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2022-08-03
I giudici inglesi condannano il piccolo Archie
Archie Battersbee
La speranza è durata solo per qualche ora per Archie Battersbee, il dodicenne inglese che si trova ricoverato dal 7 aprile al Royal London Hospital, attaccato a un respiratore, che i medici hanno deciso di spegnere. Ieri doveva essere il giorno finale per lui, con il distacco dei macchinari, ma in mattinata i suoi genitori hanno lanciato un appello disperato alla Corte suprema britannica per chiedere tempo. I giudici lo hanno accolto, hanno fermato i dottori e avviato la loro analisi. I genitori del ragazzino, Holly Dance, 46 anni e Paul Battersbee, 56 anni, alimentavano delle speranze, sognavano un lieto fine. Che invece non c’è stato. Nel tardo pomeriggio, infatti, i giudici della Corte suprema si sono pronunciati e hanno rigettato l’appello, quindi autorizzato lo spegnimento del respiratore. Non è chiaro quando avverrà, ma potrebbe ormai essere davvero questione di ore.
La decisione dei giudici della Corte suprema ha confermato la sentenza della Corte d’appello. Secondo Lord Hodge, Lord Kitchin e Lord Stephens, come già stabilito il 25 luglio dal giudice Hayden, «non ci sono prospettive di un recupero significativo per Archie». A loro parere, anche se fosse mantenuto il collegamento con le macchine, il bambino morirebbe nel giro di poche settimane, perché i suoi organi non avrebbero la forza di resistere o il suo cuore lo abbandonerebbe. Quindi, hanno scritto, «mantenere un regime di supporto medico servirebbe solo a rinviare la sua morte». Anche i tre giudici della Corte suprema si sono detti «dispiaciuti» di dover assumere questa decisione soprattutto per i genitori del ragazzino e per il loro dolore, ma lo hanno fatto convinti che «in base alla legge di Inghilterra e Galles, bisogna fare riferimento al miglior interesse di Archie».
Dichiarazioni che hanno scatenato il disappunto di Holly Dance che ha dichiarato ai giornalisti: «Nessuna delle autorità ci ha mostrato comprensione e sostegno come famiglia, se si escludono le Nazioni Unite. Ci sentiamo traditi e continueremo a combattere». La madre di Archie ha dichiarato di avere in serbo un’ultima cartuccia da sparare prime di darsi per vinta, ma ha voluto ribadire che ormai si sente delusa dal suo Paese, «che pensa di poter uccidere dei bambini solo perché hanno delle disabilità».
Anche Andrea Williams, direttore esecutivo del Christian legal centre che sostiene la famiglia Battersbee, ha voluto intervenire ieri pomeriggio. «Il caso di Archie mostra che serve una riforma sostanziale per proteggere le persone vulnerabili e le loro famiglie, nei casi di fine vita. Deve essere approvata una legge che regoli queste circostanze».
A suo parere viene sancito un precedente pericoloso, dalla vicenda del ragazzino, che ha subito un danno cerebrale grave, a causa di un soffocamento avvenuto nella sua casa di Southend in Essex, forse mentre era impegnato in una sfida su internet. «I genitori di Archie sperano in un miracolo e ci sono tante storie nel mondo di persone che hanno avuto guarigioni miracolose, contro ogni probabilità e contro le diagnosi mediche» ha aggiunto.
A sperare e pregare per un miracolo sono i parenti e gli amici del piccolo Archie, un ragazzino vivace con gli occhi chiari e i capelli biondi, un giovane talento della ginnastica artistica. Ma anche le associazioni pro life, che stanno manifestando e combattendo a fianco dei Battersbea. L’ennesima battaglia di questo genere nel Regno Unito, dove negli ultimi anni i giudici sono stati chiamati spesso a trovare un equilibrio tra le ragioni mediche e la tutela della vita di un minore. Il primo caso finito al centro delle cronache è stato quello di Charlie Guard, «terminato» dai sanitari nel luglio del 2017, quando non aveva nemmeno un anno, dopo una lunga battaglia di impatto internazionale. Poi c’è stata la storia di Alfie Evans, pure condannato a morte attraverso lo spegnimento del respiratore cui era collegato, pochi giorni prima del suo terzo compleanno. L’unica a «sfuggire» a questa sorte, sino ad ora, è stata Tafida Raqeeb, che adesso ha 7 anni e si trova in cura al Gaslini di Genova, grazie alla vittoria legale conseguita dalla sua famiglia. La madre Shelina Begum, tra l’altro, sta seguendo il caso di Archie, è in contatto con Hollie Dance e ha offerto supporto alla famiglia tramite la Fondazione creata in nome di sua figlia.
Le due donne hanno in comune una grande voglia di combattere. Ancora ieri, prima che arrivasse la decisione della Corte suprema, Hollie Dance parlava ai giornalisti spiegando che non voleva cedere. «Stiamo combattendo con l’ospedale per ogni singola scelta», diceva, «e non siamo trattati con dignità. Non capiamo che fretta ci sia di spegnere le macchine ma terremo duro». Proprio come ha fatto la mamma di Tafida Raqeeb, che ha ottenuto il permesso di partire per il Gaslini, l’ospedale di Genova che si era offerto di curarla e dove adesso sta migliorando. Nonostante i medici inglesi ritenessero che era nel suo miglior interesse morire.
Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile»
Aveva 69 anni la signora Elena ed era malata di cancro. Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, l’ha accompagnata in Svizzera per morire. E così è stato. La storia di dolore di una donna, malata terminale per un tumore ai polmoni, ancora una volta frutto della speculazione di chi vorrebbe che la morte facile possa divenire un diritto, una «libera scelta».
Elena non ce la faceva ad accogliere la morte, aveva paura, un terrore che non la rendeva lucida, lo diceva lei stessa: «Ho detto a mio marito e alla mia famiglia: sono davanti a un bivio. Posso prendere una strada un po’ più lunga che mi porta all’inferno. E un’altra, più breve, che mi porta in Svizzera. Ho scelto la seconda». Poi ha aggiunto: «Ho detto a mio marito» ha continuato, «che se avesse provato a dissuadermi, fra un mese o due, quando mi avrebbe visto sofferente se ne sarebbe pentito». Qui interviene il dolore di chi resta, di chi si è visto negare la forma più estrema dell’amore, la cura di chi più ami.
Ogni famiglia, o quasi, ha conosciuto questo dolore. Chi non lo ha vissuto, probabilmente lo vivrà prima o poi nell’arco di una vita intera. L’associazione Luca Coscioni questo lo sa. La battaglia dell’associazione, però, non è mai stata rendere la morte più sopportabile, più dignitosa, anche quando questa pare inevitabile. Non è mai stata combattere per fornire un’assistenza ai familiari dei malati, costretti ad accompagnare le persone che amano in questo viaggio incredibilmente spaventoso. L’associazione Luca Coscioni specula su questo dolore per rendere legale ed eticamente accettabile la cultura della morte. «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello». È un passaggio celebre della sequenza pasquale. In questo caso, però, non si tratta di esser credenti o meno, si tratta di decidere se rinnegare la cultura che combatte per la vita fino al suo ultimo istante.
«È stato un viaggio lungo, oltre otto ore dal Veneto», ha commentato Marco Cappato, «un viaggio reso necessario dal fatto che Elena non avrebbe potuto ottenere questa possibilità in Italia, perché la sentenza della Corte costituzionale esclude che possano essere aiutate a morire persone che non siano tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. Ora mi autodenuncio». La signora Elena, pensionata, non era attaccata a una macchina, non assumeva farmaci, salvo antibiotici e antidolorifici secondo necessità. Ha quindi preferito andare in Svizzera senza attendere ulteriormente.
Per Marco Cappato, che non più tardi di una settimana fa ha deciso anche lui di formare una sua lista per le prossime elezioni politiche, si tratta di una nuova disobbedienza civile, nonché di una nuova forma di visibilità. La persona che ha accompagnato non è «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale», non rientra quindi nei casi previsti dalla sentenza 242\2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato\Dj Fabo per l’accesso al suicidio assistito in Italia.
Nei Paesi considerati più evoluti del nostro, su questo piano, il suicidio assistito è legge. E non ha bisogno di motivazioni. Come nel caso di Noa Pothoven che a 17 anni ha chiesto e ottenuto di morire legalmente in Olanda, perché vittima di uno stupro dal quale non riusciva a riprendersi. O come Alan Nichols, 61 anni: morto dopo averlo chiesto in Quebec, perché gravemente depresso. I familiari erano contrari, ma non hanno potuto fare nulla per salvarlo. E ancora il caso di Godelieva de Troyer in Belgio, morta anche lei dopo averlo chiesto a causa di una depressione. Depressione acuita nell’ultimo periodo della sua vita, oltre che dal suicidio del suo ex marito, dalla rottura della relazione con il nuovo compagno e da un rapporto spesso burrascoso con i figli.
Questi Paesi, ai loro cittadini fragili, hanno saputo offrire solo la morte come soluzione. Grazie a una legge probabilmente nata per aiutare a morire chi vive attaccato alle macchine senza speranze. Ed è questa la domanda che bisogna porsi quando si incontrano queste storie di dolore: vogliamo ancora che morte e vita si affrontino in un prodigioso duello? Nella risposta, il Paese, le persone che vogliamo essere.
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La Corte suprema britannica ha rigettato anche l’ultimo appello presentato dai genitori del bimbo di 12 anni che vive da mesi attaccato a una macchina. L’ospedale di Londra può staccare la ventilazione assistita: «È una decisione presa nel suo interesse».Marco Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile». La scelta della donna, 69 anni, spettacolarizzata dall’ex radicale: «Mi autodenuncio».Lo speciale comprende due articoli. La speranza è durata solo per qualche ora per Archie Battersbee, il dodicenne inglese che si trova ricoverato dal 7 aprile al Royal London Hospital, attaccato a un respiratore, che i medici hanno deciso di spegnere. Ieri doveva essere il giorno finale per lui, con il distacco dei macchinari, ma in mattinata i suoi genitori hanno lanciato un appello disperato alla Corte suprema britannica per chiedere tempo. I giudici lo hanno accolto, hanno fermato i dottori e avviato la loro analisi. I genitori del ragazzino, Holly Dance, 46 anni e Paul Battersbee, 56 anni, alimentavano delle speranze, sognavano un lieto fine. Che invece non c’è stato. Nel tardo pomeriggio, infatti, i giudici della Corte suprema si sono pronunciati e hanno rigettato l’appello, quindi autorizzato lo spegnimento del respiratore. Non è chiaro quando avverrà, ma potrebbe ormai essere davvero questione di ore. La decisione dei giudici della Corte suprema ha confermato la sentenza della Corte d’appello. Secondo Lord Hodge, Lord Kitchin e Lord Stephens, come già stabilito il 25 luglio dal giudice Hayden, «non ci sono prospettive di un recupero significativo per Archie». A loro parere, anche se fosse mantenuto il collegamento con le macchine, il bambino morirebbe nel giro di poche settimane, perché i suoi organi non avrebbero la forza di resistere o il suo cuore lo abbandonerebbe. Quindi, hanno scritto, «mantenere un regime di supporto medico servirebbe solo a rinviare la sua morte». Anche i tre giudici della Corte suprema si sono detti «dispiaciuti» di dover assumere questa decisione soprattutto per i genitori del ragazzino e per il loro dolore, ma lo hanno fatto convinti che «in base alla legge di Inghilterra e Galles, bisogna fare riferimento al miglior interesse di Archie». Dichiarazioni che hanno scatenato il disappunto di Holly Dance che ha dichiarato ai giornalisti: «Nessuna delle autorità ci ha mostrato comprensione e sostegno come famiglia, se si escludono le Nazioni Unite. Ci sentiamo traditi e continueremo a combattere». La madre di Archie ha dichiarato di avere in serbo un’ultima cartuccia da sparare prime di darsi per vinta, ma ha voluto ribadire che ormai si sente delusa dal suo Paese, «che pensa di poter uccidere dei bambini solo perché hanno delle disabilità».Anche Andrea Williams, direttore esecutivo del Christian legal centre che sostiene la famiglia Battersbee, ha voluto intervenire ieri pomeriggio. «Il caso di Archie mostra che serve una riforma sostanziale per proteggere le persone vulnerabili e le loro famiglie, nei casi di fine vita. Deve essere approvata una legge che regoli queste circostanze». A suo parere viene sancito un precedente pericoloso, dalla vicenda del ragazzino, che ha subito un danno cerebrale grave, a causa di un soffocamento avvenuto nella sua casa di Southend in Essex, forse mentre era impegnato in una sfida su internet. «I genitori di Archie sperano in un miracolo e ci sono tante storie nel mondo di persone che hanno avuto guarigioni miracolose, contro ogni probabilità e contro le diagnosi mediche» ha aggiunto.A sperare e pregare per un miracolo sono i parenti e gli amici del piccolo Archie, un ragazzino vivace con gli occhi chiari e i capelli biondi, un giovane talento della ginnastica artistica. Ma anche le associazioni pro life, che stanno manifestando e combattendo a fianco dei Battersbea. L’ennesima battaglia di questo genere nel Regno Unito, dove negli ultimi anni i giudici sono stati chiamati spesso a trovare un equilibrio tra le ragioni mediche e la tutela della vita di un minore. Il primo caso finito al centro delle cronache è stato quello di Charlie Guard, «terminato» dai sanitari nel luglio del 2017, quando non aveva nemmeno un anno, dopo una lunga battaglia di impatto internazionale. Poi c’è stata la storia di Alfie Evans, pure condannato a morte attraverso lo spegnimento del respiratore cui era collegato, pochi giorni prima del suo terzo compleanno. L’unica a «sfuggire» a questa sorte, sino ad ora, è stata Tafida Raqeeb, che adesso ha 7 anni e si trova in cura al Gaslini di Genova, grazie alla vittoria legale conseguita dalla sua famiglia. La madre Shelina Begum, tra l’altro, sta seguendo il caso di Archie, è in contatto con Hollie Dance e ha offerto supporto alla famiglia tramite la Fondazione creata in nome di sua figlia.Le due donne hanno in comune una grande voglia di combattere. Ancora ieri, prima che arrivasse la decisione della Corte suprema, Hollie Dance parlava ai giornalisti spiegando che non voleva cedere. «Stiamo combattendo con l’ospedale per ogni singola scelta», diceva, «e non siamo trattati con dignità. Non capiamo che fretta ci sia di spegnere le macchine ma terremo duro». Proprio come ha fatto la mamma di Tafida Raqeeb, che ha ottenuto il permesso di partire per il Gaslini, l’ospedale di Genova che si era offerto di curarla e dove adesso sta migliorando. Nonostante i medici inglesi ritenessero che era nel suo miglior interesse morire.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-inglesi-condannano-il-piccolo-archie-2657796370.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cappato-ha-portato-elena-in-svizzera-per-farle-avere-una-morte-facile" data-post-id="2657796370" data-published-at="1659472109" data-use-pagination="False"> Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile» Aveva 69 anni la signora Elena ed era malata di cancro. Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, l’ha accompagnata in Svizzera per morire. E così è stato. La storia di dolore di una donna, malata terminale per un tumore ai polmoni, ancora una volta frutto della speculazione di chi vorrebbe che la morte facile possa divenire un diritto, una «libera scelta». Elena non ce la faceva ad accogliere la morte, aveva paura, un terrore che non la rendeva lucida, lo diceva lei stessa: «Ho detto a mio marito e alla mia famiglia: sono davanti a un bivio. Posso prendere una strada un po’ più lunga che mi porta all’inferno. E un’altra, più breve, che mi porta in Svizzera. Ho scelto la seconda». Poi ha aggiunto: «Ho detto a mio marito» ha continuato, «che se avesse provato a dissuadermi, fra un mese o due, quando mi avrebbe visto sofferente se ne sarebbe pentito». Qui interviene il dolore di chi resta, di chi si è visto negare la forma più estrema dell’amore, la cura di chi più ami. Ogni famiglia, o quasi, ha conosciuto questo dolore. Chi non lo ha vissuto, probabilmente lo vivrà prima o poi nell’arco di una vita intera. L’associazione Luca Coscioni questo lo sa. La battaglia dell’associazione, però, non è mai stata rendere la morte più sopportabile, più dignitosa, anche quando questa pare inevitabile. Non è mai stata combattere per fornire un’assistenza ai familiari dei malati, costretti ad accompagnare le persone che amano in questo viaggio incredibilmente spaventoso. L’associazione Luca Coscioni specula su questo dolore per rendere legale ed eticamente accettabile la cultura della morte. «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello». È un passaggio celebre della sequenza pasquale. In questo caso, però, non si tratta di esser credenti o meno, si tratta di decidere se rinnegare la cultura che combatte per la vita fino al suo ultimo istante. «È stato un viaggio lungo, oltre otto ore dal Veneto», ha commentato Marco Cappato, «un viaggio reso necessario dal fatto che Elena non avrebbe potuto ottenere questa possibilità in Italia, perché la sentenza della Corte costituzionale esclude che possano essere aiutate a morire persone che non siano tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. Ora mi autodenuncio». La signora Elena, pensionata, non era attaccata a una macchina, non assumeva farmaci, salvo antibiotici e antidolorifici secondo necessità. Ha quindi preferito andare in Svizzera senza attendere ulteriormente. Per Marco Cappato, che non più tardi di una settimana fa ha deciso anche lui di formare una sua lista per le prossime elezioni politiche, si tratta di una nuova disobbedienza civile, nonché di una nuova forma di visibilità. La persona che ha accompagnato non è «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale», non rientra quindi nei casi previsti dalla sentenza 242\2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato\Dj Fabo per l’accesso al suicidio assistito in Italia. Nei Paesi considerati più evoluti del nostro, su questo piano, il suicidio assistito è legge. E non ha bisogno di motivazioni. Come nel caso di Noa Pothoven che a 17 anni ha chiesto e ottenuto di morire legalmente in Olanda, perché vittima di uno stupro dal quale non riusciva a riprendersi. O come Alan Nichols, 61 anni: morto dopo averlo chiesto in Quebec, perché gravemente depresso. I familiari erano contrari, ma non hanno potuto fare nulla per salvarlo. E ancora il caso di Godelieva de Troyer in Belgio, morta anche lei dopo averlo chiesto a causa di una depressione. Depressione acuita nell’ultimo periodo della sua vita, oltre che dal suicidio del suo ex marito, dalla rottura della relazione con il nuovo compagno e da un rapporto spesso burrascoso con i figli. Questi Paesi, ai loro cittadini fragili, hanno saputo offrire solo la morte come soluzione. Grazie a una legge probabilmente nata per aiutare a morire chi vive attaccato alle macchine senza speranze. Ed è questa la domanda che bisogna porsi quando si incontrano queste storie di dolore: vogliamo ancora che morte e vita si affrontino in un prodigioso duello? Nella risposta, il Paese, le persone che vogliamo essere.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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