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2020-05-24
I Benetton spaccano Pd e grillini: «La De Micheli ha dossier segreti»
Paola De Micheli (Ansa)
Altra rissa nella maggioranza, e altra occasione per Atlantia e la sua controllata Autostrade per l'Italia (Aspi) per far vedere chi comanda. A scatenare la bagarre, tramite una diretta Facebook casalinga, è stato ieri il viceministro grillino delle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri, che ha sparato a palle incatenate contro due bersagli: Autostrade ma pure la titolare del suo dicastero, l'esponente Pd Paola De Micheli.
Ecco le parole di Cancelleri: «Aspi, quelli del crollo del ponte di Genova, che si sono macchiati delle 43 vittime, che non hanno neanche chiesto scusa, quelli lì dei Benetton, che ricattavano il governo, se ne sono usciti con una novità. Hanno detto: se non ci fate la garanzia dello Stato per avere un prestito anche noi di qualche miliardo, non facciamo gli investimenti. Il ricatto, la logica del ricatto…». Su queste basi, l'attacco del grillino è stato pesante: «Abbiamo perso solo tempo, mi rivolgo alle altre forze di maggioranza. Revochiamogli le concessioni, questa non è gente seria». E ancora: «Vogliamo commissariare Aspi. E Spea, che era quella che taroccava i controlli, la sostituiamo con Anas».
Fin qui, nulla di nuovo: le tradizionali posizioni grilline (tranne il fatto che da mesi sono a loro volta inerti sul dossier). Ma a questo punto è arrivata la botta del viceministro contro la De Micheli, accusata di una trattativa opaca e di tenere nascoste le carte: «Il ministro De Micheli ha questo dossier dove ha fatto insieme con Aspi una sorta di trattativa. Non lo conosce nessuno questo dossier, non lo conoscono né il M5s né le altre forze di governo, né il presidente Conte. Lo ha dichiarato lei sui giornali. Ebbene che lo tirasse fuori (il congiuntivo è del viceministro grillino, ndr)».
Nel frattempo, il cda di Atlantia ha ordinato ad Aspi, sua controllata, di mettere in freezer il piano di investimenti, tranne manutenzione e sicurezza. Su tutto il resto, congelamento. Ma è inutile girarci intorno; la richiesta di garanzia statale per un prestito da 1,25 miliardi da parte di Aspi (con relativa risposta pubblica di un altro viceministro M5s, Stefano Buffagni: «No grazie») è solo l'aperitivo (pur ricchissimo) di una contesa ben più ampia, che è quella che riguarda la concessione.
La posizione di Autostrade è difficile. Contro Aspi, pesa come un macigno il rapporto che la Corte dei conti ha prodotto prima di Natale: un'autentica requisitoria, che ha messo in fila la costante salita dei ricavi derivanti dai pedaggi, gli utili annuali elevatissimi, la poderosa distribuzione di dividendi, a fronte - però - di un clamoroso taglio delle spese per gli investimenti e in particolare per la manutenzione. E se a questo si aggiungono altre ipotesi giudiziarie, e cioè - secondo le accuse - una presunta non episodica attività di ammorbidimento dei report sulle condizioni di sicurezza della rete autostradale, si comprende la delicatezza del quadro.
Mesi fa, il governo aveva incaricato l'avvocatura dello Stato e la Corte dei conti di fornire altri pareri, e aveva avviato la stesura di un dossier (se ne era incaricato il dicastero delle Infrastrutture). In quella fase, la De Micheli e i grillini sembravano più vicini (tutti su una posizione critica verso Aspi), dopo le divaricazioni che avevano accompagnato l'avvio del Conte bis. Si ricorderà che, a settembre, l'allora neonominata De Micheli aveva fatto infuriare i grillini con un'intervista in cui escludeva la revoca della concessione («Nel programma è prevista solo la revisione»). Nel suo discorso alle Camere, Giuseppe Conte aveva invece tirato fuori dal cilindro un gioco di parole, e cioè una «progressiva e inesorabile revisione di tutto il sistema». Così, quelli del Pd poterono focalizzarsi sulla revisione, che esclude la revoca, mentre i grillini esultarono per l'aggettivo «inesorabile», che lasciava presagire chissà quale punizione per i Benetton.
Ma ormai diversi mesi sono passati invano. A cavallo di Natale, fu varato il Milleproroghe, con una norma - contestata da Italia viva - che stabilisce che, in caso di revoca per inadempimento del concessionario, quest'ultimo non riceva più i mega indennizzi teoricamente previsti (una specie di «manovra»: circa 23 miliardi), ma solo il valore delle opere realizzate più gli oneri accessori. Se non che, nonostante questa sforbiciata, non è chiaro a quanto ammonterebbe l'eventuale conto: e da allora circolano voci su una misteriosa trattativa.
Ieri, fonti del ministero delle Infrastrutture hanno attaccato la nota di Atlantia («Ha il sapore di un ultimatum»). E ancora: «Premesso che nessuno, né tanto meno Atlantia, può permettersi di minacciare le istituzioni, è bene ricordare che determinate decisioni vanno aspettate con rispetto delle istituzioni e di coloro che hanno lavorato senza mai fermarsi alla procedura di caducazione». Secondo le fonti ministeriali, il dicastero «ha completato il dossier, come già annunciato in Parlamento dalla ministra, e lo ha inviato alla presidenza del Consiglio per avviare una discussione e un confronto prima della decisione che avverrà in cdm». Altra melina.
Ma ormai il nodo è arrivato al pettine, anche per il tentativo grillino di rialzare qualche bandiera, dopo tante umiliazioni. Si tratta di capire dove sia il pettine, e chi - tra M5s, la De Micheli e Conte - lo maneggerà effettivamente.
Rimborsi: lo scontrino non serve più. Il M5s ora è casta a tutti gli effetti
C'era una volta il M5s: con l'addio al sistema degli scontrini per le famigerate rendicontazioni, il movimento che fu anticasta abbandona la castità, si converte integralmente alla sana e consapevole libidine di potere con tutti gli oneri che comporta, ma anche con tutti gli onori e le comodità che accompagnano chi ricopre ruoli istituzionali. Niente più scontrini, niente più obbligo di rendicontare le spese: cambia il metodo di finanziamento al partito da parte degli eletti, che dovranno versare una quota fissa.
Come rivelato dal Corriere della Sera, giovedì scorso l'autoreggente del M5s, Vito Crimi, ha informato attraverso una mail i parlamentari grillini che il nuovo metodo di finanziamento del partito consiste nel versamento di una somma forfettaria, che però non comporta l'obbligo di rendicontare le spese. La regola in vigore fino a oggi prevede invece un contributo minimo mensile di 2.000 euro, al quale vanno aggiunti 1.000 euro per finanziare gli eventi, 300 per sostenere le spese di Rousseau e infine la restituzione di «tutto ciò che non è speso, oltre l'indennità e la diaria forfettaria». Eliminata questa ultime voce, crolla anche l'ultimo pilastro di ciò che fu, in origine il M5s.
L'anticasta che si fece casta, infatti, gli altri comandamenti dell'ex vate Beppe Grillo li ha già riposti da tempo nell'archivio delle promesse assolutamente da non mantenere. Ricordate il dogma della impossibilità di stipulare alleanze? A chi gli chiedeva se dopo le elezioni politiche i grillini avrebbero potuto allearsi in parlamento con altri partiti, così rispondeva Beppe Grillo il 19 gennaio 2018, il giorno della presentazione del simbolo per le politiche di un mese e mezzo dopo: «Sono domande senza senso», proclamava Grillo, «è come dire che un giorno un panda può mangiare carne cruda. Noi mangiamo solo cuore di bambù». Il panda lasciò perdere il cuore di bambù appena due mesi dopo, alleandosi con la Lega per formare il governo gialloverde e dunque assaporando una bella fetta di carne al sangue. Digerito l'arrosto, il M5s non si è più fermato: l'appetito vien mangiando, e così i grillini non solo si sono alleati, ma hanno pure cambiato partner con estrema disinvoltura, quando Matteo Salvini li ha scaricati e loro si sono risposati con il Pd. Stesso discorso per le elezioni regionali: «Il M5s», scriveva nel 2015 il Blog delle Stelle, «non fa alleanze elettorali con partiti o liste, quindi per natura non può entrare in una lista con partitini in via di estinzione o camuffati da liste civiche. Il M5s fa accordi con i cittadini che vivono quotidianamente il territorio, non con i politicanti locali. Chi, pur occupando un posto nelle istituzioni in quanto eletto con il M5s», proseguiva il sacro blog, «cambia idea e afferma che l'unica strada sia una grande lista civica trasversale e si adopera per raggiungere questo obiettivo è libero di farlo, di assumersene le responsabilità e di lasciare il suo posto a chi intende portare avanti il programma del M5s». Bene, anzi molto male: lo scorso ottobre il M5s si alleò con il Pd per le elezioni regionali in Umbria, candidando alla presidenza Vincenzo Bianconi. Il destino cinico ma dotato di senso dell'umorismo fece anche capitare i due simboli vicini vicini sulla scheda elettorale, tuttavia gli elettori scelsero il centrodestra, che con Donatella Tesei, senatrice della Lega, trionfò con ben 20 punti di vantaggio sui giallorossi.
Le giravolte del M5s, sui temi che rappresentavano i pilastri del movimento, sono tantissime. Pensiamo alla Tav: anni e anni di proclami, lotte, battaglie proteste, studi e contro studi, e alla fine la Tav si fa, con il M5s al governo. La Tap? Idem: i mille proclami contro il gasdotto in Puglia sono stati accantonati nel nome della ragion di poltrona. E l'Ilva? Ricordate quanto prometteva il M5s fino alle politiche del marzo 2018? Lo stabilimento siderurgico di Taranto doveva essere chiuso, e i lavoratori impiegati nella bonifica ambientale. Alla fine, il governo guidato da Giuseppi Conte si è seduto a trattare con Arcelor Mittal e l'Ilva è rimasta aperta. La fornitura di F35? Il M5s era fieramente contrario all'acquisto dei cacciabombardieri americani, ovviamente fino a quando è arrivato al governo e ha dato il via libera. Il Mes? Il «no» al ricorso al fondo ammazza stati è durato meno di un mes.
Insomma, di quello che fu il M5s, non c'è più traccia. Non solo: ogni volta che si è trattato di rimangiarsi una promessa, di rinunciare a un punto irrinunciabile del programma, i grillini hanno anche dato vita a un imbarazzante quanto finto dibattito interno, con favorevoli, contrari, dissidenti, critici, ortodossi, panda e giaguari, falchi e colombe impegnati per settimane ad alimentare retroscena, a vergare lapidari comunicati stampa, a minacciare addii, dimissioni, gesti eclatanti. Alla fine, però, sempre e comunque, si sono ritrovati tutti a cuccia, fingendo di dimenticare sulla base di quale programma avevano ricevuto il consenso di un terzo degli italiani, pur di restare incollati alle poltrone.
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Giancarlo Cancelleri (M5s) attacca Aspi, che ha congelato gli investimenti per le polemiche sul maxi prestito garantito dallo Stato. E mette nel mirino pure il ministro: «Nessuno ha visto i documenti sulla trattativa con Autostrade». I grillini cambiano metodo: gli onorevoli dovranno restituire solo una cifra forfettaria, senza rendicontazione Era l'ultimo caposaldo del manifesto originale che gli restava da rinnegare dopo Tav, alleanze, Mes e Tap.Lo speciale contiene due articoli. Altra rissa nella maggioranza, e altra occasione per Atlantia e la sua controllata Autostrade per l'Italia (Aspi) per far vedere chi comanda. A scatenare la bagarre, tramite una diretta Facebook casalinga, è stato ieri il viceministro grillino delle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri, che ha sparato a palle incatenate contro due bersagli: Autostrade ma pure la titolare del suo dicastero, l'esponente Pd Paola De Micheli. Ecco le parole di Cancelleri: «Aspi, quelli del crollo del ponte di Genova, che si sono macchiati delle 43 vittime, che non hanno neanche chiesto scusa, quelli lì dei Benetton, che ricattavano il governo, se ne sono usciti con una novità. Hanno detto: se non ci fate la garanzia dello Stato per avere un prestito anche noi di qualche miliardo, non facciamo gli investimenti. Il ricatto, la logica del ricatto…». Su queste basi, l'attacco del grillino è stato pesante: «Abbiamo perso solo tempo, mi rivolgo alle altre forze di maggioranza. Revochiamogli le concessioni, questa non è gente seria». E ancora: «Vogliamo commissariare Aspi. E Spea, che era quella che taroccava i controlli, la sostituiamo con Anas». Fin qui, nulla di nuovo: le tradizionali posizioni grilline (tranne il fatto che da mesi sono a loro volta inerti sul dossier). Ma a questo punto è arrivata la botta del viceministro contro la De Micheli, accusata di una trattativa opaca e di tenere nascoste le carte: «Il ministro De Micheli ha questo dossier dove ha fatto insieme con Aspi una sorta di trattativa. Non lo conosce nessuno questo dossier, non lo conoscono né il M5s né le altre forze di governo, né il presidente Conte. Lo ha dichiarato lei sui giornali. Ebbene che lo tirasse fuori (il congiuntivo è del viceministro grillino, ndr)». Nel frattempo, il cda di Atlantia ha ordinato ad Aspi, sua controllata, di mettere in freezer il piano di investimenti, tranne manutenzione e sicurezza. Su tutto il resto, congelamento. Ma è inutile girarci intorno; la richiesta di garanzia statale per un prestito da 1,25 miliardi da parte di Aspi (con relativa risposta pubblica di un altro viceministro M5s, Stefano Buffagni: «No grazie») è solo l'aperitivo (pur ricchissimo) di una contesa ben più ampia, che è quella che riguarda la concessione. La posizione di Autostrade è difficile. Contro Aspi, pesa come un macigno il rapporto che la Corte dei conti ha prodotto prima di Natale: un'autentica requisitoria, che ha messo in fila la costante salita dei ricavi derivanti dai pedaggi, gli utili annuali elevatissimi, la poderosa distribuzione di dividendi, a fronte - però - di un clamoroso taglio delle spese per gli investimenti e in particolare per la manutenzione. E se a questo si aggiungono altre ipotesi giudiziarie, e cioè - secondo le accuse - una presunta non episodica attività di ammorbidimento dei report sulle condizioni di sicurezza della rete autostradale, si comprende la delicatezza del quadro. Mesi fa, il governo aveva incaricato l'avvocatura dello Stato e la Corte dei conti di fornire altri pareri, e aveva avviato la stesura di un dossier (se ne era incaricato il dicastero delle Infrastrutture). In quella fase, la De Micheli e i grillini sembravano più vicini (tutti su una posizione critica verso Aspi), dopo le divaricazioni che avevano accompagnato l'avvio del Conte bis. Si ricorderà che, a settembre, l'allora neonominata De Micheli aveva fatto infuriare i grillini con un'intervista in cui escludeva la revoca della concessione («Nel programma è prevista solo la revisione»). Nel suo discorso alle Camere, Giuseppe Conte aveva invece tirato fuori dal cilindro un gioco di parole, e cioè una «progressiva e inesorabile revisione di tutto il sistema». Così, quelli del Pd poterono focalizzarsi sulla revisione, che esclude la revoca, mentre i grillini esultarono per l'aggettivo «inesorabile», che lasciava presagire chissà quale punizione per i Benetton. Ma ormai diversi mesi sono passati invano. A cavallo di Natale, fu varato il Milleproroghe, con una norma - contestata da Italia viva - che stabilisce che, in caso di revoca per inadempimento del concessionario, quest'ultimo non riceva più i mega indennizzi teoricamente previsti (una specie di «manovra»: circa 23 miliardi), ma solo il valore delle opere realizzate più gli oneri accessori. Se non che, nonostante questa sforbiciata, non è chiaro a quanto ammonterebbe l'eventuale conto: e da allora circolano voci su una misteriosa trattativa. Ieri, fonti del ministero delle Infrastrutture hanno attaccato la nota di Atlantia («Ha il sapore di un ultimatum»). E ancora: «Premesso che nessuno, né tanto meno Atlantia, può permettersi di minacciare le istituzioni, è bene ricordare che determinate decisioni vanno aspettate con rispetto delle istituzioni e di coloro che hanno lavorato senza mai fermarsi alla procedura di caducazione». Secondo le fonti ministeriali, il dicastero «ha completato il dossier, come già annunciato in Parlamento dalla ministra, e lo ha inviato alla presidenza del Consiglio per avviare una discussione e un confronto prima della decisione che avverrà in cdm». Altra melina. Ma ormai il nodo è arrivato al pettine, anche per il tentativo grillino di rialzare qualche bandiera, dopo tante umiliazioni. Si tratta di capire dove sia il pettine, e chi - tra M5s, la De Micheli e Conte - lo maneggerà effettivamente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-benetton-spaccano-pd-e-grillini-la-de-micheli-ha-dossier-segreti-2646073533.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rimborsi-lo-scontrino-non-serve-piu-il-m5s-ora-e-casta-a-tutti-gli-effetti" data-post-id="2646073533" data-published-at="1590274666" data-use-pagination="False"> Rimborsi: lo scontrino non serve più. Il M5s ora è casta a tutti gli effetti C'era una volta il M5s: con l'addio al sistema degli scontrini per le famigerate rendicontazioni, il movimento che fu anticasta abbandona la castità, si converte integralmente alla sana e consapevole libidine di potere con tutti gli oneri che comporta, ma anche con tutti gli onori e le comodità che accompagnano chi ricopre ruoli istituzionali. Niente più scontrini, niente più obbligo di rendicontare le spese: cambia il metodo di finanziamento al partito da parte degli eletti, che dovranno versare una quota fissa. Come rivelato dal Corriere della Sera, giovedì scorso l'autoreggente del M5s, Vito Crimi, ha informato attraverso una mail i parlamentari grillini che il nuovo metodo di finanziamento del partito consiste nel versamento di una somma forfettaria, che però non comporta l'obbligo di rendicontare le spese. La regola in vigore fino a oggi prevede invece un contributo minimo mensile di 2.000 euro, al quale vanno aggiunti 1.000 euro per finanziare gli eventi, 300 per sostenere le spese di Rousseau e infine la restituzione di «tutto ciò che non è speso, oltre l'indennità e la diaria forfettaria». Eliminata questa ultime voce, crolla anche l'ultimo pilastro di ciò che fu, in origine il M5s. L'anticasta che si fece casta, infatti, gli altri comandamenti dell'ex vate Beppe Grillo li ha già riposti da tempo nell'archivio delle promesse assolutamente da non mantenere. Ricordate il dogma della impossibilità di stipulare alleanze? A chi gli chiedeva se dopo le elezioni politiche i grillini avrebbero potuto allearsi in parlamento con altri partiti, così rispondeva Beppe Grillo il 19 gennaio 2018, il giorno della presentazione del simbolo per le politiche di un mese e mezzo dopo: «Sono domande senza senso», proclamava Grillo, «è come dire che un giorno un panda può mangiare carne cruda. Noi mangiamo solo cuore di bambù». Il panda lasciò perdere il cuore di bambù appena due mesi dopo, alleandosi con la Lega per formare il governo gialloverde e dunque assaporando una bella fetta di carne al sangue. Digerito l'arrosto, il M5s non si è più fermato: l'appetito vien mangiando, e così i grillini non solo si sono alleati, ma hanno pure cambiato partner con estrema disinvoltura, quando Matteo Salvini li ha scaricati e loro si sono risposati con il Pd. Stesso discorso per le elezioni regionali: «Il M5s», scriveva nel 2015 il Blog delle Stelle, «non fa alleanze elettorali con partiti o liste, quindi per natura non può entrare in una lista con partitini in via di estinzione o camuffati da liste civiche. Il M5s fa accordi con i cittadini che vivono quotidianamente il territorio, non con i politicanti locali. Chi, pur occupando un posto nelle istituzioni in quanto eletto con il M5s», proseguiva il sacro blog, «cambia idea e afferma che l'unica strada sia una grande lista civica trasversale e si adopera per raggiungere questo obiettivo è libero di farlo, di assumersene le responsabilità e di lasciare il suo posto a chi intende portare avanti il programma del M5s». Bene, anzi molto male: lo scorso ottobre il M5s si alleò con il Pd per le elezioni regionali in Umbria, candidando alla presidenza Vincenzo Bianconi. Il destino cinico ma dotato di senso dell'umorismo fece anche capitare i due simboli vicini vicini sulla scheda elettorale, tuttavia gli elettori scelsero il centrodestra, che con Donatella Tesei, senatrice della Lega, trionfò con ben 20 punti di vantaggio sui giallorossi. Le giravolte del M5s, sui temi che rappresentavano i pilastri del movimento, sono tantissime. Pensiamo alla Tav: anni e anni di proclami, lotte, battaglie proteste, studi e contro studi, e alla fine la Tav si fa, con il M5s al governo. La Tap? Idem: i mille proclami contro il gasdotto in Puglia sono stati accantonati nel nome della ragion di poltrona. E l'Ilva? Ricordate quanto prometteva il M5s fino alle politiche del marzo 2018? Lo stabilimento siderurgico di Taranto doveva essere chiuso, e i lavoratori impiegati nella bonifica ambientale. Alla fine, il governo guidato da Giuseppi Conte si è seduto a trattare con Arcelor Mittal e l'Ilva è rimasta aperta. La fornitura di F35? Il M5s era fieramente contrario all'acquisto dei cacciabombardieri americani, ovviamente fino a quando è arrivato al governo e ha dato il via libera. Il Mes? Il «no» al ricorso al fondo ammazza stati è durato meno di un mes. Insomma, di quello che fu il M5s, non c'è più traccia. Non solo: ogni volta che si è trattato di rimangiarsi una promessa, di rinunciare a un punto irrinunciabile del programma, i grillini hanno anche dato vita a un imbarazzante quanto finto dibattito interno, con favorevoli, contrari, dissidenti, critici, ortodossi, panda e giaguari, falchi e colombe impegnati per settimane ad alimentare retroscena, a vergare lapidari comunicati stampa, a minacciare addii, dimissioni, gesti eclatanti. Alla fine, però, sempre e comunque, si sono ritrovati tutti a cuccia, fingendo di dimenticare sulla base di quale programma avevano ricevuto il consenso di un terzo degli italiani, pur di restare incollati alle poltrone.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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