
Parla Filippo Anelli, presidente dell'Ordine dei medici: «La legge sulla dolce morte non potrà obbligarci ad andare contro la nostra deontologia».«La nostra missione è guarire, non uccidere. C'è un signore che non possiamo tradire: Ippocrate». I fanatici dell'eutanasia avevano pensato a tutto. Al viaggio della buona morte, alle cannucce e alle siringhe, alla lobby radicale di trombettieri in Parlamento, ai testimonial del fine vita e alla letteratura favorevole. Ma proprio non avevano pensato ai medici che non hanno alcuna intenzione di essere trattati come esecutori passivi e pedissequi di un ordine da Stalag 17. Ed è il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, Filippo Anelli, a rinfrescare a tutti la memoria con due concetti semplici e potenti: «La legge non può imporci di andare contro una deontologia che esiste da più di duemila anni». «I medici sono sempre stati custodi della vita».Il presidente Anelli, eletto oltre un anno fa con l'84,4% dei consensi, non si è limitato a esprimere questi concetti basilari in un convegno, ma ha preso carta e penna e ha scritto una comunicazione ufficiale a tutti i colleghi (nonché per conoscenza al Comitato di bioetica nazionale in parlamento) nella quale sottolinea che «ove il legislatore non ritenga più sussistente la punibilità del medico che agevoli in qualsiasi modo l'esecuzione del suicidio, restano valide e applicabili le regole deontologiche attualmente previste dal Codice». In particolare l'art. 17 dove si legge che «il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti finalizzati a provocarne la morte». Il signor Ippocrate, che da 2400 anni rappresenta la categoria, sarebbe contento. Presidente, la sua lettera ha innescato una polemica furiosa.«Sono 2.400 anni che abbiamo un Codice che vieta da parte nostra arti a favore della morte, di conseguenza noi medici siamo sempre stati considerati custodi della vita. Sappiamo che la società è cambiata e non vogliamo affrontare il problema sotto il profilo ideologico. Ma neppure rimanere attori passivi un un passaggio epocale».Cosa si aspetta dalla legge sul suicidio assistito che il Parlamento dovrà produrre su incitazione della corte Costituzionale entrò l'anno?«Noi non facciamo politica. Ma abbiamo l'obbligo di chiedere che la dignità dell'uomo, anche nel momento supremo della sofferenza, continui ad avere un significato. La soluzione non è mai la morte, piuttosto bisogna mettere in atto quegli strumenti che leniscano la sofferenza del malato».Ma i medici sono tutti uniti? Sul tema ci sarà una dialettica aperta.«Dopo tanti anni di esercizio, non possiamo avere posizioni ideologiche e non le abbiamo. Avvieremo un dibattito all'interno della categoria, la nostra posizione ufficiale non è certo in contrasto con il dettato della Costituzione quando nell'articolo 32 parla di diritto alla salute. Ci sono alternative al suicidio assistito».E quali sarebbero?«Quello che noi possiamo offrire è una sedazione profonda che in qualche maniera riesce a far superare gravi sofferenze e consente al malato di avviarsi a una fine naturale senza che venga violata la sua dignità».Ai fautori dell'eutanasia non basta. Marco Cappato ha detto che lei è vittima di un delirio di onnipotenza.«Se fosse vero potremmo decidere noi tutto. Ma è il contrario, lui vorrebbe radicalizzare lo scontro, conosco la strategia. Noi non siamo politici ma uomini di scienza e vogliamo capire per dare risposte alle persone. Crediamo di essere in grado di darle».La corte Costituzionale ha parlato chiaro: la legge va fatta.«La Consulta ha anche ravvisato ancoraggi normativi precisi. Deve riferirsi a una persona affetta da una patologia irreversibile e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili. Questa persona deve essere tenuta in vita per mezzo di trattamenti di sostegno vitali; deve essere in grado di prendere decisioni libere e consapevoli. È dentro questo alveo che va costruita la legge».Cosa risponde a chi si appella alla libertà del cittadino di decidere la propria fine?«Accanto alla libertà di un cittadino deve esserci anche quella dell'altro cittadino, che in questo caso è un medico, nel rispetto delle sue convinzioni più profonde. Il primato della libertà non può valere solo a senso unico. E dare la morte a una persona è esattamente il contrario del motivo per il quale il 100% dei medici ha scelto questa missione o professione che sia».Ne fa un caso di coscienza?«Sul primato della coscienza non ho alcun dubbio: non può essere violata».Potreste essere accusati per un arroccamento di casta.«Non avrebbe senso. Noi dobbiamo essere al servizio dei cittadini e dobbiamo farlo recuperando in pieno l'identità di medici. Non siamo semplici tecnici della salute, ma abbiamo un ruolo sociale che, nell'esercitare questa straordinaria professione, contente di promuovere il diritto costituzionale alla tutela della salute. Le pare possibile non sollevare l'argomento? Sarei preoccupato se fossimo in silenzio».Lei si appella al Codice deontologico, che però in passato è stato modificato in presenza di nuove leggi.«Si riferisce all'aborto ed è vero. Il Codice è cambiato adattandosi ai mutamenti della società. Vedremo come cambierà questa legge. Nell'attesa voglio ribadire che noi non intendiamo rinunciare ai nostri valori, che riteniamo il Codice deontologico esaustivo dell'argomento e che siamo consapevoli di quanto sia in sintonia con la Costituzione. Poiché ci sentiamo attori di una democrazia basata sui diritti, faccio rispettosamente valere i nostri».Si va verso un muro contro muro?«No, perché noi non abbiamo alcuna pregiudiziale a discutere. Massima disponibilità al dialogo. Se ci convinceranno della bontà delle tesi altrui ne prenderemo atto. Ma oggi il Codice funziona e i medici non possono dare la morte perché sarebbero altro».L'associazione Luca Coscioni sostiene che 650 persone sono pronte ad andare a morire in Svizzera.«Prendo atto e non commento. Dico solo che il progresso non è semplicemente cambiare, ma migliorare la vita degli esseri umani».
Un frame del video dell'aggressione a Costanza Tosi (nel riquadro) nella macelleria islamica di Roubaix
Giornalista di «Fuori dal coro», sequestrata in Francia nel ghetto musulmano di Roubaix.
Sequestrata in una macelleria da un gruppo di musulmani. Minacciata, irrisa, costretta a chiedere scusa senza una colpa. È durato più di un’ora l’incubo di Costanza Tosi, giornalista e inviata per la trasmissione Fuori dal coro, a Roubaix, in Francia, una città dove il credo islamico ha ormai sostituito la cultura occidentale.
Scontri fra pro-Pal e Polizia a Torino. Nel riquadro, Walter Mazzetti (Ansa)
La tenuità del reato vale anche se la vittima è un uomo in divisa. La Corte sconfessa il principio della sua ex presidente Cartabia.
Ennesima umiliazione per le forze dell’ordine. Sarà contenta l’eurodeputata Ilaria Salis, la quale non perde mai occasione per difendere i violenti e condannare gli agenti. La mano dello Stato contro chi aggredisce poliziotti o carabinieri non è mai stata pesante, ma da oggi potrebbe diventare una piuma. A dare il colpo di grazia ai servitori dello Stato che ogni giorno vengono aggrediti da delinquenti o facinorosi è una sentenza fresca di stampa, destinata a far discutere.
Mohamed Shahin (Ansa). Nel riquadro, il vescovo di Pinerolo Derio Olivero (Imagoeconomica)
Per il Viminale, Mohamed Shahin è una persona radicalizzata che rappresenta una minaccia per lo Stato. Sulle stragi di Hamas disse: «Non è violenza». Monsignor Olivero lo difende: «Ha solo espresso un’opinione».
Per il Viminale è un pericoloso estremista. Per la sinistra e la Chiesa un simbolo da difendere. Dalla Cgil al Pd, da Avs al Movimento 5 stelle, dal vescovo di Pinerolo ai rappresentanti della Chiesa valdese, un’alleanza trasversale e influente è scesa in campo a sostegno di un imam che è in attesa di essere espulso per «ragioni di sicurezza dello Stato e prevenzione del terrorismo». Un personaggio a cui, già l’8 novembre 2023, le autorità negarono la cittadinanza italiana per «ragioni di sicurezza dello Stato». Addirittura un nutrito gruppo di antagonisti, anche in suo nome, ha dato l’assalto alla redazione della Stampa. Una saldatura tra mondi diversi che non promette niente di buono.
Nei riquadri, Letizia Martina prima e dopo il vaccino (IStock)
Letizia Martini, oggi ventiduenne, ha già sintomi in seguito alla prima dose, ma per fiducia nel sistema li sottovaluta. Con la seconda, la situazione precipita: a causa di una malattia neurologica certificata ora non cammina più.
«Io avevo 18 anni e stavo bene. Vivevo una vita normale. Mi allenavo. Ero in forma. Mi sono vaccinata ad agosto del 2021 e dieci giorni dopo la seconda dose ho iniziato a stare malissimo e da quel momento in poi sono peggiorata sempre di più. Adesso praticamente non riesco a fare più niente, riesco a stare in piedi a malapena qualche minuto e a fare qualche passo in casa, ma poi ho bisogno della sedia a rotelle, perché se mi sforzo mi vengono dolori lancinanti. Non riesco neppure ad asciugarmi i capelli perché le braccia non mi reggono…». Letizia Martini, di Rimini, oggi ha 22 anni e la vita rovinata a causa degli effetti collaterali neurologici del vaccino Pfizer. Già subito dopo la prima dose aveva avvertito i primi sintomi della malattia, che poi si è manifestata con violenza dopo la seconda puntura, tant’è che adesso Letizia è stata riconosciuta invalida all’80%.






