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2020-01-17
Hummes istruisce i vescovi: «Presentate l’Esortazione invitando indigeni e verdi»
Ansa
Il giallo del libro del cardinale Robert Sarah con la partecipazione del Papa emerito, Benedetto XVI, dovrebbe risolversi con una nota di chiarimento, tesa a fare finalmente ordine nel caos che si è generato in questi giorni. In attesa di vedere finalmente una parola chiara e definitiva, quello che resta in ogni caso è la sostanza del libro. Il «grido di allarme» lanciato a difesa del celibato sacerdotale, proferito radicando nella sacra scrittura la sua essenzialità, non è un pallino di due eminenti personalità, ma il cuore del dibattito nella Chiesa.
Prova ne è la lettera trapelata in questi giorni sul blog dell'ex vaticanista del Tg1 Aldo Maria Valli. La firma è del cardinale brasiliano Claudio Hummes, grande elettore di papa Bergoglio, al suo fianco fin dal primo affaccio in piazza San Pietro, il 13 marzo 2013. Il porporato brasiliano è stato il vero regista del Sinodo panamazzonico in qualità anche di relatore generale, da sempre favorevole a un superamento del celibato dei preti, tanto che nel 2006 quando venne nominato da Benedetto XVI a prefetto della Congregazione vaticana per il clero dovette ritrattare alcune sue dichiarazioni. In questa lettera, datata 13 gennaio 2020 e indirizzata a tutti i vescovi, Hummes annuncia l'ormai prossima uscita dell'esortazione post sinodale: «entro la fine di questo mese o l'inizio di febbraio», il Papa pubblicherà i Nuovi cammini per la Chiesa e per un'ecologia integrale, documento in cui verranno ripresi e ratificati i risultati del discusso Sinodo panamazzonico, quello che, tra l'altro, ha appunto proposto l'ordinazione sacerdotale di diaconi permanenti sposati.
Non è un semplice avviso. Si tratta, si legge nella lettera, «di favorire una adeguata preparazione» per il testo in arrivo e c'è il richiamo a stare sul pezzo «prima che la stampa inizi a farvi commenti», in modo tale che i vescovi «potranno unirsi (al Papa, ndr) nella presentazione». Come dire: serrate le fila; e addirittura ci sono suggerimenti pratici per i pastori su come presentare il testo nelle diocesi: «Ella potrebbe anche iniziare a pianificare una conferenza stampa o un altro evento il prima possibile […] Ad esempio, potrebbe essere opportuno che Ella presentasse l'Esortazione insieme a un rappresentante indigeno, se praticabile nella vostra zona, un responsabile pastorale esperto (ordinato o religioso, laico o laica), un esperto su questioni ecologiche, e un giovane impegnato nella pastorale giovanile». E si dice anche che a breve verrà inviata una seconda lettera di istruzioni per fare bene il compito. Uno zelo veramente importante, tanto che molti si chiedono come mai tanta attenzione: si dovrà forse far digerire ai vescovi qualche rospo? La questione dell'ordinazione di diaconi permanenti sposati è certamente in cima alla lista delle attese di questo documento e diverse indiscrezioni lasciano intendere che il Papa accoglierà quanto deciso dal Sinodo, ossia un'apertura alla formazione di questi diaconi laici che possano, in certe realtà, essere poi ordinati al sacerdozio.
Il clamore intorno al libro scritto da Sarah con Benedetto XVI forse trova qui una sua spiegazione, perché nel testo del cardinale africano è scritto senza giri di parole, come riportato anche nelle anticipazioni de Le Figaro, che «i popoli dell'Amazzonia hanno il diritto a una piena esperienza di Cristo-sposo. Non è possibile proporre loro dei preti di “seconda classe"». Non è detto che il Papa nell'Esortazione ormai prossima esprima una diretta apertura alla possibilità dell'ordinazione di laici sposati in modo diretto, potrebbe limitarsi ad aprire un processo sulla scorta del n. 111 del documento finale del Sinodo: una indicazione per la formazione di diaconi permanenti che possano poi eventualmente essere ordinati in funzione di un discernimento del vescovo locale. Ma lo zelo del cardinale Hummes lascia ben intendere che il traguardo è raggiunto.
L'aprire processi è una caratteristica precisa dell'azione di Francesco, tanto che anche le opposizioni sono considerate un fenomeno fisiologico, destinato a passare (così ne ha parlato anche Eugenio Scalfari nel resoconto pubblicato ieri del suo ennesimo incontro con il Papa). Ma l'avvio dei processi garantisce sull'impossibilità di tornare indietro, secondo un pensiero espresso in varie occasioni dal Papa.
Aprire la possibilità di ordinare preti sposati in Amazzonia, specificando che si tratta di una questione locale, è in realtà il possibile viatico ad altre richieste analoghe in altre chiese. Il percorso sinodale avviato dalla Chiesa tedesca, che durerà ben due anni, non ha in agenda solo i preti sposati, ma anche una qualche forma di benedizione delle coppie omosessuali e le cosiddette diaconesse. Il cardinale Reihnard Marx, capo dei vescovi tedeschi e uomo di fiducia di Francesco, è determinato a procedere a una qualche riforma, al punto che anche il Vaticano ha espresso nel settembre scorso i suoi altolà firmati dal cardinale Marc Ouellet, prefetto dei vescovi, e da monsignor Filippo Iannone, presidente del pontificio Consiglio per i testi legislativi. Tuttavia, diversi monsignori sono preoccupati che il Papa che apre processi non riesca ad arginare la situazione tedesca, in un processo di sinodalità diffuso che rischia di trascinare la Chiesa cattolica sulla via della protestantizzazione.
È difficile dire cosa accadrà, ma il polverone sollevato dal giallo del libro di Sarah e Benedetto XVI fa comprendere molto bene cosa sia in ballo. Qualcosa che riguarda l'unità della Chiesa, non semplici battibecchi tra studiosi o urla tra tifosi.
Sfuriate, dietrofront e omissioni. Quello che non torna del pasticcio
Quale è stato il ruolo di Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario di Benedetto XVI, nella sconcertante e per certi versi ridicola vicenda del libro scritto dal Papa emerito e dal cardinale Robert Sarah? L'ex nunzio negli Stati Uniti, ed ex segretario del governatorato, monsignor Carlo Maria Viganò ieri ha pubblicato sulla Verità una serie di riflessioni. «È tempo di rivelare», ha scritto tra l'altro Viganò, «il controllo abusivamente e sistematicamente esercitato da monsignor Georg Gänswein nei confronti del sommo Pontefice Benedetto XVI fin dall'inizio del suo pontificato. Gänswein filtrava abitualmente le informazioni, arrogandosi il diritto di giudicare lui stesso quanto fosse opportuno o meno far pervenire al Santo Padre».
E certamente questo è un ruolo che si è accresciuto dopo la rinuncia, e man mano che le condizioni di fragilità fisica - non mentale, attenzione - di Joseph Ratzinger sono andate crescendo. Ma già nove anni fa il segretario personale di papa Ratzinger esercitava un potere di aprire e chiudere molto marcato. La funzione di filtro su chi può avere accesso al contatto diretto con il Pontefice è un altro elemento di grande potere, e di cui, a quanto pare, monsignor Gänswein si serviva con estrema discrezionalità.
Tutto ciò è rilevante perché la strana, brutta e pasticciata storia del ritiro della firma dal libro vede un ruolo preponderante del prefetto della Casa pontificia. Dopo la rinuncia, secondo persone esperte di Curia, non è stato, come fu definito: «la badante» di Benedetto XVI. Né è stato piuttosto il «guardiano», temo. E sulla sua carriera, e il suo ruolo di segretario, aleggia sempre la strana storia, mai veramente chiarita, dell'arresto del cameriere Paolo Gabriele, accusato di aver sottratto e fotocopiato per mesi dal tavolo di Gänswein documenti privati del Papa e di averli dati a giornalisti, senza che «nessuno» se ne accorgesse… Documenti che accusavano il cardinal Tarcisio Bertone, con il quale Gänswein, prima, aveva cattivi rapporti; curiosamente migliorati in seguito…
E anche in questo episodio stranezze e inesattezze si sono accavallate. Fonti di lingua tedesca - evidentemente in contatto con Gänswein - facevano sapere due giorni fa che di tutta l'operazione letteraria il prefetto non sapeva nulla. Ma questo appare sinceramente poco credibile, posto che Gänswein è una delle poche persone che Benedetto vede quotidianamente. Poi è stato detto che al convento Mater Ecclesiae non si sapeva che le riflessioni scritte dal Papa emerito (e già a settembre erano 15 cartelle di materiale) sarebbero confluite in un libro. E ancora: che non si era vista la copertina. Ora, sappiamo in maniera certa che Benedetto XVI ha corretto le bozze del libro, le sue, e ha visionato anche quelle del cardinale Sarah, oltre all'introduzione e alla conclusione, a cui ha partecipato. Tutte queste piccole bugie avevano come risultato quello di far passare il cardinal Robert Sarah come una specie di truffatore della fiducia di un nonagenario (non a caso uno dei più sfegatati bergoglisti twittava l'hashtag #elderabuse, per sostenere la tesi della manipolazione). Giustamente il porporato aveva i mezzi per ristabilire la verità. E Nicolas Diat, il curatore-editore, proprio ieri ha fornito ulteriori dettagli: «Il cardinale Sarah ha inviato una lettera riservata (a Benedetto, ndr) il 19 novembre con il testo completo. Le bozze erano complete: introduzione, i due testi e la conclusione», ha spiegato Diat. «Quindi, il 3 dicembre, ha mostrato la bozza di copertina durante un'udienza con Benedetto XVI». Secondo alcuni, Gänswein non avrebbe capito l'impatto mediatico dell'operazione; e quando sono apparsi i prodromi del terremoto, avrebbe concordato con Andrea Tornielli una lettura «soft» dell'episodio, presentando le tesi come in accordo con quelle di papa Bergoglio sul celibato; da lì sono nati due articoli: uno sull'Osservatore Romano e uno su Vatican news.
Nel frattempo però il partito del no al celibato obbligatorio si era mosso con papa Bergoglio; aizzandolo all'azione. Operazione non difficile, questa; e c'è sempre più da chiedersi se la reale manipolazione non stia avvenendo sempre più spesso nei confronti di quest'uomo anziano e impulsivo, da parte di cortigiani di pochi scrupoli. Così ne sarebbe nata - secondo Antonio Socci, che rivendica fonti affidabilissime - la convocazione di Gänswein e l'intimazione, oggettivamente un po' ridicola, di far sparire dalla copertina il nome di Benedetto XVI. E «fonti vicine a Benedetto XVI» (chi, se non Gänswein?) avrebbero detto ad alcuni giornalisti che Ratzinger non aveva scritto un libro a quattro mani con Sarah; qualunque cosa questo voglia significare. Il risultato è stato il «patto stucco»: dalle prossime edizioni (ma non in America, per esempio…) si parlerà di «contributo» di Benedetto. E questo ci riporta ancora una volta al ruolo di monsignor Gänswein; un ruolo da segretario o da guardiano?
Le ultime notizie, e la lettura del libro, appena uscito, fanno capire il perché delle reazioni furiose della corte di giornalisti del cerchio bergogliano, e mettono in evidenza l'inutilità della toppa - il ritiro richiesto della firma. Se Scalfari può far dire a papa Bergoglio che il caso con Ratzinger è chiuso, che gli avrebbe espresso tutta la sua solidarietà, i fatti, e cioè il libro, sono lì a smentirlo, grandi come la vita. Ratzinger e Sarah hanno scritto insieme introduzione e conclusione; Ratzinger ha contribuito per oltre 40 pagine, scrive il curatore, Nicolas Diat: «Benedetto XVI e il cardinale Sarah hanno voluto aprire e chiudere questo libro con due testi composti a quattro mani. Nella loro conclusione scrivono: “È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, non si facciano più impressionare dai cattivi consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale". E gli eventuali dubbi - se mai ce ne fossero - svaniscono rapidamente leggendo questa frase drammatica della conclusione - scritta da entrambi: “In questi tempi difficili l'unico timore che ciascuno dovrà avere sarà di sentirsi dire un giorno da Dio 'quella dura parola con riprensione […]: maledetto sia tu che tacesti. Oimè, non più tacere! Gridate con cento migliaia di lingue. Veggo che, per tacere, il mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita, toltogli è il colore, perché gli è succhiato il sangue da dosso, cioè […] il sangue di Cristo, che è dato per grazia […]. Non dormite più in negligentia; adoperate nel tempo presente ciò che si può». Si può ben capire perché papa Bergoglio abbia avuto una delle sue esplosioni temperamentali…
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Il relatore del Sinodo prepara il terreno alle conclusioni di Francesco, che potrebbero aprire ai preti sposati. La Chiesa tedesca non aspetta altro e punta alle nozze gay.Anche se i giornali si affrettano a dare per chiuso il caso, le modifiche chieste al volume di Benedetto e Sarah lasciano aperte molte domande. Soprattutto su cosa ha spinto Georg Gänswein al passo indietro.Lo speciale contiene due articoli.Il giallo del libro del cardinale Robert Sarah con la partecipazione del Papa emerito, Benedetto XVI, dovrebbe risolversi con una nota di chiarimento, tesa a fare finalmente ordine nel caos che si è generato in questi giorni. In attesa di vedere finalmente una parola chiara e definitiva, quello che resta in ogni caso è la sostanza del libro. Il «grido di allarme» lanciato a difesa del celibato sacerdotale, proferito radicando nella sacra scrittura la sua essenzialità, non è un pallino di due eminenti personalità, ma il cuore del dibattito nella Chiesa.Prova ne è la lettera trapelata in questi giorni sul blog dell'ex vaticanista del Tg1 Aldo Maria Valli. La firma è del cardinale brasiliano Claudio Hummes, grande elettore di papa Bergoglio, al suo fianco fin dal primo affaccio in piazza San Pietro, il 13 marzo 2013. Il porporato brasiliano è stato il vero regista del Sinodo panamazzonico in qualità anche di relatore generale, da sempre favorevole a un superamento del celibato dei preti, tanto che nel 2006 quando venne nominato da Benedetto XVI a prefetto della Congregazione vaticana per il clero dovette ritrattare alcune sue dichiarazioni. In questa lettera, datata 13 gennaio 2020 e indirizzata a tutti i vescovi, Hummes annuncia l'ormai prossima uscita dell'esortazione post sinodale: «entro la fine di questo mese o l'inizio di febbraio», il Papa pubblicherà i Nuovi cammini per la Chiesa e per un'ecologia integrale, documento in cui verranno ripresi e ratificati i risultati del discusso Sinodo panamazzonico, quello che, tra l'altro, ha appunto proposto l'ordinazione sacerdotale di diaconi permanenti sposati.Non è un semplice avviso. Si tratta, si legge nella lettera, «di favorire una adeguata preparazione» per il testo in arrivo e c'è il richiamo a stare sul pezzo «prima che la stampa inizi a farvi commenti», in modo tale che i vescovi «potranno unirsi (al Papa, ndr) nella presentazione». Come dire: serrate le fila; e addirittura ci sono suggerimenti pratici per i pastori su come presentare il testo nelle diocesi: «Ella potrebbe anche iniziare a pianificare una conferenza stampa o un altro evento il prima possibile […] Ad esempio, potrebbe essere opportuno che Ella presentasse l'Esortazione insieme a un rappresentante indigeno, se praticabile nella vostra zona, un responsabile pastorale esperto (ordinato o religioso, laico o laica), un esperto su questioni ecologiche, e un giovane impegnato nella pastorale giovanile». E si dice anche che a breve verrà inviata una seconda lettera di istruzioni per fare bene il compito. Uno zelo veramente importante, tanto che molti si chiedono come mai tanta attenzione: si dovrà forse far digerire ai vescovi qualche rospo? La questione dell'ordinazione di diaconi permanenti sposati è certamente in cima alla lista delle attese di questo documento e diverse indiscrezioni lasciano intendere che il Papa accoglierà quanto deciso dal Sinodo, ossia un'apertura alla formazione di questi diaconi laici che possano, in certe realtà, essere poi ordinati al sacerdozio.Il clamore intorno al libro scritto da Sarah con Benedetto XVI forse trova qui una sua spiegazione, perché nel testo del cardinale africano è scritto senza giri di parole, come riportato anche nelle anticipazioni de Le Figaro, che «i popoli dell'Amazzonia hanno il diritto a una piena esperienza di Cristo-sposo. Non è possibile proporre loro dei preti di “seconda classe"». Non è detto che il Papa nell'Esortazione ormai prossima esprima una diretta apertura alla possibilità dell'ordinazione di laici sposati in modo diretto, potrebbe limitarsi ad aprire un processo sulla scorta del n. 111 del documento finale del Sinodo: una indicazione per la formazione di diaconi permanenti che possano poi eventualmente essere ordinati in funzione di un discernimento del vescovo locale. Ma lo zelo del cardinale Hummes lascia ben intendere che il traguardo è raggiunto.L'aprire processi è una caratteristica precisa dell'azione di Francesco, tanto che anche le opposizioni sono considerate un fenomeno fisiologico, destinato a passare (così ne ha parlato anche Eugenio Scalfari nel resoconto pubblicato ieri del suo ennesimo incontro con il Papa). Ma l'avvio dei processi garantisce sull'impossibilità di tornare indietro, secondo un pensiero espresso in varie occasioni dal Papa.Aprire la possibilità di ordinare preti sposati in Amazzonia, specificando che si tratta di una questione locale, è in realtà il possibile viatico ad altre richieste analoghe in altre chiese. Il percorso sinodale avviato dalla Chiesa tedesca, che durerà ben due anni, non ha in agenda solo i preti sposati, ma anche una qualche forma di benedizione delle coppie omosessuali e le cosiddette diaconesse. Il cardinale Reihnard Marx, capo dei vescovi tedeschi e uomo di fiducia di Francesco, è determinato a procedere a una qualche riforma, al punto che anche il Vaticano ha espresso nel settembre scorso i suoi altolà firmati dal cardinale Marc Ouellet, prefetto dei vescovi, e da monsignor Filippo Iannone, presidente del pontificio Consiglio per i testi legislativi. Tuttavia, diversi monsignori sono preoccupati che il Papa che apre processi non riesca ad arginare la situazione tedesca, in un processo di sinodalità diffuso che rischia di trascinare la Chiesa cattolica sulla via della protestantizzazione.È difficile dire cosa accadrà, ma il polverone sollevato dal giallo del libro di Sarah e Benedetto XVI fa comprendere molto bene cosa sia in ballo. Qualcosa che riguarda l'unità della Chiesa, non semplici battibecchi tra studiosi o urla tra tifosi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hummes-istruisce-i-vescovi-presentate-lesortazione-invitando-indigeni-e-verdi-2644832762.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sfuriate-dietrofront-e-omissioni-quello-che-non-torna-del-pasticcio" data-post-id="2644832762" data-published-at="1777369967" data-use-pagination="False"> Sfuriate, dietrofront e omissioni. Quello che non torna del pasticcio Quale è stato il ruolo di Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario di Benedetto XVI, nella sconcertante e per certi versi ridicola vicenda del libro scritto dal Papa emerito e dal cardinale Robert Sarah? L'ex nunzio negli Stati Uniti, ed ex segretario del governatorato, monsignor Carlo Maria Viganò ieri ha pubblicato sulla Verità una serie di riflessioni. «È tempo di rivelare», ha scritto tra l'altro Viganò, «il controllo abusivamente e sistematicamente esercitato da monsignor Georg Gänswein nei confronti del sommo Pontefice Benedetto XVI fin dall'inizio del suo pontificato. Gänswein filtrava abitualmente le informazioni, arrogandosi il diritto di giudicare lui stesso quanto fosse opportuno o meno far pervenire al Santo Padre». E certamente questo è un ruolo che si è accresciuto dopo la rinuncia, e man mano che le condizioni di fragilità fisica - non mentale, attenzione - di Joseph Ratzinger sono andate crescendo. Ma già nove anni fa il segretario personale di papa Ratzinger esercitava un potere di aprire e chiudere molto marcato. La funzione di filtro su chi può avere accesso al contatto diretto con il Pontefice è un altro elemento di grande potere, e di cui, a quanto pare, monsignor Gänswein si serviva con estrema discrezionalità. Tutto ciò è rilevante perché la strana, brutta e pasticciata storia del ritiro della firma dal libro vede un ruolo preponderante del prefetto della Casa pontificia. Dopo la rinuncia, secondo persone esperte di Curia, non è stato, come fu definito: «la badante» di Benedetto XVI. Né è stato piuttosto il «guardiano», temo. E sulla sua carriera, e il suo ruolo di segretario, aleggia sempre la strana storia, mai veramente chiarita, dell'arresto del cameriere Paolo Gabriele, accusato di aver sottratto e fotocopiato per mesi dal tavolo di Gänswein documenti privati del Papa e di averli dati a giornalisti, senza che «nessuno» se ne accorgesse… Documenti che accusavano il cardinal Tarcisio Bertone, con il quale Gänswein, prima, aveva cattivi rapporti; curiosamente migliorati in seguito… E anche in questo episodio stranezze e inesattezze si sono accavallate. Fonti di lingua tedesca - evidentemente in contatto con Gänswein - facevano sapere due giorni fa che di tutta l'operazione letteraria il prefetto non sapeva nulla. Ma questo appare sinceramente poco credibile, posto che Gänswein è una delle poche persone che Benedetto vede quotidianamente. Poi è stato detto che al convento Mater Ecclesiae non si sapeva che le riflessioni scritte dal Papa emerito (e già a settembre erano 15 cartelle di materiale) sarebbero confluite in un libro. E ancora: che non si era vista la copertina. Ora, sappiamo in maniera certa che Benedetto XVI ha corretto le bozze del libro, le sue, e ha visionato anche quelle del cardinale Sarah, oltre all'introduzione e alla conclusione, a cui ha partecipato. Tutte queste piccole bugie avevano come risultato quello di far passare il cardinal Robert Sarah come una specie di truffatore della fiducia di un nonagenario (non a caso uno dei più sfegatati bergoglisti twittava l'hashtag #elderabuse, per sostenere la tesi della manipolazione). Giustamente il porporato aveva i mezzi per ristabilire la verità. E Nicolas Diat, il curatore-editore, proprio ieri ha fornito ulteriori dettagli: «Il cardinale Sarah ha inviato una lettera riservata (a Benedetto, ndr) il 19 novembre con il testo completo. Le bozze erano complete: introduzione, i due testi e la conclusione», ha spiegato Diat. «Quindi, il 3 dicembre, ha mostrato la bozza di copertina durante un'udienza con Benedetto XVI». Secondo alcuni, Gänswein non avrebbe capito l'impatto mediatico dell'operazione; e quando sono apparsi i prodromi del terremoto, avrebbe concordato con Andrea Tornielli una lettura «soft» dell'episodio, presentando le tesi come in accordo con quelle di papa Bergoglio sul celibato; da lì sono nati due articoli: uno sull'Osservatore Romano e uno su Vatican news. Nel frattempo però il partito del no al celibato obbligatorio si era mosso con papa Bergoglio; aizzandolo all'azione. Operazione non difficile, questa; e c'è sempre più da chiedersi se la reale manipolazione non stia avvenendo sempre più spesso nei confronti di quest'uomo anziano e impulsivo, da parte di cortigiani di pochi scrupoli. Così ne sarebbe nata - secondo Antonio Socci, che rivendica fonti affidabilissime - la convocazione di Gänswein e l'intimazione, oggettivamente un po' ridicola, di far sparire dalla copertina il nome di Benedetto XVI. E «fonti vicine a Benedetto XVI» (chi, se non Gänswein?) avrebbero detto ad alcuni giornalisti che Ratzinger non aveva scritto un libro a quattro mani con Sarah; qualunque cosa questo voglia significare. Il risultato è stato il «patto stucco»: dalle prossime edizioni (ma non in America, per esempio…) si parlerà di «contributo» di Benedetto. E questo ci riporta ancora una volta al ruolo di monsignor Gänswein; un ruolo da segretario o da guardiano? Le ultime notizie, e la lettura del libro, appena uscito, fanno capire il perché delle reazioni furiose della corte di giornalisti del cerchio bergogliano, e mettono in evidenza l'inutilità della toppa - il ritiro richiesto della firma. Se Scalfari può far dire a papa Bergoglio che il caso con Ratzinger è chiuso, che gli avrebbe espresso tutta la sua solidarietà, i fatti, e cioè il libro, sono lì a smentirlo, grandi come la vita. Ratzinger e Sarah hanno scritto insieme introduzione e conclusione; Ratzinger ha contribuito per oltre 40 pagine, scrive il curatore, Nicolas Diat: «Benedetto XVI e il cardinale Sarah hanno voluto aprire e chiudere questo libro con due testi composti a quattro mani. Nella loro conclusione scrivono: “È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, non si facciano più impressionare dai cattivi consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale". E gli eventuali dubbi - se mai ce ne fossero - svaniscono rapidamente leggendo questa frase drammatica della conclusione - scritta da entrambi: “In questi tempi difficili l'unico timore che ciascuno dovrà avere sarà di sentirsi dire un giorno da Dio 'quella dura parola con riprensione […]: maledetto sia tu che tacesti. Oimè, non più tacere! Gridate con cento migliaia di lingue. Veggo che, per tacere, il mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita, toltogli è il colore, perché gli è succhiato il sangue da dosso, cioè […] il sangue di Cristo, che è dato per grazia […]. Non dormite più in negligentia; adoperate nel tempo presente ciò che si può». Si può ben capire perché papa Bergoglio abbia avuto una delle sue esplosioni temperamentali…
Marina Calderone (Ansa)
Pochi problemi per le misure a costo zero. Per esempio quella sui rider: nell’ultima bozza è previsto che l’accesso alla piattaforma digitale può avvenire con Spid, Carta di identità elettronica (Cie) e Carta nazionale dei servizi (Cns). «La piattaforma», si legge, «non può rilasciare più di un account per ogni singolo codice fiscale, né commissionare prestazioni temporalmente inconciliabili allo stesso lavoratore. La violazione comporta una sanzione che nella bozza resta da quantificare».
Difficile invece il lavoro di mediazione per trovare la quadra sulle misure «onerose», anche perché ci sono delle agevolazioni in scadenza a fine aprile. Innanzitutto la premessa che dovrebbe accontentare i sindacati più rappresentativi, quindi Cgil, Cisl e Uil e le maggiori associazioni datoriali: «Gli incentivi all’occupazione», si legge nella bozza, «andranno solo alle aziende che applicano il salario giusto, ovvero il trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale». «Per i settori non coperti da contrattazione collettiva», inoltre, «il trattamento economico complessivo non può essere inferiore a quello previsto dal contratto collettivo nazionale, stipulato dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale». Una definizione che dovrebbe arginare il pericolo della proliferazione di contratti pirata.
Ma veniamo al punto. Di quali incentivi parliamo? C’è per esempio il bonus per le assunzioni dei giovani under 35: il taglio dei contributi che le aziende devono versare ai neoassunti per i contratti a tempo indeterminato. È previsto un tetto per la decontribuzione che è di 500 euro mensili per le assunzioni in tutto il territorio nazionale e di 650 euro nelle regioni della Zes (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Marche e Umbria). Sarà estesa anche l’agevolazione per le donne che però già scade a fine anno e prevede un esonero totale dei contributi previdenziali, con un massimo di 650 euro al mese. L’altra leva è quella che porta alla necessità di ampliare o prorogare gli strumenti individuati per far crescere la retribuzione complessiva.
Da questo punto di vista la vera novità riguarda la previsione che gli incrementi retributivi stabiliti in sede di rinnovo dei contratti collettivi di lavoro scaduti decorreranno dalla data di scadenza naturale del precedente contratto.
Non solo. Perché nella bozza è anche previsto che in caso di mancato rinnovo dei contratti collettivi entro i primi dodici mesi successivi alla naturale scadenza, le retribuzioni siano adeguate, «a titolo di anticipazione forfettaria dell’incremento retributivo previsto dal comma 1, alla variazione dell’Ipca, entro il tetto massimo del 50% annuo della stessa, fatte salve eventuali diverse pattuizioni contrattuali in uso». E ancora: «Nei settori caratterizzati da elevata stagionalità e variabilità dei ricavi», si legge nella bozza, «l’adeguamento di cui al comma 2 non trova applicazione ed è legato a indicatori economici settoriali individuati dalla contrattazione collettiva».
Nel testo poi sono previsti anche incentivi al 31 dicembre per i disoccupati di lungo periodo e per la trasformazione dei contratti a tempo indeterminato.
Mentre in via sperimentale, è stata inserita la copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per le persone che svolgono l’attività di caregiver familiare. Copertura che viene viene finanziata con poco meno di 13 milioni l’anno.
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Emmanuel Macron (Ansa)
La prima è contenuto nell’articolo 25 del regolamento del 2024, sostanzialmente invariata rispetto al passato, la seconda è prevista dall’articolo 26, che è stata frutto di un lungo compromesso sull’asse franco-tedesco ed è stata presentata a lungo come il simbolo della tanta invocata «flessibilità» di cui era priva la precedente versione del Psc. Ma è stato un compromesso che ha «avvelenato i pozzi», come spiegheremo di seguito.
L’effetto finale di entrambe le clausole è quello di consentire una deviazione temporanea dal percorso di spesa netta concordata e quindi fare più spesa e più deficit. Ma le modalità di attivazione ed esercizio delle due clausole sono diverse. La clausola nazionale (Nec, National escape clause) di distingue proprio per il suo approccio specifico e mirato alle esigenze del singolo Stato membro, mentre quella generale (Gec, general escape clause) riguarda la Ue nella sua interezza. Di conseguenza, sono ben diverse le condizioni attivazione della sospensione del Psc. Mentre la Gec richiede una «grave recessione» che deve riguardare la Ue nel suo complesso e quindi necessita un ampio coordinamento tra gli Stati, la Nec richiede il verificarsi di «circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro» che abbiano un «impatto rilevante sulle finanze pubbliche», stimato intorno al 1-1,5% del Pil. Intorno ai 30 miliardi per l’Italia. E cosa c’è di più «eccezionale» e «al di fuori del controllo» di uno shock dei prezzi energetici, che peraltro impatta in modo asimmetrico e disomogeneo sui singoli Stati membri, in dipendenza del loro specifico mix di approvvigionamento energetico? E qui sorgono i problemi.
La Commissione è convinta che la spese per la difesa rientrino nella definizione, al contrario delle spese per la crisi energetica e, nel fare questa valutazione, ha di fatto un potere insindacabile, scalfibile soltanto con una certosina opera di convincimento. Nulla di più. A meno di non voler far esplodere un conflitto istituzionale, che è quello che abbiamo potuto leggere in filigrana nelle ultime dichiarazioni a tale proposito di Giorgia Meloni e del ministro Giorgetti.
Un rischio reale perché chi decide sulla concessione della Nec è il Consiglio Ecofin con la particolare formula della maggioranza qualificata rafforzata (almeno 20 Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione). Ma lo fa esprimendosi su una raccomandazione della Commissione la quale deve essere preceduta da un’esplicita richiesta dello Stato membro, che viene attentamente vagliata dalla Commissione. A quel punto il Consiglio stabilisce la durata della deviazione e può anche concedere più proroghe. Ovviamente tali fasi sono precedute e accompagnate da interlocuzioni informali, per far sì che la richiesta dello Stato membro diventi una raccomandazione della Commissione in senso favorevole ed entri in Consiglio con ragionevoli probabilità di successo. È questo probabilmente il motivo dell’attivismo verbale di Meloni e Giorgetti in questi giorni perché, non essendoci le condizioni per la clausola generale, bisogna convincere Commissione e Consiglio per ottenere quella nazionale. Possibilmente evitando di sfidarli presentando la richiesta e ricevendo un secco “no” in favore di telecamere e mercati.
E qui veniamo al grimaldello più pesante nelle mani della Commissione. Perché la «deviazione» non deve «mettere a rischio la sostenibilità fiscale nel medio termine». Una valutazione contraddistinta da una infinita discrezionalità, perché entrano in gioco diverse variabili come la traiettoria del debito, i costi di finanziamento, le proiezioni di crescita. Fattori su cui l’Italia è un osservato speciale a Bruxelles. Su tutto questo, come se non bastasse, si innesta la procedura per deficit eccessivo (Edp), dalla quale l’Italia non è riuscita ad uscire a causa del deficit/PIL al 3,1% nel 2025. Infatti la Nec è attivabile anche dal Paese che è già in Edp come l’Italia, ma subendo la conseguenza distorsiva e illogica di prolungare la procedura. Ecco così spiegata la recente pressione sul filo dei decimali per scendere sotto il 3%, perché se fosse avvenuto avremmo avuto potuto deviare dal Patto senza rientrare in procedura. In altre parole, per chi non è in Edp, come la Germania, attivare la clausola nazionale consente di spendere senza finire in Edp, invece per chi è in Edp spendere significa restare in Edp più a lungo. Fine pena mai. Soprattutto confrontandosi con la Francia che negli ultimi 17 anni è stata in Edp per 11 anni ed ha pure ottenuto tempo fino al 2029 per rientrare sotto il 3%, mentre noi abbiamo avuto tempo fino al 2026.
E proprio dalla sponda francese ieri sono arrivate le ambigue parole del Presidente Emmanuel Macron che ha proposto il rinvio del rimborso dei debiti del NextGenerationUE da parte degli Stati membri, previsto dal 2028 al 2058. Anziché consentire agli Stati lo sfruttamento della flessibilità nazionale, ricompare la «sirena» del debito comune, peraltro nemmeno nuove risorse, che serve solo a condizionarci.
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Claudio Borghi (Ansa)
La maggioranza di centrodestra dialoga al suo interno su come fronteggiare la grave crisi economica provocata dal prolungarsi della guerra tra Usa e Iran: diverse le proposte sul tappeto, in vista dell’esame parlamentare del Documento di finanza pubblica, in relazione al quale giovedì prossimo verrà votata la risoluzione di maggioranza, tra le quali tiene banco quella di uno scostamento di bilancio, che consiste nell’aumento del debito pubblico oltre la soglia già prevista. Una ipotesi caldeggiata in particolare dalla Lega: «Noi», spiega all’Ansa il capogruppo del Carroccio in Commissione Bilancio al Senato, Claudio Borghi, «sabato scorso a Milano abbiamo fatto una manifestazione per chiedere lo scostamento di bilancio. Noto che da quel momento la nostra posizione sta diventando sempre più patrimonio comune del centrodestra e ne sono più che felice. Si tratterà con gli alleati sui contenuti del documento unitario da portare in Parlamento ma la Lega insisterà per inserire anche l’abbandono del Patto di stabilità europeo, eventualmente anche unilaterale qualora l’Ue non dovesse dare risposte».
Posizione forte, ribadita da Matteo Salvini: «Uscire dal Patto di stabilità? Lo diciamo da settimane», sottolinea Salvini, «non è una proposta di ieri. Rischiamo il blocco dell’Italia per l’aumento del costo del gasolio, della luce e del gas. E quindi se Bruxelles non permetterà a tutti di investire per aiutare famiglie e imprese, noi chiederemo di poter aiutare gli italiani. Poi se non lo fanno i polacchi o i portoghesi o i finlandesi, saranno ragionamenti loro. Noi portiamo avanti la richiesta di poter usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». Perfettamente in linea, il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi, anche lui della Lega: «Sugli extracosti il tema è molto semplice», sottolinea Rixi, «o ci fanno fare uno scostamento di bilancio particolarmente importante o dobbiamo riorientare le opere pubbliche da calendarizzare, non c’è nessuna azienda che può permettersi di lavorare senza essere pagata, lo dico in maniera molto chiara perché negli ultimi anni l’aumento dei costi delle materie prime è stato forte».
A favore dello scostamento di bilancio pure Confindustria: nel corso dell’audizione sul Dfp, il direttore del Centro studi Alessandro Fontana ha proposto uno scostamento di bilancio per aiuti di intensità proporzionata agli aumenti dei costi di gas ed elettricità fino a dicembre 2026 per tutte le imprese in media, alta e altissima tensione e aiuti mirati e di maggiore intensità per le imprese elettrivore e gasivore.
Su questi argomenti, abbiamo ascoltato l’opinione di uno dei massimi esperti economici della maggioranza, Ylenja Lucaselli, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Bilancio alla Camera e vice responsabile del dipartimento economia del partito: «Bisogna essere molto cauti», dice la Lucaselli alla Verità, «quando si parla di scostamento di bilancio, perché non significa altro che debito, e sotto questo punto di vista la situazione italiana non è delle migliori. Se oggi facciamo altro debito, tutto ciò che abbiamo fatto in questi quattro anni per guadagnare l’affidabilità dei mercati finanziari rischia di essere vanificato. Così come non credo proprio che sia il momento di andare allo scontro con l’Europa. Infine, lo scostamento di bilancio si discute eventualmente durante l’esame della legge di bilancio, quando si precisa anche dove vengono destinati questi soldi». Parole improntate al più sano realismo e alla responsabilità, quelle della Lucaselli. «Ci sono due cose da fare», prosegue la deputata di Fdi, «per fronteggiare l’emergenza: innanzitutto razionalizzare le spese, e poi occorre riaggregare voci di bilancio, ma sono misure che puoi fare sistematicamente solo in manovra, altrimenti non puoi fruire appieno degli effetti. Inoltre, dobbiamo insistere con l’Europa affinché prenda misure adeguate che riguardino tutti». Infine una spiegazione tecnica molto preziosa sul famoso sforamento del 3% «C’è poi un altro aspetto da tenere presente», ci spiega la Lucaselli, «che riguarda il famoso 3,1 di rapporto deficit/ Pil stimato dall’Istat. Dunque: l’Istat arrotonda i decimali. Fino al 3,04%, diventa il 3; noi eravamo al 3,07% ed è diventato 3,1. La differenza tra 3,04 e 3,07 sono 600 milioni di euro, la esatta cifra che l’Agenzia delle Entrate ha comunicato all’Istat come ammontare di soldi bloccati per il Superbonus ma che non saranno mai erogati perché si tratta di truffe. L’Istat non ne ha tenuto conto, ma dovrà correggere la stima, e quindi a settembre torneremo al 3%».
Quanto a Forza Italia, il segretario Antonio Tajani si è detto «assolutamente contrario all’ipotesi di uscire unilateralmente dal Patto di stabilità. Poi lo dico e lo ripeto: ci sono i 400 miliardi del Mes, non vedo perché devono rimanere là congelati. Invece di aumentare il debito pubblico si potrebbe utilizzare quei soldi». «Per quel che riguarda lo scostamento di bilancio», sottolinea a Voce Libera Maurizio Casasco, responsabile economico del partito, «non va dimenticato che, facendo solo debito per debito, a pagare il conto sono e saranno sempre gli italiani: inciderebbe sui tassi e di conseguenza su mutui e crediti».
Corsa per tagliare ancora la benzina
Il 1° maggio o va in scadenza il taglio delle accise sui carburanti di 24,4 centesimi disposto dal governo a marzo, poi prorogato ad aprile, ma per ora non ci sono indicazioni su un’eventuale prolungamento dello sconto. Al ministero dell’Economia sono giornate febbrili alla ricerca della copertura in una condizione di equilibri di bilancio precaria. La certificazione del deficit al 3,1% del Pil è stata una doccia fredda come pure il no di Bruxelles alla sospensione del Patto di stabilità. Inoltre la mancanza di segnali di una rapida risoluzione del conflitto, rende il quadro ancora più cupo.
La proroga precedente del taglio alle accise (quella che scade il 1° maggio) ha avuto un costo intorno ai 500 milioni di euro. Secondo il governo, circa 200 milioni sarebbero stati recuperati da un aumento del gettito Iva legato proprio ai rincari dei carburanti. Allora si disse che altri 300 milioni sarebbero venuti da risorse legate al sistema europeo Ets sulle emissioni di CO2 non ancora utilizzate. È da vedere quindi se ci sono ancora soldi su questa voce mentre il gettito Iva è automatico.
Il decreto del 18 marzo prevedeva, quale copertura, tagli pesanti a diversi ministeri. Il ministero dell’Economia ha già avuto una sforbiciata di 127,5 milioni, quello delle Infrastrutture e dei Trasporti di 96,5 milioni e alla Salute sono stati tolti 86,05 milioni. Quindi difficilmente potrà essere chiesto di stringere ancora la cinghia.
La Staffetta Quotidiana ieri segnalava che le quotazioni dei prodotti raffinati sono in rialzo da cinque giorni consecutivi, ma al rincaro, comunque lieve, della benzina fa da contraltare il gasolio, ancora in calo. La benzina self service sulla rete stradale è a 1,738 euro/litro (+2 millesimi rispetto a venerdì), gasolio a 2,058 euro/litro (-4 millesimi). Sempre stando alla rilevazione di Staffetta Quotidiana, Tamoil ha aumentato di tre centesimi al litro i prezzi consigliati della benzina e di due quelli del gasolio.
L’aumento contenuto è una buona notizia per l’autotrasporto se non fosse che venerdì scade il taglio delle accise e senza un nuovo intervento di contenimento, il gasolio in Italia diventerebbe il più caro di tutta Europa, arrivando a quota 2,307 euro al litro. La benzina invece toccherebbe 1,981 euro al litro, poco al di sopra della media europea. Il Codacons ha rimarcato che proprio grazie al taglio delle accise la crescita dei prezzi dei carburanti nel nostro Paese è stata finora più contenuta del resto della Ue. In assenza di tale sconto l’Italia si piazzerebbe in testa alla classifica europea del caro-gasolio.
Intanto il prezzo del petrolio continua a crescere dopo weekend caratterizzato dallo stallo nei negoziati Usa-Iran, con l’annullamento del viaggio degli inviati Usa per i colloqui di pace e l’attentato al presidente americano Donald Trump. Il contratto per giugno sul Wti americano ieri ha guadagnato l’1,80% a 96,10 dollari mentre quello sul Brent è salito di quasi il 2% a 107,41 dollari al barile.
«Abbiamo due riunioni del consiglio dei ministri», una oggi e una il 30 e «in quella sede valuteremo cosa fare sul fronte dell’energia», ha detto il ministro delle Imprese, Adolfo Urso.
«Ne stiamo parlando, però da solo non basta, perché il taglio delle accise sui bilanci delle aziende di autotrasporto non arriva», ha aggiunto il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini.
Il prossimo 25 maggio parte il lungo sciopero degli autotrasportatori, che sono tra i più esposti ai rincari del gasolio. Il loro fermo rischia di svuotare gli scaffali della grande distribuzione.
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