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2020-05-24
I Benetton spaccano Pd e grillini: «La De Micheli ha dossier segreti»
Paola De Micheli (Ansa)
Altra rissa nella maggioranza, e altra occasione per Atlantia e la sua controllata Autostrade per l'Italia (Aspi) per far vedere chi comanda. A scatenare la bagarre, tramite una diretta Facebook casalinga, è stato ieri il viceministro grillino delle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri, che ha sparato a palle incatenate contro due bersagli: Autostrade ma pure la titolare del suo dicastero, l'esponente Pd Paola De Micheli.
Ecco le parole di Cancelleri: «Aspi, quelli del crollo del ponte di Genova, che si sono macchiati delle 43 vittime, che non hanno neanche chiesto scusa, quelli lì dei Benetton, che ricattavano il governo, se ne sono usciti con una novità. Hanno detto: se non ci fate la garanzia dello Stato per avere un prestito anche noi di qualche miliardo, non facciamo gli investimenti. Il ricatto, la logica del ricatto…». Su queste basi, l'attacco del grillino è stato pesante: «Abbiamo perso solo tempo, mi rivolgo alle altre forze di maggioranza. Revochiamogli le concessioni, questa non è gente seria». E ancora: «Vogliamo commissariare Aspi. E Spea, che era quella che taroccava i controlli, la sostituiamo con Anas».
Fin qui, nulla di nuovo: le tradizionali posizioni grilline (tranne il fatto che da mesi sono a loro volta inerti sul dossier). Ma a questo punto è arrivata la botta del viceministro contro la De Micheli, accusata di una trattativa opaca e di tenere nascoste le carte: «Il ministro De Micheli ha questo dossier dove ha fatto insieme con Aspi una sorta di trattativa. Non lo conosce nessuno questo dossier, non lo conoscono né il M5s né le altre forze di governo, né il presidente Conte. Lo ha dichiarato lei sui giornali. Ebbene che lo tirasse fuori (il congiuntivo è del viceministro grillino, ndr)».
Nel frattempo, il cda di Atlantia ha ordinato ad Aspi, sua controllata, di mettere in freezer il piano di investimenti, tranne manutenzione e sicurezza. Su tutto il resto, congelamento. Ma è inutile girarci intorno; la richiesta di garanzia statale per un prestito da 1,25 miliardi da parte di Aspi (con relativa risposta pubblica di un altro viceministro M5s, Stefano Buffagni: «No grazie») è solo l'aperitivo (pur ricchissimo) di una contesa ben più ampia, che è quella che riguarda la concessione.
La posizione di Autostrade è difficile. Contro Aspi, pesa come un macigno il rapporto che la Corte dei conti ha prodotto prima di Natale: un'autentica requisitoria, che ha messo in fila la costante salita dei ricavi derivanti dai pedaggi, gli utili annuali elevatissimi, la poderosa distribuzione di dividendi, a fronte - però - di un clamoroso taglio delle spese per gli investimenti e in particolare per la manutenzione. E se a questo si aggiungono altre ipotesi giudiziarie, e cioè - secondo le accuse - una presunta non episodica attività di ammorbidimento dei report sulle condizioni di sicurezza della rete autostradale, si comprende la delicatezza del quadro.
Mesi fa, il governo aveva incaricato l'avvocatura dello Stato e la Corte dei conti di fornire altri pareri, e aveva avviato la stesura di un dossier (se ne era incaricato il dicastero delle Infrastrutture). In quella fase, la De Micheli e i grillini sembravano più vicini (tutti su una posizione critica verso Aspi), dopo le divaricazioni che avevano accompagnato l'avvio del Conte bis. Si ricorderà che, a settembre, l'allora neonominata De Micheli aveva fatto infuriare i grillini con un'intervista in cui escludeva la revoca della concessione («Nel programma è prevista solo la revisione»). Nel suo discorso alle Camere, Giuseppe Conte aveva invece tirato fuori dal cilindro un gioco di parole, e cioè una «progressiva e inesorabile revisione di tutto il sistema». Così, quelli del Pd poterono focalizzarsi sulla revisione, che esclude la revoca, mentre i grillini esultarono per l'aggettivo «inesorabile», che lasciava presagire chissà quale punizione per i Benetton.
Ma ormai diversi mesi sono passati invano. A cavallo di Natale, fu varato il Milleproroghe, con una norma - contestata da Italia viva - che stabilisce che, in caso di revoca per inadempimento del concessionario, quest'ultimo non riceva più i mega indennizzi teoricamente previsti (una specie di «manovra»: circa 23 miliardi), ma solo il valore delle opere realizzate più gli oneri accessori. Se non che, nonostante questa sforbiciata, non è chiaro a quanto ammonterebbe l'eventuale conto: e da allora circolano voci su una misteriosa trattativa.
Ieri, fonti del ministero delle Infrastrutture hanno attaccato la nota di Atlantia («Ha il sapore di un ultimatum»). E ancora: «Premesso che nessuno, né tanto meno Atlantia, può permettersi di minacciare le istituzioni, è bene ricordare che determinate decisioni vanno aspettate con rispetto delle istituzioni e di coloro che hanno lavorato senza mai fermarsi alla procedura di caducazione». Secondo le fonti ministeriali, il dicastero «ha completato il dossier, come già annunciato in Parlamento dalla ministra, e lo ha inviato alla presidenza del Consiglio per avviare una discussione e un confronto prima della decisione che avverrà in cdm». Altra melina.
Ma ormai il nodo è arrivato al pettine, anche per il tentativo grillino di rialzare qualche bandiera, dopo tante umiliazioni. Si tratta di capire dove sia il pettine, e chi - tra M5s, la De Micheli e Conte - lo maneggerà effettivamente.
Rimborsi: lo scontrino non serve più. Il M5s ora è casta a tutti gli effetti
C'era una volta il M5s: con l'addio al sistema degli scontrini per le famigerate rendicontazioni, il movimento che fu anticasta abbandona la castità, si converte integralmente alla sana e consapevole libidine di potere con tutti gli oneri che comporta, ma anche con tutti gli onori e le comodità che accompagnano chi ricopre ruoli istituzionali. Niente più scontrini, niente più obbligo di rendicontare le spese: cambia il metodo di finanziamento al partito da parte degli eletti, che dovranno versare una quota fissa.
Come rivelato dal Corriere della Sera, giovedì scorso l'autoreggente del M5s, Vito Crimi, ha informato attraverso una mail i parlamentari grillini che il nuovo metodo di finanziamento del partito consiste nel versamento di una somma forfettaria, che però non comporta l'obbligo di rendicontare le spese. La regola in vigore fino a oggi prevede invece un contributo minimo mensile di 2.000 euro, al quale vanno aggiunti 1.000 euro per finanziare gli eventi, 300 per sostenere le spese di Rousseau e infine la restituzione di «tutto ciò che non è speso, oltre l'indennità e la diaria forfettaria». Eliminata questa ultime voce, crolla anche l'ultimo pilastro di ciò che fu, in origine il M5s.
L'anticasta che si fece casta, infatti, gli altri comandamenti dell'ex vate Beppe Grillo li ha già riposti da tempo nell'archivio delle promesse assolutamente da non mantenere. Ricordate il dogma della impossibilità di stipulare alleanze? A chi gli chiedeva se dopo le elezioni politiche i grillini avrebbero potuto allearsi in parlamento con altri partiti, così rispondeva Beppe Grillo il 19 gennaio 2018, il giorno della presentazione del simbolo per le politiche di un mese e mezzo dopo: «Sono domande senza senso», proclamava Grillo, «è come dire che un giorno un panda può mangiare carne cruda. Noi mangiamo solo cuore di bambù». Il panda lasciò perdere il cuore di bambù appena due mesi dopo, alleandosi con la Lega per formare il governo gialloverde e dunque assaporando una bella fetta di carne al sangue. Digerito l'arrosto, il M5s non si è più fermato: l'appetito vien mangiando, e così i grillini non solo si sono alleati, ma hanno pure cambiato partner con estrema disinvoltura, quando Matteo Salvini li ha scaricati e loro si sono risposati con il Pd. Stesso discorso per le elezioni regionali: «Il M5s», scriveva nel 2015 il Blog delle Stelle, «non fa alleanze elettorali con partiti o liste, quindi per natura non può entrare in una lista con partitini in via di estinzione o camuffati da liste civiche. Il M5s fa accordi con i cittadini che vivono quotidianamente il territorio, non con i politicanti locali. Chi, pur occupando un posto nelle istituzioni in quanto eletto con il M5s», proseguiva il sacro blog, «cambia idea e afferma che l'unica strada sia una grande lista civica trasversale e si adopera per raggiungere questo obiettivo è libero di farlo, di assumersene le responsabilità e di lasciare il suo posto a chi intende portare avanti il programma del M5s». Bene, anzi molto male: lo scorso ottobre il M5s si alleò con il Pd per le elezioni regionali in Umbria, candidando alla presidenza Vincenzo Bianconi. Il destino cinico ma dotato di senso dell'umorismo fece anche capitare i due simboli vicini vicini sulla scheda elettorale, tuttavia gli elettori scelsero il centrodestra, che con Donatella Tesei, senatrice della Lega, trionfò con ben 20 punti di vantaggio sui giallorossi.
Le giravolte del M5s, sui temi che rappresentavano i pilastri del movimento, sono tantissime. Pensiamo alla Tav: anni e anni di proclami, lotte, battaglie proteste, studi e contro studi, e alla fine la Tav si fa, con il M5s al governo. La Tap? Idem: i mille proclami contro il gasdotto in Puglia sono stati accantonati nel nome della ragion di poltrona. E l'Ilva? Ricordate quanto prometteva il M5s fino alle politiche del marzo 2018? Lo stabilimento siderurgico di Taranto doveva essere chiuso, e i lavoratori impiegati nella bonifica ambientale. Alla fine, il governo guidato da Giuseppi Conte si è seduto a trattare con Arcelor Mittal e l'Ilva è rimasta aperta. La fornitura di F35? Il M5s era fieramente contrario all'acquisto dei cacciabombardieri americani, ovviamente fino a quando è arrivato al governo e ha dato il via libera. Il Mes? Il «no» al ricorso al fondo ammazza stati è durato meno di un mes.
Insomma, di quello che fu il M5s, non c'è più traccia. Non solo: ogni volta che si è trattato di rimangiarsi una promessa, di rinunciare a un punto irrinunciabile del programma, i grillini hanno anche dato vita a un imbarazzante quanto finto dibattito interno, con favorevoli, contrari, dissidenti, critici, ortodossi, panda e giaguari, falchi e colombe impegnati per settimane ad alimentare retroscena, a vergare lapidari comunicati stampa, a minacciare addii, dimissioni, gesti eclatanti. Alla fine, però, sempre e comunque, si sono ritrovati tutti a cuccia, fingendo di dimenticare sulla base di quale programma avevano ricevuto il consenso di un terzo degli italiani, pur di restare incollati alle poltrone.
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Giancarlo Cancelleri (M5s) attacca Aspi, che ha congelato gli investimenti per le polemiche sul maxi prestito garantito dallo Stato. E mette nel mirino pure il ministro: «Nessuno ha visto i documenti sulla trattativa con Autostrade». I grillini cambiano metodo: gli onorevoli dovranno restituire solo una cifra forfettaria, senza rendicontazione Era l'ultimo caposaldo del manifesto originale che gli restava da rinnegare dopo Tav, alleanze, Mes e Tap.Lo speciale contiene due articoli. Altra rissa nella maggioranza, e altra occasione per Atlantia e la sua controllata Autostrade per l'Italia (Aspi) per far vedere chi comanda. A scatenare la bagarre, tramite una diretta Facebook casalinga, è stato ieri il viceministro grillino delle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri, che ha sparato a palle incatenate contro due bersagli: Autostrade ma pure la titolare del suo dicastero, l'esponente Pd Paola De Micheli. Ecco le parole di Cancelleri: «Aspi, quelli del crollo del ponte di Genova, che si sono macchiati delle 43 vittime, che non hanno neanche chiesto scusa, quelli lì dei Benetton, che ricattavano il governo, se ne sono usciti con una novità. Hanno detto: se non ci fate la garanzia dello Stato per avere un prestito anche noi di qualche miliardo, non facciamo gli investimenti. Il ricatto, la logica del ricatto…». Su queste basi, l'attacco del grillino è stato pesante: «Abbiamo perso solo tempo, mi rivolgo alle altre forze di maggioranza. Revochiamogli le concessioni, questa non è gente seria». E ancora: «Vogliamo commissariare Aspi. E Spea, che era quella che taroccava i controlli, la sostituiamo con Anas». Fin qui, nulla di nuovo: le tradizionali posizioni grilline (tranne il fatto che da mesi sono a loro volta inerti sul dossier). Ma a questo punto è arrivata la botta del viceministro contro la De Micheli, accusata di una trattativa opaca e di tenere nascoste le carte: «Il ministro De Micheli ha questo dossier dove ha fatto insieme con Aspi una sorta di trattativa. Non lo conosce nessuno questo dossier, non lo conoscono né il M5s né le altre forze di governo, né il presidente Conte. Lo ha dichiarato lei sui giornali. Ebbene che lo tirasse fuori (il congiuntivo è del viceministro grillino, ndr)». Nel frattempo, il cda di Atlantia ha ordinato ad Aspi, sua controllata, di mettere in freezer il piano di investimenti, tranne manutenzione e sicurezza. Su tutto il resto, congelamento. Ma è inutile girarci intorno; la richiesta di garanzia statale per un prestito da 1,25 miliardi da parte di Aspi (con relativa risposta pubblica di un altro viceministro M5s, Stefano Buffagni: «No grazie») è solo l'aperitivo (pur ricchissimo) di una contesa ben più ampia, che è quella che riguarda la concessione. La posizione di Autostrade è difficile. Contro Aspi, pesa come un macigno il rapporto che la Corte dei conti ha prodotto prima di Natale: un'autentica requisitoria, che ha messo in fila la costante salita dei ricavi derivanti dai pedaggi, gli utili annuali elevatissimi, la poderosa distribuzione di dividendi, a fronte - però - di un clamoroso taglio delle spese per gli investimenti e in particolare per la manutenzione. E se a questo si aggiungono altre ipotesi giudiziarie, e cioè - secondo le accuse - una presunta non episodica attività di ammorbidimento dei report sulle condizioni di sicurezza della rete autostradale, si comprende la delicatezza del quadro. Mesi fa, il governo aveva incaricato l'avvocatura dello Stato e la Corte dei conti di fornire altri pareri, e aveva avviato la stesura di un dossier (se ne era incaricato il dicastero delle Infrastrutture). In quella fase, la De Micheli e i grillini sembravano più vicini (tutti su una posizione critica verso Aspi), dopo le divaricazioni che avevano accompagnato l'avvio del Conte bis. Si ricorderà che, a settembre, l'allora neonominata De Micheli aveva fatto infuriare i grillini con un'intervista in cui escludeva la revoca della concessione («Nel programma è prevista solo la revisione»). Nel suo discorso alle Camere, Giuseppe Conte aveva invece tirato fuori dal cilindro un gioco di parole, e cioè una «progressiva e inesorabile revisione di tutto il sistema». Così, quelli del Pd poterono focalizzarsi sulla revisione, che esclude la revoca, mentre i grillini esultarono per l'aggettivo «inesorabile», che lasciava presagire chissà quale punizione per i Benetton. Ma ormai diversi mesi sono passati invano. A cavallo di Natale, fu varato il Milleproroghe, con una norma - contestata da Italia viva - che stabilisce che, in caso di revoca per inadempimento del concessionario, quest'ultimo non riceva più i mega indennizzi teoricamente previsti (una specie di «manovra»: circa 23 miliardi), ma solo il valore delle opere realizzate più gli oneri accessori. Se non che, nonostante questa sforbiciata, non è chiaro a quanto ammonterebbe l'eventuale conto: e da allora circolano voci su una misteriosa trattativa. Ieri, fonti del ministero delle Infrastrutture hanno attaccato la nota di Atlantia («Ha il sapore di un ultimatum»). E ancora: «Premesso che nessuno, né tanto meno Atlantia, può permettersi di minacciare le istituzioni, è bene ricordare che determinate decisioni vanno aspettate con rispetto delle istituzioni e di coloro che hanno lavorato senza mai fermarsi alla procedura di caducazione». Secondo le fonti ministeriali, il dicastero «ha completato il dossier, come già annunciato in Parlamento dalla ministra, e lo ha inviato alla presidenza del Consiglio per avviare una discussione e un confronto prima della decisione che avverrà in cdm». Altra melina. Ma ormai il nodo è arrivato al pettine, anche per il tentativo grillino di rialzare qualche bandiera, dopo tante umiliazioni. Si tratta di capire dove sia il pettine, e chi - tra M5s, la De Micheli e Conte - lo maneggerà effettivamente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-benetton-spaccano-pd-e-grillini-la-de-micheli-ha-dossier-segreti-2646073533.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rimborsi-lo-scontrino-non-serve-piu-il-m5s-ora-e-casta-a-tutti-gli-effetti" data-post-id="2646073533" data-published-at="1590274666" data-use-pagination="False"> Rimborsi: lo scontrino non serve più. Il M5s ora è casta a tutti gli effetti C'era una volta il M5s: con l'addio al sistema degli scontrini per le famigerate rendicontazioni, il movimento che fu anticasta abbandona la castità, si converte integralmente alla sana e consapevole libidine di potere con tutti gli oneri che comporta, ma anche con tutti gli onori e le comodità che accompagnano chi ricopre ruoli istituzionali. Niente più scontrini, niente più obbligo di rendicontare le spese: cambia il metodo di finanziamento al partito da parte degli eletti, che dovranno versare una quota fissa. Come rivelato dal Corriere della Sera, giovedì scorso l'autoreggente del M5s, Vito Crimi, ha informato attraverso una mail i parlamentari grillini che il nuovo metodo di finanziamento del partito consiste nel versamento di una somma forfettaria, che però non comporta l'obbligo di rendicontare le spese. La regola in vigore fino a oggi prevede invece un contributo minimo mensile di 2.000 euro, al quale vanno aggiunti 1.000 euro per finanziare gli eventi, 300 per sostenere le spese di Rousseau e infine la restituzione di «tutto ciò che non è speso, oltre l'indennità e la diaria forfettaria». Eliminata questa ultime voce, crolla anche l'ultimo pilastro di ciò che fu, in origine il M5s. L'anticasta che si fece casta, infatti, gli altri comandamenti dell'ex vate Beppe Grillo li ha già riposti da tempo nell'archivio delle promesse assolutamente da non mantenere. Ricordate il dogma della impossibilità di stipulare alleanze? A chi gli chiedeva se dopo le elezioni politiche i grillini avrebbero potuto allearsi in parlamento con altri partiti, così rispondeva Beppe Grillo il 19 gennaio 2018, il giorno della presentazione del simbolo per le politiche di un mese e mezzo dopo: «Sono domande senza senso», proclamava Grillo, «è come dire che un giorno un panda può mangiare carne cruda. Noi mangiamo solo cuore di bambù». Il panda lasciò perdere il cuore di bambù appena due mesi dopo, alleandosi con la Lega per formare il governo gialloverde e dunque assaporando una bella fetta di carne al sangue. Digerito l'arrosto, il M5s non si è più fermato: l'appetito vien mangiando, e così i grillini non solo si sono alleati, ma hanno pure cambiato partner con estrema disinvoltura, quando Matteo Salvini li ha scaricati e loro si sono risposati con il Pd. Stesso discorso per le elezioni regionali: «Il M5s», scriveva nel 2015 il Blog delle Stelle, «non fa alleanze elettorali con partiti o liste, quindi per natura non può entrare in una lista con partitini in via di estinzione o camuffati da liste civiche. Il M5s fa accordi con i cittadini che vivono quotidianamente il territorio, non con i politicanti locali. Chi, pur occupando un posto nelle istituzioni in quanto eletto con il M5s», proseguiva il sacro blog, «cambia idea e afferma che l'unica strada sia una grande lista civica trasversale e si adopera per raggiungere questo obiettivo è libero di farlo, di assumersene le responsabilità e di lasciare il suo posto a chi intende portare avanti il programma del M5s». Bene, anzi molto male: lo scorso ottobre il M5s si alleò con il Pd per le elezioni regionali in Umbria, candidando alla presidenza Vincenzo Bianconi. Il destino cinico ma dotato di senso dell'umorismo fece anche capitare i due simboli vicini vicini sulla scheda elettorale, tuttavia gli elettori scelsero il centrodestra, che con Donatella Tesei, senatrice della Lega, trionfò con ben 20 punti di vantaggio sui giallorossi. Le giravolte del M5s, sui temi che rappresentavano i pilastri del movimento, sono tantissime. Pensiamo alla Tav: anni e anni di proclami, lotte, battaglie proteste, studi e contro studi, e alla fine la Tav si fa, con il M5s al governo. La Tap? Idem: i mille proclami contro il gasdotto in Puglia sono stati accantonati nel nome della ragion di poltrona. E l'Ilva? Ricordate quanto prometteva il M5s fino alle politiche del marzo 2018? Lo stabilimento siderurgico di Taranto doveva essere chiuso, e i lavoratori impiegati nella bonifica ambientale. Alla fine, il governo guidato da Giuseppi Conte si è seduto a trattare con Arcelor Mittal e l'Ilva è rimasta aperta. La fornitura di F35? Il M5s era fieramente contrario all'acquisto dei cacciabombardieri americani, ovviamente fino a quando è arrivato al governo e ha dato il via libera. Il Mes? Il «no» al ricorso al fondo ammazza stati è durato meno di un mes. Insomma, di quello che fu il M5s, non c'è più traccia. Non solo: ogni volta che si è trattato di rimangiarsi una promessa, di rinunciare a un punto irrinunciabile del programma, i grillini hanno anche dato vita a un imbarazzante quanto finto dibattito interno, con favorevoli, contrari, dissidenti, critici, ortodossi, panda e giaguari, falchi e colombe impegnati per settimane ad alimentare retroscena, a vergare lapidari comunicati stampa, a minacciare addii, dimissioni, gesti eclatanti. Alla fine, però, sempre e comunque, si sono ritrovati tutti a cuccia, fingendo di dimenticare sulla base di quale programma avevano ricevuto il consenso di un terzo degli italiani, pur di restare incollati alle poltrone.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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