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2018-11-13
I nuovi supereroi sono dei trans brasiliani
«Erezione!». Inizia con questo grido, urlato con voce stridula in falsetto, il trailer di Super Drags, la nuova serie d'animazione brasiliana il cui titolo è tutto un programma (le drag queen sono notoriamente degli «artisti» vestiti da donna, che mettono in scena spettacoli giocando costantemente sull'ambiguità sessuale). Subito dopo si vede una folla di ragazzi, sempre molto effeminati, che scruta in cielo e, alla vista dei tre supereroi, si chiede: «Sono uomini? No, sono le Super Drag!».
Ovvero Patrick, Donizete e Ralph, tre amici che amano trasformarsi in Lemon Chifon, Scarlet Carmesim e Safira Cyan, le protagoniste (o «i protagonisti»? Rinunciamo a porre la questione, tanto non se ne esce) della serie creata da Anderson Mahanski, Fernando Mendonça e Paulo Lescaut per Netflix e ora sbarcata anche in Italia, peraltro in singolare e forse non casuale coincidenza con l'accendersi dei riflettori sul Brasile dopo l'elezione di Jair Bolsonaro.
Lo scontro con le idee, decisamente conservatrici, del nuovo presidente non poteva essere più forte. Ecco la trama ufficiale della serie: «Durante il giorno, lavorano in un grande magazzino e cercando di gestire il loro capo molto fastidioso. Di notte, però, indossano i loro corsetti e si trasformano nelle più toste Super Drags della città, pronte a combattere le ombre e a salvare il mondo dai cattivi. Preparatevi, perché le Super Drags stanno arrivando».
Tutto l'universo di queste «supereroine» col trucco troppo marcato richiama gli stereotipi sul mondo gay che vengono diffusi innanzitutto in quello stesso ambiente (e che ovviamente, come da tradizione, diventano invece volgari idee preconcette di stampo omofobo se proposte da qualche etero): gli omosessuali, per esempio, hanno il «gaydar», il famoso radar gay.
Ogni membro della comunità Lgbt, inoltre, possiede una speciale energia «highlight». E così via. Sul sito di Netflix ci sono le trame dei cinque episodi. Che sono di questo tenore: «Per ritrovare la bellezza, Lady Elza ruba tutta l'energia “highlight" ai gay che partecipano al concerto di Goldiva, spingendo le Super Drags a intervenire». Oppure: «Rifiutato dal padre dopo il coming out, Ralph frequenta il campo di conversione di Sandoval, dove Donizete e Patrick sono mandati sotto copertura». E così via.
Le polemiche, ovviamente, non mancano. Nel luglio 2017 la Società brasiliana dei pediatri ha pubblicato un comunicato, in cui sosteneva che la serie potesse essere dannosa per i bambini. La dichiarazione, intitolata «Contro l'esposizione di bambini e adolescenti a contenuti inappropriati in tv», metteva in guardia contro «i rischi dell'uso di un linguaggio tipicamente infantile per discutere di argomenti relativi al mondo degli adulti». Insomma, non è un problema parlare di gay o farlo anche in modo ironico e satirico, a patto che sia chiaro il target a cui si punta, che deve necessariamente essere quello di chi ha un'età e una maturità tale da vagliare i messaggi e cogliere le ironie.
Netflix, infatti, ha confermato che la serie è intesa per un pubblico adulto e che sarebbe stata pubblicata con un rating Tv-Ma, cioè con l'indicazione che si tratta di un prodotto sconsigliato ai minori di 17 anni. Inoltre, è stato pubblicato un video in cui Vedete Champagne, uno dei personaggi della serie, avvertiva gli spettatori che, sebbene la serie sia un cartone animato, contiene contenuti destinati a un pubblico adulto.
Un deputato federale brasiliano, Alan Rick, ha inoltre duramente attaccato la serie: «Stiamo assistendo a un altro attacco ai nostri figli: il lancio di un cartone animato per adulti intitolato Super Drags su Netlix. Questa serie ha un impatto immediato sul comportamento di bambini e adolescenti». Il parlamentare, che è anche un pastore, ha chiesto ai genitori di «rimanere sintonizzati per seguire i contenuti che i loro figli vedono in tv, su internet, dispositivi mobili e altri mezzi di comunicazione». Ha anche sottolineato che sarebbero in atto «sordidi tentativi di influenzare sessualmente i nostri figli».
Del resto, la serie stessa non fa nulla per mascherare la sua ostilità alla cultura evangelica ormai dilagante in Brasile, tanto da essere stata determinante per l'elezione di Bolsonaro stesso: uno degli arcinemici contro cui si scontrano i supereroi travestiti è il «profeta» Sandoval Pedroso, un leader pentecostale che dirige un campo di concentramento che offre «cure gay». Al di là dei timori della destra conservatrice brasiliana, resta tuttavia un dubbio: a chi giova questa ridicolizzazione e riduzione a macchietta stereotipata di un mondo che pure, a fasi alterne, pretenderebbe di presentarsi come perfettamente integrato nella società? Che si scelga: o le piume di struzzo, o la famiglia del Mulino bianco.
Fabrizio La Rocca
In tutte le scuole scozzesi arriva l’ora obbligatoria di diritti Lgbt
Probabilmente William Wallace, l'eroe del XIV secolo cui si è ispirato il film Braveheart, non avrebbe approvato. Eppure la Scozia sarà il primo Paese al mondo a includere nel curriculum scolastico, sin dalle elementari, lo studio dei diritti di gay, lesbiche e transgender.
Ad annunciarlo pochi giorni fa è stato il ministro dell'Istruzione John Swinney, che ha spiegato che le scuole pubbliche otterranno finanziamenti per insegnare l'inclusione e il diritto alla diversità, secondo le indicazioni Lgbt.
Il governo ha deciso di inserire questa materia per tutto il corso di studi obbligatorio, quindi da quando si comincia la primaria, intorno ai cinque anni, fino a quando non si concludono i Gcse a 16 anni. Una scelta che ha raccolto il consenso delle associazioni che si battono per i diritti dei gay, ma che ha sollevato perplessità nelle famiglie cattoliche o legate ad altri gruppi religiosi, per le quali questi temi non sono ovviamente prioritari nel panorama dell'istruzione.
A decidere come sviluppare la materia saranno le diverse scuole, tenendo conto delle esigenze e delle caratteristiche dei propri allievi. In generale uguaglianza e inclusione secondo il credo Lgbt saranno insegnati ai diversi gruppi di età, attraverso una serie di argomenti.
Secondo quanto ha illustrato il ministero, si parlerà di identità, del vocabolario adatto per raccontare la diversità, di come combattere l'omofobia, dei pregiudizi legati al mondo dei gay, del movimento in sé stesso e dei risultati ottenuti in anni di propaganda. Una difesa delle battaglie arcobaleno, insomma, che riesce un po' difficile catalogare come una materia di approfondimento per i ragazzini. Su diritti e inclusione, peraltro, i gruppi Lgbt hanno individuato 33 raccomandazioni sulle quali si dovrebbe insistere per un'educazione ideale.
Prevedono ripetute sessioni di studio e approfondimento sul tema, la creazione di un manuale ad hoc, la verifica che gli insegnamenti vengano offerti, il controllo sulla qualità, il monitoraggio dei livelli di apprendimento: come si parlasse di trigonometria o fisica, insomma, quando il tema è di tutt'altro tenore.
La svolta pro gay del governo scozzese, poi, avrà anche dei costi, che peseranno sui contribuenti e sul bilancio pubblico. Agli insegnanti infatti verranno offerti corsi di formazione specifici visto che, in base a un sondaggio condotto da Tie (l'associazione Time for Inclusive Education), quattro professori su cinque hanno ammesso di non sentirsi abbastanza preparati per parlare di diversità e omofobia e affrontare dubbi e problemi degli allievi. Alle scuole verranno pure forniti nuovi materiali didattici preparati dal movimento, che avranno dei costi ancora da quantificare nel dettaglio.
A parte queste spese aggiuntive, che però nel bilancio sempre più risicato della pubblica istruzione non sono poca cosa, secondo il ministro la scuola otterrà solo benefici da questa nuova materia, visto che gli allievi hanno diverse caratteristiche e problemi e ogni possibile aiuto per loro è solo un vantaggio. In passato, poi, alcuni sondaggi condotti tra gli allievi avevano rivelato che il 63 per cento dei giovani scozzesi aveva sofferto per attacchi omofobici mentre la percentuale nel resto del Regno Unito era del 50 per cento.
Insomma, a sentire il governo le lezioni su gay e lesbiche saranno un modo per includere e per far bene sia a chi ha problemi di identità sessuale sia agli altri. Sino ad ora nessuno – a parte le famiglie di ispirazione religiosa – sembra aver considerato che cominciare a parlare a bambini di cinque anni di diversi atteggiamenti sessuali e cambi di identità potrebbe suscitare in loro una certa confusione. C'è anche un altro quesito fondamentale.
Non avrebbe più senso concentrarsi su altre questioni, dalla grammatica alla matematica, in modo da formare allievi di successo anziché trattare in classe materie che non sono così fondamentali per l'accesso all'università? L'impatto negativo di questo nuovo progetto potrebbe manifestarsi a due livelli. Da un lato si rischia di crescere ragazzini sempre più insicuri, bombardati da concetti, che rischiano di influenzarli e magari spingerli a scelte esistenziali tormentate; dall'altro si finisce per distrarre gli allievi in mille attività, senza permettergli di concentrarsi su tabelline, temi, funzioni e ricerche, che servono da base per un apprendimento di livello superiore. L'importante è che il governo non si lamenti se poi i coetanei cinesi bagnano il naso ai britannici nella classifiche internazionali.
Ci riescono perché sono focalizzati sull'apprendimento e non impegnati in riflessioni a sfondo politico. Che tra l'altro risultano anche troppo premature.
Caterina Belloni
Via dall’ateneo il prof pro famiglia
Spesso nella storia gli oppressi, o coloro che si ritengono tali, raggiunta l'ambita libertà, divengono oppressori. Adottando alla lettera gli stessi metodi di intolleranza e di esclusione sociale che poco prima denunciavano nei loro avversari.
Un'ennesima storiella squallida si è prodotta in tal senso presso l'Università statale di Tolosa, dedicata al filosofo e politico francese Jean Jaurès, nel sud ovest della Francia. Il professor Philippe Soual, autore di molte pubblicazioni accademiche e specialista ben noto del pensiero di Hegel, era stato invitato dalla facoltà di filosofia, ha tenere un corso a partire da questo novembre sino al prossimo febbraio, per una semplice sessione quadrimestrale di studi e di approfondimento tematico.
Nel frattempo però è circolata la voce che in precedenza, il Soual aveva commesso un crimine ripugnante e imprescrittibile e che quindi il docente andava espulso prima ancora di entrare in aula. Ma qual è tal crimine? Ebbene, cinque anni fa, durante le proteste organizzate dalla Manif pour tous contro il matrimonio gay, legalizzato nel 2013, il filosofo non stava dalla parte del progresso e della ragione (l'Ur-sinistra), ma tra gli oscurantisti e gli idioti (la Ur-destra), cioè di coloro che difendevano (e difendono) il diritto del bambino ad avere un solo padre e una sola madre. Pazzesco e arcaico, oltre che evidentemente inaccettabile.
Così, gli studenti amanti del progresso hanno riempito i corridoi dell'università, con dei divertentissimi manifesti, per nulla minacciosi, utilizzati dal rettorato per ritirare e annullare il contratto già firmato con il docente.
Nei manifesti, visibili sul web, i simpatici futuri dottori, scrivono in modo piuttosto volgare e pseudo-anticonformista che «Qui, ovvero all'università di Tolosa, siamo tutti/e studenti trans, froci (testuale, ndr), checche e bisessuali, e troviamo inaccettabile» la presenza di un docente difensore della famiglia tradizionale, che fu anche, per secoli, la sola famiglia riconosciuta dalla laicissima République.
E così conclude il manifesto, con monumentale intolleranza e vero razzismo, che è quello meno percepito come tale, che «noi non vogliamo che un luogo in cui amiamo venire per studiare e in cui non dovremmo sentirci vulnerabili e giudicati/e, apra le porte a questo genere di parole e a questo genere di persone». Ma perché chiamare persone dei mostri siffatti? Mah!
In ogni caso, il rettore dell'università, che forse ignorava le propensioni del filosofo, ha colto la palla al balzo, «davanti ai rischi potenziali di incidenti», per estromettere il filosofo Soual e accettare, come capita sempre spesso, la logica violenta della base, o della parte meno tollerante di essa.
Ma queste forme di censura non dovrebbero restare al di fuori dell'università e del cosiddetto Stato di diritto?
Una cosa è certa: nessuna campagna per la difesa del docente discriminato partirà mai dai quotidiani del sistema come Le Monde o Libération. Il che è un altro segno dei tempi.
Fabrizio Cannone
Parte il tavolo di consultazione Lgbt. Il governo alla prova dei temi etici
Facilmente non tutti ci daranno peso, eppure oggi è una data significativa per il governo e in generale per quanti hanno a cuore i temi etici. Infatti, in seguito al decreto firmato il 22 ottobre scorso dal sottosegretario alla presidenza con delega alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora, viene inaugurata l'apertura di un tavolo di consultazione permanente Lgbt. Sostanzialmente si tratta di un nuovo ufficio, istituito a palazzo Chigi e presieduto dallo stesso Spadafora, cui potranno fare riferimento ben 48 associazioni arcobaleno provenienti da tutta Italia. Una sorta di centrale operativa nazionale, insomma, cui spetterà il compito iniziale di scambiare informazioni e dati sulla comunità Lgbt.
Sulla base di quanto verrà raccolto, in un secondo momento potranno poi essere proposte a livello politico azioni che possano fungere da contrasto a eventuali atti di discriminazione e violenza ai danni delle persone con tendenze omosessuali. Per questo nel mondo arcobaleno c'è già chi vede nel tavolo di consultazione permanente che si insedia da una parte un argine contro l'odio contro per l'orientamento sessuale e identità di genere e, dall'altra, un'occasione per cercare di diffondere la cosiddetta cultura delle differenze. Staremo a vedere. Di certo, oltre alla presenza di Spadafora, ci sarà quella del capo del dipartimento Pari opportunità, Alessandra Ponari, del dirigente coordinatore dell'Unar, Luigi Manconi, e altri collaboratori degli uffici del Dipartimento.
Da quanto è dato sapere, dal tavolo deriveranno attività più specifiche e settoriali, con la creazione di appositi gruppi che lavoreranno su delle tematiche riguardanti la comunità Lgbt a cui parteciperanno altre sigle che, per lo più, saranno associazioni di Arcigay et similia. Dunque il governo gialloblu strizza l'occhio al fronte arcobaleno?
È ancora presto per dirlo. Infatti, per quanto l'apertura di questo ufficio, che rimarrà operativo lungo l'arco dell'intera legislatura, costituisca un evento degno di nota, c'è da dire lo stesso sottosegretario Spadora, quando a fine giugno scorso annunciò che avrebbe convocato le rappresentanze gay per avviare una collaborazione, ebbe correttamente a precisare che «nel contratto di governo non ci sono questioni riguardanti il mondo Lgbt».
Non solo. In aggiunta al contratto di governo, che ai temi etici non fa in effetti riferimento alcuno, a ostacolare l'eventuale predisposizione di misure di contrasto all'omofobia ci sono i dati ufficiali, quelli del ministero dell'Interno guidato da Matteo Salvini, che evidenziano come, dal 2010 al 2017, le segnalazioni costituenti reato riconducibili all'orientamento sessuale non solo non siano risultate molte - 140, appena 20 all'anno -, ma siano state superate da quelle basate dall'odio antireligioso, risultate 187. Da notare inoltre come, se le discriminazioni di matrice omofobica sono assai ridotte, quelle di matrice transfobica siano pressoché inesistenti, essendo risultate 12 in sette anni, appena l'1,2% del totale.
Senza dimenticare poi la presenza, nel governo, di un ministro come Lorenzo Fontana, dichiaratamente pro family, e in parlamento di senatori come il battagliero Simone Pillon. Non sarà dunque semplicissimo per le associazioni arcobaleno realizzare un'opera di efficace condizionamento legislativo, ma certo l'apertura di un apposito tavolo di consultazione permanente costituisce, dal loro punto di vista, un passo in avanti. Che non deve in alcun modo, e da nessuno, essere sottovalutato.
Giuliano Guzzo
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Netflix lancia Super Drags, una serie animata i cui protagonisti sono dei travestiti e che inizia inneggiando all'erezione. Ma è già polemica: secondo i pediatri, propagandare contenuti da adulti con un linguaggio infantile può fare molti danni.In tutte le scuole scozzesi arriva l'ora obbligatoria di diritti Lgbt. Secondo quanto annunciato dal ministro dell'Istruzione, John Swinney, gli istituti pubblici del Paese otterranno finanziamenti per insegnare il «diritto alla diversità» e la lotta all'omofobia. Si partirà dai bambini di 5 anni.Via dall'ateneo il prof pro famiglia. Philippe Soual, invitato dall'università di Tolosa, è stato cacciato dopo la mobilitazione degli studenti. Il motivo? Aveva aderito alle proteste contro il matrimonio «egualitario».Parte il tavolo di consultazione Lgbt. Il governo alla prova dei temi etici. A presiederlo sarà il sottosegretario con delega alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora. In homepage un estratto dello scandaloso trailer che i nostri figli rischiano di vedere.Lo speciale comprende quattro articoli.«Erezione!». Inizia con questo grido, urlato con voce stridula in falsetto, il trailer di Super Drags, la nuova serie d'animazione brasiliana il cui titolo è tutto un programma (le drag queen sono notoriamente degli «artisti» vestiti da donna, che mettono in scena spettacoli giocando costantemente sull'ambiguità sessuale). Subito dopo si vede una folla di ragazzi, sempre molto effeminati, che scruta in cielo e, alla vista dei tre supereroi, si chiede: «Sono uomini? No, sono le Super Drag!». Ovvero Patrick, Donizete e Ralph, tre amici che amano trasformarsi in Lemon Chifon, Scarlet Carmesim e Safira Cyan, le protagoniste (o «i protagonisti»? Rinunciamo a porre la questione, tanto non se ne esce) della serie creata da Anderson Mahanski, Fernando Mendonça e Paulo Lescaut per Netflix e ora sbarcata anche in Italia, peraltro in singolare e forse non casuale coincidenza con l'accendersi dei riflettori sul Brasile dopo l'elezione di Jair Bolsonaro. Lo scontro con le idee, decisamente conservatrici, del nuovo presidente non poteva essere più forte. Ecco la trama ufficiale della serie: «Durante il giorno, lavorano in un grande magazzino e cercando di gestire il loro capo molto fastidioso. Di notte, però, indossano i loro corsetti e si trasformano nelle più toste Super Drags della città, pronte a combattere le ombre e a salvare il mondo dai cattivi. Preparatevi, perché le Super Drags stanno arrivando». Tutto l'universo di queste «supereroine» col trucco troppo marcato richiama gli stereotipi sul mondo gay che vengono diffusi innanzitutto in quello stesso ambiente (e che ovviamente, come da tradizione, diventano invece volgari idee preconcette di stampo omofobo se proposte da qualche etero): gli omosessuali, per esempio, hanno il «gaydar», il famoso radar gay. Ogni membro della comunità Lgbt, inoltre, possiede una speciale energia «highlight». E così via. Sul sito di Netflix ci sono le trame dei cinque episodi. Che sono di questo tenore: «Per ritrovare la bellezza, Lady Elza ruba tutta l'energia “highlight" ai gay che partecipano al concerto di Goldiva, spingendo le Super Drags a intervenire». Oppure: «Rifiutato dal padre dopo il coming out, Ralph frequenta il campo di conversione di Sandoval, dove Donizete e Patrick sono mandati sotto copertura». E così via.Le polemiche, ovviamente, non mancano. Nel luglio 2017 la Società brasiliana dei pediatri ha pubblicato un comunicato, in cui sosteneva che la serie potesse essere dannosa per i bambini. La dichiarazione, intitolata «Contro l'esposizione di bambini e adolescenti a contenuti inappropriati in tv», metteva in guardia contro «i rischi dell'uso di un linguaggio tipicamente infantile per discutere di argomenti relativi al mondo degli adulti». Insomma, non è un problema parlare di gay o farlo anche in modo ironico e satirico, a patto che sia chiaro il target a cui si punta, che deve necessariamente essere quello di chi ha un'età e una maturità tale da vagliare i messaggi e cogliere le ironie. Netflix, infatti, ha confermato che la serie è intesa per un pubblico adulto e che sarebbe stata pubblicata con un rating Tv-Ma, cioè con l'indicazione che si tratta di un prodotto sconsigliato ai minori di 17 anni. Inoltre, è stato pubblicato un video in cui Vedete Champagne, uno dei personaggi della serie, avvertiva gli spettatori che, sebbene la serie sia un cartone animato, contiene contenuti destinati a un pubblico adulto.Un deputato federale brasiliano, Alan Rick, ha inoltre duramente attaccato la serie: «Stiamo assistendo a un altro attacco ai nostri figli: il lancio di un cartone animato per adulti intitolato Super Drags su Netlix. Questa serie ha un impatto immediato sul comportamento di bambini e adolescenti». Il parlamentare, che è anche un pastore, ha chiesto ai genitori di «rimanere sintonizzati per seguire i contenuti che i loro figli vedono in tv, su internet, dispositivi mobili e altri mezzi di comunicazione». Ha anche sottolineato che sarebbero in atto «sordidi tentativi di influenzare sessualmente i nostri figli». Del resto, la serie stessa non fa nulla per mascherare la sua ostilità alla cultura evangelica ormai dilagante in Brasile, tanto da essere stata determinante per l'elezione di Bolsonaro stesso: uno degli arcinemici contro cui si scontrano i supereroi travestiti è il «profeta» Sandoval Pedroso, un leader pentecostale che dirige un campo di concentramento che offre «cure gay». Al di là dei timori della destra conservatrice brasiliana, resta tuttavia un dubbio: a chi giova questa ridicolizzazione e riduzione a macchietta stereotipata di un mondo che pure, a fasi alterne, pretenderebbe di presentarsi come perfettamente integrato nella società? Che si scelga: o le piume di struzzo, o la famiglia del Mulino bianco.Fabrizio La Rocca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nuovi-supereroi-sono-dei-trans-brasiliani-2619414390.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="in-tutte-le-scuole-scozzesi-arriva-lora-obbligatoria-di-diritti-lgbt" data-post-id="2619414390" data-published-at="1770497744" data-use-pagination="False"> In tutte le scuole scozzesi arriva l’ora obbligatoria di diritti Lgbt Probabilmente William Wallace, l'eroe del XIV secolo cui si è ispirato il film Braveheart, non avrebbe approvato. Eppure la Scozia sarà il primo Paese al mondo a includere nel curriculum scolastico, sin dalle elementari, lo studio dei diritti di gay, lesbiche e transgender. Ad annunciarlo pochi giorni fa è stato il ministro dell'Istruzione John Swinney, che ha spiegato che le scuole pubbliche otterranno finanziamenti per insegnare l'inclusione e il diritto alla diversità, secondo le indicazioni Lgbt. Il governo ha deciso di inserire questa materia per tutto il corso di studi obbligatorio, quindi da quando si comincia la primaria, intorno ai cinque anni, fino a quando non si concludono i Gcse a 16 anni. Una scelta che ha raccolto il consenso delle associazioni che si battono per i diritti dei gay, ma che ha sollevato perplessità nelle famiglie cattoliche o legate ad altri gruppi religiosi, per le quali questi temi non sono ovviamente prioritari nel panorama dell'istruzione. A decidere come sviluppare la materia saranno le diverse scuole, tenendo conto delle esigenze e delle caratteristiche dei propri allievi. In generale uguaglianza e inclusione secondo il credo Lgbt saranno insegnati ai diversi gruppi di età, attraverso una serie di argomenti. Secondo quanto ha illustrato il ministero, si parlerà di identità, del vocabolario adatto per raccontare la diversità, di come combattere l'omofobia, dei pregiudizi legati al mondo dei gay, del movimento in sé stesso e dei risultati ottenuti in anni di propaganda. Una difesa delle battaglie arcobaleno, insomma, che riesce un po' difficile catalogare come una materia di approfondimento per i ragazzini. Su diritti e inclusione, peraltro, i gruppi Lgbt hanno individuato 33 raccomandazioni sulle quali si dovrebbe insistere per un'educazione ideale. Prevedono ripetute sessioni di studio e approfondimento sul tema, la creazione di un manuale ad hoc, la verifica che gli insegnamenti vengano offerti, il controllo sulla qualità, il monitoraggio dei livelli di apprendimento: come si parlasse di trigonometria o fisica, insomma, quando il tema è di tutt'altro tenore. La svolta pro gay del governo scozzese, poi, avrà anche dei costi, che peseranno sui contribuenti e sul bilancio pubblico. Agli insegnanti infatti verranno offerti corsi di formazione specifici visto che, in base a un sondaggio condotto da Tie (l'associazione Time for Inclusive Education), quattro professori su cinque hanno ammesso di non sentirsi abbastanza preparati per parlare di diversità e omofobia e affrontare dubbi e problemi degli allievi. Alle scuole verranno pure forniti nuovi materiali didattici preparati dal movimento, che avranno dei costi ancora da quantificare nel dettaglio. A parte queste spese aggiuntive, che però nel bilancio sempre più risicato della pubblica istruzione non sono poca cosa, secondo il ministro la scuola otterrà solo benefici da questa nuova materia, visto che gli allievi hanno diverse caratteristiche e problemi e ogni possibile aiuto per loro è solo un vantaggio. In passato, poi, alcuni sondaggi condotti tra gli allievi avevano rivelato che il 63 per cento dei giovani scozzesi aveva sofferto per attacchi omofobici mentre la percentuale nel resto del Regno Unito era del 50 per cento. Insomma, a sentire il governo le lezioni su gay e lesbiche saranno un modo per includere e per far bene sia a chi ha problemi di identità sessuale sia agli altri. Sino ad ora nessuno – a parte le famiglie di ispirazione religiosa – sembra aver considerato che cominciare a parlare a bambini di cinque anni di diversi atteggiamenti sessuali e cambi di identità potrebbe suscitare in loro una certa confusione. C'è anche un altro quesito fondamentale. Non avrebbe più senso concentrarsi su altre questioni, dalla grammatica alla matematica, in modo da formare allievi di successo anziché trattare in classe materie che non sono così fondamentali per l'accesso all'università? L'impatto negativo di questo nuovo progetto potrebbe manifestarsi a due livelli. Da un lato si rischia di crescere ragazzini sempre più insicuri, bombardati da concetti, che rischiano di influenzarli e magari spingerli a scelte esistenziali tormentate; dall'altro si finisce per distrarre gli allievi in mille attività, senza permettergli di concentrarsi su tabelline, temi, funzioni e ricerche, che servono da base per un apprendimento di livello superiore. L'importante è che il governo non si lamenti se poi i coetanei cinesi bagnano il naso ai britannici nella classifiche internazionali. Ci riescono perché sono focalizzati sull'apprendimento e non impegnati in riflessioni a sfondo politico. Che tra l'altro risultano anche troppo premature. 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Il professor Philippe Soual, autore di molte pubblicazioni accademiche e specialista ben noto del pensiero di Hegel, era stato invitato dalla facoltà di filosofia, ha tenere un corso a partire da questo novembre sino al prossimo febbraio, per una semplice sessione quadrimestrale di studi e di approfondimento tematico. Nel frattempo però è circolata la voce che in precedenza, il Soual aveva commesso un crimine ripugnante e imprescrittibile e che quindi il docente andava espulso prima ancora di entrare in aula. Ma qual è tal crimine? Ebbene, cinque anni fa, durante le proteste organizzate dalla Manif pour tous contro il matrimonio gay, legalizzato nel 2013, il filosofo non stava dalla parte del progresso e della ragione (l'Ur-sinistra), ma tra gli oscurantisti e gli idioti (la Ur-destra), cioè di coloro che difendevano (e difendono) il diritto del bambino ad avere un solo padre e una sola madre. Pazzesco e arcaico, oltre che evidentemente inaccettabile. Così, gli studenti amanti del progresso hanno riempito i corridoi dell'università, con dei divertentissimi manifesti, per nulla minacciosi, utilizzati dal rettorato per ritirare e annullare il contratto già firmato con il docente. Nei manifesti, visibili sul web, i simpatici futuri dottori, scrivono in modo piuttosto volgare e pseudo-anticonformista che «Qui, ovvero all'università di Tolosa, siamo tutti/e studenti trans, froci (testuale, ndr), checche e bisessuali, e troviamo inaccettabile» la presenza di un docente difensore della famiglia tradizionale, che fu anche, per secoli, la sola famiglia riconosciuta dalla laicissima République. E così conclude il manifesto, con monumentale intolleranza e vero razzismo, che è quello meno percepito come tale, che «noi non vogliamo che un luogo in cui amiamo venire per studiare e in cui non dovremmo sentirci vulnerabili e giudicati/e, apra le porte a questo genere di parole e a questo genere di persone». Ma perché chiamare persone dei mostri siffatti? Mah! In ogni caso, il rettore dell'università, che forse ignorava le propensioni del filosofo, ha colto la palla al balzo, «davanti ai rischi potenziali di incidenti», per estromettere il filosofo Soual e accettare, come capita sempre spesso, la logica violenta della base, o della parte meno tollerante di essa. Ma queste forme di censura non dovrebbero restare al di fuori dell'università e del cosiddetto Stato di diritto? Una cosa è certa: nessuna campagna per la difesa del docente discriminato partirà mai dai quotidiani del sistema come Le Monde o Libération. Il che è un altro segno dei tempi. Fabrizio Cannone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nuovi-supereroi-sono-dei-trans-brasiliani-2619414390.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="parte-il-tavolo-di-consultazione-lgbt-il-governo-alla-prova-dei-temi-etici" data-post-id="2619414390" data-published-at="1770497744" data-use-pagination="False"> Parte il tavolo di consultazione Lgbt. Il governo alla prova dei temi etici Facilmente non tutti ci daranno peso, eppure oggi è una data significativa per il governo e in generale per quanti hanno a cuore i temi etici. Infatti, in seguito al decreto firmato il 22 ottobre scorso dal sottosegretario alla presidenza con delega alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora, viene inaugurata l'apertura di un tavolo di consultazione permanente Lgbt. Sostanzialmente si tratta di un nuovo ufficio, istituito a palazzo Chigi e presieduto dallo stesso Spadafora, cui potranno fare riferimento ben 48 associazioni arcobaleno provenienti da tutta Italia. Una sorta di centrale operativa nazionale, insomma, cui spetterà il compito iniziale di scambiare informazioni e dati sulla comunità Lgbt. Sulla base di quanto verrà raccolto, in un secondo momento potranno poi essere proposte a livello politico azioni che possano fungere da contrasto a eventuali atti di discriminazione e violenza ai danni delle persone con tendenze omosessuali. Per questo nel mondo arcobaleno c'è già chi vede nel tavolo di consultazione permanente che si insedia da una parte un argine contro l'odio contro per l'orientamento sessuale e identità di genere e, dall'altra, un'occasione per cercare di diffondere la cosiddetta cultura delle differenze. Staremo a vedere. Di certo, oltre alla presenza di Spadafora, ci sarà quella del capo del dipartimento Pari opportunità, Alessandra Ponari, del dirigente coordinatore dell'Unar, Luigi Manconi, e altri collaboratori degli uffici del Dipartimento. Da quanto è dato sapere, dal tavolo deriveranno attività più specifiche e settoriali, con la creazione di appositi gruppi che lavoreranno su delle tematiche riguardanti la comunità Lgbt a cui parteciperanno altre sigle che, per lo più, saranno associazioni di Arcigay et similia. Dunque il governo gialloblu strizza l'occhio al fronte arcobaleno? È ancora presto per dirlo. Infatti, per quanto l'apertura di questo ufficio, che rimarrà operativo lungo l'arco dell'intera legislatura, costituisca un evento degno di nota, c'è da dire lo stesso sottosegretario Spadora, quando a fine giugno scorso annunciò che avrebbe convocato le rappresentanze gay per avviare una collaborazione, ebbe correttamente a precisare che «nel contratto di governo non ci sono questioni riguardanti il mondo Lgbt». Non solo. In aggiunta al contratto di governo, che ai temi etici non fa in effetti riferimento alcuno, a ostacolare l'eventuale predisposizione di misure di contrasto all'omofobia ci sono i dati ufficiali, quelli del ministero dell'Interno guidato da Matteo Salvini, che evidenziano come, dal 2010 al 2017, le segnalazioni costituenti reato riconducibili all'orientamento sessuale non solo non siano risultate molte - 140, appena 20 all'anno -, ma siano state superate da quelle basate dall'odio antireligioso, risultate 187. Da notare inoltre come, se le discriminazioni di matrice omofobica sono assai ridotte, quelle di matrice transfobica siano pressoché inesistenti, essendo risultate 12 in sette anni, appena l'1,2% del totale. Senza dimenticare poi la presenza, nel governo, di un ministro come Lorenzo Fontana, dichiaratamente pro family, e in parlamento di senatori come il battagliero Simone Pillon. Non sarà dunque semplicissimo per le associazioni arcobaleno realizzare un'opera di efficace condizionamento legislativo, ma certo l'apertura di un apposito tavolo di consultazione permanente costituisce, dal loro punto di vista, un passo in avanti. Che non deve in alcun modo, e da nessuno, essere sottovalutato. Giuliano Guzzo
Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
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I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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Francesca Lollobrigida trionfa davanti alla canadese Valerie Maltais nella gara dei 3000 metri femminili di pattinaggio di velocità ai Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Milano-Cortina regala subito grandi emozioni all’Italia. Dopo le prime medaglie nello sci con l’argento di Giovanni Franzoni e il bronzo di Dominik Paris nella discesa libera maschile, arriva anche il primo oro della spedizione azzurra, grazie a Francesca Lollobrigida nel pattinaggio di velocità.
La pattinatrice laziale, nel giorno del suo 35° compleanno, ha conquistato la medaglia nei 3000 metri, stabilendo un nuovo record olimpico con il tempo di 3:54.28. La prova di Lollobrigida è stata straordinaria fin dalle prime manche: «Ultime due in gara per capire quale sarà il metallo della medaglia di Francesca Lollobrigida», si leggeva durante la gara, mentre lei continuava a segnare tempi inarrivabili per le avversarie. Alla fine, la canadese Valerie Maltais si è dovuta arrendere al miglior tempo della giornata, mentre l’argento è andato alla Norvegia e il bronzo al Canada. Subito dopo aver realizzato di aver conquistato il metallo più prezioso, Lollobrigida è corsa incontro al figlio di due anni e mezzo, Tommaso, per abbracciarlo e festeggiare insieme a lui. Una scena che si candida a entrare di diritto tra gli highlights più belli ed emozionanti di questi Giochi. Il trionfo di Lollobrigida completa una giornata intensa per l’Italia tra neve e ghiaccio. Nello sci maschile, Franzoni e Paris avevano già regalato due podi nella discesa libera di Bormio, rispettivamente argento e bronzo, con lo svizzero Franjo von Allmen sul gradino più alto del podio.
Tra le altre competizioni, nello slopestyle maschile a Livigno Snow Park Miro Tabanelli non è riuscito a qualificarsi per la finale, chiudendo diciassettesimo con 51.93 punti. La sessione è stata dominata dai norvegesi, con Birk Ruud e Tormod Frostad al comando.
Intanto, tra le donne dello sci alpino, Federica Brignone sarà al via della discesa libera di domani domenica 8 febbraio, accanto a Sofia Goggia, Nicol Delago e Laura Pirovano. «Per Brignone è la seconda discesa olimpica della carriera: nel 2018 a PyeongChang si ritirò. Goggia è invece alla terza esperienza dopo l’oro di PeyongChang 2018 e l’argento di Pechino 2022, così come Delago, mentre per Pirovano si tratta di una prima assoluta», si legge nelle note tecniche dello staff azzurro.
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