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2020-10-09
I guadagni del vaccino li decide il produttore
Ansa
Segnatevi questa data sul calendario: 1° luglio 2021. Sarà questo il giorno esatto in cui terminerà la pandemia. Tranquilli, non si tratta della profezia di qualche novello Nostradamus. È stata Astrazeneca, azienda britannico-svedese in lizza per la produzione di uno dei vaccini contro il Covid più promettenti, a stabilire che l'emergenza è destinata a finire l'estate prossima. Ma com'è possibile, direte voi? Nessuno può sapere con certezza quando usciremo dal tunnel del coronavirus. E naturalmente nemmeno quelli di Astrazeneca hanno la palla di cristallo. Molto più banalmente si tratta di una questione di soldi.
Negli scorsi mesi GlaxoSmithKline, Pfizer, Johnson&Johnson e la stessa Astrazeneca hanno firmato l'impegno a rinunciare ai profitti del vaccino. Un annuncio rivoluzionario, ma fino a un certo punto. La formula sviluppata dal sodalizio con l'Università di Oxford rientra tra gli 11 vaccini giunti alla cosiddetta «fase 3», l'ultimo step della sperimentazione prima della diffusione al grande pubblico. Visti i risultati promettenti, Astrazeneca ha sottoscritto contratti con numerosi Paesi in tutto il mondo per la fornitura di dosi di vaccino, una volta che sarà autorizzato il lancio sul mercato. Lo scorso 27 agosto, la firma del contratto con la Commissione europea per l'acquisto di 300 milioni di dosi (più l'opzione per ulteriori 100 milioni) una volta terminata la sperimentazione. Un accordo costato alla collettività già 336 milioni come rivelato dalla Commissione europea alla Verità, dal momento che i fondi derivano dallo Strumento per il sostegno di emergenza finanziato dagli Stati membri. E solo all'inizio di quest'estate, gli Stati Uniti avevano investito già 4 miliardi di dollari per lo sviluppo di un vaccino.
Molti dei costi iniziali, dunque, sono stati già coperti dagli sforzi economici dei governi. Non per niente, la rinuncia a lucrare da parte di Big Pharma aveva fatto inarcare più di un sopracciglio a Washington e non solo. Ora scopriamo, grazie alle rivelazioni pubblicate giovedì dal Financial Times, che questa generosità ha una data di scadenza ben precisa. L'autorevole quotidiano londinese ha infatti avuto accesso al «memorandum of understanding» super segreto sottoscritto tra Astrazeneca e il fornitore brasiliano Fiocruz per la fornitura di 100 milioni di dosi, nel quale si legge che la fine del periodo pandemico viene fissata al 1° luglio dell'anno prossimo. Da quella data in poi, il vaccino non sarà più venduto al prezzo di costo, bensì a quello deciso dall'azienda britannico-svedese. In realtà questo termine può essere prolungato, ma solo se «Astrazeneca in buona fede riterrà che la pandemia di Sars-CoV-2 non sarà finita». Una discrezionalità, dunque, pressoché totale, dal momento che l'azienda guidata da Pascal Soriot potrà decidere in assoluta libertà se e quanto far pagare il proprio vaccino.
«È il mercato, bellezza», obietterà qualcuno. O forse no? «Non dico che le case produttrici di vaccini non abbiano alcun interesse nella tutela della salute pubblica, ma il loro scopo è quello di massimizzare i ricavi per far guadagnare di più gli investitori», ha ammesso candidamente Tina Smith, ex vicegovernatore del Minnesota e oggi senatore degli Stati Uniti. Verissimo, per carità. C'è un piccolo dettaglio, però, e riguarda i tempi. Nonostante le previsioni più ottimistiche diano le prime dosi in consegna per fine anno, difficilmente la maggior parte della popolazione mondiale - specie quella più povera e in difficoltà - nutre speranze di ricevere il vaccino prima di 12-18 mesi. Ben oltre dunque i termini fissati da Astrazeneca per l'atteso rialzo dei prezzi. Senza contare che gli imprevisti nella sperimentazione sono all'ordine del giorno, e possono far rallentare anche in maniera sensibile il rilascio dell'autorizzazione al rilascio di questi farmaci. Basti pensare all'interruzione dei trial clinici deliberata dalla stessa Astrazeneca il 9 settembre scorso per approfondimenti su una possibile reazione avversa grave. Una sospensione che ha fatto temere il peggio per il futuro di una delle formulazioni più gettonate al mondo. I test sono ripartiti solo qualche giorno dopo, ma la scienza è piena di incidenti di percorso del genere. Non è detto perciò che la strada del candidato vaccino non possa nuovamente risultare ingombrata da altri intoppi. Oppure, a pensar male, che le stesse aziende magari decidano deliberatamente di ritardare la catena per far scadere i termini dei prezzi agevolati.
Più in generale, i leak del Financial Times fanno luce sull'assoluta mancanza di trasparenza dei contratti stipulati tra le case farmaceutiche e le istituzioni nazionali e sovranazionali. Quando il ministro della Salute Roberto Speranza ha annunciato lo scorso giugno la firma di un accordo con Astrazeneca, poi rivelatosi inesistente a seguito di una richiesta di accesso agli atti della Verità, nessun dettaglio di natura economica è stato rivelato. Stesso discorso per il contratto, quello vero, stipulato da Bruxelles per la fornitura di dosi all'Ue. «Il contratto rimarrà segreto per questioni di riservatezza», ha spiegato un portavoce della Commissione al nostro quotidiano. Ragion per cui, tra l'altro, risulta impossibile dare riscontro alle voci di corridoio che sostengono la presenza in questi accordi di clausole che manlevino i produttori dagli eventuali danni provocati ai vaccinati. Una cosa è certa in questa nebbia fitta: nella lotta al coronavirus sono le aziende farmaceutiche ad aver il coltello dalla parte del manico.
E Bruxelles ora si accoda a Trump. Ordinate tonnellate di Remdesivir
La Commissione europea ha firmato un contratto dal valore di 70 milioni di euro con la casa farmaceutica americana Gilead per l'acquisto di 500.000 cicli di trattamento (con l'opzione di raddoppiare la fornitura), con il Remdesivir, (Veklury il nome commerciale) l'unico farmaco autorizzato in Europa per curare pazienti Covid 19 (adolescenti oltre i 12 anni e adulti) con polmonite e che necessitano di ossigeno supplementare.
La decisione è stata presa dopo l'allarme scattato sulle scorte in esaurimento lanciato dallo stesso direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini: «Si rischia l'esaurimento delle scorte. Il fabbisogno supera la disponibilità». All'appalto congiunto partecipano 36 Paesi, tutti quelli Ue, dello spazio economico europeo, la Gran Bretagna e sei Paesi candidati all'adesione. Antivirale nato come anti-Ebola, il Remdesivir si sta dimostrando piuttosto efficace contro la Sars-CoV-2 e dopo essere stato un farmaco di fascia H, usato soltanto in ospedale, ora, dopo l'approvazione dell'Ema (Agenzia europea per i medicinali) è in commercio. I 70 milioni arriveranno dall'Emergency support instrument (Esi), strumento con il quale la Commissione Europea ad agosto scorso aveva messo a disposizione degli Stati membri e del Regno Unito un quantitativo contingentato di trattamenti, pari a 33.380 dosi. Non solo, questo sistema di appalti congiunti era già stato utilizzato per garantire possibilità di accesso ai dispositivi di protezione individuale, ai ventilatori, al materiale diagnostico e ai medicinali per le unità di terapia intensiva. Malgrado le critiche al presidente Usa che si è sottoposto a dosi da cavallo di farmaci, anche in Europa possiamo curarci visto che con questo nuovo ordinativo di 500.000 dosi, con opzione per 1 milione, l'Ue si mette in pari con gli Stati Uniti che già lo scorso luglio avevano acquistato 500.000 unità del farmaco usato anche al Walter Reed Medical Center» di Bethesda. In effetti, Donald Trump dopo una prima dose di Remdesivir, è stato sottoposto in via compassionevole a un trattamento sperimentale giudicato molto promettente a base di un cocktail di anticorpi «sintetici» e antivirali, Remdesivir e Desametasone, sviluppato dall'azienda biotecnologica Regeneron che cura i sintomi ma soprattutto cerca di evitare il peggioramento della malattia. Trump, ormai tornato alla normalità, ha annunciato in un video postato su Twitter che intende promuovere gratis per tutti gli americani il Regeneron. « È stato incredibile, mi sono sentito bene subito. Voglio per voi quello che ho avuto io e lo renderò gratis, non voglio che paghiate per una colpa non vostra, la colpa è della Cina e pagherà un grande prezzo», ha promesso mister President facendo salire in Borsa le azioni di Regeneron del 3,73%. Pharmaceuticals Inc, l'azienda produttrice, intanto ha confermato di aver chiesto l'autorizzazione di emergenza avendo dosi sufficienti per circa 50.000 pazienti ma si aspetta che 300.000 siano disponibili entro i prossimi mesi. Sempre ieri la Commissione europea ha anche approvato un contratto con una terza casa farmaceutica, Janssen Pharmaceutica Nv, per l'acquisto di 200 milioni di dosi di vaccino, non appena pronto (ora in fase 3 di sperimentazione), con la possibilità di ottenere dosi supplementari per altri 200 milioni di persone. Contratti sono stati già firmati con le società AstraZeneca e Sanofi-Gsk.
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Astrazeneca si è impegnata a fornire la profilassi senza profitti. Ma l'accordo con la brasiliana Fiocruz rivela che l'azienda anglo svedese alzerà il prezzo alla fine dell'epidemia. Peccato che a stabilire quando finirà l'emergenza sarà lei: il 1° luglio 2021Il farmaco usato dal tycoon funziona: la Commissione ne acquista altre 500.000 dosiLo speciale contiene due articoliSegnatevi questa data sul calendario: 1° luglio 2021. Sarà questo il giorno esatto in cui terminerà la pandemia. Tranquilli, non si tratta della profezia di qualche novello Nostradamus. È stata Astrazeneca, azienda britannico-svedese in lizza per la produzione di uno dei vaccini contro il Covid più promettenti, a stabilire che l'emergenza è destinata a finire l'estate prossima. Ma com'è possibile, direte voi? Nessuno può sapere con certezza quando usciremo dal tunnel del coronavirus. E naturalmente nemmeno quelli di Astrazeneca hanno la palla di cristallo. Molto più banalmente si tratta di una questione di soldi. Negli scorsi mesi GlaxoSmithKline, Pfizer, Johnson&Johnson e la stessa Astrazeneca hanno firmato l'impegno a rinunciare ai profitti del vaccino. Un annuncio rivoluzionario, ma fino a un certo punto. La formula sviluppata dal sodalizio con l'Università di Oxford rientra tra gli 11 vaccini giunti alla cosiddetta «fase 3», l'ultimo step della sperimentazione prima della diffusione al grande pubblico. Visti i risultati promettenti, Astrazeneca ha sottoscritto contratti con numerosi Paesi in tutto il mondo per la fornitura di dosi di vaccino, una volta che sarà autorizzato il lancio sul mercato. Lo scorso 27 agosto, la firma del contratto con la Commissione europea per l'acquisto di 300 milioni di dosi (più l'opzione per ulteriori 100 milioni) una volta terminata la sperimentazione. Un accordo costato alla collettività già 336 milioni come rivelato dalla Commissione europea alla Verità, dal momento che i fondi derivano dallo Strumento per il sostegno di emergenza finanziato dagli Stati membri. E solo all'inizio di quest'estate, gli Stati Uniti avevano investito già 4 miliardi di dollari per lo sviluppo di un vaccino. Molti dei costi iniziali, dunque, sono stati già coperti dagli sforzi economici dei governi. Non per niente, la rinuncia a lucrare da parte di Big Pharma aveva fatto inarcare più di un sopracciglio a Washington e non solo. Ora scopriamo, grazie alle rivelazioni pubblicate giovedì dal Financial Times, che questa generosità ha una data di scadenza ben precisa. L'autorevole quotidiano londinese ha infatti avuto accesso al «memorandum of understanding» super segreto sottoscritto tra Astrazeneca e il fornitore brasiliano Fiocruz per la fornitura di 100 milioni di dosi, nel quale si legge che la fine del periodo pandemico viene fissata al 1° luglio dell'anno prossimo. Da quella data in poi, il vaccino non sarà più venduto al prezzo di costo, bensì a quello deciso dall'azienda britannico-svedese. In realtà questo termine può essere prolungato, ma solo se «Astrazeneca in buona fede riterrà che la pandemia di Sars-CoV-2 non sarà finita». Una discrezionalità, dunque, pressoché totale, dal momento che l'azienda guidata da Pascal Soriot potrà decidere in assoluta libertà se e quanto far pagare il proprio vaccino.«È il mercato, bellezza», obietterà qualcuno. O forse no? «Non dico che le case produttrici di vaccini non abbiano alcun interesse nella tutela della salute pubblica, ma il loro scopo è quello di massimizzare i ricavi per far guadagnare di più gli investitori», ha ammesso candidamente Tina Smith, ex vicegovernatore del Minnesota e oggi senatore degli Stati Uniti. Verissimo, per carità. C'è un piccolo dettaglio, però, e riguarda i tempi. Nonostante le previsioni più ottimistiche diano le prime dosi in consegna per fine anno, difficilmente la maggior parte della popolazione mondiale - specie quella più povera e in difficoltà - nutre speranze di ricevere il vaccino prima di 12-18 mesi. Ben oltre dunque i termini fissati da Astrazeneca per l'atteso rialzo dei prezzi. Senza contare che gli imprevisti nella sperimentazione sono all'ordine del giorno, e possono far rallentare anche in maniera sensibile il rilascio dell'autorizzazione al rilascio di questi farmaci. Basti pensare all'interruzione dei trial clinici deliberata dalla stessa Astrazeneca il 9 settembre scorso per approfondimenti su una possibile reazione avversa grave. Una sospensione che ha fatto temere il peggio per il futuro di una delle formulazioni più gettonate al mondo. I test sono ripartiti solo qualche giorno dopo, ma la scienza è piena di incidenti di percorso del genere. Non è detto perciò che la strada del candidato vaccino non possa nuovamente risultare ingombrata da altri intoppi. Oppure, a pensar male, che le stesse aziende magari decidano deliberatamente di ritardare la catena per far scadere i termini dei prezzi agevolati.Più in generale, i leak del Financial Times fanno luce sull'assoluta mancanza di trasparenza dei contratti stipulati tra le case farmaceutiche e le istituzioni nazionali e sovranazionali. Quando il ministro della Salute Roberto Speranza ha annunciato lo scorso giugno la firma di un accordo con Astrazeneca, poi rivelatosi inesistente a seguito di una richiesta di accesso agli atti della Verità, nessun dettaglio di natura economica è stato rivelato. Stesso discorso per il contratto, quello vero, stipulato da Bruxelles per la fornitura di dosi all'Ue. «Il contratto rimarrà segreto per questioni di riservatezza», ha spiegato un portavoce della Commissione al nostro quotidiano. Ragion per cui, tra l'altro, risulta impossibile dare riscontro alle voci di corridoio che sostengono la presenza in questi accordi di clausole che manlevino i produttori dagli eventuali danni provocati ai vaccinati. Una cosa è certa in questa nebbia fitta: nella lotta al coronavirus sono le aziende farmaceutiche ad aver il coltello dalla parte del manico.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-guadagni-del-vaccino-li-decide-il-produttore-2648142439.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-bruxelles-ora-si-accoda-a-trump-ordinate-tonnellate-di-remdesivir" data-post-id="2648142439" data-published-at="1602180865" data-use-pagination="False"> E Bruxelles ora si accoda a Trump. Ordinate tonnellate di Remdesivir La Commissione europea ha firmato un contratto dal valore di 70 milioni di euro con la casa farmaceutica americana Gilead per l'acquisto di 500.000 cicli di trattamento (con l'opzione di raddoppiare la fornitura), con il Remdesivir, (Veklury il nome commerciale) l'unico farmaco autorizzato in Europa per curare pazienti Covid 19 (adolescenti oltre i 12 anni e adulti) con polmonite e che necessitano di ossigeno supplementare. La decisione è stata presa dopo l'allarme scattato sulle scorte in esaurimento lanciato dallo stesso direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini: «Si rischia l'esaurimento delle scorte. Il fabbisogno supera la disponibilità». All'appalto congiunto partecipano 36 Paesi, tutti quelli Ue, dello spazio economico europeo, la Gran Bretagna e sei Paesi candidati all'adesione. Antivirale nato come anti-Ebola, il Remdesivir si sta dimostrando piuttosto efficace contro la Sars-CoV-2 e dopo essere stato un farmaco di fascia H, usato soltanto in ospedale, ora, dopo l'approvazione dell'Ema (Agenzia europea per i medicinali) è in commercio. I 70 milioni arriveranno dall'Emergency support instrument (Esi), strumento con il quale la Commissione Europea ad agosto scorso aveva messo a disposizione degli Stati membri e del Regno Unito un quantitativo contingentato di trattamenti, pari a 33.380 dosi. Non solo, questo sistema di appalti congiunti era già stato utilizzato per garantire possibilità di accesso ai dispositivi di protezione individuale, ai ventilatori, al materiale diagnostico e ai medicinali per le unità di terapia intensiva. Malgrado le critiche al presidente Usa che si è sottoposto a dosi da cavallo di farmaci, anche in Europa possiamo curarci visto che con questo nuovo ordinativo di 500.000 dosi, con opzione per 1 milione, l'Ue si mette in pari con gli Stati Uniti che già lo scorso luglio avevano acquistato 500.000 unità del farmaco usato anche al Walter Reed Medical Center» di Bethesda. In effetti, Donald Trump dopo una prima dose di Remdesivir, è stato sottoposto in via compassionevole a un trattamento sperimentale giudicato molto promettente a base di un cocktail di anticorpi «sintetici» e antivirali, Remdesivir e Desametasone, sviluppato dall'azienda biotecnologica Regeneron che cura i sintomi ma soprattutto cerca di evitare il peggioramento della malattia. Trump, ormai tornato alla normalità, ha annunciato in un video postato su Twitter che intende promuovere gratis per tutti gli americani il Regeneron. « È stato incredibile, mi sono sentito bene subito. Voglio per voi quello che ho avuto io e lo renderò gratis, non voglio che paghiate per una colpa non vostra, la colpa è della Cina e pagherà un grande prezzo», ha promesso mister President facendo salire in Borsa le azioni di Regeneron del 3,73%. Pharmaceuticals Inc, l'azienda produttrice, intanto ha confermato di aver chiesto l'autorizzazione di emergenza avendo dosi sufficienti per circa 50.000 pazienti ma si aspetta che 300.000 siano disponibili entro i prossimi mesi. Sempre ieri la Commissione europea ha anche approvato un contratto con una terza casa farmaceutica, Janssen Pharmaceutica Nv, per l'acquisto di 200 milioni di dosi di vaccino, non appena pronto (ora in fase 3 di sperimentazione), con la possibilità di ottenere dosi supplementari per altri 200 milioni di persone. Contratti sono stati già firmati con le società AstraZeneca e Sanofi-Gsk.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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