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2025-02-28
I magistrati vanno in piazza e copiano perfino il raduno pro Berlusconi
Ansa
Per l’autocelebrazione della categoria il segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, Rocco Maruotti, toga foggiana del gruppo progressista di Area, ha puntato tutto su una figura retorica: «Eravamo e restiamo prudenti, nessuna enfasi su percentuali e numeri ma visto che ci chiedono il dato spiccio, lo diamo volentieri, ringraziando davvero tutti, siamo, dati parziali, tra il 75 e l’80 per cento di magistrati che hanno scioperato». E mentre il segretario sfoggia la cifra dell’adesione (che però comprende anche chi ha comunque svolto i servizi essenziali, come previsto dal codice di autoregolamentazione) con l’aria di chi ha appena portato a casa un trofeo, l’abilità nel creare il contrasto tra la prudenza senza enfasi e il numero elevato di scioperanti che non hanno perso un’ora di paga fa scattare un lungo applauso. Quelle erano proprio le parole che tutti i presenti al cinema Adriano di Roma, trasformato per l’occasione in una specie di fortino della resistenza togata, volevano sentire. Perché alla fine quella dei giudici progressisti era solo una prova muscolare per dimostrare che il fronte anti riforma era compatto. Per provarlo è stato subito comunicato che i numeri erano riscontrabili anche ai livelli apicali degli uffici, quello dei procuratori e dei presidenti. Senza entrare nel merito. Tutto si è ridotto a «difendiamo l’autonomia e l’indipendenza» del giudice. Una comunicazione furba, poi, ha evitato che emergessero in modo forte le sfumature che proprio chi ricopre i ruoli apicali evidenzia singolarmente. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, per esempio, ha detto fuori dai denti di essere «favorevole al sorteggio» dei componenti del Csm: «Si divide l’Italia in macro aree, come per l’elezione al Parlamento europeo, si rispettano le proporzioni pubblico ministero-giudice e non si sorteggiano i magistrati che hanno procedimenti disciplinari, procedimenti penali, che hanno ritardi nelle sentenze, nel deposito delle sentenze o nelle indagini». Ma è bastato far salire magistrati in toga con la coccardina tricolore e la Costituzione in bella vista, professori, intellettuali e pure qualche scrittore di grido sulla stessa scala, quella della Corte di cassazione, dove un tempo manifestarono gli esponenti del Pdl che solidarizzavano con Silvio Berlusconi per gli attacchi giudiziari, per evitare che si accendesse il dibattito sulla separazione delle carriere e, soprattutto, sulla riforma del Csm. La star dell’evento è Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi passato alla narrativa: «Questa mobilitazione, che condivido in pieno, deve arrivare ai cittadini? Allora non parliamo come a un convegno, preoccupiamoci di quello che comprendono tutti gli altri fuori». Poi, un avvertimento in perfetto stile pulp, che sembra essere uscito dritto da uno dei suoi noir: «Non è un invito a essere cattivi ma, come si dice in una barzelletta sulle arti marziali, occhio che mentre fai l’inchino ti arriva il cazzotto». La componente emotiva ha fatto il resto, con il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, che si concede agli abbracci e alle strette di mano in stile rockstar. «Dobbiamo parlare chiaro ai cittadini», dice anche lui con tono grave. Da Reggio Calabria il procuratore aggiunto Stefano Musolino, che in passato si era schierato contro i decreti sicurezza, sposa la narrazione ufficiale: «I magistrati hanno il dovere di battersi per il dettato costituzionale che protegge i più fragili. I potenti avranno sempre il loro spazio di tutela». Ma dopo gli scandali, gli errori giudiziari, i palazzi di giustizia ginepraio e i processi dai tempi clamorosamente lunghi, la storiella del giudice baluardo dei deboli difficilmente raggiungerà davvero gli utenti del sistema giustizia. Anche se a dare forza al pensiero unico delle toghe ci hanno provato i consiglieri togati del Csm, d’accordo con l’Anm: «Si tratta di uno sciopero che la magistratura associata ha indetto non per tutelare interessi di categoria, ma per porre con forza all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della garanzia dell’autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario e, dunque, della tutela dei diritti di tutti». A rovinare la festa alla magistratura movimentista associata ci hanno pensato, però, gli avvocati (con le pesanti eccezioni di Franco Coppi e del «contiano» Guido Alpa). «Separare le carriere significa avere un giudice davvero terzo, come impone la Costituzione, e una giustizia penale più moderna e trasparente», rivendica la giunta dell’Unione delle camere penali. «Due Consigli superiori, uno per i giudici, l’altro per i pm», spiegano i penalisti, «garantirebbero autonomia a entrambe le funzioni e, soprattutto, le proteggerebbero dai giochi di potere interni che da anni avvelenano il Csm». Scandali come quello portato alla luce dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara restano un tabù per il sindacato delle toghe, sottolineano i penalisti, «come non viene mai citata la evidente politicizzazione interna dell’Anm». Ed ecco l’arringa che fa saltare la montatura: «La riforma», concludono i penalisti, «non tocca l’indipendenza dei magistrati, garantita dalla Costituzione, ma la rafforza riducendo pressioni e influenze interne. Dietro lo sciopero, presentato come una battaglia per i cittadini, si nasconde la difesa corporativa di privilegi consolidati».
Sul palco attori e star dell’antimafia
Alla kermesse itinerante del grande spettacolo anti riforma della Giustizia hanno preso parte cabarettisti, attori, registi, scrittori, professionisti dell’antimafia e chiunque è risultato sensibile al richiamo della toga. A Roma gli applausi scattano alla lettura dei messaggi di Dacia Maraini e di Giancarlo De Cataldo. «Un opportuno sussulto di orgoglio», dicono. A Napoli lo scrittore Maurizio De Giovanni alza la voce: «La riforma è nefasta e scellerata». Per lui qualcuno starebbe cercando di «rimodellare la Costituzione come se fosse un metallo vile». E lancia messaggi da apocalisse: «Ogni cittadino ha il rischio di vedere sgretolarsi il Paese come ci è stato consegnato dai nostri padri e come non riusciremo a consegnare ai nostri figli». E giù con la narrazione imposta dall’Anm: «Questo è un Paese dove gli ultimi non hanno difesa, giudici e pm sono la loro unica speranza di salvezza e questa cosa deve arrivare alle persone». Da Reggio Emilia arriva il sermone del leader di Libera don Luigi Ciotti: «Non è un caso che i magistrati si stanno mobilitando, lo fanno per rispetto della nostra Costituzione». E così, tra applausi e interventi che sembrano più esercizi di retorica che di sostanza, la grande kermesse della magistratura itinerante si sposta di città in città. A Genova Antonio Albanese legge un brano del giurista Piero Calamandrei. E, messo da parte il piglio del suo Cetto La Qualunque, afferma: «Io oggi sono Calamandrei, un uomo coraggiosissimo. Nel nostro ambiente si dice che quando ripeti le cose sei un po’ in ritardo. Calamandrei è sempre avanti, lavorava per il futuro». Ma nel suo «Elogio dei giudici scritto da un avvocato», testo del 1959, Calamandrei non sembrava affatto propendere per il sistema attuale, quello che l’Anm difende col coltello tra i denti, e già lanciava, da visionario, qualche idea ancestrale sulla separazione delle carriere: «Fra tutti gli uffici giudiziari il più arduo mi sembra quello del pubblico accusatore, il quale, come sostenitore dell’accusa, dovrebb’essere parziale al pari di un avvocato, e, come custode della legge, dovrebb’essere imparziale al pari di un giudice. […] Lo Stato ha creato una specie di antagonista ufficiale dell’avvocato difensore, la cui presenza evita che il giudice si metta in polemica con questo e inconsapevolmente si faccia una mentalità avversa all’imputato». Pm e giudice, insomma, per Calamandrei non dovrebbero andare a braccetto. Ma cosa c’è di meglio che usare una testimonianza del passato che cerca di legare il presente a una lotta per il futuro? Albanese, imperturbabile, ha spiegato di aver svolto semplicemente un compitino: «Io sono un interprete e oggi mi è stato chiesto di leggere una conferenza straordinaria di quest’uomo straordinario e sono molto orgoglioso». A Bari c’è il referente di Libera don Angelo Cassano: «C’è un momento nella vita di un Paese in cui tacere è una colpa e parlare un dovere morale. In questo momento c’è una fame di giustizia e verità. Non è vero che la gente non vi percepisce come l’unico baluardo per difendere in questo momento i diritti della povera gente, gli ultimi, i migranti». E quando si parla di migranti non può mancare la capocorrente di Md Silvia Albano, toga che per prima ha annullato i trasferimenti di migranti in Albania: «Ci contestano di non essere funzionali ai progetti politici, ma noi non dobbiamo interpretare lo spirito del tempo, questo lo facevano i tribunali del popolo di epoca fascista».
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A Milano le toghe si riuniscono sulle scale del tribunale, replicando l’evento del Pdl a difesa del Cavaliere. L’Anm esulta per i numeri, ma conteggia pure chi ha lavorato.Sul palco attori e star dell’antimafia. Don Luigi Ciotti (Libera) a Reggio Emilia, mentre il suo pupillo lo ha rappresentato a Bari. A Genova Antonio Albanese veste i panni dell’intellettuale e legge Piero Calamandrei.Lo speciale contiene due articoli.Per l’autocelebrazione della categoria il segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, Rocco Maruotti, toga foggiana del gruppo progressista di Area, ha puntato tutto su una figura retorica: «Eravamo e restiamo prudenti, nessuna enfasi su percentuali e numeri ma visto che ci chiedono il dato spiccio, lo diamo volentieri, ringraziando davvero tutti, siamo, dati parziali, tra il 75 e l’80 per cento di magistrati che hanno scioperato». E mentre il segretario sfoggia la cifra dell’adesione (che però comprende anche chi ha comunque svolto i servizi essenziali, come previsto dal codice di autoregolamentazione) con l’aria di chi ha appena portato a casa un trofeo, l’abilità nel creare il contrasto tra la prudenza senza enfasi e il numero elevato di scioperanti che non hanno perso un’ora di paga fa scattare un lungo applauso. Quelle erano proprio le parole che tutti i presenti al cinema Adriano di Roma, trasformato per l’occasione in una specie di fortino della resistenza togata, volevano sentire. Perché alla fine quella dei giudici progressisti era solo una prova muscolare per dimostrare che il fronte anti riforma era compatto. Per provarlo è stato subito comunicato che i numeri erano riscontrabili anche ai livelli apicali degli uffici, quello dei procuratori e dei presidenti. Senza entrare nel merito. Tutto si è ridotto a «difendiamo l’autonomia e l’indipendenza» del giudice. Una comunicazione furba, poi, ha evitato che emergessero in modo forte le sfumature che proprio chi ricopre i ruoli apicali evidenzia singolarmente. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, per esempio, ha detto fuori dai denti di essere «favorevole al sorteggio» dei componenti del Csm: «Si divide l’Italia in macro aree, come per l’elezione al Parlamento europeo, si rispettano le proporzioni pubblico ministero-giudice e non si sorteggiano i magistrati che hanno procedimenti disciplinari, procedimenti penali, che hanno ritardi nelle sentenze, nel deposito delle sentenze o nelle indagini». Ma è bastato far salire magistrati in toga con la coccardina tricolore e la Costituzione in bella vista, professori, intellettuali e pure qualche scrittore di grido sulla stessa scala, quella della Corte di cassazione, dove un tempo manifestarono gli esponenti del Pdl che solidarizzavano con Silvio Berlusconi per gli attacchi giudiziari, per evitare che si accendesse il dibattito sulla separazione delle carriere e, soprattutto, sulla riforma del Csm. La star dell’evento è Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi passato alla narrativa: «Questa mobilitazione, che condivido in pieno, deve arrivare ai cittadini? Allora non parliamo come a un convegno, preoccupiamoci di quello che comprendono tutti gli altri fuori». Poi, un avvertimento in perfetto stile pulp, che sembra essere uscito dritto da uno dei suoi noir: «Non è un invito a essere cattivi ma, come si dice in una barzelletta sulle arti marziali, occhio che mentre fai l’inchino ti arriva il cazzotto». La componente emotiva ha fatto il resto, con il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, che si concede agli abbracci e alle strette di mano in stile rockstar. «Dobbiamo parlare chiaro ai cittadini», dice anche lui con tono grave. Da Reggio Calabria il procuratore aggiunto Stefano Musolino, che in passato si era schierato contro i decreti sicurezza, sposa la narrazione ufficiale: «I magistrati hanno il dovere di battersi per il dettato costituzionale che protegge i più fragili. I potenti avranno sempre il loro spazio di tutela». Ma dopo gli scandali, gli errori giudiziari, i palazzi di giustizia ginepraio e i processi dai tempi clamorosamente lunghi, la storiella del giudice baluardo dei deboli difficilmente raggiungerà davvero gli utenti del sistema giustizia. Anche se a dare forza al pensiero unico delle toghe ci hanno provato i consiglieri togati del Csm, d’accordo con l’Anm: «Si tratta di uno sciopero che la magistratura associata ha indetto non per tutelare interessi di categoria, ma per porre con forza all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della garanzia dell’autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario e, dunque, della tutela dei diritti di tutti». A rovinare la festa alla magistratura movimentista associata ci hanno pensato, però, gli avvocati (con le pesanti eccezioni di Franco Coppi e del «contiano» Guido Alpa). «Separare le carriere significa avere un giudice davvero terzo, come impone la Costituzione, e una giustizia penale più moderna e trasparente», rivendica la giunta dell’Unione delle camere penali. «Due Consigli superiori, uno per i giudici, l’altro per i pm», spiegano i penalisti, «garantirebbero autonomia a entrambe le funzioni e, soprattutto, le proteggerebbero dai giochi di potere interni che da anni avvelenano il Csm». Scandali come quello portato alla luce dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara restano un tabù per il sindacato delle toghe, sottolineano i penalisti, «come non viene mai citata la evidente politicizzazione interna dell’Anm». Ed ecco l’arringa che fa saltare la montatura: «La riforma», concludono i penalisti, «non tocca l’indipendenza dei magistrati, garantita dalla Costituzione, ma la rafforza riducendo pressioni e influenze interne. Dietro lo sciopero, presentato come una battaglia per i cittadini, si nasconde la difesa corporativa di privilegi consolidati».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-magistrati-vanno-in-piazza-2671236279.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-palco-attori-e-star-dellantimafia" data-post-id="2671236279" data-published-at="1740687698" data-use-pagination="False"> Sul palco attori e star dell’antimafia Alla kermesse itinerante del grande spettacolo anti riforma della Giustizia hanno preso parte cabarettisti, attori, registi, scrittori, professionisti dell’antimafia e chiunque è risultato sensibile al richiamo della toga. A Roma gli applausi scattano alla lettura dei messaggi di Dacia Maraini e di Giancarlo De Cataldo. «Un opportuno sussulto di orgoglio», dicono. A Napoli lo scrittore Maurizio De Giovanni alza la voce: «La riforma è nefasta e scellerata». Per lui qualcuno starebbe cercando di «rimodellare la Costituzione come se fosse un metallo vile». E lancia messaggi da apocalisse: «Ogni cittadino ha il rischio di vedere sgretolarsi il Paese come ci è stato consegnato dai nostri padri e come non riusciremo a consegnare ai nostri figli». E giù con la narrazione imposta dall’Anm: «Questo è un Paese dove gli ultimi non hanno difesa, giudici e pm sono la loro unica speranza di salvezza e questa cosa deve arrivare alle persone». Da Reggio Emilia arriva il sermone del leader di Libera don Luigi Ciotti: «Non è un caso che i magistrati si stanno mobilitando, lo fanno per rispetto della nostra Costituzione». E così, tra applausi e interventi che sembrano più esercizi di retorica che di sostanza, la grande kermesse della magistratura itinerante si sposta di città in città. A Genova Antonio Albanese legge un brano del giurista Piero Calamandrei. E, messo da parte il piglio del suo Cetto La Qualunque, afferma: «Io oggi sono Calamandrei, un uomo coraggiosissimo. Nel nostro ambiente si dice che quando ripeti le cose sei un po’ in ritardo. Calamandrei è sempre avanti, lavorava per il futuro». Ma nel suo «Elogio dei giudici scritto da un avvocato», testo del 1959, Calamandrei non sembrava affatto propendere per il sistema attuale, quello che l’Anm difende col coltello tra i denti, e già lanciava, da visionario, qualche idea ancestrale sulla separazione delle carriere: «Fra tutti gli uffici giudiziari il più arduo mi sembra quello del pubblico accusatore, il quale, come sostenitore dell’accusa, dovrebb’essere parziale al pari di un avvocato, e, come custode della legge, dovrebb’essere imparziale al pari di un giudice. […] Lo Stato ha creato una specie di antagonista ufficiale dell’avvocato difensore, la cui presenza evita che il giudice si metta in polemica con questo e inconsapevolmente si faccia una mentalità avversa all’imputato». Pm e giudice, insomma, per Calamandrei non dovrebbero andare a braccetto. Ma cosa c’è di meglio che usare una testimonianza del passato che cerca di legare il presente a una lotta per il futuro? Albanese, imperturbabile, ha spiegato di aver svolto semplicemente un compitino: «Io sono un interprete e oggi mi è stato chiesto di leggere una conferenza straordinaria di quest’uomo straordinario e sono molto orgoglioso». A Bari c’è il referente di Libera don Angelo Cassano: «C’è un momento nella vita di un Paese in cui tacere è una colpa e parlare un dovere morale. In questo momento c’è una fame di giustizia e verità. Non è vero che la gente non vi percepisce come l’unico baluardo per difendere in questo momento i diritti della povera gente, gli ultimi, i migranti». E quando si parla di migranti non può mancare la capocorrente di Md Silvia Albano, toga che per prima ha annullato i trasferimenti di migranti in Albania: «Ci contestano di non essere funzionali ai progetti politici, ma noi non dobbiamo interpretare lo spirito del tempo, questo lo facevano i tribunali del popolo di epoca fascista».
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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