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2021-09-06
I drogati da Covid
L'alert era arrivato dall'Incb, acronimo di International narcotics control board, organismo internazionale per il controllo degli stupefacenti: bisognava monitorare il potenziale impatto della pandemia da Covid 19 sul mercato delle sostanze da abuso. E dopo le prime verifiche è saltato fuori che i tossici del lockdown hanno scoperto ben 128 nuove droghe, in buona parte sintetiche. La pandemia, stando a un rapporto stilato dagli esperti del Dipartimento per le politiche antidroga, una struttura in capo alla presidenza del Consiglio dei ministri, ha avuto un «profondo impatto sui mercati delle sostanze, sulle modalità e sulle tendenze del consumo».
Produzione e traffico di stupefacenti sembrano essersi adattati con facilità alle restrizioni anti Covid. Il capo del Dipartimento, Flavio Siniscalchi, tira le somme: nel 2020 è «aumentato il quantitativo di droghe sequestrate sul territorio nazionale malgrado un numero inferiore di operazioni antidroga». Ma il dato inquietante è questo: «Sono aumentati i sequestri delle nuove sostanze psicoattive e ne sono state individuate ben 44 mai viste prima in Italia». Nel periodo delle chiusure imposte dal governo guidato da Giuseppe Conte, insomma, i trafficanti di sostanze stupefacenti sono riusciti a introdurre 44 nuove droghe. I cui effetti collaterali a lungo termine sono ancora semi sconosciuti. E come per il cibo, anche il mercato della droga si è spostato sugli ecommerce. «Le misure di lockdown», spiega ancora Siniscalchi, «probabilmente hanno inciso sul commercio al dettaglio di stupefacenti e potrebbero infatti aver favorito il potenziamento di modalità di distribuzione online delle sostanze, accelerando una tendenza registrata negli ultimi anni, di un mercato sempre più digitalizzato».
Le operazioni antidroga hanno confermato il mercato olandese come principale area di approvvigionamento delle droghe sintetiche, seguito da Siria, Brasile, Perù e Cina. Nella maggioranza dei casi i sequestri di queste sostanze hanno riguardato pacchi o lettere postali, suggerendo una proliferazione della rete di vendita online. Ed ecco la valutazione choc di Siniscalchi: «Tutti gli indicatori descrivono modelli di consumo sempre più complessi incentivati probabilmente dal fatto che gli utilizzatori accedono a un mercato illegale in cui si reperiscono più tipologie di sostanze». E questo ha messo subito in luce le falle del sistema giudiziario. Perché l'impatto della pandemia sembra aver prodotto anche un rallentamento delle procedure che, in correlazione con una plausibile riduzione dei reati da imputare alle restrizioni della mobilità, ha fatto registrare un minor numero di segnalazioni per possesso, di denunce, di procedimenti, di condanne e di affidamenti in esecuzione penale esterna.
A conti fatti, i nuovi metodi di distribuzione della droga sono più efficaci e meno pericolosi per i trafficanti. E se in Trentino Alto Adige, Liguria ed Emilia Romagna le percentuali più alte di chi ha commesso crimini correlati alla droga, intorno al 70%, è di origine straniera, in Calabria, Puglia, Campania e Basilicata, con percentuali che superano il 90%, pusher, produttori e trafficanti sono italiani.
Nel 2020, però, è aumentato il quantitativo di sostanze sequestrate sul territorio nazionale (+7,4%), a fronte di un numero inferiore di operazioni antidroga svolte dalle forze di polizia (-13%). E risultano incrementati i sequestri di sostanze psicoattive storicamente meno diffuse nel nostro Paese, come il khat, i bulbi di papavero, le compresse di ossicodone e quelle di droghe sintetiche. I sequestri di nuove sostanze psicoattive è schizzato alla quota record del 200%. E ci sono le 44 sostanze mai viste prima.
Si tratta, nella maggioranza dei casi, di nuove molecole che, al momento dell'uscita sul mercato, non erano inserite nelle tabelle delle convenzioni internazionali e delle leggi nazionali: sostanze chimiche di nuova ideazione che imitano l'effetto di droghe illegali e di sostanze già note, utilizzate in maniera nuova, come ketamina e farmaci psicoattivi. Due sostanze sono state individuate per la prima volta sul territorio europeo proprio in Italia, appartenenti alla classe degli oppioidi sintetici analoghi del fentanil e una nuova sostanza appartenente alla classe dei cannabinoidi sintetici. Il ministero della Salute ha dovuto quindi emanare decreti per inserire le nuove sostanze tra quelle da controllare.
«Individuare nuove sostanze psicoattive non presenti nell'elenco delle sostanze stupefacenti», valuta Simona Pichini, responsabile dell'Unità di farmatossicologia dell'Istituto superiore di sanità, «significa prendere misure di sicurezza per prevenire intossicazioni e decessi, causati direttamente dalle stesse o da prodotti che le contengono». I decessi, infatti, sono la nota dolente: nel corso del 2020, i morti riconducibili all'abuso di sostanze stupefacenti hanno raggiunto i 308 casi. Il 3,6% dei quali era nella fascia d'età tra i 15 e i 19 anni. L'Umbria è la regione con tasso di mortalità per overdose più elevato: 36 decessi ogni milione di residenti tra 15 e 64 anni, seguono Valle d'Aosta, con 26 decessi, Friuli Venezia Giulia, Marche e Abruzzo, con valori superiori a 15 decessi ogni milione di abitanti. La diffusione della cannabis e dei suoi derivati, invece, nonostante sia ancora la sostanza più utilizzata, ha registrato una contrazione. I quantitativi sequestrati sono diminuiti del 54% per quanto riguarda l'hashish e del 16% relativamente alla marijuana. Ma sono aumentati dell'85% i sequestri di piante. Segno che ora i consumatori si fanno l'orticello di canapa a casa.
Il mercato delle sostanze stupefacenti è stimato in 16,2 miliardi di euro, di cui circa il 39% attribuibile al consumo dei derivati della cannabis e quasi il 32% all'utilizzo di cocaina. Negli ultimi tre anni per il mercato della cocaina si è osservato un incremento medio del commercio di circa 2,5 punti percentuali. Ma Siniscalchi ha ancora in serbo qualche brutta sorpresa. E segnala una «propensione sempre più accentuata, specialmente nelle nuove generazioni, verso consumi non legati a una sola sostanza, o alla compresenza in molti casi di dipendenze da sostanze insieme a quelle comportamentali». L'uso di droghe non nasce, come avveniva un tempo, solo in presenza di condizioni di emarginazione o fragilità sociale. E non risparmia i giovanissimi: stando al rapporto, il 7,6% degli studenti ha riferito di aver fatto uso di almeno una sostanza psicoattiva illecita nel periodo delle restrizioni per il contenimento della pandemia. Si va dalla cannabis alla cocaina, agli allucinogeni. Non mancano eroina, cannabis sintetica, salvia divinorum (una pianta psicoattiva allucinogena della famiglia delle lamiacee), inalanti o anabolizzanti. In particolare, esclusa la cannabis, il 2,5% ha utilizzato almeno una delle altre sostanze. E le percentuali maggiori si riscontrano fra i ragazzi (maschi 3,3%; femmine 1,7) con un rapporto di genere quasi doppio.
La frequenza di consumo? Oltre un terzo degli studenti consumatori (il 37%) afferma di non aver utilizzato sostanze più di due volte nel mese. Un quarto le ha utilizzate dalle tre alle nove volte e il restante 38% almeno dieci volte. «Si osserva quindi», sottolineano gli esperti, «che una percentuale consistente di consumatori ha fatto un uso frequente di sostanze psicoattive durante il lockdown». Questo potrebbe quindi indicare che coloro che sono riusciti a procurarsi sostanze stupefacenti, nonostante le restrizioni, siano anche coloro che ne fanno solitamente un uso più assiduo. Gli altri si sono dati al consumo di sostanze psicoattive legali: in molti hanno affermato di essersi ubriacati durante il lockdown e di aver fatto cinque o più bevute di fila. Il 27% degli studenti italiani ha dichiarato di essersi ubriacato almeno una volta fino al punto di barcollare, non riuscire a parlare correttamente, vomitare o addirittura dimenticare l'accaduto.
«I bersagli? I giovani. Qualcuno ha iniziato altri rafforzato l’uso»
«Gli effetti del lockdown legati alla diffusione della droga viaggiano su varie direttrici: una psicologica, una criminalistica e una sociologica». Mary Petrillo, psicologa e criminologa, docente di master universitari e molto impegnata nel mondo associativo, analizza con La Verità il peso che hanno avuto sulle tossicodipendenze le restrizioni per contrastare la pandemia.
Recenti studi dimostrano che con la pandemia è aumentato l'uso di droghe. Chi è caduto con più facilità nella rete della dipendenza?
«Gli individui più fragili sono stati messi a dura prova e molti di loro hanno cominciato a fare uso di sostanze psicoattive ma anche di alcolici; altri che già ne facevano uso, invece, hanno aumentato drasticamente il loro consumo. Il periodo del lockdown ha apportato uno stravolgimento nelle interazioni e anche nei legami sociali, in particolare nei giovani che si sono visti privati della loro libertà e con la didattica a distanza hanno dovuto modificare non solo la capacità di apprendimento, ma hanno dovuto accettare un diverso modo di relazionarsi con gli altri».
Quindi la pandemia ha una responsabilità diretta nella diffusione delle nuove droghe?
«Tutti questi aspetti hanno influito negativamente sui soggetti più deboli e su quelli disagiati, dove per disagio si intende anche sofferenza psicologica ed emotiva. L'uso smodato di droghe, quindi, per questi individui è dovuto alle difficoltà di tipo comunicativo e relazionale (per alcuni si tratta anche di disagi di tipo fisico) causate delle restrizioni che hanno costretto tutti a una sorta di reclusione forzata. Chi viveva sentimenti di sofferenza e inadeguatezza è evidente che ha cercato di placarli facendo uso di queste sostanze».
Per questo sono state testate droghe sconosciute?
«Sono state assunte sia per uso ricreativo durante le lunghe giornate che non permettevano momenti di socialità, sia per sballarsi e mettere da parte, così, un vissuto difficile al quale non si riusciva a far fronte. E molto probabilmente è per questo motivo che sono state scelte droghe che provocano conseguenze sulle funzioni nervose e intaccano la capacità di adattamento dell'individuo, agendo quindi su problematiche di tipo intrapsichico, ambientale e interpersonale».
Ovviamente c'è chi ha saputo intercettare le nuove richieste.
«A livello criminologico mi preme sottolineare che questa tipologia di sostanze stupefacenti, secondo l'Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, è appannaggio di tutte le mafie europee. Ma anche di quelle extra europee. In Cina, per esempio, pare ci sia una produzione di benzodiazepine a basso costo. Il materiale grezzo viene poi spedito in Europa, Italia compresa, e qui lavorato nei laboratori delle mafie e venduto online.
Ora viaggia tutto sul Web?
«Le inchieste giudiziarie hanno svelato che nel periodo del lockdown era facile reperire queste sostanze attraverso internet, con pagamenti effettuati anche utilizzando criptovalute. In altri casi, invece, è stato possibile creare le sostanze in casa, mescolando medicinali psicoattivi legali con alcol. Gli effetti sono gravi e spesso letali».
Le mafie italiane si sono subito attrezzate o sono rimaste fuori dalla partita?
«Si sono attrezzate e non solo per la distribuzione al dettaglio. Così, i guadagni della criminalità organizzata durante il lockdown sono aumentati. I cartelli della droga hanno sfruttato il disagio psicofisico e sociale creatosi a causa della pandemia da Covid 19 per sviluppare questo nuovo mercato di droghe che in alcuni casi ha persino superato quello delle droghe classiche: eroina, cocaina e cannabis. I narcotrafficanti, insomma, hanno saputo sfruttare a loro vantaggio le difficoltà delle persone, facendo leva sui loro bisogni, per poter meglio soggiogarli e controllare il territorio».
A livello sociale tutto questo che impatto ha avuto?
«La droga sintetica ha effetti più devastanti delle droghe classiche e ciò si ripercuote sull'intera società in quanto chi ne fa uso sviluppa pericolose condotte, anche delinquenziali. E sotto l'effetto di queste sostanze si può macchiare di gravi delitti».
Fenomeni già noti?
«In passato, durante i periodi di crisi della società, si è riscontrato, come oggi, l'aumento nell'uso di sostanze che creano dipendenza per cercare di mitigare il più possibile le difficoltà che alcuni individui non riescono a gestire. Ma i danni provocati anche a livello psicofisico da queste sostanze hanno chiaramente anche un peso e un costo a livello sociale e sulla sanità. Si prenda, per esempio, il dato sull'aumento dei ricoveri in ospedale oppure in strutture di assistenza».
E molti sono giovani.
«L'uso e l'abuso di queste nuove droghe mette in evidenza quanto questi abbiano bisogno di punti di riferimento per acquisire senso critico e non cedere alla pressione del gruppo. Molte volte si tende a fare uso di sostanze per non sentirsi esclusi dai coetanei e quindi, in un certo senso, per conformarsi. Il lockdown ha agito indubbiamente sul senso di appartenenza, che è diventato ancora più forte perché le privazioni e le difficoltà relazionali in famiglia hanno fatto crescere nei ragazzi il bisogno di sentirsi uniti e solidali con i coetanei. Dall'altro lato, poi, ha influito anche una comunicazione errata della pandemia. Ora, però, bisogna far capire ai ragazzi che il Covid si può combattere e che quindi possono ancora progettare il loro futuro e non gettare via la propria vita con la droga».
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Durante il lockdown in Italia sono circolati 44 stupefacenti mai visti prima, e 128 in tutta Europa. Lo smercio favorito dall'acquisto online. E dalla lentezza del sistema giudiziarioLa criminologa Mary Petrillo: «Le dipendenze sono legate a relazioni difficili Un boom per la canapa coltivata in casa mescolata con l'alcol»Lo speciale contiene due articoliL'alert era arrivato dall'Incb, acronimo di International narcotics control board, organismo internazionale per il controllo degli stupefacenti: bisognava monitorare il potenziale impatto della pandemia da Covid 19 sul mercato delle sostanze da abuso. E dopo le prime verifiche è saltato fuori che i tossici del lockdown hanno scoperto ben 128 nuove droghe, in buona parte sintetiche. La pandemia, stando a un rapporto stilato dagli esperti del Dipartimento per le politiche antidroga, una struttura in capo alla presidenza del Consiglio dei ministri, ha avuto un «profondo impatto sui mercati delle sostanze, sulle modalità e sulle tendenze del consumo». Produzione e traffico di stupefacenti sembrano essersi adattati con facilità alle restrizioni anti Covid. Il capo del Dipartimento, Flavio Siniscalchi, tira le somme: nel 2020 è «aumentato il quantitativo di droghe sequestrate sul territorio nazionale malgrado un numero inferiore di operazioni antidroga». Ma il dato inquietante è questo: «Sono aumentati i sequestri delle nuove sostanze psicoattive e ne sono state individuate ben 44 mai viste prima in Italia». Nel periodo delle chiusure imposte dal governo guidato da Giuseppe Conte, insomma, i trafficanti di sostanze stupefacenti sono riusciti a introdurre 44 nuove droghe. I cui effetti collaterali a lungo termine sono ancora semi sconosciuti. E come per il cibo, anche il mercato della droga si è spostato sugli ecommerce. «Le misure di lockdown», spiega ancora Siniscalchi, «probabilmente hanno inciso sul commercio al dettaglio di stupefacenti e potrebbero infatti aver favorito il potenziamento di modalità di distribuzione online delle sostanze, accelerando una tendenza registrata negli ultimi anni, di un mercato sempre più digitalizzato».Le operazioni antidroga hanno confermato il mercato olandese come principale area di approvvigionamento delle droghe sintetiche, seguito da Siria, Brasile, Perù e Cina. Nella maggioranza dei casi i sequestri di queste sostanze hanno riguardato pacchi o lettere postali, suggerendo una proliferazione della rete di vendita online. Ed ecco la valutazione choc di Siniscalchi: «Tutti gli indicatori descrivono modelli di consumo sempre più complessi incentivati probabilmente dal fatto che gli utilizzatori accedono a un mercato illegale in cui si reperiscono più tipologie di sostanze». E questo ha messo subito in luce le falle del sistema giudiziario. Perché l'impatto della pandemia sembra aver prodotto anche un rallentamento delle procedure che, in correlazione con una plausibile riduzione dei reati da imputare alle restrizioni della mobilità, ha fatto registrare un minor numero di segnalazioni per possesso, di denunce, di procedimenti, di condanne e di affidamenti in esecuzione penale esterna. A conti fatti, i nuovi metodi di distribuzione della droga sono più efficaci e meno pericolosi per i trafficanti. E se in Trentino Alto Adige, Liguria ed Emilia Romagna le percentuali più alte di chi ha commesso crimini correlati alla droga, intorno al 70%, è di origine straniera, in Calabria, Puglia, Campania e Basilicata, con percentuali che superano il 90%, pusher, produttori e trafficanti sono italiani.Nel 2020, però, è aumentato il quantitativo di sostanze sequestrate sul territorio nazionale (+7,4%), a fronte di un numero inferiore di operazioni antidroga svolte dalle forze di polizia (-13%). E risultano incrementati i sequestri di sostanze psicoattive storicamente meno diffuse nel nostro Paese, come il khat, i bulbi di papavero, le compresse di ossicodone e quelle di droghe sintetiche. I sequestri di nuove sostanze psicoattive è schizzato alla quota record del 200%. E ci sono le 44 sostanze mai viste prima.Si tratta, nella maggioranza dei casi, di nuove molecole che, al momento dell'uscita sul mercato, non erano inserite nelle tabelle delle convenzioni internazionali e delle leggi nazionali: sostanze chimiche di nuova ideazione che imitano l'effetto di droghe illegali e di sostanze già note, utilizzate in maniera nuova, come ketamina e farmaci psicoattivi. Due sostanze sono state individuate per la prima volta sul territorio europeo proprio in Italia, appartenenti alla classe degli oppioidi sintetici analoghi del fentanil e una nuova sostanza appartenente alla classe dei cannabinoidi sintetici. Il ministero della Salute ha dovuto quindi emanare decreti per inserire le nuove sostanze tra quelle da controllare.«Individuare nuove sostanze psicoattive non presenti nell'elenco delle sostanze stupefacenti», valuta Simona Pichini, responsabile dell'Unità di farmatossicologia dell'Istituto superiore di sanità, «significa prendere misure di sicurezza per prevenire intossicazioni e decessi, causati direttamente dalle stesse o da prodotti che le contengono». I decessi, infatti, sono la nota dolente: nel corso del 2020, i morti riconducibili all'abuso di sostanze stupefacenti hanno raggiunto i 308 casi. Il 3,6% dei quali era nella fascia d'età tra i 15 e i 19 anni. L'Umbria è la regione con tasso di mortalità per overdose più elevato: 36 decessi ogni milione di residenti tra 15 e 64 anni, seguono Valle d'Aosta, con 26 decessi, Friuli Venezia Giulia, Marche e Abruzzo, con valori superiori a 15 decessi ogni milione di abitanti. La diffusione della cannabis e dei suoi derivati, invece, nonostante sia ancora la sostanza più utilizzata, ha registrato una contrazione. I quantitativi sequestrati sono diminuiti del 54% per quanto riguarda l'hashish e del 16% relativamente alla marijuana. Ma sono aumentati dell'85% i sequestri di piante. Segno che ora i consumatori si fanno l'orticello di canapa a casa.Il mercato delle sostanze stupefacenti è stimato in 16,2 miliardi di euro, di cui circa il 39% attribuibile al consumo dei derivati della cannabis e quasi il 32% all'utilizzo di cocaina. Negli ultimi tre anni per il mercato della cocaina si è osservato un incremento medio del commercio di circa 2,5 punti percentuali. Ma Siniscalchi ha ancora in serbo qualche brutta sorpresa. E segnala una «propensione sempre più accentuata, specialmente nelle nuove generazioni, verso consumi non legati a una sola sostanza, o alla compresenza in molti casi di dipendenze da sostanze insieme a quelle comportamentali». L'uso di droghe non nasce, come avveniva un tempo, solo in presenza di condizioni di emarginazione o fragilità sociale. E non risparmia i giovanissimi: stando al rapporto, il 7,6% degli studenti ha riferito di aver fatto uso di almeno una sostanza psicoattiva illecita nel periodo delle restrizioni per il contenimento della pandemia. Si va dalla cannabis alla cocaina, agli allucinogeni. Non mancano eroina, cannabis sintetica, salvia divinorum (una pianta psicoattiva allucinogena della famiglia delle lamiacee), inalanti o anabolizzanti. In particolare, esclusa la cannabis, il 2,5% ha utilizzato almeno una delle altre sostanze. E le percentuali maggiori si riscontrano fra i ragazzi (maschi 3,3%; femmine 1,7) con un rapporto di genere quasi doppio.La frequenza di consumo? Oltre un terzo degli studenti consumatori (il 37%) afferma di non aver utilizzato sostanze più di due volte nel mese. Un quarto le ha utilizzate dalle tre alle nove volte e il restante 38% almeno dieci volte. «Si osserva quindi», sottolineano gli esperti, «che una percentuale consistente di consumatori ha fatto un uso frequente di sostanze psicoattive durante il lockdown». Questo potrebbe quindi indicare che coloro che sono riusciti a procurarsi sostanze stupefacenti, nonostante le restrizioni, siano anche coloro che ne fanno solitamente un uso più assiduo. Gli altri si sono dati al consumo di sostanze psicoattive legali: in molti hanno affermato di essersi ubriacati durante il lockdown e di aver fatto cinque o più bevute di fila. Il 27% degli studenti italiani ha dichiarato di essersi ubriacato almeno una volta fino al punto di barcollare, non riuscire a parlare correttamente, vomitare o addirittura dimenticare l'accaduto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-drogati-di-covid-2654907214.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-bersagli-i-giovani-qualcuno-ha-iniziato-altri-rafforzato-luso" data-post-id="2654907214" data-published-at="1630824591" data-use-pagination="False"> «I bersagli? I giovani. Qualcuno ha iniziato altri rafforzato l’uso» «Gli effetti del lockdown legati alla diffusione della droga viaggiano su varie direttrici: una psicologica, una criminalistica e una sociologica». Mary Petrillo, psicologa e criminologa, docente di master universitari e molto impegnata nel mondo associativo, analizza con La Verità il peso che hanno avuto sulle tossicodipendenze le restrizioni per contrastare la pandemia. Recenti studi dimostrano che con la pandemia è aumentato l'uso di droghe. Chi è caduto con più facilità nella rete della dipendenza? «Gli individui più fragili sono stati messi a dura prova e molti di loro hanno cominciato a fare uso di sostanze psicoattive ma anche di alcolici; altri che già ne facevano uso, invece, hanno aumentato drasticamente il loro consumo. Il periodo del lockdown ha apportato uno stravolgimento nelle interazioni e anche nei legami sociali, in particolare nei giovani che si sono visti privati della loro libertà e con la didattica a distanza hanno dovuto modificare non solo la capacità di apprendimento, ma hanno dovuto accettare un diverso modo di relazionarsi con gli altri». Quindi la pandemia ha una responsabilità diretta nella diffusione delle nuove droghe? «Tutti questi aspetti hanno influito negativamente sui soggetti più deboli e su quelli disagiati, dove per disagio si intende anche sofferenza psicologica ed emotiva. L'uso smodato di droghe, quindi, per questi individui è dovuto alle difficoltà di tipo comunicativo e relazionale (per alcuni si tratta anche di disagi di tipo fisico) causate delle restrizioni che hanno costretto tutti a una sorta di reclusione forzata. Chi viveva sentimenti di sofferenza e inadeguatezza è evidente che ha cercato di placarli facendo uso di queste sostanze». Per questo sono state testate droghe sconosciute? «Sono state assunte sia per uso ricreativo durante le lunghe giornate che non permettevano momenti di socialità, sia per sballarsi e mettere da parte, così, un vissuto difficile al quale non si riusciva a far fronte. E molto probabilmente è per questo motivo che sono state scelte droghe che provocano conseguenze sulle funzioni nervose e intaccano la capacità di adattamento dell'individuo, agendo quindi su problematiche di tipo intrapsichico, ambientale e interpersonale». Ovviamente c'è chi ha saputo intercettare le nuove richieste. «A livello criminologico mi preme sottolineare che questa tipologia di sostanze stupefacenti, secondo l'Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, è appannaggio di tutte le mafie europee. Ma anche di quelle extra europee. In Cina, per esempio, pare ci sia una produzione di benzodiazepine a basso costo. Il materiale grezzo viene poi spedito in Europa, Italia compresa, e qui lavorato nei laboratori delle mafie e venduto online. Ora viaggia tutto sul Web? «Le inchieste giudiziarie hanno svelato che nel periodo del lockdown era facile reperire queste sostanze attraverso internet, con pagamenti effettuati anche utilizzando criptovalute. In altri casi, invece, è stato possibile creare le sostanze in casa, mescolando medicinali psicoattivi legali con alcol. Gli effetti sono gravi e spesso letali». Le mafie italiane si sono subito attrezzate o sono rimaste fuori dalla partita? «Si sono attrezzate e non solo per la distribuzione al dettaglio. Così, i guadagni della criminalità organizzata durante il lockdown sono aumentati. I cartelli della droga hanno sfruttato il disagio psicofisico e sociale creatosi a causa della pandemia da Covid 19 per sviluppare questo nuovo mercato di droghe che in alcuni casi ha persino superato quello delle droghe classiche: eroina, cocaina e cannabis. I narcotrafficanti, insomma, hanno saputo sfruttare a loro vantaggio le difficoltà delle persone, facendo leva sui loro bisogni, per poter meglio soggiogarli e controllare il territorio». A livello sociale tutto questo che impatto ha avuto? «La droga sintetica ha effetti più devastanti delle droghe classiche e ciò si ripercuote sull'intera società in quanto chi ne fa uso sviluppa pericolose condotte, anche delinquenziali. E sotto l'effetto di queste sostanze si può macchiare di gravi delitti». Fenomeni già noti? «In passato, durante i periodi di crisi della società, si è riscontrato, come oggi, l'aumento nell'uso di sostanze che creano dipendenza per cercare di mitigare il più possibile le difficoltà che alcuni individui non riescono a gestire. Ma i danni provocati anche a livello psicofisico da queste sostanze hanno chiaramente anche un peso e un costo a livello sociale e sulla sanità. Si prenda, per esempio, il dato sull'aumento dei ricoveri in ospedale oppure in strutture di assistenza». E molti sono giovani. «L'uso e l'abuso di queste nuove droghe mette in evidenza quanto questi abbiano bisogno di punti di riferimento per acquisire senso critico e non cedere alla pressione del gruppo. Molte volte si tende a fare uso di sostanze per non sentirsi esclusi dai coetanei e quindi, in un certo senso, per conformarsi. Il lockdown ha agito indubbiamente sul senso di appartenenza, che è diventato ancora più forte perché le privazioni e le difficoltà relazionali in famiglia hanno fatto crescere nei ragazzi il bisogno di sentirsi uniti e solidali con i coetanei. Dall'altro lato, poi, ha influito anche una comunicazione errata della pandemia. Ora, però, bisogna far capire ai ragazzi che il Covid si può combattere e che quindi possono ancora progettare il loro futuro e non gettare via la propria vita con la droga».
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Eppure, il Tar regionale aveva sospeso i provvedimenti impugnati, nella parte in cui non prevedevano «la possibilità di svolgere l’attività professionale con modalità tali da non implicare contatti interpersonali di prossimità o comunque il rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV-2». Inoltre, il tribunale amministrativo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale in relazione all’articolo 4, comma 4, del decreto legge 44 del 1° aprile 2021 «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici», che introduceva l’obbligo della vaccinazione anche se si lavorava da remoto, a differenza di quanto stabilito nell’aprile dello stesso anno.
Originariamente, infatti, la sospensione era riferita a «prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali». Non poteva esserci legittimità nell’impedire il lavoro di uno psicologo da remoto, per questo il Tar aveva sottoposto la questione alla Corte costituzionale. Nel dicembre 2022, la Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tar della Lombardia, ritenendo che sugli obblighi vaccinali avesse competenza esclusiva il giudice ordinario, non quello amministrativo.
Se ne è occupato dunque il Tribunale di Milano, rigettando le istanze degli psicologi e condannandoli al pagamento delle spese, nonostante la domanda di giustizia posta innanzi al giudice ordinario fosse non di stabilire se la norma accusata fosse legittima o no, ma di rimettere il caso alla Corte costituzionale come già aveva fatto il Tar.
I professionisti allora hanno fatto ricorso, ma la Corte d’appello di Milano con sentenza pubblicata questo mese ha rigettato l’impugnazione confermando la sentenza di primo grado. La Corte sostiene che la Consulta avesse già respinto la questione di legittimità, ma il giudice delle leggi, in realtà, si era limitato a dire che non fosse «una decisione di merito», scrive nel libro Le opinioni dissenzienti in Corte costituzionale. Dieci casi (Zanichelli, 2024) Nicolò Zanon, già vice presidente della Corte costituzionale, riferendosi proprio a quella sentenza.
Il professore lo dice chiaramente: la questione «viene fermata in punto di ammissibilità». In realtà, «la Consulta non ha mai esaminato la questione della legittimità costituzionale del divieto di lavoro da remoto per psicologi libero-professionisti “non ottemperanti”», sottolinea l’avvocato Stefano de Bosio, legale degli psicologi. E l’unica sentenza citata dalla Corte d’Appello è la 14/2023, con la quale la Consulta aveva ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana relativamente all’obbligo vaccinale per il virus Sars-Cov-2 del personale sanitario. Il giudice delle leggi non si è pronunciato sulla sproporzionalità della sanzione del divieto di lavoro da remoto.
Ci pensa la Corte d’Appello, che non può decidere nel merito una questione di legittimità costituzionale, a intervenire sostenendo che vietarlo è «nel solco della legittima applicazione del principio di precauzione». Trova la giustificazione, legittima la decisione. In questo modo, però, «è stato violato l’obbligo di sottoporre alla Corte costituzionale la questione, già sollevata dal Tar Lombardia», dichiara l’avvocato, che adesso ricorrerà in Cassazione.
Intanto, i professionisti sono costretti a pagare circa 30.000 euro di spese legali all’Ordine degli psicologi che aveva impedito loro di lavorare. «La decisione favorevole del Tar di Milano avrebbe quanto meno legittimato la compensazione delle spese», commenta De Bosio. Doveva essere una sorta di punizione, per scoraggiarli dal ricorrere in terzo grado?
C’è un altro aspetto importante. Qualora la legge in questione fosse giudicata incostituzionale, è molto pericoloso il ragionamento della Corte d’Appello di Milano, secondo il quale se la pubblica amministrazione «si è limitata a dare applicazione alle norme di legge vigenti, rispetto alle quali non aveva alcuna discrezionalità», non risponde delle proprie azioni, né civilmente, né penalmente.
«Si tratta esattamente del medesimo argomento in diritto esibito al processo di Norimberga», afferma De Bosio. «Proprio per questo furono emanate, nel dopoguerra, le carte costituzionali e la convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché il principio di legalità formale non possa essere invocato quando i valori compromessi siano compresi nei “diritti fondamentali”, quali sono, in particolare, la “libertà di cura”». Conclude: «I governi hanno uno spazio di discrezionalità “politica”, ma sono inibiti dall’emanare sanzioni o misure sproporzionate».
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Lo denuncia, in una nota, GenerazioneD che, evidenziando come il dato non sia corretto, è costretta a constatare che nessuno ha «ritenuto doveroso rispondere nel merito di questioni di estrema delicatezza scientifica, clinica ed etica, riguardanti la salute e la sicurezza dei minori con disforia di genere».
Le domande poste sono «precise, documentate e circostanziate». Riguardano «un’affermazione di enorme impatto pubblico» rilasciata dalle 12 associazioni e società scientifiche in un documento del febbraio 2024 e citata, in una sorta di copia-incolla, nelle audizioni alla commissione Affari sociali della Camera sulla somministrazione della triptorelina ai bambini con incongruenza di genere, per regolamentarne l’uso. Le 12 associazioni e società affermano che «dai dati della letteratura scientifica si evince che fino al 40% dei giovani Tgd», cioè transgender e gender diverse, «tenta il suicidio (cfr. James S.E. et al. National center for transgender equality, 2016)», e che «la terapia con triptorelina riduce del 70% questa possibilità (cfr. Turban J.L. et al. Pediatrics, 2020)». Tralasciando «l’inaffidabilità del dato di partenza sulla suicidalità - estratto dal sondaggio self-report elaborato da James - anche solo esaminiamo la seconda parte dell’affermazione è lampante che le conclusioni degli stessi autori dello studio di Turban - sottolinea GenerazioneD - dicono un’altra cosa: l’accesso a questo trattamento è associato a minori probabilità di ideazione suicidaria nel corso della vita».
Tra ideazione e tentativo di suicidio, la differenza è sostanziale, ma le 12 società non sembrano essere interessate a chiarire questo aspetto, che non è il solo a traballare nello studio, dato che «si confrontano 89 persone che riferiscono di aver ricevuto i bloccanti, con 3.405 che li avrebbero voluti ma non li hanno ricevuti».
Ora, in qualsiasi ambito scientifico, osservazioni di tale portata «avrebbero richiesto un confronto aperto, trasparente e rigoroso», osserva GenerazioneD, che rinnova pubblicamente l’invito al confronto. «A oggi, non è giunta alcuna risposta. Nessuna rettifica, nessun approfondimento, nessuna spiegazione pubblica», rimarca. «Questo silenzio assume un peso ancora maggiore alla luce del mutato contesto internazionale, nel quale numerosi Paesi e autorevoli organismi sanitari stanno sottoponendo a revisione critica» queste pratiche, «chiedendo standard probatori sempre più rigorosi».
Nel Regno Unito, per esempio, è vietata la somministrazione dei bloccanti della pubertà agli under 18 ed è stata sospesa anche la sperimentazione su un campione di bambini. I dati, questi sì ben più solidi di quelli citati dalle 12 associazioni, mostrano che i trattamenti causerebbero danni a lungo termine come infertilità e sterilità, ma anche problemi alle ossa e disturbi al cervello e al sistema cardiovascolare. Sul suicidio, paradossalmente, vari studi mostrano che i tassi tra i transgender maschio-femmina sono superiori del 51% rispetto alla popolazione generale.
«Non chiediamo contrapposizioni», ribadisce GenerazioneD, «ma responsabilità scientifica e la disponibilità a spiegare ai genitori italiani, con trasparenza e rigore, su quali basi statistiche e metodologiche siano state formulate affermazioni tanto rilevanti». La domanda posta «è estremamente circoscritta: in quale passaggio dello studio di Turban et al. sarebbe affermato o dimostrato che la triptorelina determina una riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani affetti da disforia di genere?». È «un chiarimento pubblico non più rinviabile», è una «questione di rispetto verso i giovani più fragili, le famiglie chiamate a compiere scelte difficilissime e verso la credibilità stessa del dibattito scientifico».
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Dieci persone sono state fermate dai carabinieri di Castello di Cisterna nel campo rom di Caivano (Napoli) con accuse che vanno dalla rapina al furto, al riciclaggio, alla resistenza a pubblico ufficiale e al trasferimento fraudolento di valori. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe messo a segno circa 70 colpi tra furti ai danni di negozianti, rapine ad automobilisti e assalti a sportelli bancari, anche utilizzando la tecnica della «spaccata». Gli indagati avrebbero ostentato sui social network i proventi delle attività criminali.