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2018-11-22
«Ho visto i massacri in Iraq e dico: dialogare con l’islam è impossibile»
ANSA
Oriana Fallaci, che con l'islam aveva un conto in sospeso, da quando si strappò lo chador, per sfida, al cospetto di un irritante ayatollah Khomeini, diceva che non c'è un islam buono e uno cattivo: c'è l'islam e basta. Di recente lo ha ammesso anche il presidente turco Erdogan: non esiste un islam moderato. La Fallaci aveva chiuso il discorso alla sua maniera: «Con i fondamentalisti non è possibile trattare, ragionarci è impensabile, considerarli con indulgenza è un suicidio. Ergo: con loro siamo in guerra».
Terrorismo a parte, che è la punta dell'iceberg, chi fa le spese dell'islam sono i cristiani in tutto il mondo. Pensate alla storia di Asia Bibi, condannata a morte perché cristiana; è stata assolta dalla Corte suprema del Pakistan, eppure la piazza islamica la vuole morta. Ho incontrato un prete cattolico, un americano newyorkese di 50 anni, che vive a Firenze dove è cancelliere della Curia arcivescovile e cappellano della cattedrale di Santa Maria del Fiore. Mario Alexis Portella è appena tornato dall'Iraq, dove è andato a parlare del suo libro (pubblicato in lingua inglese per una casa editrice americana) che s'intitola Islam, religione di pace? La violazione dei diritti umani e la copertura occidentale, nel quale sostiene che scambiare l'islam per una religione dalla doppia faccia è sbagliato: è una religione che ha come presupposto fondamentale lo sterminio degli infedeli. Non sono ammesse interpretazioni.
Che tipo di dialogo si può costruire con chi vuol vedere morta una donna, Asia Bibi, il cui crimine è aver offerto un bicchiere d'acqua ad altre donne musulmane?
«Non è un dialogo con una religione ma con coloro che parlano per una religione. Da quando Ataturk ha eliminato il Califfato, nel 1924, molti islamisti hanno colto l'opportunità di quel vuoto politico per rappresentare a modo loro il vero Islam. Parlo di capi di Stato e soprattutto degli imam. Siccome non c'è una autorità centrale che rappresenti tutto l'islam, è un po' difficile individuare un interlocutore».
L'islam non è una religione di pace, come sostengono tanti capi musulmani. Come può esserlo chi ordina feroci «guerre sante» di conquista, e atti di terrorismo spacciati come «meritorio martirio»? Eppure ci sono «coperture occidentali», di cui lei scrive nel suo libro. Perché?
«Le coperture ci sono per motivi economici: perché i cosiddetti petroldollari vengono prima di tutto; perché va salvaguardato l'approvvigionamento delle risorse naturali come il gas. In Occidente ragionano in termini di realpolitik, si limitano a un rapporto fra Stati, perciò sacrificano con troppa leggerezza i diritti umani. Per esempio: Donald Trump critica la religione islamica che ha generato il terrorismo, ma nel frattempo vende le armi all'Arabia saudita e alla Nigeria, cioè a due i Paesi che violano sistematicamente i diritti umani, non solo contro i cristiani ma contro il loro stesso popolo».
Don Portella, lei è americano ed è stato in Iraq, ha visto quanto i cristiani vengono perseguitati, ha visto chiese rase al suolo: che cosa si aspettano quei cristiani da noi occidentali?
«Da parte loro c'è una grande delusione, perché dal 2003, dalla caduta di Saddam e l'invasione statunitense, l'Occidente li ha lasciati in uno stato di anarchia politica. In diversi villaggi e città dove ancora abitano i cristiani, le milizie sciite e curde in gran parte sostenute dall'Iran, ufficialmente pensano alla sicurezza ma nella pratica non svolgono questo ruolo. Quindi i cristiani in Iraq hanno paura, perché sono molestati dai musulmani, che ora occupano i posti lasciati dai cristiani dopo l'Isis. Infatti i sacerdoti cattolici non possono dedicarsi al loro apostolato pastorale, perché sono impegnati in una continua lotta contro i governi locali e centrali».
Abbiamo detto che l'islam è una religione in guerra santa contro gli infedeli. Noi tutti siamo gli infedeli e siamo in pericolo. Eppure molti apologisti continuano a giustificare l'islam e a raccontare falsità storiche.
«Sono i testi islamici originali a dire la verità, quei testi che invece, esperti e attivisti, ignorano, accreditando la tesi che la religione sia interpretata male da chi predica terrorismo e l'islamizzazione del mondo. Non è così».
Mi faccia un esempio, don Portella.
«Basta leggere il comandamento di Allah nel quinto versetto della nona sura (l'ultimo capitolo fondamentale del Corano) che indica il comportamento da tenere con cristiani, ebrei ed altri non musulmani: “Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete gli idolatri dovunque li incontriate! Catturateli, assediateli e tendete loro ogni sorta d'insidie"».
Lei dice che è stata la debolezza dell'Occidente ad aver praticamente declassato i diritti di libertà, di parola e di religione, classificando come islamofobo chiunque metta in discussione le intenzioni degli islamisti.
«Qui bisogna distinguere. Musulmano è colui che si sottomette alla religione del profeta Maometto; islamista è invece un intellettuale, come l'imam, che sostiene di parlare per conto dell'islam. Ebbene, gli islamisti si sono infiltrati nei posti di governo e nelle lobby, come all'Onu, e da quella posizione strategica hanno potuto convincere i capi di Stato tramite la soft law, a criminalizzare qualsiasi critica contro l'Islam. E così possono diffondersi ancora di più».
Papa Francesco viene accusato dai suoi detrattori, di tradire la Chiesa con l'islam. Lei che ne pensa?
«Il Papa ha fatto bene a portare il Vangelo di Gesù Cristo al mondo islamico, come del resto hanno fatto i suoi predecessori Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Ma il cristianesimo è basato sulla pace e l'amore di Dio, mentre l'islam giustifica gli omicidi e la guerra nei suoi testi sacri: è difficile individuare un percorso costruttivo da parte dei musulmani. È un problema più politico che religioso».
Francesco, tuttavia, invoca il dialogo attraverso una conoscenza reciproca fra musulmani e cristiani: come si può dialogare con chi non parla lo stesso linguaggio di pace?
«Il problema sono i suoi interlocutori. Quando il Santo padre incontra certi personaggi, come l'imam Ahmed El Tayeb, rettore emerito dell'Università Al Azar, che è l'università più prestigiosa del mondo sunnita, non può fidarsi di quello che gli dice: con lui l'imam parla di pace, ma quando torna in Egitto racconta un'altra cosa. Al Sisi stesso ha provato a convincere El Tayeb e il corpo religioso del mondo islamico a rivedere il Corano in modo storico, perché non si può continuare a giustificare la violenza attraverso i suoi versetti. Ma El Tayeb lo ha bloccato>.
C'è una via d'uscita credibile?
«Per aver un dialogo reciproco, occorre che gli imam che accolgono le parole del Corano in modo fondamentalista rivedano il testo. Soprattutto correggano gli hadiths, cioè quei racconti e insegnamenti del profeta che giustificano la violenza».
Da ciò che mi ha spiegato, capisco perché il discorso che papa Benedetto fece a Ratisbona abbia scosso certe coscienze: Ratzinger osservò che Maometto, dopo avere in gioventù ammesso la facoltà di scelta, una volta raggiunto il potere, impugnò la spada per convertire il prossimo. Aveva ragione.
«La reazione che ci fu per le sue parole, dimostra appunto che l'islam non tollera alcuna analisi critica».
Don Portella, che futuro hanno i cristiani in Iraq?
«Gli Usa ancora possono influire sulla politica del governo centrale iracheno, in modo che i cristiani abbiano gli stessi diritti dei musulmani e dei curdi. Detto questo, anche se gli iracheni cristiani non si fidano del governo americano, hanno in cuor loro una grande speranza: che la decisione del presidente Trump di ritirarsi dall'accordo nucleare sottoscritto da Obama, possa diventare una forma di pressione sul regime iraniano. Pressione anche economica. E che le milizie, alla fine, perdano la loro influenza e la smettano di perseguitare i cristiani».
Arrestato jihadista: «Pronto a morire nel nome dell’Isis»
Tra la notte di martedì e l'alba di ieri sono scattate in mezza Italia varie operazioni antiterrorismo, culminate con l'arresto a Milano, da parte degli uomini del Nocs, del ventiduenne egiziano Issam Shalabi. Il ragazzo, cui sono contestati i reati di associazione con finalità di terrorismo internazionale e istigazione e apologia di delitti di terrorismo, era un «soggetto accreditato presso l'Isis», come ha spiegato il capo della Procura nazionale antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho. Addirittura, Shalabi sarebbe stato «in contatto diretto» con i tagliagole e «autorizzato a disporre di comunicazioni che arrivavano dal comando del sedicente Stato islamico».
Gli investigatori hanno intercettato il giovane radicalizzato mentre, al telefono, senza esitazioni si proclamava «pronto a combattere e a fare la guerra». L'egiziano si vantava di aver ricevuto un approfondito addestramento militare e aveva scaricato dal Web decine di inni jihadisti, sermoni di imam estremisti e altro materiale propagandistico contrassegnato dal logo di Dabiq, la rivista dell'Isis. Shalabi si preoccupava poi di smistare il tutto ad altri proseliti, radunati attraverso applicazioni di messaggistica come Whatsapp e Telegram.
Proprio l'uso di «tecniche informatiche molto particolari», come le ha chiamate De Raho, ha consentito agli inquirenti, allertati da una segnalazione dell'intelligence risalente alla fine del 2017, di monitorare l'attività del sospetto terrorista. Nell'ambito della retata condotta tra Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Abruzzo sono finite sotto indagine anche altre due persone, alle quali il ministero dell'Interno ha già notificato i provvedimenti di espulsione dall'Italia.
L'inchiesta, durata diversi mesi, è stata coordinata dalla Dda dell'Aquila e il fermo è scattato proprio in seguito a un'ordinanza di custodia cautelare spiccata dal Gip del capoluogo abruzzese. Il ventiduenne egiziano, infatti, quando erano partite le indagini era domiciliato in provincia di Teramo, a Colonnella, un paese poco distante dalla riviera adriatica. Lì, Shalabi lavorava per una ditta che si occupava delle pulizie nel Mc Donald's locale. A giugno, il giovane si era trasferito a Cuneo e infine a Milano, dove aveva iniziato a lavorare in nero con un'azienda di bitumazione stradale.
L'arresto dell'aspirante martire della jihad riporta prepotentemente alla ribalta un argomento che da un po' di tempo era stato obliterato dalle cronache giornalistiche. Prese, forse, dall'attualità politica, oppure persuase ormai della sostanziale impermeabilità dell'Italia agli attentati terroristici, grazie all'infaticabile lavoro dei nostri 007 (che non ci stancheremo mai di ringraziare). L'episodio, però, conferma non solo l'attualità del pericolo rappresentato dai fondamentalisti islamici, ma anche l'importanza di mantenere una linea «rigorista» sull'immigrazione: Shalabi, infatti, nel Teramano aveva vissuto da clandestino. Altro che «scheletrini» e «disperati»: il rischio che tra i veri profughi in fuga dalla guerra e tra i migranti economici si annidino pedine dell'Isis esiste eccome. E non può essere sottovalutato. Non bisogna abbassare la guardia solo perché i media a un certo punto non ne parlano più, svegliandosi dal torpore soltanto quando l'ennesimo «lupo solitario» falcia i passanti con un van nel centro di qualche metropoli occidentale.
A proposito di lupo solitario: è così che si definiva lo stesso Shalabi. Ed è così che la maggior parte dei giornaloni ce lo ha presentato. Eppure, dalle affermazioni del numero uno della Procura antiterrorismo emerge un quadro di legami pervasivi e articolati tra l'aspirante combattente estremista e lo Stato islamico. Più che una scheggia impazzita, l'egiziano sembra essere stato una testa di ponte, un punto di riferimento «di grandissimo spessore», per citare De Raho, per Daesh. Una recluta investita del compito di radicalizzare altri potenziali martiri, esortandoli a mettere anche la loro vita al servizio della causa fondamentalista.
La retorica del lupo solitario è molto utile a convincerci che non esista un'emergenza strutturale, che da noi non ci siano cellule organizzate e che la propaganda dell'Isis colpisca in modo un po' casuale tra gli individui influenzabili. Ben più inquietante, ma forse più verosimile, è lo scenario di un Occidente oramai pieno di metastasi, di piccole strutture flessibili e autonome, ma non per questo autocefale e sganciate dalle direttive provenienti dall'interno del Califfato. Prospettiva tanto più spaventosa, se si riflette sull'età di Shalabi e degli altri due estremisti colpiti da decreto di espulsione: tutti ragazzi di poco più che 20 anni, totalmente accecati dal fanatismo religioso. È un segnale chiaro, che abbiamo ricevuto pure dalla Francia, dal Belgio e dagli altri Paesi funestati da vili attentati: sono proprio i più giovani quelli che ci odiano. Nel caso del miliziano «abruzzese», un ragazzo arrivato in Italia da poco. Nelle banlieu parigine o nelle periferie islamizzate di Bruxelles, addirittura immigrati di seconda generazione, istigati dai fenomeni di ghettizzazione provocati da decenni di politiche delle porte spalcante, oltre che disgustati da quelli che considerano i disvalori occidentali.
O capiamo, o rischiamo di fare una brutta fine. Perché il nemico non ce l'abbiamo più alle porte. Ce l'abbiamo dentro casa.
Volontaria italiana rapita in Kenya
Cercava la «donna bianca» il gruppo di uomini armati di fucili Ak 47 che nella serata di martedì ha fatto irruzione nel villaggio di Chakama, a circa 60 chilometri a ovest di Malindi. Con il passare delle ore, assume i contorni di un'azione mirata il rapimento della ventitreenne milanese, Silvia Costanza Romano, avvenuto nelle contea di Kilifi, non lontano dalla costa sud orientale del Kenya.
A confermarlo sono diversi testimoni che erano presenti nel piccolo centro abitato al momento dell'azione, in cui sono rimaste ferite cinque persone, tra cui due bambini.
Ronald Kazungu Ngala, uno dei ragazzi la cui istruzione è sostenuta dalla Onlus per cui lavora la ragazza italiana, racconta che gli uomini che l'hanno rapita cercavano proprio lei e l'hanno schiaffeggiata e legata, prima di portarla via. La banda avrebbe prima fatto irruzione nell'ufficio della organizzazione con fucili e machete, intimando che fosse detto loro dov'era la donna bianca, poi si sarebbero diretti in una stanza adiacente dove l'hanno trovata. I rapitori si sono poi dileguati insieme l'ostaggio attraverso il fiume Galana.
Silvia Romano lavorava come volontaria per l'organizzazione Africa Milele Onlus, con sede a Fano, nelle Marche, che si occupa di progetti di sostegno all'infanzia. La giovane italiana era tornata in Kenya agli inizi di novembre, dopo averci già lavorato per alcuni mesi, per partecipare a un progetto di cooperazione internazionale. Uno dei suoi ultimi post su Facebook la ritrae sorridente, alle spalle di una capanna di legno in un villaggio, mentre veste degli abiti tipici africani.
La Farnesina ha confermato il rapimento ma intende mantenere il più stretto riserbo sulla vicenda «nell'esclusivo interesse della connazionale». Intanto, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine. Nel procedimento si ipotizza il reato di sequestro di persona per finalità di terrorismo. Il vice ministro degli Esteri Emanuela Del Re ha parlato di «vicenda gravissima». «Ci stiamo lavorando, fatemi dire il meno possibile», ha detto il ministro dell'Interno Matteo Salvini al termine di un'audizione al Copasir.
In base a quanto si apprende i carabinieri del Ros sono già in contatto con le autorità keniote. Dal canto suo, la polizia locale del Paese africano sembra avere pochi dubbi sulla nazionalità dei rapitori. «Sono di origine somala», ha dichiarato il comandante, Fredrick Ochieng, aggiungendo che non possibile «puntare il dito con certezza in direzione di un gruppo specifico», anche se la pista islamica sembra la più accreditata.
La ragazza conosceva bene le condizioni di quella parte del Kenya, tuttavia Davide Ciarrapica, fondatore della Onlus Orphan's dream, ha riferito all'Ansa che circa un mese fa le aveva sconsigliato di andare nel villaggio di Chakama perché non è un posto sicuro. Va inoltre considerato che il Kenya è uno dei Paesi africani più interessati del terrorismo di matrice islamica. Sentito dalla Verità, Marco Cochi, ricercatore del Cemis e autore del libro sul jihadismo africano Tutto cominciò a Nairobi, ricorda che dal 2017 il gruppo terroristico somalo Al Shabaab ha intensificato le operazioni nel vicino Kenya. «Una serie di sanguinosi attacchi hanno costretto il governo kenyota a raddoppiare gli sforzi per contrastare la nuova offensiva estremista».
Cochi spiega che nella parte costiera del Paese è attiva la cellula Jaysh Ayman, che prende il nome dal fondatore Maalim Ayman. Il gruppo è attivo dal 2009 e al suo interno hanno militato anche diversi foreign fighter.
«La fazione Jaysh Ayman ha avuto un ruolo significativo sia nell'attacco del 2014 ad un bar di Mpeketoni, in cui morirono oltre 40 persone», aggiunge Cochi, «sia nella strage compiuta il 2 aprile 2015 all'Università di Garissa, dove furono uccise 148 persone, quasi tutti studenti».
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Parla il sacerdote americano che ha appena pubblicato un saggio sulla bufala della «religione di pace». «La violenza è nelle pagine del Corano. Non c'è un interlocutore unico, questo favorisce gli estremismi». Issam Shalabi, ventiduenne egiziano, voleva colpire in Italia Non se ne parla quasi più, ma l'incubo terrorismo non è finito. La cooperante Silvia Costanza Romano, 23 anni, prelevata da uomini armati. I testimoni: «Cercavano la donna bianca». Sospetti sui miliziani di Al Shabaab. Lo speciale contiene tre articoli. Oriana Fallaci, che con l'islam aveva un conto in sospeso, da quando si strappò lo chador, per sfida, al cospetto di un irritante ayatollah Khomeini, diceva che non c'è un islam buono e uno cattivo: c'è l'islam e basta. Di recente lo ha ammesso anche il presidente turco Erdogan: non esiste un islam moderato. La Fallaci aveva chiuso il discorso alla sua maniera: «Con i fondamentalisti non è possibile trattare, ragionarci è impensabile, considerarli con indulgenza è un suicidio. Ergo: con loro siamo in guerra». Terrorismo a parte, che è la punta dell'iceberg, chi fa le spese dell'islam sono i cristiani in tutto il mondo. Pensate alla storia di Asia Bibi, condannata a morte perché cristiana; è stata assolta dalla Corte suprema del Pakistan, eppure la piazza islamica la vuole morta. Ho incontrato un prete cattolico, un americano newyorkese di 50 anni, che vive a Firenze dove è cancelliere della Curia arcivescovile e cappellano della cattedrale di Santa Maria del Fiore. Mario Alexis Portella è appena tornato dall'Iraq, dove è andato a parlare del suo libro (pubblicato in lingua inglese per una casa editrice americana) che s'intitola Islam, religione di pace? La violazione dei diritti umani e la copertura occidentale, nel quale sostiene che scambiare l'islam per una religione dalla doppia faccia è sbagliato: è una religione che ha come presupposto fondamentale lo sterminio degli infedeli. Non sono ammesse interpretazioni. Che tipo di dialogo si può costruire con chi vuol vedere morta una donna, Asia Bibi, il cui crimine è aver offerto un bicchiere d'acqua ad altre donne musulmane? «Non è un dialogo con una religione ma con coloro che parlano per una religione. Da quando Ataturk ha eliminato il Califfato, nel 1924, molti islamisti hanno colto l'opportunità di quel vuoto politico per rappresentare a modo loro il vero Islam. Parlo di capi di Stato e soprattutto degli imam. Siccome non c'è una autorità centrale che rappresenti tutto l'islam, è un po' difficile individuare un interlocutore». L'islam non è una religione di pace, come sostengono tanti capi musulmani. Come può esserlo chi ordina feroci «guerre sante» di conquista, e atti di terrorismo spacciati come «meritorio martirio»? Eppure ci sono «coperture occidentali», di cui lei scrive nel suo libro. Perché? «Le coperture ci sono per motivi economici: perché i cosiddetti petroldollari vengono prima di tutto; perché va salvaguardato l'approvvigionamento delle risorse naturali come il gas. In Occidente ragionano in termini di realpolitik, si limitano a un rapporto fra Stati, perciò sacrificano con troppa leggerezza i diritti umani. Per esempio: Donald Trump critica la religione islamica che ha generato il terrorismo, ma nel frattempo vende le armi all'Arabia saudita e alla Nigeria, cioè a due i Paesi che violano sistematicamente i diritti umani, non solo contro i cristiani ma contro il loro stesso popolo». Don Portella, lei è americano ed è stato in Iraq, ha visto quanto i cristiani vengono perseguitati, ha visto chiese rase al suolo: che cosa si aspettano quei cristiani da noi occidentali? «Da parte loro c'è una grande delusione, perché dal 2003, dalla caduta di Saddam e l'invasione statunitense, l'Occidente li ha lasciati in uno stato di anarchia politica. In diversi villaggi e città dove ancora abitano i cristiani, le milizie sciite e curde in gran parte sostenute dall'Iran, ufficialmente pensano alla sicurezza ma nella pratica non svolgono questo ruolo. Quindi i cristiani in Iraq hanno paura, perché sono molestati dai musulmani, che ora occupano i posti lasciati dai cristiani dopo l'Isis. Infatti i sacerdoti cattolici non possono dedicarsi al loro apostolato pastorale, perché sono impegnati in una continua lotta contro i governi locali e centrali». Abbiamo detto che l'islam è una religione in guerra santa contro gli infedeli. Noi tutti siamo gli infedeli e siamo in pericolo. Eppure molti apologisti continuano a giustificare l'islam e a raccontare falsità storiche. «Sono i testi islamici originali a dire la verità, quei testi che invece, esperti e attivisti, ignorano, accreditando la tesi che la religione sia interpretata male da chi predica terrorismo e l'islamizzazione del mondo. Non è così». Mi faccia un esempio, don Portella. «Basta leggere il comandamento di Allah nel quinto versetto della nona sura (l'ultimo capitolo fondamentale del Corano) che indica il comportamento da tenere con cristiani, ebrei ed altri non musulmani: “Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete gli idolatri dovunque li incontriate! Catturateli, assediateli e tendete loro ogni sorta d'insidie"». Lei dice che è stata la debolezza dell'Occidente ad aver praticamente declassato i diritti di libertà, di parola e di religione, classificando come islamofobo chiunque metta in discussione le intenzioni degli islamisti. «Qui bisogna distinguere. Musulmano è colui che si sottomette alla religione del profeta Maometto; islamista è invece un intellettuale, come l'imam, che sostiene di parlare per conto dell'islam. Ebbene, gli islamisti si sono infiltrati nei posti di governo e nelle lobby, come all'Onu, e da quella posizione strategica hanno potuto convincere i capi di Stato tramite la soft law, a criminalizzare qualsiasi critica contro l'Islam. E così possono diffondersi ancora di più». Papa Francesco viene accusato dai suoi detrattori, di tradire la Chiesa con l'islam. Lei che ne pensa? «Il Papa ha fatto bene a portare il Vangelo di Gesù Cristo al mondo islamico, come del resto hanno fatto i suoi predecessori Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Ma il cristianesimo è basato sulla pace e l'amore di Dio, mentre l'islam giustifica gli omicidi e la guerra nei suoi testi sacri: è difficile individuare un percorso costruttivo da parte dei musulmani. È un problema più politico che religioso». Francesco, tuttavia, invoca il dialogo attraverso una conoscenza reciproca fra musulmani e cristiani: come si può dialogare con chi non parla lo stesso linguaggio di pace? «Il problema sono i suoi interlocutori. Quando il Santo padre incontra certi personaggi, come l'imam Ahmed El Tayeb, rettore emerito dell'Università Al Azar, che è l'università più prestigiosa del mondo sunnita, non può fidarsi di quello che gli dice: con lui l'imam parla di pace, ma quando torna in Egitto racconta un'altra cosa. Al Sisi stesso ha provato a convincere El Tayeb e il corpo religioso del mondo islamico a rivedere il Corano in modo storico, perché non si può continuare a giustificare la violenza attraverso i suoi versetti. Ma El Tayeb lo ha bloccato>. C'è una via d'uscita credibile? «Per aver un dialogo reciproco, occorre che gli imam che accolgono le parole del Corano in modo fondamentalista rivedano il testo. Soprattutto correggano gli hadiths, cioè quei racconti e insegnamenti del profeta che giustificano la violenza». Da ciò che mi ha spiegato, capisco perché il discorso che papa Benedetto fece a Ratisbona abbia scosso certe coscienze: Ratzinger osservò che Maometto, dopo avere in gioventù ammesso la facoltà di scelta, una volta raggiunto il potere, impugnò la spada per convertire il prossimo. Aveva ragione. «La reazione che ci fu per le sue parole, dimostra appunto che l'islam non tollera alcuna analisi critica». Don Portella, che futuro hanno i cristiani in Iraq? «Gli Usa ancora possono influire sulla politica del governo centrale iracheno, in modo che i cristiani abbiano gli stessi diritti dei musulmani e dei curdi. Detto questo, anche se gli iracheni cristiani non si fidano del governo americano, hanno in cuor loro una grande speranza: che la decisione del presidente Trump di ritirarsi dall'accordo nucleare sottoscritto da Obama, possa diventare una forma di pressione sul regime iraniano. Pressione anche economica. 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Il ragazzo, cui sono contestati i reati di associazione con finalità di terrorismo internazionale e istigazione e apologia di delitti di terrorismo, era un «soggetto accreditato presso l'Isis», come ha spiegato il capo della Procura nazionale antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho. Addirittura, Shalabi sarebbe stato «in contatto diretto» con i tagliagole e «autorizzato a disporre di comunicazioni che arrivavano dal comando del sedicente Stato islamico». Gli investigatori hanno intercettato il giovane radicalizzato mentre, al telefono, senza esitazioni si proclamava «pronto a combattere e a fare la guerra». L'egiziano si vantava di aver ricevuto un approfondito addestramento militare e aveva scaricato dal Web decine di inni jihadisti, sermoni di imam estremisti e altro materiale propagandistico contrassegnato dal logo di Dabiq, la rivista dell'Isis. Shalabi si preoccupava poi di smistare il tutto ad altri proseliti, radunati attraverso applicazioni di messaggistica come Whatsapp e Telegram. Proprio l'uso di «tecniche informatiche molto particolari», come le ha chiamate De Raho, ha consentito agli inquirenti, allertati da una segnalazione dell'intelligence risalente alla fine del 2017, di monitorare l'attività del sospetto terrorista. Nell'ambito della retata condotta tra Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Abruzzo sono finite sotto indagine anche altre due persone, alle quali il ministero dell'Interno ha già notificato i provvedimenti di espulsione dall'Italia. L'inchiesta, durata diversi mesi, è stata coordinata dalla Dda dell'Aquila e il fermo è scattato proprio in seguito a un'ordinanza di custodia cautelare spiccata dal Gip del capoluogo abruzzese. Il ventiduenne egiziano, infatti, quando erano partite le indagini era domiciliato in provincia di Teramo, a Colonnella, un paese poco distante dalla riviera adriatica. Lì, Shalabi lavorava per una ditta che si occupava delle pulizie nel Mc Donald's locale. A giugno, il giovane si era trasferito a Cuneo e infine a Milano, dove aveva iniziato a lavorare in nero con un'azienda di bitumazione stradale. L'arresto dell'aspirante martire della jihad riporta prepotentemente alla ribalta un argomento che da un po' di tempo era stato obliterato dalle cronache giornalistiche. Prese, forse, dall'attualità politica, oppure persuase ormai della sostanziale impermeabilità dell'Italia agli attentati terroristici, grazie all'infaticabile lavoro dei nostri 007 (che non ci stancheremo mai di ringraziare). L'episodio, però, conferma non solo l'attualità del pericolo rappresentato dai fondamentalisti islamici, ma anche l'importanza di mantenere una linea «rigorista» sull'immigrazione: Shalabi, infatti, nel Teramano aveva vissuto da clandestino. Altro che «scheletrini» e «disperati»: il rischio che tra i veri profughi in fuga dalla guerra e tra i migranti economici si annidino pedine dell'Isis esiste eccome. E non può essere sottovalutato. Non bisogna abbassare la guardia solo perché i media a un certo punto non ne parlano più, svegliandosi dal torpore soltanto quando l'ennesimo «lupo solitario» falcia i passanti con un van nel centro di qualche metropoli occidentale. A proposito di lupo solitario: è così che si definiva lo stesso Shalabi. Ed è così che la maggior parte dei giornaloni ce lo ha presentato. Eppure, dalle affermazioni del numero uno della Procura antiterrorismo emerge un quadro di legami pervasivi e articolati tra l'aspirante combattente estremista e lo Stato islamico. Più che una scheggia impazzita, l'egiziano sembra essere stato una testa di ponte, un punto di riferimento «di grandissimo spessore», per citare De Raho, per Daesh. Una recluta investita del compito di radicalizzare altri potenziali martiri, esortandoli a mettere anche la loro vita al servizio della causa fondamentalista. La retorica del lupo solitario è molto utile a convincerci che non esista un'emergenza strutturale, che da noi non ci siano cellule organizzate e che la propaganda dell'Isis colpisca in modo un po' casuale tra gli individui influenzabili. Ben più inquietante, ma forse più verosimile, è lo scenario di un Occidente oramai pieno di metastasi, di piccole strutture flessibili e autonome, ma non per questo autocefale e sganciate dalle direttive provenienti dall'interno del Califfato. Prospettiva tanto più spaventosa, se si riflette sull'età di Shalabi e degli altri due estremisti colpiti da decreto di espulsione: tutti ragazzi di poco più che 20 anni, totalmente accecati dal fanatismo religioso. È un segnale chiaro, che abbiamo ricevuto pure dalla Francia, dal Belgio e dagli altri Paesi funestati da vili attentati: sono proprio i più giovani quelli che ci odiano. Nel caso del miliziano «abruzzese», un ragazzo arrivato in Italia da poco. Nelle banlieu parigine o nelle periferie islamizzate di Bruxelles, addirittura immigrati di seconda generazione, istigati dai fenomeni di ghettizzazione provocati da decenni di politiche delle porte spalcante, oltre che disgustati da quelli che considerano i disvalori occidentali. O capiamo, o rischiamo di fare una brutta fine. Perché il nemico non ce l'abbiamo più alle porte. Ce l'abbiamo dentro casa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ho-visto-i-massacri-in-iraq-e-dico-dialogare-con-lislam-e-impossibile-2621111918.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="volontaria-italiana-rapita-in-kenya" data-post-id="2621111918" data-published-at="1780130271" data-use-pagination="False"> Volontaria italiana rapita in Kenya Cercava la «donna bianca» il gruppo di uomini armati di fucili Ak 47 che nella serata di martedì ha fatto irruzione nel villaggio di Chakama, a circa 60 chilometri a ovest di Malindi. Con il passare delle ore, assume i contorni di un'azione mirata il rapimento della ventitreenne milanese, Silvia Costanza Romano, avvenuto nelle contea di Kilifi, non lontano dalla costa sud orientale del Kenya. A confermarlo sono diversi testimoni che erano presenti nel piccolo centro abitato al momento dell'azione, in cui sono rimaste ferite cinque persone, tra cui due bambini. Ronald Kazungu Ngala, uno dei ragazzi la cui istruzione è sostenuta dalla Onlus per cui lavora la ragazza italiana, racconta che gli uomini che l'hanno rapita cercavano proprio lei e l'hanno schiaffeggiata e legata, prima di portarla via. La banda avrebbe prima fatto irruzione nell'ufficio della organizzazione con fucili e machete, intimando che fosse detto loro dov'era la donna bianca, poi si sarebbero diretti in una stanza adiacente dove l'hanno trovata. I rapitori si sono poi dileguati insieme l'ostaggio attraverso il fiume Galana. Silvia Romano lavorava come volontaria per l'organizzazione Africa Milele Onlus, con sede a Fano, nelle Marche, che si occupa di progetti di sostegno all'infanzia. La giovane italiana era tornata in Kenya agli inizi di novembre, dopo averci già lavorato per alcuni mesi, per partecipare a un progetto di cooperazione internazionale. Uno dei suoi ultimi post su Facebook la ritrae sorridente, alle spalle di una capanna di legno in un villaggio, mentre veste degli abiti tipici africani. La Farnesina ha confermato il rapimento ma intende mantenere il più stretto riserbo sulla vicenda «nell'esclusivo interesse della connazionale». Intanto, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine. Nel procedimento si ipotizza il reato di sequestro di persona per finalità di terrorismo. Il vice ministro degli Esteri Emanuela Del Re ha parlato di «vicenda gravissima». «Ci stiamo lavorando, fatemi dire il meno possibile», ha detto il ministro dell'Interno Matteo Salvini al termine di un'audizione al Copasir. In base a quanto si apprende i carabinieri del Ros sono già in contatto con le autorità keniote. Dal canto suo, la polizia locale del Paese africano sembra avere pochi dubbi sulla nazionalità dei rapitori. «Sono di origine somala», ha dichiarato il comandante, Fredrick Ochieng, aggiungendo che non possibile «puntare il dito con certezza in direzione di un gruppo specifico», anche se la pista islamica sembra la più accreditata. La ragazza conosceva bene le condizioni di quella parte del Kenya, tuttavia Davide Ciarrapica, fondatore della Onlus Orphan's dream, ha riferito all'Ansa che circa un mese fa le aveva sconsigliato di andare nel villaggio di Chakama perché non è un posto sicuro. Va inoltre considerato che il Kenya è uno dei Paesi africani più interessati del terrorismo di matrice islamica. Sentito dalla Verità, Marco Cochi, ricercatore del Cemis e autore del libro sul jihadismo africano Tutto cominciò a Nairobi, ricorda che dal 2017 il gruppo terroristico somalo Al Shabaab ha intensificato le operazioni nel vicino Kenya. «Una serie di sanguinosi attacchi hanno costretto il governo kenyota a raddoppiare gli sforzi per contrastare la nuova offensiva estremista». Cochi spiega che nella parte costiera del Paese è attiva la cellula Jaysh Ayman, che prende il nome dal fondatore Maalim Ayman. Il gruppo è attivo dal 2009 e al suo interno hanno militato anche diversi foreign fighter. «La fazione Jaysh Ayman ha avuto un ruolo significativo sia nell'attacco del 2014 ad un bar di Mpeketoni, in cui morirono oltre 40 persone», aggiunge Cochi, «sia nella strage compiuta il 2 aprile 2015 all'Università di Garissa, dove furono uccise 148 persone, quasi tutti studenti».
Giorgia Meloni (Ansa)
La sveglia all’Unione europea l’ha data ieri Giorgia Meloni. Il premier ha inviato una lettera alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al presidente di turno del Consiglio Ue, Nikos Christodoulides, e al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, riguardo la situazione epidemiologica in Africa collegata al recente focolaio di Ebola in Congo e in Uganda per sollecitare, «nel rispetto delle prerogative nazionali in materia di tutela della salute», un «coordinamento rafforzato della vigilanza alle frontiere attraverso regole comuni per la gestione degli arrivi diretti e indiretti dalle zone colpite». La situazione, ha scritto Meloni, richiede la «massima attenzione».
L’intervento del premier italiano mette a nudo i cortocircuiti dell’Ue nella gestione di flussi migratori e sicurezza sanitaria. Il quadro epidemiologico globale appare infatti frammentato: dopo la determinazione dell’epidemia come emergenza sanitaria pubblica, lo scorso 17 maggio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha innalzato il livello di allerta in Congo a «molto alto», pur considerandolo «alto» su scala regionale e «basso» nel mondo. In Europa, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha valutato come «molto bassa» la probabilità di trasmissione secondaria del virus nell’Ue. Ma Bruxelles ha mandato messaggi contraddittori: da una parte, nell’invitare gli operatori sanitari a una «maggiore consapevolezza», ha chiesto, di fatto, di controllare i potenziali sintomi per le persone che «tornano» dalle aree colpite; dall’altra ha sollecitato screening ma soltanto in uscita, stabilendo che quello dei passeggeri in ingresso negli aeroporti europei non è attualmente necessario. «Non ci sono prove», ha scritto la Commissione, «che dimostrino che lo screening delle persone che tornano dalle regioni colpite in Ue sia efficace nel prevenire l’ingresso della malattia in Europa. Pertanto, il Comitato per la sicurezza sanitaria Ue conclude che non sono necessarie misure aggiuntive al momento dell’ingresso in Europa». Secondo la Commissione Ue, insomma, non esistendo dati scientifici che dimostrino l’utilità dello screening all’arrivo per bloccare il virus, è inutile introdurre barriere sanitarie ai confini continentali. Guai, dunque, a cercare di controllare l’immigrazione selvaggia.
Meloni ha proposto l’inserimento del tema della gestione delle frontiere all’ordine del giorno del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno 2026. In vista di questo appuntamento, il governo ha chiesto di convocare una videoconferenza dei ministri della Salute europei già la prossima settimana, per definire le priorità operative nel Consiglio Epsco del 16 giugno, che riunirà i ministri del Lavoro, delle Politiche sociali, della Salute e della Tutela dei consumatori di tutti gli Stati membri. Inoltre, già questo fine settimana l’Italia invierà a Kinshasa, in Congo, una squadra di esperti dell’Istituto Spallanzani di Roma per fornire assistenza tecnica, consegnare materiale sanitario e medicinali, e rafforzare la sorveglianza epidemiologica. A livello nazionale, a ogni modo, i controlli alle frontiere sono attivi: «Il ministero della Salute, in raccordo con la Protezione civile, ha emanato circolari per attivare», recita la nota di Palazzo Chigi, «una sorveglianza sanitaria mirata e protocolli di vigilanza per i viaggiatori in rientro dalle regioni colpite», negli scali di Roma Fiumicino e Milano Malpensa.
Da Bruxelles, invece, la risposta dell’esecutivo europeo si muove nel segno dell’ambiguità e del paradosso. La Commissione «risponderà a tempo debito», ha dichiarato una delle portavoci, raccomandando, al tempo stesso, «misure di screening delle persone che provengono dalle zone colpite» (dunque dei passeggeri in entrata nell’Ue) ma sottolineando anche che «la misura più importante da adottare è lo screening in uscita dalle regioni colpite». Un doppio binario che fotografa la consueta incertezza comunicativa europea.
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Il capo di Confindustria, Emanuele Orsini (Ansa)
Soprattutto da quando Bruxelles si è data la mission di «salvare il pianeta» con un processo di decarbonizzazione a marce forzate. È una posizione trasversale, è la reazione di gran parte del mondo produttivo che percepisce l’Europa più come una camicia di forza che come un volano. L’ultima critica, in ordine di tempo, è venuta dall’assemblea di Confindustria, dove il presidente, Emanuele Orsini, pur ribadendo di «credere nell’Europa», ha sottolineato che «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività», artefice di una burocrazia «lunare» che mette sotto scacco le istituzioni del Vecchio continente. E, come esempio, ha citato le 72 condizioni poste dalla Commissione per il via libera al decreto Bollette, definendole come «l’ultima conferma» della sua tesi. Di qui l’appello: «Fermatela!».
In trincea è soprattutto l’automotive, prima del Green deal fiore all’occhiello dell’industria europea, ora ruota di scorta delle case cinesi. A più riprese le associazioni di categoria, a cominciare da quelle tedesche, hanno evidenziato come le tempistiche per l’elettrificazione forzata non siano compatibili con la realtà e che la politica Ue abbia causato l’invasione di prodotti cinesi. Critiche alla mobilità sostenibile, come riferisce Politico, sono venute perfino dai commissari dell’Ue, che hanno manifestato profonda irritazione per i disagi logistici legati all’uso di auto elettriche durante gli spostamenti da Bruxelles a Strasburgo. Questo mentre la Commissione valuta l’introduzione di regole stringenti per costringere le grandi imprese ad acquistare o a prendere a noleggio a lungo termine quote elevate di auto a corrente.
Gli effetti delle rigidità normative di Bruxelles si fanno sentire anche sull’agricoltura e scatenano le proteste delle associazioni di categoria. La Coldiretti ha lanciato un forte appello alla Commissione europea per la sospensione del Cbam (Carbon border adjustment mechanism) e del sistema Ets (il sistema di scambio di quote di emissione di CO2), due pilastri del Green deal ritenuti oggi insostenibili. Per Coldiretti la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, non è assolutamente in grado di gestire il ruolo istituzionale che ricopre mentre oggi c’è bisogno di un’Europa diversa, più coraggiosa, meno ideologica e più vicina ai problemi reali.
Contro la Commissione si è mobilitata l’industria del tabacco dopo l’accelerazione dell’Unione europea sulla revisione della direttiva che regola produzione, etichettatura e vendita di sigarette, elettroniche incluse. La revisione legislativa è attesa entro fine anno. Troppo presto, dice la filiera. Il cambiamento dell’attuale assetto regolatorio metterebbe a repentaglio un comparto strategico dal punto di vista economico e occupazionale.
Sul piede di guerra pure i sindacati. La Ces, la Confederazione europea dei sindacati, punta l’indice contro i piani della Commissione europea di consentire alle imprese di registrarsi in Paesi con standard inferiori, compromettendo in questo modo i diritti dei lavoratori europei. «Secondo la proposta della Commissione, esiste il forte rischio che i lavoratori siano tutelati dalla legislazione del lavoro del Paese di registrazione dell’impresa, e non da quella del Paese di impiego», ammonisce la Ces.
Il settore siderurgico e metallurgico è tra i più critici. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha sempre detto che «la riduzione delle emissioni attribuita ai settori Ets è fuorviante: il calo deriva in gran parte dalla generazione elettrica, che ha avuto accesso a incentivi alle rinnovabili estranei all’Ets».
Le norme green impattano anche sul settore immobiliare. L’Ance, l’Associazione dei costruttori, contesta la perentorietà delle scadenze per l’efficientamento energetico del patrimonio immobiliare. Senza massicci incentivi pubblici europei i costi ricadranno su imprese e proprietari.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Intanto, Giorgia Meloni chiede che al prossimo Consiglio europeo del 18 e 19 giugno in programma a Bruxelles si parli di regole comuni in tema di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite dal virus Ebola, mentre Raffaele Fitto insiste con l’idea di utilizzare per far fronte alla crisi energetica i Fondi di coesione, ovvero le risorse destinate a ridurre i divari economici, sociali e territoriali tra le diverse regioni europee, ma la sua idea non entusiasma: arriva un secco «no» sia dalle stesse regioni dell’Unione che da esponenti politici italiani di maggioranza e opposizione, tra i quali Letizia Moratti di Forza Italia, Enzo Amendola del Pd e Roberto Fico del M5s. Intanto, non viene accolta (almeno per il momento) la richiesta di Giorgia Meloni di concedere agli Stati membri della Ue margini di flessibilità sui vincoli economici per affrontare l’aumento dei prezzi dei carburanti.
Iniziamo dai contentini: la Commissione Ue, nell’Analisi sugli squilibri macroeconomici, consultata dall’Ansa, mette nero su bianco giudizi lusinghieri per il governo italiano: «L’Italia», si legge nel documento, «ha continuato ad attuare misure che migliorano la qualità delle finanze pubbliche, ridurre l’evasione fiscale e sostenere la sostenibilità di bilancio. Inoltre ha introdotto diverse misure contro l’evasione fiscale negli ultimi anni», attraverso «un sistema completo di compliance fiscale digitale», che si basa su fatturazione elettronica e trasmissione digitale dei dati. «Sono attesi ulteriori miglioramenti nella riscossione nel medio termine», si legge ancora e non mancano i complimenti sul rafforzamento del settore bancario e i «livelli record» del mercato del lavoro.
Manco a dirlo, però, arrivano pure le bacchettate: secondo la Commissione, «ulteriori interventi di politica economica dovrebbero dare priorità a tre obiettivi fondamentali: favorire la crescita delle imprese e le fusioni tra piccole e medie imprese, professionalizzandone la gestione e riducendo le soglie normative e gli incentivi legati alla dimensione che incoraggiano le aziende a rimanere piccole».
Per quel che riguarda la richiesta italiana di discutere di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite da Ebola, Bruxelles fa sapere che «la tutela della salute pubblica è la priorità assoluta della Commissione. Stiamo seguendo da vicino», sottolinea Eva Hrncirova, portavoce della Commissione, «l’evolversi della situazione. Si tratta di una situazione che richiede vigilanza e coordinamento. Disponiamo dei canali e degli strumenti necessari per agire rapidamente. L’Ue sta mobilitando aiuti, risorse logistiche, supporto di esperti e strumenti di sicurezza sanitaria per aiutare i Paesi colpiti a contenere l’epidemia e a ridurre il rischio di ulteriore trasmissione».
Continua a suscitare perplessità, invece, la proposta del Commissario europeo, Raffaele Fitto, di utilizzare i fondi di coesione, quelli destinati alle regioni europee più disagiate, per affrontare il caro-carburanti. A Fitto aveva risposto duramente la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto: «I fondi di coesione non sono un bancomat e sono già stati impegnati». Ieri sono piovute critiche da altri esponenti politici: «Proporre di toccare i fondi Ue di coesione per far fronte alla crisi energetica», dice il deputato Pd Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei, a La7, «è come dire allora siamo alla frutta perché più di questo Bruxelles non può fare. La lettera di Fitto agli Stati membri, per Amendola «conferma che l’Unione europea non può concedere scostamenti di bilancio, invitando quindi a utilizzare tutte le risorse che si hanno: è come dire vi abbiamo dato miliardi di euro per le politiche di coesione e miliardi con il Pnrr, e più di questo non si può fare».
Perplessità sull’idea di Fitto anche da parte di Letizia Moratti, eurodeputata di Forza Italia: «Le preoccupazioni espresse dalle Regioni europee», argomenta la Moratti, «meritano grande attenzione. Le risorse della politica di coesione sono nate per ridurre i divari territoriali, sostenere la competitività, favorire l’innovazione, le infrastrutture, la formazione e lo sviluppo locale. Deviare tali fondi verso finalità diverse rischia di mettere in seria difficoltà amministrazioni regionali, imprese, artigiani e intere filiere produttive che hanno programmato investimenti e progetti sulla base di risorse già assegnate».
Un secco «no» arriva anche dal presidente della regione Campania, Roberto Fico, del M5s: «Io credo che quei fondi vadano usati per altri scopi e quindi non condivido questa proposta. Non penso», aggiunge Fico, «che sia una proposta adeguata al raggiungimento dell’obiettivo».
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Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
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