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2020-12-17
I pm picchiano sull’esposto di Fava ma le notizie riservate non ci sono
Luca Palamara (Ansa)
La mastodontica inchiesta di Perugia sul cosiddetto suk delle nomine al Consiglio superiore della magistratura e sulla presunta corruzione di Luca Palamara, alla fine, sembra ruotare tutta intorno all'esposto (cestinato) presentato il 27 marzo 2019 dall'allora pm romano Stefano Fava e incentrato sulla gestione di un fascicolo d'indagine da parte del suo vecchio capo Giuseppe Pignatone. In uno degli allegati della segnalazione al parlamentino dei giudici si faceva riferimento anche a un'astensione dell'aggiunto Paolo Ielo. Per questo nella primavera dell'anno scorso nei corridoi dei Csm e della Procura di Roma molte toghe iniziarono a parlare del presunto conflitto d'interessi di Ielo, che ha un fratello, Domenico, consulente per alcune grandi società. L'aggiunto ha sempre negato conflitti anche perché in almeno un caso si è astenuto. Eppure l'argomento divenne di grande attualità e iniziò a circolare in modo così insistente tra i magistrati da essere intercettato anche dai cronisti. Che, se se di mestiere fanno i giornalisti e non gli uffici stampa delle Procure, pubblicano le notizie. Per questo La Verità e Il Fatto quotidiano il 29 maggio 2019 raccontarono la vicenda dell'esposto che riguardava Pignatone e Ielo.
Ieri Palamara e Fava hanno ricevuto l'avviso di chiusura indagini da parte della Procura di Perugia, atto da cui risultano accusati di essere ispiratori di quei servizi. Peccato che all'epoca non conoscessimo Palamara e avessimo bussato alla porta di Fava, mai incrociato prima, solo dopo essere venuti a conoscenza dell'esposto. La Procura di Perugia contesta loro di aver rivelato ai cronisti notizie riservate, e in particolare di aver svelato circostanze riguardanti un procedimento sino a poco tempo prima in carico a Fava (oltre che a Ielo e Pignatone) e riguardante il faccendiere Piero Amara. Le informazioni che non avrebbero dovuto uscire sui quotidiani sono le seguenti: che Amara era indagato per bancarotta e frode fiscale; che Fava aveva chiesto un nuovo arresto per Amara (istanza bocciata da Pignatone); che durante le indagini Fava aveva trovato materiale che collegava Amara a un pagamento di 25 milioni da parte dell'Eni.
Peccato che in realtà Amara, in quel fascicolo, a differenza di quanto sostenuto dai pm, non fosse indagato per bancarotta e frode fiscale e la questione dei soldi pagati dalla compagnia petrolifera era emersa una settimana prima dell'uscita dell'articolo della Verità e del Fatto in un servizio del Corriere della sera. La Procura di Perugia accusa Fava (per cui sono caduti i due reati che l'anno scorso hanno portato al suo trasferimento) anche di abuso d'ufficio e accesso abusivo a banca dati informatica per aver cercato informazioni «volte a screditare» Pignatone e Ielo per aver visionato atti di un procedimento già definito con sentenza passata in giudicato. Fava per questo è accusato di aver orchestrato una «campagna mediatica» ai danni di Pignatone e Ielo. Anche se i pm nell'avviso di chiusura delle indagini non indicano quali articoli il magistrato abbia ispirato con quelle informazioni in mano.
Non va meglio a Palamara. All'ex presidente Anm gli inquirenti hanno rivoltato contro persino le indagini difensive: gli contestano, infatti, la rivelazione di segreto per avere evidenziato che nel maggio 2019 l'esistenza dell'esposto era un segreto di Pulcinella, visto che il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio gliene aveva parlato già il 3 aprile 2019, un mese e mezzo prima dell'uscita della notizia sui giornali. Ora sono tutti e due indagati. Ma la cosa più assurda è che Fuzio, nel luglio 2019, aveva firmato l'atto di incolpazione disciplinare contro Fava per la fuga di notizie di cui ora è accusato lui stesso. In ogni caso, che l'esposto fosse un argomento che nella primavera del 2019 andava per la maggiore tra le toghe è confermato anche dalla testimonianza dell'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, acquisita dalla difesa di Palamara.
L'avvocato Benedetto Buratti nel luglio 2020 gli chiede che cosa sapesse dell'esposto di Fava, e Davigo risponde: «Prima delle intercettazioni non sapevo di un esposto formale. Può essere che Fava mi abbia parlato di possibili dissapori col suo capo in occasione dei due incontri che ho avuto con lui». E dopo aver conosciuto il contenuto si è arrabbiato? Davigo: «Non mi inquietai per quanto dichiarato nei confronti di Pignatone che era già andato in pensione. Mi arrabbiai molto, anche se lo tenni per me, quando venni a sapere dell'esposto contro Ielo che conosco bene e considero persona integerrima». Il verbale vira sui colloqui avuti con il compagno di corrente e di Csm Sebastiano Ardita: «Ho parlato con lui dell'esposto contro Ielo e non contro Pignatone una volta uscite le intercettazioni. Siccome lo avevo visto agitato dopo la pubblicazione delle intercettazioni gli chiesi di indicarmi se aveva avuto un ruolo nella gestione dell'esposto. Mi disse che il suo ruolo era stato istituzionale». Perché Ardita era preoccupato? Davigo: «Non posso spiegare interamente la vicenda, in quanto coperta in parte da segreto d'ufficio. Posso, tuttavia, evidenziare che, dopo l'uscita delle intercettazioni, avevo rappresentato ad Ardita che era poco prudente avere frequentazioni con il consigliere Lepre (captato dal trojan nella riunione dell'hotel Champagne, ndr). Lo avevo, infatti, visto parlare più volte con lui, anche trattenendosi nella sua stanza». Ma Ardita non avrebbe spiegato le ragioni di quelle riunioni. «Fui molto energico nel contestare tale comportamento, gli feci notare che questa sua frequentazione avrebbe potuto essere utilizzata come argomento contro di lui, come una sorta di riscontro rispetto a un'eventuale chiamata di correità» prosegue l'ex campione di Mani pulite. Qui l'argomento sembra chiaramente passare dall'esposto alla nomina del procuratore di Roma, per cui la corrente di Davigo e Ardita si schierò come Lepre, Palamara, Cosimo Ferri e Luca Lotti, i presunti complottardi dello Champagne, a favore del pg di Firenze Marcello Viola. Buratti a questo punto chiede se Ardita avesse esternato le ragioni delle sue preoccupazioni e Davigo ribadisce: «Questa è la parte coperta da segreto su cui non posso rispondere. Si tratta delle ragioni per cui non parlo più con il consigliere Ardita dal marzo 2020 (…) Non mi spiegavo le ragioni delle sue preoccupazioni. Ho sempre pensato: “Male non fare, paura non avere"». Nel marzo 2020 il Csm ha nominato come procuratore di Roma Michele Prestipino, considerato in continuità con Pignatone. Davigo l'ha appoggiato, Ardita e il collega Nino Di Matteo si sono astenuti.
Resta una domanda: la Procura di Perugia, che ha così meritoriamente approfondito le presunte rivelazioni relative all'esposto, a che punto è con le indagini sulle fughe di notizie a favore dei giornaloni che hanno compromesso l'inchiesta principale?
A rischio la poltrona di Prestipino
Per sapere se i caricatori sparati ieri al Tar del Lazio durante la discussione dei tre ricorsi che mirano a disarcionare Michele Prestipino hanno fatto centro bisognerà attendere ancora qualche settimana. La guerra per la poltronissima da capo della Procura di Roma che si è aperta con il pensionamento di Giuseppe Pignatone, attuale presidente del Tribunale di papa Francesco, e che ha spaccato il Csm non si è ancora chiusa. A tentare la spallata sono state le toghe fiorentine Giuseppe Creazzo (Unicost), procuratore capo, e Marcello Viola (Magistratura Indipendente), procuratore generale, ma anche il capo della Procura di Palermo Franco Lo Voi (Magistratura indipendente). Tutti e tre contestano la nomina decisa il 4 marzo scorso a maggioranza, dopo un ballottaggio con Lo Voi, e nel bel mezzo dello sconquasso prodotto dalle chat dello stratega del Csm Luca Palamara (che ha portato alle dimissioni di sei consiglieri togati). I tre magistrati ricorrenti sostengono che ci sia stata una evidente violazione del testo unico sulla dirigenza. Il Csm, insomma, non avrebbe tenuto in giusta considerazione tutte le esperienze dei candidati, scegliendo Prestipino, in quel momento procuratore aggiunto a Roma e facente funzioni di procuratore per dieci mesi (dal momento in cui è andato in pensione Pignatone), ma meno titolato rispetto ai tre concorrenti. E se Lo Voi e Prestipino rappresentavano la continuità con Pignatone, sulle vicende degli altri due ha pesato non poco il caso Palamara. Viola, per esempio, finito nelle trame intrecciate nelle chat, ritiene «illegittima» la nomina di Prestipino perché la scelta della Quinta commissione, quella che si occupa di valutare gli incarichi direttivi dello stesso organo di autogoverno dei giudici, aveva indicato proprio lui. Tant'è che il 23 maggio 2019 c'era chi lo considerava già procuratore in pectore. Prese più voti di tutti, ben quattro: Antonio Lepre (Magistratura Indipendente), Piercamillo Davigo (Autonomie a Indipendenza), Emanuele Basile (laico espresso dalla Lega) e Fulvio Gigliotti (laico espresso dal M5s). A Creazzo andò il voto del membro togato di Unicost Gianluigi Morlini, e per il procuratore di Palermo Lo Voi votò il togato di Area Mario Suriano. Poi Viola apprese di essere il candidato sponsorizzato anche da Palamara e dai parlamentari che incontrava nottetempo: Luca Lotti e Cosimo Ferri, all'epoca del Pd e ora con Italia viva del Bullo. «Si vira su Viola», disse Lotti il 9 maggio all'hotel Champagne con cinque ex togati (Antonio Lepre, Paolo Criscuoli, Corrado Cartoni, Luigi Spina e Gianluigi Morlini). Dopo il primo scandalo la commissione fu annullata, anche a seguito dell'acquisizione delle trascrizioni dell'inchiesta di Perugia, e il suo nome non fu più riproposto. Ma ora il Pg, assistito dagli avvocati Girolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia, sostiene la «contraddittorietà» della decisione del Csm, che, pur avendo riconosciuto la sua totale estraneità a qualsiasi tipo di accordo, lecito o illecito che fosse, escluse la sua candidatura. La commissione propose in seconda battuta un'altra terna: Prestipino, Lo Voi e Creazzo. Andarono al ballottaggio Prestipino e Lo Voi. E il primo vinse la corsa. La sostenuta parziale valutazione dei curriculum, fiche puntata da tutti e tre i ricorrenti, però, ora ha riaperto la partita. A opporsi ai ricorsi, insieme a Prestipino, c'era il Consiglio. Le parti contrapposte, a causa del Covid, si sono confrontate in videoconferenza. E subito dopo i giudici amministrativi si sono riservati, lasciando Prestipino ancora col fiato sospeso.
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La denuncia che ha fatto esplodere l'inchiesta di Perugia conteneva informazioni già di dominio pubblico e documentate. Eppure, Luca Palamara e la toga sono indagati a differenza delle «talpe» del fascicolo principale.I candidati sconfitti (Marcello Viola, Franco Lo Voi e Giuseppe Creazzo) ricorrono al Tar Lazio contro la nomina del procuratore alla guida dell'ufficio giudiziario della Capitale: violate norme del Csm.Lo speciale contiene due articoli.La mastodontica inchiesta di Perugia sul cosiddetto suk delle nomine al Consiglio superiore della magistratura e sulla presunta corruzione di Luca Palamara, alla fine, sembra ruotare tutta intorno all'esposto (cestinato) presentato il 27 marzo 2019 dall'allora pm romano Stefano Fava e incentrato sulla gestione di un fascicolo d'indagine da parte del suo vecchio capo Giuseppe Pignatone. In uno degli allegati della segnalazione al parlamentino dei giudici si faceva riferimento anche a un'astensione dell'aggiunto Paolo Ielo. Per questo nella primavera dell'anno scorso nei corridoi dei Csm e della Procura di Roma molte toghe iniziarono a parlare del presunto conflitto d'interessi di Ielo, che ha un fratello, Domenico, consulente per alcune grandi società. L'aggiunto ha sempre negato conflitti anche perché in almeno un caso si è astenuto. Eppure l'argomento divenne di grande attualità e iniziò a circolare in modo così insistente tra i magistrati da essere intercettato anche dai cronisti. Che, se se di mestiere fanno i giornalisti e non gli uffici stampa delle Procure, pubblicano le notizie. Per questo La Verità e Il Fatto quotidiano il 29 maggio 2019 raccontarono la vicenda dell'esposto che riguardava Pignatone e Ielo.Ieri Palamara e Fava hanno ricevuto l'avviso di chiusura indagini da parte della Procura di Perugia, atto da cui risultano accusati di essere ispiratori di quei servizi. Peccato che all'epoca non conoscessimo Palamara e avessimo bussato alla porta di Fava, mai incrociato prima, solo dopo essere venuti a conoscenza dell'esposto. La Procura di Perugia contesta loro di aver rivelato ai cronisti notizie riservate, e in particolare di aver svelato circostanze riguardanti un procedimento sino a poco tempo prima in carico a Fava (oltre che a Ielo e Pignatone) e riguardante il faccendiere Piero Amara. Le informazioni che non avrebbero dovuto uscire sui quotidiani sono le seguenti: che Amara era indagato per bancarotta e frode fiscale; che Fava aveva chiesto un nuovo arresto per Amara (istanza bocciata da Pignatone); che durante le indagini Fava aveva trovato materiale che collegava Amara a un pagamento di 25 milioni da parte dell'Eni. Peccato che in realtà Amara, in quel fascicolo, a differenza di quanto sostenuto dai pm, non fosse indagato per bancarotta e frode fiscale e la questione dei soldi pagati dalla compagnia petrolifera era emersa una settimana prima dell'uscita dell'articolo della Verità e del Fatto in un servizio del Corriere della sera. La Procura di Perugia accusa Fava (per cui sono caduti i due reati che l'anno scorso hanno portato al suo trasferimento) anche di abuso d'ufficio e accesso abusivo a banca dati informatica per aver cercato informazioni «volte a screditare» Pignatone e Ielo per aver visionato atti di un procedimento già definito con sentenza passata in giudicato. Fava per questo è accusato di aver orchestrato una «campagna mediatica» ai danni di Pignatone e Ielo. Anche se i pm nell'avviso di chiusura delle indagini non indicano quali articoli il magistrato abbia ispirato con quelle informazioni in mano. Non va meglio a Palamara. All'ex presidente Anm gli inquirenti hanno rivoltato contro persino le indagini difensive: gli contestano, infatti, la rivelazione di segreto per avere evidenziato che nel maggio 2019 l'esistenza dell'esposto era un segreto di Pulcinella, visto che il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio gliene aveva parlato già il 3 aprile 2019, un mese e mezzo prima dell'uscita della notizia sui giornali. Ora sono tutti e due indagati. Ma la cosa più assurda è che Fuzio, nel luglio 2019, aveva firmato l'atto di incolpazione disciplinare contro Fava per la fuga di notizie di cui ora è accusato lui stesso. In ogni caso, che l'esposto fosse un argomento che nella primavera del 2019 andava per la maggiore tra le toghe è confermato anche dalla testimonianza dell'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, acquisita dalla difesa di Palamara. L'avvocato Benedetto Buratti nel luglio 2020 gli chiede che cosa sapesse dell'esposto di Fava, e Davigo risponde: «Prima delle intercettazioni non sapevo di un esposto formale. Può essere che Fava mi abbia parlato di possibili dissapori col suo capo in occasione dei due incontri che ho avuto con lui». E dopo aver conosciuto il contenuto si è arrabbiato? Davigo: «Non mi inquietai per quanto dichiarato nei confronti di Pignatone che era già andato in pensione. Mi arrabbiai molto, anche se lo tenni per me, quando venni a sapere dell'esposto contro Ielo che conosco bene e considero persona integerrima». Il verbale vira sui colloqui avuti con il compagno di corrente e di Csm Sebastiano Ardita: «Ho parlato con lui dell'esposto contro Ielo e non contro Pignatone una volta uscite le intercettazioni. Siccome lo avevo visto agitato dopo la pubblicazione delle intercettazioni gli chiesi di indicarmi se aveva avuto un ruolo nella gestione dell'esposto. Mi disse che il suo ruolo era stato istituzionale». Perché Ardita era preoccupato? Davigo: «Non posso spiegare interamente la vicenda, in quanto coperta in parte da segreto d'ufficio. Posso, tuttavia, evidenziare che, dopo l'uscita delle intercettazioni, avevo rappresentato ad Ardita che era poco prudente avere frequentazioni con il consigliere Lepre (captato dal trojan nella riunione dell'hotel Champagne, ndr). Lo avevo, infatti, visto parlare più volte con lui, anche trattenendosi nella sua stanza». Ma Ardita non avrebbe spiegato le ragioni di quelle riunioni. «Fui molto energico nel contestare tale comportamento, gli feci notare che questa sua frequentazione avrebbe potuto essere utilizzata come argomento contro di lui, come una sorta di riscontro rispetto a un'eventuale chiamata di correità» prosegue l'ex campione di Mani pulite. Qui l'argomento sembra chiaramente passare dall'esposto alla nomina del procuratore di Roma, per cui la corrente di Davigo e Ardita si schierò come Lepre, Palamara, Cosimo Ferri e Luca Lotti, i presunti complottardi dello Champagne, a favore del pg di Firenze Marcello Viola. Buratti a questo punto chiede se Ardita avesse esternato le ragioni delle sue preoccupazioni e Davigo ribadisce: «Questa è la parte coperta da segreto su cui non posso rispondere. Si tratta delle ragioni per cui non parlo più con il consigliere Ardita dal marzo 2020 (…) Non mi spiegavo le ragioni delle sue preoccupazioni. Ho sempre pensato: “Male non fare, paura non avere"». Nel marzo 2020 il Csm ha nominato come procuratore di Roma Michele Prestipino, considerato in continuità con Pignatone. Davigo l'ha appoggiato, Ardita e il collega Nino Di Matteo si sono astenuti.Resta una domanda: la Procura di Perugia, che ha così meritoriamente approfondito le presunte rivelazioni relative all'esposto, a che punto è con le indagini sulle fughe di notizie a favore dei giornaloni che hanno compromesso l'inchiesta principale? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-pm-picchiano-sullesposto-di-fava-ma-le-notizie-riservate-non-ci-sono-2649521476.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-rischio-la-poltrona-di-prestipino" data-post-id="2649521476" data-published-at="1608149892" data-use-pagination="False"> A rischio la poltrona di Prestipino Per sapere se i caricatori sparati ieri al Tar del Lazio durante la discussione dei tre ricorsi che mirano a disarcionare Michele Prestipino hanno fatto centro bisognerà attendere ancora qualche settimana. 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Il Csm, insomma, non avrebbe tenuto in giusta considerazione tutte le esperienze dei candidati, scegliendo Prestipino, in quel momento procuratore aggiunto a Roma e facente funzioni di procuratore per dieci mesi (dal momento in cui è andato in pensione Pignatone), ma meno titolato rispetto ai tre concorrenti. E se Lo Voi e Prestipino rappresentavano la continuità con Pignatone, sulle vicende degli altri due ha pesato non poco il caso Palamara. Viola, per esempio, finito nelle trame intrecciate nelle chat, ritiene «illegittima» la nomina di Prestipino perché la scelta della Quinta commissione, quella che si occupa di valutare gli incarichi direttivi dello stesso organo di autogoverno dei giudici, aveva indicato proprio lui. Tant'è che il 23 maggio 2019 c'era chi lo considerava già procuratore in pectore. Prese più voti di tutti, ben quattro: Antonio Lepre (Magistratura Indipendente), Piercamillo Davigo (Autonomie a Indipendenza), Emanuele Basile (laico espresso dalla Lega) e Fulvio Gigliotti (laico espresso dal M5s). A Creazzo andò il voto del membro togato di Unicost Gianluigi Morlini, e per il procuratore di Palermo Lo Voi votò il togato di Area Mario Suriano. Poi Viola apprese di essere il candidato sponsorizzato anche da Palamara e dai parlamentari che incontrava nottetempo: Luca Lotti e Cosimo Ferri, all'epoca del Pd e ora con Italia viva del Bullo. «Si vira su Viola», disse Lotti il 9 maggio all'hotel Champagne con cinque ex togati (Antonio Lepre, Paolo Criscuoli, Corrado Cartoni, Luigi Spina e Gianluigi Morlini). Dopo il primo scandalo la commissione fu annullata, anche a seguito dell'acquisizione delle trascrizioni dell'inchiesta di Perugia, e il suo nome non fu più riproposto. Ma ora il Pg, assistito dagli avvocati Girolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia, sostiene la «contraddittorietà» della decisione del Csm, che, pur avendo riconosciuto la sua totale estraneità a qualsiasi tipo di accordo, lecito o illecito che fosse, escluse la sua candidatura. La commissione propose in seconda battuta un'altra terna: Prestipino, Lo Voi e Creazzo. Andarono al ballottaggio Prestipino e Lo Voi. E il primo vinse la corsa. La sostenuta parziale valutazione dei curriculum, fiche puntata da tutti e tre i ricorrenti, però, ora ha riaperto la partita. A opporsi ai ricorsi, insieme a Prestipino, c'era il Consiglio. Le parti contrapposte, a causa del Covid, si sono confrontate in videoconferenza. E subito dopo i giudici amministrativi si sono riservati, lasciando Prestipino ancora col fiato sospeso.
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Non solo. A emergere è anche un altro dato che smonta una certa narrazione dominante: le identità non binarie rappresentano una quota minoritaria, intorno al 16%. La grande maggioranza degli italiani si riconosce ancora in un’identità sessuale e di genere tradizionale. Numeri che restituiscono un Paese molto meno «fluido» di quanto spesso venga descritto. I dati che emergono, letti insieme, delineano un quadro più complesso di quanto spesso venga raccontato. La società cambia, ma lo fa con gradualità, mantenendo punti fermi che resistono nel tempo. Il rapporto evidenzia infatti una sessualità più aperta nelle pratiche e nei contesti, ma ancora fortemente legata alla dimensione della coppia. Le relazioni stabili restano centrali e, in molti casi, risultano anche le più soddisfacenti dal punto di vista della vita intima. Non mancano, però, segnali di trasformazione. Cresce il ricorso alle piattaforme digitali per conoscere nuove persone (oltre il 40% degli italiani dichiara di aver utilizzato almeno una volta app o social per finalità relazionali o sessuali), aumenta la diffusione del sesso mediato dalla tecnologia e si registra una maggiore curiosità verso esperienze diverse rispetto a quelle legate al passato. Il porno, ad esempio, entra sempre più spesso nella quotidianità di coppia, mentre i social diventano uno spazio di interazione anche sul piano relazionale. Si tratta di cambiamenti che non sostituiscono, ma affiancano i modelli tradizionali. Una sorta di doppio binario: da un lato la stabilità della coppia, dall’altro nuove forme di esplorazione e di espressione della sessualità. In questo contesto, la monogamia continua a rappresentare una scelta prevalente, non necessariamente per adesione a un modello rigido, ma spesso per una ricerca di equilibrio e continuità. Un dato che riflette anche un’esigenza più ampia di stabilità, in un periodo segnato da incertezze economiche e sociali. Il rapporto Censis suggerisce quindi una lettura meno ideologica e più aderente alla realtà: gli italiani non sono immobili, ma nemmeno così radicalmente trasformati come talvolta si tende a raccontare. Ma resta, nella maggioranza dei casi, ancorata a una dimensione relazionale riconoscibile, fatta di coppia, continuità e identità definite.
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Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano
Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha proseguito oggi il ciclo di visite sul territorio nazionale con una tappa in Lombardia, dove ha incontrato anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e il prefetto Claudio Sgaraglia.
L’attività si inserisce nell’ambito dell’implementazione delle priorità strategiche della Difesa, in particolare quella relativa al «bilanciamento delle componenti», finalizzata a rafforzare la coerenza tecnologica tra le Forze armate. Un obiettivo ritenuto essenziale per garantire la capacità di operare in scenari multidominio, sia in ambito alleato sia su base nazionale.
Nel corso della giornata, il generale si è recato dapprima al Comando interregionale Pastrengo dell’Arma dei Carabinieri, dove ha espresso apprezzamento per il servizio svolto a tutela dei cittadini e per il contributo fornito nelle operazioni all’estero. In particolare, è stato evidenziato il ruolo dell’Arma non solo come polizia militare, ma anche nelle attività di stability policing nelle fasi post-conflitto, ambito in cui l’esperienza italiana è riconosciuta anche in sede Nato. Successivamente, Portolano ha visitato il 1° Reggimento trasmissioni dell’Esercito, reparto che fornisce supporto diretto al quartier generale multinazionale Nato NRDC-ITA, con sede in Italia e attualmente impegnato anche nella prontezza dell’Allied Reaction Force. Rivolgendosi al personale, ha sottolineato la professionalità, lo spirito di sacrificio e la dedizione dimostrati sia sul territorio nazionale sia nelle missioni all’estero, evidenziando il ruolo cruciale del reparto nel garantire collegamenti, continuità di comando e supporto alle strutture operative.
La giornata si è conclusa con gli incontri istituzionali a Milano, occasione per ribadire il legame tra la Difesa e le autorità locali, anche in relazione al contributo fornito alla sicurezza dei cittadini in coordinamento con le Forze di polizia. Domani è infine prevista la visita al 6° Stormo dell’Aeronautica militare, reparto di volo impegnato nella difesa aerea e nel controllo dello spazio nazionale già in tempo di pace.
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Mario Fresa (Imagoeconomica)
Gli avvocati del consigliere di Cassazione contestano la pubblicazione degli audio e parlano di ricostruzione «incompleta e lesiva». La redazione ribatte: file integrali o omissati solo per il minore, fatti riportati correttamente e già citati i provvedimenti giudiziari.
La replica dei legali
Con riferimento agli articoli pubblicati online dal quotidiano La Verità, in data 21 e 22 marzo 2026, con allegati file audio privi di alcuna rilevanza probatoria, relativi al consigliere di Cassazione dottor Mario Fresa, si evidenzia come il contenuto degli stessi sia stato pubblicato in maniera volutamente incompleta, al fine di dare una visione distorta e strumentale degli eventi richiamati. In particolare, non viene dato atto che sui fatti richiamati sono intervenute due diverse ordinanze di archiviazione, l’ultima il 29 settembre 2025, che hanno esaminato tutti i file audio agli atti, rilevando solamente dei diverbi tra i due coniugi, frutto di un rapporto conflittuale, in assenza di circostanze penalmente rilevanti e «non una sistematica sopraffazione come richiesto dalla norma incriminatrice». Del pari, nei suddetti articoli, pubblicati con singolare coincidenza il giorno prima della votazione sul referendum, viene omessa la decisiva circostanza che il giudizio di separazione personale tra il Fresa e la moglie si è concluso con un accordo consensuale nel gennaio 2025 che prevedeva, all’esito dell’espletata Ctu, un affidamento condiviso del figlio minore, in quanto rispondente agli interessi del bambino. Accordo la cui validità è stata confermata anche con successivo provvedimento del tribunale civile di Roma in data 5 dicembre 2025, che ha evidenziato l’assenza di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti.In considerazione di quanto sopra, l’omissione di tali elementi essenziali della vicenda ha determinato la diffusione di una rappresentazione dei fatti gravemente lesiva dell’onore, della reputazione e dell’identità personale del dott. Fresa, in violazione dei principi di verità, completezza e continenza che devono presiedere all’esercizio del diritto di cronaca giornalistica.
Avv. Ilenia Guerrieri e Marco Meliti Roma
La risposta della redazione
Con riferimento alla richiesta di rettifica si evidenzia che sul sito della «Verità» sono stati pubblicati due file audio. Uno in formato integrale, trattandosi di conversazioni intrattenute in luogo pubblico alla presenza delle forze dell’ordine, l’altro omissato, però, soltanto nella parte in cui riproduce la voce del minore coinvolto e in cui il dottor Fresa spiega al figlio che la madre sarebbe «la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio». I lettori hanno quindi potuto acquisire esatta conoscenza di quanto descritto nell’articolo che ha, ovviamente, riportato soltanto i fatti ritenuti rilevanti dal cronista considerata la ben nota funzione pubblica esercitata dal dottor Fresa, il quale, peraltro, secondo quanto riferito dallo stesso magistrato, nel corso di un’ulteriore conversazione non pubblicata sul sito, ha sostenuto di essere titolare di un procedimento penale avente a oggetto violenze su numerosi minori consumate da ecclesiastici e di cui non abbiamo trovato traccia su fonti aperte. Infine, si osserva che nell’articolo, contrariamente a quanto sostenuto nella rettifica, si riportano diffusamente i provvedimenti giudiziari favorevoli al dottor Fresa adottati sia nella sede penale che nella sede civile così come la condanna riportata dal dottor Fresa in sede disciplinare per condotte violente consumate ai danni dell’ex coniuge e ammesse dallo stesso dottor Fresa davanti al Consiglio Superiore della Magistratura.
LV
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