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2025-01-28
Hamas apre a negoziati con Donald: «Pronti a lasciare il potere a Gaza»
Un gruppo di miliziani di Hamas (Ansa)
Migliaia di palestinesi in viaggio verso Nord, a piedi. Israele, nonostante gli scettici, ha mantenuto la promessa e ha aperto il corridoio Netzarim per la prima volta dopo 15 mesi di guerra. Le immagini riprese dai droni sono impressionanti e per la prima volta dal 7 ottobre si ha l’idea di una distensione senza precedenti.
L’arrivo di Donald Trump ha cambiato il verso del conflitto in Medio Oriente, che piaccia o meno. E anche se la sua proposta di far evacuare la Striscia, trasferendo i rifugiati in Egitto e Giordania, è stata presa male praticamente da tutti, c’è anche chi, tra gli avversari, ne riconosce la serietà. Moussa Abu Marzouk, un membro dell’ufficio politico di Hamas, ha fatto sapere che i miliziani sono disposti a lasciare il governo di Gaza e a negoziare con gli Stati Uniti una soluzione per il «martoriato territorio palestinese». Marzouk ha poi dichiarato di ritenere Donald Trump «un presidente serio» alla luce dell’accordo di cessate il fuoco con Israele che il suo inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha aiutato a chiudere.
Hamas, ha spiegato Marzouk, è conscia che una nuova autorità che guidi la Striscia di Gaza avrebbe bisogno di appoggio sia regionale sia internazionale e dovrebbe essere sostenuta dal presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen. Il mese scorso Hamas e Al Fatah avevano trovato un’intesa sulla creazione di un comitato di dieci-quindici figure che amministri Gaza con il consenso di entrambe le fazioni. Un piano impossibile da accettare per Israele, che da una parte vuole escludere completamente Hamas dalla Striscia e dall’altra non ritiene gli attuali vertici dell’Anp in grado di svolgere un compito così complesso. Il timore è che presto Gaza diventi di nuovo un covo di terroristi nascosti tra scuole e ospedali. Marzouk, d’altro canto, a sua volta ha spiegato che non intende aprire «al dialogo con Israele» e dopo gli apprezzamenti a Trump ha puntualizzato: «Nessun palestinese o arabo accetterà l’idea di sfollamento di Trump», riferendosi all’idea di evacuare la Striscia, facendo rifugiare la sua popolazione tra Giordania ed Egitto, Entrambi i Paesi si sono opposti con risolutezza.
Ieri, Hamas finalmente ha consegnato a Israele la lista dei 33 ostaggi che ha promesso di liberare: 25 sono vivi e 8 sono morti. Nessun nome, solo numeri, con le famiglie disperate in attesa. Le autorità israeliane hanno fatto sapere alla stampa che le informazioni fornite coincidono con quelle di cui già erano a conoscenza. Hamas ha poi confermato che libererà tre ostaggi entro venerdì prossimo, 31 gennaio. Altri tre saranno rilasciati sabato 1° febbraio. Venerdì dovrebbe esserci anche Arbel Yehud, la ventinovenne rapita a Nir Oz che avrebbe dovuto essere liberata già con il secondo rilascio. L’ufficio del primo ministro, Benjamin Netanyahu, scrive che Israele ha raggiunto l’accordo con Hamas dopo «trattative forti e determinate» e ribadisce che «non tollererà alcuna violazione dell’accordo». Il premier israeliano, intanto, ha messo in agenda un viaggio a Washington per la prossima settimana: incontrerà il presidente degli Stati Uniti Trump, che proprio ieri ha fatto sapere che intende firmare un decreto esecutivo per la costruzione di un Iron Dome per gli Usa. Lo stesso scudo missilistico che possiede Israele. Decisione assunta a causa della «minaccia di attacchi di missili balistici, cruise e ipersonici» per gli Stati Uniti. In realtà si trattera di un sistema simile, probabilmente, perché Iron Dome non sarebbe in grado di coprire l’intera superficie della nazione americana.
Anche l’Europa riattiva il suo impegno a Rafah. Il Consiglio Affari esteri dell’Unione ha annunciato il ripristino della missione Eubam-Rafah. Lo ha annunciato l’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Kaja Kallas, spiegando: «Tutti concordano che questa missione può giocare un ruolo decisivo nel sostenere la tregua. Oggi i ministri hanno concordato il suo rilancio. Questo permetterà che un certo numero di persone ferite potranno lasciare Gaza e ricevere cure mediche». L’Italia parteciperà inviando altri 7 carabinieri entro fine gennaio, che si uniranno ai due italiani già presenti. Questo personale sarà integrato nella Forza di gendarmeria europea (Eurogendfor). L’Italia si farà inoltre carico del trasporto dell’intero contingente attraverso il Comando operativo di vertice interforze della Difesa (Covi), che coordinerà il trasferimento e il dispiegamento nell’area di militari della Guardia civil spagnola e di gendarmi francesi, che si uniranno alla forza internazionale.
«Vivi 18 dei 26 ostaggi da liberare»
Otto ostaggi detenuti da Hamas, presenti nella lista di coloro che avrebbero dovuto essere liberati nella prima fase dell’accordo di cessate il fuoco, sono deceduti. Lo ha dichiarato il portavoce del governo israeliano, David Mencer, durante una conferenza stampa: «Le famiglie sono state informate», ha affermato. In virtù dell’accordo, che prevedeva la liberazione di 33 persone, sette donne sono già state rilasciate. Degli altri 26 ostaggi, solo diciotto risultano ancora in vita. Il prossimo gruppo di ostaggi verrà rilasciato giovedì, seguito da un altro gruppo sabato. Si prevede che la civile israeliana Arbel Yehud sia tra gli ostaggi che saranno rilasciati questa settimana, dopo che Hamas ha violato l’accordo, rilasciando le quattro soldatesse dell’Idf prima di lei. La Jihad islamica ha diffuso una prova video che la ragazza è in vita: le immagini sono del 25 gennaio. Tra i 33 ostaggi sulla lista c’è anche la famiglia Bibas, con i bambini Kfir e Ariel, di 2 e 5 anni, e i loro genitori, Shiri Bibas e il padre Yarden, tutti rapiti durante l’attacco a Nir Oz, il 7 ottobre 2023. Nella lista figurano anche uomini sopra i 50 anni e persone malate o ferite. Attualmente, 87 dei 251 ostaggi rapiti da Hamas il 7 ottobre si trovano ancora a Gaza, tra cui i corpi di almeno 34 persone la cui morte è stata confermata dalle Forze di difesa israeliane (Idf). Hamas continua inoltre a detenere due civili israeliani entrati nella Striscia nel 2014 e nel 2015, insieme al corpo di un soldato delle Idf ucciso nel 2014. Un altro corpo di un soldato ucciso nello stesso anno è stato recuperato a Gaza qualche giorno fa.
Mentre i gazawi rientrano nelle loro case (o in quel che ne resta), il processo è reso complicato dal coordinamento tra diverse parti, che risulta inefficiente. Il sistema descritto richiede il passaggio dei veicoli attraverso un posto di blocco gestito da Hamas, seguito da un’area di ispezione con due scanner, con un ritmo di autorizzazione molto limitato: 20 veicoli ogni 40 minuti. Considerando l’elevato numero di veicoli in fila, il completamento del processo potrebbe richiedere molti giorni. Le squadre della Croce Rossa e il personale americano ed egiziano presenti sul posto sottolineano la portata umanitaria dell’operazione, mentre l’esercito israeliano monitora la situazione, aggiungendo un ulteriore livello di supervisione militare.
L’Italia ha pianificato una missione militare europea di polizia al valico di Rafah, che prevede la presenza dei carabinieri. Lo ha annunciato il vice premier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al suo arrivo al Consiglio Esteri: «La notizia positiva è che ci sarà una missione militare europea di polizia al valico di Rafah, dove ci sarà una presenza dei nostri carabinieri. Partiranno tutti insieme dall’Italia con un volo delle nostre forze armate e quindi andranno a presidiare il valico di Rafah. Questo è molto importante: è un impegno europeo, come abbiamo sempre chiesto, e anche un impegno dei nostri carabinieri, che sono sempre stati presenti».
Hamas ha dichiarato che due persone uccise in un attacco con drone condotto ieri dalle Forze di difesa israeliane (Idf) vicino a Tulkarem, in Cisgiordania, erano membri delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam, l’ala armata del gruppo. Secondo il Times of Israel, Hamas ha identificato le vittime come Ihab Abu Atiwi, un alto comandante, e Ramez Damiri, affermando: «Il loro sacrificio servirà a rafforzare la resistenza e ad alimentare ulteriori operazioni».
Il Sud del Libano è tornato a essere teatro di scontri, interrompendo una tregua che durava da due mesi. Le autorità sanitarie locali riferiscono che ieri le forze israeliane hanno aperto il fuoco nel Libano meridionale, uccidendo due persone e ferendone altre 17 durante il secondo giorno di proteste. Domenica scorsa, 24 persone sono state uccise e oltre 130 ferite dalle truppe israeliane che hanno aperto il fuoco contro manifestanti che avevano oltrepassato i posti di blocco lungo il confine e avevano attaccato i militari dell’Idf. Israele, dal canto suo, ha accusato Hezbollah «di incitare i civili alla rivolta» e ha criticato l’esercito libanese «per la sua manifesta incapacità di controllare le milizie sciite». Sempre domenica gli Stati Uniti e il Libano hanno annunciato che la scadenza per rispettare i termini del cessate il fuoco è stata prorogata al 18 febbraio 2025.
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L’ufficio politico dei miliziani elogia il tycoon: «Un presidente serio». Lui imita Israele e prepara un decreto per dotare gli Usa di un Iron dome. L’Italia spedisce altri sette carabinieri per la missione europea a Rafah.Morti otto prigionieri che dovevano essere rilasciati. Giovedì e sabato ci saranno altre scarcerazioni. Uccisi due leader della jihad in Cisgiordania. Scontri nel Sud del Libano.Lo speciale contiene due articoli.Migliaia di palestinesi in viaggio verso Nord, a piedi. Israele, nonostante gli scettici, ha mantenuto la promessa e ha aperto il corridoio Netzarim per la prima volta dopo 15 mesi di guerra. Le immagini riprese dai droni sono impressionanti e per la prima volta dal 7 ottobre si ha l’idea di una distensione senza precedenti.L’arrivo di Donald Trump ha cambiato il verso del conflitto in Medio Oriente, che piaccia o meno. E anche se la sua proposta di far evacuare la Striscia, trasferendo i rifugiati in Egitto e Giordania, è stata presa male praticamente da tutti, c’è anche chi, tra gli avversari, ne riconosce la serietà. Moussa Abu Marzouk, un membro dell’ufficio politico di Hamas, ha fatto sapere che i miliziani sono disposti a lasciare il governo di Gaza e a negoziare con gli Stati Uniti una soluzione per il «martoriato territorio palestinese». Marzouk ha poi dichiarato di ritenere Donald Trump «un presidente serio» alla luce dell’accordo di cessate il fuoco con Israele che il suo inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha aiutato a chiudere.Hamas, ha spiegato Marzouk, è conscia che una nuova autorità che guidi la Striscia di Gaza avrebbe bisogno di appoggio sia regionale sia internazionale e dovrebbe essere sostenuta dal presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen. Il mese scorso Hamas e Al Fatah avevano trovato un’intesa sulla creazione di un comitato di dieci-quindici figure che amministri Gaza con il consenso di entrambe le fazioni. Un piano impossibile da accettare per Israele, che da una parte vuole escludere completamente Hamas dalla Striscia e dall’altra non ritiene gli attuali vertici dell’Anp in grado di svolgere un compito così complesso. Il timore è che presto Gaza diventi di nuovo un covo di terroristi nascosti tra scuole e ospedali. Marzouk, d’altro canto, a sua volta ha spiegato che non intende aprire «al dialogo con Israele» e dopo gli apprezzamenti a Trump ha puntualizzato: «Nessun palestinese o arabo accetterà l’idea di sfollamento di Trump», riferendosi all’idea di evacuare la Striscia, facendo rifugiare la sua popolazione tra Giordania ed Egitto, Entrambi i Paesi si sono opposti con risolutezza.Ieri, Hamas finalmente ha consegnato a Israele la lista dei 33 ostaggi che ha promesso di liberare: 25 sono vivi e 8 sono morti. Nessun nome, solo numeri, con le famiglie disperate in attesa. Le autorità israeliane hanno fatto sapere alla stampa che le informazioni fornite coincidono con quelle di cui già erano a conoscenza. Hamas ha poi confermato che libererà tre ostaggi entro venerdì prossimo, 31 gennaio. Altri tre saranno rilasciati sabato 1° febbraio. Venerdì dovrebbe esserci anche Arbel Yehud, la ventinovenne rapita a Nir Oz che avrebbe dovuto essere liberata già con il secondo rilascio. L’ufficio del primo ministro, Benjamin Netanyahu, scrive che Israele ha raggiunto l’accordo con Hamas dopo «trattative forti e determinate» e ribadisce che «non tollererà alcuna violazione dell’accordo». Il premier israeliano, intanto, ha messo in agenda un viaggio a Washington per la prossima settimana: incontrerà il presidente degli Stati Uniti Trump, che proprio ieri ha fatto sapere che intende firmare un decreto esecutivo per la costruzione di un Iron Dome per gli Usa. Lo stesso scudo missilistico che possiede Israele. Decisione assunta a causa della «minaccia di attacchi di missili balistici, cruise e ipersonici» per gli Stati Uniti. In realtà si trattera di un sistema simile, probabilmente, perché Iron Dome non sarebbe in grado di coprire l’intera superficie della nazione americana. Anche l’Europa riattiva il suo impegno a Rafah. Il Consiglio Affari esteri dell’Unione ha annunciato il ripristino della missione Eubam-Rafah. Lo ha annunciato l’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Kaja Kallas, spiegando: «Tutti concordano che questa missione può giocare un ruolo decisivo nel sostenere la tregua. Oggi i ministri hanno concordato il suo rilancio. Questo permetterà che un certo numero di persone ferite potranno lasciare Gaza e ricevere cure mediche». L’Italia parteciperà inviando altri 7 carabinieri entro fine gennaio, che si uniranno ai due italiani già presenti. Questo personale sarà integrato nella Forza di gendarmeria europea (Eurogendfor). L’Italia si farà inoltre carico del trasporto dell’intero contingente attraverso il Comando operativo di vertice interforze della Difesa (Covi), che coordinerà il trasferimento e il dispiegamento nell’area di militari della Guardia civil spagnola e di gendarmi francesi, che si uniranno alla forza internazionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hamas-apre-negoziati-con-trump-2671006568.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vivi-18-dei-26-ostaggi-da-liberare" data-post-id="2671006568" data-published-at="1738008509" data-use-pagination="False"> «Vivi 18 dei 26 ostaggi da liberare» Otto ostaggi detenuti da Hamas, presenti nella lista di coloro che avrebbero dovuto essere liberati nella prima fase dell’accordo di cessate il fuoco, sono deceduti. Lo ha dichiarato il portavoce del governo israeliano, David Mencer, durante una conferenza stampa: «Le famiglie sono state informate», ha affermato. In virtù dell’accordo, che prevedeva la liberazione di 33 persone, sette donne sono già state rilasciate. Degli altri 26 ostaggi, solo diciotto risultano ancora in vita. Il prossimo gruppo di ostaggi verrà rilasciato giovedì, seguito da un altro gruppo sabato. Si prevede che la civile israeliana Arbel Yehud sia tra gli ostaggi che saranno rilasciati questa settimana, dopo che Hamas ha violato l’accordo, rilasciando le quattro soldatesse dell’Idf prima di lei. La Jihad islamica ha diffuso una prova video che la ragazza è in vita: le immagini sono del 25 gennaio. Tra i 33 ostaggi sulla lista c’è anche la famiglia Bibas, con i bambini Kfir e Ariel, di 2 e 5 anni, e i loro genitori, Shiri Bibas e il padre Yarden, tutti rapiti durante l’attacco a Nir Oz, il 7 ottobre 2023. Nella lista figurano anche uomini sopra i 50 anni e persone malate o ferite. Attualmente, 87 dei 251 ostaggi rapiti da Hamas il 7 ottobre si trovano ancora a Gaza, tra cui i corpi di almeno 34 persone la cui morte è stata confermata dalle Forze di difesa israeliane (Idf). Hamas continua inoltre a detenere due civili israeliani entrati nella Striscia nel 2014 e nel 2015, insieme al corpo di un soldato delle Idf ucciso nel 2014. Un altro corpo di un soldato ucciso nello stesso anno è stato recuperato a Gaza qualche giorno fa. Mentre i gazawi rientrano nelle loro case (o in quel che ne resta), il processo è reso complicato dal coordinamento tra diverse parti, che risulta inefficiente. Il sistema descritto richiede il passaggio dei veicoli attraverso un posto di blocco gestito da Hamas, seguito da un’area di ispezione con due scanner, con un ritmo di autorizzazione molto limitato: 20 veicoli ogni 40 minuti. Considerando l’elevato numero di veicoli in fila, il completamento del processo potrebbe richiedere molti giorni. Le squadre della Croce Rossa e il personale americano ed egiziano presenti sul posto sottolineano la portata umanitaria dell’operazione, mentre l’esercito israeliano monitora la situazione, aggiungendo un ulteriore livello di supervisione militare. L’Italia ha pianificato una missione militare europea di polizia al valico di Rafah, che prevede la presenza dei carabinieri. Lo ha annunciato il vice premier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al suo arrivo al Consiglio Esteri: «La notizia positiva è che ci sarà una missione militare europea di polizia al valico di Rafah, dove ci sarà una presenza dei nostri carabinieri. Partiranno tutti insieme dall’Italia con un volo delle nostre forze armate e quindi andranno a presidiare il valico di Rafah. Questo è molto importante: è un impegno europeo, come abbiamo sempre chiesto, e anche un impegno dei nostri carabinieri, che sono sempre stati presenti». Hamas ha dichiarato che due persone uccise in un attacco con drone condotto ieri dalle Forze di difesa israeliane (Idf) vicino a Tulkarem, in Cisgiordania, erano membri delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam, l’ala armata del gruppo. Secondo il Times of Israel, Hamas ha identificato le vittime come Ihab Abu Atiwi, un alto comandante, e Ramez Damiri, affermando: «Il loro sacrificio servirà a rafforzare la resistenza e ad alimentare ulteriori operazioni». Il Sud del Libano è tornato a essere teatro di scontri, interrompendo una tregua che durava da due mesi. Le autorità sanitarie locali riferiscono che ieri le forze israeliane hanno aperto il fuoco nel Libano meridionale, uccidendo due persone e ferendone altre 17 durante il secondo giorno di proteste. Domenica scorsa, 24 persone sono state uccise e oltre 130 ferite dalle truppe israeliane che hanno aperto il fuoco contro manifestanti che avevano oltrepassato i posti di blocco lungo il confine e avevano attaccato i militari dell’Idf. Israele, dal canto suo, ha accusato Hezbollah «di incitare i civili alla rivolta» e ha criticato l’esercito libanese «per la sua manifesta incapacità di controllare le milizie sciite». Sempre domenica gli Stati Uniti e il Libano hanno annunciato che la scadenza per rispettare i termini del cessate il fuoco è stata prorogata al 18 febbraio 2025.
Ansa
Invece, per le nazioni partecipanti del programma Gcap, Gran Bretagna, Italia e Giappone, l’arrivo di Berlino, sempre che sia approvato e soprattutto ben definito dal Regno Unito come dal Giappone oltre che dall’Italia, avrebbe effetti differenti. Servirà valutare come inserire i tedeschi nella joint-venture trinazionale Edgewing che costruisce il Gcap e l’effetto a lungo termine sarebbe la maggiore suddivisione dei costi tra ogni Paese, certamente un vantaggio come l’accresciuto numero di aerei da costruire. Secondo: a breve termine aprirebbe la porta a più aziende coinvolte nel programma aumentando le possibilità di forniture da parte di piccole e medie imprese. Ma al tempo stesso incrementerebbe la concorrenza tra esse poiché queste, per partecipare alle commesse, sono valutate in termini di qualità, tempi e costi delle forniture. Risultato: le pmi italiane si troverebbero innanzi a più opportunità come a maggiore concorrenza e al tempo stesso anche a dover correre ancora più per ammodernarsi di quanto non facciano già oggi, per soddisfare i requisiti dettati da colossi dell’aerospazio come Bae System e Leonardo.
Airbus intanto sta riorganizzando la divisione Defence and Space con un piano di 2.500 tagli entro la metà dell’anno. A dare speranza per una positiva collaborazione con Berlino è anche il fatto che Regno Unito, Italia, Spagna e Germania già collaborano da quarant’anni nel consorzio Eurofighter Typhoon (BaeSystems 37,5%; Eads Deutschland 30%; Leonardo 19,5%; Eads-Casa 13%), tempo nel quale sono state affrontate e risolte le maggiori criticità apparse all’inizio dell’impresa. Soprattutto, con la Germania nel programma Gcap aumenterebbe la possibilità europea di raggiungere in tempi rapidi la tanto desiderata indipendenza tecnologica dagli Usa che oggi costringe la maggioranza dei Paesi Nato a comprare prodotti della difesa da Washington e tante piccole e medie imprese ad affrontare difficoltà nel reperimento di componenti qualificati per uso militare e aerospaziale. Un piccolo esempio: un semplice micro-interruttore o un connettore elettrico approvati per uso militare, quindi qualificati dal produttore per superare determinate prestazioni (come funzionare a temperature estreme, non essere affetti da corrosione, ecc.), compreso nei cataloghi di parti in standard Nato, con molta probabilità oggi proviene dagli Usa dove viene fornito attraverso i canali ufficiali per 300 dollari con un’attesa di due anni o per mille dollari in sei mesi. Questo sia per la forte domanda interna statunitense, sia per carenza di materie prime, sia per evidente opportunità ma anche per vetustà delle componenti stesse e mancanza di alternative, poiché ha caratteristiche definite al tempo della Guerra fredda e poco aggiornate. Così è arduo per una pmi garantire i tempi previsti senza perdere competitività rispetto a concorrenti inglesi o asiatiche. Moltiplicate l’esempio per le migliaia di parti e lavorazioni necessarie per costruire un caccia o un missile e si ottiene la dimensione della dipendenza tecnologica ancor prima di considerare l’intelligenza artificiale o altre innovazioni delle quali il Gcap sarà portatore. E che avranno grandi e utili ricadute anche in ambito civile.
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Lunedì il quindicenne esce da scuola e sale sull’autobus nel quartiere San Felice, per tornare a casa, che è parecchio distante. Come ha raccontato la mamma al Giornale di Vicenza, «credeva di aver dimenticato l’abbonamento: nella sua completa onestà lo ha detto subito all’autista e lui lo ha fatto scendere». Insomma, una piccola botta di ansia, affrontata «autodenunciandosi», nella speranza di trovare un minimo di umanità. E invece, nulla. Il guidatore è stato inflessibile. Pioveva pure e il minore ha chiamato il nonno per farsi venire a prendere. Poi è stata informata la mamma, stupitissima, perché il figlio ha l’abbonamento, che per altro ha trovato poco dopo. La signora ha protestato con l’azienda locale di trasporti, che promette la solita «rapida inchiesta», ma intanto già si cosparge il capo di cenere. Dice il presidente di Svt, Marco Sandonà: «A nome dell’azienda vorrei scusarmi pubblicamente con lo studente e la sua famiglia per questo increscioso episodio».
L’azienda ha subito aperto una procedura di contestazione nei confronti del proprio dipendente. Possibile che la disabilità non fosse molto evidente, ma non sposta più di tanto i termini della questione perché un quindicenne è un quindicenne.
Se ne rende conto lo stesso Sandonà, che spiega: «Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri utenti, a maggior ragione quando si tratta di minorenni, che in nessun caso devono essere lasciati a terra». E aggiunge un’osservazione non banale: «La giusta applicazione delle regole deve sempre e comunque tenere conto della persona che abbiamo di fronte, proprio perché trasportiamo persone». Anche la mamma dimostra una certa pacatezza quando dice: «Non capisco perché mio figlio sia stato fatto scendere. Non avrebbero dovuto semplicemente fargli una multa che poi noi avremmo potuto contestare dimostrando che mio figlio è in possesso di un regolare abbonamento?». Si vede che l’autista non aveva tempo di multare un innocuo ragazzino.
Il regolamento dell’azienda di trasporti vicentina prevede che una multa possa essere annullata entro 15 giorni, se l’utente dimostra di avere un biglietto o un abbonamento valido. In ogni caso sul grave infortunio della municipalizzata interviene anche Zaia, per il quale «il rispetto viene prima di ogni procedura. Non è solo un fatto di regole, ma di umanità, di responsabilità e di buon senso».
Tre qualità che sono forse sospese nel Veneto che ospita le Olimpiadi invernali, almeno a bordo dei mezzi pubblici. È incredibile, ma a Vicenza si ripete, in versione anche peggiore, quello che è successo nel Bellunese appena dieci giorni fa, con la notizia che ha fatto il giro d’Italia. Si tratta di quel ragazzino di 11 anni che non aveva il biglietto «olimpico» ma solo biglietti ordinari (avrebbero potuto essere cumulati), ed è stato fatto scendere dall’autobus. Non aveva il cellulare e quindi ha camminato fino a casa per sei chilometri nella neve, dove è arrivato in condizioni pietose.
Questi due episodi, che si spera non siano la punta di un iceberg, confermano che dal Covid in poi questo non è un Paese per bimbi e ragazzini. Prima li hanno rinchiusi a casa senza motivo, ora escono e chiunque abbia un minimo di autorità li bullizza. Tutto intorno, bande di maranza senza biglietto non vengono degnate di uno sguardo. Nessuno chiede gesti di eroismo a chi guida l’autobus spesso in condizioni difficili, ma mostre i muscoli con undicenni e disabili non è il modo di rifarsi.
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Ansa
La rappresentazione dei fatti presentata dai pm, in sostanza, sarebbe stata dolosamente artefatta. L’istruttoria, però, secondo i giudici, pur avendo dimostrato che, all’epoca dei fatti, le operatrici dei servizi sociali non avessero elementi oggettivi da cui desumere che il bambino fosse stato vittima di abusi intrafamiliari, ha stabilito che non avrebbero avuto una tale «convinzione», ancorché infondata. Non solo. Limitano, e di molto, l’azione dei servizi sociali: «La funzione probatoria che connota le relazioni del servizio sociale», scrivono, «non coincide con la funzione probatoria richiesta dalla giurisprudenza per l’individuazione degli atti pubblici dotati di fede privilegiata». Quelle relazioni erano carta straccia? In realtà i giudici, che hanno assolto gli operatori anche dall’accusa di frode processuale, li salvano con questo passaggio: «Difatti, rispetto agli operatori sociali, […] l’istruttoria, oltre ad aver escluso la sussistenza di condotte assimilabili a quelle concepite nelle imputazioni, ha dimostrato come gli stessi abbiano sempre agito su specifico mandato del tribunale per i minorenni, che rendeva quindi doverosa la loro azione (come per gli allontanamenti e le successive collocazioni etero-familiari), oppure nell’ambito di quanto dallo stesso tribunale loro delegato (come di prassi si prevedeva per l’avvio e la gestione degli incontri protetti)».
E non è finita: «Gli stessi hanno sempre, costantemente, aggiornato l’autorità giudiziaria, ovvero proprio il soggetto che, in ipotesi d’accusa, avrebbero voluto ingannare, tramite le proprie relazioni». È il resoconto di un cortocircuito giudiziario. «Sebbene molte di queste (relazioni, ndr) siano state tacciate di falsità», aggiungono i giudici, «non ci si può esimere dal rilevare come anche tali contestazioni risultino smentite, o comunque indimostrate, all’esito della complessa istruttoria svolta». La conclusione: «Da ciò consegue […] che sia le decisioni che l’operato del servizio, diversamente da quanto ipotizzano nei capi in cui si contesta la frode processuale, non erano mossi da alcun fine di inganno ma si basavano, a ben vedere, su valutazioni tecnico-professionali, di competenza propria degli operatori, di cui non si è provata né l’abnormità né l’erroneità, così come neppure si è dimostrata la falsità dei dati di fatto su cui si fondavano».
Ogni volta che la sentenza esamina le condotte attribuite ai genitori o ai familiari (abuso sessuale, maltrattamento, pregiudizio grave), però, la conclusione è sempre la stessa: le ipotesi non reggono alla prova dibattimentale. Le ricostruzioni non superano la soglia «dell’oltre ogni ragionevole dubbio». La formula usata dai giudici è questa: «Non solo non si è dimostrata la sussistenza, in positivo, di condotte di tal fatta (gli abusi, ndr), ma l’istruttoria dibattimentale ha restituito un quadro del tutto divergente». La sentenza chiarisce che le ipotesi di abuso nascono e si sviluppano all’interno di un circuito valutativo, costruito attraverso relazioni, osservazioni, interpretazioni. Ma quando queste ipotesi arrivano in aula non diventano fatti. Restano ipotesi. I giudici spiegano che le valutazioni dei servizi sociali non sono prove. Non hanno «fede privilegiata». E soprattutto non possono trasformarsi, da sole, in accertamenti di eventi storici. Le ricostruzioni prospettate «non trovano riscontro in elementi oggettivi». I rilievi contenuti nelle relazioni poi usate per allontanare i minorenni dai loro genitori, per quanto non provate, stando alle valutazioni del tribunale, avrebbero avuto come fine quello «di tutelare i minori e aiutarli a elaborare i propri vissuti».
Alla fine non ha sbagliato nessuno. La sentenza, però, un passo ulteriore lo fa. Spiega che la partita non è chiusa. Ma che è aperto un altro fronte. Quello civile. In un caso in particolare, argomentano i giudici, «il provvedimento giudiziale di sospensione della responsabilità genitoriale, che ha determinato una lesione ingiusta del diritto» del minorenne «a mantenere un rapporto con i propri genitori e del diritto di questi a esercitare le prerogative connesse alla responsabilità genitoriale», avrebbe causato «un danno patrimoniale e non patrimoniale». Perché anche se l’allontanamento è avvenuto sulla base di presupposti non del tutto provati nel processo, qualcuno comunque dovrà rispondere delle conseguenze.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 febbraio 2026. Il deputato della Lega Paolo Formentini commenta il voto di fiducia di oggi sull'Ucraina e i rapporti col partito di Vannacci.