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2025-02-28
I magistrati vanno in piazza e copiano perfino il raduno pro Berlusconi
Ansa
Per l’autocelebrazione della categoria il segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, Rocco Maruotti, toga foggiana del gruppo progressista di Area, ha puntato tutto su una figura retorica: «Eravamo e restiamo prudenti, nessuna enfasi su percentuali e numeri ma visto che ci chiedono il dato spiccio, lo diamo volentieri, ringraziando davvero tutti, siamo, dati parziali, tra il 75 e l’80 per cento di magistrati che hanno scioperato». E mentre il segretario sfoggia la cifra dell’adesione (che però comprende anche chi ha comunque svolto i servizi essenziali, come previsto dal codice di autoregolamentazione) con l’aria di chi ha appena portato a casa un trofeo, l’abilità nel creare il contrasto tra la prudenza senza enfasi e il numero elevato di scioperanti che non hanno perso un’ora di paga fa scattare un lungo applauso. Quelle erano proprio le parole che tutti i presenti al cinema Adriano di Roma, trasformato per l’occasione in una specie di fortino della resistenza togata, volevano sentire. Perché alla fine quella dei giudici progressisti era solo una prova muscolare per dimostrare che il fronte anti riforma era compatto. Per provarlo è stato subito comunicato che i numeri erano riscontrabili anche ai livelli apicali degli uffici, quello dei procuratori e dei presidenti. Senza entrare nel merito. Tutto si è ridotto a «difendiamo l’autonomia e l’indipendenza» del giudice. Una comunicazione furba, poi, ha evitato che emergessero in modo forte le sfumature che proprio chi ricopre i ruoli apicali evidenzia singolarmente. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, per esempio, ha detto fuori dai denti di essere «favorevole al sorteggio» dei componenti del Csm: «Si divide l’Italia in macro aree, come per l’elezione al Parlamento europeo, si rispettano le proporzioni pubblico ministero-giudice e non si sorteggiano i magistrati che hanno procedimenti disciplinari, procedimenti penali, che hanno ritardi nelle sentenze, nel deposito delle sentenze o nelle indagini». Ma è bastato far salire magistrati in toga con la coccardina tricolore e la Costituzione in bella vista, professori, intellettuali e pure qualche scrittore di grido sulla stessa scala, quella della Corte di cassazione, dove un tempo manifestarono gli esponenti del Pdl che solidarizzavano con Silvio Berlusconi per gli attacchi giudiziari, per evitare che si accendesse il dibattito sulla separazione delle carriere e, soprattutto, sulla riforma del Csm. La star dell’evento è Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi passato alla narrativa: «Questa mobilitazione, che condivido in pieno, deve arrivare ai cittadini? Allora non parliamo come a un convegno, preoccupiamoci di quello che comprendono tutti gli altri fuori». Poi, un avvertimento in perfetto stile pulp, che sembra essere uscito dritto da uno dei suoi noir: «Non è un invito a essere cattivi ma, come si dice in una barzelletta sulle arti marziali, occhio che mentre fai l’inchino ti arriva il cazzotto». La componente emotiva ha fatto il resto, con il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, che si concede agli abbracci e alle strette di mano in stile rockstar. «Dobbiamo parlare chiaro ai cittadini», dice anche lui con tono grave. Da Reggio Calabria il procuratore aggiunto Stefano Musolino, che in passato si era schierato contro i decreti sicurezza, sposa la narrazione ufficiale: «I magistrati hanno il dovere di battersi per il dettato costituzionale che protegge i più fragili. I potenti avranno sempre il loro spazio di tutela». Ma dopo gli scandali, gli errori giudiziari, i palazzi di giustizia ginepraio e i processi dai tempi clamorosamente lunghi, la storiella del giudice baluardo dei deboli difficilmente raggiungerà davvero gli utenti del sistema giustizia. Anche se a dare forza al pensiero unico delle toghe ci hanno provato i consiglieri togati del Csm, d’accordo con l’Anm: «Si tratta di uno sciopero che la magistratura associata ha indetto non per tutelare interessi di categoria, ma per porre con forza all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della garanzia dell’autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario e, dunque, della tutela dei diritti di tutti». A rovinare la festa alla magistratura movimentista associata ci hanno pensato, però, gli avvocati (con le pesanti eccezioni di Franco Coppi e del «contiano» Guido Alpa). «Separare le carriere significa avere un giudice davvero terzo, come impone la Costituzione, e una giustizia penale più moderna e trasparente», rivendica la giunta dell’Unione delle camere penali. «Due Consigli superiori, uno per i giudici, l’altro per i pm», spiegano i penalisti, «garantirebbero autonomia a entrambe le funzioni e, soprattutto, le proteggerebbero dai giochi di potere interni che da anni avvelenano il Csm». Scandali come quello portato alla luce dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara restano un tabù per il sindacato delle toghe, sottolineano i penalisti, «come non viene mai citata la evidente politicizzazione interna dell’Anm». Ed ecco l’arringa che fa saltare la montatura: «La riforma», concludono i penalisti, «non tocca l’indipendenza dei magistrati, garantita dalla Costituzione, ma la rafforza riducendo pressioni e influenze interne. Dietro lo sciopero, presentato come una battaglia per i cittadini, si nasconde la difesa corporativa di privilegi consolidati».
Sul palco attori e star dell’antimafia
Alla kermesse itinerante del grande spettacolo anti riforma della Giustizia hanno preso parte cabarettisti, attori, registi, scrittori, professionisti dell’antimafia e chiunque è risultato sensibile al richiamo della toga. A Roma gli applausi scattano alla lettura dei messaggi di Dacia Maraini e di Giancarlo De Cataldo. «Un opportuno sussulto di orgoglio», dicono. A Napoli lo scrittore Maurizio De Giovanni alza la voce: «La riforma è nefasta e scellerata». Per lui qualcuno starebbe cercando di «rimodellare la Costituzione come se fosse un metallo vile». E lancia messaggi da apocalisse: «Ogni cittadino ha il rischio di vedere sgretolarsi il Paese come ci è stato consegnato dai nostri padri e come non riusciremo a consegnare ai nostri figli». E giù con la narrazione imposta dall’Anm: «Questo è un Paese dove gli ultimi non hanno difesa, giudici e pm sono la loro unica speranza di salvezza e questa cosa deve arrivare alle persone». Da Reggio Emilia arriva il sermone del leader di Libera don Luigi Ciotti: «Non è un caso che i magistrati si stanno mobilitando, lo fanno per rispetto della nostra Costituzione». E così, tra applausi e interventi che sembrano più esercizi di retorica che di sostanza, la grande kermesse della magistratura itinerante si sposta di città in città. A Genova Antonio Albanese legge un brano del giurista Piero Calamandrei. E, messo da parte il piglio del suo Cetto La Qualunque, afferma: «Io oggi sono Calamandrei, un uomo coraggiosissimo. Nel nostro ambiente si dice che quando ripeti le cose sei un po’ in ritardo. Calamandrei è sempre avanti, lavorava per il futuro». Ma nel suo «Elogio dei giudici scritto da un avvocato», testo del 1959, Calamandrei non sembrava affatto propendere per il sistema attuale, quello che l’Anm difende col coltello tra i denti, e già lanciava, da visionario, qualche idea ancestrale sulla separazione delle carriere: «Fra tutti gli uffici giudiziari il più arduo mi sembra quello del pubblico accusatore, il quale, come sostenitore dell’accusa, dovrebb’essere parziale al pari di un avvocato, e, come custode della legge, dovrebb’essere imparziale al pari di un giudice. […] Lo Stato ha creato una specie di antagonista ufficiale dell’avvocato difensore, la cui presenza evita che il giudice si metta in polemica con questo e inconsapevolmente si faccia una mentalità avversa all’imputato». Pm e giudice, insomma, per Calamandrei non dovrebbero andare a braccetto. Ma cosa c’è di meglio che usare una testimonianza del passato che cerca di legare il presente a una lotta per il futuro? Albanese, imperturbabile, ha spiegato di aver svolto semplicemente un compitino: «Io sono un interprete e oggi mi è stato chiesto di leggere una conferenza straordinaria di quest’uomo straordinario e sono molto orgoglioso». A Bari c’è il referente di Libera don Angelo Cassano: «C’è un momento nella vita di un Paese in cui tacere è una colpa e parlare un dovere morale. In questo momento c’è una fame di giustizia e verità. Non è vero che la gente non vi percepisce come l’unico baluardo per difendere in questo momento i diritti della povera gente, gli ultimi, i migranti». E quando si parla di migranti non può mancare la capocorrente di Md Silvia Albano, toga che per prima ha annullato i trasferimenti di migranti in Albania: «Ci contestano di non essere funzionali ai progetti politici, ma noi non dobbiamo interpretare lo spirito del tempo, questo lo facevano i tribunali del popolo di epoca fascista».
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A Milano le toghe si riuniscono sulle scale del tribunale, replicando l’evento del Pdl a difesa del Cavaliere. L’Anm esulta per i numeri, ma conteggia pure chi ha lavorato.Sul palco attori e star dell’antimafia. Don Luigi Ciotti (Libera) a Reggio Emilia, mentre il suo pupillo lo ha rappresentato a Bari. A Genova Antonio Albanese veste i panni dell’intellettuale e legge Piero Calamandrei.Lo speciale contiene due articoli.Per l’autocelebrazione della categoria il segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, Rocco Maruotti, toga foggiana del gruppo progressista di Area, ha puntato tutto su una figura retorica: «Eravamo e restiamo prudenti, nessuna enfasi su percentuali e numeri ma visto che ci chiedono il dato spiccio, lo diamo volentieri, ringraziando davvero tutti, siamo, dati parziali, tra il 75 e l’80 per cento di magistrati che hanno scioperato». E mentre il segretario sfoggia la cifra dell’adesione (che però comprende anche chi ha comunque svolto i servizi essenziali, come previsto dal codice di autoregolamentazione) con l’aria di chi ha appena portato a casa un trofeo, l’abilità nel creare il contrasto tra la prudenza senza enfasi e il numero elevato di scioperanti che non hanno perso un’ora di paga fa scattare un lungo applauso. Quelle erano proprio le parole che tutti i presenti al cinema Adriano di Roma, trasformato per l’occasione in una specie di fortino della resistenza togata, volevano sentire. Perché alla fine quella dei giudici progressisti era solo una prova muscolare per dimostrare che il fronte anti riforma era compatto. Per provarlo è stato subito comunicato che i numeri erano riscontrabili anche ai livelli apicali degli uffici, quello dei procuratori e dei presidenti. Senza entrare nel merito. Tutto si è ridotto a «difendiamo l’autonomia e l’indipendenza» del giudice. Una comunicazione furba, poi, ha evitato che emergessero in modo forte le sfumature che proprio chi ricopre i ruoli apicali evidenzia singolarmente. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, per esempio, ha detto fuori dai denti di essere «favorevole al sorteggio» dei componenti del Csm: «Si divide l’Italia in macro aree, come per l’elezione al Parlamento europeo, si rispettano le proporzioni pubblico ministero-giudice e non si sorteggiano i magistrati che hanno procedimenti disciplinari, procedimenti penali, che hanno ritardi nelle sentenze, nel deposito delle sentenze o nelle indagini». Ma è bastato far salire magistrati in toga con la coccardina tricolore e la Costituzione in bella vista, professori, intellettuali e pure qualche scrittore di grido sulla stessa scala, quella della Corte di cassazione, dove un tempo manifestarono gli esponenti del Pdl che solidarizzavano con Silvio Berlusconi per gli attacchi giudiziari, per evitare che si accendesse il dibattito sulla separazione delle carriere e, soprattutto, sulla riforma del Csm. La star dell’evento è Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi passato alla narrativa: «Questa mobilitazione, che condivido in pieno, deve arrivare ai cittadini? Allora non parliamo come a un convegno, preoccupiamoci di quello che comprendono tutti gli altri fuori». Poi, un avvertimento in perfetto stile pulp, che sembra essere uscito dritto da uno dei suoi noir: «Non è un invito a essere cattivi ma, come si dice in una barzelletta sulle arti marziali, occhio che mentre fai l’inchino ti arriva il cazzotto». La componente emotiva ha fatto il resto, con il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, che si concede agli abbracci e alle strette di mano in stile rockstar. «Dobbiamo parlare chiaro ai cittadini», dice anche lui con tono grave. Da Reggio Calabria il procuratore aggiunto Stefano Musolino, che in passato si era schierato contro i decreti sicurezza, sposa la narrazione ufficiale: «I magistrati hanno il dovere di battersi per il dettato costituzionale che protegge i più fragili. I potenti avranno sempre il loro spazio di tutela». Ma dopo gli scandali, gli errori giudiziari, i palazzi di giustizia ginepraio e i processi dai tempi clamorosamente lunghi, la storiella del giudice baluardo dei deboli difficilmente raggiungerà davvero gli utenti del sistema giustizia. Anche se a dare forza al pensiero unico delle toghe ci hanno provato i consiglieri togati del Csm, d’accordo con l’Anm: «Si tratta di uno sciopero che la magistratura associata ha indetto non per tutelare interessi di categoria, ma per porre con forza all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della garanzia dell’autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario e, dunque, della tutela dei diritti di tutti». A rovinare la festa alla magistratura movimentista associata ci hanno pensato, però, gli avvocati (con le pesanti eccezioni di Franco Coppi e del «contiano» Guido Alpa). «Separare le carriere significa avere un giudice davvero terzo, come impone la Costituzione, e una giustizia penale più moderna e trasparente», rivendica la giunta dell’Unione delle camere penali. «Due Consigli superiori, uno per i giudici, l’altro per i pm», spiegano i penalisti, «garantirebbero autonomia a entrambe le funzioni e, soprattutto, le proteggerebbero dai giochi di potere interni che da anni avvelenano il Csm». Scandali come quello portato alla luce dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara restano un tabù per il sindacato delle toghe, sottolineano i penalisti, «come non viene mai citata la evidente politicizzazione interna dell’Anm». Ed ecco l’arringa che fa saltare la montatura: «La riforma», concludono i penalisti, «non tocca l’indipendenza dei magistrati, garantita dalla Costituzione, ma la rafforza riducendo pressioni e influenze interne. Dietro lo sciopero, presentato come una battaglia per i cittadini, si nasconde la difesa corporativa di privilegi consolidati».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-magistrati-vanno-in-piazza-2671236279.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-palco-attori-e-star-dellantimafia" data-post-id="2671236279" data-published-at="1740687698" data-use-pagination="False"> Sul palco attori e star dell’antimafia Alla kermesse itinerante del grande spettacolo anti riforma della Giustizia hanno preso parte cabarettisti, attori, registi, scrittori, professionisti dell’antimafia e chiunque è risultato sensibile al richiamo della toga. A Roma gli applausi scattano alla lettura dei messaggi di Dacia Maraini e di Giancarlo De Cataldo. «Un opportuno sussulto di orgoglio», dicono. A Napoli lo scrittore Maurizio De Giovanni alza la voce: «La riforma è nefasta e scellerata». Per lui qualcuno starebbe cercando di «rimodellare la Costituzione come se fosse un metallo vile». E lancia messaggi da apocalisse: «Ogni cittadino ha il rischio di vedere sgretolarsi il Paese come ci è stato consegnato dai nostri padri e come non riusciremo a consegnare ai nostri figli». E giù con la narrazione imposta dall’Anm: «Questo è un Paese dove gli ultimi non hanno difesa, giudici e pm sono la loro unica speranza di salvezza e questa cosa deve arrivare alle persone». Da Reggio Emilia arriva il sermone del leader di Libera don Luigi Ciotti: «Non è un caso che i magistrati si stanno mobilitando, lo fanno per rispetto della nostra Costituzione». E così, tra applausi e interventi che sembrano più esercizi di retorica che di sostanza, la grande kermesse della magistratura itinerante si sposta di città in città. A Genova Antonio Albanese legge un brano del giurista Piero Calamandrei. E, messo da parte il piglio del suo Cetto La Qualunque, afferma: «Io oggi sono Calamandrei, un uomo coraggiosissimo. Nel nostro ambiente si dice che quando ripeti le cose sei un po’ in ritardo. Calamandrei è sempre avanti, lavorava per il futuro». Ma nel suo «Elogio dei giudici scritto da un avvocato», testo del 1959, Calamandrei non sembrava affatto propendere per il sistema attuale, quello che l’Anm difende col coltello tra i denti, e già lanciava, da visionario, qualche idea ancestrale sulla separazione delle carriere: «Fra tutti gli uffici giudiziari il più arduo mi sembra quello del pubblico accusatore, il quale, come sostenitore dell’accusa, dovrebb’essere parziale al pari di un avvocato, e, come custode della legge, dovrebb’essere imparziale al pari di un giudice. […] Lo Stato ha creato una specie di antagonista ufficiale dell’avvocato difensore, la cui presenza evita che il giudice si metta in polemica con questo e inconsapevolmente si faccia una mentalità avversa all’imputato». Pm e giudice, insomma, per Calamandrei non dovrebbero andare a braccetto. Ma cosa c’è di meglio che usare una testimonianza del passato che cerca di legare il presente a una lotta per il futuro? Albanese, imperturbabile, ha spiegato di aver svolto semplicemente un compitino: «Io sono un interprete e oggi mi è stato chiesto di leggere una conferenza straordinaria di quest’uomo straordinario e sono molto orgoglioso». A Bari c’è il referente di Libera don Angelo Cassano: «C’è un momento nella vita di un Paese in cui tacere è una colpa e parlare un dovere morale. In questo momento c’è una fame di giustizia e verità. Non è vero che la gente non vi percepisce come l’unico baluardo per difendere in questo momento i diritti della povera gente, gli ultimi, i migranti». E quando si parla di migranti non può mancare la capocorrente di Md Silvia Albano, toga che per prima ha annullato i trasferimenti di migranti in Albania: «Ci contestano di non essere funzionali ai progetti politici, ma noi non dobbiamo interpretare lo spirito del tempo, questo lo facevano i tribunali del popolo di epoca fascista».
Ansa
A Zenica gli azzurri cadono ai rigori dopo l’1-1 nei tempi regolamentari. Decisivi gli errori dal dischetto di Esposito e Cristante. Per l’Italia è la terza mancata qualificazione consecutiva al Mondiale: un dato che conferma una difficoltà ormai strutturale.
Psicodramma. Disfatta. Delusione. Fallimento. Maledizione. Si potrebbe andare avanti a oltranza per descrivere lo stato d’animo che accompagna la terza mancata qualificazione a un Mondiale della Nazionale. E invece è sufficiente dire che l’Italia si è sciolta, di nuovo, come neve al sole, nonostante il clima rigido di Zenica. E così dopo non essere andati in Russia nel 2018, in Qatar nel 2022, la prossima estate non andremo nemmeno in Usa, Canada e Messico. In principio fu la Svezia. Poi toccò alla Macedonia del Nord. E ora la Bosnia. Con l’unica differenza che stavolta la sofferenza si è prolungata per 120 minuti più i calci di rigore.
A decidere la finale playoff a Zenica sono stati infatti i tiri dal dischetto dopo l’1-1 dei tempi regolamentari. Il match era partito come previsto, con l'Italia costretta subito a fare i conti con l’impatto emotivo del Bilino Polje. La Bosnia aggredisce, spinge, si appoggia sull’entusiasmo del pubblico e nei primi minuti prova a mettere pressione soprattutto sugli esterni. Gli azzurri reggono senza scomporsi, ma faticano a prendere il controllo del gioco.
Il primo squillo è dei padroni di casa, con Demirovic che calcia centralmente, senza creare problemi a Donnarumma. È un segnale però della direzione della partita: ritmo alto, pochi spazi e Italia più attenta a non concedere che a costruire. La svolta, almeno iniziale, arriva al quarto d’ora ed è figlia di un errore. Vasilj sbaglia un disimpegno elementare e consegna il pallone a Barella, che serve immediatamente Kean. L’attaccante non sbaglia e porta avanti l’Italia, gelando uno stadio che fino a quel momento aveva spinto con continuità. Il vantaggio però non cambia davvero l’inerzia. La Bosnia continua a giocare con intensità, costruisce occasioni soprattutto su cross e seconde palle, mentre Donnarumma è chiamato più volte a intervenire, prima su Basic e poi in uscita bassa sugli sviluppi da corner. L’episodio che rimette tutto in discussione arriva nel finale di primo tempo: Bastoni interviene in scivolata su Memic lanciato verso la porta e viene espulso. Una decisione che cambia la partita, costringe Gattuso a ridisegnare l’assetto e restituisce alla Bosnia entusiasmo e campo.
Nella ripresa lo scenario è inevitabile: Italia schiacciata, Bosnia stabilmente nella metà campo azzurra. L’ingresso dei nuovi giocatori dà ulteriore energia ai padroni di casa, che alzano il baricentro e trasformano la partita in un assedio continuo. Eppure, proprio nel momento più difficile, l’Italia ha le occasioni per chiuderla. Kean scappa via in campo aperto ma non trova la porta davanti a Vasilj. Poco dopo Pio Esposito, su assist di Palestra, calcia alto da posizione favorevole. Poi è Dimarco a non concretizzare un’altra situazione potenzialmente decisiva. Tre opportunità nitide che restano lì, non sfruttate.
Il prezzo arriva a dieci minuti dalla fine. Su un pallone messo in area, Dzeko riesce a colpire da distanza ravvicinata, Donnarumma respinge come può ma lascia il pallone vivo e Tabakovic è il più rapido ad avventarsi. È l’1-1 che riporta tutto in equilibrio, ma soprattutto che certifica il momento della partita: Bosnia in spinta, Italia in difficoltà numerica e fisica. Nel finale dei tempi regolamentari e poi nei supplementari, la gara resta aperta ma bloccata. L’Italia prova a resistere e a ripartire quando può, la Bosnia continua a cercare il colpo decisivo, andando anche vicina al gol con Tahirovic nel secondo tempo supplementare. Si arriva così ai rigori, inevitabile conclusione di una partita giocata più sull’equilibrio e sugli episodi che sulla qualità. Dal dischetto la Bosnia è perfetta. L’Italia no. Esposito calcia alto il primo rigore, Cristante colpisce la traversa. Errori che pesano più di tutto il resto e che consegnano la qualificazione ai padroni di casa.Un incantesimo che prosegue da 12 anni e che il nostro calcio proprio non riesce a spezzare.
La verità nuda e cruda con cui dobbiamo fare i conti, volenti o nolenti, è che soffriamo questo tipo di partite. Partite dove essere, o peggio sentirsi, superiori tecnicamente non basta. Abbiamo trascorso la vigilia a dividerci tra chi ha criticato quel gruppetto di azzurri sorpresi a festeggiare l’incrocio con la Bosnia anziché con il Galles e chi, al contrario, sosteneva che dopotutto era meglio così, perché vuoi mettere andare al Millennium Stadium di Cardiff e giocare davanti a 80.000 spettatori contro una squadra 37ª nel ranking Fifa? Certo, la Bosnia è 66ª, ma se è vero che il ranking è veritiero rispetto alla forza reale delle squadre, è altrettanto vero che l’Italia è 12ª (fino a stasera) in questa classifica e quindi non dovrebbe temere né l’una né l’altra. Ma quando sei assente dalla madre di tutte le competizioni calcistiche e non solo, succede questo. E non perché qualcuno lo aveva detto prima o perché è troppo semplice parlare con il senno del poi. Ma perché il calcio non è mai una scienza esatta e questo lo si sa da oltre un secolo.
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Lapo Elkann (Ansa)
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
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Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
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«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
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