True
2022-08-03
I giudici inglesi condannano il piccolo Archie
Archie Battersbee
La speranza è durata solo per qualche ora per Archie Battersbee, il dodicenne inglese che si trova ricoverato dal 7 aprile al Royal London Hospital, attaccato a un respiratore, che i medici hanno deciso di spegnere. Ieri doveva essere il giorno finale per lui, con il distacco dei macchinari, ma in mattinata i suoi genitori hanno lanciato un appello disperato alla Corte suprema britannica per chiedere tempo. I giudici lo hanno accolto, hanno fermato i dottori e avviato la loro analisi. I genitori del ragazzino, Holly Dance, 46 anni e Paul Battersbee, 56 anni, alimentavano delle speranze, sognavano un lieto fine. Che invece non c’è stato. Nel tardo pomeriggio, infatti, i giudici della Corte suprema si sono pronunciati e hanno rigettato l’appello, quindi autorizzato lo spegnimento del respiratore. Non è chiaro quando avverrà, ma potrebbe ormai essere davvero questione di ore.
La decisione dei giudici della Corte suprema ha confermato la sentenza della Corte d’appello. Secondo Lord Hodge, Lord Kitchin e Lord Stephens, come già stabilito il 25 luglio dal giudice Hayden, «non ci sono prospettive di un recupero significativo per Archie». A loro parere, anche se fosse mantenuto il collegamento con le macchine, il bambino morirebbe nel giro di poche settimane, perché i suoi organi non avrebbero la forza di resistere o il suo cuore lo abbandonerebbe. Quindi, hanno scritto, «mantenere un regime di supporto medico servirebbe solo a rinviare la sua morte». Anche i tre giudici della Corte suprema si sono detti «dispiaciuti» di dover assumere questa decisione soprattutto per i genitori del ragazzino e per il loro dolore, ma lo hanno fatto convinti che «in base alla legge di Inghilterra e Galles, bisogna fare riferimento al miglior interesse di Archie».
Dichiarazioni che hanno scatenato il disappunto di Holly Dance che ha dichiarato ai giornalisti: «Nessuna delle autorità ci ha mostrato comprensione e sostegno come famiglia, se si escludono le Nazioni Unite. Ci sentiamo traditi e continueremo a combattere». La madre di Archie ha dichiarato di avere in serbo un’ultima cartuccia da sparare prime di darsi per vinta, ma ha voluto ribadire che ormai si sente delusa dal suo Paese, «che pensa di poter uccidere dei bambini solo perché hanno delle disabilità».
Anche Andrea Williams, direttore esecutivo del Christian legal centre che sostiene la famiglia Battersbee, ha voluto intervenire ieri pomeriggio. «Il caso di Archie mostra che serve una riforma sostanziale per proteggere le persone vulnerabili e le loro famiglie, nei casi di fine vita. Deve essere approvata una legge che regoli queste circostanze».
A suo parere viene sancito un precedente pericoloso, dalla vicenda del ragazzino, che ha subito un danno cerebrale grave, a causa di un soffocamento avvenuto nella sua casa di Southend in Essex, forse mentre era impegnato in una sfida su internet. «I genitori di Archie sperano in un miracolo e ci sono tante storie nel mondo di persone che hanno avuto guarigioni miracolose, contro ogni probabilità e contro le diagnosi mediche» ha aggiunto.
A sperare e pregare per un miracolo sono i parenti e gli amici del piccolo Archie, un ragazzino vivace con gli occhi chiari e i capelli biondi, un giovane talento della ginnastica artistica. Ma anche le associazioni pro life, che stanno manifestando e combattendo a fianco dei Battersbea. L’ennesima battaglia di questo genere nel Regno Unito, dove negli ultimi anni i giudici sono stati chiamati spesso a trovare un equilibrio tra le ragioni mediche e la tutela della vita di un minore. Il primo caso finito al centro delle cronache è stato quello di Charlie Guard, «terminato» dai sanitari nel luglio del 2017, quando non aveva nemmeno un anno, dopo una lunga battaglia di impatto internazionale. Poi c’è stata la storia di Alfie Evans, pure condannato a morte attraverso lo spegnimento del respiratore cui era collegato, pochi giorni prima del suo terzo compleanno. L’unica a «sfuggire» a questa sorte, sino ad ora, è stata Tafida Raqeeb, che adesso ha 7 anni e si trova in cura al Gaslini di Genova, grazie alla vittoria legale conseguita dalla sua famiglia. La madre Shelina Begum, tra l’altro, sta seguendo il caso di Archie, è in contatto con Hollie Dance e ha offerto supporto alla famiglia tramite la Fondazione creata in nome di sua figlia.
Le due donne hanno in comune una grande voglia di combattere. Ancora ieri, prima che arrivasse la decisione della Corte suprema, Hollie Dance parlava ai giornalisti spiegando che non voleva cedere. «Stiamo combattendo con l’ospedale per ogni singola scelta», diceva, «e non siamo trattati con dignità. Non capiamo che fretta ci sia di spegnere le macchine ma terremo duro». Proprio come ha fatto la mamma di Tafida Raqeeb, che ha ottenuto il permesso di partire per il Gaslini, l’ospedale di Genova che si era offerto di curarla e dove adesso sta migliorando. Nonostante i medici inglesi ritenessero che era nel suo miglior interesse morire.
Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile»
Aveva 69 anni la signora Elena ed era malata di cancro. Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, l’ha accompagnata in Svizzera per morire. E così è stato. La storia di dolore di una donna, malata terminale per un tumore ai polmoni, ancora una volta frutto della speculazione di chi vorrebbe che la morte facile possa divenire un diritto, una «libera scelta».
Elena non ce la faceva ad accogliere la morte, aveva paura, un terrore che non la rendeva lucida, lo diceva lei stessa: «Ho detto a mio marito e alla mia famiglia: sono davanti a un bivio. Posso prendere una strada un po’ più lunga che mi porta all’inferno. E un’altra, più breve, che mi porta in Svizzera. Ho scelto la seconda». Poi ha aggiunto: «Ho detto a mio marito» ha continuato, «che se avesse provato a dissuadermi, fra un mese o due, quando mi avrebbe visto sofferente se ne sarebbe pentito». Qui interviene il dolore di chi resta, di chi si è visto negare la forma più estrema dell’amore, la cura di chi più ami.
Ogni famiglia, o quasi, ha conosciuto questo dolore. Chi non lo ha vissuto, probabilmente lo vivrà prima o poi nell’arco di una vita intera. L’associazione Luca Coscioni questo lo sa. La battaglia dell’associazione, però, non è mai stata rendere la morte più sopportabile, più dignitosa, anche quando questa pare inevitabile. Non è mai stata combattere per fornire un’assistenza ai familiari dei malati, costretti ad accompagnare le persone che amano in questo viaggio incredibilmente spaventoso. L’associazione Luca Coscioni specula su questo dolore per rendere legale ed eticamente accettabile la cultura della morte. «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello». È un passaggio celebre della sequenza pasquale. In questo caso, però, non si tratta di esser credenti o meno, si tratta di decidere se rinnegare la cultura che combatte per la vita fino al suo ultimo istante.
«È stato un viaggio lungo, oltre otto ore dal Veneto», ha commentato Marco Cappato, «un viaggio reso necessario dal fatto che Elena non avrebbe potuto ottenere questa possibilità in Italia, perché la sentenza della Corte costituzionale esclude che possano essere aiutate a morire persone che non siano tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. Ora mi autodenuncio». La signora Elena, pensionata, non era attaccata a una macchina, non assumeva farmaci, salvo antibiotici e antidolorifici secondo necessità. Ha quindi preferito andare in Svizzera senza attendere ulteriormente.
Per Marco Cappato, che non più tardi di una settimana fa ha deciso anche lui di formare una sua lista per le prossime elezioni politiche, si tratta di una nuova disobbedienza civile, nonché di una nuova forma di visibilità. La persona che ha accompagnato non è «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale», non rientra quindi nei casi previsti dalla sentenza 242\2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato\Dj Fabo per l’accesso al suicidio assistito in Italia.
Nei Paesi considerati più evoluti del nostro, su questo piano, il suicidio assistito è legge. E non ha bisogno di motivazioni. Come nel caso di Noa Pothoven che a 17 anni ha chiesto e ottenuto di morire legalmente in Olanda, perché vittima di uno stupro dal quale non riusciva a riprendersi. O come Alan Nichols, 61 anni: morto dopo averlo chiesto in Quebec, perché gravemente depresso. I familiari erano contrari, ma non hanno potuto fare nulla per salvarlo. E ancora il caso di Godelieva de Troyer in Belgio, morta anche lei dopo averlo chiesto a causa di una depressione. Depressione acuita nell’ultimo periodo della sua vita, oltre che dal suicidio del suo ex marito, dalla rottura della relazione con il nuovo compagno e da un rapporto spesso burrascoso con i figli.
Questi Paesi, ai loro cittadini fragili, hanno saputo offrire solo la morte come soluzione. Grazie a una legge probabilmente nata per aiutare a morire chi vive attaccato alle macchine senza speranze. Ed è questa la domanda che bisogna porsi quando si incontrano queste storie di dolore: vogliamo ancora che morte e vita si affrontino in un prodigioso duello? Nella risposta, il Paese, le persone che vogliamo essere.
Continua a leggereRiduci
La Corte suprema britannica ha rigettato anche l’ultimo appello presentato dai genitori del bimbo di 12 anni che vive da mesi attaccato a una macchina. L’ospedale di Londra può staccare la ventilazione assistita: «È una decisione presa nel suo interesse».Marco Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile». La scelta della donna, 69 anni, spettacolarizzata dall’ex radicale: «Mi autodenuncio».Lo speciale comprende due articoli. La speranza è durata solo per qualche ora per Archie Battersbee, il dodicenne inglese che si trova ricoverato dal 7 aprile al Royal London Hospital, attaccato a un respiratore, che i medici hanno deciso di spegnere. Ieri doveva essere il giorno finale per lui, con il distacco dei macchinari, ma in mattinata i suoi genitori hanno lanciato un appello disperato alla Corte suprema britannica per chiedere tempo. I giudici lo hanno accolto, hanno fermato i dottori e avviato la loro analisi. I genitori del ragazzino, Holly Dance, 46 anni e Paul Battersbee, 56 anni, alimentavano delle speranze, sognavano un lieto fine. Che invece non c’è stato. Nel tardo pomeriggio, infatti, i giudici della Corte suprema si sono pronunciati e hanno rigettato l’appello, quindi autorizzato lo spegnimento del respiratore. Non è chiaro quando avverrà, ma potrebbe ormai essere davvero questione di ore. La decisione dei giudici della Corte suprema ha confermato la sentenza della Corte d’appello. Secondo Lord Hodge, Lord Kitchin e Lord Stephens, come già stabilito il 25 luglio dal giudice Hayden, «non ci sono prospettive di un recupero significativo per Archie». A loro parere, anche se fosse mantenuto il collegamento con le macchine, il bambino morirebbe nel giro di poche settimane, perché i suoi organi non avrebbero la forza di resistere o il suo cuore lo abbandonerebbe. Quindi, hanno scritto, «mantenere un regime di supporto medico servirebbe solo a rinviare la sua morte». Anche i tre giudici della Corte suprema si sono detti «dispiaciuti» di dover assumere questa decisione soprattutto per i genitori del ragazzino e per il loro dolore, ma lo hanno fatto convinti che «in base alla legge di Inghilterra e Galles, bisogna fare riferimento al miglior interesse di Archie». Dichiarazioni che hanno scatenato il disappunto di Holly Dance che ha dichiarato ai giornalisti: «Nessuna delle autorità ci ha mostrato comprensione e sostegno come famiglia, se si escludono le Nazioni Unite. Ci sentiamo traditi e continueremo a combattere». La madre di Archie ha dichiarato di avere in serbo un’ultima cartuccia da sparare prime di darsi per vinta, ma ha voluto ribadire che ormai si sente delusa dal suo Paese, «che pensa di poter uccidere dei bambini solo perché hanno delle disabilità».Anche Andrea Williams, direttore esecutivo del Christian legal centre che sostiene la famiglia Battersbee, ha voluto intervenire ieri pomeriggio. «Il caso di Archie mostra che serve una riforma sostanziale per proteggere le persone vulnerabili e le loro famiglie, nei casi di fine vita. Deve essere approvata una legge che regoli queste circostanze». A suo parere viene sancito un precedente pericoloso, dalla vicenda del ragazzino, che ha subito un danno cerebrale grave, a causa di un soffocamento avvenuto nella sua casa di Southend in Essex, forse mentre era impegnato in una sfida su internet. «I genitori di Archie sperano in un miracolo e ci sono tante storie nel mondo di persone che hanno avuto guarigioni miracolose, contro ogni probabilità e contro le diagnosi mediche» ha aggiunto.A sperare e pregare per un miracolo sono i parenti e gli amici del piccolo Archie, un ragazzino vivace con gli occhi chiari e i capelli biondi, un giovane talento della ginnastica artistica. Ma anche le associazioni pro life, che stanno manifestando e combattendo a fianco dei Battersbea. L’ennesima battaglia di questo genere nel Regno Unito, dove negli ultimi anni i giudici sono stati chiamati spesso a trovare un equilibrio tra le ragioni mediche e la tutela della vita di un minore. Il primo caso finito al centro delle cronache è stato quello di Charlie Guard, «terminato» dai sanitari nel luglio del 2017, quando non aveva nemmeno un anno, dopo una lunga battaglia di impatto internazionale. Poi c’è stata la storia di Alfie Evans, pure condannato a morte attraverso lo spegnimento del respiratore cui era collegato, pochi giorni prima del suo terzo compleanno. L’unica a «sfuggire» a questa sorte, sino ad ora, è stata Tafida Raqeeb, che adesso ha 7 anni e si trova in cura al Gaslini di Genova, grazie alla vittoria legale conseguita dalla sua famiglia. La madre Shelina Begum, tra l’altro, sta seguendo il caso di Archie, è in contatto con Hollie Dance e ha offerto supporto alla famiglia tramite la Fondazione creata in nome di sua figlia.Le due donne hanno in comune una grande voglia di combattere. Ancora ieri, prima che arrivasse la decisione della Corte suprema, Hollie Dance parlava ai giornalisti spiegando che non voleva cedere. «Stiamo combattendo con l’ospedale per ogni singola scelta», diceva, «e non siamo trattati con dignità. Non capiamo che fretta ci sia di spegnere le macchine ma terremo duro». Proprio come ha fatto la mamma di Tafida Raqeeb, che ha ottenuto il permesso di partire per il Gaslini, l’ospedale di Genova che si era offerto di curarla e dove adesso sta migliorando. Nonostante i medici inglesi ritenessero che era nel suo miglior interesse morire.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-inglesi-condannano-il-piccolo-archie-2657796370.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cappato-ha-portato-elena-in-svizzera-per-farle-avere-una-morte-facile" data-post-id="2657796370" data-published-at="1659472109" data-use-pagination="False"> Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile» Aveva 69 anni la signora Elena ed era malata di cancro. Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, l’ha accompagnata in Svizzera per morire. E così è stato. La storia di dolore di una donna, malata terminale per un tumore ai polmoni, ancora una volta frutto della speculazione di chi vorrebbe che la morte facile possa divenire un diritto, una «libera scelta». Elena non ce la faceva ad accogliere la morte, aveva paura, un terrore che non la rendeva lucida, lo diceva lei stessa: «Ho detto a mio marito e alla mia famiglia: sono davanti a un bivio. Posso prendere una strada un po’ più lunga che mi porta all’inferno. E un’altra, più breve, che mi porta in Svizzera. Ho scelto la seconda». Poi ha aggiunto: «Ho detto a mio marito» ha continuato, «che se avesse provato a dissuadermi, fra un mese o due, quando mi avrebbe visto sofferente se ne sarebbe pentito». Qui interviene il dolore di chi resta, di chi si è visto negare la forma più estrema dell’amore, la cura di chi più ami. Ogni famiglia, o quasi, ha conosciuto questo dolore. Chi non lo ha vissuto, probabilmente lo vivrà prima o poi nell’arco di una vita intera. L’associazione Luca Coscioni questo lo sa. La battaglia dell’associazione, però, non è mai stata rendere la morte più sopportabile, più dignitosa, anche quando questa pare inevitabile. Non è mai stata combattere per fornire un’assistenza ai familiari dei malati, costretti ad accompagnare le persone che amano in questo viaggio incredibilmente spaventoso. L’associazione Luca Coscioni specula su questo dolore per rendere legale ed eticamente accettabile la cultura della morte. «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello». È un passaggio celebre della sequenza pasquale. In questo caso, però, non si tratta di esser credenti o meno, si tratta di decidere se rinnegare la cultura che combatte per la vita fino al suo ultimo istante. «È stato un viaggio lungo, oltre otto ore dal Veneto», ha commentato Marco Cappato, «un viaggio reso necessario dal fatto che Elena non avrebbe potuto ottenere questa possibilità in Italia, perché la sentenza della Corte costituzionale esclude che possano essere aiutate a morire persone che non siano tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. Ora mi autodenuncio». La signora Elena, pensionata, non era attaccata a una macchina, non assumeva farmaci, salvo antibiotici e antidolorifici secondo necessità. Ha quindi preferito andare in Svizzera senza attendere ulteriormente. Per Marco Cappato, che non più tardi di una settimana fa ha deciso anche lui di formare una sua lista per le prossime elezioni politiche, si tratta di una nuova disobbedienza civile, nonché di una nuova forma di visibilità. La persona che ha accompagnato non è «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale», non rientra quindi nei casi previsti dalla sentenza 242\2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato\Dj Fabo per l’accesso al suicidio assistito in Italia. Nei Paesi considerati più evoluti del nostro, su questo piano, il suicidio assistito è legge. E non ha bisogno di motivazioni. Come nel caso di Noa Pothoven che a 17 anni ha chiesto e ottenuto di morire legalmente in Olanda, perché vittima di uno stupro dal quale non riusciva a riprendersi. O come Alan Nichols, 61 anni: morto dopo averlo chiesto in Quebec, perché gravemente depresso. I familiari erano contrari, ma non hanno potuto fare nulla per salvarlo. E ancora il caso di Godelieva de Troyer in Belgio, morta anche lei dopo averlo chiesto a causa di una depressione. Depressione acuita nell’ultimo periodo della sua vita, oltre che dal suicidio del suo ex marito, dalla rottura della relazione con il nuovo compagno e da un rapporto spesso burrascoso con i figli. Questi Paesi, ai loro cittadini fragili, hanno saputo offrire solo la morte come soluzione. Grazie a una legge probabilmente nata per aiutare a morire chi vive attaccato alle macchine senza speranze. Ed è questa la domanda che bisogna porsi quando si incontrano queste storie di dolore: vogliamo ancora che morte e vita si affrontino in un prodigioso duello? Nella risposta, il Paese, le persone che vogliamo essere.
Maserati McPura e Grancabrio (Stellantis Media)
Un po’ come è successo alla Maserati Grancabrio, la versione convertibile della Granturismo. Partiamo da quest’ultima, quindi, che è un po’ la madre della prima. La Granturismo viene presentata per la prima volta nel 2007 e aveva un vantaggio rispetto alla concorrenza. Anzi: un grosso vantaggio: era stata disegnata dallo studio Pininfarina. Il meglio per quanto riguarda il disegno automobilistico. Il design era quello di una coupé, fine e tagliente allo stesso tempo. Che fare quando hai un’auto così? La puoi solo immaginare anche in versione cabrio. Anzi: Grancabrio. Che arriva puntuale nel 2009. Come tutte le belle storie, però, anche in questa c’è la parola fine. Nel 2019 la Grancabrio esce di scena. L’anno dopo tocca anche alla Granturismo. Sulle due cala il sipario. Fine, quindi. O meglio: stop.
Perché negli ultimi anni la casa del Tridente è uscita con due nuove versioni della Grancabrio e della Granturismo. Le linee sono quelle che aveva immaginato Pininfarina, ma sono ovviamente più moderne. Gli interni sono curati fin nei più minimi dettagli. Visto anche il prezzo nulla è lasciato al caso. La Grancabrio è presente sia con motore termico sia elettrico.
Ma non ci sono solo loro due tra le novità di Maserati di quest’anno. C’è pure la McPura. Anche per lei vale il concetto elaborato da Lavoisier: «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma». La base è quella della Mc20, dove la «M» sta ovviamente per Maserati e la «C» per corse. Il 20, lo sfortunato anno del Covid, indica invece la data. Una supercar che ora viene presentata in una versione aggiornata seguendo tre direttrici principali: meno compromessi; più attenzione al rapporto uomo-macchina; e, infine, ispirazione alle supercar più analogiche. Questa è la nuova Mc. Pura. Essenziale. E capace di portare chi la guida da 0 a 100 km/h in meno di tre secondi.
Dopo esser tornate protagoniste su strada, la Grancabrio e la McPura sono presenti anche al Rolex Monte-Carlo Masters, che si sta svolgendo proprio in questi giorni. Una presenza che si inserisce in un progetto più ampio di Maserati per celebrare i cent’anni del simbolo del Tridente. La Grancabrio foggia una novità assoluta nella storia del Marchio: la prima capote completamente personalizzata, attraverso il programma Fuoriserie. Un primato che segna una nuova frontiera per il modello, già unico nel panorama automotive per offrire anche una versione Bev. Realizzata in un intenso blu Maserati, la capote celebra i cento anni del Tridente grazie a un raffinato gioco di lavorazioni che combinano intreccio e ricamo. In dettaglio, il simbolo iconico si declina in una doppia interpretazione, con richiami cromatici al bianco e al lime ispirati alle palline da tennis, mentre la firma Maserati sul C-pillar completa un insieme di straordinaria eleganza e coerenza stilistica. Questa innovazione apre nuove prospettive nel mondo della personalizzazione Fuoriserie, introducendo a catalogo diverse possibilità di configurazione della capote, dal colore ai dettagli sartoriali fino a soluzioni bespoke sviluppate su richiesta del cliente. La vettura è esposta presso il Commercial Village e veste una livrea Verde Royale e interni Ice. La McPura, invece, è presentata nella tinta Ai Acqua Rainbow, una tinta speciale sviluppata da Maserati Fuoriserie. Si tratta di un azzurro cangiante che, alla luce del sole, si trasforma rivelando riflessi iridescenti ispirati al prisma e alla scomposizione della luce. Il risultato è un colore raffinato e dinamico, ottenuto attraverso pigmenti speciali, capace di generare un effetto visivo sorprendente. All’interno spiccano i sedili in Alcantara Ice, lavorati al laser che fanno emergere il Tridente. L’esemplare è esposto presso l’esclusivo Vip Village.
Segno che aveva ragione Lavoisier: «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma». A volte tutto si migliora.
Continua a leggereRiduci