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2018-10-01
Sui fondi Unicef i parenti di Renzi perdono le staffe e lanciano sospetti contro i pm
ANSA
L'ultimo articolo della Verità sui soldi delle organizzazioni ai Conticini ha fatto perdere la pazienza ai parenti di Matteo Renzi. In particolare al fratello gemello di suo cognato Andrea (marito di Matilde Renzi). Stiamo parlando di Luca Conticini, trentasettenne ingegnere di Castenaso (Bologna). A innervosirlo è stato un vecchio compagno di scoutismo, il fotografo Angelo Mazzoncini, consigliere comunale d'opposizione nel paesino della Bassa, dove era stato candidato con il Pd, nella stessa lista della sorella di Matteo Renzi, Benedetta. Mazzoncini ieri mattina ha pubblicato sul suo profilo Facebook la nostra prima pagina intitolata «La vera beneficenza dell'Unicef è quella per i parenti dei Renzi». Commento: «La verità viene sempre a galla!». La notizia scatena i suoi amici. Paolo Lendenara domanda: «Però l'Unicef non querela, perché?». In risposta Mazzoncini pubblica la foto di una torta, con una fetta tagliata e aggiunge questa battuta: «A buon intenditore». Eugenio Melotti commenta: «Chi è che ha le altre fette? Chi dà ancora offerte? Se fosse tutto vero l'Unicef sarebbe da denunciare e chi gli dà ancora delle offerte?». Lendenara rincara: «Io non so se è tutto vero, però, nel dubbio e anche per non dare spazio a queste voci l'Unicef deve querelare. Non avendolo fatto, alimenta il dubbio, perde consensi e offerte che io d'ora innanzi mai farò». Melotti gli va dietro: «Penso che 6 milioni abbiano la “coda lunga" e non denunciare il fatto forse nasconde qualche notizia che inficia la cosa. Troppo alta la credibilità di Unicef per sputtanarsi». Uno scambio di opinioni che Luca Conticini deve aver letto con le orecchie fumanti. E allora ha preso il cellulare e ha scritto a Mazzoncini: «Vedo che continui a perseverare nel tuo atteggiamento poco corretto. Potresti pubblicare, invece degli articoli diffamatori, la dichiarazione video fatta dal direttore generale di Unicef dalla quale si capisce molto bene come stanno i fatti e non le illazioni». Il riferimento è alla diretta video realizzata venerdì scorso dal direttore generale dell'Unicef, Paolo Rozera, il quale ha annunciato che il fondo per l'infanzia dell'Onu non denuncerà Alessandro Conticini (il fratello con i rapporti diretti con il fondo dell'Onu), perché non è «sparito nemmeno un centesimo». Salvo poi ripensarci e confessare alla Verità che la partita non è ancora chiusa, perché i dirigenti dell'Unicef non hanno ancora letto le carte spedite dalla Procura di Firenze a New York. E Luca Conticini, nel messaggio a Mazzoncini, sembra avercela proprio con il procuratore aggiunto, Luca Turco, visto che secondo lui nel video di Rozera «si comprende anche il comportamento poco trasparente del pm nonché delle testate giornalistiche alle quali evidentemente ti abbeveri». Il riferimento è probabilmente al passaggio in cui il dg di Unicef ha evidenziato che gli inquirenti non hanno mai chiesto i contratti tra l'Unicef e la Play Therapy Africa di Alessandro Conticini (il fratello maggiore i cui affari hanno fatto scattare l'inchiesta), trascurando, a suo parere, una fonte di prova.
Rozera sembra avere dei dubbi sull'operato dei pm, i quali, in modo a lui poco comprensibile, non si starebbero preoccupando a sufficienza di far recapitare all'Unicef le contestazioni di reato nei confronti dei Conticini, soprattutto perché dalla data di notifica dell'atto si calcoleranno i 90 giorni di tempo entro i quali il fondo dell'Onu dovrà presentare la querela, pena la decadenza delle accuse: «Perché voi giornalisti non insistete per chiedere alla magistratura di muoversi per sapere perché la loro missiva (con la richiesta di querela, ndr) non sia ancora arrivata a New York e per sapere perché non insistano con il ministero degli Esteri per accelerare le procedure diplomatiche», ha domandato Rozera al cronista. E ha soggiunto: «Dovrebbero stare dalla mattina alla sera a fare in modo che questa cosa arrivi alla nostra sede americana». Evidentemente non pensa che gli inquirenti lo stiano facendo.
Questa sindrome da accerchiamento deve aver sfibrato Conticini e perciò ha reso partecipe del suo stato d'animo Mazzoncini: «Sono veramente dispiaciuto del tuo comportamento e spero con tutto il cuore che comprendi l'errore che stai commettendo». Il fotografo aveva già ricevuto un altro «messaggio intimidatorio» da Luca a inizio settembre quando aveva pubblicato su Facebook un post critico nei confronti dei Conticini e dell'Unicef.
Il 19 agosto il consigliere comunale era stato contattato pure da Benedetta Renzi, cognata dei Conticini e loro compaesana, visto che per amore si è trasferita a vivere a Castenaso. «Era incazzata con me», ammette Mazzoncini, colpevole di aver difeso a modo suo i Conticini sul nostro giornale, spargendo dubbi: «Anche se penso che i magistrati non contestino accuse tanto gravi senza validi indizi, spero che i Conticini riusciranno a dimostrare la loro innocenza. Diversamente sarebbe un bello scandalo», dichiarò a chi scrive. Benedetta considerò l'agnosticismo sull'innocenza dei parenti come una lesa maestà. Nello stesso articolo avevamo riportato pure le critiche nei confronti di Matteo Renzi del sindaco Pd, Stefano Sermenghi, nella cui giunta Benedetta era stata assessore. Per questo anche il primo cittadino fu raggiunto da un sms di protesta della sorella dell'ex premier.
Negli stessi giorni, sempre su Facebook, Andrea Conticini, il cognato di Matteo, indagato per riciclaggio, digitò un'aspra denuncia: «Siamo oggetto di una squallida campagna di odio. Mi piacerebbe che le persone intellettualmente oneste perdessero due minuti del loro tempo per leggere la nota dei nostri legali per capire quanto atroce possa essere la diffamazione». E allegò il comunicato degli avvocati che prometteva querele a gogò.
Dopo oltre un mese da quell'annuncio, la pazienza dei Conticini sembra proprio essere finita. E non solo nei confronti dei giornalisti.
Una piazza dem vuota da far paura
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I Conticini, accusati di aver intascato 6,6 milioni di dollari destinati alla beneficenza, intimidiscono via sms chi li contesta pubblicamente. E attaccano i magistrati: «Comportamenti poco trasparenti».La manifestazione del Pd contro il governo è un flop. La carta del terrore sui conti non paga e raduna solo 20.000 persone. Il filosofo Biagio De Giovanni: il partito è «rincoglionito».Lo speciale contiene due articoli.L'ultimo articolo della Verità sui soldi delle organizzazioni ai Conticini ha fatto perdere la pazienza ai parenti di Matteo Renzi. In particolare al fratello gemello di suo cognato Andrea (marito di Matilde Renzi). Stiamo parlando di Luca Conticini, trentasettenne ingegnere di Castenaso (Bologna). A innervosirlo è stato un vecchio compagno di scoutismo, il fotografo Angelo Mazzoncini, consigliere comunale d'opposizione nel paesino della Bassa, dove era stato candidato con il Pd, nella stessa lista della sorella di Matteo Renzi, Benedetta. Mazzoncini ieri mattina ha pubblicato sul suo profilo Facebook la nostra prima pagina intitolata «La vera beneficenza dell'Unicef è quella per i parenti dei Renzi». Commento: «La verità viene sempre a galla!». La notizia scatena i suoi amici. Paolo Lendenara domanda: «Però l'Unicef non querela, perché?». In risposta Mazzoncini pubblica la foto di una torta, con una fetta tagliata e aggiunge questa battuta: «A buon intenditore». Eugenio Melotti commenta: «Chi è che ha le altre fette? Chi dà ancora offerte? Se fosse tutto vero l'Unicef sarebbe da denunciare e chi gli dà ancora delle offerte?». Lendenara rincara: «Io non so se è tutto vero, però, nel dubbio e anche per non dare spazio a queste voci l'Unicef deve querelare. Non avendolo fatto, alimenta il dubbio, perde consensi e offerte che io d'ora innanzi mai farò». Melotti gli va dietro: «Penso che 6 milioni abbiano la “coda lunga" e non denunciare il fatto forse nasconde qualche notizia che inficia la cosa. Troppo alta la credibilità di Unicef per sputtanarsi». Uno scambio di opinioni che Luca Conticini deve aver letto con le orecchie fumanti. E allora ha preso il cellulare e ha scritto a Mazzoncini: «Vedo che continui a perseverare nel tuo atteggiamento poco corretto. Potresti pubblicare, invece degli articoli diffamatori, la dichiarazione video fatta dal direttore generale di Unicef dalla quale si capisce molto bene come stanno i fatti e non le illazioni». Il riferimento è alla diretta video realizzata venerdì scorso dal direttore generale dell'Unicef, Paolo Rozera, il quale ha annunciato che il fondo per l'infanzia dell'Onu non denuncerà Alessandro Conticini (il fratello con i rapporti diretti con il fondo dell'Onu), perché non è «sparito nemmeno un centesimo». Salvo poi ripensarci e confessare alla Verità che la partita non è ancora chiusa, perché i dirigenti dell'Unicef non hanno ancora letto le carte spedite dalla Procura di Firenze a New York. E Luca Conticini, nel messaggio a Mazzoncini, sembra avercela proprio con il procuratore aggiunto, Luca Turco, visto che secondo lui nel video di Rozera «si comprende anche il comportamento poco trasparente del pm nonché delle testate giornalistiche alle quali evidentemente ti abbeveri». Il riferimento è probabilmente al passaggio in cui il dg di Unicef ha evidenziato che gli inquirenti non hanno mai chiesto i contratti tra l'Unicef e la Play Therapy Africa di Alessandro Conticini (il fratello maggiore i cui affari hanno fatto scattare l'inchiesta), trascurando, a suo parere, una fonte di prova.Rozera sembra avere dei dubbi sull'operato dei pm, i quali, in modo a lui poco comprensibile, non si starebbero preoccupando a sufficienza di far recapitare all'Unicef le contestazioni di reato nei confronti dei Conticini, soprattutto perché dalla data di notifica dell'atto si calcoleranno i 90 giorni di tempo entro i quali il fondo dell'Onu dovrà presentare la querela, pena la decadenza delle accuse: «Perché voi giornalisti non insistete per chiedere alla magistratura di muoversi per sapere perché la loro missiva (con la richiesta di querela, ndr) non sia ancora arrivata a New York e per sapere perché non insistano con il ministero degli Esteri per accelerare le procedure diplomatiche», ha domandato Rozera al cronista. E ha soggiunto: «Dovrebbero stare dalla mattina alla sera a fare in modo che questa cosa arrivi alla nostra sede americana». Evidentemente non pensa che gli inquirenti lo stiano facendo.Questa sindrome da accerchiamento deve aver sfibrato Conticini e perciò ha reso partecipe del suo stato d'animo Mazzoncini: «Sono veramente dispiaciuto del tuo comportamento e spero con tutto il cuore che comprendi l'errore che stai commettendo». Il fotografo aveva già ricevuto un altro «messaggio intimidatorio» da Luca a inizio settembre quando aveva pubblicato su Facebook un post critico nei confronti dei Conticini e dell'Unicef.Il 19 agosto il consigliere comunale era stato contattato pure da Benedetta Renzi, cognata dei Conticini e loro compaesana, visto che per amore si è trasferita a vivere a Castenaso. «Era incazzata con me», ammette Mazzoncini, colpevole di aver difeso a modo suo i Conticini sul nostro giornale, spargendo dubbi: «Anche se penso che i magistrati non contestino accuse tanto gravi senza validi indizi, spero che i Conticini riusciranno a dimostrare la loro innocenza. Diversamente sarebbe un bello scandalo», dichiarò a chi scrive. Benedetta considerò l'agnosticismo sull'innocenza dei parenti come una lesa maestà. Nello stesso articolo avevamo riportato pure le critiche nei confronti di Matteo Renzi del sindaco Pd, Stefano Sermenghi, nella cui giunta Benedetta era stata assessore. Per questo anche il primo cittadino fu raggiunto da un sms di protesta della sorella dell'ex premier.Negli stessi giorni, sempre su Facebook, Andrea Conticini, il cognato di Matteo, indagato per riciclaggio, digitò un'aspra denuncia: «Siamo oggetto di una squallida campagna di odio. Mi piacerebbe che le persone intellettualmente oneste perdessero due minuti del loro tempo per leggere la nota dei nostri legali per capire quanto atroce possa essere la diffamazione». E allegò il comunicato degli avvocati che prometteva querele a gogò.Dopo oltre un mese da quell'annuncio, la pazienza dei Conticini sembra proprio essere finita. E non solo nei confronti dei giornalisti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-parenti-di-renzi-perdono-le-staffe-e-lanciano-sospetti-contro-i-pm-2609066745.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-piazza-dem-vuota-da-far-paura" data-post-id="2609066745" data-published-at="1767505672" data-use-pagination="False"> Una piazza dem vuota da far paura Gli ultimi chiodi sulla bara del Pd li ha imbullonati - con elegante, ma feroce sarcasmo -il filosofo Biagio De Giovanni. Parlando del partito in un'intervista a Repubblica, De Giovanni ha enumerato le tre fasi del «rincoglionimento» (ha detto proprio così). Prima fase: te ne accorgi solo tu. Seconda fase: te ne accorgi tu, ma se ne accorgono pure gli altri. Terza fase: se ne accorgono solo gli altri. E ha concluso che il Pd è inevitabilmente entrato nella terza fase. Sulla scia di questo incoraggiamento, recapitato ieri mattina, sono partiti all'alba da mezza Italia i 200 pullman e i sei treni organizzati dal Pd per trasportare i poveri malcapitati precettati per la manifestazione di Roma. Manifestanti più «spintanei» che spontanei, insomma: buttati giù dal letto dal funzionario del partito (nei casi più sfigati, direttamente dal deputato del collegio), messi a forza sul torpedone mentre erano ancora nel dormiveglia, forse sfamati in qualche autogrill, dopo l'inevitabile sosta per le esigenze fisiologiche, costretti sadicamente al selfie (per documentare la presenza) con gli occhi cisposi e intontiti, e finalmente scaricati a Roma, dove li attendevano (che botta di fortuna!) il barbuto Matteo Orfini e lo spaurito Maurizio Martina per indirizzarli a piazza del Popolo. Più tardi, alla fine della mesta cerimonia, stessa trafila a percorso inverso. Una domenica bestiale, poveri cristi. A proposito: quant'è costato questo scherzetto? Sarebbe interessante che il Pd rendesse noti i conti di pullman, treni, palco, allestimenti. Le presenze, intanto. Considerate che si partiva da almeno 12.000 persone trasportate. Ma in totale, in piazza, non ci saranno state più di 20.000 persone. Naturalmente gli organizzatori (di tutti i partiti e di tutte le piazze) sono sempre specializzati nel raccontare balle sui numeri, e ieri il Pd ha avuto il coraggio di annunciare 50.000 presenti. Ma voi avete tre vaccini potentissimi per difendervi dalle fake news: la matematica, la geometria, la fisica. Piazza del Popolo ha una superficie di 16.000-17.000 metri quadri: anche immaginando (stipate come sardine) tre persone a metro quadro, la capienza è di circa 50.000 prigionieri. Attenzione però: se considerate la posizione furbescamente avanzatissima di un palco enorme (buono per il ritorno dei Pink Floyd, altro che Martina), più un fittissimo reticolato di transenne per stringere la piazza, più le enormi impalcature per gli operatori tv, più uno schieramento di gazebo nell'altra metà della piazza, nonostante tutto questo restavano alcuni ben visibili spazi vuoti. Al massimo - ripetiamo - ci saranno state 20.000 anime, riprese sapientemente dalle telecamere stringendo l'inquadratura per creare l'effetto folla. Il fondale del palco recitava «Per l'Italia che non ha paura». C'erano tempi in cui le opposizioni andavano in piazza per fare paura ai governi: qui è il contrario, hanno manifestato per farsi un po' di coraggio tra loro. Ovunque, sventolio di bandiere del Pd e dell'Ue: bandiere tricolori, invece, quasi desaparecide. E abbiamo detto tutto. La sequenza degli interventi è stata uno scontatissimo tentativo di dare voce alla mitica società civile: tra gli altri, la giovane democratica per le «periferie partecipate» (che non ha voluto dare nome e cognome perché «rappresenta un collettivo»), il giovane democratico di origine camerunense (che fa sapere subito di essere «antifascista»), la professoressa (tatuatissima e con intervento in romanesco) di Tor Bella Monaca, fino alle «battute» di Paolo Hendel (testuale: «Se spari a un cinghiale, qualcuno si indigna, se spari a un immigrato no»). La sensazione è stata quella di un espediente per tenere alla larga dal microfono Renzi, la Boschi e tutto il Giglio Tragico. Ma sarebbe stato politicamente più onesto organizzare un'altra scaletta: Benetton, Autostrade, Mps, Banca Etruria, e così via. Poi, il gran finale. Con la sua consueta verve spettrale, sale sul palco Martina, che del partito sarebbe il segretario, ma è passato in pochi mesi da barelliere a impresario di pompe funebri: qui lo abbiamo sempre affettuosamente chiamato Undertaker (in romanesco: cassamortaro). Martina urla come un forsennato, forse per tirarsi su, gli va anche via la voce: nell'entusiasmo (si fa per dire) si perde pure i fogli con gli appunti. Lunga pappardella contro «la rabbia e la paura», battute ultradeboli («ad altri piacciono i balconi, a noi la piazza»), polemichette prevedibili contro «ministri incendiari», il «condono per gli evasori», la manovra che è «una truffa contro il popolo». E poi la flebile autocertificazione: «Siamo fondamentali». Insomma, un mezzo funerale. Ma almeno nei funerali ci si abbraccia: i parenti del defunto, se proprio non si vogliono bene, per qualche ora fanno finta di volersene. Qui, neanche questo. Un odio da tagliare con il coltello. Da una parte, Nicola Zingaretti, per ora unico candidato alla segreteria. Dall'altra, Renzi, che non vuole trovare un candidato da contrapporgli perché in realtà pensa solo a sé stesso: non per il congresso ma per le europee di maggio, per poi sgambettare il segretario che nel frattempo sarà stato eletto. Da un'altra parte ancora, Calenda, che alla vigilia della manifestazione aveva sobriamente comunicato che sarebbe andato non «per il Pd», ma «con il Pd»: insomma, il suo ego extralarge come una specie di repubblica indipendente. È stata opportuna - quindi - una folta presenza delle forze dell'ordine, per evitare che, mentre saliva il coro «unità, unità», i dirigenti si picchiassero selvaggiamente tra loro. Capite bene, con questi chiari di luna, che Salvini e grillini non hanno granché da temere. E non è una gran notizia per la democrazia italiana, che avrebbe maledettamente bisogno di un'opposizione seria.
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Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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Barbara Fabbroni (Getty Images)
Ne parliamo con Barbara Fabbroni, criminologa e scrittrice, che ci offre una prospettiva unica sull’intersezione tra moda, crimine sociale e cultura contemporanea e come questo possa incidere sull’evoluzione del nostro modo di vestire, pensare e, soprattutto, resistere.
C’è sempre un maggiore interesse per i temi sociali nella moda, in particolare per quelli legati alla violenza di genere e alle disuguaglianze. Come vede questa evoluzione?
«Come una reazione necessaria, quasi inevitabile, prima ancora che come una scelta estetica. La moda, storicamente, è sempre stata uno specchio del tempo, ma oggi quello specchio si è incrinato. Non riflette più solo desideri o status, riflette fratture sociali, ferite collettive, urgenze non risolte. Quando la violenza di genere e le disuguaglianze entrano nelle collezioni, non è perché “fanno tendenza” ma perché non possono più essere ignorate. È un tentativo di rendere visibile ciò che per troppo tempo è rimasto sommerso, normalizzato, silenziato. Il rischio, semmai - ed è un rischio reale - è che questa visibilità resti superficiale. Ma il movimento, in sé, è già un segnale di consapevolezza sociale».
Come pensa che la moda stia trasformando il concetto di «empowerment femminile»? In che modo le collezioni stanno affrontando la violenza di genere e le disuguaglianze in modo diverso rispetto al passato?
«L’empowerment femminile, oggi, non passa più solo dall’immagine della donna forte, invincibile. Sta emergendo un concetto più maturo: il potere come possibilità di essere complesse, non perfette. Io amo dire che “la perfezione sta sempre nell’imperfezione di ciascuna individualità”. Le collezioni più interessanti non celebrano più un femminile idealizzato, ma raccontano corpi reali, storie ferite. È una rottura rispetto al passato, dove la moda parlava sulle donne; oggi, quando funziona davvero, parla con le donne. Anche la violenza di genere non viene più trattata come choc visivo, ma come processo culturale, come sistema che va decostruito, non semplicemente denunciato».
Molti brand e designer stanno utilizzando la moda come strumento per trasmettere messaggi sociali. Qual è il ruolo della moda come linguaggio anche di protesta?
«La moda è un linguaggio silenzioso ma, proprio per questo, potentissimo. Non argomenta: mostra. Non convince: disturba. In una società sempre più polarizzata, la moda può diventare uno spazio di resistenza simbolica, perché agisce sull’immaginario, non sull’ideologia. Un abito può essere un manifesto ma anche e, forse, soprattutto una domanda aperta. Il suo ruolo più importante non è schierarsi, ma rompere la neutralità apparente, che spesso è la forma più subdola di complicità. La moda, quando è autentica, non pacifica: mette a disagio, costringe a guardare».
C’è un legame tra l’evoluzione estetica della moda e l’analisi criminologica dei crimini sociali?
«Sì e credo sia un legame profondo. La criminologia studia le dinamiche invisibili: potere, controllo, esclusione, normalizzazione della violenza. La moda, spesso senza rendersene conto, mette in scena gli stessi meccanismi: chi è visibile, chi è escluso, quali corpi sono legittimi e quali restano marginalizzati. Nell’incrocio tra questi ambiti, vedo una possibilità importante: usare l’estetica non per occultare il conflitto, ma per renderlo leggibile. La moda può diventare una mappa emotiva dei crimini sociali, se accetta di non essere rassicurante».
Come pensa che i giovani stiano interpretando questi messaggi? C’è una relazione tra il modo in cui si vestono e come percepiscono il mondo che li circonda?
«I giovani usano il corpo come spazio di incontro, spesso più consapevolmente degli adulti. Il modo in cui si vestono è una forma di posizionamento nel mondo: identitario, relazionale, valoriale, esistenziale. Non è solo stile. È presa di parola, è comunicazione di sé all’altro e al mondo. Attraverso l’abbigliamento esprimono conflitto, rifiuto, ricerca di senso, possibilità. È un linguaggio immediato, ma tutt’altro che superficiale. Spesso racconta proprio quello spazio che non trovano altrove e che, allora, cercano di costruire. Ignorarlo significa non ascoltare una generazione che sta cercando nuovi codici per interpretare una realtà complessa come quella che stiamo vivendo».
Quali sfide ritiene che la moda debba affrontare per essere davvero un catalizzatore di cambiamento sociale?
«La sfida principale è non fermarsi all’immagine. Il rischio più grande è la neutralizzazione del messaggio: trasformare il pensiero del cambiamento in stile, l’empowerment in branding, il dolore in trend. Per evitarlo servono coerenza, continuità, responsabilità. La moda può essere catalizzatore di cambiamento solo se accetta di lasciare andare qualcosa. E non è poco: consenso, comodità, neutralità. Il cambiamento non è mai esteticamente semplice. E, forse, è proprio lì che la moda deve avere il coraggio di stare».
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Al levar del sole, si faceva accompagnare dalla sua borsa blu (conservata, poi, come una sorta di reliquia per anni) che, con pochi chili di acquisto, gli permetteva di gestire la cucina. Nel contempo, con l’amico macellaio Emilio Hen andava «a studiare» le cucine dei locali che allora, nel territorio, risultavano tra i più rinomati. «Davo un’occhiata per imparare a copiare qualche piatto, era una sorta di spionaggio industriale», diceva. A trovare la quadra gli viene in aiuto, nel suo pellegrinaggio mattutino al mercato del pesce mestrino, il signor Galvani, che ne intuisce le potenzialità. «Dia un’occhiata a quello che mangia la gente qui per strada». In primis i folpetti caldi ripescati al momento dal pentolone in bella vista. Da lì l’intuizione conseguente.
All’entrata del suo locale ecco un carrello tentatore con il meglio dei cicheti (i piccoli assaggi di street food locale) della tradizione, a iniziare da quelli freddi: gamberi, uova di seppia, alici marinate. Il passaggio conseguente a tavola, con quelli caldi in arrivo dalla cucina, dagli immancabili folpetti ai peoci (le cozze) e molto altro. Su queste basi, sior Dino ottimizza la sua filosofia, ovvero quella di conservare e valorizzare il passato, in una Venezia patrimonio secolare, con uno sguardo continuamente rivolto al futuro ma sempre rimanendo nel solco della tradizione, di un territorio con molte storie da offrire, se non da riscoprire, in un tempo in cui, con il boom economico, anche la cucina seguiva nuove mode, a prevalenza transalpina ma un po’ «senz’anima», ovvero proponibili un po’ ovunque. Su queste basi trovare la quadra è indispensabile, a partire da chi sappia gestire la regia ai fornelli con talento e spirito conseguente.
Era il tempo in cui, il lunedì mattina, con un’ombra e due cicheti passava a salutare il fratello Bepi, cuoco in carica, Federico «Rico» Spolaore, con diverse esperienze in importanti cucine d’albergo della catena Ciga. Dino lo annusa e butta l’esca: «Non le chiedo quanto mi costa, ma soltanto di applicare la sua bravura a questa cucina», magari con qualche piccola invenzione, ma sempre nel solco della tradizione. Chef «Rico» lo guarda, paga il conto e se ne va senza rispondere. Dopo qualche giorno ritorna, stavolta non per salutare il fratello Bepi, ma per confrontarsi, occhi negli occhi, con un Boscarato felicemente rincuorato dall’aver scommesso per la giusta causa. Dall’Amelia comincia a prendere il volo. Il passaparola va oltre i confini locali e i suoi piatti hanno un primo riconoscimento con l’entrata nel circuito dei Ristoranti del Buon ricordo, nato dalla felice intuizione di Dino Villani, tra i fondatori dell’Accademia italiana della cucina. Un primo riconoscimento con il Fogher d’Oro, nel 1969, al tempo uno dei maggiori tra quelli riservati a quei locali che, tra Veneto e Friuli, nel rispetto della qualità, sapevano valorizzare al meglio le rispettive cucine locali. Nel 1970 altro cambio di passo. Parte la ristrutturazione della vecchia Amelia, grazie all’architetto Luigi Carrer che, oltre a decorare gli interni con un tratto personale, si inventa il logo che poi diventerà un’icona conosciuta e ambita dai vari pellegrini golosi. Un pesce con un bel cappellone da chef. Messaggio neanche tanto subliminale per far intendere che, dall’Amelia, la cucina di pesce viaggia a paso doble.
Iniziano le missioni all’estero, come ad esempio a New York. Nella preparazione della lista della spesa, un involontario qui pro quo linguistico: il tradizionale stoccafisso, ovvero il merluzzo essiccato al vento delle Lofoten, nel Veneto è tradotto come baccalà mentre invece, come tale, nel resto del mondo si intende quello conservato sotto sale. Due preparazioni che richiedono un trattamento completamente diverso. Giunti alla vigilia del grande evento, i cuochi amelioti non sanno più che fare. Partono telefonate a tutti i fornitori della Grande mela ma niente da fare. Poi, all’ultimo, il miracolo: in un negozietto di Little Italy, gestito da una famiglia calabrese, ci sono dei mini stoccafissi, poco più grandi di sardine, «ma piccoli e duri come il marmo».
Bisogna fare il miracolo. I Boscarato boys vanno nell’officina meccanica dell’albergo e lì procedono alla battitura di rito usando una pressa metallica destinata ad altri usi, ma il risultato al piatto risulterà molto gradito al centinaio di convitati curiosi di scoprire le vere specialità della cucina veneziana. Il giorno dopo, per premiarsi della fatica, Dino e i suoi ragazzi vanno nell’ambasciata culinaria italiana di Manhattan, «Le Cirque», di quel toscanaccio di Sirio Maccioni. E chi ti incontrano? Enzo Biagi, anche lui in trasferta yankee, che offrirà loro il pranzo, per ringraziare sior Dino di avergli assegnato, qualche mese prima, il prestigioso premio «Tavola all’Amelia». In sostanza, era successo questo. Dall’Amelia, nel tempo, diventa sempre più centro di golosità permanente del meglio dell’intellighenzia dapprima veneta e poi nazionale. Nel 1965, dalla collaborazione con il gallerista Mario Lucchesi, si pensò di dare un premio a chi si era distinto in vari settori della cultura, dalla letteratura all’arte nelle sue varie declinazioni. Come premio, la riproduzione di una scultura di Salvatore Messina.
Nell’albo d’oro ci sono nomi che hanno fatto la storia sella cultura italiana: Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Enzo Biagi, Uto Ughi, Carlo Rubbia, Ottavio Missoni, Ermanno Olmi. Con la possibilità, per il pubblico, sempre più fidelizzato alla «missione Amelia» di conoscerli in diretta, almeno per una sera. La gemmazione conseguente con «A Tavola con l’autore». Il tutto è nato un po’ per caso, ma bisogna avere talento per cogliere quell’occasione che può fare la differenza. Siamo nel 1983. Dall’Amelia, oramai, è un mito consolidato. Una serata è dedicata alla presentazione dell’ultima creatura editoriale di Bepi Maffioli, un gigante del connubio tra cucina, storia e cultura, La cucina veneziana, per i tipi di Franco Muzzio Editore. Come rendere il meritato onore a cotanta firma? Elementare, Watson: Boscarato si incuriosisce a ricercare tra le pagine di Maffioli lo spunto per proporre qualche ricetta originale, magari un po’ dimenticata dallo scorrere del tempo. Ed ecco riemergere un piatto del XVIII secolo, il baccalà in turbante, un’eredità del ghetto sepolta nella memoria. Uno stoccafisso messo a sobbollire lentamente con burro e latte, cui vengono poi aggiunti spinaci lessati, uova e noce moscata. Il tutto messo in forno entro uno stampo rotondo con il buco in mezzo. Ne deriva, servito al piatto, come un turbante goloso. È facile immaginarsi lo stupore dei commensali e dello stesso Maffioli. Così come il riso e fagioli con i gò, piccoli pesciolini della laguna che vivono prudentemente nascondendosi sotto i fondali per sfuggire alle reti dei piccoli veneziani che così venivano addestrati dai nonni all’arte della pesca.
Un format, quello de A tavola con l’autore» che avrà oltre 100 repliche nel corso del tempo, ad esempio con il polesano Gian Antonio Cibotto, in una serata in cui il pubblico ha scoperto quali fossero le radici del popolare riso a la sbiraglia» Durante il dominio austriaco gli sbiri (ovvero i gendarmi) di Cecco Beppe, predavano le campagne delle famiglie rurali di quanto trovavano, in primis i polli. Poi entravano in qualche osteria con sorriso sornione: «O mi cuoci bene questi polli, o ti rubo anche i tuoi». Era conseguente che la cuoca vittima di tale approccio era quanto mai generosa nel condire il tutto con quanto offrivano le risaie del vicino delta del Po.
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