Guidesi: «Grazie ai ritardi  Ue sulle bollette i francesi pagano un decimo di noi»
Guido Guidesi (Ansa)
L’assessore allo Sviluppo economico della Lombardia: «Per i ritardi sulle bollette dell’Ue i francesi pagano un decimo di noi. C’è troppa ideologia e interessi di parte».

«Guardi, il tessuto industriale lombardo resta molto vitale e nei primi mesi del 2023 sta confermando il trend positivo del 2022. Poi, certo, se lei mi chiede se esistono dei freni al nostro sviluppo, se insomma potremmo fare ancora di più, io non posso che risponderle in modo affermativo. I tappi arrivano da fuori, da fattori esterni rispetto ai quali siamo impotenti. Gli interventi, o meglio gli interventi in ritardo dell’Europa sulla crisi energetica ci hanno danneggiato e poi ci sono le discutibili scelte di politica monetaria che vengono prese a Francoforte…». Guido Guidesi è l’assessore allo Sviluppo economico della Lombardia e oggi presenterà insieme alla sua squadra di governo i dati di Unioncamere sul tessuto produttivo locale. Una fotografia sull’andamento economico di una delle regioni a maggior tasso di crescita continentale. Se tira la Lombardia tira l’Italia. Se quindi la Lombardia è frenata da cause esogene è tutto il Paese che viene frenato.

Assessore iniziamo dalla questione energetica. Possiamo dire che il peggio è alle spalle?

«Certo, il peggio è alle spalle ma i ritardi dell’Europa e della Commissione si fanno sentire ancora adesso. Il costo energetico in alcuni settori è passato dal 2-3% al 20%, abbiamo pagato un gap con le aziende, per esempio francesi, importante: a un certo punto i competitor d’Oltralpe, anche grazie alle loro politiche sul nucleare, spendevano di energia un decimo delle nostre. Ecco tutto questo non lo azzeri da un momento all’altro».

Oggi l’emergenza si chiama accesso al credito.

«Io mi chiedo, esiste un problema oggettivo che riguarda l’inflazione, bene. Ma se tu scegli una cura e i fatti dimostrano che non funziona, perché insistere?».

Uscendo dalla metafora?

«Da un anno continuiamo ad alzare i tassi di interesse in modo frenetico ma l’inflazione non cala o cala di poco. Pensiamo a un’alternativa?».

Per esempio?

«Rallentare le strette o almeno prevedere delle garanzie a livello europeo per l’accesso al credito delle aziende, così come era successo durante la pandemia. Sarebbe un modo per aiutare le aziende a fare quegli investimenti che hanno messo da parte perché il denaro è diventato troppo caro».

Sta di fatto che non c’è nessuna garanzia e che anche in questo caso gli «errori» dell’Europa pesano più sull’Italia che su Francia e Germania.

«È evidente che il rialzo dei tassi ha un impatto maggiore su un Paese fortemente indebitato come il nostro. E poi mi lasci dire che una delle forze del tessuto imprenditoriale lombardo è data dalla programmazione, dalla strategia e dall’investimento continuo. Se tu mi togli la possibilità di programmare, prima per il fardello del costo dell’energia, poi per le difficoltà di accesso al credito, è ovvio che mi stai danneggiando. Favorendo invece i nostri diretti competitor».

Secondo lei c’è una precisa strategia dietro tutto questo?

«Secondo me in Europa prevalgono troppo spesso gli interessi dei singoli Paesi a discapito dell’interesse generale. Io chiedo pari opportunità per tutti».

Ci fosse stato ancora Draghi al posto della Lagarde a capo della Bce?

«Sarebbe stato sicuramente diverso. E non lo dico perché Draghi è italiano, ma per quello che ha dimostrato da presidente della Banca centrale europea».

Energia, credito e ambiente. L’altro fattore di scontro sono le politiche ambientaliste. Anche qui l’Italia è danneggiata?

«L’Italia di sicuro, ma anche altri Paesi. In questo caso io vedo il prevalere dell’ideologia sul pragmatismo».

In che senso?

«Nel senso che siamo tutti consapevoli della necessità di limitare le emissioni, ma poi dipende da come ci si arriva. Noi siamo convinti che ci si debba arrivare analizzando e rispettando le differenze che esistono tra i vari Paesi dell’Ue. Prendiamo l’automotive e l’obiettivo della decarbonizzazione. L’Europa ci sta dicendo che l’unico modo per raggiungere il traguardo è quello di affidarsi all’elettrico. Ma così mortifico qualsiasi fattore di innovazione che possa portare a creare una strada alternativa, penso per esempio al biocarburante che ci darebbe la possibilità di creare una nuova filiera che diventa opportunità occupazionale. Insomma, ci permette di salvare almeno una parte dei posti di lavoro che questa grande trasformazione purtroppo mette a rischio».

E i più danneggiati siamo sempre noi.

«Noi siamo danneggiati, certo, ma come le dicevo, in questo caso, ci vedo più un problema ideologico. Tant’è vero che la Germania ci sta venendo dietro, così come è vero che nella stessa Commissione ci sono delle posizioni diverse».

Tra chi?

«Se lei prende la linea del commissario all’Industria, Thierry Breton, io non vedo grandi differenze rispetto alla nostra posizione. Ma se invece segue il programma del responsabile per il clima e green deal, l’olandese Frans Timmermars, scopre che andiamo totalmente in un’altra direzione e che quindi gli obiettivi del primo diventano inapplicabili. Per fargliela breve: l’Europa deve fare più chiarezza nella sua politica su alcuni temi cruciali, perché i suoi Stati membri ne hanno bisogno e non possono stare dietro a un ministro che dice A per poi essere contraddetto da un altro che dice B».

Assessore seguendo il filo delle sue risposte lei sembra un antieuropeista convinto.

«E invece è esattamente il contrario. Io sono fortemente europeista. Credo però in un Europa solidale e dei popoli. Un’Europa che rispetta e valorizza le differenze tra i singoli territori e che non pretende che tutti i Paesi diventino come l’Olanda. Ecco pensare di arrivare a una grande Olanda non solo è impossibile ma anche controproducente».

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