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2025-02-28
I magistrati vanno in piazza e copiano perfino il raduno pro Berlusconi
Ansa
Per l’autocelebrazione della categoria il segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, Rocco Maruotti, toga foggiana del gruppo progressista di Area, ha puntato tutto su una figura retorica: «Eravamo e restiamo prudenti, nessuna enfasi su percentuali e numeri ma visto che ci chiedono il dato spiccio, lo diamo volentieri, ringraziando davvero tutti, siamo, dati parziali, tra il 75 e l’80 per cento di magistrati che hanno scioperato». E mentre il segretario sfoggia la cifra dell’adesione (che però comprende anche chi ha comunque svolto i servizi essenziali, come previsto dal codice di autoregolamentazione) con l’aria di chi ha appena portato a casa un trofeo, l’abilità nel creare il contrasto tra la prudenza senza enfasi e il numero elevato di scioperanti che non hanno perso un’ora di paga fa scattare un lungo applauso. Quelle erano proprio le parole che tutti i presenti al cinema Adriano di Roma, trasformato per l’occasione in una specie di fortino della resistenza togata, volevano sentire. Perché alla fine quella dei giudici progressisti era solo una prova muscolare per dimostrare che il fronte anti riforma era compatto. Per provarlo è stato subito comunicato che i numeri erano riscontrabili anche ai livelli apicali degli uffici, quello dei procuratori e dei presidenti. Senza entrare nel merito. Tutto si è ridotto a «difendiamo l’autonomia e l’indipendenza» del giudice. Una comunicazione furba, poi, ha evitato che emergessero in modo forte le sfumature che proprio chi ricopre i ruoli apicali evidenzia singolarmente. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, per esempio, ha detto fuori dai denti di essere «favorevole al sorteggio» dei componenti del Csm: «Si divide l’Italia in macro aree, come per l’elezione al Parlamento europeo, si rispettano le proporzioni pubblico ministero-giudice e non si sorteggiano i magistrati che hanno procedimenti disciplinari, procedimenti penali, che hanno ritardi nelle sentenze, nel deposito delle sentenze o nelle indagini». Ma è bastato far salire magistrati in toga con la coccardina tricolore e la Costituzione in bella vista, professori, intellettuali e pure qualche scrittore di grido sulla stessa scala, quella della Corte di cassazione, dove un tempo manifestarono gli esponenti del Pdl che solidarizzavano con Silvio Berlusconi per gli attacchi giudiziari, per evitare che si accendesse il dibattito sulla separazione delle carriere e, soprattutto, sulla riforma del Csm. La star dell’evento è Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi passato alla narrativa: «Questa mobilitazione, che condivido in pieno, deve arrivare ai cittadini? Allora non parliamo come a un convegno, preoccupiamoci di quello che comprendono tutti gli altri fuori». Poi, un avvertimento in perfetto stile pulp, che sembra essere uscito dritto da uno dei suoi noir: «Non è un invito a essere cattivi ma, come si dice in una barzelletta sulle arti marziali, occhio che mentre fai l’inchino ti arriva il cazzotto». La componente emotiva ha fatto il resto, con il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, che si concede agli abbracci e alle strette di mano in stile rockstar. «Dobbiamo parlare chiaro ai cittadini», dice anche lui con tono grave. Da Reggio Calabria il procuratore aggiunto Stefano Musolino, che in passato si era schierato contro i decreti sicurezza, sposa la narrazione ufficiale: «I magistrati hanno il dovere di battersi per il dettato costituzionale che protegge i più fragili. I potenti avranno sempre il loro spazio di tutela». Ma dopo gli scandali, gli errori giudiziari, i palazzi di giustizia ginepraio e i processi dai tempi clamorosamente lunghi, la storiella del giudice baluardo dei deboli difficilmente raggiungerà davvero gli utenti del sistema giustizia. Anche se a dare forza al pensiero unico delle toghe ci hanno provato i consiglieri togati del Csm, d’accordo con l’Anm: «Si tratta di uno sciopero che la magistratura associata ha indetto non per tutelare interessi di categoria, ma per porre con forza all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della garanzia dell’autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario e, dunque, della tutela dei diritti di tutti». A rovinare la festa alla magistratura movimentista associata ci hanno pensato, però, gli avvocati (con le pesanti eccezioni di Franco Coppi e del «contiano» Guido Alpa). «Separare le carriere significa avere un giudice davvero terzo, come impone la Costituzione, e una giustizia penale più moderna e trasparente», rivendica la giunta dell’Unione delle camere penali. «Due Consigli superiori, uno per i giudici, l’altro per i pm», spiegano i penalisti, «garantirebbero autonomia a entrambe le funzioni e, soprattutto, le proteggerebbero dai giochi di potere interni che da anni avvelenano il Csm». Scandali come quello portato alla luce dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara restano un tabù per il sindacato delle toghe, sottolineano i penalisti, «come non viene mai citata la evidente politicizzazione interna dell’Anm». Ed ecco l’arringa che fa saltare la montatura: «La riforma», concludono i penalisti, «non tocca l’indipendenza dei magistrati, garantita dalla Costituzione, ma la rafforza riducendo pressioni e influenze interne. Dietro lo sciopero, presentato come una battaglia per i cittadini, si nasconde la difesa corporativa di privilegi consolidati».
Sul palco attori e star dell’antimafia
Alla kermesse itinerante del grande spettacolo anti riforma della Giustizia hanno preso parte cabarettisti, attori, registi, scrittori, professionisti dell’antimafia e chiunque è risultato sensibile al richiamo della toga. A Roma gli applausi scattano alla lettura dei messaggi di Dacia Maraini e di Giancarlo De Cataldo. «Un opportuno sussulto di orgoglio», dicono. A Napoli lo scrittore Maurizio De Giovanni alza la voce: «La riforma è nefasta e scellerata». Per lui qualcuno starebbe cercando di «rimodellare la Costituzione come se fosse un metallo vile». E lancia messaggi da apocalisse: «Ogni cittadino ha il rischio di vedere sgretolarsi il Paese come ci è stato consegnato dai nostri padri e come non riusciremo a consegnare ai nostri figli». E giù con la narrazione imposta dall’Anm: «Questo è un Paese dove gli ultimi non hanno difesa, giudici e pm sono la loro unica speranza di salvezza e questa cosa deve arrivare alle persone». Da Reggio Emilia arriva il sermone del leader di Libera don Luigi Ciotti: «Non è un caso che i magistrati si stanno mobilitando, lo fanno per rispetto della nostra Costituzione». E così, tra applausi e interventi che sembrano più esercizi di retorica che di sostanza, la grande kermesse della magistratura itinerante si sposta di città in città. A Genova Antonio Albanese legge un brano del giurista Piero Calamandrei. E, messo da parte il piglio del suo Cetto La Qualunque, afferma: «Io oggi sono Calamandrei, un uomo coraggiosissimo. Nel nostro ambiente si dice che quando ripeti le cose sei un po’ in ritardo. Calamandrei è sempre avanti, lavorava per il futuro». Ma nel suo «Elogio dei giudici scritto da un avvocato», testo del 1959, Calamandrei non sembrava affatto propendere per il sistema attuale, quello che l’Anm difende col coltello tra i denti, e già lanciava, da visionario, qualche idea ancestrale sulla separazione delle carriere: «Fra tutti gli uffici giudiziari il più arduo mi sembra quello del pubblico accusatore, il quale, come sostenitore dell’accusa, dovrebb’essere parziale al pari di un avvocato, e, come custode della legge, dovrebb’essere imparziale al pari di un giudice. […] Lo Stato ha creato una specie di antagonista ufficiale dell’avvocato difensore, la cui presenza evita che il giudice si metta in polemica con questo e inconsapevolmente si faccia una mentalità avversa all’imputato». Pm e giudice, insomma, per Calamandrei non dovrebbero andare a braccetto. Ma cosa c’è di meglio che usare una testimonianza del passato che cerca di legare il presente a una lotta per il futuro? Albanese, imperturbabile, ha spiegato di aver svolto semplicemente un compitino: «Io sono un interprete e oggi mi è stato chiesto di leggere una conferenza straordinaria di quest’uomo straordinario e sono molto orgoglioso». A Bari c’è il referente di Libera don Angelo Cassano: «C’è un momento nella vita di un Paese in cui tacere è una colpa e parlare un dovere morale. In questo momento c’è una fame di giustizia e verità. Non è vero che la gente non vi percepisce come l’unico baluardo per difendere in questo momento i diritti della povera gente, gli ultimi, i migranti». E quando si parla di migranti non può mancare la capocorrente di Md Silvia Albano, toga che per prima ha annullato i trasferimenti di migranti in Albania: «Ci contestano di non essere funzionali ai progetti politici, ma noi non dobbiamo interpretare lo spirito del tempo, questo lo facevano i tribunali del popolo di epoca fascista».
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A Milano le toghe si riuniscono sulle scale del tribunale, replicando l’evento del Pdl a difesa del Cavaliere. L’Anm esulta per i numeri, ma conteggia pure chi ha lavorato.Sul palco attori e star dell’antimafia. Don Luigi Ciotti (Libera) a Reggio Emilia, mentre il suo pupillo lo ha rappresentato a Bari. A Genova Antonio Albanese veste i panni dell’intellettuale e legge Piero Calamandrei.Lo speciale contiene due articoli.Per l’autocelebrazione della categoria il segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, Rocco Maruotti, toga foggiana del gruppo progressista di Area, ha puntato tutto su una figura retorica: «Eravamo e restiamo prudenti, nessuna enfasi su percentuali e numeri ma visto che ci chiedono il dato spiccio, lo diamo volentieri, ringraziando davvero tutti, siamo, dati parziali, tra il 75 e l’80 per cento di magistrati che hanno scioperato». E mentre il segretario sfoggia la cifra dell’adesione (che però comprende anche chi ha comunque svolto i servizi essenziali, come previsto dal codice di autoregolamentazione) con l’aria di chi ha appena portato a casa un trofeo, l’abilità nel creare il contrasto tra la prudenza senza enfasi e il numero elevato di scioperanti che non hanno perso un’ora di paga fa scattare un lungo applauso. Quelle erano proprio le parole che tutti i presenti al cinema Adriano di Roma, trasformato per l’occasione in una specie di fortino della resistenza togata, volevano sentire. Perché alla fine quella dei giudici progressisti era solo una prova muscolare per dimostrare che il fronte anti riforma era compatto. Per provarlo è stato subito comunicato che i numeri erano riscontrabili anche ai livelli apicali degli uffici, quello dei procuratori e dei presidenti. Senza entrare nel merito. Tutto si è ridotto a «difendiamo l’autonomia e l’indipendenza» del giudice. Una comunicazione furba, poi, ha evitato che emergessero in modo forte le sfumature che proprio chi ricopre i ruoli apicali evidenzia singolarmente. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, per esempio, ha detto fuori dai denti di essere «favorevole al sorteggio» dei componenti del Csm: «Si divide l’Italia in macro aree, come per l’elezione al Parlamento europeo, si rispettano le proporzioni pubblico ministero-giudice e non si sorteggiano i magistrati che hanno procedimenti disciplinari, procedimenti penali, che hanno ritardi nelle sentenze, nel deposito delle sentenze o nelle indagini». Ma è bastato far salire magistrati in toga con la coccardina tricolore e la Costituzione in bella vista, professori, intellettuali e pure qualche scrittore di grido sulla stessa scala, quella della Corte di cassazione, dove un tempo manifestarono gli esponenti del Pdl che solidarizzavano con Silvio Berlusconi per gli attacchi giudiziari, per evitare che si accendesse il dibattito sulla separazione delle carriere e, soprattutto, sulla riforma del Csm. La star dell’evento è Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi passato alla narrativa: «Questa mobilitazione, che condivido in pieno, deve arrivare ai cittadini? Allora non parliamo come a un convegno, preoccupiamoci di quello che comprendono tutti gli altri fuori». Poi, un avvertimento in perfetto stile pulp, che sembra essere uscito dritto da uno dei suoi noir: «Non è un invito a essere cattivi ma, come si dice in una barzelletta sulle arti marziali, occhio che mentre fai l’inchino ti arriva il cazzotto». La componente emotiva ha fatto il resto, con il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, che si concede agli abbracci e alle strette di mano in stile rockstar. «Dobbiamo parlare chiaro ai cittadini», dice anche lui con tono grave. Da Reggio Calabria il procuratore aggiunto Stefano Musolino, che in passato si era schierato contro i decreti sicurezza, sposa la narrazione ufficiale: «I magistrati hanno il dovere di battersi per il dettato costituzionale che protegge i più fragili. I potenti avranno sempre il loro spazio di tutela». Ma dopo gli scandali, gli errori giudiziari, i palazzi di giustizia ginepraio e i processi dai tempi clamorosamente lunghi, la storiella del giudice baluardo dei deboli difficilmente raggiungerà davvero gli utenti del sistema giustizia. Anche se a dare forza al pensiero unico delle toghe ci hanno provato i consiglieri togati del Csm, d’accordo con l’Anm: «Si tratta di uno sciopero che la magistratura associata ha indetto non per tutelare interessi di categoria, ma per porre con forza all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della garanzia dell’autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario e, dunque, della tutela dei diritti di tutti». A rovinare la festa alla magistratura movimentista associata ci hanno pensato, però, gli avvocati (con le pesanti eccezioni di Franco Coppi e del «contiano» Guido Alpa). «Separare le carriere significa avere un giudice davvero terzo, come impone la Costituzione, e una giustizia penale più moderna e trasparente», rivendica la giunta dell’Unione delle camere penali. «Due Consigli superiori, uno per i giudici, l’altro per i pm», spiegano i penalisti, «garantirebbero autonomia a entrambe le funzioni e, soprattutto, le proteggerebbero dai giochi di potere interni che da anni avvelenano il Csm». Scandali come quello portato alla luce dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara restano un tabù per il sindacato delle toghe, sottolineano i penalisti, «come non viene mai citata la evidente politicizzazione interna dell’Anm». Ed ecco l’arringa che fa saltare la montatura: «La riforma», concludono i penalisti, «non tocca l’indipendenza dei magistrati, garantita dalla Costituzione, ma la rafforza riducendo pressioni e influenze interne. Dietro lo sciopero, presentato come una battaglia per i cittadini, si nasconde la difesa corporativa di privilegi consolidati».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-magistrati-vanno-in-piazza-2671236279.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-palco-attori-e-star-dellantimafia" data-post-id="2671236279" data-published-at="1740687698" data-use-pagination="False"> Sul palco attori e star dell’antimafia Alla kermesse itinerante del grande spettacolo anti riforma della Giustizia hanno preso parte cabarettisti, attori, registi, scrittori, professionisti dell’antimafia e chiunque è risultato sensibile al richiamo della toga. A Roma gli applausi scattano alla lettura dei messaggi di Dacia Maraini e di Giancarlo De Cataldo. «Un opportuno sussulto di orgoglio», dicono. A Napoli lo scrittore Maurizio De Giovanni alza la voce: «La riforma è nefasta e scellerata». Per lui qualcuno starebbe cercando di «rimodellare la Costituzione come se fosse un metallo vile». E lancia messaggi da apocalisse: «Ogni cittadino ha il rischio di vedere sgretolarsi il Paese come ci è stato consegnato dai nostri padri e come non riusciremo a consegnare ai nostri figli». E giù con la narrazione imposta dall’Anm: «Questo è un Paese dove gli ultimi non hanno difesa, giudici e pm sono la loro unica speranza di salvezza e questa cosa deve arrivare alle persone». Da Reggio Emilia arriva il sermone del leader di Libera don Luigi Ciotti: «Non è un caso che i magistrati si stanno mobilitando, lo fanno per rispetto della nostra Costituzione». E così, tra applausi e interventi che sembrano più esercizi di retorica che di sostanza, la grande kermesse della magistratura itinerante si sposta di città in città. A Genova Antonio Albanese legge un brano del giurista Piero Calamandrei. E, messo da parte il piglio del suo Cetto La Qualunque, afferma: «Io oggi sono Calamandrei, un uomo coraggiosissimo. Nel nostro ambiente si dice che quando ripeti le cose sei un po’ in ritardo. Calamandrei è sempre avanti, lavorava per il futuro». Ma nel suo «Elogio dei giudici scritto da un avvocato», testo del 1959, Calamandrei non sembrava affatto propendere per il sistema attuale, quello che l’Anm difende col coltello tra i denti, e già lanciava, da visionario, qualche idea ancestrale sulla separazione delle carriere: «Fra tutti gli uffici giudiziari il più arduo mi sembra quello del pubblico accusatore, il quale, come sostenitore dell’accusa, dovrebb’essere parziale al pari di un avvocato, e, come custode della legge, dovrebb’essere imparziale al pari di un giudice. […] Lo Stato ha creato una specie di antagonista ufficiale dell’avvocato difensore, la cui presenza evita che il giudice si metta in polemica con questo e inconsapevolmente si faccia una mentalità avversa all’imputato». Pm e giudice, insomma, per Calamandrei non dovrebbero andare a braccetto. Ma cosa c’è di meglio che usare una testimonianza del passato che cerca di legare il presente a una lotta per il futuro? Albanese, imperturbabile, ha spiegato di aver svolto semplicemente un compitino: «Io sono un interprete e oggi mi è stato chiesto di leggere una conferenza straordinaria di quest’uomo straordinario e sono molto orgoglioso». A Bari c’è il referente di Libera don Angelo Cassano: «C’è un momento nella vita di un Paese in cui tacere è una colpa e parlare un dovere morale. In questo momento c’è una fame di giustizia e verità. Non è vero che la gente non vi percepisce come l’unico baluardo per difendere in questo momento i diritti della povera gente, gli ultimi, i migranti». E quando si parla di migranti non può mancare la capocorrente di Md Silvia Albano, toga che per prima ha annullato i trasferimenti di migranti in Albania: «Ci contestano di non essere funzionali ai progetti politici, ma noi non dobbiamo interpretare lo spirito del tempo, questo lo facevano i tribunali del popolo di epoca fascista».
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Il verdetto dei giudici di Strasburgo riguarda una storiaccia accaduta in Francia. Lì, una normativa prevede la facoltà di depositare una directive anticipée - l’equivalente delle nostre disposizioni anticipate di trattamento - formalizzando la richiesta di essere tenuti in vita pure nel caso in cui, per una disgrazia, si dovesse finire in stato vegetativo. A parte un «ma» gigantesco: i sanitari sono obbligati ad attenersi alle istruzioni solo se esse non «appaiono manifestamente inappropriate». Ed è attorno a questo dettaglio che si è consumata la tragedia di A.M. Medmoune.
Il 18 maggio 2022, quest’uomo di 44 anni, di origini marocchine, viene travolto dall’auto utilitaria che sta riparando. Subisce un arresto cardiorespiratorio e rimane senza ossigeno per sette minuti. All’ospedale di Valenciennes, nel Nord Est del Paese, il primo giugno successivo, i dottori decidono di sospendere ogni terapia, a partire dal successivo 9 giugno. I familiari - le due sorelle e la moglie - non ci stanno. Si rivolgono al tribunale di Lille, al quale presentano il testamento biologico redatto dal poveretto il 5 giugno 2020. Che parla chiaro: «Voglio», vi si legge, «che mi si continui a tenere in vita […] nel caso in cui abbia perduto (definitivamente) coscienza». «Chiedo», prosegue l’atto, «che l’équipe medica continui a somministrarmi i trattamenti necessari al mio mantenimento in vita». Dai faldoni non si evince se l’uomo fosse un musulmano praticante; è lecito ipotizzarlo, dato che, nel ricorso a Strasburgo, si citava l’articolo 9 della Convenzione, che protegge la coscienza religiosa. Si può supporre, insomma, che Medmoune avesse redatto il biotestamento temendo che, nella Francia della laïcité, qualcuno potesse staccargli la spina senza troppi complimenti.
Fatto sta che, acquisiti i documenti, il tribunale di Lille ferma il nosocomio, rilevando che i camici bianchi «non hanno cercato di sapere se il paziente avesse espresso in precedenza delle volontà particolari con i suoi cari». La macchina della «dolce morte», però, quando si mette in moto, non si ferma più.
In virtù di un secondo parere unanime dei sanitari, espresso alla luce dei nuovi elementi, il 15 luglio, il responsabile della rianimazione ribadisce che bisogna interrompere i trattamenti. Il 20, i parenti tornano in tribunale. Che ora cambia idea: rigetta il ricorso, sostenendo che i medici abbiano accertato il «carattere manifestamente inappropriato» del testamento biologico di Medmoune, data la sua condizione clinica gravissima (nessun riflesso del tronco cerebrale, impossibilità di respirare autonomamente, prognosi infausta, senza possibilità di miglioramenti). La famiglia non si arrende: si rivolge, senza successo, al Consiglio costituzionale, la Consulta transalpina; poi, al Consiglio di Stato, che rigetta l’ultimo ricorso. La battaglia è persa. La vita di monsieur Medmoune finisce il 26 dicembre 2022, col distacco dalle macchine. Contro la sua volontà.
Le sue sorelle e sua moglie vogliono giustizia. La cercano nella Corte di Strasburgo, dove trascinano la Francia, per aver violato gli articoli 2 (diritto alla vita), 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) e 9 (libertà di pensiero, di coscienza e di religione) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Già due volte, però, la Corte aveva promosso la legislazione di Parigi in materia. Così, il collegio non ha difficoltà a puntellare ancora la gabola del regolamento sul testamento biologico, valido fintantoché gli esperti non stabiliscono che è preferibile ignorarlo. Dettaglio che, stando alle toghe, rientra nel «margine» di discrezionalità di cui godono gli Stati sovrani che aderiscono al Consiglio d’Europa, di cui la Corte Edu è organo. I dottori di Valenciennes, scrivono quindi i giudici, hanno preso adeguatamente in considerazione le volontà manifestate dal paziente e, per respingerle, hanno adottato una «procedura collegiale», raccogliendo il «parere» degli assistenti del malato e di un consulente esterno, motivando il loro parere e illustrandolo ai parenti del malcapitato. I quali, al contrario, affermavano che i camici bianchi non avessero «tentato alcun approccio di conciliazione, spiegazione o accompagnamento della famiglia». Resta il risvolto inquietante: nemmeno dichiarare in modo inequivocabile la propria volontà basta a proteggerci dall’arbitrio di un gruppuscolo di tecnici.
Strasburgo locuta: il diritto alla vita non è stato violato. E nemmeno quelli alla libertà religiosa e al rispetto della vita privata e familiare. Un principio che spesso è stato invocato per impedire i respingimenti dei migranti, ma che, evidentemente, non si applica a un uomo che chiede di non essere soppresso. Prendiamone nota in Italia: se un giorno, a Strasburgo, arrivasse un caso simile, il verdetto potrebbe essere identico. In Canada ci erano già arrivati, con la vicenda della donna che, nonostante il ripensamento sul suicidio assistito, è stata praticamente costretta a morire.
Ecco quanto contano le Costituzioni e le Carte dei diritti. La norma francese esordisce proclamando la «dignità» della persona malata; la Convenzione Edu sancisce il «diritto alla vita»; ma se la volontà politica di chi comanda spinge in un’altra direzione, i nobili proclami rimangono lettera morta. Per eutanasia.
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Con Nino Sunseri, il nostro esperto di finanza, parliamo dell'andamento dell'oro a partire da quando nel 1971 il presidente americano Richard Nixon annunciò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro fino alle impennate di questi giorni.
Ursula von der Leyen (Ansa)
In Italia il divieto vige da sempre e la sentenza dei giudici europei pone fine alla causa intentata da un agricoltore friulano che, seminato mais Ogm, era stato multato per 50.000 euro ed era stato obbligato all’espianto. La Corte del Lussemburgo ha respinto la sua opposizione e ha sentenziato che è legittimo il divieto di coltivazione del mais «Mon 810» introdotto in Italia. Per la baronessa è un doppio «schiaffo»: primo perché va facendo in giro per il mondo accordi per importare prodotti agricoli che in base a questa sentenza l’Italia potrebbe respingere alla frontiera; secondo perché la sigla «Mon» sta per Monsanto, la società che opera nei fertilizzanti e negli organismi geneticamente modificati di proprietà della tedesca Bayer, che l’acquisì nel 2016 pagando 63 miliardi di dollari.
Tra i motivi per l’accelerazione che la presidente della Commissione ha impresso al Mercosur c’è sicuramente il mercato dei pesticidi. Il Brasile è il primo utilizzatore al mondo di Ogm con una particolarità: gli Ogm Monsanto sono «progettati» per un utilizzo massiccio di glifosato, il più potente e discusso erbicida al mondo, prodotto dalla stessa Monsanto. Con un ulteriore particolare. Sempre la Corte di giustizia europea ha bocciato la proroga automatica che la Commissione ha concesso (con scadenza al 2033) all’uso del glifosato in Europa e ora la Von der Leyen non sa più come proteggerlo. La sostanza è sospettata di effetti cancerogeni: in Europa è vietata in fase di pre raccolta mentre i Paesi con cui la baronessa ha fatto i suoi trionfali accordi commerciali lo usano come non ci fosse un domani. Il Brasile ha cosparso di glifosato mezza Amazzonia per coltivare la soia, il Canada (accordo Ceta) usa il glifosato per essiccare il grano. Ora, però, la sentenza sugli Ogm complica non poco l’esportazione da parte del Mercosur.
Per aggirare questi pronunciamenti a Bruxelles, quando si dice il Green deal, avrebbero in mente di fare una moratoria tanto sugli organismi geneticamente modificati quanto sulla chimica in campo. La cosa curiosa è che la Commissione ha cercato in tutti i modi di ostacolare l’ammissione delle Tea. Si tratta di piante che vengono ibridate con metodi del tutto naturali di cui si modifica il Dna, ma senza inserire pezzi di Dna alieno (come è invece negli Ogm) con una tecnologia italiana e che consentono di abbattere l’uso di sostanze chimiche in coltivazione. Ebbene le Tea sono entrate nella fase sperimentale in campo solo da pochi mesi. A dimostrazione che Bruxelles usa l’agricoltura come meglio le conviene.
L’ultimo tentativo è la ripresa dei negoziati con l’Australia per un altro accordo commerciale dopo il Mercosur e quello con l’India. Ma se nell’intesa con New Delhi sono scattate alcune salvaguardie per l’import agricolo, con Canberra il disastro sarebbe totale. Gli australiani vogliono mano libera sull’export di carne, tanto bovina che ovina, di cui sono leader mondiali. L’Australia esporta il 70% della sua produzione (fortissima quella di frutta in particolare ciliegie, kiwi, mele; del vino; del grano e dei semi oleosi) per un controvalore di 75 miliardi di dollari australiani (circa 50 miliardi di euro) ed è il principale concorrente dell’Italia e della Francia sul vino in Cina e in tutto il Sud-Est asiatico. Vino che Canberra protegge con un dazio all’importazione del 65%.
Nonostante questo, a fine mese Ursula von der Leyen sarà in Australia per avviare la fase finale dell’accordo commerciale. Per gli agricoltori è un bis del Mercosur, se non addirittura peggio, perché di fatto blocca agli europei tutti i Paesi dove esportano gli australiani. Questo nel momento in cui uno dei settori di punta dell’agricoltura italiana va in crisi. L’ortofrutta vale circa 19 miliardi per 150.000 aziende che coltivano un milione di ettari e l’export si aggira sui 13 miliardi ma - come avverte il presidente di Fedagripesca Confcooperative Raffaele Drei - «stiamo perdendo produzione e gli accordi commerciali mettono a rischio la sopravvivenza delle imprese». Il tema - sostiene Drei - «non sarà più la reciprocità nei metodi produttivi tra l’Europa e il resto del mondo, ma se noi europei saremo ancora in grado di produrre». Precisa Drei: «Dieci anni fa l’Italia vantava un potenziale produttivo nazionale di 26 milioni di tonnellate di ortofrutta, oggi ne produciamo circa 24,7 milioni; la frutta coltivata e lavorata in Brasile con prodotti fitosanitari vietati in Europa può ottenere il via libera ed entrare nel mercato comunitario, mentre per gli agricoltori europei rimane il divieto di utilizzo di determinati fitofarmaci. È la riprova che dalla Commissione europea non vengono risposte alle esigenze del mondo produttivo». La prossima fermata è Canberra.
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Il premier Giorgia Meloni, arrivata a Milano per partecipare questa sera alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina, in mattinata ha fatto visita ai carabinieri e ai militari impegnati per la sicurezza alla stazione di Rogoredo. «Sono venuta a salutare e ringraziare», ha detto il presidente del Consiglio, come si vede anche in un video che ha postato sui social, stringendo le mani ai militari impegnati nel presidio e posando per i selfie con alcuni passanti e addetti della Protezione civile.