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2018-11-22
«Ho visto i massacri in Iraq e dico: dialogare con l’islam è impossibile»
ANSA
Oriana Fallaci, che con l'islam aveva un conto in sospeso, da quando si strappò lo chador, per sfida, al cospetto di un irritante ayatollah Khomeini, diceva che non c'è un islam buono e uno cattivo: c'è l'islam e basta. Di recente lo ha ammesso anche il presidente turco Erdogan: non esiste un islam moderato. La Fallaci aveva chiuso il discorso alla sua maniera: «Con i fondamentalisti non è possibile trattare, ragionarci è impensabile, considerarli con indulgenza è un suicidio. Ergo: con loro siamo in guerra».
Terrorismo a parte, che è la punta dell'iceberg, chi fa le spese dell'islam sono i cristiani in tutto il mondo. Pensate alla storia di Asia Bibi, condannata a morte perché cristiana; è stata assolta dalla Corte suprema del Pakistan, eppure la piazza islamica la vuole morta. Ho incontrato un prete cattolico, un americano newyorkese di 50 anni, che vive a Firenze dove è cancelliere della Curia arcivescovile e cappellano della cattedrale di Santa Maria del Fiore. Mario Alexis Portella è appena tornato dall'Iraq, dove è andato a parlare del suo libro (pubblicato in lingua inglese per una casa editrice americana) che s'intitola Islam, religione di pace? La violazione dei diritti umani e la copertura occidentale, nel quale sostiene che scambiare l'islam per una religione dalla doppia faccia è sbagliato: è una religione che ha come presupposto fondamentale lo sterminio degli infedeli. Non sono ammesse interpretazioni.
Che tipo di dialogo si può costruire con chi vuol vedere morta una donna, Asia Bibi, il cui crimine è aver offerto un bicchiere d'acqua ad altre donne musulmane?
«Non è un dialogo con una religione ma con coloro che parlano per una religione. Da quando Ataturk ha eliminato il Califfato, nel 1924, molti islamisti hanno colto l'opportunità di quel vuoto politico per rappresentare a modo loro il vero Islam. Parlo di capi di Stato e soprattutto degli imam. Siccome non c'è una autorità centrale che rappresenti tutto l'islam, è un po' difficile individuare un interlocutore».
L'islam non è una religione di pace, come sostengono tanti capi musulmani. Come può esserlo chi ordina feroci «guerre sante» di conquista, e atti di terrorismo spacciati come «meritorio martirio»? Eppure ci sono «coperture occidentali», di cui lei scrive nel suo libro. Perché?
«Le coperture ci sono per motivi economici: perché i cosiddetti petroldollari vengono prima di tutto; perché va salvaguardato l'approvvigionamento delle risorse naturali come il gas. In Occidente ragionano in termini di realpolitik, si limitano a un rapporto fra Stati, perciò sacrificano con troppa leggerezza i diritti umani. Per esempio: Donald Trump critica la religione islamica che ha generato il terrorismo, ma nel frattempo vende le armi all'Arabia saudita e alla Nigeria, cioè a due i Paesi che violano sistematicamente i diritti umani, non solo contro i cristiani ma contro il loro stesso popolo».
Don Portella, lei è americano ed è stato in Iraq, ha visto quanto i cristiani vengono perseguitati, ha visto chiese rase al suolo: che cosa si aspettano quei cristiani da noi occidentali?
«Da parte loro c'è una grande delusione, perché dal 2003, dalla caduta di Saddam e l'invasione statunitense, l'Occidente li ha lasciati in uno stato di anarchia politica. In diversi villaggi e città dove ancora abitano i cristiani, le milizie sciite e curde in gran parte sostenute dall'Iran, ufficialmente pensano alla sicurezza ma nella pratica non svolgono questo ruolo. Quindi i cristiani in Iraq hanno paura, perché sono molestati dai musulmani, che ora occupano i posti lasciati dai cristiani dopo l'Isis. Infatti i sacerdoti cattolici non possono dedicarsi al loro apostolato pastorale, perché sono impegnati in una continua lotta contro i governi locali e centrali».
Abbiamo detto che l'islam è una religione in guerra santa contro gli infedeli. Noi tutti siamo gli infedeli e siamo in pericolo. Eppure molti apologisti continuano a giustificare l'islam e a raccontare falsità storiche.
«Sono i testi islamici originali a dire la verità, quei testi che invece, esperti e attivisti, ignorano, accreditando la tesi che la religione sia interpretata male da chi predica terrorismo e l'islamizzazione del mondo. Non è così».
Mi faccia un esempio, don Portella.
«Basta leggere il comandamento di Allah nel quinto versetto della nona sura (l'ultimo capitolo fondamentale del Corano) che indica il comportamento da tenere con cristiani, ebrei ed altri non musulmani: “Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete gli idolatri dovunque li incontriate! Catturateli, assediateli e tendete loro ogni sorta d'insidie"».
Lei dice che è stata la debolezza dell'Occidente ad aver praticamente declassato i diritti di libertà, di parola e di religione, classificando come islamofobo chiunque metta in discussione le intenzioni degli islamisti.
«Qui bisogna distinguere. Musulmano è colui che si sottomette alla religione del profeta Maometto; islamista è invece un intellettuale, come l'imam, che sostiene di parlare per conto dell'islam. Ebbene, gli islamisti si sono infiltrati nei posti di governo e nelle lobby, come all'Onu, e da quella posizione strategica hanno potuto convincere i capi di Stato tramite la soft law, a criminalizzare qualsiasi critica contro l'Islam. E così possono diffondersi ancora di più».
Papa Francesco viene accusato dai suoi detrattori, di tradire la Chiesa con l'islam. Lei che ne pensa?
«Il Papa ha fatto bene a portare il Vangelo di Gesù Cristo al mondo islamico, come del resto hanno fatto i suoi predecessori Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Ma il cristianesimo è basato sulla pace e l'amore di Dio, mentre l'islam giustifica gli omicidi e la guerra nei suoi testi sacri: è difficile individuare un percorso costruttivo da parte dei musulmani. È un problema più politico che religioso».
Francesco, tuttavia, invoca il dialogo attraverso una conoscenza reciproca fra musulmani e cristiani: come si può dialogare con chi non parla lo stesso linguaggio di pace?
«Il problema sono i suoi interlocutori. Quando il Santo padre incontra certi personaggi, come l'imam Ahmed El Tayeb, rettore emerito dell'Università Al Azar, che è l'università più prestigiosa del mondo sunnita, non può fidarsi di quello che gli dice: con lui l'imam parla di pace, ma quando torna in Egitto racconta un'altra cosa. Al Sisi stesso ha provato a convincere El Tayeb e il corpo religioso del mondo islamico a rivedere il Corano in modo storico, perché non si può continuare a giustificare la violenza attraverso i suoi versetti. Ma El Tayeb lo ha bloccato>.
C'è una via d'uscita credibile?
«Per aver un dialogo reciproco, occorre che gli imam che accolgono le parole del Corano in modo fondamentalista rivedano il testo. Soprattutto correggano gli hadiths, cioè quei racconti e insegnamenti del profeta che giustificano la violenza».
Da ciò che mi ha spiegato, capisco perché il discorso che papa Benedetto fece a Ratisbona abbia scosso certe coscienze: Ratzinger osservò che Maometto, dopo avere in gioventù ammesso la facoltà di scelta, una volta raggiunto il potere, impugnò la spada per convertire il prossimo. Aveva ragione.
«La reazione che ci fu per le sue parole, dimostra appunto che l'islam non tollera alcuna analisi critica».
Don Portella, che futuro hanno i cristiani in Iraq?
«Gli Usa ancora possono influire sulla politica del governo centrale iracheno, in modo che i cristiani abbiano gli stessi diritti dei musulmani e dei curdi. Detto questo, anche se gli iracheni cristiani non si fidano del governo americano, hanno in cuor loro una grande speranza: che la decisione del presidente Trump di ritirarsi dall'accordo nucleare sottoscritto da Obama, possa diventare una forma di pressione sul regime iraniano. Pressione anche economica. E che le milizie, alla fine, perdano la loro influenza e la smettano di perseguitare i cristiani».
Arrestato jihadista: «Pronto a morire nel nome dell’Isis»
Tra la notte di martedì e l'alba di ieri sono scattate in mezza Italia varie operazioni antiterrorismo, culminate con l'arresto a Milano, da parte degli uomini del Nocs, del ventiduenne egiziano Issam Shalabi. Il ragazzo, cui sono contestati i reati di associazione con finalità di terrorismo internazionale e istigazione e apologia di delitti di terrorismo, era un «soggetto accreditato presso l'Isis», come ha spiegato il capo della Procura nazionale antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho. Addirittura, Shalabi sarebbe stato «in contatto diretto» con i tagliagole e «autorizzato a disporre di comunicazioni che arrivavano dal comando del sedicente Stato islamico».
Gli investigatori hanno intercettato il giovane radicalizzato mentre, al telefono, senza esitazioni si proclamava «pronto a combattere e a fare la guerra». L'egiziano si vantava di aver ricevuto un approfondito addestramento militare e aveva scaricato dal Web decine di inni jihadisti, sermoni di imam estremisti e altro materiale propagandistico contrassegnato dal logo di Dabiq, la rivista dell'Isis. Shalabi si preoccupava poi di smistare il tutto ad altri proseliti, radunati attraverso applicazioni di messaggistica come Whatsapp e Telegram.
Proprio l'uso di «tecniche informatiche molto particolari», come le ha chiamate De Raho, ha consentito agli inquirenti, allertati da una segnalazione dell'intelligence risalente alla fine del 2017, di monitorare l'attività del sospetto terrorista. Nell'ambito della retata condotta tra Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Abruzzo sono finite sotto indagine anche altre due persone, alle quali il ministero dell'Interno ha già notificato i provvedimenti di espulsione dall'Italia.
L'inchiesta, durata diversi mesi, è stata coordinata dalla Dda dell'Aquila e il fermo è scattato proprio in seguito a un'ordinanza di custodia cautelare spiccata dal Gip del capoluogo abruzzese. Il ventiduenne egiziano, infatti, quando erano partite le indagini era domiciliato in provincia di Teramo, a Colonnella, un paese poco distante dalla riviera adriatica. Lì, Shalabi lavorava per una ditta che si occupava delle pulizie nel Mc Donald's locale. A giugno, il giovane si era trasferito a Cuneo e infine a Milano, dove aveva iniziato a lavorare in nero con un'azienda di bitumazione stradale.
L'arresto dell'aspirante martire della jihad riporta prepotentemente alla ribalta un argomento che da un po' di tempo era stato obliterato dalle cronache giornalistiche. Prese, forse, dall'attualità politica, oppure persuase ormai della sostanziale impermeabilità dell'Italia agli attentati terroristici, grazie all'infaticabile lavoro dei nostri 007 (che non ci stancheremo mai di ringraziare). L'episodio, però, conferma non solo l'attualità del pericolo rappresentato dai fondamentalisti islamici, ma anche l'importanza di mantenere una linea «rigorista» sull'immigrazione: Shalabi, infatti, nel Teramano aveva vissuto da clandestino. Altro che «scheletrini» e «disperati»: il rischio che tra i veri profughi in fuga dalla guerra e tra i migranti economici si annidino pedine dell'Isis esiste eccome. E non può essere sottovalutato. Non bisogna abbassare la guardia solo perché i media a un certo punto non ne parlano più, svegliandosi dal torpore soltanto quando l'ennesimo «lupo solitario» falcia i passanti con un van nel centro di qualche metropoli occidentale.
A proposito di lupo solitario: è così che si definiva lo stesso Shalabi. Ed è così che la maggior parte dei giornaloni ce lo ha presentato. Eppure, dalle affermazioni del numero uno della Procura antiterrorismo emerge un quadro di legami pervasivi e articolati tra l'aspirante combattente estremista e lo Stato islamico. Più che una scheggia impazzita, l'egiziano sembra essere stato una testa di ponte, un punto di riferimento «di grandissimo spessore», per citare De Raho, per Daesh. Una recluta investita del compito di radicalizzare altri potenziali martiri, esortandoli a mettere anche la loro vita al servizio della causa fondamentalista.
La retorica del lupo solitario è molto utile a convincerci che non esista un'emergenza strutturale, che da noi non ci siano cellule organizzate e che la propaganda dell'Isis colpisca in modo un po' casuale tra gli individui influenzabili. Ben più inquietante, ma forse più verosimile, è lo scenario di un Occidente oramai pieno di metastasi, di piccole strutture flessibili e autonome, ma non per questo autocefale e sganciate dalle direttive provenienti dall'interno del Califfato. Prospettiva tanto più spaventosa, se si riflette sull'età di Shalabi e degli altri due estremisti colpiti da decreto di espulsione: tutti ragazzi di poco più che 20 anni, totalmente accecati dal fanatismo religioso. È un segnale chiaro, che abbiamo ricevuto pure dalla Francia, dal Belgio e dagli altri Paesi funestati da vili attentati: sono proprio i più giovani quelli che ci odiano. Nel caso del miliziano «abruzzese», un ragazzo arrivato in Italia da poco. Nelle banlieu parigine o nelle periferie islamizzate di Bruxelles, addirittura immigrati di seconda generazione, istigati dai fenomeni di ghettizzazione provocati da decenni di politiche delle porte spalcante, oltre che disgustati da quelli che considerano i disvalori occidentali.
O capiamo, o rischiamo di fare una brutta fine. Perché il nemico non ce l'abbiamo più alle porte. Ce l'abbiamo dentro casa.
Volontaria italiana rapita in Kenya
Cercava la «donna bianca» il gruppo di uomini armati di fucili Ak 47 che nella serata di martedì ha fatto irruzione nel villaggio di Chakama, a circa 60 chilometri a ovest di Malindi. Con il passare delle ore, assume i contorni di un'azione mirata il rapimento della ventitreenne milanese, Silvia Costanza Romano, avvenuto nelle contea di Kilifi, non lontano dalla costa sud orientale del Kenya.
A confermarlo sono diversi testimoni che erano presenti nel piccolo centro abitato al momento dell'azione, in cui sono rimaste ferite cinque persone, tra cui due bambini.
Ronald Kazungu Ngala, uno dei ragazzi la cui istruzione è sostenuta dalla Onlus per cui lavora la ragazza italiana, racconta che gli uomini che l'hanno rapita cercavano proprio lei e l'hanno schiaffeggiata e legata, prima di portarla via. La banda avrebbe prima fatto irruzione nell'ufficio della organizzazione con fucili e machete, intimando che fosse detto loro dov'era la donna bianca, poi si sarebbero diretti in una stanza adiacente dove l'hanno trovata. I rapitori si sono poi dileguati insieme l'ostaggio attraverso il fiume Galana.
Silvia Romano lavorava come volontaria per l'organizzazione Africa Milele Onlus, con sede a Fano, nelle Marche, che si occupa di progetti di sostegno all'infanzia. La giovane italiana era tornata in Kenya agli inizi di novembre, dopo averci già lavorato per alcuni mesi, per partecipare a un progetto di cooperazione internazionale. Uno dei suoi ultimi post su Facebook la ritrae sorridente, alle spalle di una capanna di legno in un villaggio, mentre veste degli abiti tipici africani.
La Farnesina ha confermato il rapimento ma intende mantenere il più stretto riserbo sulla vicenda «nell'esclusivo interesse della connazionale». Intanto, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine. Nel procedimento si ipotizza il reato di sequestro di persona per finalità di terrorismo. Il vice ministro degli Esteri Emanuela Del Re ha parlato di «vicenda gravissima». «Ci stiamo lavorando, fatemi dire il meno possibile», ha detto il ministro dell'Interno Matteo Salvini al termine di un'audizione al Copasir.
In base a quanto si apprende i carabinieri del Ros sono già in contatto con le autorità keniote. Dal canto suo, la polizia locale del Paese africano sembra avere pochi dubbi sulla nazionalità dei rapitori. «Sono di origine somala», ha dichiarato il comandante, Fredrick Ochieng, aggiungendo che non possibile «puntare il dito con certezza in direzione di un gruppo specifico», anche se la pista islamica sembra la più accreditata.
La ragazza conosceva bene le condizioni di quella parte del Kenya, tuttavia Davide Ciarrapica, fondatore della Onlus Orphan's dream, ha riferito all'Ansa che circa un mese fa le aveva sconsigliato di andare nel villaggio di Chakama perché non è un posto sicuro. Va inoltre considerato che il Kenya è uno dei Paesi africani più interessati del terrorismo di matrice islamica. Sentito dalla Verità, Marco Cochi, ricercatore del Cemis e autore del libro sul jihadismo africano Tutto cominciò a Nairobi, ricorda che dal 2017 il gruppo terroristico somalo Al Shabaab ha intensificato le operazioni nel vicino Kenya. «Una serie di sanguinosi attacchi hanno costretto il governo kenyota a raddoppiare gli sforzi per contrastare la nuova offensiva estremista».
Cochi spiega che nella parte costiera del Paese è attiva la cellula Jaysh Ayman, che prende il nome dal fondatore Maalim Ayman. Il gruppo è attivo dal 2009 e al suo interno hanno militato anche diversi foreign fighter.
«La fazione Jaysh Ayman ha avuto un ruolo significativo sia nell'attacco del 2014 ad un bar di Mpeketoni, in cui morirono oltre 40 persone», aggiunge Cochi, «sia nella strage compiuta il 2 aprile 2015 all'Università di Garissa, dove furono uccise 148 persone, quasi tutti studenti».
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Parla il sacerdote americano che ha appena pubblicato un saggio sulla bufala della «religione di pace». «La violenza è nelle pagine del Corano. Non c'è un interlocutore unico, questo favorisce gli estremismi». Issam Shalabi, ventiduenne egiziano, voleva colpire in Italia Non se ne parla quasi più, ma l'incubo terrorismo non è finito. La cooperante Silvia Costanza Romano, 23 anni, prelevata da uomini armati. I testimoni: «Cercavano la donna bianca». Sospetti sui miliziani di Al Shabaab. Lo speciale contiene tre articoli. Oriana Fallaci, che con l'islam aveva un conto in sospeso, da quando si strappò lo chador, per sfida, al cospetto di un irritante ayatollah Khomeini, diceva che non c'è un islam buono e uno cattivo: c'è l'islam e basta. Di recente lo ha ammesso anche il presidente turco Erdogan: non esiste un islam moderato. La Fallaci aveva chiuso il discorso alla sua maniera: «Con i fondamentalisti non è possibile trattare, ragionarci è impensabile, considerarli con indulgenza è un suicidio. Ergo: con loro siamo in guerra». Terrorismo a parte, che è la punta dell'iceberg, chi fa le spese dell'islam sono i cristiani in tutto il mondo. Pensate alla storia di Asia Bibi, condannata a morte perché cristiana; è stata assolta dalla Corte suprema del Pakistan, eppure la piazza islamica la vuole morta. Ho incontrato un prete cattolico, un americano newyorkese di 50 anni, che vive a Firenze dove è cancelliere della Curia arcivescovile e cappellano della cattedrale di Santa Maria del Fiore. Mario Alexis Portella è appena tornato dall'Iraq, dove è andato a parlare del suo libro (pubblicato in lingua inglese per una casa editrice americana) che s'intitola Islam, religione di pace? La violazione dei diritti umani e la copertura occidentale, nel quale sostiene che scambiare l'islam per una religione dalla doppia faccia è sbagliato: è una religione che ha come presupposto fondamentale lo sterminio degli infedeli. Non sono ammesse interpretazioni. Che tipo di dialogo si può costruire con chi vuol vedere morta una donna, Asia Bibi, il cui crimine è aver offerto un bicchiere d'acqua ad altre donne musulmane? «Non è un dialogo con una religione ma con coloro che parlano per una religione. Da quando Ataturk ha eliminato il Califfato, nel 1924, molti islamisti hanno colto l'opportunità di quel vuoto politico per rappresentare a modo loro il vero Islam. Parlo di capi di Stato e soprattutto degli imam. Siccome non c'è una autorità centrale che rappresenti tutto l'islam, è un po' difficile individuare un interlocutore». L'islam non è una religione di pace, come sostengono tanti capi musulmani. Come può esserlo chi ordina feroci «guerre sante» di conquista, e atti di terrorismo spacciati come «meritorio martirio»? Eppure ci sono «coperture occidentali», di cui lei scrive nel suo libro. Perché? «Le coperture ci sono per motivi economici: perché i cosiddetti petroldollari vengono prima di tutto; perché va salvaguardato l'approvvigionamento delle risorse naturali come il gas. In Occidente ragionano in termini di realpolitik, si limitano a un rapporto fra Stati, perciò sacrificano con troppa leggerezza i diritti umani. Per esempio: Donald Trump critica la religione islamica che ha generato il terrorismo, ma nel frattempo vende le armi all'Arabia saudita e alla Nigeria, cioè a due i Paesi che violano sistematicamente i diritti umani, non solo contro i cristiani ma contro il loro stesso popolo». Don Portella, lei è americano ed è stato in Iraq, ha visto quanto i cristiani vengono perseguitati, ha visto chiese rase al suolo: che cosa si aspettano quei cristiani da noi occidentali? «Da parte loro c'è una grande delusione, perché dal 2003, dalla caduta di Saddam e l'invasione statunitense, l'Occidente li ha lasciati in uno stato di anarchia politica. In diversi villaggi e città dove ancora abitano i cristiani, le milizie sciite e curde in gran parte sostenute dall'Iran, ufficialmente pensano alla sicurezza ma nella pratica non svolgono questo ruolo. Quindi i cristiani in Iraq hanno paura, perché sono molestati dai musulmani, che ora occupano i posti lasciati dai cristiani dopo l'Isis. Infatti i sacerdoti cattolici non possono dedicarsi al loro apostolato pastorale, perché sono impegnati in una continua lotta contro i governi locali e centrali». Abbiamo detto che l'islam è una religione in guerra santa contro gli infedeli. Noi tutti siamo gli infedeli e siamo in pericolo. Eppure molti apologisti continuano a giustificare l'islam e a raccontare falsità storiche. «Sono i testi islamici originali a dire la verità, quei testi che invece, esperti e attivisti, ignorano, accreditando la tesi che la religione sia interpretata male da chi predica terrorismo e l'islamizzazione del mondo. Non è così». Mi faccia un esempio, don Portella. «Basta leggere il comandamento di Allah nel quinto versetto della nona sura (l'ultimo capitolo fondamentale del Corano) che indica il comportamento da tenere con cristiani, ebrei ed altri non musulmani: “Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete gli idolatri dovunque li incontriate! Catturateli, assediateli e tendete loro ogni sorta d'insidie"». Lei dice che è stata la debolezza dell'Occidente ad aver praticamente declassato i diritti di libertà, di parola e di religione, classificando come islamofobo chiunque metta in discussione le intenzioni degli islamisti. «Qui bisogna distinguere. Musulmano è colui che si sottomette alla religione del profeta Maometto; islamista è invece un intellettuale, come l'imam, che sostiene di parlare per conto dell'islam. Ebbene, gli islamisti si sono infiltrati nei posti di governo e nelle lobby, come all'Onu, e da quella posizione strategica hanno potuto convincere i capi di Stato tramite la soft law, a criminalizzare qualsiasi critica contro l'Islam. E così possono diffondersi ancora di più». Papa Francesco viene accusato dai suoi detrattori, di tradire la Chiesa con l'islam. Lei che ne pensa? «Il Papa ha fatto bene a portare il Vangelo di Gesù Cristo al mondo islamico, come del resto hanno fatto i suoi predecessori Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Ma il cristianesimo è basato sulla pace e l'amore di Dio, mentre l'islam giustifica gli omicidi e la guerra nei suoi testi sacri: è difficile individuare un percorso costruttivo da parte dei musulmani. È un problema più politico che religioso». Francesco, tuttavia, invoca il dialogo attraverso una conoscenza reciproca fra musulmani e cristiani: come si può dialogare con chi non parla lo stesso linguaggio di pace? «Il problema sono i suoi interlocutori. Quando il Santo padre incontra certi personaggi, come l'imam Ahmed El Tayeb, rettore emerito dell'Università Al Azar, che è l'università più prestigiosa del mondo sunnita, non può fidarsi di quello che gli dice: con lui l'imam parla di pace, ma quando torna in Egitto racconta un'altra cosa. Al Sisi stesso ha provato a convincere El Tayeb e il corpo religioso del mondo islamico a rivedere il Corano in modo storico, perché non si può continuare a giustificare la violenza attraverso i suoi versetti. Ma El Tayeb lo ha bloccato>. C'è una via d'uscita credibile? «Per aver un dialogo reciproco, occorre che gli imam che accolgono le parole del Corano in modo fondamentalista rivedano il testo. Soprattutto correggano gli hadiths, cioè quei racconti e insegnamenti del profeta che giustificano la violenza». Da ciò che mi ha spiegato, capisco perché il discorso che papa Benedetto fece a Ratisbona abbia scosso certe coscienze: Ratzinger osservò che Maometto, dopo avere in gioventù ammesso la facoltà di scelta, una volta raggiunto il potere, impugnò la spada per convertire il prossimo. Aveva ragione. «La reazione che ci fu per le sue parole, dimostra appunto che l'islam non tollera alcuna analisi critica». Don Portella, che futuro hanno i cristiani in Iraq? «Gli Usa ancora possono influire sulla politica del governo centrale iracheno, in modo che i cristiani abbiano gli stessi diritti dei musulmani e dei curdi. Detto questo, anche se gli iracheni cristiani non si fidano del governo americano, hanno in cuor loro una grande speranza: che la decisione del presidente Trump di ritirarsi dall'accordo nucleare sottoscritto da Obama, possa diventare una forma di pressione sul regime iraniano. Pressione anche economica. 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Il ragazzo, cui sono contestati i reati di associazione con finalità di terrorismo internazionale e istigazione e apologia di delitti di terrorismo, era un «soggetto accreditato presso l'Isis», come ha spiegato il capo della Procura nazionale antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho. Addirittura, Shalabi sarebbe stato «in contatto diretto» con i tagliagole e «autorizzato a disporre di comunicazioni che arrivavano dal comando del sedicente Stato islamico». Gli investigatori hanno intercettato il giovane radicalizzato mentre, al telefono, senza esitazioni si proclamava «pronto a combattere e a fare la guerra». L'egiziano si vantava di aver ricevuto un approfondito addestramento militare e aveva scaricato dal Web decine di inni jihadisti, sermoni di imam estremisti e altro materiale propagandistico contrassegnato dal logo di Dabiq, la rivista dell'Isis. Shalabi si preoccupava poi di smistare il tutto ad altri proseliti, radunati attraverso applicazioni di messaggistica come Whatsapp e Telegram. Proprio l'uso di «tecniche informatiche molto particolari», come le ha chiamate De Raho, ha consentito agli inquirenti, allertati da una segnalazione dell'intelligence risalente alla fine del 2017, di monitorare l'attività del sospetto terrorista. Nell'ambito della retata condotta tra Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Abruzzo sono finite sotto indagine anche altre due persone, alle quali il ministero dell'Interno ha già notificato i provvedimenti di espulsione dall'Italia. L'inchiesta, durata diversi mesi, è stata coordinata dalla Dda dell'Aquila e il fermo è scattato proprio in seguito a un'ordinanza di custodia cautelare spiccata dal Gip del capoluogo abruzzese. Il ventiduenne egiziano, infatti, quando erano partite le indagini era domiciliato in provincia di Teramo, a Colonnella, un paese poco distante dalla riviera adriatica. Lì, Shalabi lavorava per una ditta che si occupava delle pulizie nel Mc Donald's locale. A giugno, il giovane si era trasferito a Cuneo e infine a Milano, dove aveva iniziato a lavorare in nero con un'azienda di bitumazione stradale. L'arresto dell'aspirante martire della jihad riporta prepotentemente alla ribalta un argomento che da un po' di tempo era stato obliterato dalle cronache giornalistiche. Prese, forse, dall'attualità politica, oppure persuase ormai della sostanziale impermeabilità dell'Italia agli attentati terroristici, grazie all'infaticabile lavoro dei nostri 007 (che non ci stancheremo mai di ringraziare). L'episodio, però, conferma non solo l'attualità del pericolo rappresentato dai fondamentalisti islamici, ma anche l'importanza di mantenere una linea «rigorista» sull'immigrazione: Shalabi, infatti, nel Teramano aveva vissuto da clandestino. Altro che «scheletrini» e «disperati»: il rischio che tra i veri profughi in fuga dalla guerra e tra i migranti economici si annidino pedine dell'Isis esiste eccome. E non può essere sottovalutato. Non bisogna abbassare la guardia solo perché i media a un certo punto non ne parlano più, svegliandosi dal torpore soltanto quando l'ennesimo «lupo solitario» falcia i passanti con un van nel centro di qualche metropoli occidentale. A proposito di lupo solitario: è così che si definiva lo stesso Shalabi. Ed è così che la maggior parte dei giornaloni ce lo ha presentato. Eppure, dalle affermazioni del numero uno della Procura antiterrorismo emerge un quadro di legami pervasivi e articolati tra l'aspirante combattente estremista e lo Stato islamico. Più che una scheggia impazzita, l'egiziano sembra essere stato una testa di ponte, un punto di riferimento «di grandissimo spessore», per citare De Raho, per Daesh. Una recluta investita del compito di radicalizzare altri potenziali martiri, esortandoli a mettere anche la loro vita al servizio della causa fondamentalista. La retorica del lupo solitario è molto utile a convincerci che non esista un'emergenza strutturale, che da noi non ci siano cellule organizzate e che la propaganda dell'Isis colpisca in modo un po' casuale tra gli individui influenzabili. Ben più inquietante, ma forse più verosimile, è lo scenario di un Occidente oramai pieno di metastasi, di piccole strutture flessibili e autonome, ma non per questo autocefale e sganciate dalle direttive provenienti dall'interno del Califfato. Prospettiva tanto più spaventosa, se si riflette sull'età di Shalabi e degli altri due estremisti colpiti da decreto di espulsione: tutti ragazzi di poco più che 20 anni, totalmente accecati dal fanatismo religioso. È un segnale chiaro, che abbiamo ricevuto pure dalla Francia, dal Belgio e dagli altri Paesi funestati da vili attentati: sono proprio i più giovani quelli che ci odiano. Nel caso del miliziano «abruzzese», un ragazzo arrivato in Italia da poco. Nelle banlieu parigine o nelle periferie islamizzate di Bruxelles, addirittura immigrati di seconda generazione, istigati dai fenomeni di ghettizzazione provocati da decenni di politiche delle porte spalcante, oltre che disgustati da quelli che considerano i disvalori occidentali. O capiamo, o rischiamo di fare una brutta fine. Perché il nemico non ce l'abbiamo più alle porte. Ce l'abbiamo dentro casa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ho-visto-i-massacri-in-iraq-e-dico-dialogare-con-lislam-e-impossibile-2621111918.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="volontaria-italiana-rapita-in-kenya" data-post-id="2621111918" data-published-at="1775460344" data-use-pagination="False"> Volontaria italiana rapita in Kenya Cercava la «donna bianca» il gruppo di uomini armati di fucili Ak 47 che nella serata di martedì ha fatto irruzione nel villaggio di Chakama, a circa 60 chilometri a ovest di Malindi. Con il passare delle ore, assume i contorni di un'azione mirata il rapimento della ventitreenne milanese, Silvia Costanza Romano, avvenuto nelle contea di Kilifi, non lontano dalla costa sud orientale del Kenya. A confermarlo sono diversi testimoni che erano presenti nel piccolo centro abitato al momento dell'azione, in cui sono rimaste ferite cinque persone, tra cui due bambini. Ronald Kazungu Ngala, uno dei ragazzi la cui istruzione è sostenuta dalla Onlus per cui lavora la ragazza italiana, racconta che gli uomini che l'hanno rapita cercavano proprio lei e l'hanno schiaffeggiata e legata, prima di portarla via. La banda avrebbe prima fatto irruzione nell'ufficio della organizzazione con fucili e machete, intimando che fosse detto loro dov'era la donna bianca, poi si sarebbero diretti in una stanza adiacente dove l'hanno trovata. I rapitori si sono poi dileguati insieme l'ostaggio attraverso il fiume Galana. Silvia Romano lavorava come volontaria per l'organizzazione Africa Milele Onlus, con sede a Fano, nelle Marche, che si occupa di progetti di sostegno all'infanzia. La giovane italiana era tornata in Kenya agli inizi di novembre, dopo averci già lavorato per alcuni mesi, per partecipare a un progetto di cooperazione internazionale. Uno dei suoi ultimi post su Facebook la ritrae sorridente, alle spalle di una capanna di legno in un villaggio, mentre veste degli abiti tipici africani. La Farnesina ha confermato il rapimento ma intende mantenere il più stretto riserbo sulla vicenda «nell'esclusivo interesse della connazionale». Intanto, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine. Nel procedimento si ipotizza il reato di sequestro di persona per finalità di terrorismo. Il vice ministro degli Esteri Emanuela Del Re ha parlato di «vicenda gravissima». «Ci stiamo lavorando, fatemi dire il meno possibile», ha detto il ministro dell'Interno Matteo Salvini al termine di un'audizione al Copasir. In base a quanto si apprende i carabinieri del Ros sono già in contatto con le autorità keniote. Dal canto suo, la polizia locale del Paese africano sembra avere pochi dubbi sulla nazionalità dei rapitori. «Sono di origine somala», ha dichiarato il comandante, Fredrick Ochieng, aggiungendo che non possibile «puntare il dito con certezza in direzione di un gruppo specifico», anche se la pista islamica sembra la più accreditata. La ragazza conosceva bene le condizioni di quella parte del Kenya, tuttavia Davide Ciarrapica, fondatore della Onlus Orphan's dream, ha riferito all'Ansa che circa un mese fa le aveva sconsigliato di andare nel villaggio di Chakama perché non è un posto sicuro. Va inoltre considerato che il Kenya è uno dei Paesi africani più interessati del terrorismo di matrice islamica. Sentito dalla Verità, Marco Cochi, ricercatore del Cemis e autore del libro sul jihadismo africano Tutto cominciò a Nairobi, ricorda che dal 2017 il gruppo terroristico somalo Al Shabaab ha intensificato le operazioni nel vicino Kenya. «Una serie di sanguinosi attacchi hanno costretto il governo kenyota a raddoppiare gli sforzi per contrastare la nuova offensiva estremista». Cochi spiega che nella parte costiera del Paese è attiva la cellula Jaysh Ayman, che prende il nome dal fondatore Maalim Ayman. Il gruppo è attivo dal 2009 e al suo interno hanno militato anche diversi foreign fighter. «La fazione Jaysh Ayman ha avuto un ruolo significativo sia nell'attacco del 2014 ad un bar di Mpeketoni, in cui morirono oltre 40 persone», aggiunge Cochi, «sia nella strage compiuta il 2 aprile 2015 all'Università di Garissa, dove furono uccise 148 persone, quasi tutti studenti».
Il premier ungherese Viktor Orbán (Ansa)
Il 12 aprile sfida decisiva tra Orbán e Magyar: in gioco i rapporti con Ue, Russia e Ucraina. Dalla visita di JD Vance a sostegno del premier al caso delle telefonate Szijjártó-Lavrov, tra accuse di interferenze straniere, scandali e sondaggi opposti, il voto ungherese diventa un test per gli equilibri europei e per i finanziamenti a Kiev.
Il 12 aprile si sancirà il futuro dell’Ungheria. Questa domenica, infatti, i cittadini ungheresi saranno chiamati a rinnovare il Parlamento e il governo del proprio Paese nelle elezioni parlamentari. Di più, perché i due principali schieramenti che si affronteranno, ovvero Fidesz, guidato dell’attuale premier Viktor Orbán, e Tisza, dello sfidante Péter Magyar, sono latori di interessi sostanzialmente antitetici.
Relazioni con le istituzioni europee, supporto all’Ucraina, rapporti con la Russia, economia e immigrazione. I due candidati, appartenenti entrambi al campo politico sommariamente definibile come «destra», non potevano tuttavia essere più diversi. Da una parte Orbán, grande nemico di Bruxelles e degli euroburocrati, contrario ai finanziamenti multimiliardari all’Ucraina, alle sanzioni autolesionistiche alla Russia e fautore di una politica di tolleranza zero nei confronti dell’immigrazione clandestina. Dall’altra Magyar, europarlamentare che potremmo definire vera e propria incarnazione dell’ortodossia «bruxelliana».
L’importanza del voto di domenica è testimoniata anche dalla visita del Vicepresidente americano JD Vance, che il 7 e l’8 aprile sarà a Budapest; una missione pensata appositamente per dare all’alleato Orbán la giusta spinta elettorale in vista del voto di fine settimana.
Quella che si avvia alla sua conclusione è stata, senza esagerazioni, una campagna elettorale brutale, con reciproche accuse di interferenze da parte di servizi d’intelligence stranieri. L’ultimo esempio, in ordine cronologico, è quello che vede protagonista il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó. Un consorzio di testate giornalistiche investigative dell'Europa orientale (The Insider, VSquare e Delfi) ha pubblicato nelle scorse settimane registrazioni e trascrizioni di telefonate in cui il capo della diplomazia di Budapest avrebbe fornito a Mosca un accesso privilegiato a «informazioni strategiche riservate». In una delle conversazioni diffuse, Szijjártó si rivolge al suo omologo russo Sergej Lavrov con toni amichevoli, promettendo di adoperarsi, insieme al governo slovacco, per ottenere la rimozione di una parente di un oligarca russo dalla lista delle sanzioni europee. Dall’Europa si sono subito alzate le voci che hanno urlato al tradimento, non è chiaro di cosa, non essendo l’Ungheria in guerra con la Russia.
Ma come sono state ottenute tali informazioni? In un video pubblicato sui propri canali social, Szijjártó ha descritto l'episodio come «l'intervento di intelligence straniera più grave, serio e vergognoso della storia» del Paese, sostenendo che i servizi segreti di altri stati avrebbero intercettato sistematicamente le sue comunicazioni telefoniche e reso pubbliche le registrazioni a una settimana e mezza dal voto nell'interesse dell'Ucraina. Ciò sembrerebbe essere confermato da una conversazione telefonica trapelata sui media ungheresi tra il giornalista investigativo Szabolcs Panyi e una donna, in cui il primo ammette di aver dato «due numeri», quello di Szijjártó e della donna, a un «servizio statale di un paese dell’Unione Europea», conscio del fatto che quel servizio potesse monitorare «chi chiama chi e quando».
Un altro polverone si era sollevato a metà febbraio, quando Magyar era finito al centro di uno scandalo per la sua partecipazione ad un festino a base di «sesso e droga» dopo una festa di partito, risalente all'agosto del 2024. Il leader di Tisza ha confermato di aver avuto una relazione consensuale con la sua ex fidanzata, negando tuttavia con fermezza di aver fatto uso di droghe, pur riconoscendo che nella stanza erano presenti sostanze stupefacenti. Magyar ha definito l'accaduto una classica «operazione di compromissione in stile russo», sostenendo di essere stato deliberatamente attirato in una trappola.
Per non farci mancare niente, il candidato dell’opposizione ha dichiarato che ufficiali dell'intelligence militare russa sarebbero giunti a Budapest sotto copertura diplomatica, con il preciso mandato di influenzare il voto a favore di Orbán, senza tuttavia fornire alcuna prova. Orbán ha risposto con un contrattacco altrettanto aggressivo. In un videomessaggio diffuso a fine marzo, il premier ha dichiarato di non aver mai assistito a un'elezione in cui «i servizi segreti stranieri avessero interferito» con tale intensità, accusando Tisza di essere un «girevole» per le spie ucraine e facendo riferimento a un rapporto di intelligence declassificato secondo cui alcuni tecnici informatici legati al partito di Magyar avrebbero contatti con la cosiddetta «IT Army of Ukraine» e con l'ambasciata di Kiev a Budapest.
A rendere il quadro ancora più opaco contribuisce la situazione dei sondaggi, che in questa tornata elettorale si rivelano di fatto inaffidabili, o quanto meno fortemente condizionati dall'orientamento politico degli istituti che li realizzano. Quelli vicini all'opposizione, come Medián o Závecz Research, attribuiscono a Tisza un netto vantaggio, che oscilla tra i dieci e i quindici punti. Gli istituti legati al governo, invece, come il Nézőpont Institute, dipingono uno scenario opposto, con Fidesz stabilmente avanti.
Le elezioni ungheresi faranno sentire i loro effetti in tutta Europa. In caso di riconferma del partito di Orbán (sarebbe il quinto di fila), il maxi-prestito da 90 miliardi in favore di Kiev continuerebbe ad essere bloccato, come allo stato attuale delle cose; se a trionfare dovesse essere invece Magyar, l’ennesimo salasso di soldi pubblici europei verrà quasi certamente elargito in favore dell’Ucraina. agli ungheresi l’ultima parola.
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Donald Trump (Ansa)
Donald Trump rilancia la pressione su Teheran minacciando nuove azioni in caso di mancato accordo e lasciando aperta l’ipotesi di una breve proroga dell’ultimatum legato allo Stretto di Hormuz. L’Iran replica duramente, accusando Washington di «crimini di guerra» e respingendo ogni ultimatum. Sullo sfondo, l’Opec+ aumenta le quote di produzione di petrolio di 206.000 barili al giorno.
Lo Stretto di Hormuz resta il punto più sensibile del conflitto tra Stati Uniti e Iran, mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, ritorsioni e messaggi incrociati che mantengono alta la tensione nel Golfo Persico e oltre. La giornata di domenica si è aperta con la conferma del recupero del secondo pilota americano disperso dopo l’abbattimento dell’F-15E avvenuto nei giorni scorsi in territorio iraniano. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi con il supporto di un dispositivo aereo, si è conclusa con il rientro del militare e senza ulteriori perdite tra i commando, secondo quanto riferito da fonti americane.
Il presidente Donald Trump ha rivendicato il successo dell’intervento, parlando di un’azione seguita direttamente dalla Situation Room e definendola «tra le più audaci». La missione ha però lasciato dietro di sé un ulteriore elemento di frizione: Teheran sostiene infatti che durante le operazioni di ricerca sarebbero stati abbattuti mezzi militari statunitensi, mentre Washington non ha confermato questa ricostruzione.
Sul piano politico e diplomatico, la linea dello scontro resta netta. Trump ha rilanciato la pressione su Teheran, lasciando intendere che la scadenza dell’ultimatum per una soluzione negoziata o per la riapertura dello Stretto potrebbe essere oggetto di una breve proroga, come suggerito da un messaggio pubblicato su Truth con riferimento a martedì sera. In parallelo, la Repubblica islamica ha risposto con toni durissimi. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto su X che «non otterrete nulla commettendo crimini di guerra», accusando gli Stati Uniti di trascinare la regione verso un’escalation più ampia e indicando come unica via possibile il rispetto dei diritti iraniani e la fine della pressione militare ed economica.
Il nodo strategico resta Hormuz. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che lo stretto «non tornerà mai più al suo stato precedente», lasciando intendere un cambiamento strutturale nella gestione di una delle principali rotte mondiali del petrolio. La dichiarazione si inserisce in un quadro già segnato da transiti irregolari e interruzioni parziali del traffico navale, con ripercussioni immediate sul mercato energetico globale.
Sul fronte economico, l’Opec+ ha deciso un aumento teorico della produzione di 206.000 barili al giorno a partire da maggio. La misura, confermata da diverse fonti dell’organizzazione, arriva in un contesto in cui la capacità reale di incremento appare limitata dalle tensioni militari e dalle difficoltà operative in diversi Paesi produttori. L’Opec+ ha inoltre espresso preoccupazione per gli attacchi alle infrastrutture energetiche e per l’instabilità delle rotte marittime, sottolineando come tali fattori stiano contribuendo a una maggiore volatilità dei mercati.
La dinamica militare resta diffusa su più fronti. In Israele, un missile iraniano ha colpito un edificio a Haifa causando feriti e gravi danni strutturali. In Libano, nuovi raid israeliani nei pressi di Beirut hanno provocato vittime e feriti, mentre l’Unifil ha avvertito del rischio di ulteriori rappresaglie lungo la linea di contatto tra Hezbollah e Israele. Nel Golfo, i pasdaran hanno rivendicato anche un attacco contro una nave legata a Israele nei pressi degli Emirati Arabi Uniti, episodio non ancora confermato dalle autorità locali.
In questo quadro, anche le grandi potenze cercano di mantenere aperti canali diplomatici. La Russia, attraverso il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha invitato Washington ad «abbandonare il linguaggio degli ultimatum» per favorire un ritorno ai negoziati, mentre ha ribadito la richiesta di cessare gli attacchi contro infrastrutture civili, inclusa la centrale di Bushehr dove operano tecnici russi. La giornata si chiude quindi con un equilibrio ancora instabile: da un lato la pressione militare e le operazioni mirate sul terreno, dall’altro tentativi di gestione diplomatica e contenimento degli effetti economici del conflitto. Ma lo Stretto di Hormuz, più di ogni altro elemento, continua a rappresentare la variabile che può spostare rapidamente lo scenario da una crisi regionale a un confronto più ampio.
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Un aereo, la guerra, un tesoro e un uomo misterioso. Un giallo che oggi potrebbe vivere in un film. Una storia due minuti più lunga del solito ma che vale la pena conoscere.
Ansa
Il presidente Domenico Centrone ha detto che «alcune norme sono direttamente connesse con quelle appena sottoposte alla volontà popolare». Fa riferimento al divieto di trasferimento da una funzione all'altra, dalla giudicante alla inquirente, che per la magistratura ordinaria è stato appena bocciato e che invece è qui disposta per la contabile. Al centro delle loro preoccupazioni c'è soprattutto il meccanismo del silenzio-consenso che secondo loro mina l'efficienza dei controlli sulla spesa pubblica. Infine non piace che si dia potere al procuratore generale.L'Anm dei magistrati contabili lancia un appello a governo e parlamento per cambiare o abolire la riforma provando a sfruttare il gancio del referendum. Chiedono si rinunci alla riforma che porta il nome del ministro Tommaso Foti, FdI (era capogruppo alla Camera). Non era una riforma di rango costituzionale, per questo bastava una maggioranza semplice per approvarla e da gennaio è legge. «La recente legge di riforma della Corte dei Conti contiene disposizioni di delega al Governo che mirano a introdurre misure simili a quelle non approvate dal Referendum costituzionale». Le toghe contabili percepiscono la riforma Foti come una diminutio del loro lavoro. Le pubbliche amministrazioni potranno rivolgersi alla Corte dei Conti per un parere sulle procedure da loro avviate e se non dovesse arrivare una risposta entro un determinato periodo di tempo, si darà per buona la procedura. La pubblica amministrazione potrà procedere senza paura di dover rispondere di danni erariali. Alla Corte dei Conti spaventa la mole di lavoro che dovranno sbrigare in poco tempo. Costretti a lavorare di più e velocemente per permettere allo stato di lavorare per il Paese. Proprio come chiede l'Unione europea.
Con la riforma cambiano i limiti al quantum del danno che può essere posto a carico del singolo. Salvo i casi di dolo o illecito arricchimento, la Corte dei conti deve: ridurre l’addebito, ponendo a carico del responsabile non più del 30% del danno accertato; verificare che la condanna non superi il doppio della retribuzione lorda annua (nell’anno di inizio della condotta, o in quello precedente/successivo) oppure il doppio del corrispettivo o dell’indennità percepiti per la funzione che ha generato il danno.
Poi si inseriscono regole più precise sulla prescrizione. Per la responsabilità per colpa grave, il termine decorre dal momento in cui il danno si è verificato (condotta ed evento), non dalla data in cui l’amministrazione o la Procura contabile ne hanno avuto effettiva conoscenza. In caso di occultamento doloso, la prescrizione decorre dal momento della scoperta, ma l’occultamento deve consistere in comportamenti attivi o nella violazione di specifici obblighi di comunicazione.
Il giudice contabile avrà un nuovo potere sanzionatorio: oltre alla condanna al risarcimento, si potrà disporre, nei casi più gravi, la sospensione dalla gestione di risorse pubbliche per un periodo tra sei mesi e tre anni.
La riforma tipizza anche la colpa grave, stabilendo che ricorre quando si verifica: violazione manifesta delle norme di diritto applicabili; travisamento del fatto; affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrovertibilmente esclusa dagli atti; negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrovertibilmente dagli atti. Infine si prevede l'obbligo di copertura assicurativa e presunzione di non responsabilità per gli organi politici. La responsabilità contabile tende così a concentrarsi su dirigenti, funzionari e soggetti che hanno un ruolo operativo, mentre si attenua il coinvolgimento diretto di sindaci, assessori e altri organi di vertice politico. Nei fatti, chi firma tecnicamente l’atto diventa il principale soggetto esposto, specie negli enti locali, nelle società partecipate e nei settori a forte rilevanza finanziaria.
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