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2020-01-17
Hummes istruisce i vescovi: «Presentate l’Esortazione invitando indigeni e verdi»
Ansa
Il giallo del libro del cardinale Robert Sarah con la partecipazione del Papa emerito, Benedetto XVI, dovrebbe risolversi con una nota di chiarimento, tesa a fare finalmente ordine nel caos che si è generato in questi giorni. In attesa di vedere finalmente una parola chiara e definitiva, quello che resta in ogni caso è la sostanza del libro. Il «grido di allarme» lanciato a difesa del celibato sacerdotale, proferito radicando nella sacra scrittura la sua essenzialità, non è un pallino di due eminenti personalità, ma il cuore del dibattito nella Chiesa.
Prova ne è la lettera trapelata in questi giorni sul blog dell'ex vaticanista del Tg1 Aldo Maria Valli. La firma è del cardinale brasiliano Claudio Hummes, grande elettore di papa Bergoglio, al suo fianco fin dal primo affaccio in piazza San Pietro, il 13 marzo 2013. Il porporato brasiliano è stato il vero regista del Sinodo panamazzonico in qualità anche di relatore generale, da sempre favorevole a un superamento del celibato dei preti, tanto che nel 2006 quando venne nominato da Benedetto XVI a prefetto della Congregazione vaticana per il clero dovette ritrattare alcune sue dichiarazioni. In questa lettera, datata 13 gennaio 2020 e indirizzata a tutti i vescovi, Hummes annuncia l'ormai prossima uscita dell'esortazione post sinodale: «entro la fine di questo mese o l'inizio di febbraio», il Papa pubblicherà i Nuovi cammini per la Chiesa e per un'ecologia integrale, documento in cui verranno ripresi e ratificati i risultati del discusso Sinodo panamazzonico, quello che, tra l'altro, ha appunto proposto l'ordinazione sacerdotale di diaconi permanenti sposati.
Non è un semplice avviso. Si tratta, si legge nella lettera, «di favorire una adeguata preparazione» per il testo in arrivo e c'è il richiamo a stare sul pezzo «prima che la stampa inizi a farvi commenti», in modo tale che i vescovi «potranno unirsi (al Papa, ndr) nella presentazione». Come dire: serrate le fila; e addirittura ci sono suggerimenti pratici per i pastori su come presentare il testo nelle diocesi: «Ella potrebbe anche iniziare a pianificare una conferenza stampa o un altro evento il prima possibile […] Ad esempio, potrebbe essere opportuno che Ella presentasse l'Esortazione insieme a un rappresentante indigeno, se praticabile nella vostra zona, un responsabile pastorale esperto (ordinato o religioso, laico o laica), un esperto su questioni ecologiche, e un giovane impegnato nella pastorale giovanile». E si dice anche che a breve verrà inviata una seconda lettera di istruzioni per fare bene il compito. Uno zelo veramente importante, tanto che molti si chiedono come mai tanta attenzione: si dovrà forse far digerire ai vescovi qualche rospo? La questione dell'ordinazione di diaconi permanenti sposati è certamente in cima alla lista delle attese di questo documento e diverse indiscrezioni lasciano intendere che il Papa accoglierà quanto deciso dal Sinodo, ossia un'apertura alla formazione di questi diaconi laici che possano, in certe realtà, essere poi ordinati al sacerdozio.
Il clamore intorno al libro scritto da Sarah con Benedetto XVI forse trova qui una sua spiegazione, perché nel testo del cardinale africano è scritto senza giri di parole, come riportato anche nelle anticipazioni de Le Figaro, che «i popoli dell'Amazzonia hanno il diritto a una piena esperienza di Cristo-sposo. Non è possibile proporre loro dei preti di “seconda classe"». Non è detto che il Papa nell'Esortazione ormai prossima esprima una diretta apertura alla possibilità dell'ordinazione di laici sposati in modo diretto, potrebbe limitarsi ad aprire un processo sulla scorta del n. 111 del documento finale del Sinodo: una indicazione per la formazione di diaconi permanenti che possano poi eventualmente essere ordinati in funzione di un discernimento del vescovo locale. Ma lo zelo del cardinale Hummes lascia ben intendere che il traguardo è raggiunto.
L'aprire processi è una caratteristica precisa dell'azione di Francesco, tanto che anche le opposizioni sono considerate un fenomeno fisiologico, destinato a passare (così ne ha parlato anche Eugenio Scalfari nel resoconto pubblicato ieri del suo ennesimo incontro con il Papa). Ma l'avvio dei processi garantisce sull'impossibilità di tornare indietro, secondo un pensiero espresso in varie occasioni dal Papa.
Aprire la possibilità di ordinare preti sposati in Amazzonia, specificando che si tratta di una questione locale, è in realtà il possibile viatico ad altre richieste analoghe in altre chiese. Il percorso sinodale avviato dalla Chiesa tedesca, che durerà ben due anni, non ha in agenda solo i preti sposati, ma anche una qualche forma di benedizione delle coppie omosessuali e le cosiddette diaconesse. Il cardinale Reihnard Marx, capo dei vescovi tedeschi e uomo di fiducia di Francesco, è determinato a procedere a una qualche riforma, al punto che anche il Vaticano ha espresso nel settembre scorso i suoi altolà firmati dal cardinale Marc Ouellet, prefetto dei vescovi, e da monsignor Filippo Iannone, presidente del pontificio Consiglio per i testi legislativi. Tuttavia, diversi monsignori sono preoccupati che il Papa che apre processi non riesca ad arginare la situazione tedesca, in un processo di sinodalità diffuso che rischia di trascinare la Chiesa cattolica sulla via della protestantizzazione.
È difficile dire cosa accadrà, ma il polverone sollevato dal giallo del libro di Sarah e Benedetto XVI fa comprendere molto bene cosa sia in ballo. Qualcosa che riguarda l'unità della Chiesa, non semplici battibecchi tra studiosi o urla tra tifosi.
Sfuriate, dietrofront e omissioni. Quello che non torna del pasticcio
Quale è stato il ruolo di Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario di Benedetto XVI, nella sconcertante e per certi versi ridicola vicenda del libro scritto dal Papa emerito e dal cardinale Robert Sarah? L'ex nunzio negli Stati Uniti, ed ex segretario del governatorato, monsignor Carlo Maria Viganò ieri ha pubblicato sulla Verità una serie di riflessioni. «È tempo di rivelare», ha scritto tra l'altro Viganò, «il controllo abusivamente e sistematicamente esercitato da monsignor Georg Gänswein nei confronti del sommo Pontefice Benedetto XVI fin dall'inizio del suo pontificato. Gänswein filtrava abitualmente le informazioni, arrogandosi il diritto di giudicare lui stesso quanto fosse opportuno o meno far pervenire al Santo Padre».
E certamente questo è un ruolo che si è accresciuto dopo la rinuncia, e man mano che le condizioni di fragilità fisica - non mentale, attenzione - di Joseph Ratzinger sono andate crescendo. Ma già nove anni fa il segretario personale di papa Ratzinger esercitava un potere di aprire e chiudere molto marcato. La funzione di filtro su chi può avere accesso al contatto diretto con il Pontefice è un altro elemento di grande potere, e di cui, a quanto pare, monsignor Gänswein si serviva con estrema discrezionalità.
Tutto ciò è rilevante perché la strana, brutta e pasticciata storia del ritiro della firma dal libro vede un ruolo preponderante del prefetto della Casa pontificia. Dopo la rinuncia, secondo persone esperte di Curia, non è stato, come fu definito: «la badante» di Benedetto XVI. Né è stato piuttosto il «guardiano», temo. E sulla sua carriera, e il suo ruolo di segretario, aleggia sempre la strana storia, mai veramente chiarita, dell'arresto del cameriere Paolo Gabriele, accusato di aver sottratto e fotocopiato per mesi dal tavolo di Gänswein documenti privati del Papa e di averli dati a giornalisti, senza che «nessuno» se ne accorgesse… Documenti che accusavano il cardinal Tarcisio Bertone, con il quale Gänswein, prima, aveva cattivi rapporti; curiosamente migliorati in seguito…
E anche in questo episodio stranezze e inesattezze si sono accavallate. Fonti di lingua tedesca - evidentemente in contatto con Gänswein - facevano sapere due giorni fa che di tutta l'operazione letteraria il prefetto non sapeva nulla. Ma questo appare sinceramente poco credibile, posto che Gänswein è una delle poche persone che Benedetto vede quotidianamente. Poi è stato detto che al convento Mater Ecclesiae non si sapeva che le riflessioni scritte dal Papa emerito (e già a settembre erano 15 cartelle di materiale) sarebbero confluite in un libro. E ancora: che non si era vista la copertina. Ora, sappiamo in maniera certa che Benedetto XVI ha corretto le bozze del libro, le sue, e ha visionato anche quelle del cardinale Sarah, oltre all'introduzione e alla conclusione, a cui ha partecipato. Tutte queste piccole bugie avevano come risultato quello di far passare il cardinal Robert Sarah come una specie di truffatore della fiducia di un nonagenario (non a caso uno dei più sfegatati bergoglisti twittava l'hashtag #elderabuse, per sostenere la tesi della manipolazione). Giustamente il porporato aveva i mezzi per ristabilire la verità. E Nicolas Diat, il curatore-editore, proprio ieri ha fornito ulteriori dettagli: «Il cardinale Sarah ha inviato una lettera riservata (a Benedetto, ndr) il 19 novembre con il testo completo. Le bozze erano complete: introduzione, i due testi e la conclusione», ha spiegato Diat. «Quindi, il 3 dicembre, ha mostrato la bozza di copertina durante un'udienza con Benedetto XVI». Secondo alcuni, Gänswein non avrebbe capito l'impatto mediatico dell'operazione; e quando sono apparsi i prodromi del terremoto, avrebbe concordato con Andrea Tornielli una lettura «soft» dell'episodio, presentando le tesi come in accordo con quelle di papa Bergoglio sul celibato; da lì sono nati due articoli: uno sull'Osservatore Romano e uno su Vatican news.
Nel frattempo però il partito del no al celibato obbligatorio si era mosso con papa Bergoglio; aizzandolo all'azione. Operazione non difficile, questa; e c'è sempre più da chiedersi se la reale manipolazione non stia avvenendo sempre più spesso nei confronti di quest'uomo anziano e impulsivo, da parte di cortigiani di pochi scrupoli. Così ne sarebbe nata - secondo Antonio Socci, che rivendica fonti affidabilissime - la convocazione di Gänswein e l'intimazione, oggettivamente un po' ridicola, di far sparire dalla copertina il nome di Benedetto XVI. E «fonti vicine a Benedetto XVI» (chi, se non Gänswein?) avrebbero detto ad alcuni giornalisti che Ratzinger non aveva scritto un libro a quattro mani con Sarah; qualunque cosa questo voglia significare. Il risultato è stato il «patto stucco»: dalle prossime edizioni (ma non in America, per esempio…) si parlerà di «contributo» di Benedetto. E questo ci riporta ancora una volta al ruolo di monsignor Gänswein; un ruolo da segretario o da guardiano?
Le ultime notizie, e la lettura del libro, appena uscito, fanno capire il perché delle reazioni furiose della corte di giornalisti del cerchio bergogliano, e mettono in evidenza l'inutilità della toppa - il ritiro richiesto della firma. Se Scalfari può far dire a papa Bergoglio che il caso con Ratzinger è chiuso, che gli avrebbe espresso tutta la sua solidarietà, i fatti, e cioè il libro, sono lì a smentirlo, grandi come la vita. Ratzinger e Sarah hanno scritto insieme introduzione e conclusione; Ratzinger ha contribuito per oltre 40 pagine, scrive il curatore, Nicolas Diat: «Benedetto XVI e il cardinale Sarah hanno voluto aprire e chiudere questo libro con due testi composti a quattro mani. Nella loro conclusione scrivono: “È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, non si facciano più impressionare dai cattivi consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale". E gli eventuali dubbi - se mai ce ne fossero - svaniscono rapidamente leggendo questa frase drammatica della conclusione - scritta da entrambi: “In questi tempi difficili l'unico timore che ciascuno dovrà avere sarà di sentirsi dire un giorno da Dio 'quella dura parola con riprensione […]: maledetto sia tu che tacesti. Oimè, non più tacere! Gridate con cento migliaia di lingue. Veggo che, per tacere, il mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita, toltogli è il colore, perché gli è succhiato il sangue da dosso, cioè […] il sangue di Cristo, che è dato per grazia […]. Non dormite più in negligentia; adoperate nel tempo presente ciò che si può». Si può ben capire perché papa Bergoglio abbia avuto una delle sue esplosioni temperamentali…
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Il relatore del Sinodo prepara il terreno alle conclusioni di Francesco, che potrebbero aprire ai preti sposati. La Chiesa tedesca non aspetta altro e punta alle nozze gay.Anche se i giornali si affrettano a dare per chiuso il caso, le modifiche chieste al volume di Benedetto e Sarah lasciano aperte molte domande. Soprattutto su cosa ha spinto Georg Gänswein al passo indietro.Lo speciale contiene due articoli.Il giallo del libro del cardinale Robert Sarah con la partecipazione del Papa emerito, Benedetto XVI, dovrebbe risolversi con una nota di chiarimento, tesa a fare finalmente ordine nel caos che si è generato in questi giorni. In attesa di vedere finalmente una parola chiara e definitiva, quello che resta in ogni caso è la sostanza del libro. Il «grido di allarme» lanciato a difesa del celibato sacerdotale, proferito radicando nella sacra scrittura la sua essenzialità, non è un pallino di due eminenti personalità, ma il cuore del dibattito nella Chiesa.Prova ne è la lettera trapelata in questi giorni sul blog dell'ex vaticanista del Tg1 Aldo Maria Valli. La firma è del cardinale brasiliano Claudio Hummes, grande elettore di papa Bergoglio, al suo fianco fin dal primo affaccio in piazza San Pietro, il 13 marzo 2013. Il porporato brasiliano è stato il vero regista del Sinodo panamazzonico in qualità anche di relatore generale, da sempre favorevole a un superamento del celibato dei preti, tanto che nel 2006 quando venne nominato da Benedetto XVI a prefetto della Congregazione vaticana per il clero dovette ritrattare alcune sue dichiarazioni. In questa lettera, datata 13 gennaio 2020 e indirizzata a tutti i vescovi, Hummes annuncia l'ormai prossima uscita dell'esortazione post sinodale: «entro la fine di questo mese o l'inizio di febbraio», il Papa pubblicherà i Nuovi cammini per la Chiesa e per un'ecologia integrale, documento in cui verranno ripresi e ratificati i risultati del discusso Sinodo panamazzonico, quello che, tra l'altro, ha appunto proposto l'ordinazione sacerdotale di diaconi permanenti sposati.Non è un semplice avviso. Si tratta, si legge nella lettera, «di favorire una adeguata preparazione» per il testo in arrivo e c'è il richiamo a stare sul pezzo «prima che la stampa inizi a farvi commenti», in modo tale che i vescovi «potranno unirsi (al Papa, ndr) nella presentazione». Come dire: serrate le fila; e addirittura ci sono suggerimenti pratici per i pastori su come presentare il testo nelle diocesi: «Ella potrebbe anche iniziare a pianificare una conferenza stampa o un altro evento il prima possibile […] Ad esempio, potrebbe essere opportuno che Ella presentasse l'Esortazione insieme a un rappresentante indigeno, se praticabile nella vostra zona, un responsabile pastorale esperto (ordinato o religioso, laico o laica), un esperto su questioni ecologiche, e un giovane impegnato nella pastorale giovanile». E si dice anche che a breve verrà inviata una seconda lettera di istruzioni per fare bene il compito. Uno zelo veramente importante, tanto che molti si chiedono come mai tanta attenzione: si dovrà forse far digerire ai vescovi qualche rospo? La questione dell'ordinazione di diaconi permanenti sposati è certamente in cima alla lista delle attese di questo documento e diverse indiscrezioni lasciano intendere che il Papa accoglierà quanto deciso dal Sinodo, ossia un'apertura alla formazione di questi diaconi laici che possano, in certe realtà, essere poi ordinati al sacerdozio.Il clamore intorno al libro scritto da Sarah con Benedetto XVI forse trova qui una sua spiegazione, perché nel testo del cardinale africano è scritto senza giri di parole, come riportato anche nelle anticipazioni de Le Figaro, che «i popoli dell'Amazzonia hanno il diritto a una piena esperienza di Cristo-sposo. Non è possibile proporre loro dei preti di “seconda classe"». Non è detto che il Papa nell'Esortazione ormai prossima esprima una diretta apertura alla possibilità dell'ordinazione di laici sposati in modo diretto, potrebbe limitarsi ad aprire un processo sulla scorta del n. 111 del documento finale del Sinodo: una indicazione per la formazione di diaconi permanenti che possano poi eventualmente essere ordinati in funzione di un discernimento del vescovo locale. Ma lo zelo del cardinale Hummes lascia ben intendere che il traguardo è raggiunto.L'aprire processi è una caratteristica precisa dell'azione di Francesco, tanto che anche le opposizioni sono considerate un fenomeno fisiologico, destinato a passare (così ne ha parlato anche Eugenio Scalfari nel resoconto pubblicato ieri del suo ennesimo incontro con il Papa). Ma l'avvio dei processi garantisce sull'impossibilità di tornare indietro, secondo un pensiero espresso in varie occasioni dal Papa.Aprire la possibilità di ordinare preti sposati in Amazzonia, specificando che si tratta di una questione locale, è in realtà il possibile viatico ad altre richieste analoghe in altre chiese. Il percorso sinodale avviato dalla Chiesa tedesca, che durerà ben due anni, non ha in agenda solo i preti sposati, ma anche una qualche forma di benedizione delle coppie omosessuali e le cosiddette diaconesse. Il cardinale Reihnard Marx, capo dei vescovi tedeschi e uomo di fiducia di Francesco, è determinato a procedere a una qualche riforma, al punto che anche il Vaticano ha espresso nel settembre scorso i suoi altolà firmati dal cardinale Marc Ouellet, prefetto dei vescovi, e da monsignor Filippo Iannone, presidente del pontificio Consiglio per i testi legislativi. Tuttavia, diversi monsignori sono preoccupati che il Papa che apre processi non riesca ad arginare la situazione tedesca, in un processo di sinodalità diffuso che rischia di trascinare la Chiesa cattolica sulla via della protestantizzazione.È difficile dire cosa accadrà, ma il polverone sollevato dal giallo del libro di Sarah e Benedetto XVI fa comprendere molto bene cosa sia in ballo. Qualcosa che riguarda l'unità della Chiesa, non semplici battibecchi tra studiosi o urla tra tifosi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hummes-istruisce-i-vescovi-presentate-lesortazione-invitando-indigeni-e-verdi-2644832762.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sfuriate-dietrofront-e-omissioni-quello-che-non-torna-del-pasticcio" data-post-id="2644832762" data-published-at="1775439567" data-use-pagination="False"> Sfuriate, dietrofront e omissioni. 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Ma già nove anni fa il segretario personale di papa Ratzinger esercitava un potere di aprire e chiudere molto marcato. La funzione di filtro su chi può avere accesso al contatto diretto con il Pontefice è un altro elemento di grande potere, e di cui, a quanto pare, monsignor Gänswein si serviva con estrema discrezionalità. Tutto ciò è rilevante perché la strana, brutta e pasticciata storia del ritiro della firma dal libro vede un ruolo preponderante del prefetto della Casa pontificia. Dopo la rinuncia, secondo persone esperte di Curia, non è stato, come fu definito: «la badante» di Benedetto XVI. Né è stato piuttosto il «guardiano», temo. E sulla sua carriera, e il suo ruolo di segretario, aleggia sempre la strana storia, mai veramente chiarita, dell'arresto del cameriere Paolo Gabriele, accusato di aver sottratto e fotocopiato per mesi dal tavolo di Gänswein documenti privati del Papa e di averli dati a giornalisti, senza che «nessuno» se ne accorgesse… Documenti che accusavano il cardinal Tarcisio Bertone, con il quale Gänswein, prima, aveva cattivi rapporti; curiosamente migliorati in seguito… E anche in questo episodio stranezze e inesattezze si sono accavallate. Fonti di lingua tedesca - evidentemente in contatto con Gänswein - facevano sapere due giorni fa che di tutta l'operazione letteraria il prefetto non sapeva nulla. Ma questo appare sinceramente poco credibile, posto che Gänswein è una delle poche persone che Benedetto vede quotidianamente. Poi è stato detto che al convento Mater Ecclesiae non si sapeva che le riflessioni scritte dal Papa emerito (e già a settembre erano 15 cartelle di materiale) sarebbero confluite in un libro. E ancora: che non si era vista la copertina. Ora, sappiamo in maniera certa che Benedetto XVI ha corretto le bozze del libro, le sue, e ha visionato anche quelle del cardinale Sarah, oltre all'introduzione e alla conclusione, a cui ha partecipato. Tutte queste piccole bugie avevano come risultato quello di far passare il cardinal Robert Sarah come una specie di truffatore della fiducia di un nonagenario (non a caso uno dei più sfegatati bergoglisti twittava l'hashtag #elderabuse, per sostenere la tesi della manipolazione). Giustamente il porporato aveva i mezzi per ristabilire la verità. E Nicolas Diat, il curatore-editore, proprio ieri ha fornito ulteriori dettagli: «Il cardinale Sarah ha inviato una lettera riservata (a Benedetto, ndr) il 19 novembre con il testo completo. Le bozze erano complete: introduzione, i due testi e la conclusione», ha spiegato Diat. «Quindi, il 3 dicembre, ha mostrato la bozza di copertina durante un'udienza con Benedetto XVI». Secondo alcuni, Gänswein non avrebbe capito l'impatto mediatico dell'operazione; e quando sono apparsi i prodromi del terremoto, avrebbe concordato con Andrea Tornielli una lettura «soft» dell'episodio, presentando le tesi come in accordo con quelle di papa Bergoglio sul celibato; da lì sono nati due articoli: uno sull'Osservatore Romano e uno su Vatican news. Nel frattempo però il partito del no al celibato obbligatorio si era mosso con papa Bergoglio; aizzandolo all'azione. Operazione non difficile, questa; e c'è sempre più da chiedersi se la reale manipolazione non stia avvenendo sempre più spesso nei confronti di quest'uomo anziano e impulsivo, da parte di cortigiani di pochi scrupoli. Così ne sarebbe nata - secondo Antonio Socci, che rivendica fonti affidabilissime - la convocazione di Gänswein e l'intimazione, oggettivamente un po' ridicola, di far sparire dalla copertina il nome di Benedetto XVI. E «fonti vicine a Benedetto XVI» (chi, se non Gänswein?) avrebbero detto ad alcuni giornalisti che Ratzinger non aveva scritto un libro a quattro mani con Sarah; qualunque cosa questo voglia significare. Il risultato è stato il «patto stucco»: dalle prossime edizioni (ma non in America, per esempio…) si parlerà di «contributo» di Benedetto. E questo ci riporta ancora una volta al ruolo di monsignor Gänswein; un ruolo da segretario o da guardiano? Le ultime notizie, e la lettura del libro, appena uscito, fanno capire il perché delle reazioni furiose della corte di giornalisti del cerchio bergogliano, e mettono in evidenza l'inutilità della toppa - il ritiro richiesto della firma. Se Scalfari può far dire a papa Bergoglio che il caso con Ratzinger è chiuso, che gli avrebbe espresso tutta la sua solidarietà, i fatti, e cioè il libro, sono lì a smentirlo, grandi come la vita. Ratzinger e Sarah hanno scritto insieme introduzione e conclusione; Ratzinger ha contribuito per oltre 40 pagine, scrive il curatore, Nicolas Diat: «Benedetto XVI e il cardinale Sarah hanno voluto aprire e chiudere questo libro con due testi composti a quattro mani. Nella loro conclusione scrivono: “È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, non si facciano più impressionare dai cattivi consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale". E gli eventuali dubbi - se mai ce ne fossero - svaniscono rapidamente leggendo questa frase drammatica della conclusione - scritta da entrambi: “In questi tempi difficili l'unico timore che ciascuno dovrà avere sarà di sentirsi dire un giorno da Dio 'quella dura parola con riprensione […]: maledetto sia tu che tacesti. Oimè, non più tacere! Gridate con cento migliaia di lingue. Veggo che, per tacere, il mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita, toltogli è il colore, perché gli è succhiato il sangue da dosso, cioè […] il sangue di Cristo, che è dato per grazia […]. Non dormite più in negligentia; adoperate nel tempo presente ciò che si può». Si può ben capire perché papa Bergoglio abbia avuto una delle sue esplosioni temperamentali…
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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