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2018-11-13
I nuovi supereroi sono dei trans brasiliani
«Erezione!». Inizia con questo grido, urlato con voce stridula in falsetto, il trailer di Super Drags, la nuova serie d'animazione brasiliana il cui titolo è tutto un programma (le drag queen sono notoriamente degli «artisti» vestiti da donna, che mettono in scena spettacoli giocando costantemente sull'ambiguità sessuale). Subito dopo si vede una folla di ragazzi, sempre molto effeminati, che scruta in cielo e, alla vista dei tre supereroi, si chiede: «Sono uomini? No, sono le Super Drag!».
Ovvero Patrick, Donizete e Ralph, tre amici che amano trasformarsi in Lemon Chifon, Scarlet Carmesim e Safira Cyan, le protagoniste (o «i protagonisti»? Rinunciamo a porre la questione, tanto non se ne esce) della serie creata da Anderson Mahanski, Fernando Mendonça e Paulo Lescaut per Netflix e ora sbarcata anche in Italia, peraltro in singolare e forse non casuale coincidenza con l'accendersi dei riflettori sul Brasile dopo l'elezione di Jair Bolsonaro.
Lo scontro con le idee, decisamente conservatrici, del nuovo presidente non poteva essere più forte. Ecco la trama ufficiale della serie: «Durante il giorno, lavorano in un grande magazzino e cercando di gestire il loro capo molto fastidioso. Di notte, però, indossano i loro corsetti e si trasformano nelle più toste Super Drags della città, pronte a combattere le ombre e a salvare il mondo dai cattivi. Preparatevi, perché le Super Drags stanno arrivando».
Tutto l'universo di queste «supereroine» col trucco troppo marcato richiama gli stereotipi sul mondo gay che vengono diffusi innanzitutto in quello stesso ambiente (e che ovviamente, come da tradizione, diventano invece volgari idee preconcette di stampo omofobo se proposte da qualche etero): gli omosessuali, per esempio, hanno il «gaydar», il famoso radar gay.
Ogni membro della comunità Lgbt, inoltre, possiede una speciale energia «highlight». E così via. Sul sito di Netflix ci sono le trame dei cinque episodi. Che sono di questo tenore: «Per ritrovare la bellezza, Lady Elza ruba tutta l'energia “highlight" ai gay che partecipano al concerto di Goldiva, spingendo le Super Drags a intervenire». Oppure: «Rifiutato dal padre dopo il coming out, Ralph frequenta il campo di conversione di Sandoval, dove Donizete e Patrick sono mandati sotto copertura». E così via.
Le polemiche, ovviamente, non mancano. Nel luglio 2017 la Società brasiliana dei pediatri ha pubblicato un comunicato, in cui sosteneva che la serie potesse essere dannosa per i bambini. La dichiarazione, intitolata «Contro l'esposizione di bambini e adolescenti a contenuti inappropriati in tv», metteva in guardia contro «i rischi dell'uso di un linguaggio tipicamente infantile per discutere di argomenti relativi al mondo degli adulti». Insomma, non è un problema parlare di gay o farlo anche in modo ironico e satirico, a patto che sia chiaro il target a cui si punta, che deve necessariamente essere quello di chi ha un'età e una maturità tale da vagliare i messaggi e cogliere le ironie.
Netflix, infatti, ha confermato che la serie è intesa per un pubblico adulto e che sarebbe stata pubblicata con un rating Tv-Ma, cioè con l'indicazione che si tratta di un prodotto sconsigliato ai minori di 17 anni. Inoltre, è stato pubblicato un video in cui Vedete Champagne, uno dei personaggi della serie, avvertiva gli spettatori che, sebbene la serie sia un cartone animato, contiene contenuti destinati a un pubblico adulto.
Un deputato federale brasiliano, Alan Rick, ha inoltre duramente attaccato la serie: «Stiamo assistendo a un altro attacco ai nostri figli: il lancio di un cartone animato per adulti intitolato Super Drags su Netlix. Questa serie ha un impatto immediato sul comportamento di bambini e adolescenti». Il parlamentare, che è anche un pastore, ha chiesto ai genitori di «rimanere sintonizzati per seguire i contenuti che i loro figli vedono in tv, su internet, dispositivi mobili e altri mezzi di comunicazione». Ha anche sottolineato che sarebbero in atto «sordidi tentativi di influenzare sessualmente i nostri figli».
Del resto, la serie stessa non fa nulla per mascherare la sua ostilità alla cultura evangelica ormai dilagante in Brasile, tanto da essere stata determinante per l'elezione di Bolsonaro stesso: uno degli arcinemici contro cui si scontrano i supereroi travestiti è il «profeta» Sandoval Pedroso, un leader pentecostale che dirige un campo di concentramento che offre «cure gay». Al di là dei timori della destra conservatrice brasiliana, resta tuttavia un dubbio: a chi giova questa ridicolizzazione e riduzione a macchietta stereotipata di un mondo che pure, a fasi alterne, pretenderebbe di presentarsi come perfettamente integrato nella società? Che si scelga: o le piume di struzzo, o la famiglia del Mulino bianco.
Fabrizio La Rocca
In tutte le scuole scozzesi arriva l’ora obbligatoria di diritti Lgbt
Probabilmente William Wallace, l'eroe del XIV secolo cui si è ispirato il film Braveheart, non avrebbe approvato. Eppure la Scozia sarà il primo Paese al mondo a includere nel curriculum scolastico, sin dalle elementari, lo studio dei diritti di gay, lesbiche e transgender.
Ad annunciarlo pochi giorni fa è stato il ministro dell'Istruzione John Swinney, che ha spiegato che le scuole pubbliche otterranno finanziamenti per insegnare l'inclusione e il diritto alla diversità, secondo le indicazioni Lgbt.
Il governo ha deciso di inserire questa materia per tutto il corso di studi obbligatorio, quindi da quando si comincia la primaria, intorno ai cinque anni, fino a quando non si concludono i Gcse a 16 anni. Una scelta che ha raccolto il consenso delle associazioni che si battono per i diritti dei gay, ma che ha sollevato perplessità nelle famiglie cattoliche o legate ad altri gruppi religiosi, per le quali questi temi non sono ovviamente prioritari nel panorama dell'istruzione.
A decidere come sviluppare la materia saranno le diverse scuole, tenendo conto delle esigenze e delle caratteristiche dei propri allievi. In generale uguaglianza e inclusione secondo il credo Lgbt saranno insegnati ai diversi gruppi di età, attraverso una serie di argomenti.
Secondo quanto ha illustrato il ministero, si parlerà di identità, del vocabolario adatto per raccontare la diversità, di come combattere l'omofobia, dei pregiudizi legati al mondo dei gay, del movimento in sé stesso e dei risultati ottenuti in anni di propaganda. Una difesa delle battaglie arcobaleno, insomma, che riesce un po' difficile catalogare come una materia di approfondimento per i ragazzini. Su diritti e inclusione, peraltro, i gruppi Lgbt hanno individuato 33 raccomandazioni sulle quali si dovrebbe insistere per un'educazione ideale.
Prevedono ripetute sessioni di studio e approfondimento sul tema, la creazione di un manuale ad hoc, la verifica che gli insegnamenti vengano offerti, il controllo sulla qualità, il monitoraggio dei livelli di apprendimento: come si parlasse di trigonometria o fisica, insomma, quando il tema è di tutt'altro tenore.
La svolta pro gay del governo scozzese, poi, avrà anche dei costi, che peseranno sui contribuenti e sul bilancio pubblico. Agli insegnanti infatti verranno offerti corsi di formazione specifici visto che, in base a un sondaggio condotto da Tie (l'associazione Time for Inclusive Education), quattro professori su cinque hanno ammesso di non sentirsi abbastanza preparati per parlare di diversità e omofobia e affrontare dubbi e problemi degli allievi. Alle scuole verranno pure forniti nuovi materiali didattici preparati dal movimento, che avranno dei costi ancora da quantificare nel dettaglio.
A parte queste spese aggiuntive, che però nel bilancio sempre più risicato della pubblica istruzione non sono poca cosa, secondo il ministro la scuola otterrà solo benefici da questa nuova materia, visto che gli allievi hanno diverse caratteristiche e problemi e ogni possibile aiuto per loro è solo un vantaggio. In passato, poi, alcuni sondaggi condotti tra gli allievi avevano rivelato che il 63 per cento dei giovani scozzesi aveva sofferto per attacchi omofobici mentre la percentuale nel resto del Regno Unito era del 50 per cento.
Insomma, a sentire il governo le lezioni su gay e lesbiche saranno un modo per includere e per far bene sia a chi ha problemi di identità sessuale sia agli altri. Sino ad ora nessuno – a parte le famiglie di ispirazione religiosa – sembra aver considerato che cominciare a parlare a bambini di cinque anni di diversi atteggiamenti sessuali e cambi di identità potrebbe suscitare in loro una certa confusione. C'è anche un altro quesito fondamentale.
Non avrebbe più senso concentrarsi su altre questioni, dalla grammatica alla matematica, in modo da formare allievi di successo anziché trattare in classe materie che non sono così fondamentali per l'accesso all'università? L'impatto negativo di questo nuovo progetto potrebbe manifestarsi a due livelli. Da un lato si rischia di crescere ragazzini sempre più insicuri, bombardati da concetti, che rischiano di influenzarli e magari spingerli a scelte esistenziali tormentate; dall'altro si finisce per distrarre gli allievi in mille attività, senza permettergli di concentrarsi su tabelline, temi, funzioni e ricerche, che servono da base per un apprendimento di livello superiore. L'importante è che il governo non si lamenti se poi i coetanei cinesi bagnano il naso ai britannici nella classifiche internazionali.
Ci riescono perché sono focalizzati sull'apprendimento e non impegnati in riflessioni a sfondo politico. Che tra l'altro risultano anche troppo premature.
Caterina Belloni
Via dall’ateneo il prof pro famiglia
Spesso nella storia gli oppressi, o coloro che si ritengono tali, raggiunta l'ambita libertà, divengono oppressori. Adottando alla lettera gli stessi metodi di intolleranza e di esclusione sociale che poco prima denunciavano nei loro avversari.
Un'ennesima storiella squallida si è prodotta in tal senso presso l'Università statale di Tolosa, dedicata al filosofo e politico francese Jean Jaurès, nel sud ovest della Francia. Il professor Philippe Soual, autore di molte pubblicazioni accademiche e specialista ben noto del pensiero di Hegel, era stato invitato dalla facoltà di filosofia, ha tenere un corso a partire da questo novembre sino al prossimo febbraio, per una semplice sessione quadrimestrale di studi e di approfondimento tematico.
Nel frattempo però è circolata la voce che in precedenza, il Soual aveva commesso un crimine ripugnante e imprescrittibile e che quindi il docente andava espulso prima ancora di entrare in aula. Ma qual è tal crimine? Ebbene, cinque anni fa, durante le proteste organizzate dalla Manif pour tous contro il matrimonio gay, legalizzato nel 2013, il filosofo non stava dalla parte del progresso e della ragione (l'Ur-sinistra), ma tra gli oscurantisti e gli idioti (la Ur-destra), cioè di coloro che difendevano (e difendono) il diritto del bambino ad avere un solo padre e una sola madre. Pazzesco e arcaico, oltre che evidentemente inaccettabile.
Così, gli studenti amanti del progresso hanno riempito i corridoi dell'università, con dei divertentissimi manifesti, per nulla minacciosi, utilizzati dal rettorato per ritirare e annullare il contratto già firmato con il docente.
Nei manifesti, visibili sul web, i simpatici futuri dottori, scrivono in modo piuttosto volgare e pseudo-anticonformista che «Qui, ovvero all'università di Tolosa, siamo tutti/e studenti trans, froci (testuale, ndr), checche e bisessuali, e troviamo inaccettabile» la presenza di un docente difensore della famiglia tradizionale, che fu anche, per secoli, la sola famiglia riconosciuta dalla laicissima République.
E così conclude il manifesto, con monumentale intolleranza e vero razzismo, che è quello meno percepito come tale, che «noi non vogliamo che un luogo in cui amiamo venire per studiare e in cui non dovremmo sentirci vulnerabili e giudicati/e, apra le porte a questo genere di parole e a questo genere di persone». Ma perché chiamare persone dei mostri siffatti? Mah!
In ogni caso, il rettore dell'università, che forse ignorava le propensioni del filosofo, ha colto la palla al balzo, «davanti ai rischi potenziali di incidenti», per estromettere il filosofo Soual e accettare, come capita sempre spesso, la logica violenta della base, o della parte meno tollerante di essa.
Ma queste forme di censura non dovrebbero restare al di fuori dell'università e del cosiddetto Stato di diritto?
Una cosa è certa: nessuna campagna per la difesa del docente discriminato partirà mai dai quotidiani del sistema come Le Monde o Libération. Il che è un altro segno dei tempi.
Fabrizio Cannone
Parte il tavolo di consultazione Lgbt. Il governo alla prova dei temi etici
Facilmente non tutti ci daranno peso, eppure oggi è una data significativa per il governo e in generale per quanti hanno a cuore i temi etici. Infatti, in seguito al decreto firmato il 22 ottobre scorso dal sottosegretario alla presidenza con delega alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora, viene inaugurata l'apertura di un tavolo di consultazione permanente Lgbt. Sostanzialmente si tratta di un nuovo ufficio, istituito a palazzo Chigi e presieduto dallo stesso Spadafora, cui potranno fare riferimento ben 48 associazioni arcobaleno provenienti da tutta Italia. Una sorta di centrale operativa nazionale, insomma, cui spetterà il compito iniziale di scambiare informazioni e dati sulla comunità Lgbt.
Sulla base di quanto verrà raccolto, in un secondo momento potranno poi essere proposte a livello politico azioni che possano fungere da contrasto a eventuali atti di discriminazione e violenza ai danni delle persone con tendenze omosessuali. Per questo nel mondo arcobaleno c'è già chi vede nel tavolo di consultazione permanente che si insedia da una parte un argine contro l'odio contro per l'orientamento sessuale e identità di genere e, dall'altra, un'occasione per cercare di diffondere la cosiddetta cultura delle differenze. Staremo a vedere. Di certo, oltre alla presenza di Spadafora, ci sarà quella del capo del dipartimento Pari opportunità, Alessandra Ponari, del dirigente coordinatore dell'Unar, Luigi Manconi, e altri collaboratori degli uffici del Dipartimento.
Da quanto è dato sapere, dal tavolo deriveranno attività più specifiche e settoriali, con la creazione di appositi gruppi che lavoreranno su delle tematiche riguardanti la comunità Lgbt a cui parteciperanno altre sigle che, per lo più, saranno associazioni di Arcigay et similia. Dunque il governo gialloblu strizza l'occhio al fronte arcobaleno?
È ancora presto per dirlo. Infatti, per quanto l'apertura di questo ufficio, che rimarrà operativo lungo l'arco dell'intera legislatura, costituisca un evento degno di nota, c'è da dire lo stesso sottosegretario Spadora, quando a fine giugno scorso annunciò che avrebbe convocato le rappresentanze gay per avviare una collaborazione, ebbe correttamente a precisare che «nel contratto di governo non ci sono questioni riguardanti il mondo Lgbt».
Non solo. In aggiunta al contratto di governo, che ai temi etici non fa in effetti riferimento alcuno, a ostacolare l'eventuale predisposizione di misure di contrasto all'omofobia ci sono i dati ufficiali, quelli del ministero dell'Interno guidato da Matteo Salvini, che evidenziano come, dal 2010 al 2017, le segnalazioni costituenti reato riconducibili all'orientamento sessuale non solo non siano risultate molte - 140, appena 20 all'anno -, ma siano state superate da quelle basate dall'odio antireligioso, risultate 187. Da notare inoltre come, se le discriminazioni di matrice omofobica sono assai ridotte, quelle di matrice transfobica siano pressoché inesistenti, essendo risultate 12 in sette anni, appena l'1,2% del totale.
Senza dimenticare poi la presenza, nel governo, di un ministro come Lorenzo Fontana, dichiaratamente pro family, e in parlamento di senatori come il battagliero Simone Pillon. Non sarà dunque semplicissimo per le associazioni arcobaleno realizzare un'opera di efficace condizionamento legislativo, ma certo l'apertura di un apposito tavolo di consultazione permanente costituisce, dal loro punto di vista, un passo in avanti. Che non deve in alcun modo, e da nessuno, essere sottovalutato.
Giuliano Guzzo
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Netflix lancia Super Drags, una serie animata i cui protagonisti sono dei travestiti e che inizia inneggiando all'erezione. Ma è già polemica: secondo i pediatri, propagandare contenuti da adulti con un linguaggio infantile può fare molti danni.In tutte le scuole scozzesi arriva l'ora obbligatoria di diritti Lgbt. Secondo quanto annunciato dal ministro dell'Istruzione, John Swinney, gli istituti pubblici del Paese otterranno finanziamenti per insegnare il «diritto alla diversità» e la lotta all'omofobia. Si partirà dai bambini di 5 anni.Via dall'ateneo il prof pro famiglia. Philippe Soual, invitato dall'università di Tolosa, è stato cacciato dopo la mobilitazione degli studenti. Il motivo? Aveva aderito alle proteste contro il matrimonio «egualitario».Parte il tavolo di consultazione Lgbt. Il governo alla prova dei temi etici. A presiederlo sarà il sottosegretario con delega alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora. In homepage un estratto dello scandaloso trailer che i nostri figli rischiano di vedere.Lo speciale comprende quattro articoli.«Erezione!». Inizia con questo grido, urlato con voce stridula in falsetto, il trailer di Super Drags, la nuova serie d'animazione brasiliana il cui titolo è tutto un programma (le drag queen sono notoriamente degli «artisti» vestiti da donna, che mettono in scena spettacoli giocando costantemente sull'ambiguità sessuale). Subito dopo si vede una folla di ragazzi, sempre molto effeminati, che scruta in cielo e, alla vista dei tre supereroi, si chiede: «Sono uomini? No, sono le Super Drag!». Ovvero Patrick, Donizete e Ralph, tre amici che amano trasformarsi in Lemon Chifon, Scarlet Carmesim e Safira Cyan, le protagoniste (o «i protagonisti»? Rinunciamo a porre la questione, tanto non se ne esce) della serie creata da Anderson Mahanski, Fernando Mendonça e Paulo Lescaut per Netflix e ora sbarcata anche in Italia, peraltro in singolare e forse non casuale coincidenza con l'accendersi dei riflettori sul Brasile dopo l'elezione di Jair Bolsonaro. Lo scontro con le idee, decisamente conservatrici, del nuovo presidente non poteva essere più forte. Ecco la trama ufficiale della serie: «Durante il giorno, lavorano in un grande magazzino e cercando di gestire il loro capo molto fastidioso. Di notte, però, indossano i loro corsetti e si trasformano nelle più toste Super Drags della città, pronte a combattere le ombre e a salvare il mondo dai cattivi. Preparatevi, perché le Super Drags stanno arrivando». Tutto l'universo di queste «supereroine» col trucco troppo marcato richiama gli stereotipi sul mondo gay che vengono diffusi innanzitutto in quello stesso ambiente (e che ovviamente, come da tradizione, diventano invece volgari idee preconcette di stampo omofobo se proposte da qualche etero): gli omosessuali, per esempio, hanno il «gaydar», il famoso radar gay. Ogni membro della comunità Lgbt, inoltre, possiede una speciale energia «highlight». E così via. Sul sito di Netflix ci sono le trame dei cinque episodi. Che sono di questo tenore: «Per ritrovare la bellezza, Lady Elza ruba tutta l'energia “highlight" ai gay che partecipano al concerto di Goldiva, spingendo le Super Drags a intervenire». Oppure: «Rifiutato dal padre dopo il coming out, Ralph frequenta il campo di conversione di Sandoval, dove Donizete e Patrick sono mandati sotto copertura». E così via.Le polemiche, ovviamente, non mancano. Nel luglio 2017 la Società brasiliana dei pediatri ha pubblicato un comunicato, in cui sosteneva che la serie potesse essere dannosa per i bambini. La dichiarazione, intitolata «Contro l'esposizione di bambini e adolescenti a contenuti inappropriati in tv», metteva in guardia contro «i rischi dell'uso di un linguaggio tipicamente infantile per discutere di argomenti relativi al mondo degli adulti». Insomma, non è un problema parlare di gay o farlo anche in modo ironico e satirico, a patto che sia chiaro il target a cui si punta, che deve necessariamente essere quello di chi ha un'età e una maturità tale da vagliare i messaggi e cogliere le ironie. Netflix, infatti, ha confermato che la serie è intesa per un pubblico adulto e che sarebbe stata pubblicata con un rating Tv-Ma, cioè con l'indicazione che si tratta di un prodotto sconsigliato ai minori di 17 anni. Inoltre, è stato pubblicato un video in cui Vedete Champagne, uno dei personaggi della serie, avvertiva gli spettatori che, sebbene la serie sia un cartone animato, contiene contenuti destinati a un pubblico adulto.Un deputato federale brasiliano, Alan Rick, ha inoltre duramente attaccato la serie: «Stiamo assistendo a un altro attacco ai nostri figli: il lancio di un cartone animato per adulti intitolato Super Drags su Netlix. Questa serie ha un impatto immediato sul comportamento di bambini e adolescenti». Il parlamentare, che è anche un pastore, ha chiesto ai genitori di «rimanere sintonizzati per seguire i contenuti che i loro figli vedono in tv, su internet, dispositivi mobili e altri mezzi di comunicazione». Ha anche sottolineato che sarebbero in atto «sordidi tentativi di influenzare sessualmente i nostri figli». Del resto, la serie stessa non fa nulla per mascherare la sua ostilità alla cultura evangelica ormai dilagante in Brasile, tanto da essere stata determinante per l'elezione di Bolsonaro stesso: uno degli arcinemici contro cui si scontrano i supereroi travestiti è il «profeta» Sandoval Pedroso, un leader pentecostale che dirige un campo di concentramento che offre «cure gay». Al di là dei timori della destra conservatrice brasiliana, resta tuttavia un dubbio: a chi giova questa ridicolizzazione e riduzione a macchietta stereotipata di un mondo che pure, a fasi alterne, pretenderebbe di presentarsi come perfettamente integrato nella società? Che si scelga: o le piume di struzzo, o la famiglia del Mulino bianco.Fabrizio La Rocca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nuovi-supereroi-sono-dei-trans-brasiliani-2619414390.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="in-tutte-le-scuole-scozzesi-arriva-lora-obbligatoria-di-diritti-lgbt" data-post-id="2619414390" data-published-at="1779796710" data-use-pagination="False"> In tutte le scuole scozzesi arriva l’ora obbligatoria di diritti Lgbt Probabilmente William Wallace, l'eroe del XIV secolo cui si è ispirato il film Braveheart, non avrebbe approvato. Eppure la Scozia sarà il primo Paese al mondo a includere nel curriculum scolastico, sin dalle elementari, lo studio dei diritti di gay, lesbiche e transgender. Ad annunciarlo pochi giorni fa è stato il ministro dell'Istruzione John Swinney, che ha spiegato che le scuole pubbliche otterranno finanziamenti per insegnare l'inclusione e il diritto alla diversità, secondo le indicazioni Lgbt. Il governo ha deciso di inserire questa materia per tutto il corso di studi obbligatorio, quindi da quando si comincia la primaria, intorno ai cinque anni, fino a quando non si concludono i Gcse a 16 anni. Una scelta che ha raccolto il consenso delle associazioni che si battono per i diritti dei gay, ma che ha sollevato perplessità nelle famiglie cattoliche o legate ad altri gruppi religiosi, per le quali questi temi non sono ovviamente prioritari nel panorama dell'istruzione. A decidere come sviluppare la materia saranno le diverse scuole, tenendo conto delle esigenze e delle caratteristiche dei propri allievi. In generale uguaglianza e inclusione secondo il credo Lgbt saranno insegnati ai diversi gruppi di età, attraverso una serie di argomenti. Secondo quanto ha illustrato il ministero, si parlerà di identità, del vocabolario adatto per raccontare la diversità, di come combattere l'omofobia, dei pregiudizi legati al mondo dei gay, del movimento in sé stesso e dei risultati ottenuti in anni di propaganda. Una difesa delle battaglie arcobaleno, insomma, che riesce un po' difficile catalogare come una materia di approfondimento per i ragazzini. Su diritti e inclusione, peraltro, i gruppi Lgbt hanno individuato 33 raccomandazioni sulle quali si dovrebbe insistere per un'educazione ideale. Prevedono ripetute sessioni di studio e approfondimento sul tema, la creazione di un manuale ad hoc, la verifica che gli insegnamenti vengano offerti, il controllo sulla qualità, il monitoraggio dei livelli di apprendimento: come si parlasse di trigonometria o fisica, insomma, quando il tema è di tutt'altro tenore. La svolta pro gay del governo scozzese, poi, avrà anche dei costi, che peseranno sui contribuenti e sul bilancio pubblico. Agli insegnanti infatti verranno offerti corsi di formazione specifici visto che, in base a un sondaggio condotto da Tie (l'associazione Time for Inclusive Education), quattro professori su cinque hanno ammesso di non sentirsi abbastanza preparati per parlare di diversità e omofobia e affrontare dubbi e problemi degli allievi. Alle scuole verranno pure forniti nuovi materiali didattici preparati dal movimento, che avranno dei costi ancora da quantificare nel dettaglio. A parte queste spese aggiuntive, che però nel bilancio sempre più risicato della pubblica istruzione non sono poca cosa, secondo il ministro la scuola otterrà solo benefici da questa nuova materia, visto che gli allievi hanno diverse caratteristiche e problemi e ogni possibile aiuto per loro è solo un vantaggio. In passato, poi, alcuni sondaggi condotti tra gli allievi avevano rivelato che il 63 per cento dei giovani scozzesi aveva sofferto per attacchi omofobici mentre la percentuale nel resto del Regno Unito era del 50 per cento. Insomma, a sentire il governo le lezioni su gay e lesbiche saranno un modo per includere e per far bene sia a chi ha problemi di identità sessuale sia agli altri. Sino ad ora nessuno – a parte le famiglie di ispirazione religiosa – sembra aver considerato che cominciare a parlare a bambini di cinque anni di diversi atteggiamenti sessuali e cambi di identità potrebbe suscitare in loro una certa confusione. C'è anche un altro quesito fondamentale. Non avrebbe più senso concentrarsi su altre questioni, dalla grammatica alla matematica, in modo da formare allievi di successo anziché trattare in classe materie che non sono così fondamentali per l'accesso all'università? L'impatto negativo di questo nuovo progetto potrebbe manifestarsi a due livelli. Da un lato si rischia di crescere ragazzini sempre più insicuri, bombardati da concetti, che rischiano di influenzarli e magari spingerli a scelte esistenziali tormentate; dall'altro si finisce per distrarre gli allievi in mille attività, senza permettergli di concentrarsi su tabelline, temi, funzioni e ricerche, che servono da base per un apprendimento di livello superiore. L'importante è che il governo non si lamenti se poi i coetanei cinesi bagnano il naso ai britannici nella classifiche internazionali. Ci riescono perché sono focalizzati sull'apprendimento e non impegnati in riflessioni a sfondo politico. Che tra l'altro risultano anche troppo premature. 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Il professor Philippe Soual, autore di molte pubblicazioni accademiche e specialista ben noto del pensiero di Hegel, era stato invitato dalla facoltà di filosofia, ha tenere un corso a partire da questo novembre sino al prossimo febbraio, per una semplice sessione quadrimestrale di studi e di approfondimento tematico. Nel frattempo però è circolata la voce che in precedenza, il Soual aveva commesso un crimine ripugnante e imprescrittibile e che quindi il docente andava espulso prima ancora di entrare in aula. Ma qual è tal crimine? Ebbene, cinque anni fa, durante le proteste organizzate dalla Manif pour tous contro il matrimonio gay, legalizzato nel 2013, il filosofo non stava dalla parte del progresso e della ragione (l'Ur-sinistra), ma tra gli oscurantisti e gli idioti (la Ur-destra), cioè di coloro che difendevano (e difendono) il diritto del bambino ad avere un solo padre e una sola madre. Pazzesco e arcaico, oltre che evidentemente inaccettabile. Così, gli studenti amanti del progresso hanno riempito i corridoi dell'università, con dei divertentissimi manifesti, per nulla minacciosi, utilizzati dal rettorato per ritirare e annullare il contratto già firmato con il docente. Nei manifesti, visibili sul web, i simpatici futuri dottori, scrivono in modo piuttosto volgare e pseudo-anticonformista che «Qui, ovvero all'università di Tolosa, siamo tutti/e studenti trans, froci (testuale, ndr), checche e bisessuali, e troviamo inaccettabile» la presenza di un docente difensore della famiglia tradizionale, che fu anche, per secoli, la sola famiglia riconosciuta dalla laicissima République. E così conclude il manifesto, con monumentale intolleranza e vero razzismo, che è quello meno percepito come tale, che «noi non vogliamo che un luogo in cui amiamo venire per studiare e in cui non dovremmo sentirci vulnerabili e giudicati/e, apra le porte a questo genere di parole e a questo genere di persone». Ma perché chiamare persone dei mostri siffatti? Mah! In ogni caso, il rettore dell'università, che forse ignorava le propensioni del filosofo, ha colto la palla al balzo, «davanti ai rischi potenziali di incidenti», per estromettere il filosofo Soual e accettare, come capita sempre spesso, la logica violenta della base, o della parte meno tollerante di essa. Ma queste forme di censura non dovrebbero restare al di fuori dell'università e del cosiddetto Stato di diritto? Una cosa è certa: nessuna campagna per la difesa del docente discriminato partirà mai dai quotidiani del sistema come Le Monde o Libération. Il che è un altro segno dei tempi. Fabrizio Cannone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nuovi-supereroi-sono-dei-trans-brasiliani-2619414390.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="parte-il-tavolo-di-consultazione-lgbt-il-governo-alla-prova-dei-temi-etici" data-post-id="2619414390" data-published-at="1779796710" data-use-pagination="False"> Parte il tavolo di consultazione Lgbt. Il governo alla prova dei temi etici Facilmente non tutti ci daranno peso, eppure oggi è una data significativa per il governo e in generale per quanti hanno a cuore i temi etici. Infatti, in seguito al decreto firmato il 22 ottobre scorso dal sottosegretario alla presidenza con delega alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora, viene inaugurata l'apertura di un tavolo di consultazione permanente Lgbt. Sostanzialmente si tratta di un nuovo ufficio, istituito a palazzo Chigi e presieduto dallo stesso Spadafora, cui potranno fare riferimento ben 48 associazioni arcobaleno provenienti da tutta Italia. Una sorta di centrale operativa nazionale, insomma, cui spetterà il compito iniziale di scambiare informazioni e dati sulla comunità Lgbt. Sulla base di quanto verrà raccolto, in un secondo momento potranno poi essere proposte a livello politico azioni che possano fungere da contrasto a eventuali atti di discriminazione e violenza ai danni delle persone con tendenze omosessuali. Per questo nel mondo arcobaleno c'è già chi vede nel tavolo di consultazione permanente che si insedia da una parte un argine contro l'odio contro per l'orientamento sessuale e identità di genere e, dall'altra, un'occasione per cercare di diffondere la cosiddetta cultura delle differenze. Staremo a vedere. Di certo, oltre alla presenza di Spadafora, ci sarà quella del capo del dipartimento Pari opportunità, Alessandra Ponari, del dirigente coordinatore dell'Unar, Luigi Manconi, e altri collaboratori degli uffici del Dipartimento. Da quanto è dato sapere, dal tavolo deriveranno attività più specifiche e settoriali, con la creazione di appositi gruppi che lavoreranno su delle tematiche riguardanti la comunità Lgbt a cui parteciperanno altre sigle che, per lo più, saranno associazioni di Arcigay et similia. Dunque il governo gialloblu strizza l'occhio al fronte arcobaleno? È ancora presto per dirlo. Infatti, per quanto l'apertura di questo ufficio, che rimarrà operativo lungo l'arco dell'intera legislatura, costituisca un evento degno di nota, c'è da dire lo stesso sottosegretario Spadora, quando a fine giugno scorso annunciò che avrebbe convocato le rappresentanze gay per avviare una collaborazione, ebbe correttamente a precisare che «nel contratto di governo non ci sono questioni riguardanti il mondo Lgbt». Non solo. In aggiunta al contratto di governo, che ai temi etici non fa in effetti riferimento alcuno, a ostacolare l'eventuale predisposizione di misure di contrasto all'omofobia ci sono i dati ufficiali, quelli del ministero dell'Interno guidato da Matteo Salvini, che evidenziano come, dal 2010 al 2017, le segnalazioni costituenti reato riconducibili all'orientamento sessuale non solo non siano risultate molte - 140, appena 20 all'anno -, ma siano state superate da quelle basate dall'odio antireligioso, risultate 187. Da notare inoltre come, se le discriminazioni di matrice omofobica sono assai ridotte, quelle di matrice transfobica siano pressoché inesistenti, essendo risultate 12 in sette anni, appena l'1,2% del totale. Senza dimenticare poi la presenza, nel governo, di un ministro come Lorenzo Fontana, dichiaratamente pro family, e in parlamento di senatori come il battagliero Simone Pillon. Non sarà dunque semplicissimo per le associazioni arcobaleno realizzare un'opera di efficace condizionamento legislativo, ma certo l'apertura di un apposito tavolo di consultazione permanente costituisce, dal loro punto di vista, un passo in avanti. Che non deve in alcun modo, e da nessuno, essere sottovalutato. Giuliano Guzzo
L'attentato di Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Nel telefono di Salim El Koudri c’erano le tracce digitali degli attentati d’Europa: ricerche Web, contenuti scaricati. Probabilmente si tratta di consultazioni ripetute su episodi simili a quello che lui stesso ha deciso di mettere in scena il 16 maggio a Modena, quando ha travolto sette persone in via Emilia, tranciando di netto le gambe di una donna. Dai primi accertamenti sui dispositivi del contabile di Ravarino sembra saltare fuori una sorta di immersione progressiva all’interno di una direttrice del terrore. Quasi una ricerca con finalità d’ispirazione. Gli investigatori della Digos e quelli della Squadra mobile stanno lavorando proprio su questo materiale. Perché il dato più significativo da estrapolare non è tanto la presenza di contenuti più o meno esplicitamente violenti, quanto la verifica di un possibile processo di identificazione alimentato dalla ripetizione in video di attentati consumati altrove. Le fonti investigative usano una definizione molto precisa: si sarebbe trattato di «una sorta di autosuggestione». Per ora non ci sarebbero indizi di un reclutamento tradizionale. Né sarebbero emersi contatti con ambienti del terrorismo jihadista. Ma la possibilità che una persona fragile (gli investigatori parlano di «disagio psichico»), quale è apparso da subito El Koudri, abbia cominciato a costruire, senza aiuto, il proprio percorso violento attraverso la visione ossessiva di contenuti online. Ecco perché le ricerche sugli attentati europei sembrano centrali. L’automobile lanciata sui passanti, poi l’uso del coltello, sembrano un modello virale facilmente replicabile.
La geolocalizzazione del telefonino ha consentito di riportare il tracciato su una mappa. Con una linea quasi perfetta: la casa di Ravarino, il percorso verso Modena, poi l’imbocco della via Emilia e l’attentato. La dinamica ormai è ricostruita. Quello che manca ancora, invece, è il movente. Il giudice che l’ha privato della libertà, Donatella Pianezzi, scrive che c’è una patologia psichiatrica accertata (era stato seguito dal Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia per un «disturbo schizoide di personalità»). Anche se, valuta il giudice, «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto […] sia una conseguenza della patologia». Mixata probabilmente alla frustrazione di un trentunenne laureato senza un’occupazione e al tempo passato online. Il suo difensore, l’avvocato Fausto Giannelli, dopo l’ultimo incontro con El Koudri, ha suggerito di «valutare la possibilità che qualcuno si sia inserito nella fragilità di Salim, inducendolo a compiere la strage». Parole che aprono un altro scenario molto più opaco: quello dell’influenza di qualcuno che, al momento, però, è ancora ignoto. Di certo voleva colpire più persone possibile. Lo certifica il gip nella convalida dell’arresto quando descrive la sequenza di manovre che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, mostrerebbero con chiarezza la volontà di dirigere la Citroen C3 «nella direzione più adatta a colpire più gente possibile». Prima il marciapiede destro, dove El Koudri investe i primi pedoni e una ciclista. Poi torna in carreggiata. Ma non per fermarsi. Per correggere la traiettoria. Perché alcune persone riescono a schivare l’auto. Ed è a quel punto che punta direttamente verso il marciapiede sinistro della via Emilia, che in quel momento era particolarmente affollato. Alla fine della corsa restano otto corpi a terra.
Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti annuncia intanto un pacchetto di denunce per diffamazione contro chi, sui social (e non solo), lo ha attaccato dopo l’attentato. Mezzetti sostiene che «ognuno debba assumersi la responsabilità di quello che scrive e dice» e annuncia che eventuali risarcimenti saranno devoluti alle vittime e ai loro familiari. Il Comune, aggiunge, si costituirà parte civile in un eventuale processo contro El Koudri. Poi denuncia il clima di odio e le accuse diffuse online contro l’amministrazione e contro di lui da chi contesta la «verità ufficiale» dell’attentato. Mezzetti chiarisce «che la rabbia per l’agguato non può giustificare l’incitamento alla violenza e la diffamazione, o le minacce». E spiega che nel mirino sono finiti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
C’è un precedente risalente al 2003. E pure allora ci fu chi minimizzava
Modena non è stata sconvolta da un attentato solamente il 17 maggio scorso quando Salim El Koudri ha usato la sua auto come un ariete per cercare di portare la morte in città. Esiste almeno un altro caso, successo oltre 20 anni fa.
Era la notte tra il 10 e l’11 dicembre del 2003 e la guerra in Iraq era iniziata da qualche mese. Ancora una volta, dopo l’invasione dell’Afghanistan (2001), nel mondo islamico montava l’odio nei confronti dell’Occidente. L’America, insieme ai suoi alleati, aveva attaccato un Paese musulmano. Un altro. Non si poteva stare solamente a guardare. In qualche modo, la umma doveva reagire. E così, poco prima dell’alba di quell’11 dicembre, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, un cittadino palestinese (ma con passaporto giordano) di 34 anni, si mette alla guida della sua Peugeot 205 bianca. Vuole compiere un gesto spettacolare e sceglie come obiettivo la sinagoga. Parcheggia in piazza Mazzini, proprio accanto all’edificio di culto ebraico.
Prima di mettersi in viaggio, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma ha messo nel bagagliaio due bombole di Gpl. Passa accanto all’accademia militare di Modena a tutta velocità. Attrae la curiosità di alcuni poliziotti in servizio che si avvicinano all’auto.
Una volta fermato, l’aspirante suicida accende una fiamma. Non si muove. Vuole morire nell’esplosione. Così sarà. Le forze dell’ordine vedono il fumo cominciare a salire dai tappetini. Invitano Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma a uscire dall’auto, lui però non vuole. Allora spaccano il finestrino con un estintore, cercando di salvare la vita all’uomo, ma si rendono conto che ormai è troppo tardi. Indietreggiano e l’auto salta in aria.
Come ricorda Il resto del Carlino, il procuratore aggiunto Manfredi Luongo, che seguiva il caso, si affrettò a smontare la pista dell’attacco jihadista: «Al 90 per cento non si tratta di attentato». Proprio come sta accadendo in questi giorni, con le autorità giudiziarie e politiche che parlano solamente di disagio psichico. Ma questa non è l’unica analogia col presente: anche Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma era stato in cura presso i servizi di igiene mentale. Anche lui era depresso e si sentiva isolato da tempo. A un amico, poche ore prima dell’attacco, aveva detto: «Ho sbagliato tutto su tutto». Poi l’esplosione. I brandelli del suicida si spargono ovunque.
Anche quello fu derubricato a un atto compiuto da un pazzo. Eppure, come fa notare Bologna 2000, «secondo il magistrato forse l’uomo voleva soltanto morire bruciato, pensando alla possibile esplosione della bombola del gpl come a un fatto di cui non importarsene. [...] Dovendo morire, cioè, avrebbe scelto di imitare i kamikaze islamici che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici». Delle due, però, l’una. Del resto, come ha notato il professore dell’università Cattolica, Marco Lombardi, su ItsTime, «il terrorismo degli ultimi decenni non è più quello del passato: è più radicale ed etimologicamente coerente con il proprio nome: “Terrore”. Oggi un attentato terroristico è tale per gli effetti che ottiene e non per le ragioni che lo motivano. Tali effetti si riscontrano su due livelli. Il primo effetto riguarda la società che viene colpita, l’obiettivo è la destabilizzazione della vita quotidiana, la rottura delle routine, la diffusione della paura sia attraverso la scarsa comprensione delle motivazioni dell’atto da parte delle vittime, sia per la scelta di bersagli quotidiani (la massa delle persone e la semplicità delle cose): terrorizzarla. Il secondo effetto riguarda l’organizzazione stessa del terrorismo: ogni attacco viene sfruttato sul piano comunicativo per rinforzare la viralità del modo operativo. È normale che dopo ogni attentato le piattaforme digitali legate al terrorismo rilancino video e immagini dell’evento, santificando l’attentatore e propugnandone l’imitazione». Ed entrambi i livelli erano presenti a Modena. Sia nel 2003 sia due settimane fa.
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Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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