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2018-11-13
I nuovi supereroi sono dei trans brasiliani
«Erezione!». Inizia con questo grido, urlato con voce stridula in falsetto, il trailer di Super Drags, la nuova serie d'animazione brasiliana il cui titolo è tutto un programma (le drag queen sono notoriamente degli «artisti» vestiti da donna, che mettono in scena spettacoli giocando costantemente sull'ambiguità sessuale). Subito dopo si vede una folla di ragazzi, sempre molto effeminati, che scruta in cielo e, alla vista dei tre supereroi, si chiede: «Sono uomini? No, sono le Super Drag!».
Ovvero Patrick, Donizete e Ralph, tre amici che amano trasformarsi in Lemon Chifon, Scarlet Carmesim e Safira Cyan, le protagoniste (o «i protagonisti»? Rinunciamo a porre la questione, tanto non se ne esce) della serie creata da Anderson Mahanski, Fernando Mendonça e Paulo Lescaut per Netflix e ora sbarcata anche in Italia, peraltro in singolare e forse non casuale coincidenza con l'accendersi dei riflettori sul Brasile dopo l'elezione di Jair Bolsonaro.
Lo scontro con le idee, decisamente conservatrici, del nuovo presidente non poteva essere più forte. Ecco la trama ufficiale della serie: «Durante il giorno, lavorano in un grande magazzino e cercando di gestire il loro capo molto fastidioso. Di notte, però, indossano i loro corsetti e si trasformano nelle più toste Super Drags della città, pronte a combattere le ombre e a salvare il mondo dai cattivi. Preparatevi, perché le Super Drags stanno arrivando».
Tutto l'universo di queste «supereroine» col trucco troppo marcato richiama gli stereotipi sul mondo gay che vengono diffusi innanzitutto in quello stesso ambiente (e che ovviamente, come da tradizione, diventano invece volgari idee preconcette di stampo omofobo se proposte da qualche etero): gli omosessuali, per esempio, hanno il «gaydar», il famoso radar gay.
Ogni membro della comunità Lgbt, inoltre, possiede una speciale energia «highlight». E così via. Sul sito di Netflix ci sono le trame dei cinque episodi. Che sono di questo tenore: «Per ritrovare la bellezza, Lady Elza ruba tutta l'energia “highlight" ai gay che partecipano al concerto di Goldiva, spingendo le Super Drags a intervenire». Oppure: «Rifiutato dal padre dopo il coming out, Ralph frequenta il campo di conversione di Sandoval, dove Donizete e Patrick sono mandati sotto copertura». E così via.
Le polemiche, ovviamente, non mancano. Nel luglio 2017 la Società brasiliana dei pediatri ha pubblicato un comunicato, in cui sosteneva che la serie potesse essere dannosa per i bambini. La dichiarazione, intitolata «Contro l'esposizione di bambini e adolescenti a contenuti inappropriati in tv», metteva in guardia contro «i rischi dell'uso di un linguaggio tipicamente infantile per discutere di argomenti relativi al mondo degli adulti». Insomma, non è un problema parlare di gay o farlo anche in modo ironico e satirico, a patto che sia chiaro il target a cui si punta, che deve necessariamente essere quello di chi ha un'età e una maturità tale da vagliare i messaggi e cogliere le ironie.
Netflix, infatti, ha confermato che la serie è intesa per un pubblico adulto e che sarebbe stata pubblicata con un rating Tv-Ma, cioè con l'indicazione che si tratta di un prodotto sconsigliato ai minori di 17 anni. Inoltre, è stato pubblicato un video in cui Vedete Champagne, uno dei personaggi della serie, avvertiva gli spettatori che, sebbene la serie sia un cartone animato, contiene contenuti destinati a un pubblico adulto.
Un deputato federale brasiliano, Alan Rick, ha inoltre duramente attaccato la serie: «Stiamo assistendo a un altro attacco ai nostri figli: il lancio di un cartone animato per adulti intitolato Super Drags su Netlix. Questa serie ha un impatto immediato sul comportamento di bambini e adolescenti». Il parlamentare, che è anche un pastore, ha chiesto ai genitori di «rimanere sintonizzati per seguire i contenuti che i loro figli vedono in tv, su internet, dispositivi mobili e altri mezzi di comunicazione». Ha anche sottolineato che sarebbero in atto «sordidi tentativi di influenzare sessualmente i nostri figli».
Del resto, la serie stessa non fa nulla per mascherare la sua ostilità alla cultura evangelica ormai dilagante in Brasile, tanto da essere stata determinante per l'elezione di Bolsonaro stesso: uno degli arcinemici contro cui si scontrano i supereroi travestiti è il «profeta» Sandoval Pedroso, un leader pentecostale che dirige un campo di concentramento che offre «cure gay». Al di là dei timori della destra conservatrice brasiliana, resta tuttavia un dubbio: a chi giova questa ridicolizzazione e riduzione a macchietta stereotipata di un mondo che pure, a fasi alterne, pretenderebbe di presentarsi come perfettamente integrato nella società? Che si scelga: o le piume di struzzo, o la famiglia del Mulino bianco.
Fabrizio La Rocca
In tutte le scuole scozzesi arriva l’ora obbligatoria di diritti Lgbt
Probabilmente William Wallace, l'eroe del XIV secolo cui si è ispirato il film Braveheart, non avrebbe approvato. Eppure la Scozia sarà il primo Paese al mondo a includere nel curriculum scolastico, sin dalle elementari, lo studio dei diritti di gay, lesbiche e transgender.
Ad annunciarlo pochi giorni fa è stato il ministro dell'Istruzione John Swinney, che ha spiegato che le scuole pubbliche otterranno finanziamenti per insegnare l'inclusione e il diritto alla diversità, secondo le indicazioni Lgbt.
Il governo ha deciso di inserire questa materia per tutto il corso di studi obbligatorio, quindi da quando si comincia la primaria, intorno ai cinque anni, fino a quando non si concludono i Gcse a 16 anni. Una scelta che ha raccolto il consenso delle associazioni che si battono per i diritti dei gay, ma che ha sollevato perplessità nelle famiglie cattoliche o legate ad altri gruppi religiosi, per le quali questi temi non sono ovviamente prioritari nel panorama dell'istruzione.
A decidere come sviluppare la materia saranno le diverse scuole, tenendo conto delle esigenze e delle caratteristiche dei propri allievi. In generale uguaglianza e inclusione secondo il credo Lgbt saranno insegnati ai diversi gruppi di età, attraverso una serie di argomenti.
Secondo quanto ha illustrato il ministero, si parlerà di identità, del vocabolario adatto per raccontare la diversità, di come combattere l'omofobia, dei pregiudizi legati al mondo dei gay, del movimento in sé stesso e dei risultati ottenuti in anni di propaganda. Una difesa delle battaglie arcobaleno, insomma, che riesce un po' difficile catalogare come una materia di approfondimento per i ragazzini. Su diritti e inclusione, peraltro, i gruppi Lgbt hanno individuato 33 raccomandazioni sulle quali si dovrebbe insistere per un'educazione ideale.
Prevedono ripetute sessioni di studio e approfondimento sul tema, la creazione di un manuale ad hoc, la verifica che gli insegnamenti vengano offerti, il controllo sulla qualità, il monitoraggio dei livelli di apprendimento: come si parlasse di trigonometria o fisica, insomma, quando il tema è di tutt'altro tenore.
La svolta pro gay del governo scozzese, poi, avrà anche dei costi, che peseranno sui contribuenti e sul bilancio pubblico. Agli insegnanti infatti verranno offerti corsi di formazione specifici visto che, in base a un sondaggio condotto da Tie (l'associazione Time for Inclusive Education), quattro professori su cinque hanno ammesso di non sentirsi abbastanza preparati per parlare di diversità e omofobia e affrontare dubbi e problemi degli allievi. Alle scuole verranno pure forniti nuovi materiali didattici preparati dal movimento, che avranno dei costi ancora da quantificare nel dettaglio.
A parte queste spese aggiuntive, che però nel bilancio sempre più risicato della pubblica istruzione non sono poca cosa, secondo il ministro la scuola otterrà solo benefici da questa nuova materia, visto che gli allievi hanno diverse caratteristiche e problemi e ogni possibile aiuto per loro è solo un vantaggio. In passato, poi, alcuni sondaggi condotti tra gli allievi avevano rivelato che il 63 per cento dei giovani scozzesi aveva sofferto per attacchi omofobici mentre la percentuale nel resto del Regno Unito era del 50 per cento.
Insomma, a sentire il governo le lezioni su gay e lesbiche saranno un modo per includere e per far bene sia a chi ha problemi di identità sessuale sia agli altri. Sino ad ora nessuno – a parte le famiglie di ispirazione religiosa – sembra aver considerato che cominciare a parlare a bambini di cinque anni di diversi atteggiamenti sessuali e cambi di identità potrebbe suscitare in loro una certa confusione. C'è anche un altro quesito fondamentale.
Non avrebbe più senso concentrarsi su altre questioni, dalla grammatica alla matematica, in modo da formare allievi di successo anziché trattare in classe materie che non sono così fondamentali per l'accesso all'università? L'impatto negativo di questo nuovo progetto potrebbe manifestarsi a due livelli. Da un lato si rischia di crescere ragazzini sempre più insicuri, bombardati da concetti, che rischiano di influenzarli e magari spingerli a scelte esistenziali tormentate; dall'altro si finisce per distrarre gli allievi in mille attività, senza permettergli di concentrarsi su tabelline, temi, funzioni e ricerche, che servono da base per un apprendimento di livello superiore. L'importante è che il governo non si lamenti se poi i coetanei cinesi bagnano il naso ai britannici nella classifiche internazionali.
Ci riescono perché sono focalizzati sull'apprendimento e non impegnati in riflessioni a sfondo politico. Che tra l'altro risultano anche troppo premature.
Caterina Belloni
Via dall’ateneo il prof pro famiglia
Spesso nella storia gli oppressi, o coloro che si ritengono tali, raggiunta l'ambita libertà, divengono oppressori. Adottando alla lettera gli stessi metodi di intolleranza e di esclusione sociale che poco prima denunciavano nei loro avversari.
Un'ennesima storiella squallida si è prodotta in tal senso presso l'Università statale di Tolosa, dedicata al filosofo e politico francese Jean Jaurès, nel sud ovest della Francia. Il professor Philippe Soual, autore di molte pubblicazioni accademiche e specialista ben noto del pensiero di Hegel, era stato invitato dalla facoltà di filosofia, ha tenere un corso a partire da questo novembre sino al prossimo febbraio, per una semplice sessione quadrimestrale di studi e di approfondimento tematico.
Nel frattempo però è circolata la voce che in precedenza, il Soual aveva commesso un crimine ripugnante e imprescrittibile e che quindi il docente andava espulso prima ancora di entrare in aula. Ma qual è tal crimine? Ebbene, cinque anni fa, durante le proteste organizzate dalla Manif pour tous contro il matrimonio gay, legalizzato nel 2013, il filosofo non stava dalla parte del progresso e della ragione (l'Ur-sinistra), ma tra gli oscurantisti e gli idioti (la Ur-destra), cioè di coloro che difendevano (e difendono) il diritto del bambino ad avere un solo padre e una sola madre. Pazzesco e arcaico, oltre che evidentemente inaccettabile.
Così, gli studenti amanti del progresso hanno riempito i corridoi dell'università, con dei divertentissimi manifesti, per nulla minacciosi, utilizzati dal rettorato per ritirare e annullare il contratto già firmato con il docente.
Nei manifesti, visibili sul web, i simpatici futuri dottori, scrivono in modo piuttosto volgare e pseudo-anticonformista che «Qui, ovvero all'università di Tolosa, siamo tutti/e studenti trans, froci (testuale, ndr), checche e bisessuali, e troviamo inaccettabile» la presenza di un docente difensore della famiglia tradizionale, che fu anche, per secoli, la sola famiglia riconosciuta dalla laicissima République.
E così conclude il manifesto, con monumentale intolleranza e vero razzismo, che è quello meno percepito come tale, che «noi non vogliamo che un luogo in cui amiamo venire per studiare e in cui non dovremmo sentirci vulnerabili e giudicati/e, apra le porte a questo genere di parole e a questo genere di persone». Ma perché chiamare persone dei mostri siffatti? Mah!
In ogni caso, il rettore dell'università, che forse ignorava le propensioni del filosofo, ha colto la palla al balzo, «davanti ai rischi potenziali di incidenti», per estromettere il filosofo Soual e accettare, come capita sempre spesso, la logica violenta della base, o della parte meno tollerante di essa.
Ma queste forme di censura non dovrebbero restare al di fuori dell'università e del cosiddetto Stato di diritto?
Una cosa è certa: nessuna campagna per la difesa del docente discriminato partirà mai dai quotidiani del sistema come Le Monde o Libération. Il che è un altro segno dei tempi.
Fabrizio Cannone
Parte il tavolo di consultazione Lgbt. Il governo alla prova dei temi etici
Facilmente non tutti ci daranno peso, eppure oggi è una data significativa per il governo e in generale per quanti hanno a cuore i temi etici. Infatti, in seguito al decreto firmato il 22 ottobre scorso dal sottosegretario alla presidenza con delega alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora, viene inaugurata l'apertura di un tavolo di consultazione permanente Lgbt. Sostanzialmente si tratta di un nuovo ufficio, istituito a palazzo Chigi e presieduto dallo stesso Spadafora, cui potranno fare riferimento ben 48 associazioni arcobaleno provenienti da tutta Italia. Una sorta di centrale operativa nazionale, insomma, cui spetterà il compito iniziale di scambiare informazioni e dati sulla comunità Lgbt.
Sulla base di quanto verrà raccolto, in un secondo momento potranno poi essere proposte a livello politico azioni che possano fungere da contrasto a eventuali atti di discriminazione e violenza ai danni delle persone con tendenze omosessuali. Per questo nel mondo arcobaleno c'è già chi vede nel tavolo di consultazione permanente che si insedia da una parte un argine contro l'odio contro per l'orientamento sessuale e identità di genere e, dall'altra, un'occasione per cercare di diffondere la cosiddetta cultura delle differenze. Staremo a vedere. Di certo, oltre alla presenza di Spadafora, ci sarà quella del capo del dipartimento Pari opportunità, Alessandra Ponari, del dirigente coordinatore dell'Unar, Luigi Manconi, e altri collaboratori degli uffici del Dipartimento.
Da quanto è dato sapere, dal tavolo deriveranno attività più specifiche e settoriali, con la creazione di appositi gruppi che lavoreranno su delle tematiche riguardanti la comunità Lgbt a cui parteciperanno altre sigle che, per lo più, saranno associazioni di Arcigay et similia. Dunque il governo gialloblu strizza l'occhio al fronte arcobaleno?
È ancora presto per dirlo. Infatti, per quanto l'apertura di questo ufficio, che rimarrà operativo lungo l'arco dell'intera legislatura, costituisca un evento degno di nota, c'è da dire lo stesso sottosegretario Spadora, quando a fine giugno scorso annunciò che avrebbe convocato le rappresentanze gay per avviare una collaborazione, ebbe correttamente a precisare che «nel contratto di governo non ci sono questioni riguardanti il mondo Lgbt».
Non solo. In aggiunta al contratto di governo, che ai temi etici non fa in effetti riferimento alcuno, a ostacolare l'eventuale predisposizione di misure di contrasto all'omofobia ci sono i dati ufficiali, quelli del ministero dell'Interno guidato da Matteo Salvini, che evidenziano come, dal 2010 al 2017, le segnalazioni costituenti reato riconducibili all'orientamento sessuale non solo non siano risultate molte - 140, appena 20 all'anno -, ma siano state superate da quelle basate dall'odio antireligioso, risultate 187. Da notare inoltre come, se le discriminazioni di matrice omofobica sono assai ridotte, quelle di matrice transfobica siano pressoché inesistenti, essendo risultate 12 in sette anni, appena l'1,2% del totale.
Senza dimenticare poi la presenza, nel governo, di un ministro come Lorenzo Fontana, dichiaratamente pro family, e in parlamento di senatori come il battagliero Simone Pillon. Non sarà dunque semplicissimo per le associazioni arcobaleno realizzare un'opera di efficace condizionamento legislativo, ma certo l'apertura di un apposito tavolo di consultazione permanente costituisce, dal loro punto di vista, un passo in avanti. Che non deve in alcun modo, e da nessuno, essere sottovalutato.
Giuliano Guzzo
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Netflix lancia Super Drags, una serie animata i cui protagonisti sono dei travestiti e che inizia inneggiando all'erezione. Ma è già polemica: secondo i pediatri, propagandare contenuti da adulti con un linguaggio infantile può fare molti danni.In tutte le scuole scozzesi arriva l'ora obbligatoria di diritti Lgbt. Secondo quanto annunciato dal ministro dell'Istruzione, John Swinney, gli istituti pubblici del Paese otterranno finanziamenti per insegnare il «diritto alla diversità» e la lotta all'omofobia. Si partirà dai bambini di 5 anni.Via dall'ateneo il prof pro famiglia. Philippe Soual, invitato dall'università di Tolosa, è stato cacciato dopo la mobilitazione degli studenti. Il motivo? Aveva aderito alle proteste contro il matrimonio «egualitario».Parte il tavolo di consultazione Lgbt. Il governo alla prova dei temi etici. A presiederlo sarà il sottosegretario con delega alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora. In homepage un estratto dello scandaloso trailer che i nostri figli rischiano di vedere.Lo speciale comprende quattro articoli.«Erezione!». Inizia con questo grido, urlato con voce stridula in falsetto, il trailer di Super Drags, la nuova serie d'animazione brasiliana il cui titolo è tutto un programma (le drag queen sono notoriamente degli «artisti» vestiti da donna, che mettono in scena spettacoli giocando costantemente sull'ambiguità sessuale). Subito dopo si vede una folla di ragazzi, sempre molto effeminati, che scruta in cielo e, alla vista dei tre supereroi, si chiede: «Sono uomini? No, sono le Super Drag!». Ovvero Patrick, Donizete e Ralph, tre amici che amano trasformarsi in Lemon Chifon, Scarlet Carmesim e Safira Cyan, le protagoniste (o «i protagonisti»? Rinunciamo a porre la questione, tanto non se ne esce) della serie creata da Anderson Mahanski, Fernando Mendonça e Paulo Lescaut per Netflix e ora sbarcata anche in Italia, peraltro in singolare e forse non casuale coincidenza con l'accendersi dei riflettori sul Brasile dopo l'elezione di Jair Bolsonaro. Lo scontro con le idee, decisamente conservatrici, del nuovo presidente non poteva essere più forte. Ecco la trama ufficiale della serie: «Durante il giorno, lavorano in un grande magazzino e cercando di gestire il loro capo molto fastidioso. Di notte, però, indossano i loro corsetti e si trasformano nelle più toste Super Drags della città, pronte a combattere le ombre e a salvare il mondo dai cattivi. Preparatevi, perché le Super Drags stanno arrivando». Tutto l'universo di queste «supereroine» col trucco troppo marcato richiama gli stereotipi sul mondo gay che vengono diffusi innanzitutto in quello stesso ambiente (e che ovviamente, come da tradizione, diventano invece volgari idee preconcette di stampo omofobo se proposte da qualche etero): gli omosessuali, per esempio, hanno il «gaydar», il famoso radar gay. Ogni membro della comunità Lgbt, inoltre, possiede una speciale energia «highlight». E così via. Sul sito di Netflix ci sono le trame dei cinque episodi. Che sono di questo tenore: «Per ritrovare la bellezza, Lady Elza ruba tutta l'energia “highlight" ai gay che partecipano al concerto di Goldiva, spingendo le Super Drags a intervenire». Oppure: «Rifiutato dal padre dopo il coming out, Ralph frequenta il campo di conversione di Sandoval, dove Donizete e Patrick sono mandati sotto copertura». E così via.Le polemiche, ovviamente, non mancano. Nel luglio 2017 la Società brasiliana dei pediatri ha pubblicato un comunicato, in cui sosteneva che la serie potesse essere dannosa per i bambini. La dichiarazione, intitolata «Contro l'esposizione di bambini e adolescenti a contenuti inappropriati in tv», metteva in guardia contro «i rischi dell'uso di un linguaggio tipicamente infantile per discutere di argomenti relativi al mondo degli adulti». Insomma, non è un problema parlare di gay o farlo anche in modo ironico e satirico, a patto che sia chiaro il target a cui si punta, che deve necessariamente essere quello di chi ha un'età e una maturità tale da vagliare i messaggi e cogliere le ironie. Netflix, infatti, ha confermato che la serie è intesa per un pubblico adulto e che sarebbe stata pubblicata con un rating Tv-Ma, cioè con l'indicazione che si tratta di un prodotto sconsigliato ai minori di 17 anni. Inoltre, è stato pubblicato un video in cui Vedete Champagne, uno dei personaggi della serie, avvertiva gli spettatori che, sebbene la serie sia un cartone animato, contiene contenuti destinati a un pubblico adulto.Un deputato federale brasiliano, Alan Rick, ha inoltre duramente attaccato la serie: «Stiamo assistendo a un altro attacco ai nostri figli: il lancio di un cartone animato per adulti intitolato Super Drags su Netlix. Questa serie ha un impatto immediato sul comportamento di bambini e adolescenti». Il parlamentare, che è anche un pastore, ha chiesto ai genitori di «rimanere sintonizzati per seguire i contenuti che i loro figli vedono in tv, su internet, dispositivi mobili e altri mezzi di comunicazione». Ha anche sottolineato che sarebbero in atto «sordidi tentativi di influenzare sessualmente i nostri figli». Del resto, la serie stessa non fa nulla per mascherare la sua ostilità alla cultura evangelica ormai dilagante in Brasile, tanto da essere stata determinante per l'elezione di Bolsonaro stesso: uno degli arcinemici contro cui si scontrano i supereroi travestiti è il «profeta» Sandoval Pedroso, un leader pentecostale che dirige un campo di concentramento che offre «cure gay». Al di là dei timori della destra conservatrice brasiliana, resta tuttavia un dubbio: a chi giova questa ridicolizzazione e riduzione a macchietta stereotipata di un mondo che pure, a fasi alterne, pretenderebbe di presentarsi come perfettamente integrato nella società? Che si scelga: o le piume di struzzo, o la famiglia del Mulino bianco.Fabrizio La Rocca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nuovi-supereroi-sono-dei-trans-brasiliani-2619414390.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="in-tutte-le-scuole-scozzesi-arriva-lora-obbligatoria-di-diritti-lgbt" data-post-id="2619414390" data-published-at="1781105950" data-use-pagination="False"> In tutte le scuole scozzesi arriva l’ora obbligatoria di diritti Lgbt Probabilmente William Wallace, l'eroe del XIV secolo cui si è ispirato il film Braveheart, non avrebbe approvato. Eppure la Scozia sarà il primo Paese al mondo a includere nel curriculum scolastico, sin dalle elementari, lo studio dei diritti di gay, lesbiche e transgender. Ad annunciarlo pochi giorni fa è stato il ministro dell'Istruzione John Swinney, che ha spiegato che le scuole pubbliche otterranno finanziamenti per insegnare l'inclusione e il diritto alla diversità, secondo le indicazioni Lgbt. Il governo ha deciso di inserire questa materia per tutto il corso di studi obbligatorio, quindi da quando si comincia la primaria, intorno ai cinque anni, fino a quando non si concludono i Gcse a 16 anni. Una scelta che ha raccolto il consenso delle associazioni che si battono per i diritti dei gay, ma che ha sollevato perplessità nelle famiglie cattoliche o legate ad altri gruppi religiosi, per le quali questi temi non sono ovviamente prioritari nel panorama dell'istruzione. A decidere come sviluppare la materia saranno le diverse scuole, tenendo conto delle esigenze e delle caratteristiche dei propri allievi. In generale uguaglianza e inclusione secondo il credo Lgbt saranno insegnati ai diversi gruppi di età, attraverso una serie di argomenti. Secondo quanto ha illustrato il ministero, si parlerà di identità, del vocabolario adatto per raccontare la diversità, di come combattere l'omofobia, dei pregiudizi legati al mondo dei gay, del movimento in sé stesso e dei risultati ottenuti in anni di propaganda. Una difesa delle battaglie arcobaleno, insomma, che riesce un po' difficile catalogare come una materia di approfondimento per i ragazzini. Su diritti e inclusione, peraltro, i gruppi Lgbt hanno individuato 33 raccomandazioni sulle quali si dovrebbe insistere per un'educazione ideale. Prevedono ripetute sessioni di studio e approfondimento sul tema, la creazione di un manuale ad hoc, la verifica che gli insegnamenti vengano offerti, il controllo sulla qualità, il monitoraggio dei livelli di apprendimento: come si parlasse di trigonometria o fisica, insomma, quando il tema è di tutt'altro tenore. La svolta pro gay del governo scozzese, poi, avrà anche dei costi, che peseranno sui contribuenti e sul bilancio pubblico. Agli insegnanti infatti verranno offerti corsi di formazione specifici visto che, in base a un sondaggio condotto da Tie (l'associazione Time for Inclusive Education), quattro professori su cinque hanno ammesso di non sentirsi abbastanza preparati per parlare di diversità e omofobia e affrontare dubbi e problemi degli allievi. Alle scuole verranno pure forniti nuovi materiali didattici preparati dal movimento, che avranno dei costi ancora da quantificare nel dettaglio. A parte queste spese aggiuntive, che però nel bilancio sempre più risicato della pubblica istruzione non sono poca cosa, secondo il ministro la scuola otterrà solo benefici da questa nuova materia, visto che gli allievi hanno diverse caratteristiche e problemi e ogni possibile aiuto per loro è solo un vantaggio. In passato, poi, alcuni sondaggi condotti tra gli allievi avevano rivelato che il 63 per cento dei giovani scozzesi aveva sofferto per attacchi omofobici mentre la percentuale nel resto del Regno Unito era del 50 per cento. Insomma, a sentire il governo le lezioni su gay e lesbiche saranno un modo per includere e per far bene sia a chi ha problemi di identità sessuale sia agli altri. Sino ad ora nessuno – a parte le famiglie di ispirazione religiosa – sembra aver considerato che cominciare a parlare a bambini di cinque anni di diversi atteggiamenti sessuali e cambi di identità potrebbe suscitare in loro una certa confusione. C'è anche un altro quesito fondamentale. Non avrebbe più senso concentrarsi su altre questioni, dalla grammatica alla matematica, in modo da formare allievi di successo anziché trattare in classe materie che non sono così fondamentali per l'accesso all'università? L'impatto negativo di questo nuovo progetto potrebbe manifestarsi a due livelli. Da un lato si rischia di crescere ragazzini sempre più insicuri, bombardati da concetti, che rischiano di influenzarli e magari spingerli a scelte esistenziali tormentate; dall'altro si finisce per distrarre gli allievi in mille attività, senza permettergli di concentrarsi su tabelline, temi, funzioni e ricerche, che servono da base per un apprendimento di livello superiore. L'importante è che il governo non si lamenti se poi i coetanei cinesi bagnano il naso ai britannici nella classifiche internazionali. Ci riescono perché sono focalizzati sull'apprendimento e non impegnati in riflessioni a sfondo politico. Che tra l'altro risultano anche troppo premature. 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Il professor Philippe Soual, autore di molte pubblicazioni accademiche e specialista ben noto del pensiero di Hegel, era stato invitato dalla facoltà di filosofia, ha tenere un corso a partire da questo novembre sino al prossimo febbraio, per una semplice sessione quadrimestrale di studi e di approfondimento tematico. Nel frattempo però è circolata la voce che in precedenza, il Soual aveva commesso un crimine ripugnante e imprescrittibile e che quindi il docente andava espulso prima ancora di entrare in aula. Ma qual è tal crimine? Ebbene, cinque anni fa, durante le proteste organizzate dalla Manif pour tous contro il matrimonio gay, legalizzato nel 2013, il filosofo non stava dalla parte del progresso e della ragione (l'Ur-sinistra), ma tra gli oscurantisti e gli idioti (la Ur-destra), cioè di coloro che difendevano (e difendono) il diritto del bambino ad avere un solo padre e una sola madre. Pazzesco e arcaico, oltre che evidentemente inaccettabile. Così, gli studenti amanti del progresso hanno riempito i corridoi dell'università, con dei divertentissimi manifesti, per nulla minacciosi, utilizzati dal rettorato per ritirare e annullare il contratto già firmato con il docente. Nei manifesti, visibili sul web, i simpatici futuri dottori, scrivono in modo piuttosto volgare e pseudo-anticonformista che «Qui, ovvero all'università di Tolosa, siamo tutti/e studenti trans, froci (testuale, ndr), checche e bisessuali, e troviamo inaccettabile» la presenza di un docente difensore della famiglia tradizionale, che fu anche, per secoli, la sola famiglia riconosciuta dalla laicissima République. E così conclude il manifesto, con monumentale intolleranza e vero razzismo, che è quello meno percepito come tale, che «noi non vogliamo che un luogo in cui amiamo venire per studiare e in cui non dovremmo sentirci vulnerabili e giudicati/e, apra le porte a questo genere di parole e a questo genere di persone». Ma perché chiamare persone dei mostri siffatti? Mah! In ogni caso, il rettore dell'università, che forse ignorava le propensioni del filosofo, ha colto la palla al balzo, «davanti ai rischi potenziali di incidenti», per estromettere il filosofo Soual e accettare, come capita sempre spesso, la logica violenta della base, o della parte meno tollerante di essa. Ma queste forme di censura non dovrebbero restare al di fuori dell'università e del cosiddetto Stato di diritto? Una cosa è certa: nessuna campagna per la difesa del docente discriminato partirà mai dai quotidiani del sistema come Le Monde o Libération. Il che è un altro segno dei tempi. Fabrizio Cannone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nuovi-supereroi-sono-dei-trans-brasiliani-2619414390.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="parte-il-tavolo-di-consultazione-lgbt-il-governo-alla-prova-dei-temi-etici" data-post-id="2619414390" data-published-at="1781105950" data-use-pagination="False"> Parte il tavolo di consultazione Lgbt. Il governo alla prova dei temi etici Facilmente non tutti ci daranno peso, eppure oggi è una data significativa per il governo e in generale per quanti hanno a cuore i temi etici. Infatti, in seguito al decreto firmato il 22 ottobre scorso dal sottosegretario alla presidenza con delega alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora, viene inaugurata l'apertura di un tavolo di consultazione permanente Lgbt. Sostanzialmente si tratta di un nuovo ufficio, istituito a palazzo Chigi e presieduto dallo stesso Spadafora, cui potranno fare riferimento ben 48 associazioni arcobaleno provenienti da tutta Italia. Una sorta di centrale operativa nazionale, insomma, cui spetterà il compito iniziale di scambiare informazioni e dati sulla comunità Lgbt. Sulla base di quanto verrà raccolto, in un secondo momento potranno poi essere proposte a livello politico azioni che possano fungere da contrasto a eventuali atti di discriminazione e violenza ai danni delle persone con tendenze omosessuali. Per questo nel mondo arcobaleno c'è già chi vede nel tavolo di consultazione permanente che si insedia da una parte un argine contro l'odio contro per l'orientamento sessuale e identità di genere e, dall'altra, un'occasione per cercare di diffondere la cosiddetta cultura delle differenze. Staremo a vedere. Di certo, oltre alla presenza di Spadafora, ci sarà quella del capo del dipartimento Pari opportunità, Alessandra Ponari, del dirigente coordinatore dell'Unar, Luigi Manconi, e altri collaboratori degli uffici del Dipartimento. Da quanto è dato sapere, dal tavolo deriveranno attività più specifiche e settoriali, con la creazione di appositi gruppi che lavoreranno su delle tematiche riguardanti la comunità Lgbt a cui parteciperanno altre sigle che, per lo più, saranno associazioni di Arcigay et similia. Dunque il governo gialloblu strizza l'occhio al fronte arcobaleno? È ancora presto per dirlo. Infatti, per quanto l'apertura di questo ufficio, che rimarrà operativo lungo l'arco dell'intera legislatura, costituisca un evento degno di nota, c'è da dire lo stesso sottosegretario Spadora, quando a fine giugno scorso annunciò che avrebbe convocato le rappresentanze gay per avviare una collaborazione, ebbe correttamente a precisare che «nel contratto di governo non ci sono questioni riguardanti il mondo Lgbt». Non solo. In aggiunta al contratto di governo, che ai temi etici non fa in effetti riferimento alcuno, a ostacolare l'eventuale predisposizione di misure di contrasto all'omofobia ci sono i dati ufficiali, quelli del ministero dell'Interno guidato da Matteo Salvini, che evidenziano come, dal 2010 al 2017, le segnalazioni costituenti reato riconducibili all'orientamento sessuale non solo non siano risultate molte - 140, appena 20 all'anno -, ma siano state superate da quelle basate dall'odio antireligioso, risultate 187. Da notare inoltre come, se le discriminazioni di matrice omofobica sono assai ridotte, quelle di matrice transfobica siano pressoché inesistenti, essendo risultate 12 in sette anni, appena l'1,2% del totale. Senza dimenticare poi la presenza, nel governo, di un ministro come Lorenzo Fontana, dichiaratamente pro family, e in parlamento di senatori come il battagliero Simone Pillon. Non sarà dunque semplicissimo per le associazioni arcobaleno realizzare un'opera di efficace condizionamento legislativo, ma certo l'apertura di un apposito tavolo di consultazione permanente costituisce, dal loro punto di vista, un passo in avanti. Che non deve in alcun modo, e da nessuno, essere sottovalutato. Giuliano Guzzo
Da quel 31 marzo e da quella piovosa, a tratti gelida, notte di Zenica, in Bosnia, il sentimento che ha accompagnato il nostro avvicinamento ai Mondiali è stato uno soltanto: tristezza. Ma anche amarezza, rabbia e delusione. L'Italia non sarà alla Coppa del Mondo per la terza volta consecutiva e questo lo sappiamo ormai da oltre due mesi. Il nostro calcio attraversa una crisi profonda e, mentre si avvicinano le elezioni federali del 22 giugno – dalle quali uscirà il presidente chiamato a nominare il nuovo commissario tecnico e ad avviare quel percorso di riforme di cui tutto il sistema sembra avere urgente bisogno – non resta che farsene definitivamente una ragione.
E magari aggrapparsi ai timidi segnali positivi arrivati nelle ultime settimane: l'entusiasmo e la freschezza dei giovani affidati alla guida di Silvio Baldini nelle amichevoli contro Lussemburgo e Grecia, oppure il successo dell'Under 17 all'Europeo di categoria. Ma soprattutto mettersi comodi davanti alla televisione e provare a godersi quello che, per chi ama il calcio, resta l'evento degli eventi.
Perché se è vero che un Mondiale senza azzurri rischia inevitabilmente di far perdere interesse a molti tifosi italiani, è altrettanto vero che la Coppa del Mondo si guarda a prescindere. Anche solo per vedere all'opera i migliori giocatori del pianeta. Da Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, attesi da quello che potrebbe essere il loro ultimo ballo, a Harry Kane ed Erling Haaland, già candidati credibili per la classifica marcatori. Fino ai talenti della nuova generazione, come Lamine Yamal e Michael Olise, pronti a trascinare Spagna e Francia con il loro estro. Senza dimenticare Kylian Mbappé, chiamato a riscattare una stagione al di sotto delle aspettative con il Real Madrid, e Ousmane Dembélé, reduce da dodici mesi da protagonista assoluto con il Paris Saint-Germain, culminati con la conquista della seconda Champions League consecutiva e del Pallone d'Oro. Proprio il Pallone d'Oro è uno dei temi che accompagneranno il torneo: è altamente probabile che il Mondiale finisca per incidere in maniera decisiva sull'assegnazione del prossimo riconoscimento individuale istituito da France Football.
Un Mondiale che non vedrà protagonista l'Italia, ma che parlerà comunque un po' la nostra lingua grazie ai tre commissari tecnici italiani presenti in panchina: Carlo Ancelotti alla guida del Brasile, Vincenzo Montella con la Turchia e Fabio Cannavaro alla sua storica prima partecipazione con l'Uzbekistan. Soprattutto Ancelotti potrebbe inseguire un'impresa senza precedenti. Nessuna nazionale, infatti, ha mai conquistato il Mondiale con un commissario tecnico straniero. Ci andarono vicini l'austriaco Ernst Happel con l'Olanda nel 1978 e l'inglese George Raynor con la Svezia nel 1958, ma nessuno riuscì a completare l'opera. Toccherà ora all'allenatore di Reggiolo provare ad abbattere uno degli ultimi tabù del calcio internazionale.
E poi ci sono le curiosità, le statistiche, i record da inseguire o da battere, ma anche le polemiche e i problemi che hanno accompagnato la vigilia del torneo diffuso tra Canada, Messico e Stati Uniti. Gli spunti, insomma, non mancano.
Le immagini dei giocatori del Senegal sottoposti a controlli direttamente sulla pista dell'aeroporto, quelle di Kevin De Bruyne perquisito con il metal detector e il passaggio dell'Uzbekistan di Cannavaro tra i cani antidroga hanno fatto il giro dei social, alimentando il dibattito sulle modalità di accoglienza adottate dalle autorità statunitensi. Ancora più delicato il caso di Omar Artan. Il 34enne arbitro somalo, designato dalla Fifa per dirigere alcune gare del torneo e destinato a diventare il primo fischietto del suo Paese a partecipare a un Mondiale, è stato respinto all'ingresso negli Stati Uniti dopo undici ore di interrogatorio a Miami. «Avevo tutti i documenti in regola», ha raccontato al New York Times, spiegando di essere stato interrogato a lungo anche sulla situazione politica della Somalia. La Fifa lo ha successivamente escluso dalla lista arbitrale. Sul piano diplomatico, l'Iran ha denunciato la revoca della quota di biglietti destinata ai propri tifosi e le difficoltà incontrate da diversi membri della delegazione nell'ottenere il visto d'ingresso negli Stati Uniti, tanto da spostare il ritiro in Messico. E proprio in Messico, a meno di quarantotto ore dalla partita inaugurale, migliaia di insegnanti hanno tentato di raggiungere lo stadio Azteca per protestare contro il governo di Claudia Sheinbaum, costringendo le autorità a blindare l'area attorno all'impianto. Nella capitale sono state sospese le lezioni e introdotte forme di lavoro agile per alleggerire il traffico previsto nel giorno del debutto del torneo.
Ma un Mondiale non vive soltanto di favoriti, polemiche e grandi campioni. Vive anche di storie. Come quella di Curaçao, arrivata all'ultima amichevole prima della partenza a bordo di un vecchio scuolabus con la musica ad alto volume e un entusiasmo contagioso. Oppure quella di Haiti, che porterà sulle proprie maglie la bandiera polacca in omaggio ai soldati che all'inizio dell'Ottocento decisero di schierarsi al fianco degli haitiani nella guerra d'indipendenza contro la Francia napoleonica. Il torneo nordamericano segnerà anche un traguardo simbolico. Tunisia-Giappone, in programma il 20 giugno a Monterrey, sarà infatti la millesima partita nella storia dei Mondiali, a quasi un secolo dalla prima edizione disputata in Uruguay nel 1930.
L'Italia resterà a guardare, e questo continuerà a fare male. Ma i Mondiali hanno sempre avuto la capacità di trascinare anche chi si avvicina con disincanto. Per le storie che raccontano, per i gol che rimangono nella storia, per i campioni che consacrano e per le sorprese che regalano. E forse è proprio questo il motivo per cui, nonostante tutto, da giovedì sera milioni di italiani saranno ancora una volta incollati davanti alla televisione.
Il torneo più grande di sempre tra format e nuove regole

Una vista panoramica dello Stadio di Città del Messico, nel contesto dell'atmosfera pre-Mondiale 2026 (Getty Images)
Non sarà soltanto il Mondiale più grande della storia. Quello che scatterà domani, giovedì 11 giugno, tra Messico, Stati Uniti e Canada rappresenta anche un punto di svolta per il calcio internazionale. Per la prima volta le Nazionali partecipanti saranno 48, le partite complessive saliranno a 104 e la Fifa sperimenterà una serie di novità regolamentari destinate a incidere concretamente sul gioco. Dal Var con poteri ampliati alla lotta contro le perdite di tempo, fino a una cerimonia inaugurale diffusa in tre Paesi diversi: il Mondiale 2026 sarà un laboratorio del calcio del futuro.
Il primo cambiamento riguarda le dimensioni del torneo. Dopo oltre vent'anni con il format a 32 squadre, la Fifa ha deciso di allargare la competizione a 48 Nazionali. Una scelta che porterà il numero complessivo delle partite da 64 a 104 e che ridisegnerà anche il percorso verso il titolo. Le squadre saranno suddivise in dodici gironi da quattro. Al termine della prima fase accederanno ai sedicesimi di finale le prime due classificate di ciascun gruppo e le otto migliori terze. Una novità che introduce un turno a eliminazione diretta in più rispetto al passato e che allunga inevitabilmente il cammino della squadra destinata a sollevare il trofeo il 19 luglio al MetLife Stadium di New York.
Cambierà anche il modo di arbitrare le partite. L'Ifab ha infatti approvato una serie di modifiche che debutteranno proprio durante il Mondiale nordamericano, con l'obiettivo dichiarato di ridurre le perdite di tempo e rendere il gioco più fluido. Il Var, ad esempio, avrà margini d'intervento più ampi rispetto al passato. Oltre ai tradizionali casi legati a gol, rigori ed espulsioni dirette, potrà correggere alcuni errori evidenti che finora rimanevano senza rimedio, come l'assegnazione errata di un calcio d'angolo o situazioni disciplinari derivanti da un'identificazione sbagliata del giocatore sanzionato. Particolare attenzione sarà riservata anche ai comportamenti ostruzionistici. I calciatori sostituiti dovranno lasciare il terreno di gioco entro dieci secondi dalla comunicazione del cambio; in caso contrario, il compagno designato a entrare dovrà attendere sessanta secondi prima di poter partecipare all'azione. Una misura pensata soprattutto per limitare le perdite di tempo nei minuti finali.
Non sarà l'unica novità in questa direzione. Gli arbitri potranno infatti avviare un conto alla rovescia per accelerare la ripresa del gioco in occasione di rimesse laterali e rinvii dal fondo. Se il tempo concesso non verrà rispettato, scatterà automaticamente una sanzione tecnica a favore della squadra avversaria. Cambiano anche le procedure relative agli infortuni. Salvo eccezioni specifiche, come nel caso dei portieri o di traumi particolarmente seri, i giocatori che riceveranno cure mediche dovranno restare fuori dal campo per almeno un minuto prima di poter rientrare. Una scelta che punta a scoraggiare interruzioni tattiche e simulazioni. L'unica deroga ai tentativi di velocizzare il gioco riguarda le pause idratazione. Considerate le elevate temperature previste in alcune sedi statunitensi e messicane, sarà consentita una sospensione di tre minuti per ciascun tempo di gioco.
Ad aprire ufficialmente il Mondiale sarà il Messico, impegnato giovedì 11 giugno contro il Sudafrica nello storico stadio Azteca di Città del Messico. Prima del calcio d'inizio, previsto alle 21 italiane, andrà in scena la prima delle tre cerimonie inaugurali organizzate dalla Fifa. Una scelta in linea con la natura itinerante di questa edizione, ospitata per la prima volta da tre Paesi diversi. Il giorno successivo toccherà infatti al Canada, a Toronto, e agli Stati Uniti, a Los Angeles, celebrare l'inizio della manifestazione con eventi dedicati. Un modo per dare visibilità a ciascuno dei Paesi organizzatori e sottolineare la dimensione globale di un torneo che punta a essere il più grande di sempre, non soltanto per il numero di squadre partecipanti. Oltre al mitico Azteca di Città del Messico e al MetLife Stadium di New York, si giocherà in 14 stadi distribuiti tra Stati Uniti, Messico e Canada, con una rete di impianti che attraversa praticamente tutto il continente nordamericano. Il Messico ospiterà le partite in tre sedi, aggiungendo all'Azteca (83.000 spettatori), l'Estadio Akron di Guadalajara (48.000 spettatori) e l'Estadio Bbva di Monterrey (53.500 spettatori). Il Canada avrà due stadi: il Bmo Field di Toronto (45.000 spettatori) e il Bc Place di Vancouver (54.000 spettatori). La parte più consistente del torneo si disputerà negli Stati Uniti, con undici impianti sparsi tra costa Est, Midwest e costa Ovest. Dal Mercedes-Benz Stadium di Atlanta (75.000 spettatori) al Gillette Stadium di Boston (65.000 spettatori) fino al AT&T Stadium di Dallas (94.000 spettatori) e all'Nrg Stadium di Houston (72.000 spettatori). E poi ancora l'Arrowhead Stadium di Kansas City (73.000 spettatori), il SoFi Stadium di Los Angeles (70.000 spettatori), l'Hard Rock Stadium di Miami (65.000 spettatori), il Lincoln Financial Field di Philadelphia (69.000 spettatori), il Levi's Stadium di San Francisco/Bay Arena (71.000 spettatori), il Lumen Field di Seattle (69.000 spettatori) e lo stadio della finalissima, il MetLife Stadium di New York/New Jersey (82.500 spettatori).
Un Mondiale, questo, che sarà inevitabilmente un banco di prova per la Fifa che punta a rendere il calcio più veloce, più spettacolare e ancora più globale. Resta da capire se tutte queste innovazioni riusciranno a migliorare davvero il torneo più importante del pianeta o se finiranno per snaturarne almeno in parte la tradizione. La risposta, come sempre, arriverà dal campo.
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«Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio». Lo ha detto il presidente del Consiglio all’assemblea di Confcommercio. «Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere un patrimonio dopo decenni di sacrifici», ha aggiunto.
Il premier ha inoltre sottolineato le misure varate dal governo contro le attività «apri e chiudi», affermando: «Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole». Citando il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha ribadito che «Non c’è mercato senza regole, non ci sono imprese sane e non c’è crescita».
Dalle primarie a Trump, dai casi Epstein-Gates al boom dell’IA, un Paese in campagna elettorale e attraversato da nuove fratture.
Marcello Dell'Utri (Imagoeconomica)
Dal decreto, ancora parzialmente coperto da omissis, emerge con chiarezza quella che appare la motivazione centrale della decisione: «Mancano elementi concreti su contatti o rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi». Si tratta della sesta archiviazione in circa 30 anni di indagini sul medesimo filone investigativo. Un dato che, al di là delle inevitabili letture politiche, impone alcune riflessioni.
La prima riguarda il funzionamento del sistema giudiziario. Al di là degli esiti referendari e delle contrapposizioni ideologiche, è difficile sostenere che la giustizia italiana possa considerarsi pienamente efficiente quando sono necessari tre decenni per giungere a una conclusione che potrebbe essere definitiva su una vicenda tanto delicata per la storia della Repubblica.
Accertare se un leader politico che ha guidato il Paese per quattro volte, restando a Palazzo Chigi per oltre nove anni complessivi, abbia avuto o meno rapporti con la criminalità mafiosa non può essere considerato un tema marginale. In uno Stato maturo, una questione di tale rilevanza dovrebbe trovare una risposta certa in tempi ragionevoli. Il fatto che ciò non sia avvenuto rappresenta di per sé un elemento di riflessione. Sei archiviazioni e 30 anni di indagini appaiono un periodo eccessivo, persino considerando che Berlusconi è stato uno degli uomini politici più indagati della storia italiana.
Vi è poi un ulteriore aspetto che merita attenzione. La possibilità di mantenere aperti filoni investigativi per decenni attraverso successivi sviluppi procedurali solleva interrogativi sul piano delle garanzie individuali. La continua riapertura delle indagini, il periodico riaffiorare di vecchie dichiarazioni accusatorie e di nuove presunte acquisizioni probatorie, spesso a distanza di molti anni dai fatti, rischiano di produrre un effetto permanente di sospensione del giudizio, alimentando nell’opinione pubblica anticipazioni di colpevolezza che possono rivelarsi infondate. È un’impressione che ho maturato anche sul piano personale. Nelle occasioni in cui ho avuto modo di incontrare e confrontarmi con Berlusconi negli ultimi anni della sua vita, non ho mai percepito, neppure lontanamente, l’immagine dell’uomo cui, nel tempo, sono state attribuite le accuse più gravi. Le nostre conversazioni iniziavano spesso con un misto di comprensibile amarezza per gli oltre 100 procedimenti giudiziari affrontati e di sincera stima verso quella parte della magistratura che, con professionalità, dedizione e talvolta sacrificio personale, svolge quotidianamente il proprio compito al servizio della giustizia.
Alla luce dell’ennesima archiviazione, caratterizzata da motivazioni particolarmente nette, quelle parole appaiono oggi ancora più autentiche. Restituiscono il senso della sofferenza di un uomo che si è sempre dichiarato estraneo ad accuse gravissime e che ha vissuto per decenni sotto il peso di sospetti mai tradotti in prove sufficienti. Da uomo delle istituzioni e da osservatore della vita pubblica, non posso non rilevare come questa vicenda lasci l’impressione di una giustizia arrivata troppo tardi: una giustizia che, per molti aspetti, ha dato una risposta definitiva soltanto dopo la morte del diretto interessato.
Al di là delle simpatie o delle antipatie che ciascuno può nutrire nei confronti dell’uomo o del politico, questa storia dovrebbe offrire un insegnamento più generale. È interesse di tutti rendere il sistema giudiziario italiano più efficiente, più rapido e più equilibrato. Un sistema nel quale possano susseguirsi per 30 anni indagini, intercettazioni, interrogatori e inevitabili esposizioni mediatiche non rappresenta un modello auspicabile per nessun cittadino. Personalmente, avevo auspicato che un percorso di riforma potesse prendere avvio attraverso la revisione costituzionale proposta negli ultimi anni. Ciò non è avvenuto. Resta però la necessità di proseguire lungo la strada delle riforme, nella prospettiva di un processo capace di fornire risposte autorevoli in tempi ragionevoli.
Perché la credibilità della giustizia non è una questione che riguarda soltanto i tribunali. È uno dei pilastri della democrazia e della lotta alla criminalità organizzata.
Viene spontaneo chiedersi quanti autentici mafiosi abbiano potuto prosperare mentre energie investigative venivano impiegate nel tentativo di dimostrare una presunta contiguità mafiosa che, dopo decenni di accertamenti, non ha trovato conferma. E viene altrettanto spontaneo interrogarsi su quale percezione possano maturare i cittadini davanti a vicende processuali di durata così straordinaria. Come esce da tutto questo il sistema giustizia nel suo complesso? Se si vuole individuare un elemento positivo, esso risiede forse nella chiusura di una delle pagine più controverse della storia repubblicana recente. Una pagina che, almeno sul piano giudiziario, sembra mettere la parola fine alle insinuazioni relative ai presunti rapporti tra un ex premier e la criminalità mafiosa. Resta tuttavia un interrogativo che non può essere ignorato: dopo sei archiviazioni, questa vicenda può dirsi davvero conclusa oppure esiste il rischio che nuovi sviluppi investigativi la riportino ancora una volta al centro del dibattito pubblico e giudiziario? È proprio questa incertezza, protratta per decenni, a rappresentare uno degli aspetti più problematici dell’intera vicenda.
Resta ora una sfida importante per la magistratura: recuperare pienamente autorevolezza e credibilità agli occhi dell’opinione pubblica, anche alla luce delle difficoltà e delle polemiche che hanno interessato il settore negli ultimi anni. Solo attraverso una collaborazione leale tra tutte le istituzioni sarà possibile costruire una giustizia più giusta, più rapida e più credibile. Una giustizia all’altezza delle aspettative dei cittadini e delle esigenze di uno Stato democratico.
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