In Italia il fascismo è morto da ottant’anni. Lo sappiamo perché lo ripetiamo con regolarità liturgica, insieme al meteo e alle previsioni sul Pil. E tuttavia, come certi parenti imbarazzanti di cui si evita di parlare ma che continuano a occupare la poltrona buona in salotto, alcune sue strutture sono rimaste. Non per nostalgia, guai, ma per una sorta di affetto istituzionale che nessuno osa confessare. Perché in fondo c’è qualcosa della struttura fascista che piace: questo qualcosa è una statalismo che schiaccia il cittadino, che lo riduce a una foglia sbattuta dal vento. Il fascismo fu alleato del nazismo e poté esserlo perché anche il nazismo aveva la stessa struttura, e il nazismo fu alleato del comunismo e poté esserlo perché anche il comunismo aveva la stessa struttura. Il patto Ribbentrop-Molotov fu un ovvio patto tra sue gemelli eterozigoti per usare la definizione che dà il filosofo Alain Besançon nel saggio Novecento, il secolo del male. La mia teoria è, invece, che si sia trattato di padre e figlio, un padre degenere e un figlio ancora più degenere. Nazismo vuol dire nazional socialismo, mentre il socialismo di Lenin era internazionale e sempre socialismo era, e il socialismo è lo Stato che schiaccia il cittadino perché lo Stato socialista è buono per antonomasia.
Come tutti sanno, il mondo si divide in buoni e cattivi e i buoni decidono chi sono i cattivi. Il patto non spartì solamente la Polonia e già questo sarebbe abbastanza ripugnante da generare nelle persone per bene un rifiuto totale per la falce e martello. La spartizione della Polonia significò milioni di ebrei consegnati ai campi di sterminio, significò la distruzione degli intellettuali polacchi e delle strutture gerarchiche polacche, significò lo sterminio di un milione di cattolici polacchi. Il patto includeva anche la fornitura di materie prima che l’Unione Sovietica vendeva alla Germania nazista a prezzi concorrenziali, materie prime grazie alle quali la Germania hitleriana poteva invadere e massacrare. Vorrei ricordare agli sprovveduti che il patto fu rotto da Adolf Hitler in un sussulto di follia: non furono certo i sovietici a tirarsi indietro.
Il riassunto di tutto questo è che sia i fascisti sia i comunisti amano lo statalismo che schiaccia il cittadino. Per questo ci sono strutture fasciste che sopravvivono. La più elegante di queste sopravvivenze è la non separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un’invenzione del 1941, concepita in pieno regime e oggi difesa con zelo da chi ama presentarsi come custode esclusivo dell’antifascismo. Ricordo che in Europa solo Italia e Grecia non hanno la separazione delle carriere. Anche francesi, belgi tedeschi norvegesi, inglesi eccetera sono rei, inquisiti, mafiosi, massoni, fascisti, sporchi brutti e cattivi? Torniamo alla storia. Nel 1941 il Guardasigilli Dino Grandi mise ordine nella materia con una chiarezza che oggi definiremmo disarmante: la magistratura è un ordine unico, al servizio dello Stato; il pubblico ministero non è antagonista del giudice. Non antagonista. Non controparte. In un sistema che proclamava «Tutto nello Stato, nulla al di fuori dello Stato», l’idea che accusa e giudizio potessero porsi su piani distinti sarebbe parsa un vezzo anglosassone o peggio americano, una debolezza da società litigiosa.
Lo Stato non si contraddice. Lo Stato converge. Accusa e giudice cooperano. L’ordine si afferma. La frattura è sospetta. Fin qui tutto lineare. Il problema nasce quando il regime scompare ma l’architettura resta. La Repubblica eredita quella struttura unitaria e la colloca dentro un sistema costituzionale che rende la magistratura indipendente dal potere politico. Un’operazione ardita: conservare il telaio pensato per uno Stato totalizzante e privarlo del centro che lo guidava. Il risultato è una creatura giuridica che non trova molti equivalenti comparabili: un pubblico ministero che appartiene allo stesso ordine del giudice, ne condivide carriera e cultura, partecipa allo stesso autogoverno, esercita un potere incisivo sulla vita dei cittadini - intercettazioni, misure cautelari, iniziativa penale obbligatoria - ma non risponde politicamente a nessuno. Il governo risponde agli elettori. Il Parlamento risponde agli elettori. I sindaci rispondono agli elettori. I dirigenti pubblici rispondono disciplinarmente. I cittadini rispondono penalmente. Il pubblico ministero, quando sbaglia gravemente, fa rispondere lo Stato. Il danno viene risarcito con denaro pubblico, cioè sono gli esausti contribuenti che saranno massacrati, mentre la carriera del magistrato non subirà nessun intoppo.
C’è una buffa regola, che recita che chi sbaglia, paga e chi non paga, sbaglia molto perché tanto non ci rimette niente. È un congegno perfetto: massimo potere, responsabilità pochissima. Una macchina istituzionale che combina autonomia elevatissima e conseguenze personali attenuate. Quando qualcuno propone di separare le carriere, cioè di distinguere negli ordinamenti, chi accusa da chi giudica come avviene nei sistemi liberali classici, si grida al pericolo autoritario. Alla deriva illiberale. Al ritorno delle ombre.
Ed ecco la scena più italiana di tutte: si difende come baluardo democratico un impianto concepito per ridurre la dialettica liberale nel processo. Si brandisce l’antifascismo per proteggere una soluzione nata nel 1941. Nei sistemi liberali decenti, l’accusa o è separata dal giudice, oppure è collocata sotto un indirizzo politico che risponde agli elettori. Nei sistemi autoritari novecenteschi, al contrario, la magistratura era concepita come organo unitario dello Stato: accusa e giudizio come funzioni convergenti di un medesimo potere. L’Italia ha scelto una via tutta sua: ha mantenuto l’unità delle carriere, ma senza subordinazione gerarchica all’esecutivo e senza una netta separazione ordinamentale. Ha conservato la struttura dell’unità eliminando il centro politico che la teneva insieme.
Il problema non è l’indipendenza della magistratura, principio sacrosanto. Il problema è l’asimmetria tra forza e responsabilità. Ogni potere democratico vive di equilibrio: autorità e conseguenza, decisione e controllo. Quando la prima cresce e la seconda si assottiglia, l’architettura non crolla, si inclina. E un’inclinazione istituzionale non fa rumore: si percepisce col tempo, come un pavimento leggermente storto che costringe i mobili a scivolare sempre nella stessa direzione. Non serve evocare fantasmi. Basta leggere il 1941 e guardare il 2026. Il fascismo non ritorna. Il fascismo, in certe sue soluzioni tecniche, non se n’è mai andato. È evidente che i nipoti, bisnipoti e cugini di primo e secondo grado del mai veramente defunto compagno Stalin aborrano la separazione delle carriere. La vera abilità retorica sta nel chiamare questa permanenza in una struttura squisitamente fascista «progresso». E nel convincersi che ogni richiesta di equilibrio sia un attentato alla democrazia.
È una specialità nazionale: trasformare un’anomalia in un totem e poi difenderlo con fervore morale. Con aria severa. Con tono pedagogico dei buoni che spiegano ai cattivi perché sono cattivi, in nome della libertà e dell’antifascismo. I cattivi ne hanno abbastanza. E ora il momento è venuto di occuparsi dell’ultima roccaforte di uno statalismo assoluto fasciocomunista, di poteri enormi associati al totale azzeramento delle responsabilità: sto parlano dei servizi sociali.