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2020-05-24
I Benetton spaccano Pd e grillini: «La De Micheli ha dossier segreti»
Paola De Micheli (Ansa)
Altra rissa nella maggioranza, e altra occasione per Atlantia e la sua controllata Autostrade per l'Italia (Aspi) per far vedere chi comanda. A scatenare la bagarre, tramite una diretta Facebook casalinga, è stato ieri il viceministro grillino delle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri, che ha sparato a palle incatenate contro due bersagli: Autostrade ma pure la titolare del suo dicastero, l'esponente Pd Paola De Micheli.
Ecco le parole di Cancelleri: «Aspi, quelli del crollo del ponte di Genova, che si sono macchiati delle 43 vittime, che non hanno neanche chiesto scusa, quelli lì dei Benetton, che ricattavano il governo, se ne sono usciti con una novità. Hanno detto: se non ci fate la garanzia dello Stato per avere un prestito anche noi di qualche miliardo, non facciamo gli investimenti. Il ricatto, la logica del ricatto…». Su queste basi, l'attacco del grillino è stato pesante: «Abbiamo perso solo tempo, mi rivolgo alle altre forze di maggioranza. Revochiamogli le concessioni, questa non è gente seria». E ancora: «Vogliamo commissariare Aspi. E Spea, che era quella che taroccava i controlli, la sostituiamo con Anas».
Fin qui, nulla di nuovo: le tradizionali posizioni grilline (tranne il fatto che da mesi sono a loro volta inerti sul dossier). Ma a questo punto è arrivata la botta del viceministro contro la De Micheli, accusata di una trattativa opaca e di tenere nascoste le carte: «Il ministro De Micheli ha questo dossier dove ha fatto insieme con Aspi una sorta di trattativa. Non lo conosce nessuno questo dossier, non lo conoscono né il M5s né le altre forze di governo, né il presidente Conte. Lo ha dichiarato lei sui giornali. Ebbene che lo tirasse fuori (il congiuntivo è del viceministro grillino, ndr)».
Nel frattempo, il cda di Atlantia ha ordinato ad Aspi, sua controllata, di mettere in freezer il piano di investimenti, tranne manutenzione e sicurezza. Su tutto il resto, congelamento. Ma è inutile girarci intorno; la richiesta di garanzia statale per un prestito da 1,25 miliardi da parte di Aspi (con relativa risposta pubblica di un altro viceministro M5s, Stefano Buffagni: «No grazie») è solo l'aperitivo (pur ricchissimo) di una contesa ben più ampia, che è quella che riguarda la concessione.
La posizione di Autostrade è difficile. Contro Aspi, pesa come un macigno il rapporto che la Corte dei conti ha prodotto prima di Natale: un'autentica requisitoria, che ha messo in fila la costante salita dei ricavi derivanti dai pedaggi, gli utili annuali elevatissimi, la poderosa distribuzione di dividendi, a fronte - però - di un clamoroso taglio delle spese per gli investimenti e in particolare per la manutenzione. E se a questo si aggiungono altre ipotesi giudiziarie, e cioè - secondo le accuse - una presunta non episodica attività di ammorbidimento dei report sulle condizioni di sicurezza della rete autostradale, si comprende la delicatezza del quadro.
Mesi fa, il governo aveva incaricato l'avvocatura dello Stato e la Corte dei conti di fornire altri pareri, e aveva avviato la stesura di un dossier (se ne era incaricato il dicastero delle Infrastrutture). In quella fase, la De Micheli e i grillini sembravano più vicini (tutti su una posizione critica verso Aspi), dopo le divaricazioni che avevano accompagnato l'avvio del Conte bis. Si ricorderà che, a settembre, l'allora neonominata De Micheli aveva fatto infuriare i grillini con un'intervista in cui escludeva la revoca della concessione («Nel programma è prevista solo la revisione»). Nel suo discorso alle Camere, Giuseppe Conte aveva invece tirato fuori dal cilindro un gioco di parole, e cioè una «progressiva e inesorabile revisione di tutto il sistema». Così, quelli del Pd poterono focalizzarsi sulla revisione, che esclude la revoca, mentre i grillini esultarono per l'aggettivo «inesorabile», che lasciava presagire chissà quale punizione per i Benetton.
Ma ormai diversi mesi sono passati invano. A cavallo di Natale, fu varato il Milleproroghe, con una norma - contestata da Italia viva - che stabilisce che, in caso di revoca per inadempimento del concessionario, quest'ultimo non riceva più i mega indennizzi teoricamente previsti (una specie di «manovra»: circa 23 miliardi), ma solo il valore delle opere realizzate più gli oneri accessori. Se non che, nonostante questa sforbiciata, non è chiaro a quanto ammonterebbe l'eventuale conto: e da allora circolano voci su una misteriosa trattativa.
Ieri, fonti del ministero delle Infrastrutture hanno attaccato la nota di Atlantia («Ha il sapore di un ultimatum»). E ancora: «Premesso che nessuno, né tanto meno Atlantia, può permettersi di minacciare le istituzioni, è bene ricordare che determinate decisioni vanno aspettate con rispetto delle istituzioni e di coloro che hanno lavorato senza mai fermarsi alla procedura di caducazione». Secondo le fonti ministeriali, il dicastero «ha completato il dossier, come già annunciato in Parlamento dalla ministra, e lo ha inviato alla presidenza del Consiglio per avviare una discussione e un confronto prima della decisione che avverrà in cdm». Altra melina.
Ma ormai il nodo è arrivato al pettine, anche per il tentativo grillino di rialzare qualche bandiera, dopo tante umiliazioni. Si tratta di capire dove sia il pettine, e chi - tra M5s, la De Micheli e Conte - lo maneggerà effettivamente.
Rimborsi: lo scontrino non serve più. Il M5s ora è casta a tutti gli effetti
C'era una volta il M5s: con l'addio al sistema degli scontrini per le famigerate rendicontazioni, il movimento che fu anticasta abbandona la castità, si converte integralmente alla sana e consapevole libidine di potere con tutti gli oneri che comporta, ma anche con tutti gli onori e le comodità che accompagnano chi ricopre ruoli istituzionali. Niente più scontrini, niente più obbligo di rendicontare le spese: cambia il metodo di finanziamento al partito da parte degli eletti, che dovranno versare una quota fissa.
Come rivelato dal Corriere della Sera, giovedì scorso l'autoreggente del M5s, Vito Crimi, ha informato attraverso una mail i parlamentari grillini che il nuovo metodo di finanziamento del partito consiste nel versamento di una somma forfettaria, che però non comporta l'obbligo di rendicontare le spese. La regola in vigore fino a oggi prevede invece un contributo minimo mensile di 2.000 euro, al quale vanno aggiunti 1.000 euro per finanziare gli eventi, 300 per sostenere le spese di Rousseau e infine la restituzione di «tutto ciò che non è speso, oltre l'indennità e la diaria forfettaria». Eliminata questa ultime voce, crolla anche l'ultimo pilastro di ciò che fu, in origine il M5s.
L'anticasta che si fece casta, infatti, gli altri comandamenti dell'ex vate Beppe Grillo li ha già riposti da tempo nell'archivio delle promesse assolutamente da non mantenere. Ricordate il dogma della impossibilità di stipulare alleanze? A chi gli chiedeva se dopo le elezioni politiche i grillini avrebbero potuto allearsi in parlamento con altri partiti, così rispondeva Beppe Grillo il 19 gennaio 2018, il giorno della presentazione del simbolo per le politiche di un mese e mezzo dopo: «Sono domande senza senso», proclamava Grillo, «è come dire che un giorno un panda può mangiare carne cruda. Noi mangiamo solo cuore di bambù». Il panda lasciò perdere il cuore di bambù appena due mesi dopo, alleandosi con la Lega per formare il governo gialloverde e dunque assaporando una bella fetta di carne al sangue. Digerito l'arrosto, il M5s non si è più fermato: l'appetito vien mangiando, e così i grillini non solo si sono alleati, ma hanno pure cambiato partner con estrema disinvoltura, quando Matteo Salvini li ha scaricati e loro si sono risposati con il Pd. Stesso discorso per le elezioni regionali: «Il M5s», scriveva nel 2015 il Blog delle Stelle, «non fa alleanze elettorali con partiti o liste, quindi per natura non può entrare in una lista con partitini in via di estinzione o camuffati da liste civiche. Il M5s fa accordi con i cittadini che vivono quotidianamente il territorio, non con i politicanti locali. Chi, pur occupando un posto nelle istituzioni in quanto eletto con il M5s», proseguiva il sacro blog, «cambia idea e afferma che l'unica strada sia una grande lista civica trasversale e si adopera per raggiungere questo obiettivo è libero di farlo, di assumersene le responsabilità e di lasciare il suo posto a chi intende portare avanti il programma del M5s». Bene, anzi molto male: lo scorso ottobre il M5s si alleò con il Pd per le elezioni regionali in Umbria, candidando alla presidenza Vincenzo Bianconi. Il destino cinico ma dotato di senso dell'umorismo fece anche capitare i due simboli vicini vicini sulla scheda elettorale, tuttavia gli elettori scelsero il centrodestra, che con Donatella Tesei, senatrice della Lega, trionfò con ben 20 punti di vantaggio sui giallorossi.
Le giravolte del M5s, sui temi che rappresentavano i pilastri del movimento, sono tantissime. Pensiamo alla Tav: anni e anni di proclami, lotte, battaglie proteste, studi e contro studi, e alla fine la Tav si fa, con il M5s al governo. La Tap? Idem: i mille proclami contro il gasdotto in Puglia sono stati accantonati nel nome della ragion di poltrona. E l'Ilva? Ricordate quanto prometteva il M5s fino alle politiche del marzo 2018? Lo stabilimento siderurgico di Taranto doveva essere chiuso, e i lavoratori impiegati nella bonifica ambientale. Alla fine, il governo guidato da Giuseppi Conte si è seduto a trattare con Arcelor Mittal e l'Ilva è rimasta aperta. La fornitura di F35? Il M5s era fieramente contrario all'acquisto dei cacciabombardieri americani, ovviamente fino a quando è arrivato al governo e ha dato il via libera. Il Mes? Il «no» al ricorso al fondo ammazza stati è durato meno di un mes.
Insomma, di quello che fu il M5s, non c'è più traccia. Non solo: ogni volta che si è trattato di rimangiarsi una promessa, di rinunciare a un punto irrinunciabile del programma, i grillini hanno anche dato vita a un imbarazzante quanto finto dibattito interno, con favorevoli, contrari, dissidenti, critici, ortodossi, panda e giaguari, falchi e colombe impegnati per settimane ad alimentare retroscena, a vergare lapidari comunicati stampa, a minacciare addii, dimissioni, gesti eclatanti. Alla fine, però, sempre e comunque, si sono ritrovati tutti a cuccia, fingendo di dimenticare sulla base di quale programma avevano ricevuto il consenso di un terzo degli italiani, pur di restare incollati alle poltrone.
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Giancarlo Cancelleri (M5s) attacca Aspi, che ha congelato gli investimenti per le polemiche sul maxi prestito garantito dallo Stato. E mette nel mirino pure il ministro: «Nessuno ha visto i documenti sulla trattativa con Autostrade». I grillini cambiano metodo: gli onorevoli dovranno restituire solo una cifra forfettaria, senza rendicontazione Era l'ultimo caposaldo del manifesto originale che gli restava da rinnegare dopo Tav, alleanze, Mes e Tap.Lo speciale contiene due articoli. Altra rissa nella maggioranza, e altra occasione per Atlantia e la sua controllata Autostrade per l'Italia (Aspi) per far vedere chi comanda. A scatenare la bagarre, tramite una diretta Facebook casalinga, è stato ieri il viceministro grillino delle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri, che ha sparato a palle incatenate contro due bersagli: Autostrade ma pure la titolare del suo dicastero, l'esponente Pd Paola De Micheli. Ecco le parole di Cancelleri: «Aspi, quelli del crollo del ponte di Genova, che si sono macchiati delle 43 vittime, che non hanno neanche chiesto scusa, quelli lì dei Benetton, che ricattavano il governo, se ne sono usciti con una novità. Hanno detto: se non ci fate la garanzia dello Stato per avere un prestito anche noi di qualche miliardo, non facciamo gli investimenti. Il ricatto, la logica del ricatto…». Su queste basi, l'attacco del grillino è stato pesante: «Abbiamo perso solo tempo, mi rivolgo alle altre forze di maggioranza. Revochiamogli le concessioni, questa non è gente seria». E ancora: «Vogliamo commissariare Aspi. E Spea, che era quella che taroccava i controlli, la sostituiamo con Anas». Fin qui, nulla di nuovo: le tradizionali posizioni grilline (tranne il fatto che da mesi sono a loro volta inerti sul dossier). Ma a questo punto è arrivata la botta del viceministro contro la De Micheli, accusata di una trattativa opaca e di tenere nascoste le carte: «Il ministro De Micheli ha questo dossier dove ha fatto insieme con Aspi una sorta di trattativa. Non lo conosce nessuno questo dossier, non lo conoscono né il M5s né le altre forze di governo, né il presidente Conte. Lo ha dichiarato lei sui giornali. Ebbene che lo tirasse fuori (il congiuntivo è del viceministro grillino, ndr)». Nel frattempo, il cda di Atlantia ha ordinato ad Aspi, sua controllata, di mettere in freezer il piano di investimenti, tranne manutenzione e sicurezza. Su tutto il resto, congelamento. Ma è inutile girarci intorno; la richiesta di garanzia statale per un prestito da 1,25 miliardi da parte di Aspi (con relativa risposta pubblica di un altro viceministro M5s, Stefano Buffagni: «No grazie») è solo l'aperitivo (pur ricchissimo) di una contesa ben più ampia, che è quella che riguarda la concessione. La posizione di Autostrade è difficile. Contro Aspi, pesa come un macigno il rapporto che la Corte dei conti ha prodotto prima di Natale: un'autentica requisitoria, che ha messo in fila la costante salita dei ricavi derivanti dai pedaggi, gli utili annuali elevatissimi, la poderosa distribuzione di dividendi, a fronte - però - di un clamoroso taglio delle spese per gli investimenti e in particolare per la manutenzione. E se a questo si aggiungono altre ipotesi giudiziarie, e cioè - secondo le accuse - una presunta non episodica attività di ammorbidimento dei report sulle condizioni di sicurezza della rete autostradale, si comprende la delicatezza del quadro. Mesi fa, il governo aveva incaricato l'avvocatura dello Stato e la Corte dei conti di fornire altri pareri, e aveva avviato la stesura di un dossier (se ne era incaricato il dicastero delle Infrastrutture). In quella fase, la De Micheli e i grillini sembravano più vicini (tutti su una posizione critica verso Aspi), dopo le divaricazioni che avevano accompagnato l'avvio del Conte bis. Si ricorderà che, a settembre, l'allora neonominata De Micheli aveva fatto infuriare i grillini con un'intervista in cui escludeva la revoca della concessione («Nel programma è prevista solo la revisione»). Nel suo discorso alle Camere, Giuseppe Conte aveva invece tirato fuori dal cilindro un gioco di parole, e cioè una «progressiva e inesorabile revisione di tutto il sistema». Così, quelli del Pd poterono focalizzarsi sulla revisione, che esclude la revoca, mentre i grillini esultarono per l'aggettivo «inesorabile», che lasciava presagire chissà quale punizione per i Benetton. Ma ormai diversi mesi sono passati invano. A cavallo di Natale, fu varato il Milleproroghe, con una norma - contestata da Italia viva - che stabilisce che, in caso di revoca per inadempimento del concessionario, quest'ultimo non riceva più i mega indennizzi teoricamente previsti (una specie di «manovra»: circa 23 miliardi), ma solo il valore delle opere realizzate più gli oneri accessori. Se non che, nonostante questa sforbiciata, non è chiaro a quanto ammonterebbe l'eventuale conto: e da allora circolano voci su una misteriosa trattativa. Ieri, fonti del ministero delle Infrastrutture hanno attaccato la nota di Atlantia («Ha il sapore di un ultimatum»). E ancora: «Premesso che nessuno, né tanto meno Atlantia, può permettersi di minacciare le istituzioni, è bene ricordare che determinate decisioni vanno aspettate con rispetto delle istituzioni e di coloro che hanno lavorato senza mai fermarsi alla procedura di caducazione». Secondo le fonti ministeriali, il dicastero «ha completato il dossier, come già annunciato in Parlamento dalla ministra, e lo ha inviato alla presidenza del Consiglio per avviare una discussione e un confronto prima della decisione che avverrà in cdm». Altra melina. Ma ormai il nodo è arrivato al pettine, anche per il tentativo grillino di rialzare qualche bandiera, dopo tante umiliazioni. Si tratta di capire dove sia il pettine, e chi - tra M5s, la De Micheli e Conte - lo maneggerà effettivamente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-benetton-spaccano-pd-e-grillini-la-de-micheli-ha-dossier-segreti-2646073533.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rimborsi-lo-scontrino-non-serve-piu-il-m5s-ora-e-casta-a-tutti-gli-effetti" data-post-id="2646073533" data-published-at="1590274666" data-use-pagination="False"> Rimborsi: lo scontrino non serve più. Il M5s ora è casta a tutti gli effetti C'era una volta il M5s: con l'addio al sistema degli scontrini per le famigerate rendicontazioni, il movimento che fu anticasta abbandona la castità, si converte integralmente alla sana e consapevole libidine di potere con tutti gli oneri che comporta, ma anche con tutti gli onori e le comodità che accompagnano chi ricopre ruoli istituzionali. Niente più scontrini, niente più obbligo di rendicontare le spese: cambia il metodo di finanziamento al partito da parte degli eletti, che dovranno versare una quota fissa. Come rivelato dal Corriere della Sera, giovedì scorso l'autoreggente del M5s, Vito Crimi, ha informato attraverso una mail i parlamentari grillini che il nuovo metodo di finanziamento del partito consiste nel versamento di una somma forfettaria, che però non comporta l'obbligo di rendicontare le spese. La regola in vigore fino a oggi prevede invece un contributo minimo mensile di 2.000 euro, al quale vanno aggiunti 1.000 euro per finanziare gli eventi, 300 per sostenere le spese di Rousseau e infine la restituzione di «tutto ciò che non è speso, oltre l'indennità e la diaria forfettaria». Eliminata questa ultime voce, crolla anche l'ultimo pilastro di ciò che fu, in origine il M5s. L'anticasta che si fece casta, infatti, gli altri comandamenti dell'ex vate Beppe Grillo li ha già riposti da tempo nell'archivio delle promesse assolutamente da non mantenere. Ricordate il dogma della impossibilità di stipulare alleanze? A chi gli chiedeva se dopo le elezioni politiche i grillini avrebbero potuto allearsi in parlamento con altri partiti, così rispondeva Beppe Grillo il 19 gennaio 2018, il giorno della presentazione del simbolo per le politiche di un mese e mezzo dopo: «Sono domande senza senso», proclamava Grillo, «è come dire che un giorno un panda può mangiare carne cruda. Noi mangiamo solo cuore di bambù». Il panda lasciò perdere il cuore di bambù appena due mesi dopo, alleandosi con la Lega per formare il governo gialloverde e dunque assaporando una bella fetta di carne al sangue. Digerito l'arrosto, il M5s non si è più fermato: l'appetito vien mangiando, e così i grillini non solo si sono alleati, ma hanno pure cambiato partner con estrema disinvoltura, quando Matteo Salvini li ha scaricati e loro si sono risposati con il Pd. Stesso discorso per le elezioni regionali: «Il M5s», scriveva nel 2015 il Blog delle Stelle, «non fa alleanze elettorali con partiti o liste, quindi per natura non può entrare in una lista con partitini in via di estinzione o camuffati da liste civiche. Il M5s fa accordi con i cittadini che vivono quotidianamente il territorio, non con i politicanti locali. Chi, pur occupando un posto nelle istituzioni in quanto eletto con il M5s», proseguiva il sacro blog, «cambia idea e afferma che l'unica strada sia una grande lista civica trasversale e si adopera per raggiungere questo obiettivo è libero di farlo, di assumersene le responsabilità e di lasciare il suo posto a chi intende portare avanti il programma del M5s». Bene, anzi molto male: lo scorso ottobre il M5s si alleò con il Pd per le elezioni regionali in Umbria, candidando alla presidenza Vincenzo Bianconi. Il destino cinico ma dotato di senso dell'umorismo fece anche capitare i due simboli vicini vicini sulla scheda elettorale, tuttavia gli elettori scelsero il centrodestra, che con Donatella Tesei, senatrice della Lega, trionfò con ben 20 punti di vantaggio sui giallorossi. Le giravolte del M5s, sui temi che rappresentavano i pilastri del movimento, sono tantissime. Pensiamo alla Tav: anni e anni di proclami, lotte, battaglie proteste, studi e contro studi, e alla fine la Tav si fa, con il M5s al governo. La Tap? Idem: i mille proclami contro il gasdotto in Puglia sono stati accantonati nel nome della ragion di poltrona. E l'Ilva? Ricordate quanto prometteva il M5s fino alle politiche del marzo 2018? Lo stabilimento siderurgico di Taranto doveva essere chiuso, e i lavoratori impiegati nella bonifica ambientale. Alla fine, il governo guidato da Giuseppi Conte si è seduto a trattare con Arcelor Mittal e l'Ilva è rimasta aperta. La fornitura di F35? Il M5s era fieramente contrario all'acquisto dei cacciabombardieri americani, ovviamente fino a quando è arrivato al governo e ha dato il via libera. Il Mes? Il «no» al ricorso al fondo ammazza stati è durato meno di un mes. Insomma, di quello che fu il M5s, non c'è più traccia. Non solo: ogni volta che si è trattato di rimangiarsi una promessa, di rinunciare a un punto irrinunciabile del programma, i grillini hanno anche dato vita a un imbarazzante quanto finto dibattito interno, con favorevoli, contrari, dissidenti, critici, ortodossi, panda e giaguari, falchi e colombe impegnati per settimane ad alimentare retroscena, a vergare lapidari comunicati stampa, a minacciare addii, dimissioni, gesti eclatanti. Alla fine, però, sempre e comunque, si sono ritrovati tutti a cuccia, fingendo di dimenticare sulla base di quale programma avevano ricevuto il consenso di un terzo degli italiani, pur di restare incollati alle poltrone.
«Assumo l’incarico di capogruppo con senso di responsabilità, lo svolgerò con serietà, entusiasmo e senso delle istituzioni. È una nuova tappa nella mia carriera politica. Ringrazio il segretario Antonio Tajani, che ha accompagnato questo avvicendamento in ogni fase con la sua leadership, e ringrazio il mio predecessore Maurizio Gasparri, che ha lavorato con competenza e passione. È un normale avvicendamento all’interno di un gruppo politico».
Lo ha detto la neo presidente dei senatori di Forza Italia Stefania Craxi parlando con i giornalisti a Palazzo Madama dopo l’assemblea del gruppo che l’ha eletta per acclamazione.
«Forza Italia è una comunità ed è una comunità di valori. Ho letto ricostruzioni totalmente fantasiose. È un avvicendamento in cantiere da prima del referendum. Il referendum c’entra nella misura in cui ci siamo detti: “Non è il momento, prima scavalliamo il referendum”».
La Casa del Tridente rinnova la presenza nel GT2 European Series nel 2026, anno del centenario della prima vittoria alla Targa Florio. Quattro vetture già confermate, tra conferme e nuovi ingressi, in una stagione che conferma la crescita del programma sportivo.
Nel segno della tradizione e con lo sguardo rivolto al futuro, Maserati rinnova anche per il 2026 il proprio impegno nel GT2 European Series Powered by Pirelli, confermando una presenza sempre più strutturata nel panorama delle competizioni GT. La Casa del Tridente consolida così un percorso iniziato negli ultimi anni e rafforza quella vocazione racing che rappresenta da sempre uno dei pilastri della sua identità.
Una scelta dal valore ancora più simbolico in una stagione speciale: il 2026 segna infatti il centenario della prima vittoria in gara di una Maserati, quando la Tipo 26, guidata da Alfieri Maserati, trionfò nella propria classe alla Targa Florio del 1926. Un anniversario che rende ancora più significativo l’obiettivo di essere protagonisti in pista.
Dopo il debutto nel GT2 European Series nel 2023 e le successive esperienze nell’Ultimate Cup Series e nella 24H Series, il programma sportivo della Casa modenese entra ora in una fase di piena maturità. Al momento sono quattro le Maserati GT2 confermate sulla griglia di partenza della stagione 2026, con la possibilità di ulteriori ingressi nei prossimi mesi.
Tra i protagonisti più attesi figura Philippe Prette, campione in carica della Am Class con LP Racing, deciso a difendere il titolo dopo il successo ottenuto anche nella stagione precedente. Il team guidato da Luca Pirri schiererà inoltre una seconda vettura nella Pro-Am Class, affidata al giovane talento Niccolò Pirri. A soli diciassette anni, il pilota rappresenta una delle promesse più interessanti del vivaio Maserati e sarà impegnato anche nella corsa al programma SRO GT Academy, affiancato dall’esperto Thomas Yu Lee.
Conferme importanti arrivano anche da Dinamic Motorsport, che riproporrà l’equipaggio composto da Mauro Calamia e Roberto Pampanini, protagonisti nel 2025 con una stagione ai vertici culminata con il terzo posto tra i piloti e il secondo tra i team nella Pro-Am Class.
Novità invece per quanto riguarda la presenza del team belga i4Race, al debutto nel campionato con Maserati e con Antoine Potty attualmente indicato come pilota di riferimento.
Il 2026 si preannuncia quindi come una stagione ricca di aspettative, ulteriormente arricchita dall’adesione del marchio al progetto SRO GT Academy. L’iniziativa offrirà al pilota vincitore l’opportunità di competere, con un programma interamente finanziato, nella GT World Challenge Europe Endurance Cup 2027, rappresentando un importante trampolino verso il professionismo.
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