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2024-04-09
I bonus di Conte si son mangiati tutto il Pnrr
Imagoeconomica
Continua a salire la spesa per il Superbonus. Secondo i dati Enea, al 31 marzo gli oneri a carico dello Stato sono arrivati a 122,24 miliardi di euro, ma il totale degli aiuti all’edilizia supererà i 210 miliardi. E la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente visto che al conto finale si aggiungeranno gli ultimi cantieri ancora aperti, con uno sgravio del 70% per il 2024. Entrando nel dettaglio degli ultimi dati Enea relativi solo al 110, i cantieri condominiali aperti sono 132.492 per un investimento complessivo ammesso a detrazione di 78,05 miliardi, che valgono circa il 66,6% del totale. I cantieri degli edifici unifamiliari hanno raggiunto invece quota 244.682 per un investimento complessivo da detrarre di 27,9 miliardi, che valgono circa il 23,8% del totale. I lavori sulle unità immobiliari indipendenti sono invece pari a 117.224 e cubano un investimento complessivo ammesso a detrazione di 11,291 miliardi, che valgono circa il 9,6% del totale. Infine, gli otto castelli che hanno beneficiato del Superbonus hanno fatto registrare investimenti ammessi a detrazione pari a 1,082 miliardi.
Rispetto al mese di febbraio gli oneri a carico dello Stato sono aumentati di ben 8 miliardi di euro visto che si è passati da 114 a 122 miliardi. Se poi si vanno poi a osservare i primi dati pubblicati dall’Enea in merito al Superbonus, si scopre come il debito fiscale a carico dello Stato sia passato da 4 miliardi di euro (31 agosto 2021) a 122 miliardi di euro di marzo 2024. In tre anni c’è dunque stato un aumento della spesa di ben 118 miliardi di euro. A questi oneri si devono però aggiungere anche quelli legati agli altri bonus edilizi (ristrutturazione, facciate, Sismabonus, Ecobonus, mobili, verde e barriere architettoniche). Nel complesso, tutti i bonus edilizi, sono dunque costati dal 2021 a oggi «sopra i 210 miliardi di euro», ha dichiarato il sottosegretario all’Economia, Federico Freni, aggiungendo che «quando lodiamo l’impatto del Pnrr sul sistema Paese non possiamo ignorare che abbiamo speso per il Superbonus molto di più di quello che spenderemo per il Pnrr». Il Piano nazionale di ripresa e resilienza cuba infatti una spesa che si aggira intorno ai 196 miliardi di euro, di cui 123 a debito. Un conto, quello del Superbonus, talmente fuori controllo da spingere il governo Meloni a mettere la parola fine una volta per tutte alla cessione del credito e allo sconto in fattura per chi ancora poteva usufruirne (tendenzialmente per chi aveva presentato la Cilas entro febbraio 2023).
Inoltre, il provvedimento ha anche anticipato la possibilità della remissione in bonis per comunicare all’Agenzia delle entrate la cessione o lo sconto in fattura relativi ai bonus edilizi sostenuti nel 2023 o per le rate residue legate alle detrazioni del 2020, 2021 e 2022. Prima dell’intervento si aveva tempo fino al 15 ottobre, con le novità normative si è passati al 4 aprile. Anticipazione legata anche alla necessità di capire effettivamente a quanto ammonta l’impatto della cessione del credito e dello sconto in fatture legati ai vari bonus edilizi. In attesa degli ultimi dati definitivi, quello che si sa con certezza è che la moneta fiscale (cessione del credito e sconto in fattura) ha portato il disavanzo al 7,2% contro il 5,3% previsto in autunno, secondo le ultime stime Istat di inizio marzo, ma questa previsione potrebbe salire ulteriormente.
«Tornando alla definizione di Draghi del debito buono forse abbiamo fatto un po’ di debito non troppo buono e adesso dobbiamo essere in grado di generare in modo selettivo investimenti che meritano l’aiuto pubblico», ha dichiarato ieri Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, a margine dell’evento SelectingItaly a Trieste, aggiungendo che è per questo motivo «che da quando ho assunto questa responsabilità ripeto come una specie di mantra prudenza e responsabilità sui conti pubblici e la sostenibilità del debito. Lo faremo nelle prossime ore, muoverci in questa direzione». Il riferimento è all’approvazione oggi in cdm del Documento di economia e finanza che inevitabilmente sarà impattato anche dagli ultimi numeri che l’Agenzia delle entrate comunicherà nelle prossime ore al Tesoro relativi alla cessione e allo sconto in fattura.
Secondo quanto risulta alla Verità, il governo vuole inoltre avviare una vera e propria ristrutturazione dei vari bonus edilizi. «Sono troppi e non danno certezza alle imprese e ai cittadini», dicono dal Mef. L’idea è dunque quella di ridurne il numero, magari accorpando più bonus tra di loro, e di allungare gli anni legati alla detrazione. L’obiettivo è mettere in ordine l’attuale sistema e dare certezza dell’agevolazione fiscale, in modo da evitare continui interventi a distanza di mesi per sistemare bonus edilizi strutturati male fin dall’inizio, come il Superbonus voluto da Giuseppe Conte. Ovviamente lo sconto in fattura e la cessione del credito non saranno minimamente presi in considerazione. Quello che rimarrà sarà la classica detrazione su più anni rimborsata sul 730, con l’anticipo totale della spesa dei lavori. È da ricordare infine, lato Superbonus, che per il 2023 questa agevolazione è stata classificata dall’Eurostat come spesa pagabile e quindi contabilizzata nello stesso anno in cui le spese sono state sostenute. Per il 2024 potrebbe non essere così, dato che c’è anche l’ipotesi che la spesa sostenuta per il bonus non venga considerata pagabile nell’anno in corso e dunque l’onere verrebbe spalmato su più anni.
Oggi inoltre, in commissione Finanze alla Camera, si avvierà l’esame sul nuovo decreto Superbonus approvato in cdm il 26 marzo.
Agli Stati solo un terzo dei fondi Ue
Con i tassi della Bce verso una discesa ormai certa, viene ancor più da chiedersi se sia conveniente per l’Italia accedere ai fondi del Pnrr. Del resto, visti i vincoli imposti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e con il costo dei prestiti in discesa, viene il dubbio che sia meglio emettere debito nazionale. Va poi aggiunto che i governi europei hanno ricevuto meno di un terzo dei 723 miliardi di euro originariamente stanziati dall’Ue per favorire la ripresa economica post Covid e ora stanno facendo pressione sulla Commissione europea per accelerare i pagamenti. Inoltre, i Paesi del Vecchio continente chiedono alla Commissione di ridurre la montagna di burocrazia che impedisce loro di mettere le mani sulla propria quota di fondi a disposizione, scatenando quindi il timore di perdere enormi somme di denaro quando lo stanziamento del Pnrr si concluderà nel 2026. In più, la notizia arriva mentre il fondo è impantanato in uno scandalo di corruzione, con la polizia italiana che ha arrestato più di 20 sospetti in tutta l’Ue nell’ambito di un’indagine per frode da oltre 600 milioni di euro.
Un funzionario nazionale citato dal sito Politico ha lamentato i salti mortali che i Paesi devono fare per accedere al denaro descrivendo i rigidi controlli della Commissione sulle proposte di finanziamento come «più simili a un audit». Un altro diplomatico ha fatto sapere che i governi stanno iniziando a pensare che richiedere prestiti nell’ambito del Pnrr «non valga la pena». Per via di queste lamentele, la Commissione starebbe cercando nuovi modi per accelerare il processo di erogazione del denaro. Basti, infatti, ricordare che l’esecutivo Ue ha già ridotto l’importo totale disponibile da 723 miliardi a 648 miliardi di euro dopo che i governi non sono riusciti a richiedere quasi 100 miliardi di euro di prestiti prima della scadenza provvisoria di fine 2023. A ogni modo, finora la Commissione ha sbloccato solo 225 miliardi di euro. La Spagna, che dovrebbe essere il secondo maggior beneficiario dopo l’Italia (nel nostro Paese è il ministro Raffaele Fitto a occuparsi del Pnrr), ha ricevuto solo 340 milioni di euro in prestiti - una frazione minuscola degli 83 miliardi di euro previsti nel 2021.
Uno dei motivi principali che portano a un rallentamento nello stanziamento dei fondi è che la Commissione vede il Pnrr come uno strumento per costringere i governi a realizzare riforme su una serie di questioni - tra cui le pensioni e gli standard democratici - che sono rimaste in sospeso per anni. Ma si tratta di leggi il cui cambiamento richiede tempi biblici. «La velocità dipende anche in larga misura dal momento in cui gli Stati membri raggiungono le tappe e gli obiettivi previsti dai loro piani e presentano le relative richieste di pagamento», ha dichiarato sempre a Politico la portavoce della Commissione Lea Zuber. «Gli esborsi agli Stati membri stanno riprendendo» dopo che questi hanno trascorso anni a negoziare e rivedere i loro piani, ritardando il processo. La Commissione ha dichiarato che prevede di distribuire il 54% del denaro entro la fine del 2024. Non stupisce, insomma, che molti Paesi - soprattutto quelli che possono ottenere prestiti a basso costo dai mercati finanziari - siano riluttanti ad attuare riforme interne impopolari in cambio di prestiti che dovranno poi restituire alla Commissione. Così, da un lato ci sono i Paesi del Nord Europa che spingono per rendere più rigorosi i controlli in modo da evitare eventuali frodi e dall’altro ci sono i Paesi latini come Spagna e Italia che chiedono maggiore scioltezza nell’erogare i fondi. «Il problema principale è che i pagamenti vanno bene quando vengono effettuati, ma la Commissione non controlla a sufficienza i passaggi successivi», ha dichiarato Tony Murphy, capo della Corte dei conti europea.
È, comunque, solo questione di tempo. Il nodo della difficoltà di erogazione dei fondi è allo studio della Commissione che sta cercando di capire se le regole siano troppo rigide o vi sia fondatezza nell’applicazione delle norme che puntano a evitare frodi.
Gli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti hanno avvertito in un’intervista a Politico che un uso improprio dei fondi non farebbe altro che confermare ai Paesi meno indebitati, come la Germania e i Paesi Bassi, che i nuovi fondi previsti dal Pnrr sono esposti a troppi rischi. «Molto dipenderà dalla percezione che i Paesi meno indebitati avranno del fatto che il denaro sia stato speso bene da chi ha ricevuto più fondi», ha detto Perotti. «I prossimi tre anni sono cruciali».
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La spesa complessiva per i sostegni al mattone dal 2021 a oggi supera i 210 miliardi, contro i 196 stanziati dal Recovery. Attesa per i numeri definitivi dell’Agenzia delle entrate: i conti peggioreranno ancora. Il governo studia un intervento di razionalizzazione.Procede a rilento l’erogazione dei finanziamenti del Piano di ripresa e resilienza: gran parte rischia di restare inutilizzato. Per trovare risorse meglio i titoli pubblici.Lo speciale contiene due articoliContinua a salire la spesa per il Superbonus. Secondo i dati Enea, al 31 marzo gli oneri a carico dello Stato sono arrivati a 122,24 miliardi di euro, ma il totale degli aiuti all’edilizia supererà i 210 miliardi. E la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente visto che al conto finale si aggiungeranno gli ultimi cantieri ancora aperti, con uno sgravio del 70% per il 2024. Entrando nel dettaglio degli ultimi dati Enea relativi solo al 110, i cantieri condominiali aperti sono 132.492 per un investimento complessivo ammesso a detrazione di 78,05 miliardi, che valgono circa il 66,6% del totale. I cantieri degli edifici unifamiliari hanno raggiunto invece quota 244.682 per un investimento complessivo da detrarre di 27,9 miliardi, che valgono circa il 23,8% del totale. I lavori sulle unità immobiliari indipendenti sono invece pari a 117.224 e cubano un investimento complessivo ammesso a detrazione di 11,291 miliardi, che valgono circa il 9,6% del totale. Infine, gli otto castelli che hanno beneficiato del Superbonus hanno fatto registrare investimenti ammessi a detrazione pari a 1,082 miliardi. Rispetto al mese di febbraio gli oneri a carico dello Stato sono aumentati di ben 8 miliardi di euro visto che si è passati da 114 a 122 miliardi. Se poi si vanno poi a osservare i primi dati pubblicati dall’Enea in merito al Superbonus, si scopre come il debito fiscale a carico dello Stato sia passato da 4 miliardi di euro (31 agosto 2021) a 122 miliardi di euro di marzo 2024. In tre anni c’è dunque stato un aumento della spesa di ben 118 miliardi di euro. A questi oneri si devono però aggiungere anche quelli legati agli altri bonus edilizi (ristrutturazione, facciate, Sismabonus, Ecobonus, mobili, verde e barriere architettoniche). Nel complesso, tutti i bonus edilizi, sono dunque costati dal 2021 a oggi «sopra i 210 miliardi di euro», ha dichiarato il sottosegretario all’Economia, Federico Freni, aggiungendo che «quando lodiamo l’impatto del Pnrr sul sistema Paese non possiamo ignorare che abbiamo speso per il Superbonus molto di più di quello che spenderemo per il Pnrr». Il Piano nazionale di ripresa e resilienza cuba infatti una spesa che si aggira intorno ai 196 miliardi di euro, di cui 123 a debito. Un conto, quello del Superbonus, talmente fuori controllo da spingere il governo Meloni a mettere la parola fine una volta per tutte alla cessione del credito e allo sconto in fattura per chi ancora poteva usufruirne (tendenzialmente per chi aveva presentato la Cilas entro febbraio 2023). Inoltre, il provvedimento ha anche anticipato la possibilità della remissione in bonis per comunicare all’Agenzia delle entrate la cessione o lo sconto in fattura relativi ai bonus edilizi sostenuti nel 2023 o per le rate residue legate alle detrazioni del 2020, 2021 e 2022. Prima dell’intervento si aveva tempo fino al 15 ottobre, con le novità normative si è passati al 4 aprile. Anticipazione legata anche alla necessità di capire effettivamente a quanto ammonta l’impatto della cessione del credito e dello sconto in fatture legati ai vari bonus edilizi. In attesa degli ultimi dati definitivi, quello che si sa con certezza è che la moneta fiscale (cessione del credito e sconto in fattura) ha portato il disavanzo al 7,2% contro il 5,3% previsto in autunno, secondo le ultime stime Istat di inizio marzo, ma questa previsione potrebbe salire ulteriormente. «Tornando alla definizione di Draghi del debito buono forse abbiamo fatto un po’ di debito non troppo buono e adesso dobbiamo essere in grado di generare in modo selettivo investimenti che meritano l’aiuto pubblico», ha dichiarato ieri Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, a margine dell’evento SelectingItaly a Trieste, aggiungendo che è per questo motivo «che da quando ho assunto questa responsabilità ripeto come una specie di mantra prudenza e responsabilità sui conti pubblici e la sostenibilità del debito. Lo faremo nelle prossime ore, muoverci in questa direzione». Il riferimento è all’approvazione oggi in cdm del Documento di economia e finanza che inevitabilmente sarà impattato anche dagli ultimi numeri che l’Agenzia delle entrate comunicherà nelle prossime ore al Tesoro relativi alla cessione e allo sconto in fattura. Secondo quanto risulta alla Verità, il governo vuole inoltre avviare una vera e propria ristrutturazione dei vari bonus edilizi. «Sono troppi e non danno certezza alle imprese e ai cittadini», dicono dal Mef. L’idea è dunque quella di ridurne il numero, magari accorpando più bonus tra di loro, e di allungare gli anni legati alla detrazione. L’obiettivo è mettere in ordine l’attuale sistema e dare certezza dell’agevolazione fiscale, in modo da evitare continui interventi a distanza di mesi per sistemare bonus edilizi strutturati male fin dall’inizio, come il Superbonus voluto da Giuseppe Conte. Ovviamente lo sconto in fattura e la cessione del credito non saranno minimamente presi in considerazione. Quello che rimarrà sarà la classica detrazione su più anni rimborsata sul 730, con l’anticipo totale della spesa dei lavori. È da ricordare infine, lato Superbonus, che per il 2023 questa agevolazione è stata classificata dall’Eurostat come spesa pagabile e quindi contabilizzata nello stesso anno in cui le spese sono state sostenute. Per il 2024 potrebbe non essere così, dato che c’è anche l’ipotesi che la spesa sostenuta per il bonus non venga considerata pagabile nell’anno in corso e dunque l’onere verrebbe spalmato su più anni. Oggi inoltre, in commissione Finanze alla Camera, si avvierà l’esame sul nuovo decreto Superbonus approvato in cdm il 26 marzo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-bonus-di-conte-si-son-mangiati-tutto-il-pnrr-2667720333.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="agli-stati-solo-un-terzo-dei-fondi-ue" data-post-id="2667720333" data-published-at="1712602678" data-use-pagination="False"> Agli Stati solo un terzo dei fondi Ue Con i tassi della Bce verso una discesa ormai certa, viene ancor più da chiedersi se sia conveniente per l’Italia accedere ai fondi del Pnrr. Del resto, visti i vincoli imposti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e con il costo dei prestiti in discesa, viene il dubbio che sia meglio emettere debito nazionale. Va poi aggiunto che i governi europei hanno ricevuto meno di un terzo dei 723 miliardi di euro originariamente stanziati dall’Ue per favorire la ripresa economica post Covid e ora stanno facendo pressione sulla Commissione europea per accelerare i pagamenti. Inoltre, i Paesi del Vecchio continente chiedono alla Commissione di ridurre la montagna di burocrazia che impedisce loro di mettere le mani sulla propria quota di fondi a disposizione, scatenando quindi il timore di perdere enormi somme di denaro quando lo stanziamento del Pnrr si concluderà nel 2026. In più, la notizia arriva mentre il fondo è impantanato in uno scandalo di corruzione, con la polizia italiana che ha arrestato più di 20 sospetti in tutta l’Ue nell’ambito di un’indagine per frode da oltre 600 milioni di euro. Un funzionario nazionale citato dal sito Politico ha lamentato i salti mortali che i Paesi devono fare per accedere al denaro descrivendo i rigidi controlli della Commissione sulle proposte di finanziamento come «più simili a un audit». Un altro diplomatico ha fatto sapere che i governi stanno iniziando a pensare che richiedere prestiti nell’ambito del Pnrr «non valga la pena». Per via di queste lamentele, la Commissione starebbe cercando nuovi modi per accelerare il processo di erogazione del denaro. Basti, infatti, ricordare che l’esecutivo Ue ha già ridotto l’importo totale disponibile da 723 miliardi a 648 miliardi di euro dopo che i governi non sono riusciti a richiedere quasi 100 miliardi di euro di prestiti prima della scadenza provvisoria di fine 2023. A ogni modo, finora la Commissione ha sbloccato solo 225 miliardi di euro. La Spagna, che dovrebbe essere il secondo maggior beneficiario dopo l’Italia (nel nostro Paese è il ministro Raffaele Fitto a occuparsi del Pnrr), ha ricevuto solo 340 milioni di euro in prestiti - una frazione minuscola degli 83 miliardi di euro previsti nel 2021. Uno dei motivi principali che portano a un rallentamento nello stanziamento dei fondi è che la Commissione vede il Pnrr come uno strumento per costringere i governi a realizzare riforme su una serie di questioni - tra cui le pensioni e gli standard democratici - che sono rimaste in sospeso per anni. Ma si tratta di leggi il cui cambiamento richiede tempi biblici. «La velocità dipende anche in larga misura dal momento in cui gli Stati membri raggiungono le tappe e gli obiettivi previsti dai loro piani e presentano le relative richieste di pagamento», ha dichiarato sempre a Politico la portavoce della Commissione Lea Zuber. «Gli esborsi agli Stati membri stanno riprendendo» dopo che questi hanno trascorso anni a negoziare e rivedere i loro piani, ritardando il processo. La Commissione ha dichiarato che prevede di distribuire il 54% del denaro entro la fine del 2024. Non stupisce, insomma, che molti Paesi - soprattutto quelli che possono ottenere prestiti a basso costo dai mercati finanziari - siano riluttanti ad attuare riforme interne impopolari in cambio di prestiti che dovranno poi restituire alla Commissione. Così, da un lato ci sono i Paesi del Nord Europa che spingono per rendere più rigorosi i controlli in modo da evitare eventuali frodi e dall’altro ci sono i Paesi latini come Spagna e Italia che chiedono maggiore scioltezza nell’erogare i fondi. «Il problema principale è che i pagamenti vanno bene quando vengono effettuati, ma la Commissione non controlla a sufficienza i passaggi successivi», ha dichiarato Tony Murphy, capo della Corte dei conti europea. È, comunque, solo questione di tempo. Il nodo della difficoltà di erogazione dei fondi è allo studio della Commissione che sta cercando di capire se le regole siano troppo rigide o vi sia fondatezza nell’applicazione delle norme che puntano a evitare frodi. Gli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti hanno avvertito in un’intervista a Politico che un uso improprio dei fondi non farebbe altro che confermare ai Paesi meno indebitati, come la Germania e i Paesi Bassi, che i nuovi fondi previsti dal Pnrr sono esposti a troppi rischi. «Molto dipenderà dalla percezione che i Paesi meno indebitati avranno del fatto che il denaro sia stato speso bene da chi ha ricevuto più fondi», ha detto Perotti. «I prossimi tre anni sono cruciali».
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Dai dati pubblicati dal ministero dell’Economia emerge che nel 2024, secondo le dichiarazioni presentate nel 2025, l’economia ha continuato a crescere. Questo si esprime con l’aumento del reddito complessivo dichiarato che ha sfiorato i 1.100 miliardi di euro, attestandosi a 1.076,3 miliardi, (+4,7% sul 2023) e con l’aumento del reddito medio, che viaggia intorno a 25.820 euro (+4%). Ma se da una parte il Paese, pur con le note difficoltà, continua a espandersi, sul fronte fiscale manifesta uno squilibrio macroscopico. Gli italiani sono 59 milioni (compresi anche bambini e neonati), i contribuenti che presentano la dichiarazione sono 42,8 milioni ma di questi 11,3 milioni non pagano le tasse (a vario titolo): ecco dunque che ogni contribuente ha sostanzialmente sulle spalle un altro cittadino.
Considerando che sono oltre 8,7 milioni coloro con un’imposta netta pari a 0, poiché hanno redditi bassi o per effetto delle detrazioni, e quanti abbattono il dovuto grazie a bonus e trattamenti integrativi e come tali sono esonerati dalla presentazione della dichiarazione, c’è un’ampia fetta di italiani che vive di fatto senza un rapporto con il fisco. Certo il dato non è nuovo ma stupisce che rimane una fascia importante, nonostante il miglioramento dell’economia. Una crescita che trova la sua conferma nell’aumento del 3,9% dell’Irpef netta dichiarata, pari a 197,4 miliardi di euro, con un valore medio pro capite di 5.790 euro.
Esaminando la provenienza del gettito fiscale emerge che la fascia tra 35.000 e 70.000 euro, ovvero il ceto medio, da sola versa il 32,1% dell’Irpef complessiva. I contribuenti con redditi fino a 35.000 euro rappresentano oltre tre quarti della platea (76,6%), ma contribuiscono a poco più di un terzo dell’imposta totale (34,9%). Invece il 23,4% dei contribuenti, ovvero quelli sopra i 35.000 euro, sostiene il 65,1% del gettito. I redditi superiori a 300.000 euro (lo 0,2% della platea) contribuiscono per il 6,6% del totale in lieve diminuzione rispetto al 2023 quando rappresentavano il 7,1%.
Un’altra costante nelle rilevazioni è che la gran parte del totale dichiarato (l’84,6%) proviene dal lavoro dipendente che da solo rappresenta oltre la metà (54,4%) e dalle pensioni (30,2%). Ovvero da quella fascia di contribuenti che sono soggetti a un prelievo alla fonte e che non hanno alcuna possibilità di evadere. Sono loro le colonne portanti della finanza pubblica che garantiscono il funzionamento dei vari servizi a cominciare dalla sanità. Interessante anche il capitolo delle deduzioni -che riducono il reddito imponibile, cioè la base su cui si calcolano le imposte - e delle detrazioni, che riducono direttamente le imposte da pagare. Nel 2024 le deduzioni hanno raggiunto 40,6 miliardi (+4,2% rispetto al 2023). Si dividono tra la deduzione per l’abitazione principale, che vale 9,7 miliardi, e gli oneri deducibili che in larga parte riguardano i contributi previdenziali e assistenziali di imprenditori individuali e lavoratori autonomi.
Ancora più importante è l’ammontare delle detrazioni e dei cosiddetti oneri detraibili, che raggiungono 79,7 miliardi (anche qui con una crescita dello 0,5% sull’anno precedente). Entrando nel dettaglio, c’è una flessione sia della detrazione per carichi di famiglia sia delle detrazioni per reddito da lavoro dipendente, pensione e redditi assimilati. Aumentano invece le detrazioni relative a spese per il recupero edilizio, per il risparmio energetico e i cosiddetti oneri detraibili al 19% che vanno dalle spese per l’istruzione universitaria, le spese sanitarie e per gli interessi sui mutui per l’acquisto della prima casa. Queste voci, da sole, valgono oltre 44 miliardi.
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Luciano Linzi racconta la storia della Casa del Jazz di Roma, sorta in una villa confiscata alla Banda della Magliana. Con la fine degli scavi e delle indagini si chiude l’ultimo capitolo del Romanzo criminale. E ora può tornare la musica.