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2020-10-09
I guadagni del vaccino li decide il produttore
Ansa
Segnatevi questa data sul calendario: 1° luglio 2021. Sarà questo il giorno esatto in cui terminerà la pandemia. Tranquilli, non si tratta della profezia di qualche novello Nostradamus. È stata Astrazeneca, azienda britannico-svedese in lizza per la produzione di uno dei vaccini contro il Covid più promettenti, a stabilire che l'emergenza è destinata a finire l'estate prossima. Ma com'è possibile, direte voi? Nessuno può sapere con certezza quando usciremo dal tunnel del coronavirus. E naturalmente nemmeno quelli di Astrazeneca hanno la palla di cristallo. Molto più banalmente si tratta di una questione di soldi.
Negli scorsi mesi GlaxoSmithKline, Pfizer, Johnson&Johnson e la stessa Astrazeneca hanno firmato l'impegno a rinunciare ai profitti del vaccino. Un annuncio rivoluzionario, ma fino a un certo punto. La formula sviluppata dal sodalizio con l'Università di Oxford rientra tra gli 11 vaccini giunti alla cosiddetta «fase 3», l'ultimo step della sperimentazione prima della diffusione al grande pubblico. Visti i risultati promettenti, Astrazeneca ha sottoscritto contratti con numerosi Paesi in tutto il mondo per la fornitura di dosi di vaccino, una volta che sarà autorizzato il lancio sul mercato. Lo scorso 27 agosto, la firma del contratto con la Commissione europea per l'acquisto di 300 milioni di dosi (più l'opzione per ulteriori 100 milioni) una volta terminata la sperimentazione. Un accordo costato alla collettività già 336 milioni come rivelato dalla Commissione europea alla Verità, dal momento che i fondi derivano dallo Strumento per il sostegno di emergenza finanziato dagli Stati membri. E solo all'inizio di quest'estate, gli Stati Uniti avevano investito già 4 miliardi di dollari per lo sviluppo di un vaccino.
Molti dei costi iniziali, dunque, sono stati già coperti dagli sforzi economici dei governi. Non per niente, la rinuncia a lucrare da parte di Big Pharma aveva fatto inarcare più di un sopracciglio a Washington e non solo. Ora scopriamo, grazie alle rivelazioni pubblicate giovedì dal Financial Times, che questa generosità ha una data di scadenza ben precisa. L'autorevole quotidiano londinese ha infatti avuto accesso al «memorandum of understanding» super segreto sottoscritto tra Astrazeneca e il fornitore brasiliano Fiocruz per la fornitura di 100 milioni di dosi, nel quale si legge che la fine del periodo pandemico viene fissata al 1° luglio dell'anno prossimo. Da quella data in poi, il vaccino non sarà più venduto al prezzo di costo, bensì a quello deciso dall'azienda britannico-svedese. In realtà questo termine può essere prolungato, ma solo se «Astrazeneca in buona fede riterrà che la pandemia di Sars-CoV-2 non sarà finita». Una discrezionalità, dunque, pressoché totale, dal momento che l'azienda guidata da Pascal Soriot potrà decidere in assoluta libertà se e quanto far pagare il proprio vaccino.
«È il mercato, bellezza», obietterà qualcuno. O forse no? «Non dico che le case produttrici di vaccini non abbiano alcun interesse nella tutela della salute pubblica, ma il loro scopo è quello di massimizzare i ricavi per far guadagnare di più gli investitori», ha ammesso candidamente Tina Smith, ex vicegovernatore del Minnesota e oggi senatore degli Stati Uniti. Verissimo, per carità. C'è un piccolo dettaglio, però, e riguarda i tempi. Nonostante le previsioni più ottimistiche diano le prime dosi in consegna per fine anno, difficilmente la maggior parte della popolazione mondiale - specie quella più povera e in difficoltà - nutre speranze di ricevere il vaccino prima di 12-18 mesi. Ben oltre dunque i termini fissati da Astrazeneca per l'atteso rialzo dei prezzi. Senza contare che gli imprevisti nella sperimentazione sono all'ordine del giorno, e possono far rallentare anche in maniera sensibile il rilascio dell'autorizzazione al rilascio di questi farmaci. Basti pensare all'interruzione dei trial clinici deliberata dalla stessa Astrazeneca il 9 settembre scorso per approfondimenti su una possibile reazione avversa grave. Una sospensione che ha fatto temere il peggio per il futuro di una delle formulazioni più gettonate al mondo. I test sono ripartiti solo qualche giorno dopo, ma la scienza è piena di incidenti di percorso del genere. Non è detto perciò che la strada del candidato vaccino non possa nuovamente risultare ingombrata da altri intoppi. Oppure, a pensar male, che le stesse aziende magari decidano deliberatamente di ritardare la catena per far scadere i termini dei prezzi agevolati.
Più in generale, i leak del Financial Times fanno luce sull'assoluta mancanza di trasparenza dei contratti stipulati tra le case farmaceutiche e le istituzioni nazionali e sovranazionali. Quando il ministro della Salute Roberto Speranza ha annunciato lo scorso giugno la firma di un accordo con Astrazeneca, poi rivelatosi inesistente a seguito di una richiesta di accesso agli atti della Verità, nessun dettaglio di natura economica è stato rivelato. Stesso discorso per il contratto, quello vero, stipulato da Bruxelles per la fornitura di dosi all'Ue. «Il contratto rimarrà segreto per questioni di riservatezza», ha spiegato un portavoce della Commissione al nostro quotidiano. Ragion per cui, tra l'altro, risulta impossibile dare riscontro alle voci di corridoio che sostengono la presenza in questi accordi di clausole che manlevino i produttori dagli eventuali danni provocati ai vaccinati. Una cosa è certa in questa nebbia fitta: nella lotta al coronavirus sono le aziende farmaceutiche ad aver il coltello dalla parte del manico.
E Bruxelles ora si accoda a Trump. Ordinate tonnellate di Remdesivir
La Commissione europea ha firmato un contratto dal valore di 70 milioni di euro con la casa farmaceutica americana Gilead per l'acquisto di 500.000 cicli di trattamento (con l'opzione di raddoppiare la fornitura), con il Remdesivir, (Veklury il nome commerciale) l'unico farmaco autorizzato in Europa per curare pazienti Covid 19 (adolescenti oltre i 12 anni e adulti) con polmonite e che necessitano di ossigeno supplementare.
La decisione è stata presa dopo l'allarme scattato sulle scorte in esaurimento lanciato dallo stesso direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini: «Si rischia l'esaurimento delle scorte. Il fabbisogno supera la disponibilità». All'appalto congiunto partecipano 36 Paesi, tutti quelli Ue, dello spazio economico europeo, la Gran Bretagna e sei Paesi candidati all'adesione. Antivirale nato come anti-Ebola, il Remdesivir si sta dimostrando piuttosto efficace contro la Sars-CoV-2 e dopo essere stato un farmaco di fascia H, usato soltanto in ospedale, ora, dopo l'approvazione dell'Ema (Agenzia europea per i medicinali) è in commercio. I 70 milioni arriveranno dall'Emergency support instrument (Esi), strumento con il quale la Commissione Europea ad agosto scorso aveva messo a disposizione degli Stati membri e del Regno Unito un quantitativo contingentato di trattamenti, pari a 33.380 dosi. Non solo, questo sistema di appalti congiunti era già stato utilizzato per garantire possibilità di accesso ai dispositivi di protezione individuale, ai ventilatori, al materiale diagnostico e ai medicinali per le unità di terapia intensiva. Malgrado le critiche al presidente Usa che si è sottoposto a dosi da cavallo di farmaci, anche in Europa possiamo curarci visto che con questo nuovo ordinativo di 500.000 dosi, con opzione per 1 milione, l'Ue si mette in pari con gli Stati Uniti che già lo scorso luglio avevano acquistato 500.000 unità del farmaco usato anche al Walter Reed Medical Center» di Bethesda. In effetti, Donald Trump dopo una prima dose di Remdesivir, è stato sottoposto in via compassionevole a un trattamento sperimentale giudicato molto promettente a base di un cocktail di anticorpi «sintetici» e antivirali, Remdesivir e Desametasone, sviluppato dall'azienda biotecnologica Regeneron che cura i sintomi ma soprattutto cerca di evitare il peggioramento della malattia. Trump, ormai tornato alla normalità, ha annunciato in un video postato su Twitter che intende promuovere gratis per tutti gli americani il Regeneron. « È stato incredibile, mi sono sentito bene subito. Voglio per voi quello che ho avuto io e lo renderò gratis, non voglio che paghiate per una colpa non vostra, la colpa è della Cina e pagherà un grande prezzo», ha promesso mister President facendo salire in Borsa le azioni di Regeneron del 3,73%. Pharmaceuticals Inc, l'azienda produttrice, intanto ha confermato di aver chiesto l'autorizzazione di emergenza avendo dosi sufficienti per circa 50.000 pazienti ma si aspetta che 300.000 siano disponibili entro i prossimi mesi. Sempre ieri la Commissione europea ha anche approvato un contratto con una terza casa farmaceutica, Janssen Pharmaceutica Nv, per l'acquisto di 200 milioni di dosi di vaccino, non appena pronto (ora in fase 3 di sperimentazione), con la possibilità di ottenere dosi supplementari per altri 200 milioni di persone. Contratti sono stati già firmati con le società AstraZeneca e Sanofi-Gsk.
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Astrazeneca si è impegnata a fornire la profilassi senza profitti. Ma l'accordo con la brasiliana Fiocruz rivela che l'azienda anglo svedese alzerà il prezzo alla fine dell'epidemia. Peccato che a stabilire quando finirà l'emergenza sarà lei: il 1° luglio 2021Il farmaco usato dal tycoon funziona: la Commissione ne acquista altre 500.000 dosiLo speciale contiene due articoliSegnatevi questa data sul calendario: 1° luglio 2021. Sarà questo il giorno esatto in cui terminerà la pandemia. Tranquilli, non si tratta della profezia di qualche novello Nostradamus. È stata Astrazeneca, azienda britannico-svedese in lizza per la produzione di uno dei vaccini contro il Covid più promettenti, a stabilire che l'emergenza è destinata a finire l'estate prossima. Ma com'è possibile, direte voi? Nessuno può sapere con certezza quando usciremo dal tunnel del coronavirus. E naturalmente nemmeno quelli di Astrazeneca hanno la palla di cristallo. Molto più banalmente si tratta di una questione di soldi. Negli scorsi mesi GlaxoSmithKline, Pfizer, Johnson&Johnson e la stessa Astrazeneca hanno firmato l'impegno a rinunciare ai profitti del vaccino. Un annuncio rivoluzionario, ma fino a un certo punto. La formula sviluppata dal sodalizio con l'Università di Oxford rientra tra gli 11 vaccini giunti alla cosiddetta «fase 3», l'ultimo step della sperimentazione prima della diffusione al grande pubblico. Visti i risultati promettenti, Astrazeneca ha sottoscritto contratti con numerosi Paesi in tutto il mondo per la fornitura di dosi di vaccino, una volta che sarà autorizzato il lancio sul mercato. Lo scorso 27 agosto, la firma del contratto con la Commissione europea per l'acquisto di 300 milioni di dosi (più l'opzione per ulteriori 100 milioni) una volta terminata la sperimentazione. Un accordo costato alla collettività già 336 milioni come rivelato dalla Commissione europea alla Verità, dal momento che i fondi derivano dallo Strumento per il sostegno di emergenza finanziato dagli Stati membri. E solo all'inizio di quest'estate, gli Stati Uniti avevano investito già 4 miliardi di dollari per lo sviluppo di un vaccino. Molti dei costi iniziali, dunque, sono stati già coperti dagli sforzi economici dei governi. Non per niente, la rinuncia a lucrare da parte di Big Pharma aveva fatto inarcare più di un sopracciglio a Washington e non solo. Ora scopriamo, grazie alle rivelazioni pubblicate giovedì dal Financial Times, che questa generosità ha una data di scadenza ben precisa. L'autorevole quotidiano londinese ha infatti avuto accesso al «memorandum of understanding» super segreto sottoscritto tra Astrazeneca e il fornitore brasiliano Fiocruz per la fornitura di 100 milioni di dosi, nel quale si legge che la fine del periodo pandemico viene fissata al 1° luglio dell'anno prossimo. Da quella data in poi, il vaccino non sarà più venduto al prezzo di costo, bensì a quello deciso dall'azienda britannico-svedese. In realtà questo termine può essere prolungato, ma solo se «Astrazeneca in buona fede riterrà che la pandemia di Sars-CoV-2 non sarà finita». Una discrezionalità, dunque, pressoché totale, dal momento che l'azienda guidata da Pascal Soriot potrà decidere in assoluta libertà se e quanto far pagare il proprio vaccino.«È il mercato, bellezza», obietterà qualcuno. O forse no? «Non dico che le case produttrici di vaccini non abbiano alcun interesse nella tutela della salute pubblica, ma il loro scopo è quello di massimizzare i ricavi per far guadagnare di più gli investitori», ha ammesso candidamente Tina Smith, ex vicegovernatore del Minnesota e oggi senatore degli Stati Uniti. Verissimo, per carità. C'è un piccolo dettaglio, però, e riguarda i tempi. Nonostante le previsioni più ottimistiche diano le prime dosi in consegna per fine anno, difficilmente la maggior parte della popolazione mondiale - specie quella più povera e in difficoltà - nutre speranze di ricevere il vaccino prima di 12-18 mesi. Ben oltre dunque i termini fissati da Astrazeneca per l'atteso rialzo dei prezzi. Senza contare che gli imprevisti nella sperimentazione sono all'ordine del giorno, e possono far rallentare anche in maniera sensibile il rilascio dell'autorizzazione al rilascio di questi farmaci. Basti pensare all'interruzione dei trial clinici deliberata dalla stessa Astrazeneca il 9 settembre scorso per approfondimenti su una possibile reazione avversa grave. Una sospensione che ha fatto temere il peggio per il futuro di una delle formulazioni più gettonate al mondo. I test sono ripartiti solo qualche giorno dopo, ma la scienza è piena di incidenti di percorso del genere. Non è detto perciò che la strada del candidato vaccino non possa nuovamente risultare ingombrata da altri intoppi. Oppure, a pensar male, che le stesse aziende magari decidano deliberatamente di ritardare la catena per far scadere i termini dei prezzi agevolati.Più in generale, i leak del Financial Times fanno luce sull'assoluta mancanza di trasparenza dei contratti stipulati tra le case farmaceutiche e le istituzioni nazionali e sovranazionali. Quando il ministro della Salute Roberto Speranza ha annunciato lo scorso giugno la firma di un accordo con Astrazeneca, poi rivelatosi inesistente a seguito di una richiesta di accesso agli atti della Verità, nessun dettaglio di natura economica è stato rivelato. Stesso discorso per il contratto, quello vero, stipulato da Bruxelles per la fornitura di dosi all'Ue. «Il contratto rimarrà segreto per questioni di riservatezza», ha spiegato un portavoce della Commissione al nostro quotidiano. Ragion per cui, tra l'altro, risulta impossibile dare riscontro alle voci di corridoio che sostengono la presenza in questi accordi di clausole che manlevino i produttori dagli eventuali danni provocati ai vaccinati. Una cosa è certa in questa nebbia fitta: nella lotta al coronavirus sono le aziende farmaceutiche ad aver il coltello dalla parte del manico.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-guadagni-del-vaccino-li-decide-il-produttore-2648142439.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-bruxelles-ora-si-accoda-a-trump-ordinate-tonnellate-di-remdesivir" data-post-id="2648142439" data-published-at="1602180865" data-use-pagination="False"> E Bruxelles ora si accoda a Trump. Ordinate tonnellate di Remdesivir La Commissione europea ha firmato un contratto dal valore di 70 milioni di euro con la casa farmaceutica americana Gilead per l'acquisto di 500.000 cicli di trattamento (con l'opzione di raddoppiare la fornitura), con il Remdesivir, (Veklury il nome commerciale) l'unico farmaco autorizzato in Europa per curare pazienti Covid 19 (adolescenti oltre i 12 anni e adulti) con polmonite e che necessitano di ossigeno supplementare. La decisione è stata presa dopo l'allarme scattato sulle scorte in esaurimento lanciato dallo stesso direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini: «Si rischia l'esaurimento delle scorte. Il fabbisogno supera la disponibilità». All'appalto congiunto partecipano 36 Paesi, tutti quelli Ue, dello spazio economico europeo, la Gran Bretagna e sei Paesi candidati all'adesione. Antivirale nato come anti-Ebola, il Remdesivir si sta dimostrando piuttosto efficace contro la Sars-CoV-2 e dopo essere stato un farmaco di fascia H, usato soltanto in ospedale, ora, dopo l'approvazione dell'Ema (Agenzia europea per i medicinali) è in commercio. I 70 milioni arriveranno dall'Emergency support instrument (Esi), strumento con il quale la Commissione Europea ad agosto scorso aveva messo a disposizione degli Stati membri e del Regno Unito un quantitativo contingentato di trattamenti, pari a 33.380 dosi. Non solo, questo sistema di appalti congiunti era già stato utilizzato per garantire possibilità di accesso ai dispositivi di protezione individuale, ai ventilatori, al materiale diagnostico e ai medicinali per le unità di terapia intensiva. Malgrado le critiche al presidente Usa che si è sottoposto a dosi da cavallo di farmaci, anche in Europa possiamo curarci visto che con questo nuovo ordinativo di 500.000 dosi, con opzione per 1 milione, l'Ue si mette in pari con gli Stati Uniti che già lo scorso luglio avevano acquistato 500.000 unità del farmaco usato anche al Walter Reed Medical Center» di Bethesda. In effetti, Donald Trump dopo una prima dose di Remdesivir, è stato sottoposto in via compassionevole a un trattamento sperimentale giudicato molto promettente a base di un cocktail di anticorpi «sintetici» e antivirali, Remdesivir e Desametasone, sviluppato dall'azienda biotecnologica Regeneron che cura i sintomi ma soprattutto cerca di evitare il peggioramento della malattia. Trump, ormai tornato alla normalità, ha annunciato in un video postato su Twitter che intende promuovere gratis per tutti gli americani il Regeneron. « È stato incredibile, mi sono sentito bene subito. Voglio per voi quello che ho avuto io e lo renderò gratis, non voglio che paghiate per una colpa non vostra, la colpa è della Cina e pagherà un grande prezzo», ha promesso mister President facendo salire in Borsa le azioni di Regeneron del 3,73%. Pharmaceuticals Inc, l'azienda produttrice, intanto ha confermato di aver chiesto l'autorizzazione di emergenza avendo dosi sufficienti per circa 50.000 pazienti ma si aspetta che 300.000 siano disponibili entro i prossimi mesi. Sempre ieri la Commissione europea ha anche approvato un contratto con una terza casa farmaceutica, Janssen Pharmaceutica Nv, per l'acquisto di 200 milioni di dosi di vaccino, non appena pronto (ora in fase 3 di sperimentazione), con la possibilità di ottenere dosi supplementari per altri 200 milioni di persone. Contratti sono stati già firmati con le società AstraZeneca e Sanofi-Gsk.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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