
Nel merito della proclamata epidemia di questi mesi sono state spese parole autorevoli ma finora poco o per nulla definitive, sempre ammesso che possa darsi un «definitivo» nelle cose della scienza. In quanto al metodo è stato invece più facile identificarvi l'ultima metamorfosi di una crisi ininterrotta che da almeno 20 anni reclama deroghe ai precedenti etici e giuridici per risolvere emergenze ogni volta inaffrontabili con gli strumenti di prima.
Le misure straordinarie di volta in volta adottate nell'era della crisi perpetua lasciano sempre un sedimento irreversibile nella legge e nella percezione di ciò che è ordinario. E, in questo loro spingere ogni volta più in alto la piattaforma su cui si innestano le eccezioni successive, anche nella loro versione sinora ultima non sfuggono alla regola di ogni ultima versione, di superare le applicazioni pregresse in ogni dimensione possibile.
Instillare la paura del prossimo, rinforzare i dispositivi di sorveglianza e limitare le libertà che attengono alla sfera fisica sono tra i frutti più evidenti - e non certo nuovi - della declinazione emergenziale odierna. Il primo si manifesta in modo direi radicale nel dispositivo del «distanziamento sociale» che fa della negazione della prossimità e del suo comandamento evangelico una norma generale. L'aumento della sorveglianza si traduce in un dispiegamento di forze e tecnologie per la prima volta esteso ai movimenti quotidiani di tutti e ovunque. Entrambi i prodotti convergono strumentalmente sul terzo, più ampio e in fieri, della segregazione dei cittadini nello spazio fisico.
L'accelerazione quasi indisturbata di questi processi sconta il difetto di visione di una modernità tutta proiettata nell'immaterialità dei software, dei numeri e delle astrazioni e non più avvezza a riconoscere che l'umanità è il corpo. Che tra i due sussiste un rapporto di identità ontologica per così dire primario, secondariamente esteso alla realtà tutta nella misura in cui i suoi oggetti ci si manifestano attraverso i sensi. È perciò necessario che i dispositivi di governo dell'essere umano, come singolo o in comunità, tendano in ultima istanza a governarne la corporeità.
L'abitudine dei contemporanei a farsi guidare dagli -ismi, dai sistemi di pensiero, dalle etichette, dagli idoli buoni o cattivi, dai «veri» significati delle parole e della storia, dai modelli scientifici, dall'economia, dal valore di scambio applicato all'uso e alla misura del creato, questa abitudine all'inesistente può spiegare bene l'assenza odierna di resistenze a un potere che va diretto alla radice fisica dei suoi soggetti. Che usa i corpi, li scruta e li denuncia per ghermirli ed estendervi il suo dominio oltrepassando le stazioni intermedie della sussistenza economica, del patrimonio e della qualità della vita, per puntare alla vita tout court.
Mentre i governatori di alcune regioni italiane parlano di interrogare, diagnosticare e scovare «casa per casa» i positivi al virus e auspicano di prelevarli con l'obbligo dalle loro famiglie, è normale l'inquietudine di una popolazione che in questi provvedimenti sbandierati come sanitari ritrova il repertorio proprio della giustizia penale: i sospetti, le indagini, gli interrogatori e l'arresto, fino alla detenzione in carcere o ai domiciliari. Senza però capire quale sia il reato e chi il giudice, né potersi quindi difendere.
Nella «medicina penale» si è tutti colpevoli fino a prova contraria, e anche al di là di ogni di prova contraria. Sul nodo così centrale - ma scientificamente controverso - dei portatori sani si è eretto il postulato di un'umanità naturaliter malata e perciò sempre candidabile al sospetto, alla repressione e alla custodia cautelare. Giacché il pericolo si annida negli uomini in quanto uomini, allora solo un intervento che provenga da processi estranei ai loro corpi condannati lo può disinnescare. La vaccinazione invocata - per quanto ugualmente controversa - diventa nella proiezione simbolica l'unica liberazione possibile, la «soluzione definitiva» (Roberto Speranza), «il sacramento medico corrispondente al battesimo» (Samuel Butler) da somministrare preferibilmente alla nascita per aggiustare la creazione e mondare il vizio originale dell'essere fatti di carne, cioè uomini.
Tra i sottoprodotti più tossici di queste applicazioni normative e coattive del movente sanitario preoccupa l'inversione del ruolo dell'arte medica nella società. Accanto alla concezione storica e naturale di una medicina ricercata dagli uomini per conservarsi e guarire, si fa strada l'idea che i suoi rimedi e le sue nozioni debbano invece essere imposte al popolo recalcitrante. In ciò si sottende una visione dell'essere umano distruttiva e autodistruttiva, innaturale e grottesca se non demenziale, come può esserlo l'idea che una persona con la febbre alta voglia mettersi in costume da bagno per prendere il sole in spiaggia, e la si debba quindi intercettare con i termoscanner. È una visione che gronda disprezzo dell'essere umano, lo squalifica al rango di una bestia incapace di discernere il proprio bene, pericolosa per sé e per gli altri e perciò sempre bisognosa di un padrone severo che la mortifichi fin nelle pulsioni più elementari, dalla socialità agli affetti, dalla mobilità agli svaghi. Se il dèmos non può sopravvivere senza catene, allora qualsiasi ipotesi di democrazia è negata alla radice. E se il rapporto medico-paziente si conflittualizza, la naturale alleanza terapeutica si spezza e la medicina smette di essere una risorsa desiderabile per diventare una minaccia a cui sottrarsi.
Sul piano politico è utile partire dal più ampio concetto di biopotere teorizzato da Michel Foucault, che imprime la sua forza normativa sulle vite dei cittadini facendo leva proprio sui cardini della salute collettiva e dei dispositivi di controllo e confinamento dei corpi. Nei fatti odierni si assiste alla convergenza o quasi-sovrapposizione dei corpi biologici con il corpo sociale affinché la patologizzazione indiscriminata e indefinita dei primi renda normale la prassi di immobilizzare il secondo e di sottoporlo allo scrutinio perpetuo del panopticon.
Il nodo della «positività asintomatica» è ancora una volta il punto scientifico-retorico che sottrae del tutto la norma al controllo e alla verifica dei cittadini. Diversamente dalle altre condizioni escludenti - povertà, devianza, crimine, appartenenza a etnie discriminate ecc. - quella che giustifica oggi la repressione può marchiare i suoi soggetti senza lasciare alcun marchio. Può manifestarsi nella chimica ma non nella clinica, sul display del termociclatore ma non nell'esperienza dei corpi, nel sotto-mondo molecolare ma non in quello dei sensi, nascondersi e andare «in sonno» da una stagione all'altra, come i terroristi. Liberato dai requisiti della percezione sensibile si diffonde più duttile nei grandi dati e nella loro selezione e rappresentazione che, come tutte le sintesi statistiche, non sono né neutre né accessibili al riscontro della massa.
Chiunque può avere commesso il reato virale senza saperlo e soprattutto senza poterlo sapere, se non al costo di avvilupparsi nelle spire di una «giustizia» sanitaria kafkiana che centralizza e centellina gli strumenti diagnostici, li rende inaccessibili ai cittadini privati, li concede o li nega senza razionalità apparente, ne ritarda l'esecuzione, non scioglie i dubbi sulla loro affidabilità, autorizza al commercio test di cui poi non riconosce la validità, crea insomma una cortina fumogena attorno alle prove con cui incarcera gli imputati senza processo, né difesa, né appello. Il reato invisibile sottende la norma invisibile per proteggersi da un nemico invisibile che, se non è materialmente accessibile ai sensi, va allora nel novero delle rappresentazioni spirituali. È un tentatore scaltro che inganna le coscienze e le perverte con la promessa di piaceri effimeri - la «movida», una stretta di mano, un amplesso, una grigliata - e va perciò ricacciato negli inferi con l'arsenale ascetico dell'astinenza, della clausura, della rinuncia agli averi, del rispetto delle liturgie (distanziamento, abluzioni, paramenti igienici), del disciplinamento di sé e degli altri.
Che un sistema del genere crei le condizioni dell'arbitrio non è né un'illazione né una previsione di chi scrive, ma risulta dai fatti.
Tra le maglie larghe delle sue contraddizioni può starci il divieto di correre e di celebrare un funerale ma non quello di assembrarsi per commemorare la Liberazione. Si può vietare la distribuzione del pane azzimo in chiesa ma non di quello arabo al banco del supermercato. Si possono riaprire le discoteche ma non le università, distribuire tamponi ai vip ma non ai medici, puntare il dito contro i contanti (che non contaminano) e mettere in gabbia i bambini (che non si ammalano). Nell'incertezza galoppano le inclinazioni ideologiche e l'agenda cara a chi tiene le briglie, con il vantaggio aggiunto di segregare tutto ciò che vi si oppone.





