True
2018-04-23
Come evitare i tranelli del 730 precompilato
True
Basta modificare anche una minima parte del modello perché l'Agenzia delle entrate sottoponga al controllo l'intera dichiarazione. Tra gli errori più frequenti ci sono quelli che riguardano il bonus sisma e le spese sanitarie, universitarie e veterinarie. A pagare è sempre e comunque il contribuente. Attenzione: il modello «precotto» non è sinonimo di vantaggi. Infatti, rimangono fuori alcune voci, come l'affitto della casa e la possibilità di detrarre gli interessi del mutuo. C'è un gioco delle tre carte sulle detrazioni. I bonus a pioggia sull'Irpef sono stati erogati per motivi elettorali: più si alza la percentuale degli incentivi, più diminuisce il risparmio. E i commercialisti denunciano: ci sono oltre 3 milioni di cittadini incapienti che, per via del basso reddito, non riescono a godere dei vantaggi fiscali. Maria Elena Boschi benedice i moduli ma omette la realtà: l'erario si vanta degli automatismi ma a fare gran parte del lavoro restano i commercialisti. Lo speciale contiene quattro articoli. È il contribuente a pagare per gli errori del fisco sul 730 precompilato. Nel caso, infatti, in cui si voglia modificare anche soltanto in una sua parte (per aggiungere, ad esempio, le spese mediche mancanti), verrà sottoposta al controllo dell'Agenzia delle entrate l'intera dichiarazione dei redditi. Anche la parte compilata precedentemente dal fisco stesso. Ciò significa che, nel caso in cui l'Agenzia delle entrate dovesse riscontrare degli errori, anche nella parte immutata del documento, sarà il contribuente a dover pagare la sanzione. Questo perché dal momento in cui si decide di non accettare il 730 precompilato e si fanno delle modifiche, l'Agenzia delle entrate azzera tutto e considera il 730 modificato come se fosse un documento totalmente nuovo. È una questa situazione in cui si possono trovare tutti i lavoratori dipendenti e i pensionati che devono inviare ogni anno la propria dichiarazione. Se si vuole, dunque, modificare il modello precompilato ci sono due strade da scegliere: rivolgersi a un commercialista o modificare autonomamente il documento. In entrambi i casi si possono modificare i modelli a partire dal 2 maggio. Nel caso in cui si voglia fare da sé si deve accedere al sito dell'Agenzia delle entrate, selezionare la voce «Cittadini» ed entrare in «Servizi di dichiarazioni». A questo punto si deve cliccare sulla voce «Accedi alla tua precompilata» e inserire le credenziali richieste. Per accedere al servizio si possono utilizzare anche: il pin rilasciato dall'Inps, la carta nazionale dei servizi, i codici dispositivi del sistema informativo di gestione della pubblica amministrazione (NoiPa) o lo Spid (sistema pubblico per l'identità digitale). Una volta dentro si potrà visionare in toto il 730 e modificare le voci interessate. Se si vogliono, dunque, aggiungere delle «Spese» si deve scegliere il quadro E e inserire i dati all'interno della riga prescelta. Gli errori che si possono fare quando si decide di inserire nuove spese all'interno del 730 riguardano: l'importo, i codici relativi alle varie voci da inserire e la sezione da coinvolgere. Le spese maggiormente oggetto di modifica e dunque a cui si deve fare attenzione sono: il bonus sisma, le detrazioni universitarie, le detrazioni per gli asili nido, le spese veterinarie e le spese sanitarie. Bonus sisma Per quanto riguarda gli incentivi legati agli interventi antisismici, bisogna sapere che il limite massimo di spesa è di 96.000 euro per unità immobiliare e il bonus è una detrazione, spalmata su cinque anni, che farà diminuire l'Irpef dovuto. L'inserimento nel 730 dei dati non è semplicissimo. Ci sono nove codici tra i quali scegliere. Codice 5: spese sostenute per le misure antisismiche fatte all'abitazione principale. Codice 6: spese sostenute per misure antisismiche che portano a un ridimensionamento del rischio rilevato, di una classe inferiore Codice 7: spese sostenute per misure antisismiche che portano a un ridimensionamento del rischio rilevato, di due classi inferiori Codice 8: spese sostenute per misure antisismiche riferito agli edifici condominiali Codice 9: spese sostenute per misure antisismiche che portano a un ridimensionamento del rischio rilevato, di due classi inferiori con riferimento agli edifici condominiali. Questi codici devono essere inseriti nella colonna 2 dalla riga E41 alla E43. Spese non universitarie In queste rientrano le spese per la scuola materna, elementari, medie e superiori sia che siano statali, paritarie o private. La detrazione massima è di 717 euro. Per beneficiare della detrazione si deve compilare il quadro E (oneri e spese) e le righe interessate vanno dalla E8 alle E10. Bisogna inserire nella colonna 1 (codice di spesa) il codice 12 (spese per istruzione diversa da quelle universitarie) e nella colonna 2 l'ammontare della spesa sostenuta nel periodo di imposta. Se si hanno più figli si dovranno compilare tanti righi quanti sono i figli. Spese universitarie La detrazione varia in base alla facoltà e all'area geografica in cui ha sede l'università. In questo caso si deve compilare la Colonna 1 con il codice 13 (spese per istruzione universitaria). Da aggiungere, che, nel caso in cui il figlio studi in un'università lontana da casa e dunque si deve pagare un affitto, anche questo importo può essere detratto. La detrazione prevista è del 19% ed è calcolabile su un importo non superiore a 2.633 euro annui. Il massimo a cui si ha diritto sono dunque 500,27 euro. Si può inserire la spesa dall'affitto solo se gli immobili in oggetto distano minimo 100 chilometri dal comune di residenza. Asilo nido Sono previste detrazioni del 19% anche per le spese sostenute dai genitori per il pagamento di rette relative alla frequenza di strutture che hanno come obiettivo la formazione e la socializzazione dei bambini di età tra i 3 mesi e i 3 anni. La detrazione è limitata a una spesa annua pari a 632 euro per ciascun figlio fiscalmente a carico. Come si inserisce? Colonna 1, codice 33 (spesa per asili nido). Attenzione, però, perché se si gode già del bonus nido (prevede per i bambini da 0 a 3 anni iscritti all'asilo nido, un bonus pari a 1000 euro erogato in 11 mensilità) non si deve inserire la spesa all'interno del 730 perché la detrazione è incompatibile con il bonus. Spese sanitarie In questo caso bisogna fare attenzione se si vogliono aggiungere gli «alimenti con fini medici». Non sono considerati appartenenti a questa categoria tutti i prodotti per i lattanti e per i celiaci. Tutte le aggiunte, contemplate, in spese sanitarie devono essere aggiunte compilando il quadro E, sezione 1. Oltre a questo non si devono inserire nel 730 le spese sanitarie che hanno già visto un rimborso, entro l'anno in cui si è sostenuta la spesa (assicurazione Rca, polizza sanitaria, polizza aziendale) perché non risulterebbero detraibili, così come le spesa sostenute dal coniuge non fiscalmente a carico. Nel caso in cui, invece, il coniuge o il figlio risultano essere fiscalmente a carico si possono inserire tutte le spese nel 730. Spese veterinarie È possibile inserire le spese veterinarie per ottenere la detrazione, ma attenzione perché tutto deve essere documentato da fattura o scontrini (nel caso di farmaci comprati in farmacia). La detrazione massima prevista è pari a 49 euro e non varia in base al numero di animali domestici che si hanno. Non si possono portare in detrazione i mangimi speciali, anche se sono stati prescritti direttamente dal veterinario. Giorgia Pacione Di BelloINFOGRAFICA !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guida-al-730-precompilato-2561696755.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="oltre-3-milioni-di-incapienti-non-riescono-a-sfruttare-le-detrazioni" data-post-id="2561696755" data-published-at="1772880138" data-use-pagination="False"> Oltre 3 milioni di incapienti non riescono a sfruttare le detrazioni Con sette mesi di ritardo rispetto al relativo decreto legge, l'Agenzia delle entrate ha diffuso una circolare per spiegare le nuove norme per detrarre l'Iva. Motivo del contendere era: posso detrarre l'imposta senza avere fisicamente in mano la fattura? Non pensiate che la risposta sia roba da commercialisti. Riguarda tutte le aziende e i professionisti. Era gennaio quando La Verità ha denunciato il gioco delle tre carte sulle detrazioni fiscali. Bonus a pioggia sull'Irpef erogati solo per motivi elettorali. Ma c'è l'inghippo: più si alza la percentuale degli incentivi, più diminuisce il risparmio. Intanto crescono gli intoppi che rallentano la possibilità di scaricare l'Iva per le aziende. E l'erario ci guadagna. Ora a denunciare l'inghippo sono proprio i commercialisti che hanno stilato il lungo elenco dei contribuenti incapienti: coloro che con il proprio reddito non riescono in tutto o in parte a utilizzare le detrazioni e quindi gli sconti fiscali. Per l'esattezza oltre 7,7 i milioni di contribuenti italiani incapienti, per i quali l'Irpef dovuta si azzera per effetto delle detrazioni. Di questi sono più di 3,12 milioni quelli che non riescono a sfruttare in tutto o in parte le detrazioni per carichi di famiglia.Nel frattempo, per continuare a mescolare le carte si porta avanti la battaglia sull'Iva. In realtà, è solo l'ultima tappa di un caos progressivo che rende per chi produce ricchezza sempre più difficile mettere a detrazione l'imposta sugli acquisti. Gli ultimi due governi, spinti da Bruxelles (che sul gettito Iva tara i contributi nazionali) hanno infatti lanciato una campagna contro l'Iva. Ufficialmente si tratta di combattere l'evasione. Peccato che sempre più osservatori notino che l'evasione resta un mondo parallelo, mentre le progressive restrizioni alle detrazioni sarebbero mirate ad alzare il gettito. Meno sconti o detrazioni, più tasse per le aziende. L'elenco degli inghippi e degli intoppi è lungo. Basti solo ricordare tutto il caos legato allo spesometro che, nella seconda metà del 2017, ha travolto quasi tutti i commercialisti italiani. A luglio, sempre dello scorso anno, è esploso il caso delle nuove scadenze fiscali che hanno messo a rischio numerose detrazioni. A fine del 2016 i commercialisti avevano fatto addirittura sciopero contro i nuovi adempimenti presenti in manovra. Troppe difficoltà rendono le dichiarazioni fallaci e quindi in caso di accertamento sanzionabili. Risultato: il gettito sale continuamente, come dimostrano i dati contenuti nei periodici bollettini di Bankitalia. Purtroppo le Pmi e le partite Iva non hanno partiti di riferimento e dunque nessun politico abbraccia la battaglia contro la «fregatura dell'Iva». Allo stesso tempo gli altri elettori, come i pensionati o i lavoratori dipendenti, non si preoccupano dei problemi delle aziende e cadono facilmente in un inganno che non è altro che l'altro lato della medaglia. Si tratta delle detrazioni fiscali, ovvero i numerosi bonus che le ultime manovra fiscali hanno moltiplicato. La legge approvata lo scorso mese ha inaugurato addirittura il bonus verde. In pratica, una detrazione Irpef del 36% sulle spese sostenute per la sistemazione di terrazze o giardini privati. Importo massimo da detrarre è 180 euro all'anno per dieci anni. L'incentivo va a sommarsi al bonus ristrutturazioni edili, l'ecobonus e lo sconto per l'acquisto di mobili, elettrodomestici e caldaie. Ovviamente, tutti gli incentivi valgono anche per i condomini e si sommano a tutte le altre detrazioni. Ci riferiamo a quelle legate alle spese per gli asili nido, gite scolastiche, biciclette elettriche, pannolini per i neonati, attività sportive, funerali e costi veterinari. Senza dimenticare le spese sanitarie e medicinali detraibili al 19%. In prossimità delle elezioni i governi tendono ad alzare la percentuale di detrazione delle spese e ciò spesso ha un impatto positivo sull'elettorato. Peccato che più si alza la percentuale e si lascia invariato il periodo di utilizzo (di solito dieci anni), più scende la cifra che il contribuente effettivamente risparmia. Qui sta il gioco politico. Infatti, la capienza fiscale è la somma massima che può essere portata a detrazione. E dipende dal reddito Iperf. La cifra che eccede viene persa e salvo casi eccezionali non può essere recuperata l'anno successivo. Un inganno? Più o meno. Il reddito medio di un pensionato è di circa 16.000 euro. L'Irpef non supera i 3.600 euro. L'Iperf di un lavoratore medio è di poco superiore. Ai calcoli vanno aggiunte le singole detrazioni Irpef specifiche per aliquota e la cosiddetta No tax area (sotto gli 8.000 euro). Purtroppo in Italia circa 10 milioni sono i pensionati che ricevono un assegno di poco superiore alla mina e qui la possibilità di detrarre bonus e incentivi è quasi nulla. Un esempio? Un impianto di riscaldamento a pompa di calore in sostituzione di una caldaia a gas, a fronte di una spesa di circa 5.200 euro - con le detrazioni del 65% - consente un recupero di circa 3.880 euro in dieci rate annuali, mentre il contributo del conto termico, sarebbe di soli 1.100 euro, erogati in un anno. Il 40% dei pensionati non è in grado di incassare la detrazione. E molti ne perderanno una fetta. Figuriamoci se un lavoratore medio all'importo della caldaia somma l'intera ristrutturazione della casa e le spese sanitarie. La capienza fiscale rischia di lasciare nelle casse dello Stato una buona fetta di quanto le leggi di bilancio permetterebbero di scaricare. In pratica, è tutta una questione di rubinetti e imbuti. I governi promettono a pensionati e lavoratori dipendenti bonus (ricordiamo gli 80 euro di Matteo Renzi) e detrazioni a go-go. Rappresentano alle urne voti facili e consentono all'erario una «spesa» limitata. Più di tanto non si può usufruire perché l'imbuto è stretto. Al contrario, laddove le cifre sono molto elevate (il gettito Iva vale oltre 57 miliardi) i rubinetti vengono continuamente stretti e modificati, in modo da rendere estremamente complicato usufruire di detrazioni o in generale di sconti. Non a caso il gettito Iva aumenta di trimestre in trimestre a botte di un miliardo di euro. E i problemi che riguardano i cittadini non vengono mai affrontati. «Anche quest'anno», ha osservato Massimo Miani, presidente del consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, «la campagna della dichiarazione dei redditi, avviata con la messa a disposizione dei dati per la precompilata, vede nuove detrazioni per oneri e spese che si affiancano alle numerose già esistenti, ma quello degli incapienti rimane un nodo non affrontato. Il vero tema è quello dei carichi familiari: è logico che le detrazioni per redditi di lavoro abbiano al massimo il compito di azzerare l'imposta dovuta, così come è ragionevole che le detrazioni per oneri e spese facciano altrettanto. Dove invitiamo a una riflessione, sono i carichi di famiglia: per questo tipo di situazione l'incapienza non appare né logica né ragionevole e forse sarebbe opportuno concentrare e rafforzare l'aiuto al fattore famiglia sul versante dei trasferimenti, come per il meccanismo degli assegni al nucleo familiare, piuttosto che su quello delle detrazioni d'imposta». Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guida-al-730-precompilato-2561696755.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-il-modello-semplificato-si-rinuncia-pure-a-risparmiare-sul-mutuo" data-post-id="2561696755" data-published-at="1772880138" data-use-pagination="False"> Con il modello semplificato si rinuncia pure a risparmiare sul mutuo Accettare il 730 precompilato dell'Agenzia delle entrate significa evitare ulteriori controlli da parte del fisco. Ma attenzione, molte spese possono non essere presenti. L'affitto di casa, le spese di ristrutturazione, quelle sostenute da fisioterapisti o da altri professionisti non iscritti all'albo, ma anche quelle per le attività sportive dei figli: sono alcune delle voci che non sono presenti nel 730 precompilato fornito dall'Agenzia delle entrate. Oltre alla mancanza di dati derivanti da operazioni tra privati, si deve anche controllare che sul modello siano presenti gli stessi dati che risultano sul foglio informativo. In questo vengono, infatti, riportati i dati forniti dall'amministrazione finanziaria. Alcuni di questi, però, nonostante siano presenti sul foglio, non sono utilizzati nel 730, perché sono in attesa di una conferma da parte del contribuente (come per esempio gli interessi passivi sul mutuo della prima casa). Questo significa che, nel caso in cui si abbia diritto alle detrazioni, si deve rifiutare il precompilato.Oltre alle spese mancanti si deve anche verificare che i dati inserti dal fisco siano completi e corretti. Ecco gli errori più frequenti. Dati di fabbricati e terreni. I dati relativi a terreni e fabbricati vengono infatti ripresi dalla dichiarazione dell'anno precedente. I redditi di lavoro dipendente, pensione, ritenute Irpef e addizionali. Molto spesso in questa sezione i dati sono inseriti in modo parziale o errato. Spese per l'asilo nido. Essendo il primo anno in cui vengono inserite, è meglio controllare che ci gli importi siano giusti, in base al numero di figli. Spese condominiali per lavori edili o per il risparmio energetico. In questo caso l'amministratore comunica i dati, ma molto spesso la ripartizione che viene fatta non corrisponde al reale contributo. Per quanto riguarda le spese sanitarie bisogna distinguere due casi. Se ci si è «opposti alla spesa sanitaria» o se ci sono delle mancanze, dovute a un errore del fisco. Il primo caso si verifica quando si va dal medico e si acconsente a non far inoltrare la propria fattura al fisco. In questo caso la notifica deve essere presente nella fattura rilasciata e si può autonomamente inserire all'interno del 730 sotto la voce «spese mediche». Nel caso di errore da parte del fisco, si procede con la modifica dei dati errati. L'operazione 730 precompilato, nata nel 2015, ha avuto fin dal principio l'obiettivo di semplificare la dichiarazione dei redditi e rendere i contribuenti sempre meno dipendenti dai commercialisti. Non si può negare che da allora ci sia stato un miglioramento nella quantità di dati inseriti. Sulla qualità, invece, c'è ancora da lavorare. L'Agenzia delle entrate commette ancora degli errori macroscopici (come sbagliare il luogo di nascita o il codice fiscale del coniuge fiscalmente a carico). Per non parlare della mole di dati che ancora non sono presenti all'interno del 730. Non è nemmeno vero che sempre meno cittadini si rivolgono ai professionisti. Quando si scarica il 730 precompilato, o si hanno le competenze tecniche necessarie per capire i dati inseriti o inevitabilmente ci si rivolge al commercialista o al Caf di fiducia. Il professionista viene comunque pagato, anche se il modello è perfetto. Altri soldi si devono spendere nel caso in cui si decide di modificare il precompilato. Anche in questo caso, o si hanno le capacità o ci si rivolge a un professionista. Il successo dei 2,3 milioni di cittadini che nel 2017 hanno scelto il fai da te senza chiedere aiuto al commercialista è una mezza verità. È, infatti, vero che 2,3 milioni di italiani hanno scelto la «precompilata fa da te» ma con l'assistenza (nell'ombra) del commercialista. Il contribuente, dunque, si reca dal professionista e questo gli modifica la dichiarazione dei redditi accedendo all'area riservata del cliente con le sue credenziali. In questo modo, al fisco risulta che la pratica è stata fatta in autonomia dal contribuente, ma la realtà è ben diversa. Questa pratica si è diffusa visto che il fisco ha ben pensato di punire il professionista per ogni errore presente nella dichiarazione da lui compilata.Giorgia Pacione Di Bello <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/guida-al-730-precompilato-2561696755.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-errori-del-fisco-ricadono-su-commercialisti-e-clienti" data-post-id="2561696755" data-published-at="1772880138" data-use-pagination="False"> Gli errori del fisco ricadono su commercialisti e clienti Maria Elena Boschi LaPresse «Sono oltre un milione gli accessi dei contribuenti alla dichiarazione precompilata nei primi quattro giorni (dal 16 al 20 aprile) dal lancio della piattaforma online, circa il 60% in più rispetto allo scorso anno. Da quest'anno, inoltre, la compilazione sarà assistita: il fisco, infatti, guiderà il contribuente passo passo nell'inserimento di nuove spese deducibili o detraibili non presenti tra i dati precompilati». Non sono parole nostre ma un comunicato dell'Agenzia delle entrate. I toni trionfalistici sono giustificati non tanto dai fatti ma dal sostegno che quasi tutti i media italiani stanno fornendo all'iniziativa del fisco nostrano. Con la dichiarazione dei redditi precompilata, in caso di dichiarazione accettata in autonomia e senza modifiche, il fisco non richiede più la documentazione che dimostra le spese che danno dritto a deduzioni e detrazioni (scontrini, fatture, bonifici, contratti, eccetera). Un beneficio che si estende anche alle dichiarazioni 730 inviate, con o senza modifiche, tramite Caf e professionisti: saranno questi ultimi, infatti, in caso di controllo documentale, a dover esibire la documentazione al posto dei loro assistiti. Il fisco pensa così di risolvere quella che è invece una faccenda molto più complicata. Tutti i meriti dovrebbero andare all'Agenzia e tutti i problemi e le multe ricadono sui cittadini attraverso i liberi professionisti. Non a caso un quotidiano, all'indomani del lancio dell'operazione, ha sollevato una diretta polemica con Maria Elena Boschi, attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio. La Boschi sulla sua pagina Facebook ha sentito il dovere di scrivere sull'operazione 730 precompilata con la possibilità data dall'Agenzia delle entrate a circa 30 milioni di contribuenti di accedere alla propria dichiarazione fiscale con i dati già inseriti. «Da oggi 30 milioni di italiani potranno visualizzare online la propria dichiarazione precompilata per i redditi del 2017. Uno strumento introdotto dal governo Renzi che in questi anni ha semplificato la vita di molti cittadini. La sburocratizzazione e la costruzione di un fisco "amico" sono stati al centro dell'azione dei governi Pd. A chi in campagna elettorale prometteva di introdurre la dichiarazione dei redditi precompilata, suggerisco di visitare il sito dell'Agenzia delle entrate per poter visualizzare la propria. Risposte concrete, non slogan da campagna elettorale: andiamo avanti per un'Italia più semplice», scrive la Boschi. Il post ha fatto infuriare i commercialisti. I dati, per esempio, continuano a non essere corretti e senza l'intervento di un professionista per la correzione e verifica il contribuente rischia l'accertamento. Anche se a compiere l'errore è stato un funzionario dello Stato. Soprattutto il fisco e i politici omettono quanto sia importante il lavoro dei commercialisti. Sulle loro spalle ricadono tutti gli oneri anche quelli della precompilata che ricorda sempre più una trappola più che un risparmio. D'altronde in Italia lo Stato ha sempre ragione anche quando ha torto.Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guida-al-730-precompilato-2561696755.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="i-numeri-utili-per-la-precompilata" data-post-id="2561696755" data-published-at="1772880138" data-use-pagination="False"> I numeri utili per la precompilata I canali di assistenza, messi a disposizione dell'Agenzia delle entrate, sono diversi. Innanzitutto il sito Internet dedicato, infoprecompilata.agenziaentrate.it, dove sono presenti anche le Faq con le risposte alle domande più frequenti. Poi il call center, che risponde dal lunedì al venerdì, dalle ore 9 alle ore 17, e il sabato dalle ore 9 alle ore 13, ai seguenti numeri: 848.800.444 da rete fissa, 06 966.689.07 da cellulare e +39 06.966.689.33 per chi chiama dall'estero. È anche possibile dialogare «a tu per tu» con le Entrate anche tramite Facebook, utilizzando la chat Messenger, oppure prenotare online un appuntamento in ufficio con un funzionario.
(Ansa)
Sia chiaro, non è una certezza, ma la probabilità è alta: anche perché il conto rischia di essere salato per i Paesi del Golfo tra attacchi alle infrastrutture energetiche, export rallentato, turismo colpito, premi assicurativi in aumento e spesa militare in salita. In più, il ministro dell’Energia del Qatar ha avvertito che, se il conflitto proseguisse ancora per settimane, tutti gli esportatori del Golfo potrebbero essere costretti a fermare le spedizioni.
Per l’Italia il punto è molto semplice: Roma ha scommesso una parte della sua politica industriale e geopolitica sul capitale del Golfo. A febbraio 2025 gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato investimenti per 40 miliardi di dollari in Italia, concentrati su intelligenza artificiale, data center, spazio, rinnovabili e materie prime critiche; nello stesso pacchetto sono stati firmati oltre 40 accordi. Un mese prima, l’Italia aveva siglato con l’Arabia Saudita accordi di cooperazione industriale per circa 10 miliardi di dollari, in settori che vanno dalle infrastrutture all’energia, dalla difesa al turismo. E a marzo 2025 Sace e il Public Investment Fund saudita hanno firmato un memorandum che prevede fino a tre miliardi di dollari di supporto a progetti guidati dal Pif e dalle sue partecipate.
Per questo la vera domanda non è se i Paesi arabi «venderanno l’Italia» domani mattina. La questione è un’altra: quanti dossier italiani rischiano di restare congelati prima ancora di arrivare a esecuzione? Se i governi del Golfo devono usare i fondi sovrani come cuscinetto interno, la priorità diventa stabilizzare casa propria. Lo scenario base non è quello di una svendita forzata di asset esteri, ma piuttosto di un rallentamento degli investimenti e di un riequilibrio silenzioso dei portafogli. Per l’Italia, che su molti dossier col Golfo è ancora nella fase delle promesse, questa è forse la minaccia più concreta.
Il rischio è particolarmente alto nei comparti dove il capitale del Golfo è strategico. Pensiamo all’energia e alle rinnovabili, dove la cooperazione con Masdar e altri soggetti emiratini è stata presentata come un asse chiave; pensiamo all’aerospazio e alla difesa, dove gli accordi Italia-Emirati e Italia-Arabia Saudita hanno una dimensione industriale, tecnologica e geopolitica; pensiamo all’Ia e ai data center, cioè esattamente quei settori che Palazzo Chigi aveva indicato come terreno privilegiato dei 40 miliardi annunciati da Abu Dhabi.
C’è poi un secondo livello, meno visibile ma più immediato: l’energia. Il Qatar vale circa 7 miliardi di metri cubi di gas all’anno per l’Italia, pari a circa l’11% dei consumi nazionali. Per ora Snam ha detto di non vedere interruzioni nel breve, perché le navi previste per marzo erano già partite prima dell’esplosione della crisi e avevano già superato Hormuz. Ma il messaggio politico ed economico è già arrivato: se il Golfo si blocca, l’Italia non subisce solo un eventuale rallentamento degli investimenti, ma anche uno choc sui prezzi energetici, sui costi logistici e sugli esportatori. Non a caso il ministro Antonio Tajani ha detto che il governo sta preparando misure per proteggere imprese e famiglie dall’impatto della crisi, sottolineando il peso strategico del Golfo per l’economia italiana.
Del resto, i fondi sovrani dell’area amministrano circa 5.000 miliardi di dollari e, in caso di crisi prolungata, la pressione politica per usarli a fini di stabilizzazione interna aumenterà inevitabilmente.
Ma, dove sono in Italia i fondi in arrivo dal Golfo? Nel 2025 i principali investimenti arabi in Italia si concentrano su lusso, immobiliare, energia e industria. Il Qatar è l’attore più visibile: tramite Qia controlla Porta Nuova a Milano, hotel iconici a Milano, Roma e Firenze e, con Smeralda Holding, la Costa Smeralda in Sardegna. Nella moda, Mayhoola resta centrale con Valentino, Pal Zileri e il fondo Iq Made in Italy, creato per sostenere imprese italiane di moda, food, arredo e tempo libero. Sul piano industriale il rapporto è sempre più strategico: Saipem ed Eni sono partner chiave del Qatar nell’energia e nel Gnl.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno, poi, messo il turbo negli investimenti nel 2025 con un piano da 40 miliardi di dollari: focus su data center, Ia, infrastrutture energetiche, difesa e aerospazio, con Leonardo. In Toscana e Versilia avanzano nel real estate di fascia alta, come mostra l’acquisto del Grand Hotel Imperiale di Forte dei Marmi da parte di Mohamed Alabbar.
L’Arabia Saudita, tramite Pif, punta invece su tecnologia, ospitalità e supporto alle imprese italiane coinvolte nei mega-progetti sauditi: l’accordo con Sace e l’ingresso nel capitale di Rocco Forte Hotels ne sono i segnali più forti. Kuwait e Bahrain restano presenti con partecipazioni più silenziose in grandi gruppi e nuove intese in salute e biotech.
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
Se la prendono comoda. Al centro del dibattito, il controverso meccanismo con cui vien determinato il prezzo dell’elettricità. Il sistema oggi in vigore prevede che i produttori di energia vengano chiamati a immettere elettricità nella rete in base al costo di produzione dal più basso al più alto. Il prezzo finale per tutti è dato dall’ultimo impianto necessario a soddisfare la domanda. Questo è spesso una centrale a gas con il risultato che anche l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili, finisce per essere pagata con prezzi più alti.
I gruppi dell’industria energivora sostengono che l’attuale sistema non è più adatto a rispondere a una crisi innescata dai combustibili fossili. Posizione non condivisa dai produttori di energia che invece sono contrari a una riforma del mercato. Una delle opzioni sul tavolo del Consiglio europeo è di separare il prezzo dell’elettricità da quello del gas. Allo stesso modo circola l’opzione di sospendere o modificare profondamente l’Ets, ovvero il sistema di scambio di quote di emissioni di Co2 in vigore in Europa, rendendo più economico per le aziende elettriche e per l’industria, emettere gas. Una soluzione che consentirebbe di contenere gli incrementi delle bollette. Il governo italiano ha chiesto esplicitamente che il meccanismo venga congelato fino all’attuazione delle riforme e nel frattempo ha varato con il decreto Bollette, un provvedimento che mira ad azzerare i costi del carbonio. E punta ad andare fino in fondo anche da sola.
Prima dell’attacco in Iran la Commissione aveva prospettato una revisione del meccanismo Ets nel terzo trimestre dell’anno ma è evidente che la crisi geopolitica non può non modificare l’agenda anche se fino ad ora Bruxelles non ha brillato per decisioni veloci. Il timore è di uno scontro con i Paesi concentrati a cambiare il meccanismo di determinazione dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità. I ministri dell’energia di Danimarca, Finlandia, Lettonia, Lussemburgo, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia e Belgio avrebbero scritto, il 5 marzo, una lettera in tal senso alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Questa posizione contrasta con i Paesi a forte vocazione industriale come Germania, Francia e Italia. Al prossimo Consiglio Ue, ha detto la premier Giorgia Meloni, «proporremo la sospensione dell’Ets. Il problema che noi continuiamo a porre è che oggi si tiene conto anche degli Ets per determinare il prezzo di tutte le forme di energia anche di quelle che non sono inquinanti anche delle rinnovabili e questa cosa secondo noi non ha senso. Chiediamo da sempre di scorporare il costo degli Ets dalla determinazione del prezzo dell’energia rinnovabile, dell’idroelettrico e solare per abbassare i costi». A questo punto, sulla base della lettera dei Paesi che tifano per lasciare tutto così com’è, si preannuncia un Consiglio agitato, dove si misurerà la capacità dell’Europa di reagire in tempi utili ad una crisi che rischia di essere di grande impatto.
Sul tema è molto impegnato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini che ha lanciato un appello alle istituzioni europee e al governo italiano perché intervengano rapidamente sulla speculazione in atto sui rezzi dell’energia e rivedano il sistema Ets. Secondo Orsini «l’Europa rischia di compromettere la competitività della propria industria se non affronta con decisione l’aumento dei costi energetici».
Sulla stessa linea il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi: «È necessario valutare con attenzione l’impatto del sistema Ets. Per una Paese come l’Italia, dove il prezzo dell’elettricità è fortemente influenzato dal costo del gas, una sospensione temporanea dell’Ets contribuirebbe a ridurre il prezzo dell’energia anche di 25 euro al MgW in attesa di una revisione strutturale del meccanismo a livello europeo».
Continua a leggereRiduci
Vladimir Putin (Ansa)
Il petrolio accelera, e i trader guardano i grafici con la sensazione che qualcuno dovrebbe chiamare i pompieri.
Così mentre la Casa Bianca cerca di raffreddare il mercato, il barile prende supera quota 94 dollari. In una sola seduta è balzato di oltre il 10%. Panico. È in questo clima che Donald Trump decide di giocare la sua carta geopolitica: concede all’India (dopo la Germania) una deroga di trenta giorni per continuare ad acquistare greggio da Mosca. Sembra un paradosso diplomatico: gli Stati Uniti sanzionano il petrolio russo, ma allo stesso tempo autorizzano uno dei più grandi raffinatori del mondo a comprarlo. Il motivo è semplice e molto poco ideologico. Il prezzo del petrolio sta correndo troppo velocemente. I costi energetici iniziano a diventare un problema serio per l’economia globale. E soprattutto per gli Stati Uniti, dove il prezzo della benzina è sempre stato uno dei termometri più sensibili della politica interna. Da qui la scelta di aprire una finestra sull’India. Nuova Delhi non è un cliente qualunque. È il quarto raffinatore del pianeta e uno dei principali esportatori di carburanti raffinati. In pratica, una gigantesca macchina industriale che trasforma petrolio in benzina, diesel e carburante per mezzo mondo. Negli ultimi mesi, sotto pressione americana, l’India aveva iniziato a ridurre gli acquisti di greggio russo per sostituirli con forniture provenienti dal Golfo Persico. Ma con la crisi mediorientale che minaccia proprio quelle rotte, il sistema energetico asiatico rischia di trovarsi improvvisamente scoperto. Ecco quindi la soluzione americana: trenta giorni di tolleranza per comprare petrolio russo. Per Putin una notizia tanto gradita quanto inattesa. Di colpo viene legalizzata una flotta fantasma. Petroliere con bandiere di comodo, assicurazioni difficili da tracciare e itinerari che cambiano all’ultimo momento. Secondo le stime degli analisti, circa 150 milioni di barili di petrolio russo navigano in questa zona grigia.
La deroga concessa all’India ha un effetto piuttosto immediato: quel petrolio improvvisamente trova un acquirente legittimo. Una piccola magia diplomatica che, nel tentativo di calmierare il prezzo del barile, finisce inevitabilmente per dare una mano anche al Cremlino.
La mossa americana ha anche un altro destinatario, meno visibile ma altrettanto importante: la Cina. Pechino osserva con grande attenzione tutto ciò che accade nel mercato energetico globale. E negli ultimi anni ha costruito un sistema di approvvigionamento estremamente flessibile, capace di muoversi tra sanzioni, sconti e rotte alternative. Aprire temporaneamente il mercato indiano al petrolio russo significa anche impedire che tutta quella massa di greggio finisca esclusivamente nelle raffinerie cinesi.
È una partita sottile, dove ogni barile ha un significato geopolitico. Il problema è che mentre la diplomazia prova a fare i suoi calcoli, la realtà del Medio Oriente continua a complicare il quadro. La tensione con l’Iran resta altissima. Teheran non sembra avere alcuna intenzione di sedersi al tavolo dei negoziati e il conflitto rischia di allargarsi. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche stanno alimentando un clima di incertezza che i mercati non sopportano. Il bombardamento dell’area petrolifera di Bassora è stato interpretato dagli operatori come un segnale inquietante: quando i giacimenti diventano obiettivi militari, la sicurezza energetica mondiale entra in discussione. E poi c’è la questione più delicata di tutte: lo Stretto di Hormuz. Se quel rubinetto si chiude, anche solo parzialmente, il mercato globale entra immediatamente in crisi. Le minacce iraniane e l’impennata dei premi assicurativi per le petroliere hanno già rallentato il traffico.
Gli esportatori del Golfo iniziano a preoccuparsi sul serio. Alcuni Paesi stanno già riducendo la produzione semplicemente perché non hanno più spazio dove stoccare il petrolio. È il lato meno spettacolare ma più concreto delle crisi energetiche: quando il trasporto si blocca, tutta la catena produttiva si inceppa. Le raffinerie asiatiche iniziano a prepararsi a un possibile razionamento delle forniture. La Cina ha già chiesto ai propri impianti di sospendere le esportazioni di carburanti per conservare scorte interne. Una misura prudenziale che ricorda molto da vicino le strategie adottate durante le grandi crisi petrolifere del passato. La Casa Bianca prova a rassicurare i mercati. Trump ha promesso nuovi interventi per stabilizzare il prezzo del petrolio e ridurre la pressione sulle quotazioni. Ma nello stesso messaggio ha anche ribadito che la guerra non si fermerà fino alla resa incondizionata dell’Iran. È un equilibrio curioso.
Il risultato è che il petrolio continua a salire. La deroga concessa all’India è una valvola di sfogo, non una soluzione. Serve a guadagnare tempo mentre il mercato prova a capire se lo Stretto di Hormuz tornerà operativo.
Continua a leggereRiduci
Pedro, Pedro, Pedro. Come avrebbe detto Raffaella Carrà, sembrava tanto perbenino… E invece è un bel filone. Il premier spagnolo, il mito di Elly Schlein e della sinistra radicale italiana, continua a sbandierare la sua presunta autonomia strategica dall’America di Donald Trump. Negare l’uso delle basi in territorio iberico, ha ribadito ieri Sánchez, «è un nostro diritto in quanto Paese sovrano». È il nazionalismo che piace ai progressisti che piacciono. Ma se si gratta sotto la superficie barricadera, ecco che viene fuori la realtà che già il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, aveva indicato durante le sue comunicazioni alla Camera di giovedì: le regole sull’utilizzo delle piattaforme statunitensi sono le stesse in Italia e in Spagna, «perché il trattato è identico». E ciò che abbiamo dovuto concedere noi - il loro impiego per operazioni «non cinetiche», che non riguardano la mobilitazione di mezzi direttamente coinvolti nel conflitto in Iran - «è lo stesso uso che sta concedendo Sánchez». Madrid, anzi, potrebbe essersi spinta persino un po’ più in là.
«scalo a sigonella»
Lo ha scritto la testata El Español: «Almeno due navi e una decina di aerei sono partiti da Rota», in Andalusia, dove sorge l’hub Usa, «in direzione dell’Iran, da quando Sánchez ha posto il veto all’uso delle basi». Il quotidiano ha fornito dettagli molto precisi: l’altro ieri, «due Lockheed Martin KC-130J Super Hercules, noti per la loro capacità di rifornire sia velivoli ad ala fissa che ad ala rotante, sono partiti per il Mediterraneo orientale, una posizione strategica per sostenere l’operazione e rafforzare le difese di Israele contro una potenziale risposta iraniana. Mercoledì 4 marzo, alle 21.00, un aereo da trasporto pesante statunitense C-17° Globemaster III è partito dalla base navale di Rota. La sua destinazione? La base Nato di Sigonella, in Italia. Ha fatto scalo lì e poi ha proseguito per Camp Lemonnier a Gibuti, un piccolo paese costiero di fronte allo Yemen». Se è così, vanno riqualificate pure le affermazioni del nostro governo: ad esempio, secondo il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, le basi presenti nel nostro Paese non sono coinvolte neppure in operazioni logistiche. Ma soprattutto, la ricostruzione dell’Español smonta la prosopopea del primo ministro socialista.
È persino più imbarazzante la testimonianza del Mundo: dal 27 febbraio al 5 marzo, ha rivelato il giornale, da Rota e Morón ci sono stati «non meno di 40» voli. E almeno 24 apparecchi, dopo uno scalo in Germania o in Italia, sarebbero andati ad attaccare l’Iran, «mentre Sánchez si vantava nel “No alla guerra”».
Che i fatti siano diversi da come li racconta il prezzemolino di Pd, Avs e M5s, lo ha confermato ieri anche il sindaco di Rota, José Javier Ruiz Arana, compagno di partito del premier. In un’intervista a Canal Sur Radio, il primo cittadino ha sostenuto che nella struttura si registrano «movimenti quotidiani di aerei e navi». Egli non è in grado di affermare se il traffico sia legato alla missione in Medio Oriente, perché «non ci informano mai e tanto meno vengono informati i Comuni». Gli americani agiscono nella riservatezza e le autorità non si sognano di disturbarli. «Continuiamo a vedere ogni giorno il movimento di aerei e navi», ha riferito Arana, «ma non chiediamo mai dove vanno né da dove vengono». Il sindaco, peraltro, è uno che alla base Usa ci tiene, visto il suo «enorme impatto» sull’«economia locale»: circa 3.000 posti di lavoro.
Può darsi che fosse a questa situazione cui si riferiva la Casa Bianca, quando ha assicurato che Madrid, archiviate le iniziali titubanze, si era messa a collaborare. Il governo spagnolo aveva subito smentito, suscitando l’ira di Trump, che ha minacciato un embargo totale sull’export iberico. Non sarebbe una perdita irreparabile: solo il 5% dei prodotti della Spagna viaggia Oltreoceano, contro l’11% di quelli italiani e il 10% di quelli tedeschi.
la fregata colón
Nonostante sia stato colto con le mani nella marmellata, Sánchez ha proseguito a impartire lezioni di moralità: ieri, pur confermando un «enorme rispetto per la presidenza Usa», ha rivendicato un «atlantismo su base paritaria», ben sapendo che si tratta di una pia illusione, indipendentemente da chi si trovi nello Studio ovale. E ha ribadito che per lui - e per l’omologo portoghese, Luís Montenegro - questa guerra è «uno straordinario errore che pagheremo. E difatti stiamo già pagando con l’aumento del prezzo del petrolio, del prezzo del gas, senza dimenticare il numero di vittime». Tutto vero. Peccato che nessuno se ne sia preoccupato quando un altro presidente americano, Joe Biden, aveva preteso di partecipare a un conflitto per procura contro la Russia a due passi da casa nostra, in Ucraina. Obbligandoci a corrergli dietro e scaricando su noi europei le conseguenze economiche. Sarà che, nel 2022, Sánchez aveva potuto tenere la mente sgombra: in virtù della cosiddetta «eccezione iberica», l’Ue permise a Madrid e Lisbona di disapplicare le regole del mercato comunitario e di introdurre un tetto al costo dell’energia.
Intanto, sull’invio della fregata Colón a Cipro, Sánchez agisce d’imperio, suscitando le proteste del leader dei popolari, Alberto Núñex Feijóo: in nome della legge sulla Difesa nazionale, non vuole chiedere un voto al Parlamento. Pedro, Pedro, Pedro: altro che perbenino…
L’ok del governo serve per i raid. Ma non per sganciare l’atomica
Dieci, nove, sette. Nessuno sa con precisione quante siano le basi statunitensi in Italia. Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, dove Washington tiene parte della sua aeronautica e alcune armi atomiche. Sigonella in Sicilia, Gaeta nel Lazio. E poi Camp Darby in Toscana. Camp Ederle a Vicenza ospita la 173ª Brigata paracadutisti di pronto impiego per il fronte Sud (Africa), mentre la Caserma Del Din, sempre in Veneto, è base di truppe terrestri. Non tutte le sedi però sono note perché alcune di loro si mischiano ospitando personale italiano, statunitense e Nato. Dovrebbe essere composto invece da circa 30.000 unità, tra reclute e ufficiali, l’esercito statunitense di stanza in Italia: 13.000 militari americani nelle basi, altri 21.000 fanno parte invece della VI flotta della Us Navy, dove ci sono 40 navi e 175 aerei di combattimento e di trasporto. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, dopo che lo aveva già fatto Giorgia Meloni, ha assicurato che «i trattati internazionali prevedono soltanto motivi logistici, non sono basi per far partire azioni di bombardamento».
Concetto ribadito anche da Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia: «La concessione di basi militari italiane può riguardare solo atti non cinetici, cioè non di guerra, ma solo per supporto tecnico e logistico». Così come «l’invio di truppe di cui si parla in realtà non sussiste, sussiste la votazione che si è svolta lo scorso anno di una scheda parlamentare votata da tutti con cui si chiede di mettere in sicurezza gli italiani militari e civili già presenti sul territorio». Eppure nonostante le ripetute rassicurazioni del governo, arrivano le intimidazioni di Mohammad Reza Sabouri, ambasciatore iraniano in Italia: «Qualsiasi cooperazione o sostegno di terze parti agli attacchi sarà considerata come un atto di assistenza e ostilità e riceverà una risposta proporzionata». Reza ha poi aggiunto: «Non è una minaccia, è soltanto un monito, la capacità missilistica della Repubblica Islamica è stata sviluppata esclusivamente come legittima difesa. L’Iran ha sempre considerato l’Italia un Paese amico e un ponte di dialogo, diplomazia e pace in Europa. Allo stesso tempo, l’Iran è preparato a tutti i possibili scenari e, qualora si trovi di fronte a qualsiasi minaccia, difenderà con decisione se stesso». Nelle basi, di norma, valgono le leggi italiane, anche se nella prassi nelle aree militari le leggi civili possono essere ignorate nel caso sia in ballo la sicurezza nazionale. Di fatto, quindi, è come se si trattasse di un territorio franco.
I primi patti che regolamentano l’utilizzo delle basi sono stati siglati dopo la Seconda guerra mondiale. Il Nato Sofa del 1951, conosciuto come Convenzione di Londra, e poi il Bilateral infrastructure agreement (Bia), stipulato tra Italia e Stati Uniti il 20 ottobre 1954.
Tra gli addetti ai lavori lo chiamano Accordo Ombrello e il suo contenuto non si conosce. Accordo che poi è stato aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995. Normalmente si parla di «bilateralizzazione» dell’art. 3 del Trattato Nato che impegna le parti a sviluppare le loro capacità di difesa, individualmente e congiuntamente, e a prestarsi reciproca assistenza per sviluppare le loro capacità di legittima difesa individuale e collettiva. Siti militari Usa in Italia sono già stati utilizzati nei conflitti diverse volte. Nel 1999, con Massimo D’Alema premier, l’Italia ha concesso le basi per i bombardamenti in Kosovo nell’operazione Allied force della Nato a cui prese anche parte direttamente, senza passare per il Parlamento.
Governo e Parlamento nel 2003 (Berlusconi II) durante la seconda Guerra del Golfo condotta dagli Usa approvarono l’invio verso Erbil, in Iraq, dei paracadutisti della diciassettesima Brigata da Camp Ederle. Era una missione non Nato.
Adesso sono in molti a chiedersi cosa succederà. Per quanto riguarda l’uso delle armi atomiche presenti in Italia va ricordato che essendo la Nato un’alleanza difensiva, possono essere usate solo se un Paese alleato fosse attaccato. Un paese Nato, non necessariamente l’Italia. E se la Nato dovesse decidere di usare la bomba atomica che si trova ad Aviano non dovrebbe chiedere il permesso di farlo al governo italiano, ma al Consiglio dell’Alleanza Atlantica. Se questo dovesse dare parere favorevole, allora nulla potrebbe impedire l’uso di quell’arma. Invece nel caso in cui gli Stati Uniti intendano utilizzare una loro postazione come trampolino di lancio per scopi bellici, come gli attacchi a Teheran, serve l’ok del governo italiano.
Nello scalo militare di Sigonella in Sicilia si è intensificato il traffico di droni e aerei americani, ma solo per rifornimento, logistica e sorveglianza aerea mentre una dozzina di F-16 sarebbero già stati trasferiti ad Aviano. Ma mentre le opposizioni si preoccupano di eventuali attacchi all’Iran dall’Italia, il governo si concentra su una minaccia reale: la presenza di infrastrutture statunitensi militari è un elemento sensibile rispetto ad eventuali minacce terroristiche in Italia, tanto che in queste ore il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha inviato a prefetti e questori una circolare per il rafforzamento della vigilanza sulle stesse basi e sui siti sensibili riconducibili alla filiera di produzione a interesse militare americano.
Continua a leggereRiduci