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I Giochi saltati sono l’ultima scusa: lo sport del Pd è sparare sulla Raggi

Tutta colpa di un minestrone. Il giorno dopo il no di Virginia Raggi alla candidatura per le Olimpiadi 2024 non si capisce bene se a perdere sia stata la Capitale o Giovanni Malagò. Sì perché per il presidente del Coni, i 35 minuti di ritardo della sindaca, sono stati indigesti e pesanti molto più del minestrone che la Raggi avrebbe preferito all'incontro che, comunque, non le avrebbe fatto cambiare idea. Un affronto per mister Coni da una donna per di più grillina. Qualche anno fa, il premier Monti, stretto nel suo loden, aspettò il sindaco Alemanno un'ora e mezza, eppure ieri c'è stato un coro: incidente diplomatico, sgarbo istituzionale, assenza di lealtà.

Quel no è stato la conferma di una promessa elettorale ed invece è partito il solito il fuoco di fila della sinistra smemorata contro l'inquilina del Campidoglio, al centro delle polemiche da luglio per le amnesie, per quello che fa, quello che non fa e quello che sbaglia. “Portavoce" del Rottamatore, esperto nella strategia dello “stai sereno", è il senatore Pd, ex assessore ai trasporti della giunta Marino (tra quelli che sfiduciò il chirurgo sindaco dal notaio), Stefano Esposito che dalla vigilia del no fino a notte fonda, da una tv all'altra, ha sottolineato i benefici delle Olimpiadi invernali di Torino (889 mila abitanti contro i quasi 3 milioni di Roma), la triste pagina di maleducazione istituzionale verso il presidente del Coni, il danno alla città per una scelta che gli elettori giudicheranno tra cinque anni.

Per Debora Serracchiani, vicesegretaria del Pd, «Raggi ha dimostrato un'indifferenza agghiacciante verso tutti gli appelli: al buon senso, all'orgoglio e all'interesse della città e del Paese. È un atteggiamento di chiusura ideologica al limite del fanatismo», soprattutto perché la capitale d'Italia e i romani non meritavano «questo atto di sfiducia da parte di chi dovrebbe credere in loro più di ogni altro. È triste vedere un sindaco che di fronte al mondo rifiuta un grande evento perché ha paura di non riuscire a gestirlo».

È intervenuto anche il desaparecido David Sassoli, vicepresidente del parlamento europeo, per sottolineare la «decisione infantile della Raggi che priva i romani di importanti risorse per riqualificare e ristrutturare, senza colate di cemento, una città al declino. Il sindaco aveva la possibilità di trattare importanti interventi, di attrarre investimenti e sviluppare lavoro, di realizzare progetti all'insegna della trasparenza e dell'efficienza, di riqualificare periferie abbandonate e invece vi ha rinunciato per la paura di amministrare questioni complesse. E ha avuto paura anche di dare la parola ai cittadini con un referendum per il timore di essere sconfessata». Sassoli, sconfitto alle primarie da Marino, non siede in consiglio comunale e non sa che proprio il Pd capitolino il 10 agosto ha votato contro la mozione per il referendum sulle Olimpiadi da fare nel giorno di quello istituzionale.

«Un'occasione persa, Roma sacrificata sull'altare dei diktat di Grillo dalla sindaca di un Movimento che continua a protestare anziché proporre», ha sentenziato Pina Picierno, altra piddina impegnata dall'alba di ieri nei talk televisivi. Insomma una scelta scellerata frutto anche «della confusione della giunta ancora senza due assessori». Già, perché è da luglio che il Pd romano e non solo, «preoccupato» per le lotte intestine del M5s che hanno rallentato il lavoro amministrativo della Raggi, è stato tranchant: «Dalla vittoria al caos. Grillini in frantumi. Virginia è al capolinea».

Tutti a parlare di incapacità, confusione, improvvisazione, deficit politico, luna di miele finita con gli elettori, nessuno che riconosca l'inesperienza, la volontà di evitare i giochi di partito, la difficoltà di risolvere i problemi capitali e, forse, l'eccessivo ricorso all'Autorità anticorruzione che ha bocciato più di una scelta. Il premier Renzi, invece, ipocritamente, andava ripetendo: «Non attacchiamo la Raggi: rispettiamo il voto dei cittadini di Roma, facciamo vedere che siamo diversi da chi pensa che la politica sia guerra nel fango. Che abbiamo uno stile». Forse lo stesso usato con il loro sindaco Marino costretto alle dimissioni malgrado il voto dei romani. Anche se Virginia dice di avere «le spalle larghe», ha subito un attacco mediatico compulsivo in tre mesi di amministrazione, come se non ci fossero stati vent'anni di malgoverno della Capitale e i marziani fossero quegli 800 mila cittadini che l'hanno votata. Scegliendo lei hanno detto chiaramente di non volere le Olimpiadi nel 2024 ma una città vivibile subito, con trasporti, rifiuti, sicurezza adeguati ad una città metropolitana.

Se per il Movimento e la Raggi Roma è la partita della vita, per avversari politici e detrattori l'obiettivo è dimostrare che i grillini non sono in grado di governare, che nel direttorio ci sono donne gelose che scatenano lotte intestine e strappi laceranti, e così gli errori, per altri ex sindaci veniali, per Virginia diventano mortali. A cominciare dall'aver dimenticato di dire che ha fatto pratica legale nello studio di Cesare Previti, ex fedelissimo di Berlusconi, fino alle nomine sbagliate e mancate degli assessori.

Già ieri, infatti, è partito il ritornello «Roma senza Olimpiadi e senza assessori» mentre si chiariva che non servirà una mozione del Campidoglio per il no definitivo alle Olimpiadi, ma basterà una lettera della Raggi al Cio in cui motiverà la sua scelta. Ora finiti i Giochi, nel mirino dell'opposizione ci sono l'ipotesi del danno erariale che la Corte dei conti dovrebbe contestare al Campidoglio (secondo il Coni 20 milioni) e l'attesa del premier Renzi, ancora silente, e che si era vantato di una candidatura olimpica soluzione di tutti i mali economici dell'Italia senza tener conto della prima sindaca donna di Roma.

Sgarbo istituzionale?

Addio a Cirino Pomicino, ’o ministro che svelò l’intrigo Agnelli-Cdb
Cirino Pomicino (Ansa)
Cresciuto alla scuola del «divo» Giulio, amava vivere la bella vita. Prima di darsi alla politica fece carriera come neurochirurgo. Durante Mani pulite finì nel tritacarne delle procure, ma ne uscì (quasi) indenne. E raccontò tutto con lo pseudonimo «Geronimo».

«Nella Seconda repubblica le sciabole stanno appese. Combattono i foderi». Con il lascito visivo di una lama che dondola da una parete damascata con vista sul Golfo di Napoli, Paolo Cirino Pomicino abbandona la vita terrena. Lo fa 48 ore dopo Umberto Bossi, con la gentilezza partenopea di chi lascia il passo all’avversario di sempre, quel barbaro sognante che lo considerava un simbolo di «Roma ladrona».

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Lancia «Gamma»: storia di un'ammiraglia bella e dimenticata
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)

Nel marzo del 1976 l'ammiraglia della casa di Chivasso fu presentata a Ginevra. Berlina e coupé dal design innovativo e dalle prestazioni sportive, non ebbe il successo sperato per problemi di affidabilità meccanica.

L'articolo contiene una gallery fotografica.

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Francesco Gianfala: «Rilancio Pignatelli grazie a Europa e Asia»
Francesco Gianfala
Il proprietario dello storico marchio: «Il rafforzamento internazionale è una priorità. Abbiamo un patrimonio identitario fortissimo però con un potenziale inespresso. La nostra linea cerimonia uomo è la iconica ma avremo pure quelle contemporanea e femminile».

Rilanciare un marchio storico senza tradirne l’identità è una sfida che richiede visione, coraggio e sensibilità. È da qui che riparte Pignatelli, oggi guidata da Francesco Gianfala, protagonista di una nuova fase che intreccia eredità sartoriale e sguardo contemporaneo. Tra radici solide e nuove ambizioni, il futuro della maison prende forma avviando un ambizioso percorso di rilancio e riposizionamento. Abbiamo incontrato Gianfala per approfondire strategie, obiettivi e prospettive di uno dei marchi più rappresentativi del made in Italy.

Nel 2025 ha acquisito il 100% di Carlo Pignatelli: cosa l’ha spinta a investire in questo storico marchio e quale visione aveva fin dall’inizio?

«Tutto nasce da una convinzione molto chiara: ci trovavamo di fronte a un marchio con un patrimonio identitario fortissimo, riconosciuto e radicato nella tradizione sartoriale italiana, ma con un potenziale ancora inespresso sul piano contemporaneo e internazionale. Fin dall’inizio, la mia visione è stata quella di preservare questa eredità, rafforzandola però attraverso un’evoluzione strutturata, capace di dialogare con nuovi linguaggi estetici e nuovi mercati».

L’inaugurazione del nuovo headquarter di Milano rappresenta un momento chiave: che valore strategico ha questa nuova sede per il futuro del brand?

«Un valore fondamentale. Non è solo un ampliamento fisico, ma un vero centro nevralgico in cui convergono creatività, sviluppo prodotto e direzione aziendale. Essere nel cuore dei Navigli significa posizionarsi all’interno del principale ecosistema della moda italiana, favorendo connessioni, visibilità e velocità decisionale. È un investimento sulla crescita e sull’efficienza futura del brand».

Con il lancio di Pignatelli Atelier si apre un nuovo capitolo creativo: quali sono gli elementi distintivi di questa linea rispetto alla tradizione della maison?

«Pignatelli Atelier rappresenta un’estensione evolutiva della maison che nasce in modo naturale per volontà della nuova proprietà che, insieme a Jean Luc Amsler, ha trovato il giusto interprete per questo nuovo capitolo. Gli elementi distintivi sono una maggiore libertà espressiva, l’introduzione di codici più contemporanei e una ricerca stilistica che va oltre la cerimonia tradizionale. Sartorialità, upcycling e costruzioni innovative convivono in una proposta che include il womenswear, mantenendo però una coerenza profonda con il Dna del marchio».

Quanto è stato importante il dialogo con l’archivio storico nel processo di rebranding e innovazione stilistica?

«È stato centrale. Non lo abbiamo considerato come un elemento statico, ma come una fonte viva di ispirazione. Ogni intervento di rebranding è partito da lì: dallo studio delle linee, delle costruzioni, dei dettagli sartoriali. Questo ci ha permesso di innovare senza perdere autenticità, mantenendo un filo diretto con la storia della maison».

La direzione creativa è affidata a Jean Luc Amsler: come si è sviluppata la vostra collaborazione?

«Con Jean Luc condividiamo la stessa visione: quella di portare Pignatelli verso una dimensione più internazionale e contemporanea, senza snaturarne l’identità. Amsler porta una sensibilità couture, una grande esperienza e una capacità di reinterpretare i codici classici in chiave moderna. Il suo contributo è stato determinante nel definire il nuovo linguaggio creativo».

Pignatelli è storicamente leader nella cerimonia uomo: come si integra questa identità con l’ampliamento verso una proposta più contemporanea e anche femminile?


«La cerimonia uomo resta il nostro core business e un pilastro identitario, sotto la direzione creativa di Francesco Pignatelli. L’ampliamento verso una proposta più contemporanea e femminile non è una rottura, ma un’evoluzione naturale. I valori fondanti - eleganza, qualità, sartorialità - vengono declinati in nuove forme e nuovi segmenti, mantenendo coerenza e riconoscibilità».

Il tema dell’upcycling (il riutilizzo di materiali di scarto, ndr) è centrale nella nuova collezione: come si inserisce nella vostra visione di sostenibilità e innovazione?

«L’upcycling è una scelta sia etica che creativa. Si inserisce nella nostra visione di sostenibilità come un approccio concreto alla riduzione degli sprechi, ma anche come opportunità progettuale. Recuperare materiali e basi sartoriali per trasformarli in nuovi capi significa dare valore al passato e reinterpretarlo in chiave innovativa».

Parla di rafforzamento del posizionamento internazionale: quali mercati considera prioritari per la crescita futura?

«Il rafforzamento internazionale è una priorità. Guardiamo con grande attenzione all’Europa, al Medio Oriente e ad alcuni mercati asiatici, dove il valore della sartorialità italiana è particolarmente apprezzato. Allo stesso tempo, vogliamo consolidare la presenza nei mercati in cui siamo già riconosciuti, costruendo una distribuzione più strutturata».

Guardando ai prossimi anni, come immagina l’evoluzione di Pignatelli nel panorama della moda globale?

«Vedo Pignatelli come un brand sempre più solido, riconoscibile e internazionale, capace di essere un punto di riferimento non solo nella cerimonia, ma in un’idea più ampia di eleganza contemporanea. Un marchio che evolve, ma che resta fedele alla propria essenza: il made in Italy, la qualità e la cultura sartoriale».



Toh, ora a Ravenna 100% di idoneità per i Cpr
Ansa
Dopo l’inquietante indagine, in sole 72 ore via libera per i rimpatri di tre irregolari.

In 16 mesi, gli otto medici del reparto di Infettivologia dell’ospedale Santa Maria Croce delle Croci di Ravenna, indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici e di interruzione di pubblico servizio, avrebbero rilasciato 34 pareri di inidoneità ritenuti falsi su 64 stranieri destinati all’espulsione, dei quali dieci avevano rifiutato di sottoporsi alla visita medica.

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