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2020-01-17
Hummes istruisce i vescovi: «Presentate l’Esortazione invitando indigeni e verdi»
Ansa
Il giallo del libro del cardinale Robert Sarah con la partecipazione del Papa emerito, Benedetto XVI, dovrebbe risolversi con una nota di chiarimento, tesa a fare finalmente ordine nel caos che si è generato in questi giorni. In attesa di vedere finalmente una parola chiara e definitiva, quello che resta in ogni caso è la sostanza del libro. Il «grido di allarme» lanciato a difesa del celibato sacerdotale, proferito radicando nella sacra scrittura la sua essenzialità, non è un pallino di due eminenti personalità, ma il cuore del dibattito nella Chiesa.
Prova ne è la lettera trapelata in questi giorni sul blog dell'ex vaticanista del Tg1 Aldo Maria Valli. La firma è del cardinale brasiliano Claudio Hummes, grande elettore di papa Bergoglio, al suo fianco fin dal primo affaccio in piazza San Pietro, il 13 marzo 2013. Il porporato brasiliano è stato il vero regista del Sinodo panamazzonico in qualità anche di relatore generale, da sempre favorevole a un superamento del celibato dei preti, tanto che nel 2006 quando venne nominato da Benedetto XVI a prefetto della Congregazione vaticana per il clero dovette ritrattare alcune sue dichiarazioni. In questa lettera, datata 13 gennaio 2020 e indirizzata a tutti i vescovi, Hummes annuncia l'ormai prossima uscita dell'esortazione post sinodale: «entro la fine di questo mese o l'inizio di febbraio», il Papa pubblicherà i Nuovi cammini per la Chiesa e per un'ecologia integrale, documento in cui verranno ripresi e ratificati i risultati del discusso Sinodo panamazzonico, quello che, tra l'altro, ha appunto proposto l'ordinazione sacerdotale di diaconi permanenti sposati.
Non è un semplice avviso. Si tratta, si legge nella lettera, «di favorire una adeguata preparazione» per il testo in arrivo e c'è il richiamo a stare sul pezzo «prima che la stampa inizi a farvi commenti», in modo tale che i vescovi «potranno unirsi (al Papa, ndr) nella presentazione». Come dire: serrate le fila; e addirittura ci sono suggerimenti pratici per i pastori su come presentare il testo nelle diocesi: «Ella potrebbe anche iniziare a pianificare una conferenza stampa o un altro evento il prima possibile […] Ad esempio, potrebbe essere opportuno che Ella presentasse l'Esortazione insieme a un rappresentante indigeno, se praticabile nella vostra zona, un responsabile pastorale esperto (ordinato o religioso, laico o laica), un esperto su questioni ecologiche, e un giovane impegnato nella pastorale giovanile». E si dice anche che a breve verrà inviata una seconda lettera di istruzioni per fare bene il compito. Uno zelo veramente importante, tanto che molti si chiedono come mai tanta attenzione: si dovrà forse far digerire ai vescovi qualche rospo? La questione dell'ordinazione di diaconi permanenti sposati è certamente in cima alla lista delle attese di questo documento e diverse indiscrezioni lasciano intendere che il Papa accoglierà quanto deciso dal Sinodo, ossia un'apertura alla formazione di questi diaconi laici che possano, in certe realtà, essere poi ordinati al sacerdozio.
Il clamore intorno al libro scritto da Sarah con Benedetto XVI forse trova qui una sua spiegazione, perché nel testo del cardinale africano è scritto senza giri di parole, come riportato anche nelle anticipazioni de Le Figaro, che «i popoli dell'Amazzonia hanno il diritto a una piena esperienza di Cristo-sposo. Non è possibile proporre loro dei preti di “seconda classe"». Non è detto che il Papa nell'Esortazione ormai prossima esprima una diretta apertura alla possibilità dell'ordinazione di laici sposati in modo diretto, potrebbe limitarsi ad aprire un processo sulla scorta del n. 111 del documento finale del Sinodo: una indicazione per la formazione di diaconi permanenti che possano poi eventualmente essere ordinati in funzione di un discernimento del vescovo locale. Ma lo zelo del cardinale Hummes lascia ben intendere che il traguardo è raggiunto.
L'aprire processi è una caratteristica precisa dell'azione di Francesco, tanto che anche le opposizioni sono considerate un fenomeno fisiologico, destinato a passare (così ne ha parlato anche Eugenio Scalfari nel resoconto pubblicato ieri del suo ennesimo incontro con il Papa). Ma l'avvio dei processi garantisce sull'impossibilità di tornare indietro, secondo un pensiero espresso in varie occasioni dal Papa.
Aprire la possibilità di ordinare preti sposati in Amazzonia, specificando che si tratta di una questione locale, è in realtà il possibile viatico ad altre richieste analoghe in altre chiese. Il percorso sinodale avviato dalla Chiesa tedesca, che durerà ben due anni, non ha in agenda solo i preti sposati, ma anche una qualche forma di benedizione delle coppie omosessuali e le cosiddette diaconesse. Il cardinale Reihnard Marx, capo dei vescovi tedeschi e uomo di fiducia di Francesco, è determinato a procedere a una qualche riforma, al punto che anche il Vaticano ha espresso nel settembre scorso i suoi altolà firmati dal cardinale Marc Ouellet, prefetto dei vescovi, e da monsignor Filippo Iannone, presidente del pontificio Consiglio per i testi legislativi. Tuttavia, diversi monsignori sono preoccupati che il Papa che apre processi non riesca ad arginare la situazione tedesca, in un processo di sinodalità diffuso che rischia di trascinare la Chiesa cattolica sulla via della protestantizzazione.
È difficile dire cosa accadrà, ma il polverone sollevato dal giallo del libro di Sarah e Benedetto XVI fa comprendere molto bene cosa sia in ballo. Qualcosa che riguarda l'unità della Chiesa, non semplici battibecchi tra studiosi o urla tra tifosi.
Sfuriate, dietrofront e omissioni. Quello che non torna del pasticcio
Quale è stato il ruolo di Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario di Benedetto XVI, nella sconcertante e per certi versi ridicola vicenda del libro scritto dal Papa emerito e dal cardinale Robert Sarah? L'ex nunzio negli Stati Uniti, ed ex segretario del governatorato, monsignor Carlo Maria Viganò ieri ha pubblicato sulla Verità una serie di riflessioni. «È tempo di rivelare», ha scritto tra l'altro Viganò, «il controllo abusivamente e sistematicamente esercitato da monsignor Georg Gänswein nei confronti del sommo Pontefice Benedetto XVI fin dall'inizio del suo pontificato. Gänswein filtrava abitualmente le informazioni, arrogandosi il diritto di giudicare lui stesso quanto fosse opportuno o meno far pervenire al Santo Padre».
E certamente questo è un ruolo che si è accresciuto dopo la rinuncia, e man mano che le condizioni di fragilità fisica - non mentale, attenzione - di Joseph Ratzinger sono andate crescendo. Ma già nove anni fa il segretario personale di papa Ratzinger esercitava un potere di aprire e chiudere molto marcato. La funzione di filtro su chi può avere accesso al contatto diretto con il Pontefice è un altro elemento di grande potere, e di cui, a quanto pare, monsignor Gänswein si serviva con estrema discrezionalità.
Tutto ciò è rilevante perché la strana, brutta e pasticciata storia del ritiro della firma dal libro vede un ruolo preponderante del prefetto della Casa pontificia. Dopo la rinuncia, secondo persone esperte di Curia, non è stato, come fu definito: «la badante» di Benedetto XVI. Né è stato piuttosto il «guardiano», temo. E sulla sua carriera, e il suo ruolo di segretario, aleggia sempre la strana storia, mai veramente chiarita, dell'arresto del cameriere Paolo Gabriele, accusato di aver sottratto e fotocopiato per mesi dal tavolo di Gänswein documenti privati del Papa e di averli dati a giornalisti, senza che «nessuno» se ne accorgesse… Documenti che accusavano il cardinal Tarcisio Bertone, con il quale Gänswein, prima, aveva cattivi rapporti; curiosamente migliorati in seguito…
E anche in questo episodio stranezze e inesattezze si sono accavallate. Fonti di lingua tedesca - evidentemente in contatto con Gänswein - facevano sapere due giorni fa che di tutta l'operazione letteraria il prefetto non sapeva nulla. Ma questo appare sinceramente poco credibile, posto che Gänswein è una delle poche persone che Benedetto vede quotidianamente. Poi è stato detto che al convento Mater Ecclesiae non si sapeva che le riflessioni scritte dal Papa emerito (e già a settembre erano 15 cartelle di materiale) sarebbero confluite in un libro. E ancora: che non si era vista la copertina. Ora, sappiamo in maniera certa che Benedetto XVI ha corretto le bozze del libro, le sue, e ha visionato anche quelle del cardinale Sarah, oltre all'introduzione e alla conclusione, a cui ha partecipato. Tutte queste piccole bugie avevano come risultato quello di far passare il cardinal Robert Sarah come una specie di truffatore della fiducia di un nonagenario (non a caso uno dei più sfegatati bergoglisti twittava l'hashtag #elderabuse, per sostenere la tesi della manipolazione). Giustamente il porporato aveva i mezzi per ristabilire la verità. E Nicolas Diat, il curatore-editore, proprio ieri ha fornito ulteriori dettagli: «Il cardinale Sarah ha inviato una lettera riservata (a Benedetto, ndr) il 19 novembre con il testo completo. Le bozze erano complete: introduzione, i due testi e la conclusione», ha spiegato Diat. «Quindi, il 3 dicembre, ha mostrato la bozza di copertina durante un'udienza con Benedetto XVI». Secondo alcuni, Gänswein non avrebbe capito l'impatto mediatico dell'operazione; e quando sono apparsi i prodromi del terremoto, avrebbe concordato con Andrea Tornielli una lettura «soft» dell'episodio, presentando le tesi come in accordo con quelle di papa Bergoglio sul celibato; da lì sono nati due articoli: uno sull'Osservatore Romano e uno su Vatican news.
Nel frattempo però il partito del no al celibato obbligatorio si era mosso con papa Bergoglio; aizzandolo all'azione. Operazione non difficile, questa; e c'è sempre più da chiedersi se la reale manipolazione non stia avvenendo sempre più spesso nei confronti di quest'uomo anziano e impulsivo, da parte di cortigiani di pochi scrupoli. Così ne sarebbe nata - secondo Antonio Socci, che rivendica fonti affidabilissime - la convocazione di Gänswein e l'intimazione, oggettivamente un po' ridicola, di far sparire dalla copertina il nome di Benedetto XVI. E «fonti vicine a Benedetto XVI» (chi, se non Gänswein?) avrebbero detto ad alcuni giornalisti che Ratzinger non aveva scritto un libro a quattro mani con Sarah; qualunque cosa questo voglia significare. Il risultato è stato il «patto stucco»: dalle prossime edizioni (ma non in America, per esempio…) si parlerà di «contributo» di Benedetto. E questo ci riporta ancora una volta al ruolo di monsignor Gänswein; un ruolo da segretario o da guardiano?
Le ultime notizie, e la lettura del libro, appena uscito, fanno capire il perché delle reazioni furiose della corte di giornalisti del cerchio bergogliano, e mettono in evidenza l'inutilità della toppa - il ritiro richiesto della firma. Se Scalfari può far dire a papa Bergoglio che il caso con Ratzinger è chiuso, che gli avrebbe espresso tutta la sua solidarietà, i fatti, e cioè il libro, sono lì a smentirlo, grandi come la vita. Ratzinger e Sarah hanno scritto insieme introduzione e conclusione; Ratzinger ha contribuito per oltre 40 pagine, scrive il curatore, Nicolas Diat: «Benedetto XVI e il cardinale Sarah hanno voluto aprire e chiudere questo libro con due testi composti a quattro mani. Nella loro conclusione scrivono: “È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, non si facciano più impressionare dai cattivi consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale". E gli eventuali dubbi - se mai ce ne fossero - svaniscono rapidamente leggendo questa frase drammatica della conclusione - scritta da entrambi: “In questi tempi difficili l'unico timore che ciascuno dovrà avere sarà di sentirsi dire un giorno da Dio 'quella dura parola con riprensione […]: maledetto sia tu che tacesti. Oimè, non più tacere! Gridate con cento migliaia di lingue. Veggo che, per tacere, il mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita, toltogli è il colore, perché gli è succhiato il sangue da dosso, cioè […] il sangue di Cristo, che è dato per grazia […]. Non dormite più in negligentia; adoperate nel tempo presente ciò che si può». Si può ben capire perché papa Bergoglio abbia avuto una delle sue esplosioni temperamentali…
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Il relatore del Sinodo prepara il terreno alle conclusioni di Francesco, che potrebbero aprire ai preti sposati. La Chiesa tedesca non aspetta altro e punta alle nozze gay.Anche se i giornali si affrettano a dare per chiuso il caso, le modifiche chieste al volume di Benedetto e Sarah lasciano aperte molte domande. Soprattutto su cosa ha spinto Georg Gänswein al passo indietro.Lo speciale contiene due articoli.Il giallo del libro del cardinale Robert Sarah con la partecipazione del Papa emerito, Benedetto XVI, dovrebbe risolversi con una nota di chiarimento, tesa a fare finalmente ordine nel caos che si è generato in questi giorni. In attesa di vedere finalmente una parola chiara e definitiva, quello che resta in ogni caso è la sostanza del libro. Il «grido di allarme» lanciato a difesa del celibato sacerdotale, proferito radicando nella sacra scrittura la sua essenzialità, non è un pallino di due eminenti personalità, ma il cuore del dibattito nella Chiesa.Prova ne è la lettera trapelata in questi giorni sul blog dell'ex vaticanista del Tg1 Aldo Maria Valli. La firma è del cardinale brasiliano Claudio Hummes, grande elettore di papa Bergoglio, al suo fianco fin dal primo affaccio in piazza San Pietro, il 13 marzo 2013. Il porporato brasiliano è stato il vero regista del Sinodo panamazzonico in qualità anche di relatore generale, da sempre favorevole a un superamento del celibato dei preti, tanto che nel 2006 quando venne nominato da Benedetto XVI a prefetto della Congregazione vaticana per il clero dovette ritrattare alcune sue dichiarazioni. In questa lettera, datata 13 gennaio 2020 e indirizzata a tutti i vescovi, Hummes annuncia l'ormai prossima uscita dell'esortazione post sinodale: «entro la fine di questo mese o l'inizio di febbraio», il Papa pubblicherà i Nuovi cammini per la Chiesa e per un'ecologia integrale, documento in cui verranno ripresi e ratificati i risultati del discusso Sinodo panamazzonico, quello che, tra l'altro, ha appunto proposto l'ordinazione sacerdotale di diaconi permanenti sposati.Non è un semplice avviso. Si tratta, si legge nella lettera, «di favorire una adeguata preparazione» per il testo in arrivo e c'è il richiamo a stare sul pezzo «prima che la stampa inizi a farvi commenti», in modo tale che i vescovi «potranno unirsi (al Papa, ndr) nella presentazione». Come dire: serrate le fila; e addirittura ci sono suggerimenti pratici per i pastori su come presentare il testo nelle diocesi: «Ella potrebbe anche iniziare a pianificare una conferenza stampa o un altro evento il prima possibile […] Ad esempio, potrebbe essere opportuno che Ella presentasse l'Esortazione insieme a un rappresentante indigeno, se praticabile nella vostra zona, un responsabile pastorale esperto (ordinato o religioso, laico o laica), un esperto su questioni ecologiche, e un giovane impegnato nella pastorale giovanile». E si dice anche che a breve verrà inviata una seconda lettera di istruzioni per fare bene il compito. Uno zelo veramente importante, tanto che molti si chiedono come mai tanta attenzione: si dovrà forse far digerire ai vescovi qualche rospo? La questione dell'ordinazione di diaconi permanenti sposati è certamente in cima alla lista delle attese di questo documento e diverse indiscrezioni lasciano intendere che il Papa accoglierà quanto deciso dal Sinodo, ossia un'apertura alla formazione di questi diaconi laici che possano, in certe realtà, essere poi ordinati al sacerdozio.Il clamore intorno al libro scritto da Sarah con Benedetto XVI forse trova qui una sua spiegazione, perché nel testo del cardinale africano è scritto senza giri di parole, come riportato anche nelle anticipazioni de Le Figaro, che «i popoli dell'Amazzonia hanno il diritto a una piena esperienza di Cristo-sposo. Non è possibile proporre loro dei preti di “seconda classe"». Non è detto che il Papa nell'Esortazione ormai prossima esprima una diretta apertura alla possibilità dell'ordinazione di laici sposati in modo diretto, potrebbe limitarsi ad aprire un processo sulla scorta del n. 111 del documento finale del Sinodo: una indicazione per la formazione di diaconi permanenti che possano poi eventualmente essere ordinati in funzione di un discernimento del vescovo locale. Ma lo zelo del cardinale Hummes lascia ben intendere che il traguardo è raggiunto.L'aprire processi è una caratteristica precisa dell'azione di Francesco, tanto che anche le opposizioni sono considerate un fenomeno fisiologico, destinato a passare (così ne ha parlato anche Eugenio Scalfari nel resoconto pubblicato ieri del suo ennesimo incontro con il Papa). Ma l'avvio dei processi garantisce sull'impossibilità di tornare indietro, secondo un pensiero espresso in varie occasioni dal Papa.Aprire la possibilità di ordinare preti sposati in Amazzonia, specificando che si tratta di una questione locale, è in realtà il possibile viatico ad altre richieste analoghe in altre chiese. Il percorso sinodale avviato dalla Chiesa tedesca, che durerà ben due anni, non ha in agenda solo i preti sposati, ma anche una qualche forma di benedizione delle coppie omosessuali e le cosiddette diaconesse. Il cardinale Reihnard Marx, capo dei vescovi tedeschi e uomo di fiducia di Francesco, è determinato a procedere a una qualche riforma, al punto che anche il Vaticano ha espresso nel settembre scorso i suoi altolà firmati dal cardinale Marc Ouellet, prefetto dei vescovi, e da monsignor Filippo Iannone, presidente del pontificio Consiglio per i testi legislativi. Tuttavia, diversi monsignori sono preoccupati che il Papa che apre processi non riesca ad arginare la situazione tedesca, in un processo di sinodalità diffuso che rischia di trascinare la Chiesa cattolica sulla via della protestantizzazione.È difficile dire cosa accadrà, ma il polverone sollevato dal giallo del libro di Sarah e Benedetto XVI fa comprendere molto bene cosa sia in ballo. Qualcosa che riguarda l'unità della Chiesa, non semplici battibecchi tra studiosi o urla tra tifosi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hummes-istruisce-i-vescovi-presentate-lesortazione-invitando-indigeni-e-verdi-2644832762.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sfuriate-dietrofront-e-omissioni-quello-che-non-torna-del-pasticcio" data-post-id="2644832762" data-published-at="1782491707" data-use-pagination="False"> Sfuriate, dietrofront e omissioni. Quello che non torna del pasticcio Quale è stato il ruolo di Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario di Benedetto XVI, nella sconcertante e per certi versi ridicola vicenda del libro scritto dal Papa emerito e dal cardinale Robert Sarah? L'ex nunzio negli Stati Uniti, ed ex segretario del governatorato, monsignor Carlo Maria Viganò ieri ha pubblicato sulla Verità una serie di riflessioni. «È tempo di rivelare», ha scritto tra l'altro Viganò, «il controllo abusivamente e sistematicamente esercitato da monsignor Georg Gänswein nei confronti del sommo Pontefice Benedetto XVI fin dall'inizio del suo pontificato. Gänswein filtrava abitualmente le informazioni, arrogandosi il diritto di giudicare lui stesso quanto fosse opportuno o meno far pervenire al Santo Padre». E certamente questo è un ruolo che si è accresciuto dopo la rinuncia, e man mano che le condizioni di fragilità fisica - non mentale, attenzione - di Joseph Ratzinger sono andate crescendo. Ma già nove anni fa il segretario personale di papa Ratzinger esercitava un potere di aprire e chiudere molto marcato. La funzione di filtro su chi può avere accesso al contatto diretto con il Pontefice è un altro elemento di grande potere, e di cui, a quanto pare, monsignor Gänswein si serviva con estrema discrezionalità. Tutto ciò è rilevante perché la strana, brutta e pasticciata storia del ritiro della firma dal libro vede un ruolo preponderante del prefetto della Casa pontificia. Dopo la rinuncia, secondo persone esperte di Curia, non è stato, come fu definito: «la badante» di Benedetto XVI. Né è stato piuttosto il «guardiano», temo. E sulla sua carriera, e il suo ruolo di segretario, aleggia sempre la strana storia, mai veramente chiarita, dell'arresto del cameriere Paolo Gabriele, accusato di aver sottratto e fotocopiato per mesi dal tavolo di Gänswein documenti privati del Papa e di averli dati a giornalisti, senza che «nessuno» se ne accorgesse… Documenti che accusavano il cardinal Tarcisio Bertone, con il quale Gänswein, prima, aveva cattivi rapporti; curiosamente migliorati in seguito… E anche in questo episodio stranezze e inesattezze si sono accavallate. Fonti di lingua tedesca - evidentemente in contatto con Gänswein - facevano sapere due giorni fa che di tutta l'operazione letteraria il prefetto non sapeva nulla. Ma questo appare sinceramente poco credibile, posto che Gänswein è una delle poche persone che Benedetto vede quotidianamente. Poi è stato detto che al convento Mater Ecclesiae non si sapeva che le riflessioni scritte dal Papa emerito (e già a settembre erano 15 cartelle di materiale) sarebbero confluite in un libro. E ancora: che non si era vista la copertina. Ora, sappiamo in maniera certa che Benedetto XVI ha corretto le bozze del libro, le sue, e ha visionato anche quelle del cardinale Sarah, oltre all'introduzione e alla conclusione, a cui ha partecipato. Tutte queste piccole bugie avevano come risultato quello di far passare il cardinal Robert Sarah come una specie di truffatore della fiducia di un nonagenario (non a caso uno dei più sfegatati bergoglisti twittava l'hashtag #elderabuse, per sostenere la tesi della manipolazione). Giustamente il porporato aveva i mezzi per ristabilire la verità. E Nicolas Diat, il curatore-editore, proprio ieri ha fornito ulteriori dettagli: «Il cardinale Sarah ha inviato una lettera riservata (a Benedetto, ndr) il 19 novembre con il testo completo. Le bozze erano complete: introduzione, i due testi e la conclusione», ha spiegato Diat. «Quindi, il 3 dicembre, ha mostrato la bozza di copertina durante un'udienza con Benedetto XVI». Secondo alcuni, Gänswein non avrebbe capito l'impatto mediatico dell'operazione; e quando sono apparsi i prodromi del terremoto, avrebbe concordato con Andrea Tornielli una lettura «soft» dell'episodio, presentando le tesi come in accordo con quelle di papa Bergoglio sul celibato; da lì sono nati due articoli: uno sull'Osservatore Romano e uno su Vatican news. Nel frattempo però il partito del no al celibato obbligatorio si era mosso con papa Bergoglio; aizzandolo all'azione. Operazione non difficile, questa; e c'è sempre più da chiedersi se la reale manipolazione non stia avvenendo sempre più spesso nei confronti di quest'uomo anziano e impulsivo, da parte di cortigiani di pochi scrupoli. Così ne sarebbe nata - secondo Antonio Socci, che rivendica fonti affidabilissime - la convocazione di Gänswein e l'intimazione, oggettivamente un po' ridicola, di far sparire dalla copertina il nome di Benedetto XVI. E «fonti vicine a Benedetto XVI» (chi, se non Gänswein?) avrebbero detto ad alcuni giornalisti che Ratzinger non aveva scritto un libro a quattro mani con Sarah; qualunque cosa questo voglia significare. Il risultato è stato il «patto stucco»: dalle prossime edizioni (ma non in America, per esempio…) si parlerà di «contributo» di Benedetto. E questo ci riporta ancora una volta al ruolo di monsignor Gänswein; un ruolo da segretario o da guardiano? Le ultime notizie, e la lettura del libro, appena uscito, fanno capire il perché delle reazioni furiose della corte di giornalisti del cerchio bergogliano, e mettono in evidenza l'inutilità della toppa - il ritiro richiesto della firma. Se Scalfari può far dire a papa Bergoglio che il caso con Ratzinger è chiuso, che gli avrebbe espresso tutta la sua solidarietà, i fatti, e cioè il libro, sono lì a smentirlo, grandi come la vita. Ratzinger e Sarah hanno scritto insieme introduzione e conclusione; Ratzinger ha contribuito per oltre 40 pagine, scrive il curatore, Nicolas Diat: «Benedetto XVI e il cardinale Sarah hanno voluto aprire e chiudere questo libro con due testi composti a quattro mani. Nella loro conclusione scrivono: “È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, non si facciano più impressionare dai cattivi consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale". E gli eventuali dubbi - se mai ce ne fossero - svaniscono rapidamente leggendo questa frase drammatica della conclusione - scritta da entrambi: “In questi tempi difficili l'unico timore che ciascuno dovrà avere sarà di sentirsi dire un giorno da Dio 'quella dura parola con riprensione […]: maledetto sia tu che tacesti. Oimè, non più tacere! Gridate con cento migliaia di lingue. Veggo che, per tacere, il mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita, toltogli è il colore, perché gli è succhiato il sangue da dosso, cioè […] il sangue di Cristo, che è dato per grazia […]. Non dormite più in negligentia; adoperate nel tempo presente ciò che si può». Si può ben capire perché papa Bergoglio abbia avuto una delle sue esplosioni temperamentali…
Dalle Pmi ai grandi marchi storici e ai Cavalieri del Lavoro, il made in Italy coniuga tradizione, innovazione e responsabilità sociale per uno sviluppo duraturo.
L'Italia affronta le grandi sfide della doppia transizione, della sostenibilità e della competitività globale facendo leva sulla qualità delle produzioni, sulla propria eccellenza manifatturiera e sul made in Italy. Le pagine dell'ultima edizione di Osservatorio sul Merito restituiscono l'immagine di un Paese che, pur tra le complessità, guarda al futuro con fiducia e determinazione, attraverso le testimonianze di rappresentanti delle istituzioni, imprenditori e imprenditrici che ogni giorno contribuiscono alla crescita del sistema Italia.
Capisaldi del made in Italy Tra i protagonisti di questo numero figurano alcuni dei nuovi Cavalieri del Lavoro nominati dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: imprenditori e imprenditrici che rappresentano al meglio i valori del merito, della responsabilità sociale e della visione strategica. Le loro storie raccontano come il successo non sia mai il frutto di un percorso individuale, ma il risultato di un ecosistema che valorizza il lavoro, le competenze, la capacità di innovare e di interpretare in anticipo i cambiamenti. Accanto a loro emergono i grandi marchi storici e le imprese familiari che hanno contribuito a costruire l'identità produttiva del Paese. Aziende che, nel corso di decenni e spesso di generazioni, hanno attraversato crisi economiche, rivoluzioni tecnologiche e mutamenti dei mercati senza smarrire i propri valori fondanti. Al contrario, hanno saputo trasformare le proprie radici in un vantaggio competitivo, alternando continuità e capacità di rinnovamento. Le sfide che attendono il sistema produttivo italiano sono numerose: dall'intelligenza artificiale all'Industria 5.0, dai criteri ESG alla ridefinizione degli equilibri economici globali. In questo scenario, la priorità è preservare e rafforzare un patrimonio fatto di competenze, cultura d'impresa, identità e capacità di adattamento, che continua a generare valore non solo per l'economia nazionale, ma anche per i territori e le comunità in cui queste realtà affondano le proprie radici. È qui che si riconosce uno dei tratti distintivi del capitalismo italiano: un modello d'impresa che mantiene saldo il legame con il territorio e le persone, investe nel capitale umano e scommette sul domani attraverso innovazione, sostenibilità e formazione.
Le traiettorie dello sviluppo A delineare le priorità della politica è il sottosegretario al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Fausta Bergamotto, che illustra le strategie del Governo per rafforzare il tessuto delle piccole e medie imprese, accelerare la trasformazione digitale, affrontare la sfida energetica e sostenere la competitività del made in Italy sui mercati internazionali. Ad arricchire il dibattito contribuiscono le riflessioni del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, del vicepresidente di Confindustria Marco Nocivelli, del presidente della Fondazione Nord Est Alberto Baban e del presidente di Confindustria Veneto Raffaele Boscaini, che indicano la necessità di costruire una crescita più solida, strutturale e duratura. Tra i temi centrali emerge quello della semplificazione amministrativa. «La burocrazia è oggi uno dei principali fattori di svantaggio competitivo per le nostre imprese», osserva Boscaini, richiamando l'urgenza di rendere il sistema più efficiente e favorevole agli investimenti. Un obiettivo che si intreccia con il percorso di riforma fiscale illustrato dal viceministro dell'Economia e delle Finanze Maurizio Leo. «La nostra strategia poggia su quattro pilastri: certezza del diritto, semplificazione degli adempimenti, lotta all'evasione e riduzione della pressione fiscale», spiega, delineando una visione orientata a sostenere crescita, legalità e competitività.
Il futuro del Paese Ma il futuro dell'Italia non si costruisce soltanto nelle fabbriche e nei distretti produttivi. Cultura e turismo rappresentano infatti due leve strategiche per lo sviluppo economico e sociale del Paese. La cultura, sottolinea il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni, non è soltanto tutela del patrimonio, ma uno strumento di benessere, inclusione e crescita. Dalle "prescrizioni culturali", che integrano arte e salute nei percorsi di prevenzione e cura, fino alla regolamentazione dell'intelligenza artificiale nell'industria audiovisiva e alla necessità di avvicinare i giovani al patrimonio culturale, il messaggio è chiaro: investire nella cultura significa investire nella coesione sociale e nel dialogo con il mondo contemporaneo. Lo stesso vale per il turismo, sempre più protagonista della crescita nazionale e della promozione dell'immagine del Paese nel mondo. Come evidenzia Elena Nembrini, direttore generale ENIT, la valorizzazione dei territori, dei grandi eventi e delle eccellenze artistiche, paesaggistiche e culturali contribuisce a rafforzare l'attrattività dell'Italia e a generare opportunità diffuse per imprese, comunità locali e nuove generazioni. È in questo intreccio virtuoso tra impresa, cultura, innovazione e territorio che prende forma un'Italia capace di trasformare il merito, il talento e la visione in strumenti concreti di crescita e sviluppo.
Per scaricare il numero di «Osservatorio sul Merito» basta cliccare sul link qui sotto.
Osservatorio sul Merito giugno 2026.pdf
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In occasione dell'Ashura, la ricorrenza più importante per i musulmani sciiti, un corteo ha attraversato il centro di Milano, con ripercussioni sul traffico in via Vittor Pisani. Nel video si vede il corteo diviso in due da un furgone, con il gruppo delle donne che procede isolato in coda.
Alessia Pifferi (Ansa)
La Procura generale della Cassazione ha chiesto ai giudici della prima sezione penale della Suprema Corte di annullare con rinvio la sentenza di secondo grado con cui la donna era stata condannata a 24 anni di reclusione. In primo grado, alla Pifferi era stato (giustamente) dato l’ergastolo. Poi, però, alla madre assassina sono state concesse le attenuanti.
A riguardo, la sostituta procuratrice generale della Cassazione, Valentina Manuali, è stata durissima. «Gli elementi sulla base dei quali la sentenza fonda il riconoscimento delle attenuanti generiche sono carenti. La bimba è morta perché privata per giorni di acqua e cibo», ha detto, rimarcando poi che «le condizioni psichiche dell’imputata non hanno minimamente inciso sulla sua capacità di intendere e volere». La corte di Cassazione, tuttavia, nel giro di poche ore ha confermato la condanna a 24 anni. E la decisione, va detto, lascia molto perplessi. Per quale motivo si dovrebbero concedere attenuanti a una donna che ha lasciato morire di stenti una bambina piccola, abbandonandola in casa e lasciandola crepare di fame tra sofferenze inaudite? Come si può mostrare clemenza verso una persona del genere? Il fatto che fosse disturbata non significa che non fosse capace di intendere e volere. E se era capace di farlo, per quale motivo si dovrebbe alleviarle la pena per un delitto tanto atroce? Mistero giudiziario. Eppure il dubbio è talmente legittimo che anche la Procura lo ha espresso con forza, ripetutamente. Ma niente da fare.
Quello della Pifferi non è l’unico notevole caso di cronaca nera di cui si è ritornati a parlare in questi giorni. C’è anche la mostruosa vicenda di Alessandro Impagnatiello, che ammazzò con decine di coltellate la compagna Giulia Tramontano incinta di 7 mesi, nel maggio del 2023. Sono uscite le motivazioni della sentenza con cui il 9 aprile la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale di Milano e ha disposto un processo di appello bis, il cui scopo sarebbe quello di rivalutare l’elemento della premeditazione che era stato escluso in appello.
«L’idea di sopprimere Giulia Tramontano potrebbe essere già emersa molti mesi prima dell’episodio aggressivo del 27 maggio 2023», sostengono i giudici della Cassazione, che hanno riesaminato la sentenza dei loro colleghi notando «carenza motivazionale nella parte in cui è stata trascurata la valutazione dell’incremento della somministrazione di veleno per topi proprio nell’ultimo mese e mezzo della gravidanza». Allo stesso modo, sarebbero state trascurate le ricerche risalenti al 7 gennaio 2023 con cui Impagnatiello aveva «assunto informazioni sul quesito “quanto veleno per topi è necessario per uccidere una persona? Veleni inodori e insapori”». Certo, per l’ex barista fattosi killer la condanna rimane la stessa: ergastolo. Tuttavia, l’elemento della premeditazione è determinante. Ed è allucinante che sia stato escluso nel secondo grado di giudizio. Impagnatiello, prima di massacrare a colpi di lama la madre di suo figlio, ha cercato di ucciderla con il topicida per liberarsi di un fardello che non voleva. Ha evidentemente premeditato l’omicidio. Il fatto che poi, scoperto e messo alle strette, abbia deciso rapidamente di ricorrere a metodi più brutali e veloci non cambia lo stato dei fatti.
Viene davvero da chiedersi come operi in certi casi la giustizia italiana, da quale bussola sia guidata. Abbiamo sotto gli occhi due dei più spaventosi casi di cronaca degli ultimi decenni, ed entrambi coinvolgono dei bambini: una piccolissima e uno in procinto di venire al mondo. Si è molto insistito sul carattere di femminicida di Impagnatiello, perché con tutta evidenza il tema stuzzicava editorialisti e politici. Ma sul fatto che abbia eliminato un nascituro si tende a sorvolare. Anzi, forse proprio quel nascituro è stato all’origine dei peggiori progetti criminali. Con tutta evidenza, Impagnatiello è un narcisista patologico e manipolatore, non voleva farsi carico di una famiglia, preferiva vivere la sua vita spensierata fatta di conquiste nei locali e divertimento. In modo analogo, Alessia Pifferi non voleva fare la madre: cercava un uomo che la sollevasse dalle difficoltà dell’esistenza, di quel povero fagottino abbandonato in casa non sapeva che farsene. Dunque ha lasciato sola la figlia con un biberon e si è volatilizzata, donandole una morte terribile e spietata.
Non si tratta di infierire su persone malate o di fare i moralisti fuori tempo massimo. Qui si tratta di capire quali siano i limiti che separano il garantismo dall’ingenuità, la ragionevole sospensione dell’emotività dall’ingiustizia. Leggeremo tutte le motivazioni di questo mondo, per carità. Ma come ci possano essere delicatezza e indulgenza per questi due assassini resta francamente incomprensibile.
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Vladimir Putin (Ansa)
Il nuovo assegno staccato da Bruxelles è stato sancito ieri al vertice sulla Ricostruzione apertosi a Danzica, in Polonia. Nel quadro della Ukraine recovery conference, la Commissione europea ha annunciato una prima tranche da 3,2 miliardi come Macro-financial assistance, in sostanza un puntello per tenere in piedi lo Stato ucraino, altrimenti in bancarotta. Poi, entro pochi giorni, verranno versati altri 6 miliardi destinati alla produzione bellica, specialmente quella dei droni, l’arma su cui Kiev punta il tutto per tutto. Il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha spiegato: «Dall’inizio della guerra, l’Ue ha fornito 200 miliardi di euro in sostegno economico, finanziario e militare. E con il prestito di sostegno all’Ucraina, forniremo ulteriori 90 miliardi nei prossimi due anni». La Von der Leyen ha confermato che l’Ue sfrutterà l’esperienza ucraina per gli stessi programmi di riarmo europei: «L’esperienza dell’Ucraina sul campo di battaglia non ha eguali. Le sue aziende della Difesa sono tra le più innovative. Stanno sviluppando e producendo capacità all’avanguardia, dai droni intercettori ai sistemi di disturbo. Droni progettati in Ucraina vengono prodotti in Germania. Il carburante per i missili Flamingo ucraini sarà presto prodotto in Danimarca. Abbiamo bisogno di ingegno e innovazione ucraini e capacità e know-how industriale europei».
All’orizzonte c’è l’adesione di Kiev all’Unione, ma è lecito chiedersi se Bruxelles non si stia sobbarcando rischi eccessivi, con un impegno finanziario colossale, in un Paese in guerra permanente e così indebitato che in caso, eventuale, di sconfitta o collasso, rischierebbe di tornare nella sfera russa. Perciò la guerra d’Ucraina è sostenuta dall’Ue, che non può permettersi la sconfitta di un così importante creditore. Un portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che si esaminano i programmi d’armamenti ucraini da sostenere: «Stiamo esaminando i programmi di produzione, quindi l’Ucraina può analizzare la situazione sul campo e identificare i prodotti di cui ha bisogno, poi deve comunicarcelo sotto forma di programma di produzione. Per ora, abbiamo ricevuto due programmi. Il primo, sui droni, è già stato approvato e abbiamo appena ricevuto il secondo, in fase di valutazione». Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ne ha parlato con la Von der Leyen, ma solo per telefono. Infatti ha disertato Danzica, facendosi sostituire dalla premier ucraina Yulia Svyrydenko per le tensioni fra Ucraina e Polonia causate dall’intitolazione, da parte ucraina, di un reparto militare alla vecchia Upa filonazista, a cui Varsavia ha reagito ritirando un’onorificenza concessa a Zelensky. A Danzica il premier polacco Donald Tusk ha cercato di smorzare, esortando entrambe le nazioni al «rispetto reciproco della storia». Ma a dividere Kiev e Varsavia, sottobanco, ci sono anche le storiche rivendicazioni sulla regione ucraina di Leopoli (Lvov), che fu parte della Polonia per secoli.
Zelensky ha annunciato nuovi successi nella campagna di attacco con droni alle infrastrutture petrolifere russe. Il servizio segreto ucraino, che dirige i raid di droni, ha incendiato il deposito petrolifero Poltavska, nella regione di Krasnodar, a 300 km dal fronte, e colpito due raffinerie a Ufa, la Bashneft-Ufaneftekhim e la Bashneft-Novoyl, a 1.500 km dal fronte, sebbene i russi ribattano d’aver «respinto l’attacco». Il presidente francese Emmanuel Macron ha, invece, svelato solo ieri che la Marina francese ha abbordato e fermato «martedì al largo della Sicilia» la petroliera Deliver, battente bandiera del Camerun ma reputata inquadrata nella «flotta ombra russa» per aggirare le sanzioni. L’ambasciata russa a Parigi ha protestato: «Non vi sono russi nell’equipaggio della nave. È un atto di pirateria». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha lanciato l’ennesimo appello alla Russia affinché «congeli la linea del fronte» come condizione di negoziato, ma la prosecuzione delle operazioni dimostra che il Cremlino ritiene più vantaggioso mantenere la pressione militare.
L’esercito ucraino ha rivendicato ieri la riconquista della penisola di Kinburn, nella regione di Mykolaiv, avamposto da cui i russi si sono ritirati dopo attacchi alle loro linee logistiche, ma pare un successo marginale. L’istituto americano Isw conferma che i soldati russi «espandono le loro aree di infiltrazione» in settori del fronte presso Slovyansk, una delle chiavi di volta della catena di città-fortezze ucraine del fronte Est. Attacchi aerei russi hanno distrutto treni a Sumy e a Zaporizhzhia, dove è morto un macchinista. Combattimenti urbani continuano per il controllo di Kostantnyvka, da cui i russi potrebbero risalire verso Druzhkivka e Kramatorsk. Lì, secondo la Tass, truppe russe del 1194° reggimento hanno osservato la presenza di «mercenari polacchi e varie donne soldato tra le fila ucraine».
Arruolato con l’inganno dagli ucraini sarebbe, invece, un brasiliano di 23 anni, Herik Ferreira Soares, fatto prigioniero dai russi e la cui vicenda è stata denunciata ieri dal ministero degli Esteri di Mosca e dalla locale ambasciata brasiliana. Soares avrebbe detto in un filmato: «Mi hanno mentito, sono stato attirato con una falsa promessa di lavoro. Brasiliani, non accettate offerte di reclutamento legate ai conflitti armati. I soldi non valgono il rischio».
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