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2020-12-17
I pm picchiano sull’esposto di Fava ma le notizie riservate non ci sono
Luca Palamara (Ansa)
La mastodontica inchiesta di Perugia sul cosiddetto suk delle nomine al Consiglio superiore della magistratura e sulla presunta corruzione di Luca Palamara, alla fine, sembra ruotare tutta intorno all'esposto (cestinato) presentato il 27 marzo 2019 dall'allora pm romano Stefano Fava e incentrato sulla gestione di un fascicolo d'indagine da parte del suo vecchio capo Giuseppe Pignatone. In uno degli allegati della segnalazione al parlamentino dei giudici si faceva riferimento anche a un'astensione dell'aggiunto Paolo Ielo. Per questo nella primavera dell'anno scorso nei corridoi dei Csm e della Procura di Roma molte toghe iniziarono a parlare del presunto conflitto d'interessi di Ielo, che ha un fratello, Domenico, consulente per alcune grandi società. L'aggiunto ha sempre negato conflitti anche perché in almeno un caso si è astenuto. Eppure l'argomento divenne di grande attualità e iniziò a circolare in modo così insistente tra i magistrati da essere intercettato anche dai cronisti. Che, se se di mestiere fanno i giornalisti e non gli uffici stampa delle Procure, pubblicano le notizie. Per questo La Verità e Il Fatto quotidiano il 29 maggio 2019 raccontarono la vicenda dell'esposto che riguardava Pignatone e Ielo.
Ieri Palamara e Fava hanno ricevuto l'avviso di chiusura indagini da parte della Procura di Perugia, atto da cui risultano accusati di essere ispiratori di quei servizi. Peccato che all'epoca non conoscessimo Palamara e avessimo bussato alla porta di Fava, mai incrociato prima, solo dopo essere venuti a conoscenza dell'esposto. La Procura di Perugia contesta loro di aver rivelato ai cronisti notizie riservate, e in particolare di aver svelato circostanze riguardanti un procedimento sino a poco tempo prima in carico a Fava (oltre che a Ielo e Pignatone) e riguardante il faccendiere Piero Amara. Le informazioni che non avrebbero dovuto uscire sui quotidiani sono le seguenti: che Amara era indagato per bancarotta e frode fiscale; che Fava aveva chiesto un nuovo arresto per Amara (istanza bocciata da Pignatone); che durante le indagini Fava aveva trovato materiale che collegava Amara a un pagamento di 25 milioni da parte dell'Eni.
Peccato che in realtà Amara, in quel fascicolo, a differenza di quanto sostenuto dai pm, non fosse indagato per bancarotta e frode fiscale e la questione dei soldi pagati dalla compagnia petrolifera era emersa una settimana prima dell'uscita dell'articolo della Verità e del Fatto in un servizio del Corriere della sera. La Procura di Perugia accusa Fava (per cui sono caduti i due reati che l'anno scorso hanno portato al suo trasferimento) anche di abuso d'ufficio e accesso abusivo a banca dati informatica per aver cercato informazioni «volte a screditare» Pignatone e Ielo per aver visionato atti di un procedimento già definito con sentenza passata in giudicato. Fava per questo è accusato di aver orchestrato una «campagna mediatica» ai danni di Pignatone e Ielo. Anche se i pm nell'avviso di chiusura delle indagini non indicano quali articoli il magistrato abbia ispirato con quelle informazioni in mano.
Non va meglio a Palamara. All'ex presidente Anm gli inquirenti hanno rivoltato contro persino le indagini difensive: gli contestano, infatti, la rivelazione di segreto per avere evidenziato che nel maggio 2019 l'esistenza dell'esposto era un segreto di Pulcinella, visto che il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio gliene aveva parlato già il 3 aprile 2019, un mese e mezzo prima dell'uscita della notizia sui giornali. Ora sono tutti e due indagati. Ma la cosa più assurda è che Fuzio, nel luglio 2019, aveva firmato l'atto di incolpazione disciplinare contro Fava per la fuga di notizie di cui ora è accusato lui stesso. In ogni caso, che l'esposto fosse un argomento che nella primavera del 2019 andava per la maggiore tra le toghe è confermato anche dalla testimonianza dell'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, acquisita dalla difesa di Palamara.
L'avvocato Benedetto Buratti nel luglio 2020 gli chiede che cosa sapesse dell'esposto di Fava, e Davigo risponde: «Prima delle intercettazioni non sapevo di un esposto formale. Può essere che Fava mi abbia parlato di possibili dissapori col suo capo in occasione dei due incontri che ho avuto con lui». E dopo aver conosciuto il contenuto si è arrabbiato? Davigo: «Non mi inquietai per quanto dichiarato nei confronti di Pignatone che era già andato in pensione. Mi arrabbiai molto, anche se lo tenni per me, quando venni a sapere dell'esposto contro Ielo che conosco bene e considero persona integerrima». Il verbale vira sui colloqui avuti con il compagno di corrente e di Csm Sebastiano Ardita: «Ho parlato con lui dell'esposto contro Ielo e non contro Pignatone una volta uscite le intercettazioni. Siccome lo avevo visto agitato dopo la pubblicazione delle intercettazioni gli chiesi di indicarmi se aveva avuto un ruolo nella gestione dell'esposto. Mi disse che il suo ruolo era stato istituzionale». Perché Ardita era preoccupato? Davigo: «Non posso spiegare interamente la vicenda, in quanto coperta in parte da segreto d'ufficio. Posso, tuttavia, evidenziare che, dopo l'uscita delle intercettazioni, avevo rappresentato ad Ardita che era poco prudente avere frequentazioni con il consigliere Lepre (captato dal trojan nella riunione dell'hotel Champagne, ndr). Lo avevo, infatti, visto parlare più volte con lui, anche trattenendosi nella sua stanza». Ma Ardita non avrebbe spiegato le ragioni di quelle riunioni. «Fui molto energico nel contestare tale comportamento, gli feci notare che questa sua frequentazione avrebbe potuto essere utilizzata come argomento contro di lui, come una sorta di riscontro rispetto a un'eventuale chiamata di correità» prosegue l'ex campione di Mani pulite. Qui l'argomento sembra chiaramente passare dall'esposto alla nomina del procuratore di Roma, per cui la corrente di Davigo e Ardita si schierò come Lepre, Palamara, Cosimo Ferri e Luca Lotti, i presunti complottardi dello Champagne, a favore del pg di Firenze Marcello Viola. Buratti a questo punto chiede se Ardita avesse esternato le ragioni delle sue preoccupazioni e Davigo ribadisce: «Questa è la parte coperta da segreto su cui non posso rispondere. Si tratta delle ragioni per cui non parlo più con il consigliere Ardita dal marzo 2020 (…) Non mi spiegavo le ragioni delle sue preoccupazioni. Ho sempre pensato: “Male non fare, paura non avere"». Nel marzo 2020 il Csm ha nominato come procuratore di Roma Michele Prestipino, considerato in continuità con Pignatone. Davigo l'ha appoggiato, Ardita e il collega Nino Di Matteo si sono astenuti.
Resta una domanda: la Procura di Perugia, che ha così meritoriamente approfondito le presunte rivelazioni relative all'esposto, a che punto è con le indagini sulle fughe di notizie a favore dei giornaloni che hanno compromesso l'inchiesta principale?
A rischio la poltrona di Prestipino
Per sapere se i caricatori sparati ieri al Tar del Lazio durante la discussione dei tre ricorsi che mirano a disarcionare Michele Prestipino hanno fatto centro bisognerà attendere ancora qualche settimana. La guerra per la poltronissima da capo della Procura di Roma che si è aperta con il pensionamento di Giuseppe Pignatone, attuale presidente del Tribunale di papa Francesco, e che ha spaccato il Csm non si è ancora chiusa. A tentare la spallata sono state le toghe fiorentine Giuseppe Creazzo (Unicost), procuratore capo, e Marcello Viola (Magistratura Indipendente), procuratore generale, ma anche il capo della Procura di Palermo Franco Lo Voi (Magistratura indipendente). Tutti e tre contestano la nomina decisa il 4 marzo scorso a maggioranza, dopo un ballottaggio con Lo Voi, e nel bel mezzo dello sconquasso prodotto dalle chat dello stratega del Csm Luca Palamara (che ha portato alle dimissioni di sei consiglieri togati). I tre magistrati ricorrenti sostengono che ci sia stata una evidente violazione del testo unico sulla dirigenza. Il Csm, insomma, non avrebbe tenuto in giusta considerazione tutte le esperienze dei candidati, scegliendo Prestipino, in quel momento procuratore aggiunto a Roma e facente funzioni di procuratore per dieci mesi (dal momento in cui è andato in pensione Pignatone), ma meno titolato rispetto ai tre concorrenti. E se Lo Voi e Prestipino rappresentavano la continuità con Pignatone, sulle vicende degli altri due ha pesato non poco il caso Palamara. Viola, per esempio, finito nelle trame intrecciate nelle chat, ritiene «illegittima» la nomina di Prestipino perché la scelta della Quinta commissione, quella che si occupa di valutare gli incarichi direttivi dello stesso organo di autogoverno dei giudici, aveva indicato proprio lui. Tant'è che il 23 maggio 2019 c'era chi lo considerava già procuratore in pectore. Prese più voti di tutti, ben quattro: Antonio Lepre (Magistratura Indipendente), Piercamillo Davigo (Autonomie a Indipendenza), Emanuele Basile (laico espresso dalla Lega) e Fulvio Gigliotti (laico espresso dal M5s). A Creazzo andò il voto del membro togato di Unicost Gianluigi Morlini, e per il procuratore di Palermo Lo Voi votò il togato di Area Mario Suriano. Poi Viola apprese di essere il candidato sponsorizzato anche da Palamara e dai parlamentari che incontrava nottetempo: Luca Lotti e Cosimo Ferri, all'epoca del Pd e ora con Italia viva del Bullo. «Si vira su Viola», disse Lotti il 9 maggio all'hotel Champagne con cinque ex togati (Antonio Lepre, Paolo Criscuoli, Corrado Cartoni, Luigi Spina e Gianluigi Morlini). Dopo il primo scandalo la commissione fu annullata, anche a seguito dell'acquisizione delle trascrizioni dell'inchiesta di Perugia, e il suo nome non fu più riproposto. Ma ora il Pg, assistito dagli avvocati Girolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia, sostiene la «contraddittorietà» della decisione del Csm, che, pur avendo riconosciuto la sua totale estraneità a qualsiasi tipo di accordo, lecito o illecito che fosse, escluse la sua candidatura. La commissione propose in seconda battuta un'altra terna: Prestipino, Lo Voi e Creazzo. Andarono al ballottaggio Prestipino e Lo Voi. E il primo vinse la corsa. La sostenuta parziale valutazione dei curriculum, fiche puntata da tutti e tre i ricorrenti, però, ora ha riaperto la partita. A opporsi ai ricorsi, insieme a Prestipino, c'era il Consiglio. Le parti contrapposte, a causa del Covid, si sono confrontate in videoconferenza. E subito dopo i giudici amministrativi si sono riservati, lasciando Prestipino ancora col fiato sospeso.
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La denuncia che ha fatto esplodere l'inchiesta di Perugia conteneva informazioni già di dominio pubblico e documentate. Eppure, Luca Palamara e la toga sono indagati a differenza delle «talpe» del fascicolo principale.I candidati sconfitti (Marcello Viola, Franco Lo Voi e Giuseppe Creazzo) ricorrono al Tar Lazio contro la nomina del procuratore alla guida dell'ufficio giudiziario della Capitale: violate norme del Csm.Lo speciale contiene due articoli.La mastodontica inchiesta di Perugia sul cosiddetto suk delle nomine al Consiglio superiore della magistratura e sulla presunta corruzione di Luca Palamara, alla fine, sembra ruotare tutta intorno all'esposto (cestinato) presentato il 27 marzo 2019 dall'allora pm romano Stefano Fava e incentrato sulla gestione di un fascicolo d'indagine da parte del suo vecchio capo Giuseppe Pignatone. In uno degli allegati della segnalazione al parlamentino dei giudici si faceva riferimento anche a un'astensione dell'aggiunto Paolo Ielo. Per questo nella primavera dell'anno scorso nei corridoi dei Csm e della Procura di Roma molte toghe iniziarono a parlare del presunto conflitto d'interessi di Ielo, che ha un fratello, Domenico, consulente per alcune grandi società. L'aggiunto ha sempre negato conflitti anche perché in almeno un caso si è astenuto. Eppure l'argomento divenne di grande attualità e iniziò a circolare in modo così insistente tra i magistrati da essere intercettato anche dai cronisti. Che, se se di mestiere fanno i giornalisti e non gli uffici stampa delle Procure, pubblicano le notizie. Per questo La Verità e Il Fatto quotidiano il 29 maggio 2019 raccontarono la vicenda dell'esposto che riguardava Pignatone e Ielo.Ieri Palamara e Fava hanno ricevuto l'avviso di chiusura indagini da parte della Procura di Perugia, atto da cui risultano accusati di essere ispiratori di quei servizi. Peccato che all'epoca non conoscessimo Palamara e avessimo bussato alla porta di Fava, mai incrociato prima, solo dopo essere venuti a conoscenza dell'esposto. La Procura di Perugia contesta loro di aver rivelato ai cronisti notizie riservate, e in particolare di aver svelato circostanze riguardanti un procedimento sino a poco tempo prima in carico a Fava (oltre che a Ielo e Pignatone) e riguardante il faccendiere Piero Amara. Le informazioni che non avrebbero dovuto uscire sui quotidiani sono le seguenti: che Amara era indagato per bancarotta e frode fiscale; che Fava aveva chiesto un nuovo arresto per Amara (istanza bocciata da Pignatone); che durante le indagini Fava aveva trovato materiale che collegava Amara a un pagamento di 25 milioni da parte dell'Eni. Peccato che in realtà Amara, in quel fascicolo, a differenza di quanto sostenuto dai pm, non fosse indagato per bancarotta e frode fiscale e la questione dei soldi pagati dalla compagnia petrolifera era emersa una settimana prima dell'uscita dell'articolo della Verità e del Fatto in un servizio del Corriere della sera. La Procura di Perugia accusa Fava (per cui sono caduti i due reati che l'anno scorso hanno portato al suo trasferimento) anche di abuso d'ufficio e accesso abusivo a banca dati informatica per aver cercato informazioni «volte a screditare» Pignatone e Ielo per aver visionato atti di un procedimento già definito con sentenza passata in giudicato. Fava per questo è accusato di aver orchestrato una «campagna mediatica» ai danni di Pignatone e Ielo. Anche se i pm nell'avviso di chiusura delle indagini non indicano quali articoli il magistrato abbia ispirato con quelle informazioni in mano. Non va meglio a Palamara. All'ex presidente Anm gli inquirenti hanno rivoltato contro persino le indagini difensive: gli contestano, infatti, la rivelazione di segreto per avere evidenziato che nel maggio 2019 l'esistenza dell'esposto era un segreto di Pulcinella, visto che il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio gliene aveva parlato già il 3 aprile 2019, un mese e mezzo prima dell'uscita della notizia sui giornali. Ora sono tutti e due indagati. Ma la cosa più assurda è che Fuzio, nel luglio 2019, aveva firmato l'atto di incolpazione disciplinare contro Fava per la fuga di notizie di cui ora è accusato lui stesso. In ogni caso, che l'esposto fosse un argomento che nella primavera del 2019 andava per la maggiore tra le toghe è confermato anche dalla testimonianza dell'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, acquisita dalla difesa di Palamara. L'avvocato Benedetto Buratti nel luglio 2020 gli chiede che cosa sapesse dell'esposto di Fava, e Davigo risponde: «Prima delle intercettazioni non sapevo di un esposto formale. Può essere che Fava mi abbia parlato di possibili dissapori col suo capo in occasione dei due incontri che ho avuto con lui». E dopo aver conosciuto il contenuto si è arrabbiato? Davigo: «Non mi inquietai per quanto dichiarato nei confronti di Pignatone che era già andato in pensione. Mi arrabbiai molto, anche se lo tenni per me, quando venni a sapere dell'esposto contro Ielo che conosco bene e considero persona integerrima». Il verbale vira sui colloqui avuti con il compagno di corrente e di Csm Sebastiano Ardita: «Ho parlato con lui dell'esposto contro Ielo e non contro Pignatone una volta uscite le intercettazioni. Siccome lo avevo visto agitato dopo la pubblicazione delle intercettazioni gli chiesi di indicarmi se aveva avuto un ruolo nella gestione dell'esposto. Mi disse che il suo ruolo era stato istituzionale». Perché Ardita era preoccupato? Davigo: «Non posso spiegare interamente la vicenda, in quanto coperta in parte da segreto d'ufficio. Posso, tuttavia, evidenziare che, dopo l'uscita delle intercettazioni, avevo rappresentato ad Ardita che era poco prudente avere frequentazioni con il consigliere Lepre (captato dal trojan nella riunione dell'hotel Champagne, ndr). Lo avevo, infatti, visto parlare più volte con lui, anche trattenendosi nella sua stanza». Ma Ardita non avrebbe spiegato le ragioni di quelle riunioni. «Fui molto energico nel contestare tale comportamento, gli feci notare che questa sua frequentazione avrebbe potuto essere utilizzata come argomento contro di lui, come una sorta di riscontro rispetto a un'eventuale chiamata di correità» prosegue l'ex campione di Mani pulite. Qui l'argomento sembra chiaramente passare dall'esposto alla nomina del procuratore di Roma, per cui la corrente di Davigo e Ardita si schierò come Lepre, Palamara, Cosimo Ferri e Luca Lotti, i presunti complottardi dello Champagne, a favore del pg di Firenze Marcello Viola. Buratti a questo punto chiede se Ardita avesse esternato le ragioni delle sue preoccupazioni e Davigo ribadisce: «Questa è la parte coperta da segreto su cui non posso rispondere. Si tratta delle ragioni per cui non parlo più con il consigliere Ardita dal marzo 2020 (…) Non mi spiegavo le ragioni delle sue preoccupazioni. Ho sempre pensato: “Male non fare, paura non avere"». Nel marzo 2020 il Csm ha nominato come procuratore di Roma Michele Prestipino, considerato in continuità con Pignatone. Davigo l'ha appoggiato, Ardita e il collega Nino Di Matteo si sono astenuti.Resta una domanda: la Procura di Perugia, che ha così meritoriamente approfondito le presunte rivelazioni relative all'esposto, a che punto è con le indagini sulle fughe di notizie a favore dei giornaloni che hanno compromesso l'inchiesta principale? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-pm-picchiano-sullesposto-di-fava-ma-le-notizie-riservate-non-ci-sono-2649521476.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-rischio-la-poltrona-di-prestipino" data-post-id="2649521476" data-published-at="1608149892" data-use-pagination="False"> A rischio la poltrona di Prestipino Per sapere se i caricatori sparati ieri al Tar del Lazio durante la discussione dei tre ricorsi che mirano a disarcionare Michele Prestipino hanno fatto centro bisognerà attendere ancora qualche settimana. La guerra per la poltronissima da capo della Procura di Roma che si è aperta con il pensionamento di Giuseppe Pignatone, attuale presidente del Tribunale di papa Francesco, e che ha spaccato il Csm non si è ancora chiusa. A tentare la spallata sono state le toghe fiorentine Giuseppe Creazzo (Unicost), procuratore capo, e Marcello Viola (Magistratura Indipendente), procuratore generale, ma anche il capo della Procura di Palermo Franco Lo Voi (Magistratura indipendente). Tutti e tre contestano la nomina decisa il 4 marzo scorso a maggioranza, dopo un ballottaggio con Lo Voi, e nel bel mezzo dello sconquasso prodotto dalle chat dello stratega del Csm Luca Palamara (che ha portato alle dimissioni di sei consiglieri togati). I tre magistrati ricorrenti sostengono che ci sia stata una evidente violazione del testo unico sulla dirigenza. Il Csm, insomma, non avrebbe tenuto in giusta considerazione tutte le esperienze dei candidati, scegliendo Prestipino, in quel momento procuratore aggiunto a Roma e facente funzioni di procuratore per dieci mesi (dal momento in cui è andato in pensione Pignatone), ma meno titolato rispetto ai tre concorrenti. E se Lo Voi e Prestipino rappresentavano la continuità con Pignatone, sulle vicende degli altri due ha pesato non poco il caso Palamara. Viola, per esempio, finito nelle trame intrecciate nelle chat, ritiene «illegittima» la nomina di Prestipino perché la scelta della Quinta commissione, quella che si occupa di valutare gli incarichi direttivi dello stesso organo di autogoverno dei giudici, aveva indicato proprio lui. Tant'è che il 23 maggio 2019 c'era chi lo considerava già procuratore in pectore. Prese più voti di tutti, ben quattro: Antonio Lepre (Magistratura Indipendente), Piercamillo Davigo (Autonomie a Indipendenza), Emanuele Basile (laico espresso dalla Lega) e Fulvio Gigliotti (laico espresso dal M5s). A Creazzo andò il voto del membro togato di Unicost Gianluigi Morlini, e per il procuratore di Palermo Lo Voi votò il togato di Area Mario Suriano. Poi Viola apprese di essere il candidato sponsorizzato anche da Palamara e dai parlamentari che incontrava nottetempo: Luca Lotti e Cosimo Ferri, all'epoca del Pd e ora con Italia viva del Bullo. «Si vira su Viola», disse Lotti il 9 maggio all'hotel Champagne con cinque ex togati (Antonio Lepre, Paolo Criscuoli, Corrado Cartoni, Luigi Spina e Gianluigi Morlini). Dopo il primo scandalo la commissione fu annullata, anche a seguito dell'acquisizione delle trascrizioni dell'inchiesta di Perugia, e il suo nome non fu più riproposto. Ma ora il Pg, assistito dagli avvocati Girolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia, sostiene la «contraddittorietà» della decisione del Csm, che, pur avendo riconosciuto la sua totale estraneità a qualsiasi tipo di accordo, lecito o illecito che fosse, escluse la sua candidatura. La commissione propose in seconda battuta un'altra terna: Prestipino, Lo Voi e Creazzo. Andarono al ballottaggio Prestipino e Lo Voi. E il primo vinse la corsa. La sostenuta parziale valutazione dei curriculum, fiche puntata da tutti e tre i ricorrenti, però, ora ha riaperto la partita. A opporsi ai ricorsi, insieme a Prestipino, c'era il Consiglio. Le parti contrapposte, a causa del Covid, si sono confrontate in videoconferenza. E subito dopo i giudici amministrativi si sono riservati, lasciando Prestipino ancora col fiato sospeso.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
La raccolta firme per il no, promossa da un gruppo di 15 cittadini e appoggiata dalle opposizioni, ha quasi raggiunto le 200.000 sottoscrizioni in soli 12 giorni. Ne servono 500.000 per completarla. Il governo, per evitare polemiche, ha valutato di lasciare il tempo che la raccolta si concluda. La scadenza è fissata al 30 gennaio. Se le 500.000 firme dell’obiettivo non arriveranno, tutto come prima. Se saranno raggiunte, si vedrà cosa può cambiare.
Nelle scorse settimane si era ipotizzata un’accelerazione del governo Meloni sulle date. Nordio ha smentito che il governo volesse accorciare i tempi per ridurre la campagna referendaria: «Semmai è il contrario», ha commentato, dicendo che «più informiamo gli elettori su contenuto e importanza di questa riforma, più li porteremo alle urne, con risultati positivi». Il messaggio da far passare, dice Nordio, è che «la riforma non stravolge la Costituzione» né tanto meno «è punitiva». Al contrario, chi sostiene il no è convinto che proprio chiarendo ai cittadini i contenuti della riforma, li si possa spingere a votare per bocciarla.
L’appuntamento con il voto, che in ogni caso sarà su due giorni, includendo anche il lunedì, avrebbe potuto essere già fissato con il consiglio dei ministri che si è svolto a fine anno, ma una decisione definitiva non è arrivata. Il Cdm del 17 gennaio sarà quello decisivo.
Ed è muro contro muro. Il governo sceglie di procedere nell’interpretazione «stretta» della norma, secondo cui la data va fissata entro sessanta giorni dall’ordinanza con cui la Cassazione ha ammesso le richieste referendarie presentate dai parlamentari (il 18 novembre scorso). «Ci muoviamo nei limiti previsti dalla legge», sottolineano fonti di governo. Di tutt’altro avviso i 15 cittadini che hanno avviato la raccolta firme. «Qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa sulla raccolta firme», spiega il portavoce del comitato, Carlo Guglielmi, «sarebbe un atto in violazione della Costituzione. E come tale lo impugneremo in ogni sede». Il «Comitato dei 15» è pronto a presentare ricorso al Tar e alla Consulta.
Si va allo scontro. La battaglia legale è pronta e si basa su una prassi costituzionalmente orientata secondo la quale, la data del referendum può essere fissata solo al termine dei 90 giorni dati ai cittadini per raccogliere le firme dopo la pubblicazione della legge costituzionale in Gazzetta ufficiale. In questo caso, il 30 gennaio.
A questo punto entra in gioco anche il Colle. Nessuna opposizione da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla firma del decreto di indizione, solo dubbi sulla tempistica e possibili impugnazioni. Dopo la decisione presa nell’ultimo consiglio dei ministri di non forzare sulla data del primo marzo, è lo stesso Nordio a tornare sulla scelta. «Il Quirinale», spiega il guardasigilli, «è sempre il nostro interlocutore più autorevole, soprattutto quando si tratta di argomenti così delicati. Ma in questo caso le nostre considerazioni sono state motivate dalla novità dell’iniziativa di raccolta delle firme». Iniziativa - sottolinea il ministro - «superflua», perché, «il quesito non si può cambiare: è un sì o un no alla riforma, senza possibilità di modifiche. E poiché era stato chiesto proprio da noi, e la Cassazione l’aveva dichiarato ammissibile, non se ne vedeva la ragione».
Ciò fa montare la protesta delle opposizioni. I partiti di Matteo Renzi e Carlo Calenda, Iv e Azione, spaccano lo schieramento e sono favorevoli alla separazione delle carriere, mentre il leader M5s, Giuseppe Conte, nel video di fine anno raccomanda di «dire assolutamente no a questo scempio» e rivolgendosi a Nordio aggiunge: «Nessuna iniziativa di partecipazione dal basso è “superflua” o inutile. Specie quando è su provvedimenti dannosi». Condanna per le parole di Nordio anche dalla responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani: «L’esercizio democratico della raccolta delle firme è per il ministro poco più che un fastidio e la fissazione della data del referendum sembra ormai un fatto più personale che politico e tale da giustificare anche il mancato rispetto delle regole». E come loro abitudine pensano già a una bella piazzata il 10 gennaio.
Il sì è talmente avvantaggiato, per i sondaggi, da consigliare al centrodestra di accorciare i tempi. Per l’opposizione, invece, più tempo vuol dire più possibilità di recupero, forse anche per far eleggere il Csm con il vecchio sistema correntizio che il sorteggio vorrebbe stroncare.
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Giorgia Meloni (Ansa)
A margine dell’incontro, il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Andriy Gnatov, ha reso noto che Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo bilaterale sul futuro sostegno all’esercito ucraino. Nel documento vengono descritte «le modalità di supporto all’Ucraina, alle forze armate, al loro approvvigionamento, alla loro modernizzazione». Nel frattempo, il presidente americano, Donald Trump, ha espresso tutta la sua frustrazione nei confronti dello zar russo: «Non mi entusiasma Putin. Non sono contento. Sta uccidendo troppe persone».
In ogni caso, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo la riunione a Kiev, ha scritto su X: «Il lavoro con i consiglieri continua. Stiamo preparando gli incontri in Europa la prossima settimana» e anche quelli «con gli Stati Uniti». Il prossimo appuntamento, a livello di leader, sarà infatti il 6 gennaio quando è previsto a Parigi il vertice della Coalizione dei Volenterosi. A prendere parte all’incontro sarà anche il presidente del consiglio, Giorgia Meloni.
E in vista del summit di Parigi, Zelensky si è anche sentito telefonicamente con il premier britannico, Keir Starmer, per «discutere i dettagli». Ma non solo: i due hanno anche parlato «della necessità di una giusta decisione riguardo ai proventi congelati derivanti dalla vendita del Chelsea». Si tratta di «2,5 miliardi di sterline che possono e devono contribuire in modo significativo a proteggere le vite umane e sostenere la ripresa dell’Ucraina dopo tutti gli attacchi russi» ha scritto Zelensky su X. Solamente un paio di settimane fa, Starmer ha minacciato l’ex proprietario della squadra di calcio, Roman Abramovich, di ricorrere ad azioni legali qualora l’oligarca russo si rifiuti di donare i proventi della vendita a Kiev. Tornando alla telefonata, una nota di Downing Street ha aggiunto che Zelensky «ha discusso del lavoro in corso per garantire il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina nei giorni successivi al cessate il fuoco».
Oltre alle trattative di pace, il presidente ucraino prosegue con il rimpasto dopo lo scandalo sulla corruzione: ha proposto l’ex primo ministro Denys Shmyhal, che è stato alla guida del ministero della Difesa per meno di sei mesi, come nuovo ministro dell’Energia e primo viceministro. A prendere il posto di Shmyhal al dicastero della Difesa sarà l’ormai ex ministro alla Transizione digitale, Mykhailo Fedorov. Nel motivare quest’ultima decisione, il leader di Kiev ha dichiarato che Fedorov sarà «in grado di attuare cambiamenti nel settore della difesa» visto che è stato già «profondamente impegnato nel lavoro sui droni». Inoltre, Zelensky ha annunciato su X che cambierà i vertici in cinque regioni, ovvero a «Vinnytsia, Dnipro, Poltava, Ternopil e Chernivtsi».
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