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2018-04-23
Come evitare i tranelli del 730 precompilato
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Basta modificare anche una minima parte del modello perché l'Agenzia delle entrate sottoponga al controllo l'intera dichiarazione. Tra gli errori più frequenti ci sono quelli che riguardano il bonus sisma e le spese sanitarie, universitarie e veterinarie. A pagare è sempre e comunque il contribuente. Attenzione: il modello «precotto» non è sinonimo di vantaggi. Infatti, rimangono fuori alcune voci, come l'affitto della casa e la possibilità di detrarre gli interessi del mutuo. C'è un gioco delle tre carte sulle detrazioni. I bonus a pioggia sull'Irpef sono stati erogati per motivi elettorali: più si alza la percentuale degli incentivi, più diminuisce il risparmio. E i commercialisti denunciano: ci sono oltre 3 milioni di cittadini incapienti che, per via del basso reddito, non riescono a godere dei vantaggi fiscali. Maria Elena Boschi benedice i moduli ma omette la realtà: l'erario si vanta degli automatismi ma a fare gran parte del lavoro restano i commercialisti. Lo speciale contiene quattro articoli. È il contribuente a pagare per gli errori del fisco sul 730 precompilato. Nel caso, infatti, in cui si voglia modificare anche soltanto in una sua parte (per aggiungere, ad esempio, le spese mediche mancanti), verrà sottoposta al controllo dell'Agenzia delle entrate l'intera dichiarazione dei redditi. Anche la parte compilata precedentemente dal fisco stesso. Ciò significa che, nel caso in cui l'Agenzia delle entrate dovesse riscontrare degli errori, anche nella parte immutata del documento, sarà il contribuente a dover pagare la sanzione. Questo perché dal momento in cui si decide di non accettare il 730 precompilato e si fanno delle modifiche, l'Agenzia delle entrate azzera tutto e considera il 730 modificato come se fosse un documento totalmente nuovo. È una questa situazione in cui si possono trovare tutti i lavoratori dipendenti e i pensionati che devono inviare ogni anno la propria dichiarazione. Se si vuole, dunque, modificare il modello precompilato ci sono due strade da scegliere: rivolgersi a un commercialista o modificare autonomamente il documento. In entrambi i casi si possono modificare i modelli a partire dal 2 maggio. Nel caso in cui si voglia fare da sé si deve accedere al sito dell'Agenzia delle entrate, selezionare la voce «Cittadini» ed entrare in «Servizi di dichiarazioni». A questo punto si deve cliccare sulla voce «Accedi alla tua precompilata» e inserire le credenziali richieste. Per accedere al servizio si possono utilizzare anche: il pin rilasciato dall'Inps, la carta nazionale dei servizi, i codici dispositivi del sistema informativo di gestione della pubblica amministrazione (NoiPa) o lo Spid (sistema pubblico per l'identità digitale). Una volta dentro si potrà visionare in toto il 730 e modificare le voci interessate. Se si vogliono, dunque, aggiungere delle «Spese» si deve scegliere il quadro E e inserire i dati all'interno della riga prescelta. Gli errori che si possono fare quando si decide di inserire nuove spese all'interno del 730 riguardano: l'importo, i codici relativi alle varie voci da inserire e la sezione da coinvolgere. Le spese maggiormente oggetto di modifica e dunque a cui si deve fare attenzione sono: il bonus sisma, le detrazioni universitarie, le detrazioni per gli asili nido, le spese veterinarie e le spese sanitarie. Bonus sisma Per quanto riguarda gli incentivi legati agli interventi antisismici, bisogna sapere che il limite massimo di spesa è di 96.000 euro per unità immobiliare e il bonus è una detrazione, spalmata su cinque anni, che farà diminuire l'Irpef dovuto. L'inserimento nel 730 dei dati non è semplicissimo. Ci sono nove codici tra i quali scegliere. Codice 5: spese sostenute per le misure antisismiche fatte all'abitazione principale. Codice 6: spese sostenute per misure antisismiche che portano a un ridimensionamento del rischio rilevato, di una classe inferiore Codice 7: spese sostenute per misure antisismiche che portano a un ridimensionamento del rischio rilevato, di due classi inferiori Codice 8: spese sostenute per misure antisismiche riferito agli edifici condominiali Codice 9: spese sostenute per misure antisismiche che portano a un ridimensionamento del rischio rilevato, di due classi inferiori con riferimento agli edifici condominiali. Questi codici devono essere inseriti nella colonna 2 dalla riga E41 alla E43. Spese non universitarie In queste rientrano le spese per la scuola materna, elementari, medie e superiori sia che siano statali, paritarie o private. La detrazione massima è di 717 euro. Per beneficiare della detrazione si deve compilare il quadro E (oneri e spese) e le righe interessate vanno dalla E8 alle E10. Bisogna inserire nella colonna 1 (codice di spesa) il codice 12 (spese per istruzione diversa da quelle universitarie) e nella colonna 2 l'ammontare della spesa sostenuta nel periodo di imposta. Se si hanno più figli si dovranno compilare tanti righi quanti sono i figli. Spese universitarie La detrazione varia in base alla facoltà e all'area geografica in cui ha sede l'università. In questo caso si deve compilare la Colonna 1 con il codice 13 (spese per istruzione universitaria). Da aggiungere, che, nel caso in cui il figlio studi in un'università lontana da casa e dunque si deve pagare un affitto, anche questo importo può essere detratto. La detrazione prevista è del 19% ed è calcolabile su un importo non superiore a 2.633 euro annui. Il massimo a cui si ha diritto sono dunque 500,27 euro. Si può inserire la spesa dall'affitto solo se gli immobili in oggetto distano minimo 100 chilometri dal comune di residenza. Asilo nido Sono previste detrazioni del 19% anche per le spese sostenute dai genitori per il pagamento di rette relative alla frequenza di strutture che hanno come obiettivo la formazione e la socializzazione dei bambini di età tra i 3 mesi e i 3 anni. La detrazione è limitata a una spesa annua pari a 632 euro per ciascun figlio fiscalmente a carico. Come si inserisce? Colonna 1, codice 33 (spesa per asili nido). Attenzione, però, perché se si gode già del bonus nido (prevede per i bambini da 0 a 3 anni iscritti all'asilo nido, un bonus pari a 1000 euro erogato in 11 mensilità) non si deve inserire la spesa all'interno del 730 perché la detrazione è incompatibile con il bonus. Spese sanitarie In questo caso bisogna fare attenzione se si vogliono aggiungere gli «alimenti con fini medici». Non sono considerati appartenenti a questa categoria tutti i prodotti per i lattanti e per i celiaci. Tutte le aggiunte, contemplate, in spese sanitarie devono essere aggiunte compilando il quadro E, sezione 1. Oltre a questo non si devono inserire nel 730 le spese sanitarie che hanno già visto un rimborso, entro l'anno in cui si è sostenuta la spesa (assicurazione Rca, polizza sanitaria, polizza aziendale) perché non risulterebbero detraibili, così come le spesa sostenute dal coniuge non fiscalmente a carico. Nel caso in cui, invece, il coniuge o il figlio risultano essere fiscalmente a carico si possono inserire tutte le spese nel 730. Spese veterinarie È possibile inserire le spese veterinarie per ottenere la detrazione, ma attenzione perché tutto deve essere documentato da fattura o scontrini (nel caso di farmaci comprati in farmacia). La detrazione massima prevista è pari a 49 euro e non varia in base al numero di animali domestici che si hanno. Non si possono portare in detrazione i mangimi speciali, anche se sono stati prescritti direttamente dal veterinario. Giorgia Pacione Di BelloINFOGRAFICA !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guida-al-730-precompilato-2561696755.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="oltre-3-milioni-di-incapienti-non-riescono-a-sfruttare-le-detrazioni" data-post-id="2561696755" data-published-at="1781541940" data-use-pagination="False"> Oltre 3 milioni di incapienti non riescono a sfruttare le detrazioni Con sette mesi di ritardo rispetto al relativo decreto legge, l'Agenzia delle entrate ha diffuso una circolare per spiegare le nuove norme per detrarre l'Iva. Motivo del contendere era: posso detrarre l'imposta senza avere fisicamente in mano la fattura? Non pensiate che la risposta sia roba da commercialisti. Riguarda tutte le aziende e i professionisti. Era gennaio quando La Verità ha denunciato il gioco delle tre carte sulle detrazioni fiscali. Bonus a pioggia sull'Irpef erogati solo per motivi elettorali. Ma c'è l'inghippo: più si alza la percentuale degli incentivi, più diminuisce il risparmio. Intanto crescono gli intoppi che rallentano la possibilità di scaricare l'Iva per le aziende. E l'erario ci guadagna. Ora a denunciare l'inghippo sono proprio i commercialisti che hanno stilato il lungo elenco dei contribuenti incapienti: coloro che con il proprio reddito non riescono in tutto o in parte a utilizzare le detrazioni e quindi gli sconti fiscali. Per l'esattezza oltre 7,7 i milioni di contribuenti italiani incapienti, per i quali l'Irpef dovuta si azzera per effetto delle detrazioni. Di questi sono più di 3,12 milioni quelli che non riescono a sfruttare in tutto o in parte le detrazioni per carichi di famiglia.Nel frattempo, per continuare a mescolare le carte si porta avanti la battaglia sull'Iva. In realtà, è solo l'ultima tappa di un caos progressivo che rende per chi produce ricchezza sempre più difficile mettere a detrazione l'imposta sugli acquisti. Gli ultimi due governi, spinti da Bruxelles (che sul gettito Iva tara i contributi nazionali) hanno infatti lanciato una campagna contro l'Iva. Ufficialmente si tratta di combattere l'evasione. Peccato che sempre più osservatori notino che l'evasione resta un mondo parallelo, mentre le progressive restrizioni alle detrazioni sarebbero mirate ad alzare il gettito. Meno sconti o detrazioni, più tasse per le aziende. L'elenco degli inghippi e degli intoppi è lungo. Basti solo ricordare tutto il caos legato allo spesometro che, nella seconda metà del 2017, ha travolto quasi tutti i commercialisti italiani. A luglio, sempre dello scorso anno, è esploso il caso delle nuove scadenze fiscali che hanno messo a rischio numerose detrazioni. A fine del 2016 i commercialisti avevano fatto addirittura sciopero contro i nuovi adempimenti presenti in manovra. Troppe difficoltà rendono le dichiarazioni fallaci e quindi in caso di accertamento sanzionabili. Risultato: il gettito sale continuamente, come dimostrano i dati contenuti nei periodici bollettini di Bankitalia. Purtroppo le Pmi e le partite Iva non hanno partiti di riferimento e dunque nessun politico abbraccia la battaglia contro la «fregatura dell'Iva». Allo stesso tempo gli altri elettori, come i pensionati o i lavoratori dipendenti, non si preoccupano dei problemi delle aziende e cadono facilmente in un inganno che non è altro che l'altro lato della medaglia. Si tratta delle detrazioni fiscali, ovvero i numerosi bonus che le ultime manovra fiscali hanno moltiplicato. La legge approvata lo scorso mese ha inaugurato addirittura il bonus verde. In pratica, una detrazione Irpef del 36% sulle spese sostenute per la sistemazione di terrazze o giardini privati. Importo massimo da detrarre è 180 euro all'anno per dieci anni. L'incentivo va a sommarsi al bonus ristrutturazioni edili, l'ecobonus e lo sconto per l'acquisto di mobili, elettrodomestici e caldaie. Ovviamente, tutti gli incentivi valgono anche per i condomini e si sommano a tutte le altre detrazioni. Ci riferiamo a quelle legate alle spese per gli asili nido, gite scolastiche, biciclette elettriche, pannolini per i neonati, attività sportive, funerali e costi veterinari. Senza dimenticare le spese sanitarie e medicinali detraibili al 19%. In prossimità delle elezioni i governi tendono ad alzare la percentuale di detrazione delle spese e ciò spesso ha un impatto positivo sull'elettorato. Peccato che più si alza la percentuale e si lascia invariato il periodo di utilizzo (di solito dieci anni), più scende la cifra che il contribuente effettivamente risparmia. Qui sta il gioco politico. Infatti, la capienza fiscale è la somma massima che può essere portata a detrazione. E dipende dal reddito Iperf. La cifra che eccede viene persa e salvo casi eccezionali non può essere recuperata l'anno successivo. Un inganno? Più o meno. Il reddito medio di un pensionato è di circa 16.000 euro. L'Irpef non supera i 3.600 euro. L'Iperf di un lavoratore medio è di poco superiore. Ai calcoli vanno aggiunte le singole detrazioni Irpef specifiche per aliquota e la cosiddetta No tax area (sotto gli 8.000 euro). Purtroppo in Italia circa 10 milioni sono i pensionati che ricevono un assegno di poco superiore alla mina e qui la possibilità di detrarre bonus e incentivi è quasi nulla. Un esempio? Un impianto di riscaldamento a pompa di calore in sostituzione di una caldaia a gas, a fronte di una spesa di circa 5.200 euro - con le detrazioni del 65% - consente un recupero di circa 3.880 euro in dieci rate annuali, mentre il contributo del conto termico, sarebbe di soli 1.100 euro, erogati in un anno. Il 40% dei pensionati non è in grado di incassare la detrazione. E molti ne perderanno una fetta. Figuriamoci se un lavoratore medio all'importo della caldaia somma l'intera ristrutturazione della casa e le spese sanitarie. La capienza fiscale rischia di lasciare nelle casse dello Stato una buona fetta di quanto le leggi di bilancio permetterebbero di scaricare. In pratica, è tutta una questione di rubinetti e imbuti. I governi promettono a pensionati e lavoratori dipendenti bonus (ricordiamo gli 80 euro di Matteo Renzi) e detrazioni a go-go. Rappresentano alle urne voti facili e consentono all'erario una «spesa» limitata. Più di tanto non si può usufruire perché l'imbuto è stretto. Al contrario, laddove le cifre sono molto elevate (il gettito Iva vale oltre 57 miliardi) i rubinetti vengono continuamente stretti e modificati, in modo da rendere estremamente complicato usufruire di detrazioni o in generale di sconti. Non a caso il gettito Iva aumenta di trimestre in trimestre a botte di un miliardo di euro. E i problemi che riguardano i cittadini non vengono mai affrontati. «Anche quest'anno», ha osservato Massimo Miani, presidente del consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, «la campagna della dichiarazione dei redditi, avviata con la messa a disposizione dei dati per la precompilata, vede nuove detrazioni per oneri e spese che si affiancano alle numerose già esistenti, ma quello degli incapienti rimane un nodo non affrontato. Il vero tema è quello dei carichi familiari: è logico che le detrazioni per redditi di lavoro abbiano al massimo il compito di azzerare l'imposta dovuta, così come è ragionevole che le detrazioni per oneri e spese facciano altrettanto. Dove invitiamo a una riflessione, sono i carichi di famiglia: per questo tipo di situazione l'incapienza non appare né logica né ragionevole e forse sarebbe opportuno concentrare e rafforzare l'aiuto al fattore famiglia sul versante dei trasferimenti, come per il meccanismo degli assegni al nucleo familiare, piuttosto che su quello delle detrazioni d'imposta». Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guida-al-730-precompilato-2561696755.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-il-modello-semplificato-si-rinuncia-pure-a-risparmiare-sul-mutuo" data-post-id="2561696755" data-published-at="1781541940" data-use-pagination="False"> Con il modello semplificato si rinuncia pure a risparmiare sul mutuo Accettare il 730 precompilato dell'Agenzia delle entrate significa evitare ulteriori controlli da parte del fisco. Ma attenzione, molte spese possono non essere presenti. L'affitto di casa, le spese di ristrutturazione, quelle sostenute da fisioterapisti o da altri professionisti non iscritti all'albo, ma anche quelle per le attività sportive dei figli: sono alcune delle voci che non sono presenti nel 730 precompilato fornito dall'Agenzia delle entrate. Oltre alla mancanza di dati derivanti da operazioni tra privati, si deve anche controllare che sul modello siano presenti gli stessi dati che risultano sul foglio informativo. In questo vengono, infatti, riportati i dati forniti dall'amministrazione finanziaria. Alcuni di questi, però, nonostante siano presenti sul foglio, non sono utilizzati nel 730, perché sono in attesa di una conferma da parte del contribuente (come per esempio gli interessi passivi sul mutuo della prima casa). Questo significa che, nel caso in cui si abbia diritto alle detrazioni, si deve rifiutare il precompilato.Oltre alle spese mancanti si deve anche verificare che i dati inserti dal fisco siano completi e corretti. Ecco gli errori più frequenti. Dati di fabbricati e terreni. I dati relativi a terreni e fabbricati vengono infatti ripresi dalla dichiarazione dell'anno precedente. I redditi di lavoro dipendente, pensione, ritenute Irpef e addizionali. Molto spesso in questa sezione i dati sono inseriti in modo parziale o errato. Spese per l'asilo nido. Essendo il primo anno in cui vengono inserite, è meglio controllare che ci gli importi siano giusti, in base al numero di figli. Spese condominiali per lavori edili o per il risparmio energetico. In questo caso l'amministratore comunica i dati, ma molto spesso la ripartizione che viene fatta non corrisponde al reale contributo. Per quanto riguarda le spese sanitarie bisogna distinguere due casi. Se ci si è «opposti alla spesa sanitaria» o se ci sono delle mancanze, dovute a un errore del fisco. Il primo caso si verifica quando si va dal medico e si acconsente a non far inoltrare la propria fattura al fisco. In questo caso la notifica deve essere presente nella fattura rilasciata e si può autonomamente inserire all'interno del 730 sotto la voce «spese mediche». Nel caso di errore da parte del fisco, si procede con la modifica dei dati errati. L'operazione 730 precompilato, nata nel 2015, ha avuto fin dal principio l'obiettivo di semplificare la dichiarazione dei redditi e rendere i contribuenti sempre meno dipendenti dai commercialisti. Non si può negare che da allora ci sia stato un miglioramento nella quantità di dati inseriti. Sulla qualità, invece, c'è ancora da lavorare. L'Agenzia delle entrate commette ancora degli errori macroscopici (come sbagliare il luogo di nascita o il codice fiscale del coniuge fiscalmente a carico). Per non parlare della mole di dati che ancora non sono presenti all'interno del 730. Non è nemmeno vero che sempre meno cittadini si rivolgono ai professionisti. Quando si scarica il 730 precompilato, o si hanno le competenze tecniche necessarie per capire i dati inseriti o inevitabilmente ci si rivolge al commercialista o al Caf di fiducia. Il professionista viene comunque pagato, anche se il modello è perfetto. Altri soldi si devono spendere nel caso in cui si decide di modificare il precompilato. Anche in questo caso, o si hanno le capacità o ci si rivolge a un professionista. Il successo dei 2,3 milioni di cittadini che nel 2017 hanno scelto il fai da te senza chiedere aiuto al commercialista è una mezza verità. È, infatti, vero che 2,3 milioni di italiani hanno scelto la «precompilata fa da te» ma con l'assistenza (nell'ombra) del commercialista. Il contribuente, dunque, si reca dal professionista e questo gli modifica la dichiarazione dei redditi accedendo all'area riservata del cliente con le sue credenziali. In questo modo, al fisco risulta che la pratica è stata fatta in autonomia dal contribuente, ma la realtà è ben diversa. Questa pratica si è diffusa visto che il fisco ha ben pensato di punire il professionista per ogni errore presente nella dichiarazione da lui compilata.Giorgia Pacione Di Bello <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/guida-al-730-precompilato-2561696755.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-errori-del-fisco-ricadono-su-commercialisti-e-clienti" data-post-id="2561696755" data-published-at="1781541940" data-use-pagination="False"> Gli errori del fisco ricadono su commercialisti e clienti Maria Elena Boschi LaPresse «Sono oltre un milione gli accessi dei contribuenti alla dichiarazione precompilata nei primi quattro giorni (dal 16 al 20 aprile) dal lancio della piattaforma online, circa il 60% in più rispetto allo scorso anno. Da quest'anno, inoltre, la compilazione sarà assistita: il fisco, infatti, guiderà il contribuente passo passo nell'inserimento di nuove spese deducibili o detraibili non presenti tra i dati precompilati». Non sono parole nostre ma un comunicato dell'Agenzia delle entrate. I toni trionfalistici sono giustificati non tanto dai fatti ma dal sostegno che quasi tutti i media italiani stanno fornendo all'iniziativa del fisco nostrano. Con la dichiarazione dei redditi precompilata, in caso di dichiarazione accettata in autonomia e senza modifiche, il fisco non richiede più la documentazione che dimostra le spese che danno dritto a deduzioni e detrazioni (scontrini, fatture, bonifici, contratti, eccetera). Un beneficio che si estende anche alle dichiarazioni 730 inviate, con o senza modifiche, tramite Caf e professionisti: saranno questi ultimi, infatti, in caso di controllo documentale, a dover esibire la documentazione al posto dei loro assistiti. Il fisco pensa così di risolvere quella che è invece una faccenda molto più complicata. Tutti i meriti dovrebbero andare all'Agenzia e tutti i problemi e le multe ricadono sui cittadini attraverso i liberi professionisti. Non a caso un quotidiano, all'indomani del lancio dell'operazione, ha sollevato una diretta polemica con Maria Elena Boschi, attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio. La Boschi sulla sua pagina Facebook ha sentito il dovere di scrivere sull'operazione 730 precompilata con la possibilità data dall'Agenzia delle entrate a circa 30 milioni di contribuenti di accedere alla propria dichiarazione fiscale con i dati già inseriti. «Da oggi 30 milioni di italiani potranno visualizzare online la propria dichiarazione precompilata per i redditi del 2017. Uno strumento introdotto dal governo Renzi che in questi anni ha semplificato la vita di molti cittadini. La sburocratizzazione e la costruzione di un fisco "amico" sono stati al centro dell'azione dei governi Pd. A chi in campagna elettorale prometteva di introdurre la dichiarazione dei redditi precompilata, suggerisco di visitare il sito dell'Agenzia delle entrate per poter visualizzare la propria. Risposte concrete, non slogan da campagna elettorale: andiamo avanti per un'Italia più semplice», scrive la Boschi. Il post ha fatto infuriare i commercialisti. I dati, per esempio, continuano a non essere corretti e senza l'intervento di un professionista per la correzione e verifica il contribuente rischia l'accertamento. Anche se a compiere l'errore è stato un funzionario dello Stato. Soprattutto il fisco e i politici omettono quanto sia importante il lavoro dei commercialisti. Sulle loro spalle ricadono tutti gli oneri anche quelli della precompilata che ricorda sempre più una trappola più che un risparmio. D'altronde in Italia lo Stato ha sempre ragione anche quando ha torto.Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guida-al-730-precompilato-2561696755.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="i-numeri-utili-per-la-precompilata" data-post-id="2561696755" data-published-at="1781541940" data-use-pagination="False"> I numeri utili per la precompilata I canali di assistenza, messi a disposizione dell'Agenzia delle entrate, sono diversi. Innanzitutto il sito Internet dedicato, infoprecompilata.agenziaentrate.it, dove sono presenti anche le Faq con le risposte alle domande più frequenti. Poi il call center, che risponde dal lunedì al venerdì, dalle ore 9 alle ore 17, e il sabato dalle ore 9 alle ore 13, ai seguenti numeri: 848.800.444 da rete fissa, 06 966.689.07 da cellulare e +39 06.966.689.33 per chi chiama dall'estero. È anche possibile dialogare «a tu per tu» con le Entrate anche tramite Facebook, utilizzando la chat Messenger, oppure prenotare online un appuntamento in ufficio con un funzionario.
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Hezbollah può perdere comandanti, combattenti, depositi di armi e influenza politica, ma continua a sopravvivere grazie a una rete finanziaria internazionale che resta largamente operativa. È questa la conclusione del rapporto Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, pubblicato dal Centro austriaco di documentazione sull’islam politico e firmato dall’esperta di Medio Oriente Lina Khatib.
Lo studio arriva dopo una fase estremamente difficile per il movimento sciita libanese. La guerra che combatte contro Israele dal 2023 ha provocato pesanti perdite militari, la distruzione di infrastrutture strategiche e la morte di numerosi dirigenti. Anche il crollo del regime siriano di Bashar al Assad nel dicembre 2024 ha privato Hezbollah di un alleato fondamentale e di importanti canali economici utilizzati per finanziare le proprie attività. Secondo il rapporto, tuttavia, la sconfitta militare non si è tradotta in una sconfitta economica. Le strutture finanziarie costruite in oltre quarant’anni di attività continuano a operare su scala globale e l’Europa rappresenta ancora uno dei principali centri di raccolta, movimentazione e riciclaggio di denaro.
Il Dipartimento del Tesoro americano stima che Hezbollah riceva almeno 700 milioni di dollari all’anno dall’Iran. Considerando che il bilancio complessivo del gruppo supera il miliardo di dollari, emerge che quasi un terzo delle entrate proviene da attività autonome sviluppate attraverso reti criminali e finanziarie internazionali. Il rapporto descrive una struttura estremamente sofisticata che collega traffico di droga, riciclaggio di denaro, commercio internazionale, criptovalute, diamanti, opere d’arte, società di copertura e organizzazioni apparentemente legittime sparse in tutto il mondo. L’Europa occupa una posizione centrale in questo sistema. Le autorità occidentali hanno individuato attività riconducibili a Hezbollah in Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Romania, Spagna, Svizzera e Regno Unito. Tra i Paesi maggiormente coinvolti figurano Francia e Germania, ma il rapporto evidenzia come il fenomeno interessi l’intero continente.
Anche l’Italia compare più volte nel documento. Non viene indicata come il principale centro operativo dell’organizzazione, ma come uno snodo logistico e commerciale importante all’interno delle rotte utilizzate dalle reti criminali collegate a Hezbollah. Uno degli episodi citati riguarda il traffico di Captagon, la droga sintetica che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di reddito del regime siriano e dei suoi alleati. Nel 2021 le autorità austriache hanno smantellato una rete che stava organizzando il trasferimento di 30 tonnellate di Captagon verso l’Arabia Saudita. La sostanza veniva prodotta in Libano, nascosta all’interno di forni per pizza e altre apparecchiature, spedita in Belgio, trasferita in Austria e successivamente inoltrata verso la penisola arabica attraverso porti italiani. Secondo gli investigatori, la scelta dell’Europa era strategica. Le merci provenienti dal continente europeo erano sottoposte a controlli meno rigorosi rispetto a quelle in arrivo direttamente dal Libano, consentendo ai trafficanti di sfruttare le vulnerabilità del sistema commerciale internazionale. Dietro molte di queste attività vi sarebbe la cosiddetta Business Affairs Component (Bac), la struttura economico-finanziaria di Hezbollah fondata dal comandante Imad Mughniyah. Secondo il rapporto, il Bac è stato guidato da Adham Husayn Tabaja, considerato dagli Stati Uniti uno dei principali finanziatori dell’organizzazione e inserito nelle liste dei terroristi globali. Al suo fianco operava Abdallah Safi al Din, rappresentante di Hezbollah in Iran e figura centrale nei rapporti finanziari con Teheran. Attraverso questa struttura Hezbollah avrebbe sviluppato una stretta collaborazione con diversi cartelli della droga latinoamericani, offrendo servizi di riciclaggio di denaro in cambio di commissioni milionarie.
Uno dei casi più significativi descritti nel rapporto è quello della cosiddetta Cedar Network, smantellata dalla Drug Enforcement Administration americana nell’ambito del Progetto Cassandra. Secondo le indagini, la rete acquistava cocaina dai cartelli colombiani, la distribuiva in Europa e negli Stati Uniti e successivamente ripuliva i proventi attraverso un articolato sistema commerciale. Al centro del meccanismo vi era Mohamad Noureddine, considerato il coordinatore dei flussi finanziari dell’organizzazione. Operando da Beirut, Noureddine avrebbe supervisionato il riciclaggio di milioni di dollari derivanti dal traffico di cocaina e destinato parte dei fondi all’acquisto di armamenti per Hezbollah e per gruppi alleati attivi in Siria e Iraq. Accanto a lui operava Hassan Trabulsi, che secondo le indagini utilizzava una concessionaria automobilistica in Germania per acquistare e rivendere veicoli di lusso con denaro proveniente dal narcotraffico. Le auto venivano poi esportate verso l’Africa occidentale, dove venivano rivendute per completare il processo di riciclaggio.
Un ruolo analogo sarebbe stato svolto da Ali Zbib, incaricato dell’acquisto di orologi di lusso destinati agli stessi circuiti commerciali. Il rapporto ricorda inoltre che nel 2016 una vasta operazione internazionale portò all’arresto di 16membri della rete tra Francia, Belgio, Germania e Italia. Secondo gli investigatori, l’organizzazione era in grado di riciclare fino a un milione di euro alla settimana. Tra le figure più importanti citate nello studio compare anche Ayman Joumaa, considerato uno dei maggiori broker internazionali del narcotraffico e del riciclaggio di denaro collegato a Hezbollah. La sua organizzazione avrebbe movimentato fondi attraverso società offshore, compagnie di navigazione, hotel e reti hawala distribuite tra Libano, Panama e Colombia. Ma il narcotraffico non rappresenta l’unica fonte di reddito. Il rapporto dedica un intero capitolo al mercato dell’arte e dei diamanti, descritto come uno degli strumenti più efficaci per occultare la provenienza dei fondi. Al centro di questo sistema compare Nazem Said Ahmad, mercante d’arte libanese colpito da sanzioni statunitensi e britanniche e considerato uno dei principali finanziatori personali di Hassan Nasrallah. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, Ahmad avrebbe utilizzato una rete di società di copertura e prestanome per acquistare e movimentare opere di enorme valore realizzate da artisti come Andy Warhol, Pablo Picasso, Ai Weiwei e Jean-Michel Basquiat. Dal 2012 avrebbe acquistato opere per oltre 54 milioni di dollari, sfruttando le difficoltà di valutazione tipiche del mercato dell’arte per trasferire denaro fuori dal Libano e aggirare le sanzioni internazionali. Lo stesso sistema sarebbe stato utilizzato per il commercio di diamanti. Attraverso una complessa rete di intermediari e società di copertura, Ahmad avrebbe movimentato migliaia di carati, alterando valutazioni e certificazioni per aumentare il valore degli asset e occultare i reali beneficiari delle transazioni.
E per riciclare i soldi il gruppo commercia pure automobili usate
Quando si parla di Hezbollah, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle attività militari dell’organizzazione sciita libanese, sul suo arsenale missilistico e sul sostegno ricevuto dall’Iran. Molto meno nota è invece la dimensione economica del gruppo, che secondo numerose indagini internazionali si avvale di una rete finanziaria globale capace di operare tra Medio Oriente, Africa, America Latina ed Europa. Uno degli aspetti più sorprendenti emersi negli ultimi anni riguarda il commercio internazionale di automobili usate. Un settore apparentemente ordinario che, secondo investigatori americani ed europei, viene sfruttato da organizzazioni criminali collegate a Hezbollah per riciclare denaro proveniente dal traffico di droga e da altre attività illecite.
Il meccanismo individuato dalle autorità segue uno schema relativamente semplice. I proventi del narcotraffico vengono raccolti in diversi Paesi e successivamente utilizzati per acquistare veicoli usati. Le automobili vengono poi esportate soprattutto verso l’Africa occidentale, uno dei principali mercati mondiali per i veicoli di seconda mano. Una volta rivenduti, i mezzi generano profitti apparentemente legittimi che possono essere reinseriti nel sistema finanziario internazionale. Secondo gli investigatori, una parte di queste risorse finisce per sostenere reti riconducibili a Hezbollah. L’Europa occupa un ruolo centrale all’interno di questo sistema. Non perché il mercato automobilistico europeo finanzi direttamente il gruppo libanese, ma perché alcune reti criminali utilizzano società commerciali, operatori logistici e intermediari presenti nel continente per movimentare e occultare ingenti quantità di denaro. I grandi flussi di merci che attraversano quotidianamente porti e frontiere europee offrono infatti opportunità ideali per mascherare operazioni sospette all’interno di attività apparentemente regolari. Uno dei casi più significativi riguarda la rete finanziaria attribuita all’uomo d’affari libanese Ayman Joumaa e le indagini sviluppate attorno alla Lebanese Canadian Bank. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, centinaia di milioni di dollari provenienti dal narcotraffico transitano attraverso un articolato sistema di riciclaggio che coinvolge società commerciali, attività di import-export e movimentazioni finanziarie internazionali. Le automobili usate rappresentano soltanto uno degli strumenti utilizzati per ripulire il denaro e reinserirlo nell’economia legale.
Le dimensioni del fenomeno emergono con maggiore chiarezza durante l’operazione internazionale «Cedar», coordinata tra agenzie di sicurezza europee e statunitensi. L’inchiesta porta alla luce una rete accusata di aver riciclato centinaia di milioni di euro attraverso diversi Paesi dell’Unione europea, confermando come il continente venga considerato un ambiente favorevole per attività economiche utilizzate per nascondere la provenienza dei fondi. L’Europa continua a rappresentare un nodo strategico per le attività economiche e finanziarie riconducibili a Hezbollah. Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi e alcuni Stati balcanici vengono frequentemente citati nelle analisi di intelligence come aree nelle quali operano facilitatori e reti di supporto sospettate di contribuire alle attività economiche dell'organizzazione. Per le autorità occidentali il fenomeno non riguarda soltanto il terrorismo. Hezbollah viene accusato da diversi governi di aver sviluppato rapporti con gruppi criminali coinvolti nel traffico di cocaina, nel contrabbando e nel riciclaggio di denaro. L’organizzazione respinge queste accuse e sostiene che si tratti di campagne politiche finalizzate a colpirne l’immagine internazionale. Tuttavia, negli ultimi quindici anni, numerose indagini giudiziarie e rapporti di intelligence continuano a individuare collegamenti tra soggetti vicini al gruppo e sofisticate operazioni economiche transnazionali.
Tra le figure finite nel mirino delle autorità americane compare Adham Husayn Tabaja, noto come Adham Tabaja. Washington lo considera un membro di Hezbollah con collegamenti diretti ai vertici dell’organizzazione e alla sua componente operativa. Attraverso il gruppo Al-Inmaa, attivo nei settori immobiliare e delle costruzioni, ha contribuito a sostenere economicamente il movimento sciita. Secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, le sue attività si estendono dal Libano all'Iraq e forniscono al gruppo sia risorse finanziarie sia infrastrutture operative.
Nel 2015 gli Stati Uniti lo hanno designato come terrorista globale e hanno congelano i beni soggetti alla giurisdizione americana. Provvedimenti analoghi sono stati adottati anche dall’Arabia Saudita. La vicenda delle automobili usate rappresenta soltanto una delle molteplici modalità attraverso cui le organizzazioni terroristiche moderne riescono a finanziare le proprie attività. Non si tratta più soltanto di donazioni o sostegni statali. Sempre più spesso queste realtà sfruttano le opportunità offerte dall’economia globale, infiltrandosi nei circuiti commerciali internazionali e utilizzando attività apparentemente legittime per generare e trasferire denaro.
I pagamenti iraniani? Arrivano in cripto
Negli ultimi anni Hezbollah ha inoltre investito sempre più nelle criptovalute. Secondo il rapporto, Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, l’organizzazione utilizza principalmente la rete Tron e la stablecoin Tether, strumenti considerati particolarmente interessanti perché più difficili da monitorare rispetto al Bitcoin.
Gli Stati Uniti hanno colpito il settore delle criptovalute iraniano imponendo sanzioni a Nobitex, il principale exchange del Paese, e ad altre tre piattaforme digitali accusate di favorire l’elusione delle restrizioni internazionali e il finanziamento del terrorismo. Secondo il Dipartimento del Tesoro, Nobitex avrebbe gestito oltre la metà dei flussi di asset digitali diretti verso l’Iran nel 2025, facilitando operazioni riconducibili ai Pasdaran, ad attività terroristiche e a gruppi legati al ransomware. Sanzionati anche il presidente e cofondatore Amir Hossein Rad e altri dirigenti della società. Nel mirino di Washington sono finite inoltre Wallex, Bitpin e Ramzinex, tra le maggiori piattaforme iraniane per volume di scambi. Le autorità americane sostengono che questi operatori abbiano avuto un ruolo chiave nel trasferimento di fondi e nell’aggiramento delle sanzioni economiche.
Tra le figure chiave di questo settore emerge Tawfiq Muhammad Said al Law, operatore hawala con base in Siria accusato di aver fornito portafogli digitali utilizzati per ricevere fondi derivanti dalla vendita di petrolio iraniano e trasferirli a Hezbollah. Lo studio cita inoltre Muhammad Ja'far Qasir e Muhammad Qasim al-Bazzal, responsabili del coordinamento dei trasferimenti finanziari tra il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Hezbollah, il regime siriano e gli Huthi yemeniti. Secondo gli autori, queste attività dimostrano come Hezbollah non sia semplicemente un’organizzazione armata attiva in Libano, ma una vera e propria multinazionale del finanziamento illecito capace di integrare narcotraffico, commercio internazionale, servizi finanziari, opere d’arte, diamanti e nuove tecnologie digitali.
A rendere ancora più difficile il contrasto di queste attività è la mancanza di una posizione uniforme in Europa. Mentre Stati Uniti, Regno Unito, Germania e altri Paesi considerano Hezbollah nella sua interezza un’organizzazione terroristica, l’Unione europea continua formalmente a distinguere tra ala politica e ala militare. Secondo gli autori del rapporto questa distinzione crea aree grigie che facilitano la raccolta e la movimentazione di fondi. Le differenze legislative tra i vari Paesi europei rendono inoltre più difficile seguire il percorso del denaro e coordinare le attività investigative. L’Italia, insieme ad altri Paesi europei, rappresenta uno dei tasselli di questa rete internazionale. Finché tali infrastrutture finanziarie resteranno operative, avvertono gli autori del rapporto, Hezbollah continuerà a disporre delle risorse necessarie per mantenere la propria influenza ben oltre i confini del Libano.
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Le attività investigative, avviate nel 2024 a seguito di approfondimenti fiscali su una società con sede nel Lodigiano, risultata essere una società cartiera che emetteva fatture per operazioni inesistenti per migliaia di euro, hanno portato alla luce un’organizzazione criminale in grado di trasferire in Cina oltre 200 milioni di euro.
Secondo gli investigatori, il sodalizio sfruttava i complessi meccanismi di riciclaggio tipici del cosiddetto «underground banking», ossia sistemi di trasferimento di denaro che operano al di fuori dei circuiti finanziari ufficiali e regolamentati, aggirando i controlli antiriciclaggio. Le somme venivano spesso trasferite attraverso triangolazioni con altri Paesi europei prima di giungere a destinazione.
Questo sistema consentiva ai beneficiari delle fatture false di riciclare proventi derivanti da diverse tipologie di reati presupposto, tra cui reati tributari, societari e fallimentari, ma anche attività legate al traffico di stupefacenti e alla criminalità organizzata. Parallelamente, soggetti appartenenti alla comunità cinese avrebbero potuto riciclare ingenti quantità di denaro proveniente dalle proprie attività economiche e rimpatriare in Cina somme già «ripulite».
Il meccanismo si basava su una compensazione tra il denaro contante restituito ai beneficiari delle fatture false e i bonifici effettuati da questi ultimi sui conti correnti gestiti dall’organizzazione.
In numerose operazioni i trasferimenti venivano effettuati mediante l’utilizzo dei cosiddetti «virtual iban», particolari codici che consentono di reindirizzare i fondi verso un unico conto principale, mascherando i reali beneficiari e rendendo particolarmente complessa la ricostruzione dei flussi finanziari legati alle false fatturazioni.
L’organizzazione criminale avrebbe operato attraverso 41 società cartiere, gestite da un ufficio anonimo con sede a Chiari, in provincia di Brescia. Attraverso queste strutture sarebbero state emesse fatture per operazioni inesistenti per un valore complessivo di circa 200 milioni di euro nei confronti di numerose società clienti.
Le somme ricevute venivano successivamente trasferite all’estero e, in un secondo momento, retrocesse in contanti alle società beneficiarie delle false fatture. Per questo servizio l’organizzazione tratteneva una commissione pari al 10 per cento degli importi movimentati.
Le indagini hanno inoltre accertato che alcune società avrebbero indebitamente sfruttato le normative agevolative previste per gli eventi sismici dell’Abruzzo del 2009 e quelle introdotte durante la pandemia da Covid-19, inserendo in contabilità crediti inesistenti utilizzati per compensare debiti di natura fiscale, previdenziale e assicurativa.
Una delle società cartiere sarebbe stata utilizzata anche per realizzare una frode Iva nell’importazione di merci dall’India attraverso il ricorso illecito al regime del deposito Iva, che consente agli operatori economici di lavorare in sospensione d’imposta e di rinviare il pagamento dell’Iva a una fase successiva all’importazione.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la società fittizia si limitava a interporsi tra il fornitore e il destinatario finale della merce, senza svolgere alcuna reale attività commerciale e senza mai assolvere al pagamento dell’imposta dovuta.
Tra i destinatari delle misure cautelari personali figura anche un commercialista italiano, ritenuto responsabile della gestione amministrativa e contabile delle imprese riconducibili all’organizzazione. L’uomo avrebbe predisposto i modelli F24 utilizzati dalle società beneficiarie delle indebite compensazioni, oltre a tutta la documentazione necessaria per conferire alle aziende coinvolte una parvenza di regolarità formale.
Contestualmente all’esecuzione delle otto misure cautelari personali — tra cui gli arresti domiciliari nei confronti del presunto capo dell’associazione, con applicazione del braccialetto elettronico — l’autorità giudiziaria ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di circa 31 milioni di euro.
I sequestri hanno riguardato i componenti dell’organizzazione e gli altri indagati, nonché le 41 società cartiere, i relativi conti correnti e l’ufficio «occulto» utilizzato per la gestione dell’intera struttura criminale.
Le misure patrimoniali hanno interessato disponibilità finanziarie, quote societarie, immobili, autovetture e beni di lusso, tra cui orologi e preziosi.
Nel corso delle perquisizioni, grazie al supporto delle unità cinofile «cash dog» in servizio presso i reparti della Guardia di Finanza degli aeroporti di Bergamo-Orio al Serio e Milano-Linate, sono stati inoltre rinvenuti e sequestrati oltre 100mila euro in contanti occultati all’interno di immobili e autovetture.s
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Paola Cortellesi (Ansa)
Nella festa del 2 giugno c’è stato un ciclopico convitato di pietra. Il 2 giugno è una di quelle rare occasioni nelle quali l’Italia, per qualche ora, sospende il proprio esercizio preferito - la divisione - e si concede il lusso dell’unità. Le bandiere sventolano senza polemica. Persino i partiti, almeno in apparenza, accettano una tregua. Così è stato anche nell’ottantesimo anniversario: una celebrazione accurata, solenne, ovviamente retorica, inevitabilmente pedagogica nel suo richiamo ai fondamenti della comunità nazionale. Sul Colle, sembrava prevalere quel sentimento raro che gli italiani provano soltanto in certe occasioni: il desiderio di riconoscersi in qualcosa di comune. Purtroppo tale anelito non può appartenere ai moralmente superiori, che per nessun motivo possono avere qualcosa in comune con i «moralmente inferiori». Fino a un certo punto siamo andati benino, per mezza giornata abbiamo dato l’impressione di un Paese normale. E invece no, i moralmente superiori non potevano permetterlo.
Nessuna polemica chiara, ma un qualcosa di più sottile e, per questo, più rivelatore: un’omissione nel discorso della signora Paola Cortellesi. In ottant’anni di storia repubblicana, abbiamo prodotto così poca cultura e così poche idee, che il massimo che siamo riusciti a mettere insieme è Paola Cortellesi, che ha raccontato questi otto decenni come una battaglia delle donne. In otto decenni non abbiamo avuto altro? In effetti, di omissioni nel discorso della Cortellesi ce ne sono state moltissime. Ha ricordato un Paese nato dopo guerra, dittatura, fame e resistenza: come dimenticarselo. Ha ricordato le donne seviziate e trucidate dai nazifascisti, ma ha elegantemente dimenticato quelle seviziate e uccise dai partigiani rossi in quanto si trattava di donne che avevano avuto solo la sventura di essere mogli o figlie o madri di persone coinvolte in un regime che, essendo durato venti anni, aveva coinvolto molte persone. A volte erano anche personalità del mondo antifascista e anticomunista, che i partigiani comunisti eliminavano perché, come avevano combattuto il fascismo, avrebbero combattuto anche il comunismo. I partigiani comunisti sono stati massacratori della divisione Osoppo e gli artefici del cosiddetto «triangolo della morte», un luogo tra Modena e Reggio Emilia in cui la gente è stata uccisa e data in pasto ai maiali e tra loro le donne non sono state poche.
Non ricordando quelle donne da loro seviziate e uccise, a volte ragazzine quattordicenni, la signora Cortellesi ha compiuto il gesto ignobile di calpestare la loro morte e il loro dolore. Non ha ricordato le cosiddette «marocchinate». Non ha nominato il fatto che l’antifascismo nasce con il cadavere impiccato per i piedi di Claretta Petacci, il cui assassinio non è mai stato perseguito penalmente, come prova tangibile dello sfregio per le donne e per il loro corpo. I gerarchi nazisti sono stati ben più colpevoli di Mussolini, ma hanno avuto diritto a un processo, perché la Storia ha diritto a un processo, e le loro donne sono state lasciate in pace. La signora Cortellesi, non ricordandola, ha calpestato le sevizie e la morte di una giovane donna uccisa barbaramente senza processo. Il cadavere di Claretta Petacci, impiccata per i piedi, ci ricorda che il fascismo, che ha ucciso, stuprato e storpiato mentre era al potere, ha fatto schifo e che altrettanto ha fatto l’antifascismo nella sua parte stalinista, che ha ucciso, stuprato e storpiato quando non era neanche al potere. Il fascismo è morto da 80 anni, ma l’antifascismo stalinista è purtroppo vivo e continua a bearsi del linciaggio di Mussolini, che ha privato la storia del suo processo, e del linciaggio di una giovane donna che non aveva commesso crimini.
Quando è che i morti seppelliranno i morti e potremo cominciare a non essere sempre impaludati in una storia sporca di ottant’anni fa? La signora Cortellesi parla di voto alle donne, ma sarebbe forse stato carino ricordare che, negli anni Venti, la proposta di voto alle donne fu bocciata da socialisti e liberali nel timore che avrebbe avvantaggiato i partiti cattolici. Poi la signora Cortellesi fa un rapido ripasso di come il fascismo considerasse la donna: moglie, madre e arredamento del focolare mentre i maschi potevano divertirsi tanto, scaraventati in una guerra assurda, mentre si trascinavano sulle piste del deserto o le nevi sovietiche con armi obsolete. Il fascismo non fu un movimento conservatore, certamente non un movimento di destra (Winston Churchill e Charles De Gaulle erano conservatori e di destra, e lasciavano le donne in pace a casa loro, ai loro focolari), ma un movimento rivoluzionario di derivazione marxista, cioè iperstatalista, e con il fanatismo dello sport e delle armi: le ragazze erano costrette a fare le Giovani italiane, dai 14 ai 17 anni, con una preparazione sportiva e paramilitare.
Comunque nelle Università dell’Italietta fascista si è laureata Rita Levi Montalicini . La signora Cortellesi non ha parlato della più immonda e atroce delle violenze contro le donne: i figli strappati a madri incolpevoli. La Repubblica ha equiparato marito e moglie: detto così suona benissimo, ma in realtà è stata una trappola mortale. Il potere tolto al pater familias è stato dato allo Stato: un potere enorme e spietato. Lo Stato decide le vaccinazioni e, soprattutto, manda le assistenti sociali, le psicologhe e i giudici a distruggere senza motivo il legame più ancestrale e sacro, avendo come risultato madri incolpevoli che per anni non sanno dove siano finiti i propri figli. Sanno solo che sono stati deportati in case famiglia, ossia orfanatrofi di Stato.
Ma il convitato di pietra più grosso, più indecentemente imperdonabile è stato non aver nominato Giorgia Meloni, primo presidente donna del nostro Paese. Non si tratta qui di discutere la figura politica di Meloni, né di condividerne o respingerne le scelte. Che piaccia o no, che susciti consenso o opposizione, il fatto rimane. La prima presidente del Consiglio donna rappresenta una novità destinata a entrare nei manuali e nelle cronologie istituzionali. È una circostanza che appartiene alla storia della Repubblica molto più che alla cronaca del governo. Una ricorrenza come il 2 giugno vive di simboli condivisi e di riconoscimenti che trascendono le appartenenze. È qui che la questione smette di riguardare la protagonista dell’omissione e comincia a riguardare il clima culturale del Paese. Le democrazie vivono di conflitto regolato. Ma esistono momenti nei quali il conflitto dovrebbe riconoscere un limite. Il 2 giugno è uno di questi. Quando ciò non accade, si produce una frattura visibile e abbastanza grossa. Quindi vorrei prendere io la parola e dire quello che la signora Cortellesi avrebbe dovuto dire, e cioè che io sono profondamente fiera del presidente del Consiglio del mio Paese, Giorgia Meloni, che è arrivata a essere presidente del Consiglio partendo dalle borgate, cosa che gli imbecilli le rimproverano senza capire che invece è un merito enorme. Come un merito enorme è l’essere diventata presidente del Consiglio senza essere la «figlia di» o «la moglie di». Quindi faccio volentieri io i complimenti e gli auguri alla signora Meloni: sono molto fiera di lei, del suo non essersi mai inginocchiata davanti a nessuno e sono contenta che in questo momento a capo del mio Paese ci sia lei.
Agli organizzatori della manifestazione, una sola domanda: ma veramente in rappresentanza delle donne e degli uomini dell’Italia, della loro cultura, della loro storia non avevamo niente di meglio da offrire di Paola Cortellesi?
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