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2018-10-01
Sui fondi Unicef i parenti di Renzi perdono le staffe e lanciano sospetti contro i pm
ANSA
L'ultimo articolo della Verità sui soldi delle organizzazioni ai Conticini ha fatto perdere la pazienza ai parenti di Matteo Renzi. In particolare al fratello gemello di suo cognato Andrea (marito di Matilde Renzi). Stiamo parlando di Luca Conticini, trentasettenne ingegnere di Castenaso (Bologna). A innervosirlo è stato un vecchio compagno di scoutismo, il fotografo Angelo Mazzoncini, consigliere comunale d'opposizione nel paesino della Bassa, dove era stato candidato con il Pd, nella stessa lista della sorella di Matteo Renzi, Benedetta. Mazzoncini ieri mattina ha pubblicato sul suo profilo Facebook la nostra prima pagina intitolata «La vera beneficenza dell'Unicef è quella per i parenti dei Renzi». Commento: «La verità viene sempre a galla!». La notizia scatena i suoi amici. Paolo Lendenara domanda: «Però l'Unicef non querela, perché?». In risposta Mazzoncini pubblica la foto di una torta, con una fetta tagliata e aggiunge questa battuta: «A buon intenditore». Eugenio Melotti commenta: «Chi è che ha le altre fette? Chi dà ancora offerte? Se fosse tutto vero l'Unicef sarebbe da denunciare e chi gli dà ancora delle offerte?». Lendenara rincara: «Io non so se è tutto vero, però, nel dubbio e anche per non dare spazio a queste voci l'Unicef deve querelare. Non avendolo fatto, alimenta il dubbio, perde consensi e offerte che io d'ora innanzi mai farò». Melotti gli va dietro: «Penso che 6 milioni abbiano la “coda lunga" e non denunciare il fatto forse nasconde qualche notizia che inficia la cosa. Troppo alta la credibilità di Unicef per sputtanarsi». Uno scambio di opinioni che Luca Conticini deve aver letto con le orecchie fumanti. E allora ha preso il cellulare e ha scritto a Mazzoncini: «Vedo che continui a perseverare nel tuo atteggiamento poco corretto. Potresti pubblicare, invece degli articoli diffamatori, la dichiarazione video fatta dal direttore generale di Unicef dalla quale si capisce molto bene come stanno i fatti e non le illazioni». Il riferimento è alla diretta video realizzata venerdì scorso dal direttore generale dell'Unicef, Paolo Rozera, il quale ha annunciato che il fondo per l'infanzia dell'Onu non denuncerà Alessandro Conticini (il fratello con i rapporti diretti con il fondo dell'Onu), perché non è «sparito nemmeno un centesimo». Salvo poi ripensarci e confessare alla Verità che la partita non è ancora chiusa, perché i dirigenti dell'Unicef non hanno ancora letto le carte spedite dalla Procura di Firenze a New York. E Luca Conticini, nel messaggio a Mazzoncini, sembra avercela proprio con il procuratore aggiunto, Luca Turco, visto che secondo lui nel video di Rozera «si comprende anche il comportamento poco trasparente del pm nonché delle testate giornalistiche alle quali evidentemente ti abbeveri». Il riferimento è probabilmente al passaggio in cui il dg di Unicef ha evidenziato che gli inquirenti non hanno mai chiesto i contratti tra l'Unicef e la Play Therapy Africa di Alessandro Conticini (il fratello maggiore i cui affari hanno fatto scattare l'inchiesta), trascurando, a suo parere, una fonte di prova.
Rozera sembra avere dei dubbi sull'operato dei pm, i quali, in modo a lui poco comprensibile, non si starebbero preoccupando a sufficienza di far recapitare all'Unicef le contestazioni di reato nei confronti dei Conticini, soprattutto perché dalla data di notifica dell'atto si calcoleranno i 90 giorni di tempo entro i quali il fondo dell'Onu dovrà presentare la querela, pena la decadenza delle accuse: «Perché voi giornalisti non insistete per chiedere alla magistratura di muoversi per sapere perché la loro missiva (con la richiesta di querela, ndr) non sia ancora arrivata a New York e per sapere perché non insistano con il ministero degli Esteri per accelerare le procedure diplomatiche», ha domandato Rozera al cronista. E ha soggiunto: «Dovrebbero stare dalla mattina alla sera a fare in modo che questa cosa arrivi alla nostra sede americana». Evidentemente non pensa che gli inquirenti lo stiano facendo.
Questa sindrome da accerchiamento deve aver sfibrato Conticini e perciò ha reso partecipe del suo stato d'animo Mazzoncini: «Sono veramente dispiaciuto del tuo comportamento e spero con tutto il cuore che comprendi l'errore che stai commettendo». Il fotografo aveva già ricevuto un altro «messaggio intimidatorio» da Luca a inizio settembre quando aveva pubblicato su Facebook un post critico nei confronti dei Conticini e dell'Unicef.
Il 19 agosto il consigliere comunale era stato contattato pure da Benedetta Renzi, cognata dei Conticini e loro compaesana, visto che per amore si è trasferita a vivere a Castenaso. «Era incazzata con me», ammette Mazzoncini, colpevole di aver difeso a modo suo i Conticini sul nostro giornale, spargendo dubbi: «Anche se penso che i magistrati non contestino accuse tanto gravi senza validi indizi, spero che i Conticini riusciranno a dimostrare la loro innocenza. Diversamente sarebbe un bello scandalo», dichiarò a chi scrive. Benedetta considerò l'agnosticismo sull'innocenza dei parenti come una lesa maestà. Nello stesso articolo avevamo riportato pure le critiche nei confronti di Matteo Renzi del sindaco Pd, Stefano Sermenghi, nella cui giunta Benedetta era stata assessore. Per questo anche il primo cittadino fu raggiunto da un sms di protesta della sorella dell'ex premier.
Negli stessi giorni, sempre su Facebook, Andrea Conticini, il cognato di Matteo, indagato per riciclaggio, digitò un'aspra denuncia: «Siamo oggetto di una squallida campagna di odio. Mi piacerebbe che le persone intellettualmente oneste perdessero due minuti del loro tempo per leggere la nota dei nostri legali per capire quanto atroce possa essere la diffamazione». E allegò il comunicato degli avvocati che prometteva querele a gogò.
Dopo oltre un mese da quell'annuncio, la pazienza dei Conticini sembra proprio essere finita. E non solo nei confronti dei giornalisti.
Una piazza dem vuota da far paura
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I Conticini, accusati di aver intascato 6,6 milioni di dollari destinati alla beneficenza, intimidiscono via sms chi li contesta pubblicamente. E attaccano i magistrati: «Comportamenti poco trasparenti».La manifestazione del Pd contro il governo è un flop. La carta del terrore sui conti non paga e raduna solo 20.000 persone. Il filosofo Biagio De Giovanni: il partito è «rincoglionito».Lo speciale contiene due articoli.L'ultimo articolo della Verità sui soldi delle organizzazioni ai Conticini ha fatto perdere la pazienza ai parenti di Matteo Renzi. In particolare al fratello gemello di suo cognato Andrea (marito di Matilde Renzi). Stiamo parlando di Luca Conticini, trentasettenne ingegnere di Castenaso (Bologna). A innervosirlo è stato un vecchio compagno di scoutismo, il fotografo Angelo Mazzoncini, consigliere comunale d'opposizione nel paesino della Bassa, dove era stato candidato con il Pd, nella stessa lista della sorella di Matteo Renzi, Benedetta. Mazzoncini ieri mattina ha pubblicato sul suo profilo Facebook la nostra prima pagina intitolata «La vera beneficenza dell'Unicef è quella per i parenti dei Renzi». Commento: «La verità viene sempre a galla!». La notizia scatena i suoi amici. Paolo Lendenara domanda: «Però l'Unicef non querela, perché?». In risposta Mazzoncini pubblica la foto di una torta, con una fetta tagliata e aggiunge questa battuta: «A buon intenditore». Eugenio Melotti commenta: «Chi è che ha le altre fette? Chi dà ancora offerte? Se fosse tutto vero l'Unicef sarebbe da denunciare e chi gli dà ancora delle offerte?». Lendenara rincara: «Io non so se è tutto vero, però, nel dubbio e anche per non dare spazio a queste voci l'Unicef deve querelare. Non avendolo fatto, alimenta il dubbio, perde consensi e offerte che io d'ora innanzi mai farò». Melotti gli va dietro: «Penso che 6 milioni abbiano la “coda lunga" e non denunciare il fatto forse nasconde qualche notizia che inficia la cosa. Troppo alta la credibilità di Unicef per sputtanarsi». Uno scambio di opinioni che Luca Conticini deve aver letto con le orecchie fumanti. E allora ha preso il cellulare e ha scritto a Mazzoncini: «Vedo che continui a perseverare nel tuo atteggiamento poco corretto. Potresti pubblicare, invece degli articoli diffamatori, la dichiarazione video fatta dal direttore generale di Unicef dalla quale si capisce molto bene come stanno i fatti e non le illazioni». Il riferimento è alla diretta video realizzata venerdì scorso dal direttore generale dell'Unicef, Paolo Rozera, il quale ha annunciato che il fondo per l'infanzia dell'Onu non denuncerà Alessandro Conticini (il fratello con i rapporti diretti con il fondo dell'Onu), perché non è «sparito nemmeno un centesimo». Salvo poi ripensarci e confessare alla Verità che la partita non è ancora chiusa, perché i dirigenti dell'Unicef non hanno ancora letto le carte spedite dalla Procura di Firenze a New York. E Luca Conticini, nel messaggio a Mazzoncini, sembra avercela proprio con il procuratore aggiunto, Luca Turco, visto che secondo lui nel video di Rozera «si comprende anche il comportamento poco trasparente del pm nonché delle testate giornalistiche alle quali evidentemente ti abbeveri». Il riferimento è probabilmente al passaggio in cui il dg di Unicef ha evidenziato che gli inquirenti non hanno mai chiesto i contratti tra l'Unicef e la Play Therapy Africa di Alessandro Conticini (il fratello maggiore i cui affari hanno fatto scattare l'inchiesta), trascurando, a suo parere, una fonte di prova.Rozera sembra avere dei dubbi sull'operato dei pm, i quali, in modo a lui poco comprensibile, non si starebbero preoccupando a sufficienza di far recapitare all'Unicef le contestazioni di reato nei confronti dei Conticini, soprattutto perché dalla data di notifica dell'atto si calcoleranno i 90 giorni di tempo entro i quali il fondo dell'Onu dovrà presentare la querela, pena la decadenza delle accuse: «Perché voi giornalisti non insistete per chiedere alla magistratura di muoversi per sapere perché la loro missiva (con la richiesta di querela, ndr) non sia ancora arrivata a New York e per sapere perché non insistano con il ministero degli Esteri per accelerare le procedure diplomatiche», ha domandato Rozera al cronista. E ha soggiunto: «Dovrebbero stare dalla mattina alla sera a fare in modo che questa cosa arrivi alla nostra sede americana». Evidentemente non pensa che gli inquirenti lo stiano facendo.Questa sindrome da accerchiamento deve aver sfibrato Conticini e perciò ha reso partecipe del suo stato d'animo Mazzoncini: «Sono veramente dispiaciuto del tuo comportamento e spero con tutto il cuore che comprendi l'errore che stai commettendo». Il fotografo aveva già ricevuto un altro «messaggio intimidatorio» da Luca a inizio settembre quando aveva pubblicato su Facebook un post critico nei confronti dei Conticini e dell'Unicef.Il 19 agosto il consigliere comunale era stato contattato pure da Benedetta Renzi, cognata dei Conticini e loro compaesana, visto che per amore si è trasferita a vivere a Castenaso. «Era incazzata con me», ammette Mazzoncini, colpevole di aver difeso a modo suo i Conticini sul nostro giornale, spargendo dubbi: «Anche se penso che i magistrati non contestino accuse tanto gravi senza validi indizi, spero che i Conticini riusciranno a dimostrare la loro innocenza. Diversamente sarebbe un bello scandalo», dichiarò a chi scrive. Benedetta considerò l'agnosticismo sull'innocenza dei parenti come una lesa maestà. Nello stesso articolo avevamo riportato pure le critiche nei confronti di Matteo Renzi del sindaco Pd, Stefano Sermenghi, nella cui giunta Benedetta era stata assessore. Per questo anche il primo cittadino fu raggiunto da un sms di protesta della sorella dell'ex premier.Negli stessi giorni, sempre su Facebook, Andrea Conticini, il cognato di Matteo, indagato per riciclaggio, digitò un'aspra denuncia: «Siamo oggetto di una squallida campagna di odio. Mi piacerebbe che le persone intellettualmente oneste perdessero due minuti del loro tempo per leggere la nota dei nostri legali per capire quanto atroce possa essere la diffamazione». E allegò il comunicato degli avvocati che prometteva querele a gogò.Dopo oltre un mese da quell'annuncio, la pazienza dei Conticini sembra proprio essere finita. E non solo nei confronti dei giornalisti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-parenti-di-renzi-perdono-le-staffe-e-lanciano-sospetti-contro-i-pm-2609066745.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-piazza-dem-vuota-da-far-paura" data-post-id="2609066745" data-published-at="1776012751" data-use-pagination="False"> Una piazza dem vuota da far paura Gli ultimi chiodi sulla bara del Pd li ha imbullonati - con elegante, ma feroce sarcasmo -il filosofo Biagio De Giovanni. Parlando del partito in un'intervista a Repubblica, De Giovanni ha enumerato le tre fasi del «rincoglionimento» (ha detto proprio così). Prima fase: te ne accorgi solo tu. Seconda fase: te ne accorgi tu, ma se ne accorgono pure gli altri. Terza fase: se ne accorgono solo gli altri. E ha concluso che il Pd è inevitabilmente entrato nella terza fase. Sulla scia di questo incoraggiamento, recapitato ieri mattina, sono partiti all'alba da mezza Italia i 200 pullman e i sei treni organizzati dal Pd per trasportare i poveri malcapitati precettati per la manifestazione di Roma. Manifestanti più «spintanei» che spontanei, insomma: buttati giù dal letto dal funzionario del partito (nei casi più sfigati, direttamente dal deputato del collegio), messi a forza sul torpedone mentre erano ancora nel dormiveglia, forse sfamati in qualche autogrill, dopo l'inevitabile sosta per le esigenze fisiologiche, costretti sadicamente al selfie (per documentare la presenza) con gli occhi cisposi e intontiti, e finalmente scaricati a Roma, dove li attendevano (che botta di fortuna!) il barbuto Matteo Orfini e lo spaurito Maurizio Martina per indirizzarli a piazza del Popolo. Più tardi, alla fine della mesta cerimonia, stessa trafila a percorso inverso. Una domenica bestiale, poveri cristi. A proposito: quant'è costato questo scherzetto? Sarebbe interessante che il Pd rendesse noti i conti di pullman, treni, palco, allestimenti. Le presenze, intanto. Considerate che si partiva da almeno 12.000 persone trasportate. Ma in totale, in piazza, non ci saranno state più di 20.000 persone. Naturalmente gli organizzatori (di tutti i partiti e di tutte le piazze) sono sempre specializzati nel raccontare balle sui numeri, e ieri il Pd ha avuto il coraggio di annunciare 50.000 presenti. Ma voi avete tre vaccini potentissimi per difendervi dalle fake news: la matematica, la geometria, la fisica. Piazza del Popolo ha una superficie di 16.000-17.000 metri quadri: anche immaginando (stipate come sardine) tre persone a metro quadro, la capienza è di circa 50.000 prigionieri. Attenzione però: se considerate la posizione furbescamente avanzatissima di un palco enorme (buono per il ritorno dei Pink Floyd, altro che Martina), più un fittissimo reticolato di transenne per stringere la piazza, più le enormi impalcature per gli operatori tv, più uno schieramento di gazebo nell'altra metà della piazza, nonostante tutto questo restavano alcuni ben visibili spazi vuoti. Al massimo - ripetiamo - ci saranno state 20.000 anime, riprese sapientemente dalle telecamere stringendo l'inquadratura per creare l'effetto folla. Il fondale del palco recitava «Per l'Italia che non ha paura». C'erano tempi in cui le opposizioni andavano in piazza per fare paura ai governi: qui è il contrario, hanno manifestato per farsi un po' di coraggio tra loro. Ovunque, sventolio di bandiere del Pd e dell'Ue: bandiere tricolori, invece, quasi desaparecide. E abbiamo detto tutto. La sequenza degli interventi è stata uno scontatissimo tentativo di dare voce alla mitica società civile: tra gli altri, la giovane democratica per le «periferie partecipate» (che non ha voluto dare nome e cognome perché «rappresenta un collettivo»), il giovane democratico di origine camerunense (che fa sapere subito di essere «antifascista»), la professoressa (tatuatissima e con intervento in romanesco) di Tor Bella Monaca, fino alle «battute» di Paolo Hendel (testuale: «Se spari a un cinghiale, qualcuno si indigna, se spari a un immigrato no»). La sensazione è stata quella di un espediente per tenere alla larga dal microfono Renzi, la Boschi e tutto il Giglio Tragico. Ma sarebbe stato politicamente più onesto organizzare un'altra scaletta: Benetton, Autostrade, Mps, Banca Etruria, e così via. Poi, il gran finale. Con la sua consueta verve spettrale, sale sul palco Martina, che del partito sarebbe il segretario, ma è passato in pochi mesi da barelliere a impresario di pompe funebri: qui lo abbiamo sempre affettuosamente chiamato Undertaker (in romanesco: cassamortaro). Martina urla come un forsennato, forse per tirarsi su, gli va anche via la voce: nell'entusiasmo (si fa per dire) si perde pure i fogli con gli appunti. Lunga pappardella contro «la rabbia e la paura», battute ultradeboli («ad altri piacciono i balconi, a noi la piazza»), polemichette prevedibili contro «ministri incendiari», il «condono per gli evasori», la manovra che è «una truffa contro il popolo». E poi la flebile autocertificazione: «Siamo fondamentali». Insomma, un mezzo funerale. Ma almeno nei funerali ci si abbraccia: i parenti del defunto, se proprio non si vogliono bene, per qualche ora fanno finta di volersene. Qui, neanche questo. Un odio da tagliare con il coltello. Da una parte, Nicola Zingaretti, per ora unico candidato alla segreteria. Dall'altra, Renzi, che non vuole trovare un candidato da contrapporgli perché in realtà pensa solo a sé stesso: non per il congresso ma per le europee di maggio, per poi sgambettare il segretario che nel frattempo sarà stato eletto. Da un'altra parte ancora, Calenda, che alla vigilia della manifestazione aveva sobriamente comunicato che sarebbe andato non «per il Pd», ma «con il Pd»: insomma, il suo ego extralarge come una specie di repubblica indipendente. È stata opportuna - quindi - una folta presenza delle forze dell'ordine, per evitare che, mentre saliva il coro «unità, unità», i dirigenti si picchiassero selvaggiamente tra loro. Capite bene, con questi chiari di luna, che Salvini e grillini non hanno granché da temere. E non è una gran notizia per la democrazia italiana, che avrebbe maledettamente bisogno di un'opposizione seria.
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Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
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Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
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Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
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