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2025-09-19
Putin fa i conti: «Al fronte siamo 700.000»
Vladimir Putin e Donald Trump (Getty)
La pace tra Russia e Ucraina appare sempre più un miraggio. Nelle ultime ore, i cannoni di entrambi gli eserciti hanno colpito raffinerie, ferrovie e altri punti strategici, il Cremlino ha reso noto di avere oltre 700.000 soldati dispiegati al fronte, e Kiev e Varsavia hanno stretto un accordo di cooperazione antidrone. Nel frattempo, tra i leader dei vari Paesi fioccano accuse reciproche e si menziona perfino lo spettro della guerra mondiale.
Ieri, a suonare l’allarme, è stato Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, durante una conferenza con Keir Starmer, il primo ministro del Regno Unito, a Chequers: «In Ucraina stiamo assistendo a una strage: milioni di morti, soprattutto militari. Ma non voglio la terza guerra mondiale». E ha aggiunto: «Putin mi ha deluso, sta uccidendo molte persone e ne sta perdendo più di quante ne stia uccidendo. I soldati russi vengono uccisi a un tasso più alto di quelli ucraini. Ho fermato altre sette guerre», ha sottolineato Trump, evocando poi anche la speranza di «qualche buona notizia nei prossimi giorni perché si sta assistendo a un numero di morti che nessuno ha visto dalla Seconda guerra mondiale». Ricordando il colloquio avuto con Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale, ha sottolineato che il conflitto «poteva sfociare in una Terza guerra mondiale, diventando una vergogna». Inoltre, ha aggiunto di non considerare un errore l’invito al presidente russo Vladimir Putin in Alaska. Anche per il premier britannico, occorre «accrescere la pressione» sul Cremlino.
Dalla Russia non arrivano segnali di conciliazione. Putin ha dichiarato che sono «oltre 700.000 i militari russi dispiegati sulla linea del fronte in Ucraina», spiegando ai suoi cittadini che «l’intero settore della difesa è evoluto in modo significativo, le spese militari sono in aumento, ma gli obiettivi sociali rimangono una priorità».
Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov continua a coltivare il dialogo con l’America mostrando, però, ostilità verso l’Unione europea. L’accusa è di non volere «che il conflitto» in Ucraina si risolva e di voler «rilanciare la macchina da guerra europea». Esplicita la sua denuncia: «Gli europei non hanno nascosto il fatto di continuare apertamente a dissuadere la leadership statunitense da qualsiasi azione costruttiva nei confronti della Russia nel contesto della crisi ucraina. Vogliono che gli Stati Uniti tornino sulla china scivolosa in cui si trovavano sotto Joe Biden». Paradossalmente gli fanno eco alcune indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal, secondo le quali in Europa serpeggiano i malumori intorno a un Trump più disponibile a iniziare una guerra commerciale con India e Cina anziché ad aumentare le pressioni sulla Russia.
Dal fronte europeo, nel frattempo, è atteso un nuovo pacchetto di sanzioni, il diciannovesimo contro il Cremlino, nel corso della riunione convocata oggi a Bruxelles dalla presidenza danese. La Polonia si è spinta oltre firmando un accordo con Kiev di cooperazione antidrone. Ciò significa che un gruppo operativo condurrà programmi di addestramento congiunti e condividerà tecnologie. Intanto in Gran Bretagna, nella contea di Essex, tre persone sono state arrestate con l’accusa di attività di spionaggio a favore della Russia.
Sul campo di battaglia si moltiplicano gli attacchi. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha visitato le truppe impegnate sul fronte di Donetsk rivendicando anche le vittorie finora conseguite: «Dall’inizio dell’operazione sono già stati liberati 160 chilometri quadrati e sette insediamenti, e oltre 170 chilometri quadrati e nove insediamenti sono stati ripuliti dagli occupanti».
Nelle ultime ore, in particolare, i droni ucraini hanno colpito due punti strategici russi: una raffineria nella regione della Baschiria, a 1.400 chilometri dal confine, e un tratto ferroviario nella regione di Poltava (oltre ad aver tentato, nella notte tra mercoledì e giovedì, di colpire anche lo stabilimento Lukoil a Volgograd). Secondo le indiscrezioni sarebbero seguiti un incendio in un sito della Gazprom e il ferimento di una persona. In un altro episodio, i servizi segreti russi rivendicano invece di essere riusciti a sventare un attacco a San Pietroburgo contro un dirigente di un’azienda nel settore della difesa.
Non sono mancate le offensive russe. Ieri sono state colpite le infrastrutture ferroviarie nella regione di Poltava e altri punti nel distretto di Myrhorod. Ciò avrebbe causato alcuni ferimenti, incendi, l’interruzione dell’alimentazione elettrica e ritardi dei treni fino a tre ore. Alcuni funzionari ucraini hanno dichiarato al Financial Times che la Russia sta intensificando attacchi di questo genere appositamente per danneggiare l’economia del Paese.
Ora la guerra è in mano a Bruxelles. E infatti è divenuta una tragica farsa
Nelle mani delle donnette di Bruxelles, questa guerra in Ucraina sta assumendo sempre più le connotazioni di farsa. Purtroppo farsa grottesca e tragica, non comica perché c’è poco da ridere. Pensiamo solo alla faccenda dei droni. Che senza alcuna verifica furono dichiarati essere prima 19, poi 17, poi 12. Poi - parole di Ursula von der Leyen - «più di dieci». Sanno contare? Alla fine, pare che ne abbiano raccolti quattro. Dalla quantità, passiamo ora alla qualità. Subito, di nuovo senza alcuna verifica, furono dichiarati essere un deliberato «attacco» (Kaja Kallas); che poco dopo è stato declassato a «incursione», sempre deliberata. In quel di Polonia, poi, hanno ingigantito la cosa all’inverosimile: prima, allocando 40.000 soldati ai confini con Ucraina e Bielorussia; poi con la convocazione, da parte del loro ministro degli Esteri, dell’ambasciatore russo. Questi, però, laconico, ha posto una sola domanda: avete prova che siano droni inviati dalla Russia? Eh già, perché la prova non c’è e i russi negano; e tutto è possibile, qui: anche che siano stati droni assemblati dagli Ucraini con pezzi di droni russi e inviati in Polonia col preciso scopo di «provocare», appunto, la reazione della Nato. Qual è la verità, al momento, interessa poco perché, visto che i russi negano, non è dato saperla. Quel che interessa notare è la scomposta reazione delle donnette di Bruxelles. Che, oltre a non saper contare, neanche sanno come comportarsi né sembrano rendersi conto che stanno, di fatto, intonando il de profundis sulla Nato. Perché? Perché con l’insistere sulla responsabilità della Russia e sul voler con ciò esercitare pressione sulla Nato a intervenire, il risultato finale che vede chi, come noi, sta seduto ad assistere a questa macabra farsa, è che la Nato è morta, come certificato dall’evidente mancato intervento.
Non meno farsesche sono le invocazioni, da parte delle donnette di Bruxelles, a comminare nuove sanzioni. Qui le barzellette sono due: l’invocazione delle sanzioni dirette sull’acquisto del «petrolio» dalla Russia e l’invocazione delle sanzioni secondarie alla Cina. Perché questa novità sul «petrolio», mi son chiesto. E il perché è presto detto: perché la Ue, sostanzialmente, non importa petrolio direttamente dalla Russia, ma continua a importare gas, e sanzioni su chi acquista gas dalla Russia significherebbero sanzioni che la Ue infliggerebbe a sé stessa. Sulla seconda barzelletta Donald Trump è stato, ancora una volta, geniale: son pronto a sanzionare la Cina - dice Trump - se tutti gli altri soci della Nato lo fanno; cioè, in pratica, se lo fa la Ue. Ma la cosa sarebbe un boomerang per la Ue, visto che questa dipende in modo cruciale dagli scambi commerciali con la Cina. Ho detto «altra» genialata perché la prima di Trump è stata aver trasformato gli Usa da ideatori e finanziatori del conflitto ad arbitri del medesimo. Comunque, e purtroppo, non sembra che il presidente americano abbia sufficienti poteri per far finire il conflitto.
Il cui cerino, allora, è rimasto nelle mani delle donnette di Bruxelles e di Volodymyr Zelensky. Se questo conflitto finisce, quelle perdono il posto; ma questo potrebbe perdere anche la vita. Il che spiegherebbe perché il conflitto non finisce. E Vladimir Putin o, comunque, Mosca? Il copione della farsa continua a narrare che da quella parte non si vuole la pace. Ma i fatti ci dicono il contrario.
Era ancora il 12 luglio 2021 quando Putin pubblicava un lungo articolo (Sull’unità storica di Russia e Ucraina) ove implorava il mondo intero di smetterla di ignorare la questione ucraina: «Di tutta evidenza Kiev non ha bisogno del Donbass», scriveva lo zar. E nel dicembre 2021 presentava agli Usa e alla Nato una proposta di trattato sulle garanzie di sicurezza di tutti. E il 13 febbraio 2022 proponeva a Emmanuel Macron e a Olaf Scholz una risoluzione diplomatica della crisi, esortandoli a esercitare pressioni su Kiev affinché gli accordi di Minsk fossero rispettati. Ai colloqui di Istanbul della primavera del 2022, poi, fu lo stesso membro della delegazione ucraina (Oleksandr Chalyi) a riconoscere a Putin «un sincero impegno nel cercare un compromesso realistico e raggiungere la pace». E nel giugno del 2024 Putin proponeva l’interruzione della guerra in cambio dello status quo territoriale e delle originali pretese: neutralità militare dell’Ucraina e garanzie per i russi d’Ucraina. E, infine, ancora al mese scorso, in Alaska, ribadiva le stesse cose.
E non è finita. Già Trump ha dichiarato che le porte della Nato son chiuse all’Ucraina. E Zelensky ha affermato che l’Ucraina non ha la forza per recuperare i territori perduti. Allora, ci chiediamo, visto che, non Putin, ma Trump e Zelensky hanno già convenuto che due delle condizioni poste da Mosca sono, di fatto, già accordate, a noi non resta che con mestizia registrare la grottesca assurdità della continuazione di questo conflitto.
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Donald Trump striglia lo zar: «Sono deluso, Mosca perde più uomini di Kiev». Ma a Keir Starmer che chiede pressioni replica: «Voglio evitare il terzo conflitto mondiale». Sergej Lavrov poliziotto buono: «Donald capisce le cause profonde». Oggi nuovo pacchetto Ue contro la Russia.Il perdurare delle ostilità in Ucraina dipende dall’Europa, messa al palo dal tycoon.Lo speciale contiene due articoliLa pace tra Russia e Ucraina appare sempre più un miraggio. Nelle ultime ore, i cannoni di entrambi gli eserciti hanno colpito raffinerie, ferrovie e altri punti strategici, il Cremlino ha reso noto di avere oltre 700.000 soldati dispiegati al fronte, e Kiev e Varsavia hanno stretto un accordo di cooperazione antidrone. Nel frattempo, tra i leader dei vari Paesi fioccano accuse reciproche e si menziona perfino lo spettro della guerra mondiale. Ieri, a suonare l’allarme, è stato Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, durante una conferenza con Keir Starmer, il primo ministro del Regno Unito, a Chequers: «In Ucraina stiamo assistendo a una strage: milioni di morti, soprattutto militari. Ma non voglio la terza guerra mondiale». E ha aggiunto: «Putin mi ha deluso, sta uccidendo molte persone e ne sta perdendo più di quante ne stia uccidendo. I soldati russi vengono uccisi a un tasso più alto di quelli ucraini. Ho fermato altre sette guerre», ha sottolineato Trump, evocando poi anche la speranza di «qualche buona notizia nei prossimi giorni perché si sta assistendo a un numero di morti che nessuno ha visto dalla Seconda guerra mondiale». Ricordando il colloquio avuto con Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale, ha sottolineato che il conflitto «poteva sfociare in una Terza guerra mondiale, diventando una vergogna». Inoltre, ha aggiunto di non considerare un errore l’invito al presidente russo Vladimir Putin in Alaska. Anche per il premier britannico, occorre «accrescere la pressione» sul Cremlino.Dalla Russia non arrivano segnali di conciliazione. Putin ha dichiarato che sono «oltre 700.000 i militari russi dispiegati sulla linea del fronte in Ucraina», spiegando ai suoi cittadini che «l’intero settore della difesa è evoluto in modo significativo, le spese militari sono in aumento, ma gli obiettivi sociali rimangono una priorità».Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov continua a coltivare il dialogo con l’America mostrando, però, ostilità verso l’Unione europea. L’accusa è di non volere «che il conflitto» in Ucraina si risolva e di voler «rilanciare la macchina da guerra europea». Esplicita la sua denuncia: «Gli europei non hanno nascosto il fatto di continuare apertamente a dissuadere la leadership statunitense da qualsiasi azione costruttiva nei confronti della Russia nel contesto della crisi ucraina. Vogliono che gli Stati Uniti tornino sulla china scivolosa in cui si trovavano sotto Joe Biden». Paradossalmente gli fanno eco alcune indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal, secondo le quali in Europa serpeggiano i malumori intorno a un Trump più disponibile a iniziare una guerra commerciale con India e Cina anziché ad aumentare le pressioni sulla Russia.Dal fronte europeo, nel frattempo, è atteso un nuovo pacchetto di sanzioni, il diciannovesimo contro il Cremlino, nel corso della riunione convocata oggi a Bruxelles dalla presidenza danese. La Polonia si è spinta oltre firmando un accordo con Kiev di cooperazione antidrone. Ciò significa che un gruppo operativo condurrà programmi di addestramento congiunti e condividerà tecnologie. Intanto in Gran Bretagna, nella contea di Essex, tre persone sono state arrestate con l’accusa di attività di spionaggio a favore della Russia.Sul campo di battaglia si moltiplicano gli attacchi. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha visitato le truppe impegnate sul fronte di Donetsk rivendicando anche le vittorie finora conseguite: «Dall’inizio dell’operazione sono già stati liberati 160 chilometri quadrati e sette insediamenti, e oltre 170 chilometri quadrati e nove insediamenti sono stati ripuliti dagli occupanti».Nelle ultime ore, in particolare, i droni ucraini hanno colpito due punti strategici russi: una raffineria nella regione della Baschiria, a 1.400 chilometri dal confine, e un tratto ferroviario nella regione di Poltava (oltre ad aver tentato, nella notte tra mercoledì e giovedì, di colpire anche lo stabilimento Lukoil a Volgograd). Secondo le indiscrezioni sarebbero seguiti un incendio in un sito della Gazprom e il ferimento di una persona. In un altro episodio, i servizi segreti russi rivendicano invece di essere riusciti a sventare un attacco a San Pietroburgo contro un dirigente di un’azienda nel settore della difesa.Non sono mancate le offensive russe. Ieri sono state colpite le infrastrutture ferroviarie nella regione di Poltava e altri punti nel distretto di Myrhorod. Ciò avrebbe causato alcuni ferimenti, incendi, l’interruzione dell’alimentazione elettrica e ritardi dei treni fino a tre ore. Alcuni funzionari ucraini hanno dichiarato al Financial Times che la Russia sta intensificando attacchi di questo genere appositamente per danneggiare l’economia del Paese.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guerra-ucraina-putin-trump-lavrov-2674008988.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-la-guerra-e-in-mano-a-bruxelles-e-infatti-e-divenuta-una-tragica-farsa" data-post-id="2674008988" data-published-at="1758271817" data-use-pagination="False"> Ora la guerra è in mano a Bruxelles. E infatti è divenuta una tragica farsa Nelle mani delle donnette di Bruxelles, questa guerra in Ucraina sta assumendo sempre più le connotazioni di farsa. Purtroppo farsa grottesca e tragica, non comica perché c’è poco da ridere. Pensiamo solo alla faccenda dei droni. Che senza alcuna verifica furono dichiarati essere prima 19, poi 17, poi 12. Poi - parole di Ursula von der Leyen - «più di dieci». Sanno contare? Alla fine, pare che ne abbiano raccolti quattro. Dalla quantità, passiamo ora alla qualità. Subito, di nuovo senza alcuna verifica, furono dichiarati essere un deliberato «attacco» (Kaja Kallas); che poco dopo è stato declassato a «incursione», sempre deliberata. In quel di Polonia, poi, hanno ingigantito la cosa all’inverosimile: prima, allocando 40.000 soldati ai confini con Ucraina e Bielorussia; poi con la convocazione, da parte del loro ministro degli Esteri, dell’ambasciatore russo. Questi, però, laconico, ha posto una sola domanda: avete prova che siano droni inviati dalla Russia? Eh già, perché la prova non c’è e i russi negano; e tutto è possibile, qui: anche che siano stati droni assemblati dagli Ucraini con pezzi di droni russi e inviati in Polonia col preciso scopo di «provocare», appunto, la reazione della Nato. Qual è la verità, al momento, interessa poco perché, visto che i russi negano, non è dato saperla. Quel che interessa notare è la scomposta reazione delle donnette di Bruxelles. Che, oltre a non saper contare, neanche sanno come comportarsi né sembrano rendersi conto che stanno, di fatto, intonando il de profundis sulla Nato. Perché? Perché con l’insistere sulla responsabilità della Russia e sul voler con ciò esercitare pressione sulla Nato a intervenire, il risultato finale che vede chi, come noi, sta seduto ad assistere a questa macabra farsa, è che la Nato è morta, come certificato dall’evidente mancato intervento.Non meno farsesche sono le invocazioni, da parte delle donnette di Bruxelles, a comminare nuove sanzioni. Qui le barzellette sono due: l’invocazione delle sanzioni dirette sull’acquisto del «petrolio» dalla Russia e l’invocazione delle sanzioni secondarie alla Cina. Perché questa novità sul «petrolio», mi son chiesto. E il perché è presto detto: perché la Ue, sostanzialmente, non importa petrolio direttamente dalla Russia, ma continua a importare gas, e sanzioni su chi acquista gas dalla Russia significherebbero sanzioni che la Ue infliggerebbe a sé stessa. Sulla seconda barzelletta Donald Trump è stato, ancora una volta, geniale: son pronto a sanzionare la Cina - dice Trump - se tutti gli altri soci della Nato lo fanno; cioè, in pratica, se lo fa la Ue. Ma la cosa sarebbe un boomerang per la Ue, visto che questa dipende in modo cruciale dagli scambi commerciali con la Cina. Ho detto «altra» genialata perché la prima di Trump è stata aver trasformato gli Usa da ideatori e finanziatori del conflitto ad arbitri del medesimo. Comunque, e purtroppo, non sembra che il presidente americano abbia sufficienti poteri per far finire il conflitto.Il cui cerino, allora, è rimasto nelle mani delle donnette di Bruxelles e di Volodymyr Zelensky. Se questo conflitto finisce, quelle perdono il posto; ma questo potrebbe perdere anche la vita. Il che spiegherebbe perché il conflitto non finisce. E Vladimir Putin o, comunque, Mosca? Il copione della farsa continua a narrare che da quella parte non si vuole la pace. Ma i fatti ci dicono il contrario.Era ancora il 12 luglio 2021 quando Putin pubblicava un lungo articolo (Sull’unità storica di Russia e Ucraina) ove implorava il mondo intero di smetterla di ignorare la questione ucraina: «Di tutta evidenza Kiev non ha bisogno del Donbass», scriveva lo zar. E nel dicembre 2021 presentava agli Usa e alla Nato una proposta di trattato sulle garanzie di sicurezza di tutti. E il 13 febbraio 2022 proponeva a Emmanuel Macron e a Olaf Scholz una risoluzione diplomatica della crisi, esortandoli a esercitare pressioni su Kiev affinché gli accordi di Minsk fossero rispettati. Ai colloqui di Istanbul della primavera del 2022, poi, fu lo stesso membro della delegazione ucraina (Oleksandr Chalyi) a riconoscere a Putin «un sincero impegno nel cercare un compromesso realistico e raggiungere la pace». E nel giugno del 2024 Putin proponeva l’interruzione della guerra in cambio dello status quo territoriale e delle originali pretese: neutralità militare dell’Ucraina e garanzie per i russi d’Ucraina. E, infine, ancora al mese scorso, in Alaska, ribadiva le stesse cose.E non è finita. Già Trump ha dichiarato che le porte della Nato son chiuse all’Ucraina. E Zelensky ha affermato che l’Ucraina non ha la forza per recuperare i territori perduti. Allora, ci chiediamo, visto che, non Putin, ma Trump e Zelensky hanno già convenuto che due delle condizioni poste da Mosca sono, di fatto, già accordate, a noi non resta che con mestizia registrare la grottesca assurdità della continuazione di questo conflitto.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.