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2022-08-03
I giudici inglesi condannano il piccolo Archie
Archie Battersbee
La speranza è durata solo per qualche ora per Archie Battersbee, il dodicenne inglese che si trova ricoverato dal 7 aprile al Royal London Hospital, attaccato a un respiratore, che i medici hanno deciso di spegnere. Ieri doveva essere il giorno finale per lui, con il distacco dei macchinari, ma in mattinata i suoi genitori hanno lanciato un appello disperato alla Corte suprema britannica per chiedere tempo. I giudici lo hanno accolto, hanno fermato i dottori e avviato la loro analisi. I genitori del ragazzino, Holly Dance, 46 anni e Paul Battersbee, 56 anni, alimentavano delle speranze, sognavano un lieto fine. Che invece non c’è stato. Nel tardo pomeriggio, infatti, i giudici della Corte suprema si sono pronunciati e hanno rigettato l’appello, quindi autorizzato lo spegnimento del respiratore. Non è chiaro quando avverrà, ma potrebbe ormai essere davvero questione di ore.
La decisione dei giudici della Corte suprema ha confermato la sentenza della Corte d’appello. Secondo Lord Hodge, Lord Kitchin e Lord Stephens, come già stabilito il 25 luglio dal giudice Hayden, «non ci sono prospettive di un recupero significativo per Archie». A loro parere, anche se fosse mantenuto il collegamento con le macchine, il bambino morirebbe nel giro di poche settimane, perché i suoi organi non avrebbero la forza di resistere o il suo cuore lo abbandonerebbe. Quindi, hanno scritto, «mantenere un regime di supporto medico servirebbe solo a rinviare la sua morte». Anche i tre giudici della Corte suprema si sono detti «dispiaciuti» di dover assumere questa decisione soprattutto per i genitori del ragazzino e per il loro dolore, ma lo hanno fatto convinti che «in base alla legge di Inghilterra e Galles, bisogna fare riferimento al miglior interesse di Archie».
Dichiarazioni che hanno scatenato il disappunto di Holly Dance che ha dichiarato ai giornalisti: «Nessuna delle autorità ci ha mostrato comprensione e sostegno come famiglia, se si escludono le Nazioni Unite. Ci sentiamo traditi e continueremo a combattere». La madre di Archie ha dichiarato di avere in serbo un’ultima cartuccia da sparare prime di darsi per vinta, ma ha voluto ribadire che ormai si sente delusa dal suo Paese, «che pensa di poter uccidere dei bambini solo perché hanno delle disabilità».
Anche Andrea Williams, direttore esecutivo del Christian legal centre che sostiene la famiglia Battersbee, ha voluto intervenire ieri pomeriggio. «Il caso di Archie mostra che serve una riforma sostanziale per proteggere le persone vulnerabili e le loro famiglie, nei casi di fine vita. Deve essere approvata una legge che regoli queste circostanze».
A suo parere viene sancito un precedente pericoloso, dalla vicenda del ragazzino, che ha subito un danno cerebrale grave, a causa di un soffocamento avvenuto nella sua casa di Southend in Essex, forse mentre era impegnato in una sfida su internet. «I genitori di Archie sperano in un miracolo e ci sono tante storie nel mondo di persone che hanno avuto guarigioni miracolose, contro ogni probabilità e contro le diagnosi mediche» ha aggiunto.
A sperare e pregare per un miracolo sono i parenti e gli amici del piccolo Archie, un ragazzino vivace con gli occhi chiari e i capelli biondi, un giovane talento della ginnastica artistica. Ma anche le associazioni pro life, che stanno manifestando e combattendo a fianco dei Battersbea. L’ennesima battaglia di questo genere nel Regno Unito, dove negli ultimi anni i giudici sono stati chiamati spesso a trovare un equilibrio tra le ragioni mediche e la tutela della vita di un minore. Il primo caso finito al centro delle cronache è stato quello di Charlie Guard, «terminato» dai sanitari nel luglio del 2017, quando non aveva nemmeno un anno, dopo una lunga battaglia di impatto internazionale. Poi c’è stata la storia di Alfie Evans, pure condannato a morte attraverso lo spegnimento del respiratore cui era collegato, pochi giorni prima del suo terzo compleanno. L’unica a «sfuggire» a questa sorte, sino ad ora, è stata Tafida Raqeeb, che adesso ha 7 anni e si trova in cura al Gaslini di Genova, grazie alla vittoria legale conseguita dalla sua famiglia. La madre Shelina Begum, tra l’altro, sta seguendo il caso di Archie, è in contatto con Hollie Dance e ha offerto supporto alla famiglia tramite la Fondazione creata in nome di sua figlia.
Le due donne hanno in comune una grande voglia di combattere. Ancora ieri, prima che arrivasse la decisione della Corte suprema, Hollie Dance parlava ai giornalisti spiegando che non voleva cedere. «Stiamo combattendo con l’ospedale per ogni singola scelta», diceva, «e non siamo trattati con dignità. Non capiamo che fretta ci sia di spegnere le macchine ma terremo duro». Proprio come ha fatto la mamma di Tafida Raqeeb, che ha ottenuto il permesso di partire per il Gaslini, l’ospedale di Genova che si era offerto di curarla e dove adesso sta migliorando. Nonostante i medici inglesi ritenessero che era nel suo miglior interesse morire.
Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile»
Aveva 69 anni la signora Elena ed era malata di cancro. Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, l’ha accompagnata in Svizzera per morire. E così è stato. La storia di dolore di una donna, malata terminale per un tumore ai polmoni, ancora una volta frutto della speculazione di chi vorrebbe che la morte facile possa divenire un diritto, una «libera scelta».
Elena non ce la faceva ad accogliere la morte, aveva paura, un terrore che non la rendeva lucida, lo diceva lei stessa: «Ho detto a mio marito e alla mia famiglia: sono davanti a un bivio. Posso prendere una strada un po’ più lunga che mi porta all’inferno. E un’altra, più breve, che mi porta in Svizzera. Ho scelto la seconda». Poi ha aggiunto: «Ho detto a mio marito» ha continuato, «che se avesse provato a dissuadermi, fra un mese o due, quando mi avrebbe visto sofferente se ne sarebbe pentito». Qui interviene il dolore di chi resta, di chi si è visto negare la forma più estrema dell’amore, la cura di chi più ami.
Ogni famiglia, o quasi, ha conosciuto questo dolore. Chi non lo ha vissuto, probabilmente lo vivrà prima o poi nell’arco di una vita intera. L’associazione Luca Coscioni questo lo sa. La battaglia dell’associazione, però, non è mai stata rendere la morte più sopportabile, più dignitosa, anche quando questa pare inevitabile. Non è mai stata combattere per fornire un’assistenza ai familiari dei malati, costretti ad accompagnare le persone che amano in questo viaggio incredibilmente spaventoso. L’associazione Luca Coscioni specula su questo dolore per rendere legale ed eticamente accettabile la cultura della morte. «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello». È un passaggio celebre della sequenza pasquale. In questo caso, però, non si tratta di esser credenti o meno, si tratta di decidere se rinnegare la cultura che combatte per la vita fino al suo ultimo istante.
«È stato un viaggio lungo, oltre otto ore dal Veneto», ha commentato Marco Cappato, «un viaggio reso necessario dal fatto che Elena non avrebbe potuto ottenere questa possibilità in Italia, perché la sentenza della Corte costituzionale esclude che possano essere aiutate a morire persone che non siano tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. Ora mi autodenuncio». La signora Elena, pensionata, non era attaccata a una macchina, non assumeva farmaci, salvo antibiotici e antidolorifici secondo necessità. Ha quindi preferito andare in Svizzera senza attendere ulteriormente.
Per Marco Cappato, che non più tardi di una settimana fa ha deciso anche lui di formare una sua lista per le prossime elezioni politiche, si tratta di una nuova disobbedienza civile, nonché di una nuova forma di visibilità. La persona che ha accompagnato non è «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale», non rientra quindi nei casi previsti dalla sentenza 242\2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato\Dj Fabo per l’accesso al suicidio assistito in Italia.
Nei Paesi considerati più evoluti del nostro, su questo piano, il suicidio assistito è legge. E non ha bisogno di motivazioni. Come nel caso di Noa Pothoven che a 17 anni ha chiesto e ottenuto di morire legalmente in Olanda, perché vittima di uno stupro dal quale non riusciva a riprendersi. O come Alan Nichols, 61 anni: morto dopo averlo chiesto in Quebec, perché gravemente depresso. I familiari erano contrari, ma non hanno potuto fare nulla per salvarlo. E ancora il caso di Godelieva de Troyer in Belgio, morta anche lei dopo averlo chiesto a causa di una depressione. Depressione acuita nell’ultimo periodo della sua vita, oltre che dal suicidio del suo ex marito, dalla rottura della relazione con il nuovo compagno e da un rapporto spesso burrascoso con i figli.
Questi Paesi, ai loro cittadini fragili, hanno saputo offrire solo la morte come soluzione. Grazie a una legge probabilmente nata per aiutare a morire chi vive attaccato alle macchine senza speranze. Ed è questa la domanda che bisogna porsi quando si incontrano queste storie di dolore: vogliamo ancora che morte e vita si affrontino in un prodigioso duello? Nella risposta, il Paese, le persone che vogliamo essere.
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La Corte suprema britannica ha rigettato anche l’ultimo appello presentato dai genitori del bimbo di 12 anni che vive da mesi attaccato a una macchina. L’ospedale di Londra può staccare la ventilazione assistita: «È una decisione presa nel suo interesse».Marco Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile». La scelta della donna, 69 anni, spettacolarizzata dall’ex radicale: «Mi autodenuncio».Lo speciale comprende due articoli. La speranza è durata solo per qualche ora per Archie Battersbee, il dodicenne inglese che si trova ricoverato dal 7 aprile al Royal London Hospital, attaccato a un respiratore, che i medici hanno deciso di spegnere. Ieri doveva essere il giorno finale per lui, con il distacco dei macchinari, ma in mattinata i suoi genitori hanno lanciato un appello disperato alla Corte suprema britannica per chiedere tempo. I giudici lo hanno accolto, hanno fermato i dottori e avviato la loro analisi. I genitori del ragazzino, Holly Dance, 46 anni e Paul Battersbee, 56 anni, alimentavano delle speranze, sognavano un lieto fine. Che invece non c’è stato. Nel tardo pomeriggio, infatti, i giudici della Corte suprema si sono pronunciati e hanno rigettato l’appello, quindi autorizzato lo spegnimento del respiratore. Non è chiaro quando avverrà, ma potrebbe ormai essere davvero questione di ore. La decisione dei giudici della Corte suprema ha confermato la sentenza della Corte d’appello. Secondo Lord Hodge, Lord Kitchin e Lord Stephens, come già stabilito il 25 luglio dal giudice Hayden, «non ci sono prospettive di un recupero significativo per Archie». A loro parere, anche se fosse mantenuto il collegamento con le macchine, il bambino morirebbe nel giro di poche settimane, perché i suoi organi non avrebbero la forza di resistere o il suo cuore lo abbandonerebbe. Quindi, hanno scritto, «mantenere un regime di supporto medico servirebbe solo a rinviare la sua morte». Anche i tre giudici della Corte suprema si sono detti «dispiaciuti» di dover assumere questa decisione soprattutto per i genitori del ragazzino e per il loro dolore, ma lo hanno fatto convinti che «in base alla legge di Inghilterra e Galles, bisogna fare riferimento al miglior interesse di Archie». Dichiarazioni che hanno scatenato il disappunto di Holly Dance che ha dichiarato ai giornalisti: «Nessuna delle autorità ci ha mostrato comprensione e sostegno come famiglia, se si escludono le Nazioni Unite. Ci sentiamo traditi e continueremo a combattere». La madre di Archie ha dichiarato di avere in serbo un’ultima cartuccia da sparare prime di darsi per vinta, ma ha voluto ribadire che ormai si sente delusa dal suo Paese, «che pensa di poter uccidere dei bambini solo perché hanno delle disabilità».Anche Andrea Williams, direttore esecutivo del Christian legal centre che sostiene la famiglia Battersbee, ha voluto intervenire ieri pomeriggio. «Il caso di Archie mostra che serve una riforma sostanziale per proteggere le persone vulnerabili e le loro famiglie, nei casi di fine vita. Deve essere approvata una legge che regoli queste circostanze». A suo parere viene sancito un precedente pericoloso, dalla vicenda del ragazzino, che ha subito un danno cerebrale grave, a causa di un soffocamento avvenuto nella sua casa di Southend in Essex, forse mentre era impegnato in una sfida su internet. «I genitori di Archie sperano in un miracolo e ci sono tante storie nel mondo di persone che hanno avuto guarigioni miracolose, contro ogni probabilità e contro le diagnosi mediche» ha aggiunto.A sperare e pregare per un miracolo sono i parenti e gli amici del piccolo Archie, un ragazzino vivace con gli occhi chiari e i capelli biondi, un giovane talento della ginnastica artistica. Ma anche le associazioni pro life, che stanno manifestando e combattendo a fianco dei Battersbea. L’ennesima battaglia di questo genere nel Regno Unito, dove negli ultimi anni i giudici sono stati chiamati spesso a trovare un equilibrio tra le ragioni mediche e la tutela della vita di un minore. Il primo caso finito al centro delle cronache è stato quello di Charlie Guard, «terminato» dai sanitari nel luglio del 2017, quando non aveva nemmeno un anno, dopo una lunga battaglia di impatto internazionale. Poi c’è stata la storia di Alfie Evans, pure condannato a morte attraverso lo spegnimento del respiratore cui era collegato, pochi giorni prima del suo terzo compleanno. L’unica a «sfuggire» a questa sorte, sino ad ora, è stata Tafida Raqeeb, che adesso ha 7 anni e si trova in cura al Gaslini di Genova, grazie alla vittoria legale conseguita dalla sua famiglia. La madre Shelina Begum, tra l’altro, sta seguendo il caso di Archie, è in contatto con Hollie Dance e ha offerto supporto alla famiglia tramite la Fondazione creata in nome di sua figlia.Le due donne hanno in comune una grande voglia di combattere. Ancora ieri, prima che arrivasse la decisione della Corte suprema, Hollie Dance parlava ai giornalisti spiegando che non voleva cedere. «Stiamo combattendo con l’ospedale per ogni singola scelta», diceva, «e non siamo trattati con dignità. Non capiamo che fretta ci sia di spegnere le macchine ma terremo duro». Proprio come ha fatto la mamma di Tafida Raqeeb, che ha ottenuto il permesso di partire per il Gaslini, l’ospedale di Genova che si era offerto di curarla e dove adesso sta migliorando. Nonostante i medici inglesi ritenessero che era nel suo miglior interesse morire.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-inglesi-condannano-il-piccolo-archie-2657796370.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cappato-ha-portato-elena-in-svizzera-per-farle-avere-una-morte-facile" data-post-id="2657796370" data-published-at="1659472109" data-use-pagination="False"> Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile» Aveva 69 anni la signora Elena ed era malata di cancro. Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, l’ha accompagnata in Svizzera per morire. E così è stato. La storia di dolore di una donna, malata terminale per un tumore ai polmoni, ancora una volta frutto della speculazione di chi vorrebbe che la morte facile possa divenire un diritto, una «libera scelta». Elena non ce la faceva ad accogliere la morte, aveva paura, un terrore che non la rendeva lucida, lo diceva lei stessa: «Ho detto a mio marito e alla mia famiglia: sono davanti a un bivio. Posso prendere una strada un po’ più lunga che mi porta all’inferno. E un’altra, più breve, che mi porta in Svizzera. Ho scelto la seconda». Poi ha aggiunto: «Ho detto a mio marito» ha continuato, «che se avesse provato a dissuadermi, fra un mese o due, quando mi avrebbe visto sofferente se ne sarebbe pentito». Qui interviene il dolore di chi resta, di chi si è visto negare la forma più estrema dell’amore, la cura di chi più ami. Ogni famiglia, o quasi, ha conosciuto questo dolore. Chi non lo ha vissuto, probabilmente lo vivrà prima o poi nell’arco di una vita intera. L’associazione Luca Coscioni questo lo sa. La battaglia dell’associazione, però, non è mai stata rendere la morte più sopportabile, più dignitosa, anche quando questa pare inevitabile. Non è mai stata combattere per fornire un’assistenza ai familiari dei malati, costretti ad accompagnare le persone che amano in questo viaggio incredibilmente spaventoso. L’associazione Luca Coscioni specula su questo dolore per rendere legale ed eticamente accettabile la cultura della morte. «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello». È un passaggio celebre della sequenza pasquale. In questo caso, però, non si tratta di esser credenti o meno, si tratta di decidere se rinnegare la cultura che combatte per la vita fino al suo ultimo istante. «È stato un viaggio lungo, oltre otto ore dal Veneto», ha commentato Marco Cappato, «un viaggio reso necessario dal fatto che Elena non avrebbe potuto ottenere questa possibilità in Italia, perché la sentenza della Corte costituzionale esclude che possano essere aiutate a morire persone che non siano tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. Ora mi autodenuncio». La signora Elena, pensionata, non era attaccata a una macchina, non assumeva farmaci, salvo antibiotici e antidolorifici secondo necessità. Ha quindi preferito andare in Svizzera senza attendere ulteriormente. Per Marco Cappato, che non più tardi di una settimana fa ha deciso anche lui di formare una sua lista per le prossime elezioni politiche, si tratta di una nuova disobbedienza civile, nonché di una nuova forma di visibilità. La persona che ha accompagnato non è «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale», non rientra quindi nei casi previsti dalla sentenza 242\2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato\Dj Fabo per l’accesso al suicidio assistito in Italia. Nei Paesi considerati più evoluti del nostro, su questo piano, il suicidio assistito è legge. E non ha bisogno di motivazioni. Come nel caso di Noa Pothoven che a 17 anni ha chiesto e ottenuto di morire legalmente in Olanda, perché vittima di uno stupro dal quale non riusciva a riprendersi. O come Alan Nichols, 61 anni: morto dopo averlo chiesto in Quebec, perché gravemente depresso. I familiari erano contrari, ma non hanno potuto fare nulla per salvarlo. E ancora il caso di Godelieva de Troyer in Belgio, morta anche lei dopo averlo chiesto a causa di una depressione. Depressione acuita nell’ultimo periodo della sua vita, oltre che dal suicidio del suo ex marito, dalla rottura della relazione con il nuovo compagno e da un rapporto spesso burrascoso con i figli. Questi Paesi, ai loro cittadini fragili, hanno saputo offrire solo la morte come soluzione. Grazie a una legge probabilmente nata per aiutare a morire chi vive attaccato alle macchine senza speranze. Ed è questa la domanda che bisogna porsi quando si incontrano queste storie di dolore: vogliamo ancora che morte e vita si affrontino in un prodigioso duello? Nella risposta, il Paese, le persone che vogliamo essere.
Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
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Maurizio Landini (Ansa)
Noi ancora continuiamo a pensare che si rivolga agli operai, agli impiegati, magari ai precari. Ottusamente, non abbiamo capito che questo è passato. La Cgil, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per mostrarci che eravamo in errore, ma noi duri: insistevamo con i lavoratori, i residui della borghesia e del proletariato. Invece oggi il sindacato si rivolge a un altro pubblico. Gli intellettuali, l’alta borghesia di sinistra, la classe creativa tanto celebrata dagli ideologi liberal americani dei primi anni Novanta. Quelli radicali nei toni, ultraliberisti nei modi (e per lo più a proprio favore).
L’illuminazione a riguardo ci è arrivata in queste ultime ore. Cioè quando abbiamo appreso che il sindacato ha messo in piedi una grande iniziativa. Oggi, apprendiamo, «è il giorno dello sciopero della cultura proclamato da Fp Cgil e Nidil Cgil», Insomma scioperano i lavoratori della cultura, quelli che tengono in piedi eventi, rassegne, festival e kermesse assortite. Giusto, giustissimo. Sappiamo da anni che l’intero comparto si regge su stipendi ridicoli, totale precarietà, finte partite Iva e patetico clientelismo, spesso alimentato proprio da editori, associazioni e organizzatori che fanno grandi professioni di socialismo e poi non pagano l’ufficio stampa.
Che cosa chiede la Cgil? Forse una redistribuzione del reddito fra autori e editori celebrati e operai dell’editoria? Forse riduzione del compenso degli attori a favore delle maestranze? Macché. Lo sciopero serve «per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura, mettendo a rischio la continuità quotidiana del servizio pubblico». E «per chiedere di rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi». Insomma, il sindacato vuole più soldi per la cultura, così che il sistema rimanga uguale e i soliti continuino a guadagnare, magari con un bel film sovvenzionato dallo Stato che nessuno andrà a vedere. O con uno spettacolo appaltato ai soliti amici del giro buono, che ringrazieranno firmando il prossimo appello promosso da Pd e Cgil.
A tale riguardo il sindacato ci offre un meraviglioso spunto. Domani, finito lo sciopero, le truppe sinistrorse della Cgil sfileranno a Roma assieme ai patrioti dell’Anpi e dell’Arci contro il corteo organizzato dal comitato Remigrazione contro l’immigrazione di massa. La locandina della manifestazione l’ha disegnata l’amico Zerocalcare. Cioè un signore che, per la serie animata Due spicci realizzata per Netflix, ha beneficiato di contributi pubblici tramite tax credit per la bellezza di 3 milioni di euro. Giova ricordare che attorno alla serie ci sono state anche alcune polemiche partite dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, dove sono comparse denunce anonime di alcuni professionisti che lamentano di aver dovuto sopportare condizioni di lavoro non proprio favorevolissime. La produzione della serie si è affrettata a mandare smentite e diffide, l’Unione animatori ha tenuto il punto. In ogni caso, quel che conta è l’intervento di Zerocalcare medesimo, che ha dichiarato: «Il dato surreale di tutta questa discussione è che io non sono né un animatore né un produttore. Quindi non ho proprio gli strumenti per fare proposte valide su ‘sta roba». Il fatto, però, è che di «quella roba» lui non è solo autore, ma anche produttore esecutivo. Può darsi sia un incarico formale per fargli avere più controllo creativo o più soldi. Ma scaricare a prescindere le colpe su altri è un po’ troppo facile. Tanto più che la Cgil ha promosso un referendum che chiedeva tra le altre cose di sanzionare gli imprenditori proprio per circostanze simili, cioè per lo sfruttamento operato da altri.
Questo bel quadretto ci ha fatto aprire gli occhi sul sindacato. Zerocalcare è il perfetto esponente della categoria sociale a cui la Cgil si rivolge. Il militante che lavora per il colosso multinazionale e scarica le responsabilità, salvo poi disegnare i manifesti di lotta e boicottare le kermesse dove ci sono «i fascisti». Magari proprio le stesse kermesse in cui lavoratori precari si dannano per vendere i libri degli autori radicali e combattenti. Il target della Cgil sono i produttori a cui si devono dare più soldi pubblici perché continuino a esercitare l’egemonia (economica più che culturale). A questo genere di intellettuali e starlette piace occuparsi di grandi temi come l’immigrazione, perché li fa sentire bravi e umani. E la Cgil li accontenta chiedendo di censurare le manifestazioni sulla remigrazione e sponsorizzando l’accoglienza. Se poi l’immigrazione produce disastri come quello di Amendolara, dove i caporali pakistani hanno bruciato vivi quattro braccianti loro connazionali, è comunque colpa dei perfidi fasci.
Prima di chiedere censure a destra e a manca (soprattutto a destra), la Cgil dovrebbe guardare in casa propria. Pensare agli amici Vip di cui si circonda e ai propri rappresentanti. Ad esempio Mauro Baldi, 66 anni, già segretario provinciale di Rovigo della sezione agricoltura della Cgil ora divenuto segretario provinciale a Sicurezza e Legalità, Ambiente, Artigianato e Immigrazione. Costui è finito a processo per falsa testimonianza nell’ambito di una brutta storia che coinvolge alcuni lavoratori sfruttati, per cui sono stati condannati a due anni e tre mesi per estorsione tre imprenditori.
Come spiega Il Corriere della Sera, «secondo l’accusa, con l’avallo della Cgil, il 19 dicembre 2017 i tre datori di lavoro avevano fatto firmare un accordo stragiudiziale a tre operai paventando loro un licenziamento o che i loro contratti non sarebbero stati rinnovati, se non avessero accettato di incassare 100 euro a testa come saldo e stralcio di ogni pretesa sugli straordinari che avanzavano». Certo, può darsi che - proprio come Zerocalcare - il sindacalista di Rovigo sia innocente. Ma una riflessione sul tema la Cgil potrebbe anche farla, visto quanto ama fare la morale agli altri. Sappiamo però che non si disturberà: dopo tutto si tratta solo di qualche operaio sfruttato, roba che non rientra fra le competenze del sindacato.
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