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2018-11-13
I nuovi supereroi sono dei trans brasiliani
«Erezione!». Inizia con questo grido, urlato con voce stridula in falsetto, il trailer di Super Drags, la nuova serie d'animazione brasiliana il cui titolo è tutto un programma (le drag queen sono notoriamente degli «artisti» vestiti da donna, che mettono in scena spettacoli giocando costantemente sull'ambiguità sessuale). Subito dopo si vede una folla di ragazzi, sempre molto effeminati, che scruta in cielo e, alla vista dei tre supereroi, si chiede: «Sono uomini? No, sono le Super Drag!».
Ovvero Patrick, Donizete e Ralph, tre amici che amano trasformarsi in Lemon Chifon, Scarlet Carmesim e Safira Cyan, le protagoniste (o «i protagonisti»? Rinunciamo a porre la questione, tanto non se ne esce) della serie creata da Anderson Mahanski, Fernando Mendonça e Paulo Lescaut per Netflix e ora sbarcata anche in Italia, peraltro in singolare e forse non casuale coincidenza con l'accendersi dei riflettori sul Brasile dopo l'elezione di Jair Bolsonaro.
Lo scontro con le idee, decisamente conservatrici, del nuovo presidente non poteva essere più forte. Ecco la trama ufficiale della serie: «Durante il giorno, lavorano in un grande magazzino e cercando di gestire il loro capo molto fastidioso. Di notte, però, indossano i loro corsetti e si trasformano nelle più toste Super Drags della città, pronte a combattere le ombre e a salvare il mondo dai cattivi. Preparatevi, perché le Super Drags stanno arrivando».
Tutto l'universo di queste «supereroine» col trucco troppo marcato richiama gli stereotipi sul mondo gay che vengono diffusi innanzitutto in quello stesso ambiente (e che ovviamente, come da tradizione, diventano invece volgari idee preconcette di stampo omofobo se proposte da qualche etero): gli omosessuali, per esempio, hanno il «gaydar», il famoso radar gay.
Ogni membro della comunità Lgbt, inoltre, possiede una speciale energia «highlight». E così via. Sul sito di Netflix ci sono le trame dei cinque episodi. Che sono di questo tenore: «Per ritrovare la bellezza, Lady Elza ruba tutta l'energia “highlight" ai gay che partecipano al concerto di Goldiva, spingendo le Super Drags a intervenire». Oppure: «Rifiutato dal padre dopo il coming out, Ralph frequenta il campo di conversione di Sandoval, dove Donizete e Patrick sono mandati sotto copertura». E così via.
Le polemiche, ovviamente, non mancano. Nel luglio 2017 la Società brasiliana dei pediatri ha pubblicato un comunicato, in cui sosteneva che la serie potesse essere dannosa per i bambini. La dichiarazione, intitolata «Contro l'esposizione di bambini e adolescenti a contenuti inappropriati in tv», metteva in guardia contro «i rischi dell'uso di un linguaggio tipicamente infantile per discutere di argomenti relativi al mondo degli adulti». Insomma, non è un problema parlare di gay o farlo anche in modo ironico e satirico, a patto che sia chiaro il target a cui si punta, che deve necessariamente essere quello di chi ha un'età e una maturità tale da vagliare i messaggi e cogliere le ironie.
Netflix, infatti, ha confermato che la serie è intesa per un pubblico adulto e che sarebbe stata pubblicata con un rating Tv-Ma, cioè con l'indicazione che si tratta di un prodotto sconsigliato ai minori di 17 anni. Inoltre, è stato pubblicato un video in cui Vedete Champagne, uno dei personaggi della serie, avvertiva gli spettatori che, sebbene la serie sia un cartone animato, contiene contenuti destinati a un pubblico adulto.
Un deputato federale brasiliano, Alan Rick, ha inoltre duramente attaccato la serie: «Stiamo assistendo a un altro attacco ai nostri figli: il lancio di un cartone animato per adulti intitolato Super Drags su Netlix. Questa serie ha un impatto immediato sul comportamento di bambini e adolescenti». Il parlamentare, che è anche un pastore, ha chiesto ai genitori di «rimanere sintonizzati per seguire i contenuti che i loro figli vedono in tv, su internet, dispositivi mobili e altri mezzi di comunicazione». Ha anche sottolineato che sarebbero in atto «sordidi tentativi di influenzare sessualmente i nostri figli».
Del resto, la serie stessa non fa nulla per mascherare la sua ostilità alla cultura evangelica ormai dilagante in Brasile, tanto da essere stata determinante per l'elezione di Bolsonaro stesso: uno degli arcinemici contro cui si scontrano i supereroi travestiti è il «profeta» Sandoval Pedroso, un leader pentecostale che dirige un campo di concentramento che offre «cure gay». Al di là dei timori della destra conservatrice brasiliana, resta tuttavia un dubbio: a chi giova questa ridicolizzazione e riduzione a macchietta stereotipata di un mondo che pure, a fasi alterne, pretenderebbe di presentarsi come perfettamente integrato nella società? Che si scelga: o le piume di struzzo, o la famiglia del Mulino bianco.
Fabrizio La Rocca
In tutte le scuole scozzesi arriva l’ora obbligatoria di diritti Lgbt
Probabilmente William Wallace, l'eroe del XIV secolo cui si è ispirato il film Braveheart, non avrebbe approvato. Eppure la Scozia sarà il primo Paese al mondo a includere nel curriculum scolastico, sin dalle elementari, lo studio dei diritti di gay, lesbiche e transgender.
Ad annunciarlo pochi giorni fa è stato il ministro dell'Istruzione John Swinney, che ha spiegato che le scuole pubbliche otterranno finanziamenti per insegnare l'inclusione e il diritto alla diversità, secondo le indicazioni Lgbt.
Il governo ha deciso di inserire questa materia per tutto il corso di studi obbligatorio, quindi da quando si comincia la primaria, intorno ai cinque anni, fino a quando non si concludono i Gcse a 16 anni. Una scelta che ha raccolto il consenso delle associazioni che si battono per i diritti dei gay, ma che ha sollevato perplessità nelle famiglie cattoliche o legate ad altri gruppi religiosi, per le quali questi temi non sono ovviamente prioritari nel panorama dell'istruzione.
A decidere come sviluppare la materia saranno le diverse scuole, tenendo conto delle esigenze e delle caratteristiche dei propri allievi. In generale uguaglianza e inclusione secondo il credo Lgbt saranno insegnati ai diversi gruppi di età, attraverso una serie di argomenti.
Secondo quanto ha illustrato il ministero, si parlerà di identità, del vocabolario adatto per raccontare la diversità, di come combattere l'omofobia, dei pregiudizi legati al mondo dei gay, del movimento in sé stesso e dei risultati ottenuti in anni di propaganda. Una difesa delle battaglie arcobaleno, insomma, che riesce un po' difficile catalogare come una materia di approfondimento per i ragazzini. Su diritti e inclusione, peraltro, i gruppi Lgbt hanno individuato 33 raccomandazioni sulle quali si dovrebbe insistere per un'educazione ideale.
Prevedono ripetute sessioni di studio e approfondimento sul tema, la creazione di un manuale ad hoc, la verifica che gli insegnamenti vengano offerti, il controllo sulla qualità, il monitoraggio dei livelli di apprendimento: come si parlasse di trigonometria o fisica, insomma, quando il tema è di tutt'altro tenore.
La svolta pro gay del governo scozzese, poi, avrà anche dei costi, che peseranno sui contribuenti e sul bilancio pubblico. Agli insegnanti infatti verranno offerti corsi di formazione specifici visto che, in base a un sondaggio condotto da Tie (l'associazione Time for Inclusive Education), quattro professori su cinque hanno ammesso di non sentirsi abbastanza preparati per parlare di diversità e omofobia e affrontare dubbi e problemi degli allievi. Alle scuole verranno pure forniti nuovi materiali didattici preparati dal movimento, che avranno dei costi ancora da quantificare nel dettaglio.
A parte queste spese aggiuntive, che però nel bilancio sempre più risicato della pubblica istruzione non sono poca cosa, secondo il ministro la scuola otterrà solo benefici da questa nuova materia, visto che gli allievi hanno diverse caratteristiche e problemi e ogni possibile aiuto per loro è solo un vantaggio. In passato, poi, alcuni sondaggi condotti tra gli allievi avevano rivelato che il 63 per cento dei giovani scozzesi aveva sofferto per attacchi omofobici mentre la percentuale nel resto del Regno Unito era del 50 per cento.
Insomma, a sentire il governo le lezioni su gay e lesbiche saranno un modo per includere e per far bene sia a chi ha problemi di identità sessuale sia agli altri. Sino ad ora nessuno – a parte le famiglie di ispirazione religiosa – sembra aver considerato che cominciare a parlare a bambini di cinque anni di diversi atteggiamenti sessuali e cambi di identità potrebbe suscitare in loro una certa confusione. C'è anche un altro quesito fondamentale.
Non avrebbe più senso concentrarsi su altre questioni, dalla grammatica alla matematica, in modo da formare allievi di successo anziché trattare in classe materie che non sono così fondamentali per l'accesso all'università? L'impatto negativo di questo nuovo progetto potrebbe manifestarsi a due livelli. Da un lato si rischia di crescere ragazzini sempre più insicuri, bombardati da concetti, che rischiano di influenzarli e magari spingerli a scelte esistenziali tormentate; dall'altro si finisce per distrarre gli allievi in mille attività, senza permettergli di concentrarsi su tabelline, temi, funzioni e ricerche, che servono da base per un apprendimento di livello superiore. L'importante è che il governo non si lamenti se poi i coetanei cinesi bagnano il naso ai britannici nella classifiche internazionali.
Ci riescono perché sono focalizzati sull'apprendimento e non impegnati in riflessioni a sfondo politico. Che tra l'altro risultano anche troppo premature.
Caterina Belloni
Via dall’ateneo il prof pro famiglia
Spesso nella storia gli oppressi, o coloro che si ritengono tali, raggiunta l'ambita libertà, divengono oppressori. Adottando alla lettera gli stessi metodi di intolleranza e di esclusione sociale che poco prima denunciavano nei loro avversari.
Un'ennesima storiella squallida si è prodotta in tal senso presso l'Università statale di Tolosa, dedicata al filosofo e politico francese Jean Jaurès, nel sud ovest della Francia. Il professor Philippe Soual, autore di molte pubblicazioni accademiche e specialista ben noto del pensiero di Hegel, era stato invitato dalla facoltà di filosofia, ha tenere un corso a partire da questo novembre sino al prossimo febbraio, per una semplice sessione quadrimestrale di studi e di approfondimento tematico.
Nel frattempo però è circolata la voce che in precedenza, il Soual aveva commesso un crimine ripugnante e imprescrittibile e che quindi il docente andava espulso prima ancora di entrare in aula. Ma qual è tal crimine? Ebbene, cinque anni fa, durante le proteste organizzate dalla Manif pour tous contro il matrimonio gay, legalizzato nel 2013, il filosofo non stava dalla parte del progresso e della ragione (l'Ur-sinistra), ma tra gli oscurantisti e gli idioti (la Ur-destra), cioè di coloro che difendevano (e difendono) il diritto del bambino ad avere un solo padre e una sola madre. Pazzesco e arcaico, oltre che evidentemente inaccettabile.
Così, gli studenti amanti del progresso hanno riempito i corridoi dell'università, con dei divertentissimi manifesti, per nulla minacciosi, utilizzati dal rettorato per ritirare e annullare il contratto già firmato con il docente.
Nei manifesti, visibili sul web, i simpatici futuri dottori, scrivono in modo piuttosto volgare e pseudo-anticonformista che «Qui, ovvero all'università di Tolosa, siamo tutti/e studenti trans, froci (testuale, ndr), checche e bisessuali, e troviamo inaccettabile» la presenza di un docente difensore della famiglia tradizionale, che fu anche, per secoli, la sola famiglia riconosciuta dalla laicissima République.
E così conclude il manifesto, con monumentale intolleranza e vero razzismo, che è quello meno percepito come tale, che «noi non vogliamo che un luogo in cui amiamo venire per studiare e in cui non dovremmo sentirci vulnerabili e giudicati/e, apra le porte a questo genere di parole e a questo genere di persone». Ma perché chiamare persone dei mostri siffatti? Mah!
In ogni caso, il rettore dell'università, che forse ignorava le propensioni del filosofo, ha colto la palla al balzo, «davanti ai rischi potenziali di incidenti», per estromettere il filosofo Soual e accettare, come capita sempre spesso, la logica violenta della base, o della parte meno tollerante di essa.
Ma queste forme di censura non dovrebbero restare al di fuori dell'università e del cosiddetto Stato di diritto?
Una cosa è certa: nessuna campagna per la difesa del docente discriminato partirà mai dai quotidiani del sistema come Le Monde o Libération. Il che è un altro segno dei tempi.
Fabrizio Cannone
Parte il tavolo di consultazione Lgbt. Il governo alla prova dei temi etici
Facilmente non tutti ci daranno peso, eppure oggi è una data significativa per il governo e in generale per quanti hanno a cuore i temi etici. Infatti, in seguito al decreto firmato il 22 ottobre scorso dal sottosegretario alla presidenza con delega alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora, viene inaugurata l'apertura di un tavolo di consultazione permanente Lgbt. Sostanzialmente si tratta di un nuovo ufficio, istituito a palazzo Chigi e presieduto dallo stesso Spadafora, cui potranno fare riferimento ben 48 associazioni arcobaleno provenienti da tutta Italia. Una sorta di centrale operativa nazionale, insomma, cui spetterà il compito iniziale di scambiare informazioni e dati sulla comunità Lgbt.
Sulla base di quanto verrà raccolto, in un secondo momento potranno poi essere proposte a livello politico azioni che possano fungere da contrasto a eventuali atti di discriminazione e violenza ai danni delle persone con tendenze omosessuali. Per questo nel mondo arcobaleno c'è già chi vede nel tavolo di consultazione permanente che si insedia da una parte un argine contro l'odio contro per l'orientamento sessuale e identità di genere e, dall'altra, un'occasione per cercare di diffondere la cosiddetta cultura delle differenze. Staremo a vedere. Di certo, oltre alla presenza di Spadafora, ci sarà quella del capo del dipartimento Pari opportunità, Alessandra Ponari, del dirigente coordinatore dell'Unar, Luigi Manconi, e altri collaboratori degli uffici del Dipartimento.
Da quanto è dato sapere, dal tavolo deriveranno attività più specifiche e settoriali, con la creazione di appositi gruppi che lavoreranno su delle tematiche riguardanti la comunità Lgbt a cui parteciperanno altre sigle che, per lo più, saranno associazioni di Arcigay et similia. Dunque il governo gialloblu strizza l'occhio al fronte arcobaleno?
È ancora presto per dirlo. Infatti, per quanto l'apertura di questo ufficio, che rimarrà operativo lungo l'arco dell'intera legislatura, costituisca un evento degno di nota, c'è da dire lo stesso sottosegretario Spadora, quando a fine giugno scorso annunciò che avrebbe convocato le rappresentanze gay per avviare una collaborazione, ebbe correttamente a precisare che «nel contratto di governo non ci sono questioni riguardanti il mondo Lgbt».
Non solo. In aggiunta al contratto di governo, che ai temi etici non fa in effetti riferimento alcuno, a ostacolare l'eventuale predisposizione di misure di contrasto all'omofobia ci sono i dati ufficiali, quelli del ministero dell'Interno guidato da Matteo Salvini, che evidenziano come, dal 2010 al 2017, le segnalazioni costituenti reato riconducibili all'orientamento sessuale non solo non siano risultate molte - 140, appena 20 all'anno -, ma siano state superate da quelle basate dall'odio antireligioso, risultate 187. Da notare inoltre come, se le discriminazioni di matrice omofobica sono assai ridotte, quelle di matrice transfobica siano pressoché inesistenti, essendo risultate 12 in sette anni, appena l'1,2% del totale.
Senza dimenticare poi la presenza, nel governo, di un ministro come Lorenzo Fontana, dichiaratamente pro family, e in parlamento di senatori come il battagliero Simone Pillon. Non sarà dunque semplicissimo per le associazioni arcobaleno realizzare un'opera di efficace condizionamento legislativo, ma certo l'apertura di un apposito tavolo di consultazione permanente costituisce, dal loro punto di vista, un passo in avanti. Che non deve in alcun modo, e da nessuno, essere sottovalutato.
Giuliano Guzzo
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Netflix lancia Super Drags, una serie animata i cui protagonisti sono dei travestiti e che inizia inneggiando all'erezione. Ma è già polemica: secondo i pediatri, propagandare contenuti da adulti con un linguaggio infantile può fare molti danni.In tutte le scuole scozzesi arriva l'ora obbligatoria di diritti Lgbt. Secondo quanto annunciato dal ministro dell'Istruzione, John Swinney, gli istituti pubblici del Paese otterranno finanziamenti per insegnare il «diritto alla diversità» e la lotta all'omofobia. Si partirà dai bambini di 5 anni.Via dall'ateneo il prof pro famiglia. Philippe Soual, invitato dall'università di Tolosa, è stato cacciato dopo la mobilitazione degli studenti. Il motivo? Aveva aderito alle proteste contro il matrimonio «egualitario».Parte il tavolo di consultazione Lgbt. Il governo alla prova dei temi etici. A presiederlo sarà il sottosegretario con delega alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora. In homepage un estratto dello scandaloso trailer che i nostri figli rischiano di vedere.Lo speciale comprende quattro articoli.«Erezione!». Inizia con questo grido, urlato con voce stridula in falsetto, il trailer di Super Drags, la nuova serie d'animazione brasiliana il cui titolo è tutto un programma (le drag queen sono notoriamente degli «artisti» vestiti da donna, che mettono in scena spettacoli giocando costantemente sull'ambiguità sessuale). Subito dopo si vede una folla di ragazzi, sempre molto effeminati, che scruta in cielo e, alla vista dei tre supereroi, si chiede: «Sono uomini? No, sono le Super Drag!». Ovvero Patrick, Donizete e Ralph, tre amici che amano trasformarsi in Lemon Chifon, Scarlet Carmesim e Safira Cyan, le protagoniste (o «i protagonisti»? Rinunciamo a porre la questione, tanto non se ne esce) della serie creata da Anderson Mahanski, Fernando Mendonça e Paulo Lescaut per Netflix e ora sbarcata anche in Italia, peraltro in singolare e forse non casuale coincidenza con l'accendersi dei riflettori sul Brasile dopo l'elezione di Jair Bolsonaro. Lo scontro con le idee, decisamente conservatrici, del nuovo presidente non poteva essere più forte. Ecco la trama ufficiale della serie: «Durante il giorno, lavorano in un grande magazzino e cercando di gestire il loro capo molto fastidioso. Di notte, però, indossano i loro corsetti e si trasformano nelle più toste Super Drags della città, pronte a combattere le ombre e a salvare il mondo dai cattivi. Preparatevi, perché le Super Drags stanno arrivando». Tutto l'universo di queste «supereroine» col trucco troppo marcato richiama gli stereotipi sul mondo gay che vengono diffusi innanzitutto in quello stesso ambiente (e che ovviamente, come da tradizione, diventano invece volgari idee preconcette di stampo omofobo se proposte da qualche etero): gli omosessuali, per esempio, hanno il «gaydar», il famoso radar gay. Ogni membro della comunità Lgbt, inoltre, possiede una speciale energia «highlight». E così via. Sul sito di Netflix ci sono le trame dei cinque episodi. Che sono di questo tenore: «Per ritrovare la bellezza, Lady Elza ruba tutta l'energia “highlight" ai gay che partecipano al concerto di Goldiva, spingendo le Super Drags a intervenire». Oppure: «Rifiutato dal padre dopo il coming out, Ralph frequenta il campo di conversione di Sandoval, dove Donizete e Patrick sono mandati sotto copertura». E così via.Le polemiche, ovviamente, non mancano. Nel luglio 2017 la Società brasiliana dei pediatri ha pubblicato un comunicato, in cui sosteneva che la serie potesse essere dannosa per i bambini. La dichiarazione, intitolata «Contro l'esposizione di bambini e adolescenti a contenuti inappropriati in tv», metteva in guardia contro «i rischi dell'uso di un linguaggio tipicamente infantile per discutere di argomenti relativi al mondo degli adulti». Insomma, non è un problema parlare di gay o farlo anche in modo ironico e satirico, a patto che sia chiaro il target a cui si punta, che deve necessariamente essere quello di chi ha un'età e una maturità tale da vagliare i messaggi e cogliere le ironie. Netflix, infatti, ha confermato che la serie è intesa per un pubblico adulto e che sarebbe stata pubblicata con un rating Tv-Ma, cioè con l'indicazione che si tratta di un prodotto sconsigliato ai minori di 17 anni. Inoltre, è stato pubblicato un video in cui Vedete Champagne, uno dei personaggi della serie, avvertiva gli spettatori che, sebbene la serie sia un cartone animato, contiene contenuti destinati a un pubblico adulto.Un deputato federale brasiliano, Alan Rick, ha inoltre duramente attaccato la serie: «Stiamo assistendo a un altro attacco ai nostri figli: il lancio di un cartone animato per adulti intitolato Super Drags su Netlix. Questa serie ha un impatto immediato sul comportamento di bambini e adolescenti». Il parlamentare, che è anche un pastore, ha chiesto ai genitori di «rimanere sintonizzati per seguire i contenuti che i loro figli vedono in tv, su internet, dispositivi mobili e altri mezzi di comunicazione». Ha anche sottolineato che sarebbero in atto «sordidi tentativi di influenzare sessualmente i nostri figli». Del resto, la serie stessa non fa nulla per mascherare la sua ostilità alla cultura evangelica ormai dilagante in Brasile, tanto da essere stata determinante per l'elezione di Bolsonaro stesso: uno degli arcinemici contro cui si scontrano i supereroi travestiti è il «profeta» Sandoval Pedroso, un leader pentecostale che dirige un campo di concentramento che offre «cure gay». Al di là dei timori della destra conservatrice brasiliana, resta tuttavia un dubbio: a chi giova questa ridicolizzazione e riduzione a macchietta stereotipata di un mondo che pure, a fasi alterne, pretenderebbe di presentarsi come perfettamente integrato nella società? Che si scelga: o le piume di struzzo, o la famiglia del Mulino bianco.Fabrizio La Rocca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nuovi-supereroi-sono-dei-trans-brasiliani-2619414390.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="in-tutte-le-scuole-scozzesi-arriva-lora-obbligatoria-di-diritti-lgbt" data-post-id="2619414390" data-published-at="1774134398" data-use-pagination="False"> In tutte le scuole scozzesi arriva l’ora obbligatoria di diritti Lgbt Probabilmente William Wallace, l'eroe del XIV secolo cui si è ispirato il film Braveheart, non avrebbe approvato. Eppure la Scozia sarà il primo Paese al mondo a includere nel curriculum scolastico, sin dalle elementari, lo studio dei diritti di gay, lesbiche e transgender. Ad annunciarlo pochi giorni fa è stato il ministro dell'Istruzione John Swinney, che ha spiegato che le scuole pubbliche otterranno finanziamenti per insegnare l'inclusione e il diritto alla diversità, secondo le indicazioni Lgbt. Il governo ha deciso di inserire questa materia per tutto il corso di studi obbligatorio, quindi da quando si comincia la primaria, intorno ai cinque anni, fino a quando non si concludono i Gcse a 16 anni. Una scelta che ha raccolto il consenso delle associazioni che si battono per i diritti dei gay, ma che ha sollevato perplessità nelle famiglie cattoliche o legate ad altri gruppi religiosi, per le quali questi temi non sono ovviamente prioritari nel panorama dell'istruzione. A decidere come sviluppare la materia saranno le diverse scuole, tenendo conto delle esigenze e delle caratteristiche dei propri allievi. In generale uguaglianza e inclusione secondo il credo Lgbt saranno insegnati ai diversi gruppi di età, attraverso una serie di argomenti. Secondo quanto ha illustrato il ministero, si parlerà di identità, del vocabolario adatto per raccontare la diversità, di come combattere l'omofobia, dei pregiudizi legati al mondo dei gay, del movimento in sé stesso e dei risultati ottenuti in anni di propaganda. Una difesa delle battaglie arcobaleno, insomma, che riesce un po' difficile catalogare come una materia di approfondimento per i ragazzini. Su diritti e inclusione, peraltro, i gruppi Lgbt hanno individuato 33 raccomandazioni sulle quali si dovrebbe insistere per un'educazione ideale. Prevedono ripetute sessioni di studio e approfondimento sul tema, la creazione di un manuale ad hoc, la verifica che gli insegnamenti vengano offerti, il controllo sulla qualità, il monitoraggio dei livelli di apprendimento: come si parlasse di trigonometria o fisica, insomma, quando il tema è di tutt'altro tenore. La svolta pro gay del governo scozzese, poi, avrà anche dei costi, che peseranno sui contribuenti e sul bilancio pubblico. Agli insegnanti infatti verranno offerti corsi di formazione specifici visto che, in base a un sondaggio condotto da Tie (l'associazione Time for Inclusive Education), quattro professori su cinque hanno ammesso di non sentirsi abbastanza preparati per parlare di diversità e omofobia e affrontare dubbi e problemi degli allievi. Alle scuole verranno pure forniti nuovi materiali didattici preparati dal movimento, che avranno dei costi ancora da quantificare nel dettaglio. A parte queste spese aggiuntive, che però nel bilancio sempre più risicato della pubblica istruzione non sono poca cosa, secondo il ministro la scuola otterrà solo benefici da questa nuova materia, visto che gli allievi hanno diverse caratteristiche e problemi e ogni possibile aiuto per loro è solo un vantaggio. In passato, poi, alcuni sondaggi condotti tra gli allievi avevano rivelato che il 63 per cento dei giovani scozzesi aveva sofferto per attacchi omofobici mentre la percentuale nel resto del Regno Unito era del 50 per cento. Insomma, a sentire il governo le lezioni su gay e lesbiche saranno un modo per includere e per far bene sia a chi ha problemi di identità sessuale sia agli altri. Sino ad ora nessuno – a parte le famiglie di ispirazione religiosa – sembra aver considerato che cominciare a parlare a bambini di cinque anni di diversi atteggiamenti sessuali e cambi di identità potrebbe suscitare in loro una certa confusione. C'è anche un altro quesito fondamentale. Non avrebbe più senso concentrarsi su altre questioni, dalla grammatica alla matematica, in modo da formare allievi di successo anziché trattare in classe materie che non sono così fondamentali per l'accesso all'università? L'impatto negativo di questo nuovo progetto potrebbe manifestarsi a due livelli. Da un lato si rischia di crescere ragazzini sempre più insicuri, bombardati da concetti, che rischiano di influenzarli e magari spingerli a scelte esistenziali tormentate; dall'altro si finisce per distrarre gli allievi in mille attività, senza permettergli di concentrarsi su tabelline, temi, funzioni e ricerche, che servono da base per un apprendimento di livello superiore. L'importante è che il governo non si lamenti se poi i coetanei cinesi bagnano il naso ai britannici nella classifiche internazionali. Ci riescono perché sono focalizzati sull'apprendimento e non impegnati in riflessioni a sfondo politico. Che tra l'altro risultano anche troppo premature. 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Il professor Philippe Soual, autore di molte pubblicazioni accademiche e specialista ben noto del pensiero di Hegel, era stato invitato dalla facoltà di filosofia, ha tenere un corso a partire da questo novembre sino al prossimo febbraio, per una semplice sessione quadrimestrale di studi e di approfondimento tematico. Nel frattempo però è circolata la voce che in precedenza, il Soual aveva commesso un crimine ripugnante e imprescrittibile e che quindi il docente andava espulso prima ancora di entrare in aula. Ma qual è tal crimine? Ebbene, cinque anni fa, durante le proteste organizzate dalla Manif pour tous contro il matrimonio gay, legalizzato nel 2013, il filosofo non stava dalla parte del progresso e della ragione (l'Ur-sinistra), ma tra gli oscurantisti e gli idioti (la Ur-destra), cioè di coloro che difendevano (e difendono) il diritto del bambino ad avere un solo padre e una sola madre. Pazzesco e arcaico, oltre che evidentemente inaccettabile. Così, gli studenti amanti del progresso hanno riempito i corridoi dell'università, con dei divertentissimi manifesti, per nulla minacciosi, utilizzati dal rettorato per ritirare e annullare il contratto già firmato con il docente. Nei manifesti, visibili sul web, i simpatici futuri dottori, scrivono in modo piuttosto volgare e pseudo-anticonformista che «Qui, ovvero all'università di Tolosa, siamo tutti/e studenti trans, froci (testuale, ndr), checche e bisessuali, e troviamo inaccettabile» la presenza di un docente difensore della famiglia tradizionale, che fu anche, per secoli, la sola famiglia riconosciuta dalla laicissima République. E così conclude il manifesto, con monumentale intolleranza e vero razzismo, che è quello meno percepito come tale, che «noi non vogliamo che un luogo in cui amiamo venire per studiare e in cui non dovremmo sentirci vulnerabili e giudicati/e, apra le porte a questo genere di parole e a questo genere di persone». Ma perché chiamare persone dei mostri siffatti? Mah! In ogni caso, il rettore dell'università, che forse ignorava le propensioni del filosofo, ha colto la palla al balzo, «davanti ai rischi potenziali di incidenti», per estromettere il filosofo Soual e accettare, come capita sempre spesso, la logica violenta della base, o della parte meno tollerante di essa. Ma queste forme di censura non dovrebbero restare al di fuori dell'università e del cosiddetto Stato di diritto? Una cosa è certa: nessuna campagna per la difesa del docente discriminato partirà mai dai quotidiani del sistema come Le Monde o Libération. Il che è un altro segno dei tempi. Fabrizio Cannone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nuovi-supereroi-sono-dei-trans-brasiliani-2619414390.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="parte-il-tavolo-di-consultazione-lgbt-il-governo-alla-prova-dei-temi-etici" data-post-id="2619414390" data-published-at="1774134398" data-use-pagination="False"> Parte il tavolo di consultazione Lgbt. Il governo alla prova dei temi etici Facilmente non tutti ci daranno peso, eppure oggi è una data significativa per il governo e in generale per quanti hanno a cuore i temi etici. Infatti, in seguito al decreto firmato il 22 ottobre scorso dal sottosegretario alla presidenza con delega alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora, viene inaugurata l'apertura di un tavolo di consultazione permanente Lgbt. Sostanzialmente si tratta di un nuovo ufficio, istituito a palazzo Chigi e presieduto dallo stesso Spadafora, cui potranno fare riferimento ben 48 associazioni arcobaleno provenienti da tutta Italia. Una sorta di centrale operativa nazionale, insomma, cui spetterà il compito iniziale di scambiare informazioni e dati sulla comunità Lgbt. Sulla base di quanto verrà raccolto, in un secondo momento potranno poi essere proposte a livello politico azioni che possano fungere da contrasto a eventuali atti di discriminazione e violenza ai danni delle persone con tendenze omosessuali. Per questo nel mondo arcobaleno c'è già chi vede nel tavolo di consultazione permanente che si insedia da una parte un argine contro l'odio contro per l'orientamento sessuale e identità di genere e, dall'altra, un'occasione per cercare di diffondere la cosiddetta cultura delle differenze. Staremo a vedere. Di certo, oltre alla presenza di Spadafora, ci sarà quella del capo del dipartimento Pari opportunità, Alessandra Ponari, del dirigente coordinatore dell'Unar, Luigi Manconi, e altri collaboratori degli uffici del Dipartimento. Da quanto è dato sapere, dal tavolo deriveranno attività più specifiche e settoriali, con la creazione di appositi gruppi che lavoreranno su delle tematiche riguardanti la comunità Lgbt a cui parteciperanno altre sigle che, per lo più, saranno associazioni di Arcigay et similia. Dunque il governo gialloblu strizza l'occhio al fronte arcobaleno? È ancora presto per dirlo. Infatti, per quanto l'apertura di questo ufficio, che rimarrà operativo lungo l'arco dell'intera legislatura, costituisca un evento degno di nota, c'è da dire lo stesso sottosegretario Spadora, quando a fine giugno scorso annunciò che avrebbe convocato le rappresentanze gay per avviare una collaborazione, ebbe correttamente a precisare che «nel contratto di governo non ci sono questioni riguardanti il mondo Lgbt». Non solo. In aggiunta al contratto di governo, che ai temi etici non fa in effetti riferimento alcuno, a ostacolare l'eventuale predisposizione di misure di contrasto all'omofobia ci sono i dati ufficiali, quelli del ministero dell'Interno guidato da Matteo Salvini, che evidenziano come, dal 2010 al 2017, le segnalazioni costituenti reato riconducibili all'orientamento sessuale non solo non siano risultate molte - 140, appena 20 all'anno -, ma siano state superate da quelle basate dall'odio antireligioso, risultate 187. Da notare inoltre come, se le discriminazioni di matrice omofobica sono assai ridotte, quelle di matrice transfobica siano pressoché inesistenti, essendo risultate 12 in sette anni, appena l'1,2% del totale. Senza dimenticare poi la presenza, nel governo, di un ministro come Lorenzo Fontana, dichiaratamente pro family, e in parlamento di senatori come il battagliero Simone Pillon. Non sarà dunque semplicissimo per le associazioni arcobaleno realizzare un'opera di efficace condizionamento legislativo, ma certo l'apertura di un apposito tavolo di consultazione permanente costituisce, dal loro punto di vista, un passo in avanti. Che non deve in alcun modo, e da nessuno, essere sottovalutato. Giuliano Guzzo
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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