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2018-10-01
Sui fondi Unicef i parenti di Renzi perdono le staffe e lanciano sospetti contro i pm
ANSA
L'ultimo articolo della Verità sui soldi delle organizzazioni ai Conticini ha fatto perdere la pazienza ai parenti di Matteo Renzi. In particolare al fratello gemello di suo cognato Andrea (marito di Matilde Renzi). Stiamo parlando di Luca Conticini, trentasettenne ingegnere di Castenaso (Bologna). A innervosirlo è stato un vecchio compagno di scoutismo, il fotografo Angelo Mazzoncini, consigliere comunale d'opposizione nel paesino della Bassa, dove era stato candidato con il Pd, nella stessa lista della sorella di Matteo Renzi, Benedetta. Mazzoncini ieri mattina ha pubblicato sul suo profilo Facebook la nostra prima pagina intitolata «La vera beneficenza dell'Unicef è quella per i parenti dei Renzi». Commento: «La verità viene sempre a galla!». La notizia scatena i suoi amici. Paolo Lendenara domanda: «Però l'Unicef non querela, perché?». In risposta Mazzoncini pubblica la foto di una torta, con una fetta tagliata e aggiunge questa battuta: «A buon intenditore». Eugenio Melotti commenta: «Chi è che ha le altre fette? Chi dà ancora offerte? Se fosse tutto vero l'Unicef sarebbe da denunciare e chi gli dà ancora delle offerte?». Lendenara rincara: «Io non so se è tutto vero, però, nel dubbio e anche per non dare spazio a queste voci l'Unicef deve querelare. Non avendolo fatto, alimenta il dubbio, perde consensi e offerte che io d'ora innanzi mai farò». Melotti gli va dietro: «Penso che 6 milioni abbiano la “coda lunga" e non denunciare il fatto forse nasconde qualche notizia che inficia la cosa. Troppo alta la credibilità di Unicef per sputtanarsi». Uno scambio di opinioni che Luca Conticini deve aver letto con le orecchie fumanti. E allora ha preso il cellulare e ha scritto a Mazzoncini: «Vedo che continui a perseverare nel tuo atteggiamento poco corretto. Potresti pubblicare, invece degli articoli diffamatori, la dichiarazione video fatta dal direttore generale di Unicef dalla quale si capisce molto bene come stanno i fatti e non le illazioni». Il riferimento è alla diretta video realizzata venerdì scorso dal direttore generale dell'Unicef, Paolo Rozera, il quale ha annunciato che il fondo per l'infanzia dell'Onu non denuncerà Alessandro Conticini (il fratello con i rapporti diretti con il fondo dell'Onu), perché non è «sparito nemmeno un centesimo». Salvo poi ripensarci e confessare alla Verità che la partita non è ancora chiusa, perché i dirigenti dell'Unicef non hanno ancora letto le carte spedite dalla Procura di Firenze a New York. E Luca Conticini, nel messaggio a Mazzoncini, sembra avercela proprio con il procuratore aggiunto, Luca Turco, visto che secondo lui nel video di Rozera «si comprende anche il comportamento poco trasparente del pm nonché delle testate giornalistiche alle quali evidentemente ti abbeveri». Il riferimento è probabilmente al passaggio in cui il dg di Unicef ha evidenziato che gli inquirenti non hanno mai chiesto i contratti tra l'Unicef e la Play Therapy Africa di Alessandro Conticini (il fratello maggiore i cui affari hanno fatto scattare l'inchiesta), trascurando, a suo parere, una fonte di prova.
Rozera sembra avere dei dubbi sull'operato dei pm, i quali, in modo a lui poco comprensibile, non si starebbero preoccupando a sufficienza di far recapitare all'Unicef le contestazioni di reato nei confronti dei Conticini, soprattutto perché dalla data di notifica dell'atto si calcoleranno i 90 giorni di tempo entro i quali il fondo dell'Onu dovrà presentare la querela, pena la decadenza delle accuse: «Perché voi giornalisti non insistete per chiedere alla magistratura di muoversi per sapere perché la loro missiva (con la richiesta di querela, ndr) non sia ancora arrivata a New York e per sapere perché non insistano con il ministero degli Esteri per accelerare le procedure diplomatiche», ha domandato Rozera al cronista. E ha soggiunto: «Dovrebbero stare dalla mattina alla sera a fare in modo che questa cosa arrivi alla nostra sede americana». Evidentemente non pensa che gli inquirenti lo stiano facendo.
Questa sindrome da accerchiamento deve aver sfibrato Conticini e perciò ha reso partecipe del suo stato d'animo Mazzoncini: «Sono veramente dispiaciuto del tuo comportamento e spero con tutto il cuore che comprendi l'errore che stai commettendo». Il fotografo aveva già ricevuto un altro «messaggio intimidatorio» da Luca a inizio settembre quando aveva pubblicato su Facebook un post critico nei confronti dei Conticini e dell'Unicef.
Il 19 agosto il consigliere comunale era stato contattato pure da Benedetta Renzi, cognata dei Conticini e loro compaesana, visto che per amore si è trasferita a vivere a Castenaso. «Era incazzata con me», ammette Mazzoncini, colpevole di aver difeso a modo suo i Conticini sul nostro giornale, spargendo dubbi: «Anche se penso che i magistrati non contestino accuse tanto gravi senza validi indizi, spero che i Conticini riusciranno a dimostrare la loro innocenza. Diversamente sarebbe un bello scandalo», dichiarò a chi scrive. Benedetta considerò l'agnosticismo sull'innocenza dei parenti come una lesa maestà. Nello stesso articolo avevamo riportato pure le critiche nei confronti di Matteo Renzi del sindaco Pd, Stefano Sermenghi, nella cui giunta Benedetta era stata assessore. Per questo anche il primo cittadino fu raggiunto da un sms di protesta della sorella dell'ex premier.
Negli stessi giorni, sempre su Facebook, Andrea Conticini, il cognato di Matteo, indagato per riciclaggio, digitò un'aspra denuncia: «Siamo oggetto di una squallida campagna di odio. Mi piacerebbe che le persone intellettualmente oneste perdessero due minuti del loro tempo per leggere la nota dei nostri legali per capire quanto atroce possa essere la diffamazione». E allegò il comunicato degli avvocati che prometteva querele a gogò.
Dopo oltre un mese da quell'annuncio, la pazienza dei Conticini sembra proprio essere finita. E non solo nei confronti dei giornalisti.
Una piazza dem vuota da far paura
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I Conticini, accusati di aver intascato 6,6 milioni di dollari destinati alla beneficenza, intimidiscono via sms chi li contesta pubblicamente. E attaccano i magistrati: «Comportamenti poco trasparenti».La manifestazione del Pd contro il governo è un flop. La carta del terrore sui conti non paga e raduna solo 20.000 persone. Il filosofo Biagio De Giovanni: il partito è «rincoglionito».Lo speciale contiene due articoli.L'ultimo articolo della Verità sui soldi delle organizzazioni ai Conticini ha fatto perdere la pazienza ai parenti di Matteo Renzi. In particolare al fratello gemello di suo cognato Andrea (marito di Matilde Renzi). Stiamo parlando di Luca Conticini, trentasettenne ingegnere di Castenaso (Bologna). A innervosirlo è stato un vecchio compagno di scoutismo, il fotografo Angelo Mazzoncini, consigliere comunale d'opposizione nel paesino della Bassa, dove era stato candidato con il Pd, nella stessa lista della sorella di Matteo Renzi, Benedetta. Mazzoncini ieri mattina ha pubblicato sul suo profilo Facebook la nostra prima pagina intitolata «La vera beneficenza dell'Unicef è quella per i parenti dei Renzi». Commento: «La verità viene sempre a galla!». La notizia scatena i suoi amici. Paolo Lendenara domanda: «Però l'Unicef non querela, perché?». In risposta Mazzoncini pubblica la foto di una torta, con una fetta tagliata e aggiunge questa battuta: «A buon intenditore». Eugenio Melotti commenta: «Chi è che ha le altre fette? Chi dà ancora offerte? Se fosse tutto vero l'Unicef sarebbe da denunciare e chi gli dà ancora delle offerte?». Lendenara rincara: «Io non so se è tutto vero, però, nel dubbio e anche per non dare spazio a queste voci l'Unicef deve querelare. Non avendolo fatto, alimenta il dubbio, perde consensi e offerte che io d'ora innanzi mai farò». Melotti gli va dietro: «Penso che 6 milioni abbiano la “coda lunga" e non denunciare il fatto forse nasconde qualche notizia che inficia la cosa. Troppo alta la credibilità di Unicef per sputtanarsi». Uno scambio di opinioni che Luca Conticini deve aver letto con le orecchie fumanti. E allora ha preso il cellulare e ha scritto a Mazzoncini: «Vedo che continui a perseverare nel tuo atteggiamento poco corretto. Potresti pubblicare, invece degli articoli diffamatori, la dichiarazione video fatta dal direttore generale di Unicef dalla quale si capisce molto bene come stanno i fatti e non le illazioni». Il riferimento è alla diretta video realizzata venerdì scorso dal direttore generale dell'Unicef, Paolo Rozera, il quale ha annunciato che il fondo per l'infanzia dell'Onu non denuncerà Alessandro Conticini (il fratello con i rapporti diretti con il fondo dell'Onu), perché non è «sparito nemmeno un centesimo». Salvo poi ripensarci e confessare alla Verità che la partita non è ancora chiusa, perché i dirigenti dell'Unicef non hanno ancora letto le carte spedite dalla Procura di Firenze a New York. E Luca Conticini, nel messaggio a Mazzoncini, sembra avercela proprio con il procuratore aggiunto, Luca Turco, visto che secondo lui nel video di Rozera «si comprende anche il comportamento poco trasparente del pm nonché delle testate giornalistiche alle quali evidentemente ti abbeveri». Il riferimento è probabilmente al passaggio in cui il dg di Unicef ha evidenziato che gli inquirenti non hanno mai chiesto i contratti tra l'Unicef e la Play Therapy Africa di Alessandro Conticini (il fratello maggiore i cui affari hanno fatto scattare l'inchiesta), trascurando, a suo parere, una fonte di prova.Rozera sembra avere dei dubbi sull'operato dei pm, i quali, in modo a lui poco comprensibile, non si starebbero preoccupando a sufficienza di far recapitare all'Unicef le contestazioni di reato nei confronti dei Conticini, soprattutto perché dalla data di notifica dell'atto si calcoleranno i 90 giorni di tempo entro i quali il fondo dell'Onu dovrà presentare la querela, pena la decadenza delle accuse: «Perché voi giornalisti non insistete per chiedere alla magistratura di muoversi per sapere perché la loro missiva (con la richiesta di querela, ndr) non sia ancora arrivata a New York e per sapere perché non insistano con il ministero degli Esteri per accelerare le procedure diplomatiche», ha domandato Rozera al cronista. E ha soggiunto: «Dovrebbero stare dalla mattina alla sera a fare in modo che questa cosa arrivi alla nostra sede americana». Evidentemente non pensa che gli inquirenti lo stiano facendo.Questa sindrome da accerchiamento deve aver sfibrato Conticini e perciò ha reso partecipe del suo stato d'animo Mazzoncini: «Sono veramente dispiaciuto del tuo comportamento e spero con tutto il cuore che comprendi l'errore che stai commettendo». Il fotografo aveva già ricevuto un altro «messaggio intimidatorio» da Luca a inizio settembre quando aveva pubblicato su Facebook un post critico nei confronti dei Conticini e dell'Unicef.Il 19 agosto il consigliere comunale era stato contattato pure da Benedetta Renzi, cognata dei Conticini e loro compaesana, visto che per amore si è trasferita a vivere a Castenaso. «Era incazzata con me», ammette Mazzoncini, colpevole di aver difeso a modo suo i Conticini sul nostro giornale, spargendo dubbi: «Anche se penso che i magistrati non contestino accuse tanto gravi senza validi indizi, spero che i Conticini riusciranno a dimostrare la loro innocenza. Diversamente sarebbe un bello scandalo», dichiarò a chi scrive. Benedetta considerò l'agnosticismo sull'innocenza dei parenti come una lesa maestà. Nello stesso articolo avevamo riportato pure le critiche nei confronti di Matteo Renzi del sindaco Pd, Stefano Sermenghi, nella cui giunta Benedetta era stata assessore. Per questo anche il primo cittadino fu raggiunto da un sms di protesta della sorella dell'ex premier.Negli stessi giorni, sempre su Facebook, Andrea Conticini, il cognato di Matteo, indagato per riciclaggio, digitò un'aspra denuncia: «Siamo oggetto di una squallida campagna di odio. Mi piacerebbe che le persone intellettualmente oneste perdessero due minuti del loro tempo per leggere la nota dei nostri legali per capire quanto atroce possa essere la diffamazione». E allegò il comunicato degli avvocati che prometteva querele a gogò.Dopo oltre un mese da quell'annuncio, la pazienza dei Conticini sembra proprio essere finita. E non solo nei confronti dei giornalisti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-parenti-di-renzi-perdono-le-staffe-e-lanciano-sospetti-contro-i-pm-2609066745.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-piazza-dem-vuota-da-far-paura" data-post-id="2609066745" data-published-at="1781257223" data-use-pagination="False"> Una piazza dem vuota da far paura Gli ultimi chiodi sulla bara del Pd li ha imbullonati - con elegante, ma feroce sarcasmo -il filosofo Biagio De Giovanni. Parlando del partito in un'intervista a Repubblica, De Giovanni ha enumerato le tre fasi del «rincoglionimento» (ha detto proprio così). Prima fase: te ne accorgi solo tu. Seconda fase: te ne accorgi tu, ma se ne accorgono pure gli altri. Terza fase: se ne accorgono solo gli altri. E ha concluso che il Pd è inevitabilmente entrato nella terza fase. Sulla scia di questo incoraggiamento, recapitato ieri mattina, sono partiti all'alba da mezza Italia i 200 pullman e i sei treni organizzati dal Pd per trasportare i poveri malcapitati precettati per la manifestazione di Roma. Manifestanti più «spintanei» che spontanei, insomma: buttati giù dal letto dal funzionario del partito (nei casi più sfigati, direttamente dal deputato del collegio), messi a forza sul torpedone mentre erano ancora nel dormiveglia, forse sfamati in qualche autogrill, dopo l'inevitabile sosta per le esigenze fisiologiche, costretti sadicamente al selfie (per documentare la presenza) con gli occhi cisposi e intontiti, e finalmente scaricati a Roma, dove li attendevano (che botta di fortuna!) il barbuto Matteo Orfini e lo spaurito Maurizio Martina per indirizzarli a piazza del Popolo. Più tardi, alla fine della mesta cerimonia, stessa trafila a percorso inverso. Una domenica bestiale, poveri cristi. A proposito: quant'è costato questo scherzetto? Sarebbe interessante che il Pd rendesse noti i conti di pullman, treni, palco, allestimenti. Le presenze, intanto. Considerate che si partiva da almeno 12.000 persone trasportate. Ma in totale, in piazza, non ci saranno state più di 20.000 persone. Naturalmente gli organizzatori (di tutti i partiti e di tutte le piazze) sono sempre specializzati nel raccontare balle sui numeri, e ieri il Pd ha avuto il coraggio di annunciare 50.000 presenti. Ma voi avete tre vaccini potentissimi per difendervi dalle fake news: la matematica, la geometria, la fisica. Piazza del Popolo ha una superficie di 16.000-17.000 metri quadri: anche immaginando (stipate come sardine) tre persone a metro quadro, la capienza è di circa 50.000 prigionieri. Attenzione però: se considerate la posizione furbescamente avanzatissima di un palco enorme (buono per il ritorno dei Pink Floyd, altro che Martina), più un fittissimo reticolato di transenne per stringere la piazza, più le enormi impalcature per gli operatori tv, più uno schieramento di gazebo nell'altra metà della piazza, nonostante tutto questo restavano alcuni ben visibili spazi vuoti. Al massimo - ripetiamo - ci saranno state 20.000 anime, riprese sapientemente dalle telecamere stringendo l'inquadratura per creare l'effetto folla. Il fondale del palco recitava «Per l'Italia che non ha paura». C'erano tempi in cui le opposizioni andavano in piazza per fare paura ai governi: qui è il contrario, hanno manifestato per farsi un po' di coraggio tra loro. Ovunque, sventolio di bandiere del Pd e dell'Ue: bandiere tricolori, invece, quasi desaparecide. E abbiamo detto tutto. La sequenza degli interventi è stata uno scontatissimo tentativo di dare voce alla mitica società civile: tra gli altri, la giovane democratica per le «periferie partecipate» (che non ha voluto dare nome e cognome perché «rappresenta un collettivo»), il giovane democratico di origine camerunense (che fa sapere subito di essere «antifascista»), la professoressa (tatuatissima e con intervento in romanesco) di Tor Bella Monaca, fino alle «battute» di Paolo Hendel (testuale: «Se spari a un cinghiale, qualcuno si indigna, se spari a un immigrato no»). La sensazione è stata quella di un espediente per tenere alla larga dal microfono Renzi, la Boschi e tutto il Giglio Tragico. Ma sarebbe stato politicamente più onesto organizzare un'altra scaletta: Benetton, Autostrade, Mps, Banca Etruria, e così via. Poi, il gran finale. Con la sua consueta verve spettrale, sale sul palco Martina, che del partito sarebbe il segretario, ma è passato in pochi mesi da barelliere a impresario di pompe funebri: qui lo abbiamo sempre affettuosamente chiamato Undertaker (in romanesco: cassamortaro). Martina urla come un forsennato, forse per tirarsi su, gli va anche via la voce: nell'entusiasmo (si fa per dire) si perde pure i fogli con gli appunti. Lunga pappardella contro «la rabbia e la paura», battute ultradeboli («ad altri piacciono i balconi, a noi la piazza»), polemichette prevedibili contro «ministri incendiari», il «condono per gli evasori», la manovra che è «una truffa contro il popolo». E poi la flebile autocertificazione: «Siamo fondamentali». Insomma, un mezzo funerale. Ma almeno nei funerali ci si abbraccia: i parenti del defunto, se proprio non si vogliono bene, per qualche ora fanno finta di volersene. Qui, neanche questo. Un odio da tagliare con il coltello. Da una parte, Nicola Zingaretti, per ora unico candidato alla segreteria. Dall'altra, Renzi, che non vuole trovare un candidato da contrapporgli perché in realtà pensa solo a sé stesso: non per il congresso ma per le europee di maggio, per poi sgambettare il segretario che nel frattempo sarà stato eletto. Da un'altra parte ancora, Calenda, che alla vigilia della manifestazione aveva sobriamente comunicato che sarebbe andato non «per il Pd», ma «con il Pd»: insomma, il suo ego extralarge come una specie di repubblica indipendente. È stata opportuna - quindi - una folta presenza delle forze dell'ordine, per evitare che, mentre saliva il coro «unità, unità», i dirigenti si picchiassero selvaggiamente tra loro. Capite bene, con questi chiari di luna, che Salvini e grillini non hanno granché da temere. E non è una gran notizia per la democrazia italiana, che avrebbe maledettamente bisogno di un'opposizione seria.
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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