inchiesta. Con lei Adamo parla spesso a telefono di trasporti e ferrovie. Sulla tratta che collega Cosenza a Catanzaro, ad esempio, si confronta col marito sul coinvolgimento o meno del «Monacune», il monacone, appellativo con il quale, in calabrese stretto, la coppia dem fa riferimento al deputato Umberto Del Basso De Caro.
Adamo vorrebbe che della questione si occupasse la moglie: «Mentre il progetto che ha avuto l'idea di pensare u' Monacune no? Soprattutto se te ne puoi occupare anche tu...». E la moglie: «Non è questo il problema, scusa, questo lo facciamo che non è un problema». E Adamo osserva: «No, Umberto De Caro lo deve garantire questo progetto, ti sembra poco?». E Bruno Bossio chiude la conversazione con la soluzione: «No, ma De Caro dovrebbe fare di più, lui deve farci incontrare con Rete ferroviaria italiana e dire “benissimo, dentro gli investimenti che cavolo c'è per la Calabria?"... Rispetto al contratto con Trenitalia che cosa andiamo a modificare?».
Adamo rimarca il favorevole cambiamento politico regionale, sottolineando il fatto che prima, con Scopelliti, «era inutile che ti citavi tu come parlamentare... anzi, se facevi qualcosa ti bloccavano». E mette in mezzo Oliverio: «Adesso appena insediato facciamo una strategia noi». E nella strategia, secondo l'accusa, c'erano i tentativi di pilotare gli appalti e le speculazioni sulla povertà.
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Sentita come testimone la ex moglie del leader leghista ora capo della segreteria di Attilio Fontana, da sempre nel mirino di Stefano Buffagni. I magistrati lavorano sui presunti casi di corruzione di candidati di Fi alle europee.«Ogni calabrese ci costa 5.000 euro». Dalle intercettazioni sul gruppo di potere regionale emerge il ruolo di ras di Nicola Adamo coadiuvato dalla moglie, la renziana Enza Bruno Bossio, e dal governatore pd Mario Oliverio. Lo speciale comprende due articoli.C'è una parte dell'ultima inchiesta della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Milano su Regione Lombardia e Comune non ancora emersa, ma che tiene in apprensione la politica nazionale e regionale. Basta unire i puntini, leggendo l'ordinanza di custodia cautelare e osservando gli ultimi interrogatori, per capire che i magistrati milanesi, oltre a approfondire i presunti casi di corruzione di candidati di Forza Italia alle europee, hanno acceso un faro sulla sanità, da sempre un nervo scoperto, oggetto negli anni di diverse indagini per corruzione (vedi i casi degli ex assessori Fabio Rizzi o Mario Mantovani) o infiltrazioni della 'ndrangheta (nell'inchiesta Infinito ci finì Antonio Chiriaco, ex direttore sanitario della Asl di Pavia).Non a caso un retroscena del Fatto quotidiano del 24 aprile scorso dava conto di uno sfogo del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con la senatrice forzista Licia Ronzulli, dove il primo aveva espresso tutti i suoi timori su una nuova inchiesta sulla sanità lombarda di cui si parlava da tempo. Nell'articolo si faceva riferimento anche a Giulia Martinelli, ex moglie del leader della Lega e capo della segreteria del governatore Attilio Fontana.All'epoca, leggendo il pezzo, tra le fila leghiste si parlò di un avvertimento, forse in arrivo dai 5 stelle, che iniziavano a prendere le misure sul caso di Armando Siri, ormai ex sottosegretario messo alla porta dal premier Giuseppe Conte. Caso vuole che in questi anni ad attaccare Salvini sulla sanità lombarda e sulla sua ex moglie sia stato soprattutto un alleato di governo, il deputato pentastellato Stefano Buffagni, l'uomo delle nomine del vicepremier Luigi Di Maio. Fu lui, ex consigliere regionale lombardo, a pubblicare il 30 giugno del 2016 un post su Facebook, con tanto di video, dove parlava appunto di «ragnatela leghista che soffoca la Lombardia». Nel filmato si faceva cenno anche agli incarichi affidati all'ex compagna di Salvini, tanto che il ministro dell'Interno decise di querelare Buffagni per diffamazione: i due hanno trovato un accordo pochi mesi fa per chiudere la vicenda. Martinelli è stata ascoltata dal capo della Dda Alessandra Dolci mercoledì scorso come testimone. Non è indagata. Il suo nome compare nell'ordinanza di custodia cautelare, quando il «mullah» Nino Caianiello, ora in carcere a Opera per il reato di istigazione alla corruzione, parlando di nomine nelle partecipate - oltre a citare Luca Marsico (socio dello studio legale di Fontana), e l'assessore alla Sanità e Welfare Giulio Gallera - definisce l'ex compagna del leader della Lega «una cagacazzi». Non bisogna dimenticare che l'assessorato al Welfare fu oggetto di una battaglia serrata tra Forza Italia e Lega prima dell'insediamento. Alla fine la spuntarono gli azzurri, ma l'assessorato è stato da sempre terreno di scontro nella maggioranza, sin da quando c'era il governatore Roberto Formigoni.Nell'ordinanza di custodia cautelare non passa inosservato il nome di Domenico Pacicca (non indagato), calabrese di Stilo, vecchia conoscenza di Regione Lombardia, da tempo dirigente regionale il suo nome comparve nelle indagini sull'ex assessore Massimo Ponzoni: a quanto apprende La Verità è stato fino a dicembre segretario particolare al Welfare anche se da almeno 4 mesi non si fa vedere più in ufficio.Durante un pedinamento da parte degli investigatori della Dda, il 5 ottobre scorso al ristorante da Berti, detta anche la «mensa dei poveri», vengono individuati allo stesso tavolo Caianiello, lo stesso Pacicca, l'ex numero uno dell'Aler Loris Zaffra, il presunto intermediario delle tangenti Mauro Tolbar e il deputato azzurro Domenico Sozzani. Per i magistrati Caianiello era il «passaggio obbligato» per chi era alla ricerca di voti per una campagna elettorale, un posto nella pubblica amministrazione o appunto direzione di strutture sanitarie, ovvero appalti, consulenze e prebende di vario tipo da parte di società a partecipazione totalmente pubblica. Gli stessi accertamenti della Procura vanno in quella direzione, con un approfondimento delle consulenze di Marsico, sia con Ferrovie Nord Milano, sia con gli ospedali Fatebenefratelli-Sacco, dove il direttore generale è Alessandro Visconti, in quota Lega. Come è oggetto di verifica anche il contratto che una società, secondo i pm riconducibile all'eurodeputata Lara Comi (non indagata), avrebbe ottenuto dall'Afol, ente di formazione della Città metropolitana di Milano grazie all'intercessione (onerosa) di Caianiello. Proseguono intanto gli interrogatori degli arrestati (43 misure cautelari su 95 indagati). Ieri è toccato al manager Luigi Patimo e all'ex sottosegretario regionale Fabio Altitonante (Fi). Entrambi accusati di corruzione per una presunta mazzetta da 20.000 euro per lo sblocco di una pratica edilizia, hanno deciso di rispondere alle domande del gip Mascarino dichiarandosi innocenti. Chi invece ha deciso di raccontare il sistema Milano - e autoaccusarsi - sono tre imprenditori che hanno incontrato i pm e iniziato a parlare dei metodi di spartizione degli appalti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-pm-puntano-sulla-sanita-lombarda-e-i-5-stelle-si-fregano-le-mani-2636809797.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ogni-calabrese-ci-costa-5-000-euro" data-post-id="2636809797" data-published-at="1778633430" data-use-pagination="False"> «Ogni calabrese ci costa 5.000 euro» Lo schema della cricca per governare a lungo la Calabria era questo: speculare sulla povertà con una sperimentazione sul reddito minimo molto prima che arrivassero i 5 stelle. Spendendo 150 milioni di euro all'anno per cinque anni quella che per la Procura è un'associazione a delinquere sarebbe riuscita ad avere una platea di 30.000 persone. Il costo pro capite era da stimare in 5.000 euro all'anno. E con questa trovata il regno del ras renziano in terra di Calabria Nicola Adamo, ex deputato e già vicepresidente della giunta regionale ai tempi di Agazio Loiero, sarebbe durato molto a lungo. La teoria è contenuta nella richiesta di misura cautelare avanzata nei confronti di Adamo e del governatore calabrese Mario Oliverio dalla Procura di Catanzaro e non accolta dal gip. Il giudice, escludendo che gli indagati «abbiano agito in forza di un vincolo di natura associativa», ritiene invece che si tratti solo di «una prassi generalmente accettata, approfittando della disponibilità di ciascuno a gestire in chiave opportunistica le dinamiche politiche e in alcuni casi finanche a commettere degli illeciti». La Procura guidata da Nicola Gratteri, però, ha mandato agli indagati un avviso di conclusione delle indagini preliminari che contiene ancora l'accusa del reato associativo. E a capo ci ha piazzato Adamo, che «teorizza», scrivono i magistrati, «la strategia politica, dimostrandosi apertamente come vero e proprio responsabile del potere esecutivo, dunque, spingendosi a progettare l'aumento dei consumi e del Pil, suggerendo le politiche degli investimenti sulle grandi infrastrutture come gli ospedali, i trasporti, gli insediamenti nell'area industriale di Gioia Tauro, l'accelerazione della spesa per la difesa del suolo». Il tutto per agevolare i tecnici amici. Al suo fianco nelle carte dell'inchiesta c'è sempre Oliverio, considerato dai magistrati l'altro pezzo grosso della cricca. La deputata Enza Bruno Bossio, renziana di ferro e moglie di Adamo, che non è indagata in questa inchiesta (ma lo è, per corruzione, nell'indagine Lande desolate, proprio insieme al marito e al governatore), è comunque presente nel fascicolo. Uno dei grandi elettori del Pd a Catanzaro, Giovanni Santilli, parlando a telefono con un compagno di partito, «riferisce», annotano gli investigatori, «in merito alla sussistenza di un gruppo di potere riconducibile ad Adamo e alla moglie Enza Bruno Bossio, i quali, secondo Santilli, rappresentano due personaggi molto influenti nelle scelte politiche in Calabria». Fu lei, nel 2017, durante una visita del Rottamatore Matteo Renzi, a dire di essere «soddisfatta» per aver fatto incontrare al Bullo «la Calabria migliore». E, in parte, era proprio quella raccontata dall'inchiesta. Con lei Adamo parla spesso a telefono di trasporti e ferrovie. Sulla tratta che collega Cosenza a Catanzaro, ad esempio, si confronta col marito sul coinvolgimento o meno del «Monacune», il monacone, appellativo con il quale, in calabrese stretto, la coppia dem fa riferimento al deputato Umberto Del Basso De Caro. Adamo vorrebbe che della questione si occupasse la moglie: «Mentre il progetto che ha avuto l'idea di pensare u' Monacune no? Soprattutto se te ne puoi occupare anche tu...». E la moglie: «Non è questo il problema, scusa, questo lo facciamo che non è un problema». E Adamo osserva: «No, Umberto De Caro lo deve garantire questo progetto, ti sembra poco?». E Bruno Bossio chiude la conversazione con la soluzione: «No, ma De Caro dovrebbe fare di più, lui deve farci incontrare con Rete ferroviaria italiana e dire “benissimo, dentro gli investimenti che cavolo c'è per la Calabria?"... Rispetto al contratto con Trenitalia che cosa andiamo a modificare?». Adamo rimarca il favorevole cambiamento politico regionale, sottolineando il fatto che prima, con Scopelliti, «era inutile che ti citavi tu come parlamentare... anzi, se facevi qualcosa ti bloccavano». E mette in mezzo Oliverio: «Adesso appena insediato facciamo una strategia noi». E nella strategia, secondo l'accusa, c'erano i tentativi di pilotare gli appalti e le speculazioni sulla povertà.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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