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2021-07-14
I corvi del Covid temono la variante azzurra
Ansa
Vogliono farci dimenticare in gran fretta la gioia per questi Europei, utilizzando l'idrante delta per spegnere ogni entusiasmo. I corvi si sono passati parola e hanno deciso, nell'ordine, che è in arrivo la «Variante festa» (titolo della Stampa); «Siam pronti alla morte» (Il Fatto quotidiano); «Il virus ce la farà pagare» (La Repubblica); «E ora si teme per l'effetto Europei» (Il Corriere della Sera); «Piazze a rischio contagio. L'Oms: la pagheremo» (Il Gazzettino); «La ripartenza della pandemia» (Il Mattino); «Piazze azzurre, è allarme focolai» (Il Tirreno); «Caos (con morti) e assembramenti. Le polemiche sui festeggiamenti» (Avvenire), tanto per ricordare alcuni articoli catastrofici di ieri. Se questo non è terrorismo sanitario, come lo vogliamo chiamare?
Fintantoché lo fa il ministro della Salute non è una novità, visto che ci vorrebbe sempre in zona rossa e con mascherina addosso. «Siamo ancora dentro un'epidemia terribile. Guai a pensare che sia finita. Nelle ultime settimane in Europa stiamo assistendo alla crescita significativa dei casi a causa della variante delta», ripeteva ieri Roberto Speranza. Però perché alimentare sui giornali e per tv un'ansia ingiustificata? L'epidemiologa Maria Van Kerkhove, responsabile tecnico dell'Oms, ha già annunciato l'Apocalisse: «La variante delta approfitterà di persone non vaccinate, in ambienti affollati, senza mascherine, che urlano/gridano/cantano. Devastante». Roba da conta dei morti, con nuove colonne di feretri in cerca di sepoltura, invece ieri il tasso di positività era dello 0,79%, in calo rispetto al giorno precedente, così pure il numero dei ricoverati con sintomi: -11,3%.
Il virologo Andrea Crisanti sulla Stampa conveniva che la variate indiana non fa aumentare le ospedalizzazioni, però per tenere alto l'allarme dichiarava: «Non si può far finta che la delta non sia un rischio per un Paese come l'Italia che ha protetto con due dosi meno della metà della popolazione». Non ci sono dati di maggior pericolosità o letalità dovuti alla variante, ma avanti con le vaccinazioni. Il solito Sergio Abrignani, immunologo e componente del Cts, calcola che in quattro giorni, sette al massimo «vedremo se le infezioni aumentano» ed è certo che «in un mese e mezzo arriveremo ai 30.000 casi al giorno». L'aumento dei positivi non vuol dire pressioni sugli ospedali e sulle terapie intensive, quindi l'allarme per i troppi festeggiamenti di domenica sera è decisamente fuori luogo. «Anche io sono andato a vedere cosa succedeva in centro a Rho ed è stato un disastro», ha commentato inorridito Fabrizio Pregliasco, docente dell'Università Statale di Milano, che dà per scontato «un colpo di coda» dovuto ai «tanti giovani asintomatici che sono andati in giro», dopo la finalissima a Wembley. Tempo due settimane, assicura, dovremmo prepararci a uno «scenario certamente non piacevole».
Per il virologo Massimo Galli basteranno sette, dieci giorni al massimo per vedere «gli effetti sui contagi» dello «strillarsi addosso in moltitudine», come è successo per la vittoria degli Azzurri, sebbene il professore riconosca «che a festeggiare in piazza sono stati soprattutto i giovani i quali, in genere, hanno meno rischi di malattia grave». Il Fatto quotidiano non demorde e si chiede «chissà, fra qualche giorno come sarà la situazione di contagi e ospedalizzazioni in Italia viste le scene della notte e di ieri (lunedì, ndr) attorno all'autobus scoperto della Nazionale di calcio in trionfo per le strade di Roma». Tifo e sangue, aspettiamoci bollettini drammatici non appena crescerà di qualche unità il ricovero in corsia, non in terapia intensiva.
Francesco Menichetti, ordinario di malattie infettive dell'Università di Pisa, al Mattino fa «una stima di un rimbalzo del 5-10%» di contagi da delta dopo la finalissima contro l'Inghilterra. «Si tratta di un calcolo nasometrico», precisa il professore, che in attesa di vedere come crescerà la curva suggerisce a tutti «quei giovani che hanno festeggiato di andarsi a vaccinare». Già, perché sempre lì finiamo, sebbene il siero anti Covid non faccia da schermo. «Non dimentichiamo che la variante delta si trasmette con molta facilità anche nei vaccinati», ha infatti ricordato Massimo Andreoni, direttore malattie infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma, unendosi al coro di quanti hanno criticato le manifestazioni di piazza dopo la partita. «Vedere la gente tutta ammassata, a cantare e gridare senza mascherina non fa ben sperare: è il massimo che si può fare per trasmettere il virus», ha scandito l'esperto.
Per fortuna ci pensa Roberto Cauda, infettivologo del Policlinico Gemelli di Roma, a smorzare i toni preoccupati. «In occasione della festa per lo scudetto dell'Inter non è successo nulla di drammatico», ha commentato sul Messaggero, «così come nella precedente occasione a Napoli per la vittoria della Coppa Italia. È molto difficile fare dei pronostici». Aspettiamo a strapparci le vesti per qualche carosello di auto e per cori di troppo, dopo una splendida vittoria che ha ridato entusiasmo al Paese.
Nuovo allarme per il vaccino J&J: rischio di rara sindrome di paralisi
Doveva essere il vaccino più ambito perché monodose e invece rischia di essere il più rischioso per gli effetti collaterali. Dopo l'allarme giunto dagli Stati Uniti, e precisamente dalla Fda, la Food and drug administration, sulla possibilità di rischi neurologici, non c'è voluto molto per passare dall'entusiasmo alla paura per il farmaco americano Johnson&Johnson prodotto dalla Janssen. Notizia che ne compromette l'utilizzo contro il Covid rallentando inevitabilmente la campagna vaccinale.
Secondo quanto riportato dal New York Times, per la Fda, l'inoculazione di questo vaccino potrebbe fare aumentare il rischio di una rara sindrome di Guillain-Barrè, conosciuta anche come «paralisi di Landry». Questa patologia, che colpisce ogni anno in America tra le 3.000 e le 6.000 persone, si manifesta con un attacco ai nervi periferici caratterizzato da debolezza o addirittura paralisi progressiva, il più delle volte a partire dalle gambe ma può raggiungere i muscoli respiratori, e poi i nervi della testa e del collo. In sostanza, chi riceve la somministrazione del vaccino monodose J&J ha una probabilità da tre a cinque volte più elevata di sviluppare la sindrome e per cui si è deciso di segnalare il possibile effetto collaterale nelle schede informative del prodotto. I funzionari americani hanno identificato 100 casi sospetti di Guillain-Barré tra i destinatari del monodose attraverso un sistema di monitoraggio federale che si affida ai pazienti e agli operatori sanitari per segnalare gli effetti negativi dei vaccini: il 95% di questi casi sono stati considerati gravi e hanno richiesto l'ospedalizzazione.
Secondo le prime relazioni, però, a parte un caso di morte, la maggior parte delle persone che accusano effetti indesiderati guariscono e, comunque, la Fda pur decidendo di includere la clausola all'interno del bugiardino per i pazienti e sui fogli informativi per i fornitori, continua a sostenere che i benefici del vaccino J&J nella prevenzione di malattie gravi o morte per Covid superano ancora di molto qualsiasi eventuale pericolo.
Ma per il poco fortunato vaccino monodose non va bene neanche in Europa. L'Agenzia europea del farmaco, infatti, ne sconsiglia l'uso in persone con storia di sindrome da perdita capillare. Il Comitato di farmacovigilanza (Prac) dell'ente regolatorio Ue raccomanda di non utilizzare il prodotto adenovirale in chi soffre o ha sofferto di questa malattia. Una «condizione molto rara e grave» per la quale il Prac chiede di modificare il bugiardino. L'Ema ha inoltre sottolineato che per questi postumi ci sono state 2 morti a fronte di 18 milioni di dosi somministrate, conseguenze letali quindi molto basse.
Contemporaneamente in Usa è stata bocciata la proposta di Pfizer e Biontech di introdurre una terza dose del vaccino Comirnaty a 6 mesi dalla seconda per dare «una protezione ancora maggiore» alla popolazione e perché l'efficacia del vaccino turco-tedesco «è stata erosa dalla variante Delta». Gli americani Fda e Cdc (Center Diseas Control and Prevention), contraddicendo per la prima volta l'azienda farmaceutica prima produttrice del vaccino anti Covid, hanno sottolineato che «non sono le aziende ma la scienza a stabilire quali le necessità» e per il momento restano fermi all'opzione della doppia dose considerando una priorità i cittadini che non vogliono vaccinarsi e che risultano maggiormente a rischio rispetto agli immunizzati e non certo dare una dose in più a chi non teme affatto il vaccino. Quello che invece non è escluso è l'eventualità di fare dei richiami, ma si è in attesa di ampi studi che ne confermino necessità ed efficacia.
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Titoli a effetto, enfasi sul terrorismo sanitario per rovinare la festa della Nazionale. Preannunci di una devastante Apocalisse Colpa dei festeggiamenti dopo la finale a Wembley che rilancerebbero i contagi. Ma ci sono anche esperti meno catastrofistiDagli Usa: la terza dose di Pfizer non serve, la sua efficacia erosa dalla variante DeltaLo speciale contiene due articoliVogliono farci dimenticare in gran fretta la gioia per questi Europei, utilizzando l'idrante delta per spegnere ogni entusiasmo. I corvi si sono passati parola e hanno deciso, nell'ordine, che è in arrivo la «Variante festa» (titolo della Stampa); «Siam pronti alla morte» (Il Fatto quotidiano); «Il virus ce la farà pagare» (La Repubblica); «E ora si teme per l'effetto Europei» (Il Corriere della Sera); «Piazze a rischio contagio. L'Oms: la pagheremo» (Il Gazzettino); «La ripartenza della pandemia» (Il Mattino); «Piazze azzurre, è allarme focolai» (Il Tirreno); «Caos (con morti) e assembramenti. Le polemiche sui festeggiamenti» (Avvenire), tanto per ricordare alcuni articoli catastrofici di ieri. Se questo non è terrorismo sanitario, come lo vogliamo chiamare? Fintantoché lo fa il ministro della Salute non è una novità, visto che ci vorrebbe sempre in zona rossa e con mascherina addosso. «Siamo ancora dentro un'epidemia terribile. Guai a pensare che sia finita. Nelle ultime settimane in Europa stiamo assistendo alla crescita significativa dei casi a causa della variante delta», ripeteva ieri Roberto Speranza. Però perché alimentare sui giornali e per tv un'ansia ingiustificata? L'epidemiologa Maria Van Kerkhove, responsabile tecnico dell'Oms, ha già annunciato l'Apocalisse: «La variante delta approfitterà di persone non vaccinate, in ambienti affollati, senza mascherine, che urlano/gridano/cantano. Devastante». Roba da conta dei morti, con nuove colonne di feretri in cerca di sepoltura, invece ieri il tasso di positività era dello 0,79%, in calo rispetto al giorno precedente, così pure il numero dei ricoverati con sintomi: -11,3%. Il virologo Andrea Crisanti sulla Stampa conveniva che la variate indiana non fa aumentare le ospedalizzazioni, però per tenere alto l'allarme dichiarava: «Non si può far finta che la delta non sia un rischio per un Paese come l'Italia che ha protetto con due dosi meno della metà della popolazione». Non ci sono dati di maggior pericolosità o letalità dovuti alla variante, ma avanti con le vaccinazioni. Il solito Sergio Abrignani, immunologo e componente del Cts, calcola che in quattro giorni, sette al massimo «vedremo se le infezioni aumentano» ed è certo che «in un mese e mezzo arriveremo ai 30.000 casi al giorno». L'aumento dei positivi non vuol dire pressioni sugli ospedali e sulle terapie intensive, quindi l'allarme per i troppi festeggiamenti di domenica sera è decisamente fuori luogo. «Anche io sono andato a vedere cosa succedeva in centro a Rho ed è stato un disastro», ha commentato inorridito Fabrizio Pregliasco, docente dell'Università Statale di Milano, che dà per scontato «un colpo di coda» dovuto ai «tanti giovani asintomatici che sono andati in giro», dopo la finalissima a Wembley. Tempo due settimane, assicura, dovremmo prepararci a uno «scenario certamente non piacevole». Per il virologo Massimo Galli basteranno sette, dieci giorni al massimo per vedere «gli effetti sui contagi» dello «strillarsi addosso in moltitudine», come è successo per la vittoria degli Azzurri, sebbene il professore riconosca «che a festeggiare in piazza sono stati soprattutto i giovani i quali, in genere, hanno meno rischi di malattia grave». Il Fatto quotidiano non demorde e si chiede «chissà, fra qualche giorno come sarà la situazione di contagi e ospedalizzazioni in Italia viste le scene della notte e di ieri (lunedì, ndr) attorno all'autobus scoperto della Nazionale di calcio in trionfo per le strade di Roma». Tifo e sangue, aspettiamoci bollettini drammatici non appena crescerà di qualche unità il ricovero in corsia, non in terapia intensiva. Francesco Menichetti, ordinario di malattie infettive dell'Università di Pisa, al Mattino fa «una stima di un rimbalzo del 5-10%» di contagi da delta dopo la finalissima contro l'Inghilterra. «Si tratta di un calcolo nasometrico», precisa il professore, che in attesa di vedere come crescerà la curva suggerisce a tutti «quei giovani che hanno festeggiato di andarsi a vaccinare». Già, perché sempre lì finiamo, sebbene il siero anti Covid non faccia da schermo. «Non dimentichiamo che la variante delta si trasmette con molta facilità anche nei vaccinati», ha infatti ricordato Massimo Andreoni, direttore malattie infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma, unendosi al coro di quanti hanno criticato le manifestazioni di piazza dopo la partita. «Vedere la gente tutta ammassata, a cantare e gridare senza mascherina non fa ben sperare: è il massimo che si può fare per trasmettere il virus», ha scandito l'esperto. Per fortuna ci pensa Roberto Cauda, infettivologo del Policlinico Gemelli di Roma, a smorzare i toni preoccupati. «In occasione della festa per lo scudetto dell'Inter non è successo nulla di drammatico», ha commentato sul Messaggero, «così come nella precedente occasione a Napoli per la vittoria della Coppa Italia. È molto difficile fare dei pronostici». Aspettiamo a strapparci le vesti per qualche carosello di auto e per cori di troppo, dopo una splendida vittoria che ha ridato entusiasmo al Paese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-corvi-del-covid-temono-la-variante-azzurra-2653770109.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nuovo-allarme-per-il-vaccino-jj-rischio-di-rara-sindrome-di-paralisi" data-post-id="2653770109" data-published-at="1626205687" data-use-pagination="False"> Nuovo allarme per il vaccino J&J: rischio di rara sindrome di paralisi Doveva essere il vaccino più ambito perché monodose e invece rischia di essere il più rischioso per gli effetti collaterali. Dopo l'allarme giunto dagli Stati Uniti, e precisamente dalla Fda, la Food and drug administration, sulla possibilità di rischi neurologici, non c'è voluto molto per passare dall'entusiasmo alla paura per il farmaco americano Johnson&Johnson prodotto dalla Janssen. Notizia che ne compromette l'utilizzo contro il Covid rallentando inevitabilmente la campagna vaccinale. Secondo quanto riportato dal New York Times, per la Fda, l'inoculazione di questo vaccino potrebbe fare aumentare il rischio di una rara sindrome di Guillain-Barrè, conosciuta anche come «paralisi di Landry». Questa patologia, che colpisce ogni anno in America tra le 3.000 e le 6.000 persone, si manifesta con un attacco ai nervi periferici caratterizzato da debolezza o addirittura paralisi progressiva, il più delle volte a partire dalle gambe ma può raggiungere i muscoli respiratori, e poi i nervi della testa e del collo. In sostanza, chi riceve la somministrazione del vaccino monodose J&J ha una probabilità da tre a cinque volte più elevata di sviluppare la sindrome e per cui si è deciso di segnalare il possibile effetto collaterale nelle schede informative del prodotto. I funzionari americani hanno identificato 100 casi sospetti di Guillain-Barré tra i destinatari del monodose attraverso un sistema di monitoraggio federale che si affida ai pazienti e agli operatori sanitari per segnalare gli effetti negativi dei vaccini: il 95% di questi casi sono stati considerati gravi e hanno richiesto l'ospedalizzazione. Secondo le prime relazioni, però, a parte un caso di morte, la maggior parte delle persone che accusano effetti indesiderati guariscono e, comunque, la Fda pur decidendo di includere la clausola all'interno del bugiardino per i pazienti e sui fogli informativi per i fornitori, continua a sostenere che i benefici del vaccino J&J nella prevenzione di malattie gravi o morte per Covid superano ancora di molto qualsiasi eventuale pericolo. Ma per il poco fortunato vaccino monodose non va bene neanche in Europa. L'Agenzia europea del farmaco, infatti, ne sconsiglia l'uso in persone con storia di sindrome da perdita capillare. Il Comitato di farmacovigilanza (Prac) dell'ente regolatorio Ue raccomanda di non utilizzare il prodotto adenovirale in chi soffre o ha sofferto di questa malattia. Una «condizione molto rara e grave» per la quale il Prac chiede di modificare il bugiardino. L'Ema ha inoltre sottolineato che per questi postumi ci sono state 2 morti a fronte di 18 milioni di dosi somministrate, conseguenze letali quindi molto basse. Contemporaneamente in Usa è stata bocciata la proposta di Pfizer e Biontech di introdurre una terza dose del vaccino Comirnaty a 6 mesi dalla seconda per dare «una protezione ancora maggiore» alla popolazione e perché l'efficacia del vaccino turco-tedesco «è stata erosa dalla variante Delta». Gli americani Fda e Cdc (Center Diseas Control and Prevention), contraddicendo per la prima volta l'azienda farmaceutica prima produttrice del vaccino anti Covid, hanno sottolineato che «non sono le aziende ma la scienza a stabilire quali le necessità» e per il momento restano fermi all'opzione della doppia dose considerando una priorità i cittadini che non vogliono vaccinarsi e che risultano maggiormente a rischio rispetto agli immunizzati e non certo dare una dose in più a chi non teme affatto il vaccino. Quello che invece non è escluso è l'eventualità di fare dei richiami, ma si è in attesa di ampi studi che ne confermino necessità ed efficacia.
Dario Amodei
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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