True
2020-12-17
I pm picchiano sull’esposto di Fava ma le notizie riservate non ci sono
Luca Palamara (Ansa)
La mastodontica inchiesta di Perugia sul cosiddetto suk delle nomine al Consiglio superiore della magistratura e sulla presunta corruzione di Luca Palamara, alla fine, sembra ruotare tutta intorno all'esposto (cestinato) presentato il 27 marzo 2019 dall'allora pm romano Stefano Fava e incentrato sulla gestione di un fascicolo d'indagine da parte del suo vecchio capo Giuseppe Pignatone. In uno degli allegati della segnalazione al parlamentino dei giudici si faceva riferimento anche a un'astensione dell'aggiunto Paolo Ielo. Per questo nella primavera dell'anno scorso nei corridoi dei Csm e della Procura di Roma molte toghe iniziarono a parlare del presunto conflitto d'interessi di Ielo, che ha un fratello, Domenico, consulente per alcune grandi società. L'aggiunto ha sempre negato conflitti anche perché in almeno un caso si è astenuto. Eppure l'argomento divenne di grande attualità e iniziò a circolare in modo così insistente tra i magistrati da essere intercettato anche dai cronisti. Che, se se di mestiere fanno i giornalisti e non gli uffici stampa delle Procure, pubblicano le notizie. Per questo La Verità e Il Fatto quotidiano il 29 maggio 2019 raccontarono la vicenda dell'esposto che riguardava Pignatone e Ielo.
Ieri Palamara e Fava hanno ricevuto l'avviso di chiusura indagini da parte della Procura di Perugia, atto da cui risultano accusati di essere ispiratori di quei servizi. Peccato che all'epoca non conoscessimo Palamara e avessimo bussato alla porta di Fava, mai incrociato prima, solo dopo essere venuti a conoscenza dell'esposto. La Procura di Perugia contesta loro di aver rivelato ai cronisti notizie riservate, e in particolare di aver svelato circostanze riguardanti un procedimento sino a poco tempo prima in carico a Fava (oltre che a Ielo e Pignatone) e riguardante il faccendiere Piero Amara. Le informazioni che non avrebbero dovuto uscire sui quotidiani sono le seguenti: che Amara era indagato per bancarotta e frode fiscale; che Fava aveva chiesto un nuovo arresto per Amara (istanza bocciata da Pignatone); che durante le indagini Fava aveva trovato materiale che collegava Amara a un pagamento di 25 milioni da parte dell'Eni.
Peccato che in realtà Amara, in quel fascicolo, a differenza di quanto sostenuto dai pm, non fosse indagato per bancarotta e frode fiscale e la questione dei soldi pagati dalla compagnia petrolifera era emersa una settimana prima dell'uscita dell'articolo della Verità e del Fatto in un servizio del Corriere della sera. La Procura di Perugia accusa Fava (per cui sono caduti i due reati che l'anno scorso hanno portato al suo trasferimento) anche di abuso d'ufficio e accesso abusivo a banca dati informatica per aver cercato informazioni «volte a screditare» Pignatone e Ielo per aver visionato atti di un procedimento già definito con sentenza passata in giudicato. Fava per questo è accusato di aver orchestrato una «campagna mediatica» ai danni di Pignatone e Ielo. Anche se i pm nell'avviso di chiusura delle indagini non indicano quali articoli il magistrato abbia ispirato con quelle informazioni in mano.
Non va meglio a Palamara. All'ex presidente Anm gli inquirenti hanno rivoltato contro persino le indagini difensive: gli contestano, infatti, la rivelazione di segreto per avere evidenziato che nel maggio 2019 l'esistenza dell'esposto era un segreto di Pulcinella, visto che il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio gliene aveva parlato già il 3 aprile 2019, un mese e mezzo prima dell'uscita della notizia sui giornali. Ora sono tutti e due indagati. Ma la cosa più assurda è che Fuzio, nel luglio 2019, aveva firmato l'atto di incolpazione disciplinare contro Fava per la fuga di notizie di cui ora è accusato lui stesso. In ogni caso, che l'esposto fosse un argomento che nella primavera del 2019 andava per la maggiore tra le toghe è confermato anche dalla testimonianza dell'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, acquisita dalla difesa di Palamara.
L'avvocato Benedetto Buratti nel luglio 2020 gli chiede che cosa sapesse dell'esposto di Fava, e Davigo risponde: «Prima delle intercettazioni non sapevo di un esposto formale. Può essere che Fava mi abbia parlato di possibili dissapori col suo capo in occasione dei due incontri che ho avuto con lui». E dopo aver conosciuto il contenuto si è arrabbiato? Davigo: «Non mi inquietai per quanto dichiarato nei confronti di Pignatone che era già andato in pensione. Mi arrabbiai molto, anche se lo tenni per me, quando venni a sapere dell'esposto contro Ielo che conosco bene e considero persona integerrima». Il verbale vira sui colloqui avuti con il compagno di corrente e di Csm Sebastiano Ardita: «Ho parlato con lui dell'esposto contro Ielo e non contro Pignatone una volta uscite le intercettazioni. Siccome lo avevo visto agitato dopo la pubblicazione delle intercettazioni gli chiesi di indicarmi se aveva avuto un ruolo nella gestione dell'esposto. Mi disse che il suo ruolo era stato istituzionale». Perché Ardita era preoccupato? Davigo: «Non posso spiegare interamente la vicenda, in quanto coperta in parte da segreto d'ufficio. Posso, tuttavia, evidenziare che, dopo l'uscita delle intercettazioni, avevo rappresentato ad Ardita che era poco prudente avere frequentazioni con il consigliere Lepre (captato dal trojan nella riunione dell'hotel Champagne, ndr). Lo avevo, infatti, visto parlare più volte con lui, anche trattenendosi nella sua stanza». Ma Ardita non avrebbe spiegato le ragioni di quelle riunioni. «Fui molto energico nel contestare tale comportamento, gli feci notare che questa sua frequentazione avrebbe potuto essere utilizzata come argomento contro di lui, come una sorta di riscontro rispetto a un'eventuale chiamata di correità» prosegue l'ex campione di Mani pulite. Qui l'argomento sembra chiaramente passare dall'esposto alla nomina del procuratore di Roma, per cui la corrente di Davigo e Ardita si schierò come Lepre, Palamara, Cosimo Ferri e Luca Lotti, i presunti complottardi dello Champagne, a favore del pg di Firenze Marcello Viola. Buratti a questo punto chiede se Ardita avesse esternato le ragioni delle sue preoccupazioni e Davigo ribadisce: «Questa è la parte coperta da segreto su cui non posso rispondere. Si tratta delle ragioni per cui non parlo più con il consigliere Ardita dal marzo 2020 (…) Non mi spiegavo le ragioni delle sue preoccupazioni. Ho sempre pensato: “Male non fare, paura non avere"». Nel marzo 2020 il Csm ha nominato come procuratore di Roma Michele Prestipino, considerato in continuità con Pignatone. Davigo l'ha appoggiato, Ardita e il collega Nino Di Matteo si sono astenuti.
Resta una domanda: la Procura di Perugia, che ha così meritoriamente approfondito le presunte rivelazioni relative all'esposto, a che punto è con le indagini sulle fughe di notizie a favore dei giornaloni che hanno compromesso l'inchiesta principale?
A rischio la poltrona di Prestipino
Per sapere se i caricatori sparati ieri al Tar del Lazio durante la discussione dei tre ricorsi che mirano a disarcionare Michele Prestipino hanno fatto centro bisognerà attendere ancora qualche settimana. La guerra per la poltronissima da capo della Procura di Roma che si è aperta con il pensionamento di Giuseppe Pignatone, attuale presidente del Tribunale di papa Francesco, e che ha spaccato il Csm non si è ancora chiusa. A tentare la spallata sono state le toghe fiorentine Giuseppe Creazzo (Unicost), procuratore capo, e Marcello Viola (Magistratura Indipendente), procuratore generale, ma anche il capo della Procura di Palermo Franco Lo Voi (Magistratura indipendente). Tutti e tre contestano la nomina decisa il 4 marzo scorso a maggioranza, dopo un ballottaggio con Lo Voi, e nel bel mezzo dello sconquasso prodotto dalle chat dello stratega del Csm Luca Palamara (che ha portato alle dimissioni di sei consiglieri togati). I tre magistrati ricorrenti sostengono che ci sia stata una evidente violazione del testo unico sulla dirigenza. Il Csm, insomma, non avrebbe tenuto in giusta considerazione tutte le esperienze dei candidati, scegliendo Prestipino, in quel momento procuratore aggiunto a Roma e facente funzioni di procuratore per dieci mesi (dal momento in cui è andato in pensione Pignatone), ma meno titolato rispetto ai tre concorrenti. E se Lo Voi e Prestipino rappresentavano la continuità con Pignatone, sulle vicende degli altri due ha pesato non poco il caso Palamara. Viola, per esempio, finito nelle trame intrecciate nelle chat, ritiene «illegittima» la nomina di Prestipino perché la scelta della Quinta commissione, quella che si occupa di valutare gli incarichi direttivi dello stesso organo di autogoverno dei giudici, aveva indicato proprio lui. Tant'è che il 23 maggio 2019 c'era chi lo considerava già procuratore in pectore. Prese più voti di tutti, ben quattro: Antonio Lepre (Magistratura Indipendente), Piercamillo Davigo (Autonomie a Indipendenza), Emanuele Basile (laico espresso dalla Lega) e Fulvio Gigliotti (laico espresso dal M5s). A Creazzo andò il voto del membro togato di Unicost Gianluigi Morlini, e per il procuratore di Palermo Lo Voi votò il togato di Area Mario Suriano. Poi Viola apprese di essere il candidato sponsorizzato anche da Palamara e dai parlamentari che incontrava nottetempo: Luca Lotti e Cosimo Ferri, all'epoca del Pd e ora con Italia viva del Bullo. «Si vira su Viola», disse Lotti il 9 maggio all'hotel Champagne con cinque ex togati (Antonio Lepre, Paolo Criscuoli, Corrado Cartoni, Luigi Spina e Gianluigi Morlini). Dopo il primo scandalo la commissione fu annullata, anche a seguito dell'acquisizione delle trascrizioni dell'inchiesta di Perugia, e il suo nome non fu più riproposto. Ma ora il Pg, assistito dagli avvocati Girolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia, sostiene la «contraddittorietà» della decisione del Csm, che, pur avendo riconosciuto la sua totale estraneità a qualsiasi tipo di accordo, lecito o illecito che fosse, escluse la sua candidatura. La commissione propose in seconda battuta un'altra terna: Prestipino, Lo Voi e Creazzo. Andarono al ballottaggio Prestipino e Lo Voi. E il primo vinse la corsa. La sostenuta parziale valutazione dei curriculum, fiche puntata da tutti e tre i ricorrenti, però, ora ha riaperto la partita. A opporsi ai ricorsi, insieme a Prestipino, c'era il Consiglio. Le parti contrapposte, a causa del Covid, si sono confrontate in videoconferenza. E subito dopo i giudici amministrativi si sono riservati, lasciando Prestipino ancora col fiato sospeso.
Continua a leggereRiduci
La denuncia che ha fatto esplodere l'inchiesta di Perugia conteneva informazioni già di dominio pubblico e documentate. Eppure, Luca Palamara e la toga sono indagati a differenza delle «talpe» del fascicolo principale.I candidati sconfitti (Marcello Viola, Franco Lo Voi e Giuseppe Creazzo) ricorrono al Tar Lazio contro la nomina del procuratore alla guida dell'ufficio giudiziario della Capitale: violate norme del Csm.Lo speciale contiene due articoli.La mastodontica inchiesta di Perugia sul cosiddetto suk delle nomine al Consiglio superiore della magistratura e sulla presunta corruzione di Luca Palamara, alla fine, sembra ruotare tutta intorno all'esposto (cestinato) presentato il 27 marzo 2019 dall'allora pm romano Stefano Fava e incentrato sulla gestione di un fascicolo d'indagine da parte del suo vecchio capo Giuseppe Pignatone. In uno degli allegati della segnalazione al parlamentino dei giudici si faceva riferimento anche a un'astensione dell'aggiunto Paolo Ielo. Per questo nella primavera dell'anno scorso nei corridoi dei Csm e della Procura di Roma molte toghe iniziarono a parlare del presunto conflitto d'interessi di Ielo, che ha un fratello, Domenico, consulente per alcune grandi società. L'aggiunto ha sempre negato conflitti anche perché in almeno un caso si è astenuto. Eppure l'argomento divenne di grande attualità e iniziò a circolare in modo così insistente tra i magistrati da essere intercettato anche dai cronisti. Che, se se di mestiere fanno i giornalisti e non gli uffici stampa delle Procure, pubblicano le notizie. Per questo La Verità e Il Fatto quotidiano il 29 maggio 2019 raccontarono la vicenda dell'esposto che riguardava Pignatone e Ielo.Ieri Palamara e Fava hanno ricevuto l'avviso di chiusura indagini da parte della Procura di Perugia, atto da cui risultano accusati di essere ispiratori di quei servizi. Peccato che all'epoca non conoscessimo Palamara e avessimo bussato alla porta di Fava, mai incrociato prima, solo dopo essere venuti a conoscenza dell'esposto. La Procura di Perugia contesta loro di aver rivelato ai cronisti notizie riservate, e in particolare di aver svelato circostanze riguardanti un procedimento sino a poco tempo prima in carico a Fava (oltre che a Ielo e Pignatone) e riguardante il faccendiere Piero Amara. Le informazioni che non avrebbero dovuto uscire sui quotidiani sono le seguenti: che Amara era indagato per bancarotta e frode fiscale; che Fava aveva chiesto un nuovo arresto per Amara (istanza bocciata da Pignatone); che durante le indagini Fava aveva trovato materiale che collegava Amara a un pagamento di 25 milioni da parte dell'Eni. Peccato che in realtà Amara, in quel fascicolo, a differenza di quanto sostenuto dai pm, non fosse indagato per bancarotta e frode fiscale e la questione dei soldi pagati dalla compagnia petrolifera era emersa una settimana prima dell'uscita dell'articolo della Verità e del Fatto in un servizio del Corriere della sera. La Procura di Perugia accusa Fava (per cui sono caduti i due reati che l'anno scorso hanno portato al suo trasferimento) anche di abuso d'ufficio e accesso abusivo a banca dati informatica per aver cercato informazioni «volte a screditare» Pignatone e Ielo per aver visionato atti di un procedimento già definito con sentenza passata in giudicato. Fava per questo è accusato di aver orchestrato una «campagna mediatica» ai danni di Pignatone e Ielo. Anche se i pm nell'avviso di chiusura delle indagini non indicano quali articoli il magistrato abbia ispirato con quelle informazioni in mano. Non va meglio a Palamara. All'ex presidente Anm gli inquirenti hanno rivoltato contro persino le indagini difensive: gli contestano, infatti, la rivelazione di segreto per avere evidenziato che nel maggio 2019 l'esistenza dell'esposto era un segreto di Pulcinella, visto che il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio gliene aveva parlato già il 3 aprile 2019, un mese e mezzo prima dell'uscita della notizia sui giornali. Ora sono tutti e due indagati. Ma la cosa più assurda è che Fuzio, nel luglio 2019, aveva firmato l'atto di incolpazione disciplinare contro Fava per la fuga di notizie di cui ora è accusato lui stesso. In ogni caso, che l'esposto fosse un argomento che nella primavera del 2019 andava per la maggiore tra le toghe è confermato anche dalla testimonianza dell'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, acquisita dalla difesa di Palamara. L'avvocato Benedetto Buratti nel luglio 2020 gli chiede che cosa sapesse dell'esposto di Fava, e Davigo risponde: «Prima delle intercettazioni non sapevo di un esposto formale. Può essere che Fava mi abbia parlato di possibili dissapori col suo capo in occasione dei due incontri che ho avuto con lui». E dopo aver conosciuto il contenuto si è arrabbiato? Davigo: «Non mi inquietai per quanto dichiarato nei confronti di Pignatone che era già andato in pensione. Mi arrabbiai molto, anche se lo tenni per me, quando venni a sapere dell'esposto contro Ielo che conosco bene e considero persona integerrima». Il verbale vira sui colloqui avuti con il compagno di corrente e di Csm Sebastiano Ardita: «Ho parlato con lui dell'esposto contro Ielo e non contro Pignatone una volta uscite le intercettazioni. Siccome lo avevo visto agitato dopo la pubblicazione delle intercettazioni gli chiesi di indicarmi se aveva avuto un ruolo nella gestione dell'esposto. Mi disse che il suo ruolo era stato istituzionale». Perché Ardita era preoccupato? Davigo: «Non posso spiegare interamente la vicenda, in quanto coperta in parte da segreto d'ufficio. Posso, tuttavia, evidenziare che, dopo l'uscita delle intercettazioni, avevo rappresentato ad Ardita che era poco prudente avere frequentazioni con il consigliere Lepre (captato dal trojan nella riunione dell'hotel Champagne, ndr). Lo avevo, infatti, visto parlare più volte con lui, anche trattenendosi nella sua stanza». Ma Ardita non avrebbe spiegato le ragioni di quelle riunioni. «Fui molto energico nel contestare tale comportamento, gli feci notare che questa sua frequentazione avrebbe potuto essere utilizzata come argomento contro di lui, come una sorta di riscontro rispetto a un'eventuale chiamata di correità» prosegue l'ex campione di Mani pulite. Qui l'argomento sembra chiaramente passare dall'esposto alla nomina del procuratore di Roma, per cui la corrente di Davigo e Ardita si schierò come Lepre, Palamara, Cosimo Ferri e Luca Lotti, i presunti complottardi dello Champagne, a favore del pg di Firenze Marcello Viola. Buratti a questo punto chiede se Ardita avesse esternato le ragioni delle sue preoccupazioni e Davigo ribadisce: «Questa è la parte coperta da segreto su cui non posso rispondere. Si tratta delle ragioni per cui non parlo più con il consigliere Ardita dal marzo 2020 (…) Non mi spiegavo le ragioni delle sue preoccupazioni. Ho sempre pensato: “Male non fare, paura non avere"». Nel marzo 2020 il Csm ha nominato come procuratore di Roma Michele Prestipino, considerato in continuità con Pignatone. Davigo l'ha appoggiato, Ardita e il collega Nino Di Matteo si sono astenuti.Resta una domanda: la Procura di Perugia, che ha così meritoriamente approfondito le presunte rivelazioni relative all'esposto, a che punto è con le indagini sulle fughe di notizie a favore dei giornaloni che hanno compromesso l'inchiesta principale? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-pm-picchiano-sullesposto-di-fava-ma-le-notizie-riservate-non-ci-sono-2649521476.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-rischio-la-poltrona-di-prestipino" data-post-id="2649521476" data-published-at="1608149892" data-use-pagination="False"> A rischio la poltrona di Prestipino Per sapere se i caricatori sparati ieri al Tar del Lazio durante la discussione dei tre ricorsi che mirano a disarcionare Michele Prestipino hanno fatto centro bisognerà attendere ancora qualche settimana. La guerra per la poltronissima da capo della Procura di Roma che si è aperta con il pensionamento di Giuseppe Pignatone, attuale presidente del Tribunale di papa Francesco, e che ha spaccato il Csm non si è ancora chiusa. A tentare la spallata sono state le toghe fiorentine Giuseppe Creazzo (Unicost), procuratore capo, e Marcello Viola (Magistratura Indipendente), procuratore generale, ma anche il capo della Procura di Palermo Franco Lo Voi (Magistratura indipendente). Tutti e tre contestano la nomina decisa il 4 marzo scorso a maggioranza, dopo un ballottaggio con Lo Voi, e nel bel mezzo dello sconquasso prodotto dalle chat dello stratega del Csm Luca Palamara (che ha portato alle dimissioni di sei consiglieri togati). I tre magistrati ricorrenti sostengono che ci sia stata una evidente violazione del testo unico sulla dirigenza. Il Csm, insomma, non avrebbe tenuto in giusta considerazione tutte le esperienze dei candidati, scegliendo Prestipino, in quel momento procuratore aggiunto a Roma e facente funzioni di procuratore per dieci mesi (dal momento in cui è andato in pensione Pignatone), ma meno titolato rispetto ai tre concorrenti. E se Lo Voi e Prestipino rappresentavano la continuità con Pignatone, sulle vicende degli altri due ha pesato non poco il caso Palamara. Viola, per esempio, finito nelle trame intrecciate nelle chat, ritiene «illegittima» la nomina di Prestipino perché la scelta della Quinta commissione, quella che si occupa di valutare gli incarichi direttivi dello stesso organo di autogoverno dei giudici, aveva indicato proprio lui. Tant'è che il 23 maggio 2019 c'era chi lo considerava già procuratore in pectore. Prese più voti di tutti, ben quattro: Antonio Lepre (Magistratura Indipendente), Piercamillo Davigo (Autonomie a Indipendenza), Emanuele Basile (laico espresso dalla Lega) e Fulvio Gigliotti (laico espresso dal M5s). A Creazzo andò il voto del membro togato di Unicost Gianluigi Morlini, e per il procuratore di Palermo Lo Voi votò il togato di Area Mario Suriano. Poi Viola apprese di essere il candidato sponsorizzato anche da Palamara e dai parlamentari che incontrava nottetempo: Luca Lotti e Cosimo Ferri, all'epoca del Pd e ora con Italia viva del Bullo. «Si vira su Viola», disse Lotti il 9 maggio all'hotel Champagne con cinque ex togati (Antonio Lepre, Paolo Criscuoli, Corrado Cartoni, Luigi Spina e Gianluigi Morlini). Dopo il primo scandalo la commissione fu annullata, anche a seguito dell'acquisizione delle trascrizioni dell'inchiesta di Perugia, e il suo nome non fu più riproposto. Ma ora il Pg, assistito dagli avvocati Girolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia, sostiene la «contraddittorietà» della decisione del Csm, che, pur avendo riconosciuto la sua totale estraneità a qualsiasi tipo di accordo, lecito o illecito che fosse, escluse la sua candidatura. La commissione propose in seconda battuta un'altra terna: Prestipino, Lo Voi e Creazzo. Andarono al ballottaggio Prestipino e Lo Voi. E il primo vinse la corsa. La sostenuta parziale valutazione dei curriculum, fiche puntata da tutti e tre i ricorrenti, però, ora ha riaperto la partita. A opporsi ai ricorsi, insieme a Prestipino, c'era il Consiglio. Le parti contrapposte, a causa del Covid, si sono confrontate in videoconferenza. E subito dopo i giudici amministrativi si sono riservati, lasciando Prestipino ancora col fiato sospeso.
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
Continua a leggereRiduci
Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.