Se Hormuz continua a restare chiuso saliranno anche i prezzi alimentari
Mentre si susseguono gli attacchi sull’Iran, lo stretto di Hormuz resta il centro della crisi energetica. Da sabato scorso il traffico navale è quasi completamente fermo. Secondo i dati di tracciamento delle navi, normalmente circa 80 petroliere e gasiere attraversano ogni giorno lo stretto. Lunedì ne sono passate soltanto due, mentre il giorno successivo una sola petroliera ha tentato il transito. Nessuna ieri. Centinaia di navi sono ferme ai due lati dello stretto e molte compagnie di navigazione hanno sospeso le rotte nella zona.
La paralisi del traffico ha colpito direttamente l’export energetico dei Paesi del Golfo. In Iraq la produzione è stata ridotta di circa 1,5 milioni di barili al giorno perché i serbatoi di stoccaggio si stanno riempiendo e le petroliere non riescono a caricare il greggio. In effetti, oggi il problema più urgente è fare entrare le petroliere nel Golfo per stoccare la produzione in modo che questa non si interrompa, piuttosto che farle uscire. Le autorità irachene hanno avvertito che, se la situazione non si sbloccasse rapidamente, i tagli potrebbero arrivare fino a 3 milioni di barili al giorno. Anche Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait stanno incontrando difficoltà nel caricare il petrolio destinato all’export.
Diversi impianti energetici sono stati colpiti nel corso degli attacchi e delle intercettazioni di droni e missili. In Qatar è stata sospesa la produzione del gigantesco impianto di liquefazione di gas di Ras Laffan, che rappresenta circa un quinto dell’offerta globale di gnl. In Arabia Saudita la raffineria di Ras Tanura, uno dei principali poli di raffinazione del Paese con una capacità di 550.000 barili al giorno, ha fermato le attività dopo un incendio provocato dai detriti di droni intercettati. Negli Emirati Arabi Uniti un incendio ha colpito il terminal petrolifero di Fujairah, uno dei più importanti hub di stoccaggio del Medio Oriente. Attacchi e incendi sono stati segnalati anche nel porto di Duqm in Oman e presso una centrale elettrica in Kuwait. Alcune petroliere e navi commerciali sono state colpite o danneggiate nelle acque vicine allo stretto.
La crisi ha spinto al rialzo i prezzi delle materie prime energetiche, ma ieri c’è stata una pausa dei rialzi. Il petrolio Brent era salito sino a 85 dollari al barile martedì ma ieri si è contenuto ed è rimasto attorno a 81 dollari. Anche il gas europeo al Ttf, dopo il massimo di 65,79 euro/MWh di martedì, ieri è sceso ed ha chiuso a 48,77 euro/MWh. Anche i prodotti raffinati hanno reagito con forti rialzi nei primi due giorni di mercati aperti dopo l’attacco, ma ieri gasolio e benzina all’ingrosso sono rimasti sostanzialmente fermi, mentre i prezzi alla pompa in Europa e negli Usa sono saliti notevolmente.
La pausa di ieri nei rialzi è stata dovuta alla notizia, poi smentita da Teheran, di una richiesta di trattativa da parte degli iraniani.
Ha avuto un peso però anche l’iniziativa di Donald Trump per favorire la ripresa del traffico navale nello stretto di Hormuz. Nella serata di martedì il presidente americano ha annunciato che la marina statunitense è pronta a scortare le petroliere che attraversano lo stretto di Hormuz. Washington ha inoltre promesso garanzie assicurative e coperture finanziarie per le compagnie di navigazione e per gli armatori che operano nella regione. Gli armatori hanno accolto con cautela l’iniziativa, sottolineando che la protezione di tutte le petroliere nella regione richiederebbe un numero molto elevato di navi militari e che l’organizzazione di convogli navali richiederà tempo.
Gli attacchi iraniani contro infrastrutture energetiche e navi commerciali hanno coinvolto indirettamente diversi Paesi del Golfo, che hanno visto impianti o infrastrutture danneggiati o minacciati. Questo ha provocato una reazione dei Paesi circostanti e ha isolato ulteriormente Teheran sul piano politico e militare. Nel frattempo, le conseguenze economiche della crisi iniziano a preoccupare governi e banche centrali. L’aumento dei prezzi del petrolio e del gas rischia di riaccendere l’inflazione proprio mentre molte economie stavano cercando di riportarla sotto controllo. Il rincaro del diesel e dei carburanti potrebbe riflettersi rapidamente sui costi di trasporto e quindi sui prezzi dei beni alimentari, che in Italia, ad esempio, dipendono in larga misura dalla logistica su gomma.
Anche l’Asia osserva con attenzione l’evoluzione della crisi. Molti Paesi della regione dipendono in larga misura dalle forniture energetiche del Medio Oriente. Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono tra i principali importatori del petrolio e del gas che transitano attraverso lo stretto di Hormuz. Con il blocco delle spedizioni, diverse raffinerie asiatiche stanno cercando forniture alternative. Secondo voci circolate ieri sul mercato, alcuni raffinatori indiani hanno contattato fornitori russi per ottenere consegne a marzo e aprile.
Sempre ieri si è saputo che, secondo alcune fonti, la Casa Bianca esenterà l’unità tedesca della compagnia petrolifera russa Rosneft dalle sanzioni. Questo sarebbe uno dei risultati della visita di Friedrich Merz a Washington nei giorni scorsi.
La Cina poi è il maggiore importatore mondiale di petrolio e gas. L’import dall’Iran rappresenta il 13% delle sue importazioni di greggio. Complessivamente, un terzo del petrolio cinese e il 25% delle sue importazioni di gas passano attraverso lo stretto di Hormuz. L’uso delle ingenti riserve strategiche di petrolio è il primo passo, ma è logico che Pechino stia pensando di stringere ancora di più i rapporti con la Russia, che già fornisce il 20% del petrolio consumato in Cina. Ciò avrà comunque un costo per Pechino, perché Mosca quasi certamente alzerà il prezzo.






