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2022-08-03
I giudici inglesi condannano il piccolo Archie
Archie Battersbee
La speranza è durata solo per qualche ora per Archie Battersbee, il dodicenne inglese che si trova ricoverato dal 7 aprile al Royal London Hospital, attaccato a un respiratore, che i medici hanno deciso di spegnere. Ieri doveva essere il giorno finale per lui, con il distacco dei macchinari, ma in mattinata i suoi genitori hanno lanciato un appello disperato alla Corte suprema britannica per chiedere tempo. I giudici lo hanno accolto, hanno fermato i dottori e avviato la loro analisi. I genitori del ragazzino, Holly Dance, 46 anni e Paul Battersbee, 56 anni, alimentavano delle speranze, sognavano un lieto fine. Che invece non c’è stato. Nel tardo pomeriggio, infatti, i giudici della Corte suprema si sono pronunciati e hanno rigettato l’appello, quindi autorizzato lo spegnimento del respiratore. Non è chiaro quando avverrà, ma potrebbe ormai essere davvero questione di ore.
La decisione dei giudici della Corte suprema ha confermato la sentenza della Corte d’appello. Secondo Lord Hodge, Lord Kitchin e Lord Stephens, come già stabilito il 25 luglio dal giudice Hayden, «non ci sono prospettive di un recupero significativo per Archie». A loro parere, anche se fosse mantenuto il collegamento con le macchine, il bambino morirebbe nel giro di poche settimane, perché i suoi organi non avrebbero la forza di resistere o il suo cuore lo abbandonerebbe. Quindi, hanno scritto, «mantenere un regime di supporto medico servirebbe solo a rinviare la sua morte». Anche i tre giudici della Corte suprema si sono detti «dispiaciuti» di dover assumere questa decisione soprattutto per i genitori del ragazzino e per il loro dolore, ma lo hanno fatto convinti che «in base alla legge di Inghilterra e Galles, bisogna fare riferimento al miglior interesse di Archie».
Dichiarazioni che hanno scatenato il disappunto di Holly Dance che ha dichiarato ai giornalisti: «Nessuna delle autorità ci ha mostrato comprensione e sostegno come famiglia, se si escludono le Nazioni Unite. Ci sentiamo traditi e continueremo a combattere». La madre di Archie ha dichiarato di avere in serbo un’ultima cartuccia da sparare prime di darsi per vinta, ma ha voluto ribadire che ormai si sente delusa dal suo Paese, «che pensa di poter uccidere dei bambini solo perché hanno delle disabilità».
Anche Andrea Williams, direttore esecutivo del Christian legal centre che sostiene la famiglia Battersbee, ha voluto intervenire ieri pomeriggio. «Il caso di Archie mostra che serve una riforma sostanziale per proteggere le persone vulnerabili e le loro famiglie, nei casi di fine vita. Deve essere approvata una legge che regoli queste circostanze».
A suo parere viene sancito un precedente pericoloso, dalla vicenda del ragazzino, che ha subito un danno cerebrale grave, a causa di un soffocamento avvenuto nella sua casa di Southend in Essex, forse mentre era impegnato in una sfida su internet. «I genitori di Archie sperano in un miracolo e ci sono tante storie nel mondo di persone che hanno avuto guarigioni miracolose, contro ogni probabilità e contro le diagnosi mediche» ha aggiunto.
A sperare e pregare per un miracolo sono i parenti e gli amici del piccolo Archie, un ragazzino vivace con gli occhi chiari e i capelli biondi, un giovane talento della ginnastica artistica. Ma anche le associazioni pro life, che stanno manifestando e combattendo a fianco dei Battersbea. L’ennesima battaglia di questo genere nel Regno Unito, dove negli ultimi anni i giudici sono stati chiamati spesso a trovare un equilibrio tra le ragioni mediche e la tutela della vita di un minore. Il primo caso finito al centro delle cronache è stato quello di Charlie Guard, «terminato» dai sanitari nel luglio del 2017, quando non aveva nemmeno un anno, dopo una lunga battaglia di impatto internazionale. Poi c’è stata la storia di Alfie Evans, pure condannato a morte attraverso lo spegnimento del respiratore cui era collegato, pochi giorni prima del suo terzo compleanno. L’unica a «sfuggire» a questa sorte, sino ad ora, è stata Tafida Raqeeb, che adesso ha 7 anni e si trova in cura al Gaslini di Genova, grazie alla vittoria legale conseguita dalla sua famiglia. La madre Shelina Begum, tra l’altro, sta seguendo il caso di Archie, è in contatto con Hollie Dance e ha offerto supporto alla famiglia tramite la Fondazione creata in nome di sua figlia.
Le due donne hanno in comune una grande voglia di combattere. Ancora ieri, prima che arrivasse la decisione della Corte suprema, Hollie Dance parlava ai giornalisti spiegando che non voleva cedere. «Stiamo combattendo con l’ospedale per ogni singola scelta», diceva, «e non siamo trattati con dignità. Non capiamo che fretta ci sia di spegnere le macchine ma terremo duro». Proprio come ha fatto la mamma di Tafida Raqeeb, che ha ottenuto il permesso di partire per il Gaslini, l’ospedale di Genova che si era offerto di curarla e dove adesso sta migliorando. Nonostante i medici inglesi ritenessero che era nel suo miglior interesse morire.
Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile»
Aveva 69 anni la signora Elena ed era malata di cancro. Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, l’ha accompagnata in Svizzera per morire. E così è stato. La storia di dolore di una donna, malata terminale per un tumore ai polmoni, ancora una volta frutto della speculazione di chi vorrebbe che la morte facile possa divenire un diritto, una «libera scelta».
Elena non ce la faceva ad accogliere la morte, aveva paura, un terrore che non la rendeva lucida, lo diceva lei stessa: «Ho detto a mio marito e alla mia famiglia: sono davanti a un bivio. Posso prendere una strada un po’ più lunga che mi porta all’inferno. E un’altra, più breve, che mi porta in Svizzera. Ho scelto la seconda». Poi ha aggiunto: «Ho detto a mio marito» ha continuato, «che se avesse provato a dissuadermi, fra un mese o due, quando mi avrebbe visto sofferente se ne sarebbe pentito». Qui interviene il dolore di chi resta, di chi si è visto negare la forma più estrema dell’amore, la cura di chi più ami.
Ogni famiglia, o quasi, ha conosciuto questo dolore. Chi non lo ha vissuto, probabilmente lo vivrà prima o poi nell’arco di una vita intera. L’associazione Luca Coscioni questo lo sa. La battaglia dell’associazione, però, non è mai stata rendere la morte più sopportabile, più dignitosa, anche quando questa pare inevitabile. Non è mai stata combattere per fornire un’assistenza ai familiari dei malati, costretti ad accompagnare le persone che amano in questo viaggio incredibilmente spaventoso. L’associazione Luca Coscioni specula su questo dolore per rendere legale ed eticamente accettabile la cultura della morte. «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello». È un passaggio celebre della sequenza pasquale. In questo caso, però, non si tratta di esser credenti o meno, si tratta di decidere se rinnegare la cultura che combatte per la vita fino al suo ultimo istante.
«È stato un viaggio lungo, oltre otto ore dal Veneto», ha commentato Marco Cappato, «un viaggio reso necessario dal fatto che Elena non avrebbe potuto ottenere questa possibilità in Italia, perché la sentenza della Corte costituzionale esclude che possano essere aiutate a morire persone che non siano tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. Ora mi autodenuncio». La signora Elena, pensionata, non era attaccata a una macchina, non assumeva farmaci, salvo antibiotici e antidolorifici secondo necessità. Ha quindi preferito andare in Svizzera senza attendere ulteriormente.
Per Marco Cappato, che non più tardi di una settimana fa ha deciso anche lui di formare una sua lista per le prossime elezioni politiche, si tratta di una nuova disobbedienza civile, nonché di una nuova forma di visibilità. La persona che ha accompagnato non è «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale», non rientra quindi nei casi previsti dalla sentenza 242\2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato\Dj Fabo per l’accesso al suicidio assistito in Italia.
Nei Paesi considerati più evoluti del nostro, su questo piano, il suicidio assistito è legge. E non ha bisogno di motivazioni. Come nel caso di Noa Pothoven che a 17 anni ha chiesto e ottenuto di morire legalmente in Olanda, perché vittima di uno stupro dal quale non riusciva a riprendersi. O come Alan Nichols, 61 anni: morto dopo averlo chiesto in Quebec, perché gravemente depresso. I familiari erano contrari, ma non hanno potuto fare nulla per salvarlo. E ancora il caso di Godelieva de Troyer in Belgio, morta anche lei dopo averlo chiesto a causa di una depressione. Depressione acuita nell’ultimo periodo della sua vita, oltre che dal suicidio del suo ex marito, dalla rottura della relazione con il nuovo compagno e da un rapporto spesso burrascoso con i figli.
Questi Paesi, ai loro cittadini fragili, hanno saputo offrire solo la morte come soluzione. Grazie a una legge probabilmente nata per aiutare a morire chi vive attaccato alle macchine senza speranze. Ed è questa la domanda che bisogna porsi quando si incontrano queste storie di dolore: vogliamo ancora che morte e vita si affrontino in un prodigioso duello? Nella risposta, il Paese, le persone che vogliamo essere.
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La Corte suprema britannica ha rigettato anche l’ultimo appello presentato dai genitori del bimbo di 12 anni che vive da mesi attaccato a una macchina. L’ospedale di Londra può staccare la ventilazione assistita: «È una decisione presa nel suo interesse».Marco Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile». La scelta della donna, 69 anni, spettacolarizzata dall’ex radicale: «Mi autodenuncio».Lo speciale comprende due articoli. La speranza è durata solo per qualche ora per Archie Battersbee, il dodicenne inglese che si trova ricoverato dal 7 aprile al Royal London Hospital, attaccato a un respiratore, che i medici hanno deciso di spegnere. Ieri doveva essere il giorno finale per lui, con il distacco dei macchinari, ma in mattinata i suoi genitori hanno lanciato un appello disperato alla Corte suprema britannica per chiedere tempo. I giudici lo hanno accolto, hanno fermato i dottori e avviato la loro analisi. I genitori del ragazzino, Holly Dance, 46 anni e Paul Battersbee, 56 anni, alimentavano delle speranze, sognavano un lieto fine. Che invece non c’è stato. Nel tardo pomeriggio, infatti, i giudici della Corte suprema si sono pronunciati e hanno rigettato l’appello, quindi autorizzato lo spegnimento del respiratore. Non è chiaro quando avverrà, ma potrebbe ormai essere davvero questione di ore. La decisione dei giudici della Corte suprema ha confermato la sentenza della Corte d’appello. Secondo Lord Hodge, Lord Kitchin e Lord Stephens, come già stabilito il 25 luglio dal giudice Hayden, «non ci sono prospettive di un recupero significativo per Archie». A loro parere, anche se fosse mantenuto il collegamento con le macchine, il bambino morirebbe nel giro di poche settimane, perché i suoi organi non avrebbero la forza di resistere o il suo cuore lo abbandonerebbe. Quindi, hanno scritto, «mantenere un regime di supporto medico servirebbe solo a rinviare la sua morte». Anche i tre giudici della Corte suprema si sono detti «dispiaciuti» di dover assumere questa decisione soprattutto per i genitori del ragazzino e per il loro dolore, ma lo hanno fatto convinti che «in base alla legge di Inghilterra e Galles, bisogna fare riferimento al miglior interesse di Archie». Dichiarazioni che hanno scatenato il disappunto di Holly Dance che ha dichiarato ai giornalisti: «Nessuna delle autorità ci ha mostrato comprensione e sostegno come famiglia, se si escludono le Nazioni Unite. Ci sentiamo traditi e continueremo a combattere». La madre di Archie ha dichiarato di avere in serbo un’ultima cartuccia da sparare prime di darsi per vinta, ma ha voluto ribadire che ormai si sente delusa dal suo Paese, «che pensa di poter uccidere dei bambini solo perché hanno delle disabilità».Anche Andrea Williams, direttore esecutivo del Christian legal centre che sostiene la famiglia Battersbee, ha voluto intervenire ieri pomeriggio. «Il caso di Archie mostra che serve una riforma sostanziale per proteggere le persone vulnerabili e le loro famiglie, nei casi di fine vita. Deve essere approvata una legge che regoli queste circostanze». A suo parere viene sancito un precedente pericoloso, dalla vicenda del ragazzino, che ha subito un danno cerebrale grave, a causa di un soffocamento avvenuto nella sua casa di Southend in Essex, forse mentre era impegnato in una sfida su internet. «I genitori di Archie sperano in un miracolo e ci sono tante storie nel mondo di persone che hanno avuto guarigioni miracolose, contro ogni probabilità e contro le diagnosi mediche» ha aggiunto.A sperare e pregare per un miracolo sono i parenti e gli amici del piccolo Archie, un ragazzino vivace con gli occhi chiari e i capelli biondi, un giovane talento della ginnastica artistica. Ma anche le associazioni pro life, che stanno manifestando e combattendo a fianco dei Battersbea. L’ennesima battaglia di questo genere nel Regno Unito, dove negli ultimi anni i giudici sono stati chiamati spesso a trovare un equilibrio tra le ragioni mediche e la tutela della vita di un minore. Il primo caso finito al centro delle cronache è stato quello di Charlie Guard, «terminato» dai sanitari nel luglio del 2017, quando non aveva nemmeno un anno, dopo una lunga battaglia di impatto internazionale. Poi c’è stata la storia di Alfie Evans, pure condannato a morte attraverso lo spegnimento del respiratore cui era collegato, pochi giorni prima del suo terzo compleanno. L’unica a «sfuggire» a questa sorte, sino ad ora, è stata Tafida Raqeeb, che adesso ha 7 anni e si trova in cura al Gaslini di Genova, grazie alla vittoria legale conseguita dalla sua famiglia. La madre Shelina Begum, tra l’altro, sta seguendo il caso di Archie, è in contatto con Hollie Dance e ha offerto supporto alla famiglia tramite la Fondazione creata in nome di sua figlia.Le due donne hanno in comune una grande voglia di combattere. Ancora ieri, prima che arrivasse la decisione della Corte suprema, Hollie Dance parlava ai giornalisti spiegando che non voleva cedere. «Stiamo combattendo con l’ospedale per ogni singola scelta», diceva, «e non siamo trattati con dignità. Non capiamo che fretta ci sia di spegnere le macchine ma terremo duro». Proprio come ha fatto la mamma di Tafida Raqeeb, che ha ottenuto il permesso di partire per il Gaslini, l’ospedale di Genova che si era offerto di curarla e dove adesso sta migliorando. Nonostante i medici inglesi ritenessero che era nel suo miglior interesse morire.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-inglesi-condannano-il-piccolo-archie-2657796370.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cappato-ha-portato-elena-in-svizzera-per-farle-avere-una-morte-facile" data-post-id="2657796370" data-published-at="1659472109" data-use-pagination="False"> Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile» Aveva 69 anni la signora Elena ed era malata di cancro. Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, l’ha accompagnata in Svizzera per morire. E così è stato. La storia di dolore di una donna, malata terminale per un tumore ai polmoni, ancora una volta frutto della speculazione di chi vorrebbe che la morte facile possa divenire un diritto, una «libera scelta». Elena non ce la faceva ad accogliere la morte, aveva paura, un terrore che non la rendeva lucida, lo diceva lei stessa: «Ho detto a mio marito e alla mia famiglia: sono davanti a un bivio. Posso prendere una strada un po’ più lunga che mi porta all’inferno. E un’altra, più breve, che mi porta in Svizzera. Ho scelto la seconda». Poi ha aggiunto: «Ho detto a mio marito» ha continuato, «che se avesse provato a dissuadermi, fra un mese o due, quando mi avrebbe visto sofferente se ne sarebbe pentito». Qui interviene il dolore di chi resta, di chi si è visto negare la forma più estrema dell’amore, la cura di chi più ami. Ogni famiglia, o quasi, ha conosciuto questo dolore. Chi non lo ha vissuto, probabilmente lo vivrà prima o poi nell’arco di una vita intera. L’associazione Luca Coscioni questo lo sa. La battaglia dell’associazione, però, non è mai stata rendere la morte più sopportabile, più dignitosa, anche quando questa pare inevitabile. Non è mai stata combattere per fornire un’assistenza ai familiari dei malati, costretti ad accompagnare le persone che amano in questo viaggio incredibilmente spaventoso. L’associazione Luca Coscioni specula su questo dolore per rendere legale ed eticamente accettabile la cultura della morte. «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello». È un passaggio celebre della sequenza pasquale. In questo caso, però, non si tratta di esser credenti o meno, si tratta di decidere se rinnegare la cultura che combatte per la vita fino al suo ultimo istante. «È stato un viaggio lungo, oltre otto ore dal Veneto», ha commentato Marco Cappato, «un viaggio reso necessario dal fatto che Elena non avrebbe potuto ottenere questa possibilità in Italia, perché la sentenza della Corte costituzionale esclude che possano essere aiutate a morire persone che non siano tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. Ora mi autodenuncio». La signora Elena, pensionata, non era attaccata a una macchina, non assumeva farmaci, salvo antibiotici e antidolorifici secondo necessità. Ha quindi preferito andare in Svizzera senza attendere ulteriormente. Per Marco Cappato, che non più tardi di una settimana fa ha deciso anche lui di formare una sua lista per le prossime elezioni politiche, si tratta di una nuova disobbedienza civile, nonché di una nuova forma di visibilità. La persona che ha accompagnato non è «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale», non rientra quindi nei casi previsti dalla sentenza 242\2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato\Dj Fabo per l’accesso al suicidio assistito in Italia. Nei Paesi considerati più evoluti del nostro, su questo piano, il suicidio assistito è legge. E non ha bisogno di motivazioni. Come nel caso di Noa Pothoven che a 17 anni ha chiesto e ottenuto di morire legalmente in Olanda, perché vittima di uno stupro dal quale non riusciva a riprendersi. O come Alan Nichols, 61 anni: morto dopo averlo chiesto in Quebec, perché gravemente depresso. I familiari erano contrari, ma non hanno potuto fare nulla per salvarlo. E ancora il caso di Godelieva de Troyer in Belgio, morta anche lei dopo averlo chiesto a causa di una depressione. Depressione acuita nell’ultimo periodo della sua vita, oltre che dal suicidio del suo ex marito, dalla rottura della relazione con il nuovo compagno e da un rapporto spesso burrascoso con i figli. Questi Paesi, ai loro cittadini fragili, hanno saputo offrire solo la morte come soluzione. Grazie a una legge probabilmente nata per aiutare a morire chi vive attaccato alle macchine senza speranze. Ed è questa la domanda che bisogna porsi quando si incontrano queste storie di dolore: vogliamo ancora che morte e vita si affrontino in un prodigioso duello? Nella risposta, il Paese, le persone che vogliamo essere.
Il presidente Usa Donald Trump è atterrato a Pechino per un vertice con Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina da quasi un decennio, in un incontro volto a ridurre le tensioni tra le due superpotenze.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è arrivato a Pechino, dove è atteso per un vertice di alto profilo con il leader cinese Xi Jinping. L’incontro si inserisce in un contesto di forti tensioni tra Washington e Pechino e punta ad avviare un confronto diretto tra le due principali potenze globali.
Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina dopo quasi dieci anni, un passaggio considerato significativo sul piano diplomatico. Trump è atterrato all’aeroporto internazionale della capitale cinese a bordo dell’Air Force One, dando così avvio a una missione osservata con grande attenzione dalla comunità internazionale. All’arrivo a Pechino, Trump è stato accolto dal vice presidente cinese Han Zheng in una cerimonia sulla pista dell’aeroporto, tra tappeto rosso, saluti ufficiali e la presenza di una delegazione di bambini. Subito dopo lo sbarco dall’Air Force One, il tycoon ha stretto la mano al suo omologo cinese e ha ricevuto un omaggio floreale prima di salire sulla limousine presidenziale.
Sul piano geopolitico, da Pechino è arrivato un messaggio di apertura alla collaborazione: il ministero degli Esteri ha parlato di una volontà di «gestire le divergenze e ampliare la cooperazione» con Washington. Un clima che si inserisce in un contesto internazionale teso, segnato anche dalle dichiarazioni provenienti dall’Iran, dove un portavoce militare ha ipotizzato un possibile aumento dell’arricchimento dell’uranio fino al 90% in caso di nuova escalation. Secondo alcune indiscrezioni rilanciate dai media statunitensi, inoltre, l’amministrazione americana starebbe valutando nuove opzioni operative in caso di fallimento delle attuali trattative, con l’ipotesi di una ridefinizione delle operazioni militari legate allo scenario iraniano. Sullo sfondo, l’agenda della visita di Trump a Pechino include anche colloqui sul Medio Oriente e sulla questione di Taiwan, dossier centrali nei rapporti tra le due superpotenze.
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Friedrich Merz (Ansa)
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.
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Keir Starmer (Ansa)
Lui, per ora, resiste, attaccandosi a un cavillo: per farlo fuori da segretario serve che il 20% dei deputati lo sfiduci e candidino un altro leader. Come numeri ci siamo, ma formalmente non sarebbe stata ancora avviata la procedura formale prevista dallo statuto. E il soldato Keir, finché non lo mandano a casa dalla guida del partito, non esce neppure dal bunker del governo.
Starmer ha riunito il suo governo alle 10 del mattino e raccontano che sia stata una riunione tesa, con alcuni ministri che manco guardavano negli occhi il premier, arrabbiato perché anche i suoi alleati più fedeli da due giorni gli stavano consigliando di annunciare la data delle dimissioni, se non altro per placare le acque. Ma questa soluzione a Starmer non piace perché teme che gli sia concesso solo il tempo necessario a uno dei suoi possibili rivali di partito, il popolarissimo sindaco di Manchester Andy Burnham, per ottenere un seggio alle suppletive (basterebbe far dimettere un fedelissimo), tornare deputato (come da regolamento) e poi soffiargli la segreteria.
Mentre faceva tutti questi calcoli, il premier veniva mollato da quattro membri del governo: tre donne e un figlio di immigrati. Se ne sono andate Alex Davies-Jones, ministro per le Vittime e la violenza contro donne e ragazze, Jess Phillips, ministro per la Tutela dei minori, e Miatta Fahnbulleh, ministro per le Comunità. E a fine pomeriggio molla anche un pezzo da novanta come il vice della Salute, Zubir Ahmed, chirurgo, cinque figli, scozzese di nascita e figlio di un tassista pakistano. Ahmed era il simbolo del tentativo di rimettere in piedi la sanità pubblica, ma ieri se n’è andato scrivendo a Starmer: «È chiaro ormai da un po’ di giorni che la gente ha irrimediabilmente perso fiducia in te come primo ministero». Meno duro, ma comunque micidiale, l’addio per lettera di una fedelissima come Jess Phillips: «Sei una brava persona, ma ho toccato con mano che questo non basta». E poi gli spiega chiaramente che il suo tempo è finito quando aggiunge: «Non vedo quel cambiamento che volevo e quindi non posso continuare a fare il ministro sotto l’attuale leadership». Mentre l’ex collega Miatta Fahnbulleh, economista e liberiana di nascita, invitava il premier a «organizzare una transizione ordinata». Transizione che al momento il premier non ha nessuna intenzione di assecondare. Anche se l’Economist, per dire, ieri pomeriggio lo dava già per perso («Sir Starmer is on the way out») e il Guardian si divertiva a dedicare il suo approfondimento del giorno al seguente tema: «Perché tutti odiano Keir Starmer?».
Con i sondaggi che danno sempre il partito di Nigel Farage dieci punti sopra il Labour, si può provare a spiegare questa crisi, con il partito spaccato in due. Il motivo più immediato è la sconfitta elettorale rimediata la scorsa settimana, con i laburisti che hanno perso 1.500 consiglieri nelle elezioni locali in Inghilterra e che hanno ceduto il Galles, oltre ad aver registrato il peggior risultato di sempre al Parlamento scozzese. E poi c’è lo scandalo per la disgraziata nomina ad ambasciatore Usa di un vecchio arnese come Peter Mandelson, travolto dallo scandalo Epstein. Molti deputati laburisti, quando hanno scoperto i legami dell’ex ministro con il finanziere pedofilo, si sono rivoltati con Starmer. E forse non è un caso che tre ministri dimessi su quattro siano donne, più restie a perdonare certi comportamenti. La Phillips, ministro per la Tutela dei minori, non ci è passata sopra: «La saga di Mandelson quando è venuta a galla ha spinto il premier ad agire per renderci più credibili (su quei temi, ndr). Io non perderò mai l’occasione di una crisi per portare a casa progressi in favore delle donne e delle ragazze e quindi sono state fatte richieste e alcune sono state soddisfatte».
Se la giornata campale di Starmer e del suo governo non ha toccato più di tanto sterlina e Borsa, che hanno chiuso sostanzialmente invariate, i titoli pubblici a 10 anni sono saliti al 5,1% di rendimento, ovvero sui massimi dal luglio 2008, mentre i rendimenti delle obbligazioni trentennali sono schizzati al 5,8%, record dal lontano 1998. I mercati temono che un nuovo leader laburista non sappia fare a meno, per vincere, di promettere un aumento della spesa pubblica. Oppure che metta nuove tasse. Chi possa prendere il posto di Starmer, ammesso che non sia necessario mandargli il notaio del partito per schiodarlo dall’ufficio, non è ancora chiaro. Il rivale che teme di più è il sindaco di Manchester, Burnham (56 anni) , ma il premier si guarda le spalle anche dal rampante ministro della Salute Wes Streeting (43 anni), ala destra del partito e con un solo handicap: è anche lui vicino a Mandelson. Oggi Starmer e Streeting si incontreranno, dopo che ieri non si sono quasi rivolti la parola.
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(IStock)
Come quella di Marco Cavaleri, direttore del dipartimento rischi per la salute pubblica e della task force emergenze dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), pubblicata ieri su Repubblica. «I vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario», ha sostenuto il già responsabile dell’area vaccini e prevenzione delle malattie infettive dell’agenzia europea.
Un’affermazione in netto contrasto con la ricerca di coorte pubblicata su The Lancet nel febbraio 2022 e basata sui registri dell’intera popolazione svedese, che dimostrò come l’efficacia pratica dei vaccini Covid contro l’infezione sintomatica fosse svanita nel tempo, passando dal 92% nei giorni da 15 a 30 dopo la 2° dose fino alla perdita di efficacia significativa a partire dai 7 mesi.
In Italia, una pubblicazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sul British Medical Journal (BMJ) nel febbraio 2022, mostrava come nell’arco di 8-9 mesi anche nella media della popolazione italiana di età 40-59 anni la protezione dei vaccinati con 2 dosi scendeva appena sopra al livello dei non vaccinati, e dai 60 anni in poi addirittura sotto a quel livello. Un declino anche maggiore si è avuto nella popolazione ad alto rischio, con una discesa di un significativo -44% sotto al livello dei non vaccinati, a 8-9 mesi dalla 2° dose.
Nel Regno Unito, prendendo in esame le settimane dalla 36° del 2021 alla 13° 2022, la crescita di infezioni tra i vaccinati è stata impressionante, fino al +275% degli ultimi sette giorni resi disponibili. Poi, la Uk Health Security Agency comunicò di non pubblicare più questa tabella; però intanto, per chi voleva capire, era evidente che la protezione non solo calava ma diventava negativa.
La Commissione medico-scientifica indipendente (Cmsi) ha cercato di comprendere il perché di questa inversione, non certo addebitabile a un allentamento delle precauzioni individuali, e l’ipotesi ritenuta più plausibile è che sia dovuta a un deterioramento del sistema immunitario. Un deterioramento che «andrebbe incluso tra gli effetti avversi molto gravi di queste vaccinazioni ripetute», fa notare da anni la Cmsi.
Pure in Italia, secondo i dati dell’Iss, ad esempio con 3 dosi i vaccinati tra 40 e 59 anni si infettarono rapidamente di più, fino a superare le infezioni dei non vaccinati entro aprile 2022, e arrivare alla prima settimana del 2023 a +70% di casi positivi rispetto ai non vaccinati. Quindi, già a gennaio-marzo 2022 era chiaro che i vaccini non riducevano affatto la trasmissione, anzi. Dopo poche settimane dall’ultima dose trasmettevano l’infezione più dei non vaccinati. Altro che vaccinazione che riduce un po’ la trasmissione del virus, come ha dichiarato in audizione l’ex dg dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini.
Quindi, come si fa a proporre oggi ancora la narrazione che «i vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario»? Non solo. Nell’audizione in commissione parlamentare d’inchiesta di Eugenio Serravalle, presidente dell’Associazione di studi e informazioni sulla salute, il medico ha evidenziato i danni provocati alla popolazione in età pediatrica con la vaccinazione Covid.
Eppure, i segnali non mancavano. Nell’analisi retrospettiva nazionale su dati individuali di tutti i bambini italiani (3,6 milioni) pubblicata su The Lancet e relativa all’efficacia del vaccino BNT162b2 contro l’infezione da Sars-CoV-2 e il Covid-19 grave, con il monitoraggio dal 17 gennaio al 13 aprile 2022 si ammetteva che in fascia 5-11 anni i vaccini hanno efficacia pratica (Ve) inferiore rispetto ad altre età, e che la protezione dall’infezione scende al 38,7% tra 0 e 14 giorni dal completamento del ciclo primario, per calare al 21,2% «tra 43 e 84 giorni».
Serviva almeno a proteggere dal Covid grave? Niente affatto, si fermava al 41,1%. Invece, nel report esteso dell’Iss del 6 aprile 2022, i bambini tra 5-11 anni si infettavano il 21,6 % in più rispetto ai non vaccinati, non 21,2% in meno come si è fatto credere su Lancet. Se la vaccinazione Covid per i giovanissimi era inutile, mai abbastanza si parla degli eventi avversi che ha prodotto. Il dottor Serravalle ha citato diversi studi, ma soprattutto ha insistito sulla non attendibilità della farmacovigilanza passiva dell’Aifa che riporta una frequenza di segnalazioni più di 1.000 volte inferiore al sistema di monitoraggio v-safe gestito dai Cdc statunitensi.
«Serravalle ha spiegato che nelle persone in età pediatrica il rischio legato alla contrazione del virus era molto basso, ma nonostante ciò furono oggetto, dai 12 anni in su, della campagna vaccinale di massa impostata dall’allora governo», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, ricordando che «attraverso il super green pass fu impedito a ragazzi molto giovani, “colpevoli” di non essere vaccinati, di poter svolgere attività sportive […] questa politica sproporzionata rispetto al beneficio atteso fu estremamente grave».
Intanto, il gup di Roma ha dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per l’ex numero due dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ed ex direttore generale del ministero della Salute Ranieri Guerra, per l’allora direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Giuseppe Ruocco e per la dirigente del ministero della Salute Maria Grazia Pompa. La decisione riguarda lo stralcio delle indagini, trasmesse dai pm di Bergamo e Brescia per competenza territoriale nella capitale, relative al piano pandemico e alla gestione dell’emergenza Covid.
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