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2025-02-28
I magistrati vanno in piazza e copiano perfino il raduno pro Berlusconi
Ansa
Per l’autocelebrazione della categoria il segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, Rocco Maruotti, toga foggiana del gruppo progressista di Area, ha puntato tutto su una figura retorica: «Eravamo e restiamo prudenti, nessuna enfasi su percentuali e numeri ma visto che ci chiedono il dato spiccio, lo diamo volentieri, ringraziando davvero tutti, siamo, dati parziali, tra il 75 e l’80 per cento di magistrati che hanno scioperato». E mentre il segretario sfoggia la cifra dell’adesione (che però comprende anche chi ha comunque svolto i servizi essenziali, come previsto dal codice di autoregolamentazione) con l’aria di chi ha appena portato a casa un trofeo, l’abilità nel creare il contrasto tra la prudenza senza enfasi e il numero elevato di scioperanti che non hanno perso un’ora di paga fa scattare un lungo applauso. Quelle erano proprio le parole che tutti i presenti al cinema Adriano di Roma, trasformato per l’occasione in una specie di fortino della resistenza togata, volevano sentire. Perché alla fine quella dei giudici progressisti era solo una prova muscolare per dimostrare che il fronte anti riforma era compatto. Per provarlo è stato subito comunicato che i numeri erano riscontrabili anche ai livelli apicali degli uffici, quello dei procuratori e dei presidenti. Senza entrare nel merito. Tutto si è ridotto a «difendiamo l’autonomia e l’indipendenza» del giudice. Una comunicazione furba, poi, ha evitato che emergessero in modo forte le sfumature che proprio chi ricopre i ruoli apicali evidenzia singolarmente. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, per esempio, ha detto fuori dai denti di essere «favorevole al sorteggio» dei componenti del Csm: «Si divide l’Italia in macro aree, come per l’elezione al Parlamento europeo, si rispettano le proporzioni pubblico ministero-giudice e non si sorteggiano i magistrati che hanno procedimenti disciplinari, procedimenti penali, che hanno ritardi nelle sentenze, nel deposito delle sentenze o nelle indagini». Ma è bastato far salire magistrati in toga con la coccardina tricolore e la Costituzione in bella vista, professori, intellettuali e pure qualche scrittore di grido sulla stessa scala, quella della Corte di cassazione, dove un tempo manifestarono gli esponenti del Pdl che solidarizzavano con Silvio Berlusconi per gli attacchi giudiziari, per evitare che si accendesse il dibattito sulla separazione delle carriere e, soprattutto, sulla riforma del Csm. La star dell’evento è Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi passato alla narrativa: «Questa mobilitazione, che condivido in pieno, deve arrivare ai cittadini? Allora non parliamo come a un convegno, preoccupiamoci di quello che comprendono tutti gli altri fuori». Poi, un avvertimento in perfetto stile pulp, che sembra essere uscito dritto da uno dei suoi noir: «Non è un invito a essere cattivi ma, come si dice in una barzelletta sulle arti marziali, occhio che mentre fai l’inchino ti arriva il cazzotto». La componente emotiva ha fatto il resto, con il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, che si concede agli abbracci e alle strette di mano in stile rockstar. «Dobbiamo parlare chiaro ai cittadini», dice anche lui con tono grave. Da Reggio Calabria il procuratore aggiunto Stefano Musolino, che in passato si era schierato contro i decreti sicurezza, sposa la narrazione ufficiale: «I magistrati hanno il dovere di battersi per il dettato costituzionale che protegge i più fragili. I potenti avranno sempre il loro spazio di tutela». Ma dopo gli scandali, gli errori giudiziari, i palazzi di giustizia ginepraio e i processi dai tempi clamorosamente lunghi, la storiella del giudice baluardo dei deboli difficilmente raggiungerà davvero gli utenti del sistema giustizia. Anche se a dare forza al pensiero unico delle toghe ci hanno provato i consiglieri togati del Csm, d’accordo con l’Anm: «Si tratta di uno sciopero che la magistratura associata ha indetto non per tutelare interessi di categoria, ma per porre con forza all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della garanzia dell’autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario e, dunque, della tutela dei diritti di tutti». A rovinare la festa alla magistratura movimentista associata ci hanno pensato, però, gli avvocati (con le pesanti eccezioni di Franco Coppi e del «contiano» Guido Alpa). «Separare le carriere significa avere un giudice davvero terzo, come impone la Costituzione, e una giustizia penale più moderna e trasparente», rivendica la giunta dell’Unione delle camere penali. «Due Consigli superiori, uno per i giudici, l’altro per i pm», spiegano i penalisti, «garantirebbero autonomia a entrambe le funzioni e, soprattutto, le proteggerebbero dai giochi di potere interni che da anni avvelenano il Csm». Scandali come quello portato alla luce dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara restano un tabù per il sindacato delle toghe, sottolineano i penalisti, «come non viene mai citata la evidente politicizzazione interna dell’Anm». Ed ecco l’arringa che fa saltare la montatura: «La riforma», concludono i penalisti, «non tocca l’indipendenza dei magistrati, garantita dalla Costituzione, ma la rafforza riducendo pressioni e influenze interne. Dietro lo sciopero, presentato come una battaglia per i cittadini, si nasconde la difesa corporativa di privilegi consolidati».
Sul palco attori e star dell’antimafia
Alla kermesse itinerante del grande spettacolo anti riforma della Giustizia hanno preso parte cabarettisti, attori, registi, scrittori, professionisti dell’antimafia e chiunque è risultato sensibile al richiamo della toga. A Roma gli applausi scattano alla lettura dei messaggi di Dacia Maraini e di Giancarlo De Cataldo. «Un opportuno sussulto di orgoglio», dicono. A Napoli lo scrittore Maurizio De Giovanni alza la voce: «La riforma è nefasta e scellerata». Per lui qualcuno starebbe cercando di «rimodellare la Costituzione come se fosse un metallo vile». E lancia messaggi da apocalisse: «Ogni cittadino ha il rischio di vedere sgretolarsi il Paese come ci è stato consegnato dai nostri padri e come non riusciremo a consegnare ai nostri figli». E giù con la narrazione imposta dall’Anm: «Questo è un Paese dove gli ultimi non hanno difesa, giudici e pm sono la loro unica speranza di salvezza e questa cosa deve arrivare alle persone». Da Reggio Emilia arriva il sermone del leader di Libera don Luigi Ciotti: «Non è un caso che i magistrati si stanno mobilitando, lo fanno per rispetto della nostra Costituzione». E così, tra applausi e interventi che sembrano più esercizi di retorica che di sostanza, la grande kermesse della magistratura itinerante si sposta di città in città. A Genova Antonio Albanese legge un brano del giurista Piero Calamandrei. E, messo da parte il piglio del suo Cetto La Qualunque, afferma: «Io oggi sono Calamandrei, un uomo coraggiosissimo. Nel nostro ambiente si dice che quando ripeti le cose sei un po’ in ritardo. Calamandrei è sempre avanti, lavorava per il futuro». Ma nel suo «Elogio dei giudici scritto da un avvocato», testo del 1959, Calamandrei non sembrava affatto propendere per il sistema attuale, quello che l’Anm difende col coltello tra i denti, e già lanciava, da visionario, qualche idea ancestrale sulla separazione delle carriere: «Fra tutti gli uffici giudiziari il più arduo mi sembra quello del pubblico accusatore, il quale, come sostenitore dell’accusa, dovrebb’essere parziale al pari di un avvocato, e, come custode della legge, dovrebb’essere imparziale al pari di un giudice. […] Lo Stato ha creato una specie di antagonista ufficiale dell’avvocato difensore, la cui presenza evita che il giudice si metta in polemica con questo e inconsapevolmente si faccia una mentalità avversa all’imputato». Pm e giudice, insomma, per Calamandrei non dovrebbero andare a braccetto. Ma cosa c’è di meglio che usare una testimonianza del passato che cerca di legare il presente a una lotta per il futuro? Albanese, imperturbabile, ha spiegato di aver svolto semplicemente un compitino: «Io sono un interprete e oggi mi è stato chiesto di leggere una conferenza straordinaria di quest’uomo straordinario e sono molto orgoglioso». A Bari c’è il referente di Libera don Angelo Cassano: «C’è un momento nella vita di un Paese in cui tacere è una colpa e parlare un dovere morale. In questo momento c’è una fame di giustizia e verità. Non è vero che la gente non vi percepisce come l’unico baluardo per difendere in questo momento i diritti della povera gente, gli ultimi, i migranti». E quando si parla di migranti non può mancare la capocorrente di Md Silvia Albano, toga che per prima ha annullato i trasferimenti di migranti in Albania: «Ci contestano di non essere funzionali ai progetti politici, ma noi non dobbiamo interpretare lo spirito del tempo, questo lo facevano i tribunali del popolo di epoca fascista».
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A Milano le toghe si riuniscono sulle scale del tribunale, replicando l’evento del Pdl a difesa del Cavaliere. L’Anm esulta per i numeri, ma conteggia pure chi ha lavorato.Sul palco attori e star dell’antimafia. Don Luigi Ciotti (Libera) a Reggio Emilia, mentre il suo pupillo lo ha rappresentato a Bari. A Genova Antonio Albanese veste i panni dell’intellettuale e legge Piero Calamandrei.Lo speciale contiene due articoli.Per l’autocelebrazione della categoria il segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, Rocco Maruotti, toga foggiana del gruppo progressista di Area, ha puntato tutto su una figura retorica: «Eravamo e restiamo prudenti, nessuna enfasi su percentuali e numeri ma visto che ci chiedono il dato spiccio, lo diamo volentieri, ringraziando davvero tutti, siamo, dati parziali, tra il 75 e l’80 per cento di magistrati che hanno scioperato». E mentre il segretario sfoggia la cifra dell’adesione (che però comprende anche chi ha comunque svolto i servizi essenziali, come previsto dal codice di autoregolamentazione) con l’aria di chi ha appena portato a casa un trofeo, l’abilità nel creare il contrasto tra la prudenza senza enfasi e il numero elevato di scioperanti che non hanno perso un’ora di paga fa scattare un lungo applauso. Quelle erano proprio le parole che tutti i presenti al cinema Adriano di Roma, trasformato per l’occasione in una specie di fortino della resistenza togata, volevano sentire. Perché alla fine quella dei giudici progressisti era solo una prova muscolare per dimostrare che il fronte anti riforma era compatto. Per provarlo è stato subito comunicato che i numeri erano riscontrabili anche ai livelli apicali degli uffici, quello dei procuratori e dei presidenti. Senza entrare nel merito. Tutto si è ridotto a «difendiamo l’autonomia e l’indipendenza» del giudice. Una comunicazione furba, poi, ha evitato che emergessero in modo forte le sfumature che proprio chi ricopre i ruoli apicali evidenzia singolarmente. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, per esempio, ha detto fuori dai denti di essere «favorevole al sorteggio» dei componenti del Csm: «Si divide l’Italia in macro aree, come per l’elezione al Parlamento europeo, si rispettano le proporzioni pubblico ministero-giudice e non si sorteggiano i magistrati che hanno procedimenti disciplinari, procedimenti penali, che hanno ritardi nelle sentenze, nel deposito delle sentenze o nelle indagini». Ma è bastato far salire magistrati in toga con la coccardina tricolore e la Costituzione in bella vista, professori, intellettuali e pure qualche scrittore di grido sulla stessa scala, quella della Corte di cassazione, dove un tempo manifestarono gli esponenti del Pdl che solidarizzavano con Silvio Berlusconi per gli attacchi giudiziari, per evitare che si accendesse il dibattito sulla separazione delle carriere e, soprattutto, sulla riforma del Csm. La star dell’evento è Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi passato alla narrativa: «Questa mobilitazione, che condivido in pieno, deve arrivare ai cittadini? Allora non parliamo come a un convegno, preoccupiamoci di quello che comprendono tutti gli altri fuori». Poi, un avvertimento in perfetto stile pulp, che sembra essere uscito dritto da uno dei suoi noir: «Non è un invito a essere cattivi ma, come si dice in una barzelletta sulle arti marziali, occhio che mentre fai l’inchino ti arriva il cazzotto». La componente emotiva ha fatto il resto, con il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, che si concede agli abbracci e alle strette di mano in stile rockstar. «Dobbiamo parlare chiaro ai cittadini», dice anche lui con tono grave. Da Reggio Calabria il procuratore aggiunto Stefano Musolino, che in passato si era schierato contro i decreti sicurezza, sposa la narrazione ufficiale: «I magistrati hanno il dovere di battersi per il dettato costituzionale che protegge i più fragili. I potenti avranno sempre il loro spazio di tutela». Ma dopo gli scandali, gli errori giudiziari, i palazzi di giustizia ginepraio e i processi dai tempi clamorosamente lunghi, la storiella del giudice baluardo dei deboli difficilmente raggiungerà davvero gli utenti del sistema giustizia. Anche se a dare forza al pensiero unico delle toghe ci hanno provato i consiglieri togati del Csm, d’accordo con l’Anm: «Si tratta di uno sciopero che la magistratura associata ha indetto non per tutelare interessi di categoria, ma per porre con forza all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della garanzia dell’autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario e, dunque, della tutela dei diritti di tutti». A rovinare la festa alla magistratura movimentista associata ci hanno pensato, però, gli avvocati (con le pesanti eccezioni di Franco Coppi e del «contiano» Guido Alpa). «Separare le carriere significa avere un giudice davvero terzo, come impone la Costituzione, e una giustizia penale più moderna e trasparente», rivendica la giunta dell’Unione delle camere penali. «Due Consigli superiori, uno per i giudici, l’altro per i pm», spiegano i penalisti, «garantirebbero autonomia a entrambe le funzioni e, soprattutto, le proteggerebbero dai giochi di potere interni che da anni avvelenano il Csm». Scandali come quello portato alla luce dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara restano un tabù per il sindacato delle toghe, sottolineano i penalisti, «come non viene mai citata la evidente politicizzazione interna dell’Anm». Ed ecco l’arringa che fa saltare la montatura: «La riforma», concludono i penalisti, «non tocca l’indipendenza dei magistrati, garantita dalla Costituzione, ma la rafforza riducendo pressioni e influenze interne. Dietro lo sciopero, presentato come una battaglia per i cittadini, si nasconde la difesa corporativa di privilegi consolidati».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-magistrati-vanno-in-piazza-2671236279.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-palco-attori-e-star-dellantimafia" data-post-id="2671236279" data-published-at="1740687698" data-use-pagination="False"> Sul palco attori e star dell’antimafia Alla kermesse itinerante del grande spettacolo anti riforma della Giustizia hanno preso parte cabarettisti, attori, registi, scrittori, professionisti dell’antimafia e chiunque è risultato sensibile al richiamo della toga. A Roma gli applausi scattano alla lettura dei messaggi di Dacia Maraini e di Giancarlo De Cataldo. «Un opportuno sussulto di orgoglio», dicono. A Napoli lo scrittore Maurizio De Giovanni alza la voce: «La riforma è nefasta e scellerata». Per lui qualcuno starebbe cercando di «rimodellare la Costituzione come se fosse un metallo vile». E lancia messaggi da apocalisse: «Ogni cittadino ha il rischio di vedere sgretolarsi il Paese come ci è stato consegnato dai nostri padri e come non riusciremo a consegnare ai nostri figli». E giù con la narrazione imposta dall’Anm: «Questo è un Paese dove gli ultimi non hanno difesa, giudici e pm sono la loro unica speranza di salvezza e questa cosa deve arrivare alle persone». Da Reggio Emilia arriva il sermone del leader di Libera don Luigi Ciotti: «Non è un caso che i magistrati si stanno mobilitando, lo fanno per rispetto della nostra Costituzione». E così, tra applausi e interventi che sembrano più esercizi di retorica che di sostanza, la grande kermesse della magistratura itinerante si sposta di città in città. A Genova Antonio Albanese legge un brano del giurista Piero Calamandrei. E, messo da parte il piglio del suo Cetto La Qualunque, afferma: «Io oggi sono Calamandrei, un uomo coraggiosissimo. Nel nostro ambiente si dice che quando ripeti le cose sei un po’ in ritardo. Calamandrei è sempre avanti, lavorava per il futuro». Ma nel suo «Elogio dei giudici scritto da un avvocato», testo del 1959, Calamandrei non sembrava affatto propendere per il sistema attuale, quello che l’Anm difende col coltello tra i denti, e già lanciava, da visionario, qualche idea ancestrale sulla separazione delle carriere: «Fra tutti gli uffici giudiziari il più arduo mi sembra quello del pubblico accusatore, il quale, come sostenitore dell’accusa, dovrebb’essere parziale al pari di un avvocato, e, come custode della legge, dovrebb’essere imparziale al pari di un giudice. […] Lo Stato ha creato una specie di antagonista ufficiale dell’avvocato difensore, la cui presenza evita che il giudice si metta in polemica con questo e inconsapevolmente si faccia una mentalità avversa all’imputato». Pm e giudice, insomma, per Calamandrei non dovrebbero andare a braccetto. Ma cosa c’è di meglio che usare una testimonianza del passato che cerca di legare il presente a una lotta per il futuro? Albanese, imperturbabile, ha spiegato di aver svolto semplicemente un compitino: «Io sono un interprete e oggi mi è stato chiesto di leggere una conferenza straordinaria di quest’uomo straordinario e sono molto orgoglioso». A Bari c’è il referente di Libera don Angelo Cassano: «C’è un momento nella vita di un Paese in cui tacere è una colpa e parlare un dovere morale. In questo momento c’è una fame di giustizia e verità. Non è vero che la gente non vi percepisce come l’unico baluardo per difendere in questo momento i diritti della povera gente, gli ultimi, i migranti». E quando si parla di migranti non può mancare la capocorrente di Md Silvia Albano, toga che per prima ha annullato i trasferimenti di migranti in Albania: «Ci contestano di non essere funzionali ai progetti politici, ma noi non dobbiamo interpretare lo spirito del tempo, questo lo facevano i tribunali del popolo di epoca fascista».
Friedrich Merz e Donald Trump (Ansa)
Non solo. Il presidente americano sarebbe anche pronto a ricorrere a una pressione di natura militare. Secondo Axios, Centcom avrebbe infatti preparato dei piani per possibili attacchi «brevi e incisivi» contro obiettivi del regime: attacchi che l’inquilino della Casa Bianca potrebbe decidere di ordinare per indebolire la posizione negoziale di Teheran. In particolare, tra le opzioni sul tavolo, ci sarebbe anche la conquista di alcune parti dello Stretto di Hormuz, nonché l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano.
In questo quadro, secondo il Wall Street Journal, il Dipartimento di Stato americano starebbe cercando di creare una nuova coalizione internazionale per rendere navigabile lo Stretto: non è del resto un mistero che lo stallo nei negoziati ruoti attorno al destino di Hormuz e all’uranio arricchito di Teheran. Proprio su quest’ultimo punto è infatti intervenuta, in una dichiarazione scritta, la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. «Novanta milioni di iraniani orgogliosi e onorevoli, dentro e fuori dal Paese, considerano tutte le capacità dell’Iran, siano esse identitarie, spirituali, umane, scientifiche, industriali e tecnologiche - dalle nanotecnologie e biotecnologie alle capacità nucleari e missilistiche - come beni nazionali e le proteggeranno così come proteggono le acque, la terra e lo spazio aereo del Paese», si legge nel comunicato dell’ayatollah.
Parole, quelle di Khamenei, che rischiano di allontanare ancora di più la possibilità di un accordo. Ricordiamo che, secondo la Cnn, i negoziatori iraniani starebbero lavorando a una proposta di pace «rivista», dopo che Trump aveva escluso di raggiungere intese, senza affrontare fin da subito la spinosa questione nucleare. Non è del resto un mistero che il regime khomeinista sia internamente spaccato tra un’ala aperta alla diplomazia e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti degli Usa. Una debolezza, quella iraniana, che si ripercuote paradossalmente sulla Casa Bianca. Le spaccature in seno ai vertici di Teheran stanno infatti allungando i tempi, mentre Trump ha necessità di chiudere il conflitto e di vedere Hormuz riaperto per abbassare il prezzo dell’energia e rafforzare così il Partito repubblicano in vista delle Midterm novembrine.
Inoltre, secondo la Cnn, al costo del conflitto in corso (che, secondo il Pentagono, si aggirerebbe finora attorno ai 25 miliardi di dollari) andrebbero aggiunti gli esborsi che saranno necessari per riparare le basi americane colpite in Medio Oriente. In tal senso, la testata ha riferito che la stima reale delle spese complessive si aggirerebbe attualmente attorno ai 45 miliardi di dollari. Il fattore tempo è quindi cruciale. Trump scommette sul fatto che, a suon di pressione economica e militare, l’Iran ceda rapidamente, per poi accettare di sedersi al tavolo negoziale con meno pretese. Tuttavia, il successo di questa scommessa dipende dall’eventualità che l’ala dialogante del regime riesca ad avere il sopravvento su quella delle Guardie della rivoluzione: uno scenario, questo, che, al momento, è tutt’altro che certo.
Nel frattempo, il presidente americano si sta mostrando sempre più innervosito da Friedrich Merz, che ha recentemente criticato la gestione della crisi iraniana da parte di Washington. «Il cancelliere tedesco dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione ed energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro», ha affermato ieri Trump, aprendo inoltre alla possibilità di ridurre le truppe statunitensi di stanza in territorio tedesco. Merz, dal canto suo, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, sostenendo che «la partnership transatlantica ci sta particolarmente a cuore». Il cancelliere ha inoltre affermato che Berlino starebbe contribuendo agli sforzi per riaprire Hormuz.
In tutto questo, ha parlato della crisi iraniana anche il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz. «Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in coordinamento con il primo ministro Benjamin Netanyahu, sta guidando gli sforzi per raggiungere gli obiettivi della campagna», ha affermato, per poi aggiungere: «Sosteniamo questo sforzo e stiamo fornendo il supporto necessario, ma è possibile che presto dovremo intervenire nuovamente per garantire il raggiungimento di questi obiettivi». In particolare, secondo Channel 12, lo Stato ebraico si starebbe preparando a riprendere le ostilità, ritenendo che il processo diplomatico tra Washington e Teheran possa naufragare all’inizio della prossima settimana. Non è del resto un mistero che Israele abbia sempre guardato con una certa freddezza al cessate il fuoco tra Usa e Iran. Dall’altra parte, è JD Vance la figura che, in seno all’amministrazione americana, resta maggiormente propensa a una soluzione diplomatica.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Bisogna «cooperare con i governi dei paesi di origine» e in questo ambito «si colloca il piano Mattei, varato e sviluppato dal governo», ha detto il capo dello Stato, in visita alla Piaggio di Pontedera per celebrare il Primo maggio.
Un messaggio di pace e distensione verso Palazzo Chigi, dopo una settimana folle, in cui «la grazia del presidente» prevista dalla Costituzione, è diventata l’ennesima disgrazia del ministro della giustizia.
La serenità di Nicole Minetti, ex consigliere regionale della Lombardia tra le fila del Pdl, non era esattamente in testa alle priorità di Fratelli d’Italia, della Lega, di Giorgia Meloni o di Carlo Nordio. Sarebbe bastata questa elementare considerazione per capire che quel provvedimento di grazia individuale non era farina del sacco del governo. Invece, la lettura dello scandalo accreditata da gran parte dei giornali era quasi ribaltata. Con Repubblica che martedì sparava in prima pagina: «Grazia a Minetti. Il Quirinale contro Nordio».
Veleni romani? Forse a volte basta uscire un po’ dal Palazzo e allora ieri Mattarella è andato a Pontedera, in visita alla Piaggio, e nell’auditorium aziendale ha tenuto un discorso in occasione della Festa dei lavoratori. Visitare la Piaggio della famiglia Colaninno è sempre un piacere per chi ha a cuore il tricolore. È rimasta un’azienda italiana, famosa in tutto il mondo per i suoi scooter, (un misto di tecnica e design) ed è sopravvissuta alla stagione dei saldi di John Elkann semplicemente perché gli Agnelli la fecero fuori già nel 1999.
Mattarella ieri ha seguito il consueto canovaccio da Primo maggio, ovvero ha sottolineato l’importanza della «dignità del lavoro» e, di fronte al ministro Marina Calderone, ha ricordato l’importanza di impiegare più donne e giovani. Non è mancato il richiamo all’importanza della sicurezza, con il presidente che ha osservato come «oltre mille vite spezzate sul lavoro o in itinere all’anno» siano «un tributo inaccettabile».
Il passaggio più imprevisto è stato sull’immigrazione. «Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero», ha ricordato Mattarella, ma «sono più di quelli che vengono in Italia» e «nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita». Raramente l’inquilino del Colle è stato così netto, sul tema. Non solo, ma dopo aver riconosciuto che «il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa», ha ammesso che «le nostre società si devono misurare con questi problemi (calo demografico e carenza di mano d’opera, ndr) usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine». Dopo di che, la caramella per l’esecutivo: «In questo ambito si colloca il piano Mattei per l’Africa, varato e sviluppato dal doverno». Con una grazia a Marcello Dell’Utri, forse arriverebbe anche la benedizione presidenziale alla remigrazione.
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