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2022-08-03
I giudici inglesi condannano il piccolo Archie
Archie Battersbee
La speranza è durata solo per qualche ora per Archie Battersbee, il dodicenne inglese che si trova ricoverato dal 7 aprile al Royal London Hospital, attaccato a un respiratore, che i medici hanno deciso di spegnere. Ieri doveva essere il giorno finale per lui, con il distacco dei macchinari, ma in mattinata i suoi genitori hanno lanciato un appello disperato alla Corte suprema britannica per chiedere tempo. I giudici lo hanno accolto, hanno fermato i dottori e avviato la loro analisi. I genitori del ragazzino, Holly Dance, 46 anni e Paul Battersbee, 56 anni, alimentavano delle speranze, sognavano un lieto fine. Che invece non c’è stato. Nel tardo pomeriggio, infatti, i giudici della Corte suprema si sono pronunciati e hanno rigettato l’appello, quindi autorizzato lo spegnimento del respiratore. Non è chiaro quando avverrà, ma potrebbe ormai essere davvero questione di ore.
La decisione dei giudici della Corte suprema ha confermato la sentenza della Corte d’appello. Secondo Lord Hodge, Lord Kitchin e Lord Stephens, come già stabilito il 25 luglio dal giudice Hayden, «non ci sono prospettive di un recupero significativo per Archie». A loro parere, anche se fosse mantenuto il collegamento con le macchine, il bambino morirebbe nel giro di poche settimane, perché i suoi organi non avrebbero la forza di resistere o il suo cuore lo abbandonerebbe. Quindi, hanno scritto, «mantenere un regime di supporto medico servirebbe solo a rinviare la sua morte». Anche i tre giudici della Corte suprema si sono detti «dispiaciuti» di dover assumere questa decisione soprattutto per i genitori del ragazzino e per il loro dolore, ma lo hanno fatto convinti che «in base alla legge di Inghilterra e Galles, bisogna fare riferimento al miglior interesse di Archie».
Dichiarazioni che hanno scatenato il disappunto di Holly Dance che ha dichiarato ai giornalisti: «Nessuna delle autorità ci ha mostrato comprensione e sostegno come famiglia, se si escludono le Nazioni Unite. Ci sentiamo traditi e continueremo a combattere». La madre di Archie ha dichiarato di avere in serbo un’ultima cartuccia da sparare prime di darsi per vinta, ma ha voluto ribadire che ormai si sente delusa dal suo Paese, «che pensa di poter uccidere dei bambini solo perché hanno delle disabilità».
Anche Andrea Williams, direttore esecutivo del Christian legal centre che sostiene la famiglia Battersbee, ha voluto intervenire ieri pomeriggio. «Il caso di Archie mostra che serve una riforma sostanziale per proteggere le persone vulnerabili e le loro famiglie, nei casi di fine vita. Deve essere approvata una legge che regoli queste circostanze».
A suo parere viene sancito un precedente pericoloso, dalla vicenda del ragazzino, che ha subito un danno cerebrale grave, a causa di un soffocamento avvenuto nella sua casa di Southend in Essex, forse mentre era impegnato in una sfida su internet. «I genitori di Archie sperano in un miracolo e ci sono tante storie nel mondo di persone che hanno avuto guarigioni miracolose, contro ogni probabilità e contro le diagnosi mediche» ha aggiunto.
A sperare e pregare per un miracolo sono i parenti e gli amici del piccolo Archie, un ragazzino vivace con gli occhi chiari e i capelli biondi, un giovane talento della ginnastica artistica. Ma anche le associazioni pro life, che stanno manifestando e combattendo a fianco dei Battersbea. L’ennesima battaglia di questo genere nel Regno Unito, dove negli ultimi anni i giudici sono stati chiamati spesso a trovare un equilibrio tra le ragioni mediche e la tutela della vita di un minore. Il primo caso finito al centro delle cronache è stato quello di Charlie Guard, «terminato» dai sanitari nel luglio del 2017, quando non aveva nemmeno un anno, dopo una lunga battaglia di impatto internazionale. Poi c’è stata la storia di Alfie Evans, pure condannato a morte attraverso lo spegnimento del respiratore cui era collegato, pochi giorni prima del suo terzo compleanno. L’unica a «sfuggire» a questa sorte, sino ad ora, è stata Tafida Raqeeb, che adesso ha 7 anni e si trova in cura al Gaslini di Genova, grazie alla vittoria legale conseguita dalla sua famiglia. La madre Shelina Begum, tra l’altro, sta seguendo il caso di Archie, è in contatto con Hollie Dance e ha offerto supporto alla famiglia tramite la Fondazione creata in nome di sua figlia.
Le due donne hanno in comune una grande voglia di combattere. Ancora ieri, prima che arrivasse la decisione della Corte suprema, Hollie Dance parlava ai giornalisti spiegando che non voleva cedere. «Stiamo combattendo con l’ospedale per ogni singola scelta», diceva, «e non siamo trattati con dignità. Non capiamo che fretta ci sia di spegnere le macchine ma terremo duro». Proprio come ha fatto la mamma di Tafida Raqeeb, che ha ottenuto il permesso di partire per il Gaslini, l’ospedale di Genova che si era offerto di curarla e dove adesso sta migliorando. Nonostante i medici inglesi ritenessero che era nel suo miglior interesse morire.
Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile»
Aveva 69 anni la signora Elena ed era malata di cancro. Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, l’ha accompagnata in Svizzera per morire. E così è stato. La storia di dolore di una donna, malata terminale per un tumore ai polmoni, ancora una volta frutto della speculazione di chi vorrebbe che la morte facile possa divenire un diritto, una «libera scelta».
Elena non ce la faceva ad accogliere la morte, aveva paura, un terrore che non la rendeva lucida, lo diceva lei stessa: «Ho detto a mio marito e alla mia famiglia: sono davanti a un bivio. Posso prendere una strada un po’ più lunga che mi porta all’inferno. E un’altra, più breve, che mi porta in Svizzera. Ho scelto la seconda». Poi ha aggiunto: «Ho detto a mio marito» ha continuato, «che se avesse provato a dissuadermi, fra un mese o due, quando mi avrebbe visto sofferente se ne sarebbe pentito». Qui interviene il dolore di chi resta, di chi si è visto negare la forma più estrema dell’amore, la cura di chi più ami.
Ogni famiglia, o quasi, ha conosciuto questo dolore. Chi non lo ha vissuto, probabilmente lo vivrà prima o poi nell’arco di una vita intera. L’associazione Luca Coscioni questo lo sa. La battaglia dell’associazione, però, non è mai stata rendere la morte più sopportabile, più dignitosa, anche quando questa pare inevitabile. Non è mai stata combattere per fornire un’assistenza ai familiari dei malati, costretti ad accompagnare le persone che amano in questo viaggio incredibilmente spaventoso. L’associazione Luca Coscioni specula su questo dolore per rendere legale ed eticamente accettabile la cultura della morte. «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello». È un passaggio celebre della sequenza pasquale. In questo caso, però, non si tratta di esser credenti o meno, si tratta di decidere se rinnegare la cultura che combatte per la vita fino al suo ultimo istante.
«È stato un viaggio lungo, oltre otto ore dal Veneto», ha commentato Marco Cappato, «un viaggio reso necessario dal fatto che Elena non avrebbe potuto ottenere questa possibilità in Italia, perché la sentenza della Corte costituzionale esclude che possano essere aiutate a morire persone che non siano tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. Ora mi autodenuncio». La signora Elena, pensionata, non era attaccata a una macchina, non assumeva farmaci, salvo antibiotici e antidolorifici secondo necessità. Ha quindi preferito andare in Svizzera senza attendere ulteriormente.
Per Marco Cappato, che non più tardi di una settimana fa ha deciso anche lui di formare una sua lista per le prossime elezioni politiche, si tratta di una nuova disobbedienza civile, nonché di una nuova forma di visibilità. La persona che ha accompagnato non è «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale», non rientra quindi nei casi previsti dalla sentenza 242\2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato\Dj Fabo per l’accesso al suicidio assistito in Italia.
Nei Paesi considerati più evoluti del nostro, su questo piano, il suicidio assistito è legge. E non ha bisogno di motivazioni. Come nel caso di Noa Pothoven che a 17 anni ha chiesto e ottenuto di morire legalmente in Olanda, perché vittima di uno stupro dal quale non riusciva a riprendersi. O come Alan Nichols, 61 anni: morto dopo averlo chiesto in Quebec, perché gravemente depresso. I familiari erano contrari, ma non hanno potuto fare nulla per salvarlo. E ancora il caso di Godelieva de Troyer in Belgio, morta anche lei dopo averlo chiesto a causa di una depressione. Depressione acuita nell’ultimo periodo della sua vita, oltre che dal suicidio del suo ex marito, dalla rottura della relazione con il nuovo compagno e da un rapporto spesso burrascoso con i figli.
Questi Paesi, ai loro cittadini fragili, hanno saputo offrire solo la morte come soluzione. Grazie a una legge probabilmente nata per aiutare a morire chi vive attaccato alle macchine senza speranze. Ed è questa la domanda che bisogna porsi quando si incontrano queste storie di dolore: vogliamo ancora che morte e vita si affrontino in un prodigioso duello? Nella risposta, il Paese, le persone che vogliamo essere.
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La Corte suprema britannica ha rigettato anche l’ultimo appello presentato dai genitori del bimbo di 12 anni che vive da mesi attaccato a una macchina. L’ospedale di Londra può staccare la ventilazione assistita: «È una decisione presa nel suo interesse».Marco Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile». La scelta della donna, 69 anni, spettacolarizzata dall’ex radicale: «Mi autodenuncio».Lo speciale comprende due articoli. La speranza è durata solo per qualche ora per Archie Battersbee, il dodicenne inglese che si trova ricoverato dal 7 aprile al Royal London Hospital, attaccato a un respiratore, che i medici hanno deciso di spegnere. Ieri doveva essere il giorno finale per lui, con il distacco dei macchinari, ma in mattinata i suoi genitori hanno lanciato un appello disperato alla Corte suprema britannica per chiedere tempo. I giudici lo hanno accolto, hanno fermato i dottori e avviato la loro analisi. I genitori del ragazzino, Holly Dance, 46 anni e Paul Battersbee, 56 anni, alimentavano delle speranze, sognavano un lieto fine. Che invece non c’è stato. Nel tardo pomeriggio, infatti, i giudici della Corte suprema si sono pronunciati e hanno rigettato l’appello, quindi autorizzato lo spegnimento del respiratore. Non è chiaro quando avverrà, ma potrebbe ormai essere davvero questione di ore. La decisione dei giudici della Corte suprema ha confermato la sentenza della Corte d’appello. Secondo Lord Hodge, Lord Kitchin e Lord Stephens, come già stabilito il 25 luglio dal giudice Hayden, «non ci sono prospettive di un recupero significativo per Archie». A loro parere, anche se fosse mantenuto il collegamento con le macchine, il bambino morirebbe nel giro di poche settimane, perché i suoi organi non avrebbero la forza di resistere o il suo cuore lo abbandonerebbe. Quindi, hanno scritto, «mantenere un regime di supporto medico servirebbe solo a rinviare la sua morte». Anche i tre giudici della Corte suprema si sono detti «dispiaciuti» di dover assumere questa decisione soprattutto per i genitori del ragazzino e per il loro dolore, ma lo hanno fatto convinti che «in base alla legge di Inghilterra e Galles, bisogna fare riferimento al miglior interesse di Archie». Dichiarazioni che hanno scatenato il disappunto di Holly Dance che ha dichiarato ai giornalisti: «Nessuna delle autorità ci ha mostrato comprensione e sostegno come famiglia, se si escludono le Nazioni Unite. Ci sentiamo traditi e continueremo a combattere». La madre di Archie ha dichiarato di avere in serbo un’ultima cartuccia da sparare prime di darsi per vinta, ma ha voluto ribadire che ormai si sente delusa dal suo Paese, «che pensa di poter uccidere dei bambini solo perché hanno delle disabilità».Anche Andrea Williams, direttore esecutivo del Christian legal centre che sostiene la famiglia Battersbee, ha voluto intervenire ieri pomeriggio. «Il caso di Archie mostra che serve una riforma sostanziale per proteggere le persone vulnerabili e le loro famiglie, nei casi di fine vita. Deve essere approvata una legge che regoli queste circostanze». A suo parere viene sancito un precedente pericoloso, dalla vicenda del ragazzino, che ha subito un danno cerebrale grave, a causa di un soffocamento avvenuto nella sua casa di Southend in Essex, forse mentre era impegnato in una sfida su internet. «I genitori di Archie sperano in un miracolo e ci sono tante storie nel mondo di persone che hanno avuto guarigioni miracolose, contro ogni probabilità e contro le diagnosi mediche» ha aggiunto.A sperare e pregare per un miracolo sono i parenti e gli amici del piccolo Archie, un ragazzino vivace con gli occhi chiari e i capelli biondi, un giovane talento della ginnastica artistica. Ma anche le associazioni pro life, che stanno manifestando e combattendo a fianco dei Battersbea. L’ennesima battaglia di questo genere nel Regno Unito, dove negli ultimi anni i giudici sono stati chiamati spesso a trovare un equilibrio tra le ragioni mediche e la tutela della vita di un minore. Il primo caso finito al centro delle cronache è stato quello di Charlie Guard, «terminato» dai sanitari nel luglio del 2017, quando non aveva nemmeno un anno, dopo una lunga battaglia di impatto internazionale. Poi c’è stata la storia di Alfie Evans, pure condannato a morte attraverso lo spegnimento del respiratore cui era collegato, pochi giorni prima del suo terzo compleanno. L’unica a «sfuggire» a questa sorte, sino ad ora, è stata Tafida Raqeeb, che adesso ha 7 anni e si trova in cura al Gaslini di Genova, grazie alla vittoria legale conseguita dalla sua famiglia. La madre Shelina Begum, tra l’altro, sta seguendo il caso di Archie, è in contatto con Hollie Dance e ha offerto supporto alla famiglia tramite la Fondazione creata in nome di sua figlia.Le due donne hanno in comune una grande voglia di combattere. Ancora ieri, prima che arrivasse la decisione della Corte suprema, Hollie Dance parlava ai giornalisti spiegando che non voleva cedere. «Stiamo combattendo con l’ospedale per ogni singola scelta», diceva, «e non siamo trattati con dignità. Non capiamo che fretta ci sia di spegnere le macchine ma terremo duro». Proprio come ha fatto la mamma di Tafida Raqeeb, che ha ottenuto il permesso di partire per il Gaslini, l’ospedale di Genova che si era offerto di curarla e dove adesso sta migliorando. Nonostante i medici inglesi ritenessero che era nel suo miglior interesse morire.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-giudici-inglesi-condannano-il-piccolo-archie-2657796370.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cappato-ha-portato-elena-in-svizzera-per-farle-avere-una-morte-facile" data-post-id="2657796370" data-published-at="1659472109" data-use-pagination="False"> Cappato ha portato Elena in Svizzera per farle avere una «morte facile» Aveva 69 anni la signora Elena ed era malata di cancro. Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, l’ha accompagnata in Svizzera per morire. E così è stato. La storia di dolore di una donna, malata terminale per un tumore ai polmoni, ancora una volta frutto della speculazione di chi vorrebbe che la morte facile possa divenire un diritto, una «libera scelta». Elena non ce la faceva ad accogliere la morte, aveva paura, un terrore che non la rendeva lucida, lo diceva lei stessa: «Ho detto a mio marito e alla mia famiglia: sono davanti a un bivio. Posso prendere una strada un po’ più lunga che mi porta all’inferno. E un’altra, più breve, che mi porta in Svizzera. Ho scelto la seconda». Poi ha aggiunto: «Ho detto a mio marito» ha continuato, «che se avesse provato a dissuadermi, fra un mese o due, quando mi avrebbe visto sofferente se ne sarebbe pentito». Qui interviene il dolore di chi resta, di chi si è visto negare la forma più estrema dell’amore, la cura di chi più ami. Ogni famiglia, o quasi, ha conosciuto questo dolore. Chi non lo ha vissuto, probabilmente lo vivrà prima o poi nell’arco di una vita intera. L’associazione Luca Coscioni questo lo sa. La battaglia dell’associazione, però, non è mai stata rendere la morte più sopportabile, più dignitosa, anche quando questa pare inevitabile. Non è mai stata combattere per fornire un’assistenza ai familiari dei malati, costretti ad accompagnare le persone che amano in questo viaggio incredibilmente spaventoso. L’associazione Luca Coscioni specula su questo dolore per rendere legale ed eticamente accettabile la cultura della morte. «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello». È un passaggio celebre della sequenza pasquale. In questo caso, però, non si tratta di esser credenti o meno, si tratta di decidere se rinnegare la cultura che combatte per la vita fino al suo ultimo istante. «È stato un viaggio lungo, oltre otto ore dal Veneto», ha commentato Marco Cappato, «un viaggio reso necessario dal fatto che Elena non avrebbe potuto ottenere questa possibilità in Italia, perché la sentenza della Corte costituzionale esclude che possano essere aiutate a morire persone che non siano tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. Ora mi autodenuncio». La signora Elena, pensionata, non era attaccata a una macchina, non assumeva farmaci, salvo antibiotici e antidolorifici secondo necessità. Ha quindi preferito andare in Svizzera senza attendere ulteriormente. Per Marco Cappato, che non più tardi di una settimana fa ha deciso anche lui di formare una sua lista per le prossime elezioni politiche, si tratta di una nuova disobbedienza civile, nonché di una nuova forma di visibilità. La persona che ha accompagnato non è «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale», non rientra quindi nei casi previsti dalla sentenza 242\2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato\Dj Fabo per l’accesso al suicidio assistito in Italia. Nei Paesi considerati più evoluti del nostro, su questo piano, il suicidio assistito è legge. E non ha bisogno di motivazioni. Come nel caso di Noa Pothoven che a 17 anni ha chiesto e ottenuto di morire legalmente in Olanda, perché vittima di uno stupro dal quale non riusciva a riprendersi. O come Alan Nichols, 61 anni: morto dopo averlo chiesto in Quebec, perché gravemente depresso. I familiari erano contrari, ma non hanno potuto fare nulla per salvarlo. E ancora il caso di Godelieva de Troyer in Belgio, morta anche lei dopo averlo chiesto a causa di una depressione. Depressione acuita nell’ultimo periodo della sua vita, oltre che dal suicidio del suo ex marito, dalla rottura della relazione con il nuovo compagno e da un rapporto spesso burrascoso con i figli. Questi Paesi, ai loro cittadini fragili, hanno saputo offrire solo la morte come soluzione. Grazie a una legge probabilmente nata per aiutare a morire chi vive attaccato alle macchine senza speranze. Ed è questa la domanda che bisogna porsi quando si incontrano queste storie di dolore: vogliamo ancora che morte e vita si affrontino in un prodigioso duello? Nella risposta, il Paese, le persone che vogliamo essere.
«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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Il rischio da qui al 2035, dice il report, è di avere città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e un maggior degrado del tessuto urbano. Il fenomeno è il risultato di una tempesta perfetta di fattori economici e sociali. In primo luogo, il cambiamento profondo nei modelli di acquisto: tra il 2015 e il 2025, mentre le vendite totali al dettaglio sono cresciute del 14,4%, quelle delle piccole superfici sono rimaste al palo (0,0%). Al contrario, il commercio online è quasi triplicato (+187%), passando da un valore di 31,4 miliardi nel 2019 ai 62,3 miliardi previsti per il 2025. Oggi l’e-commerce incide per l’11,3% sui consumi di beni e per il 18,4% sui servizi. Ha grande impatto sulle chiusure dei negozi la «turistificazione» dei centri storici. Gli affitti brevi e i B&B sono aumentati del 184,4%. Questo boom è particolarmente evidente nelle località del Mezzogiorno, dove i B&B sono quasi quadruplicati. Se da un lato questo alimenta l’indotto turistico, dall’altro sottrae spazi alla residenzialità e ai servizi di prossimità, modificando l’identità dei quartieri. Questa mutazione si esprime anche con una modifica del tessuto imprenditoriale: calano le imprese a titolarità italiana (-290.000) e aumentano quelle straniere (+134.000), che svolgono una funzione di «supplenza» commerciale, pur rimanendo spesso piccole e frammentate. Si nota inoltre un processo di professionalizzazione: crescono le società di capitale (passate dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio e dal 14,2% al 30,6% nell’alloggio e ristorazione) mentre diminuiscono tutte le altre forme (ditte individuali, società di persone, cooperative, consorzi), segno che chi resta sul mercato cerca una struttura organizzativa più solida per resistere alla crisi. In molti casi la crescita degli alloggi turistici avviene a scapito delle strutture alberghiere tradizionali, mentre parte dei bar si riclassifica nella ristorazione.
Il fenomeno non colpisce l’Italia in modo uniforme. Il Nord è più sofferente, con perdite di negozi che in città come Belluno, Vercelli, Trieste e Alessandria superano il 33%. Al contrario, il Sud mostra una maggiore resilienza, sebbene fortemente dipendente dalla spinta turistica. Tra le città che hanno perso più imprese spiccano Agrigento (-37,5%) e Ancona (-35,9%).
Il bilancio sullo stato di salute delle varie categorie merceologiche è impietoso. In forte calo le edicole (-51,9%), l’abbigliamento e le calzature (-36,9%), i mobili e ferramenta (-35,9%) e i libri e giocattoli (-32,6%). In crescita invece ristorazione (+35%), rosticcerie e pasticcerie (+14,4%), farmacie e negozi di tecnologia. Il comparto alloggio e ristorazione è l’unico con segno positivo (+19.000 imprese totali).
Confcommercio azzarda una stima al 2035 che è a tinte fosche: città meno illuminate, aumento del degrado urbano, quartieri che diventano «dormitori» e crescenti difficoltà per la popolazione anziana, che perderebbe i punti di riferimento per la spesa quotidiana.
Per contrastare questo scenario, l’associazione del commercio, attraverso il progetto Cities, sottolinea l’urgenza di provvedimenti di rigenerazione urbana. Non si tratta solo di sostenere il commercio, ma di ripensare l’equilibrio tra residenti, turisti e servizi. È necessario passare da una crescita disordinata a una pianificazione che valorizzi i negozi di vicinato come presidi di sicurezza, socialità e vivibilità delle città italiane.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 marzo 2026. Il capogruppo della Lega in Campidoglio Fabrizio Santori spiega lo scandalo dell'acquisto di immobili da parte del Comune di Roma.
Il petrolio è arrivato a 100 dollari ma prima o dopo si troverà una soluzione al blocco di Hormuz. Preoccupa di più la fuga degli investitori dai fondi di private credit americani. Grandi nomi in ballo e centinaia di miliardi che ballano. Uno scricchiolio a Wall Street vale 10 crisi del petrolio.