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2025-09-19
Putin fa i conti: «Al fronte siamo 700.000»
Vladimir Putin e Donald Trump (Getty)
La pace tra Russia e Ucraina appare sempre più un miraggio. Nelle ultime ore, i cannoni di entrambi gli eserciti hanno colpito raffinerie, ferrovie e altri punti strategici, il Cremlino ha reso noto di avere oltre 700.000 soldati dispiegati al fronte, e Kiev e Varsavia hanno stretto un accordo di cooperazione antidrone. Nel frattempo, tra i leader dei vari Paesi fioccano accuse reciproche e si menziona perfino lo spettro della guerra mondiale.
Ieri, a suonare l’allarme, è stato Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, durante una conferenza con Keir Starmer, il primo ministro del Regno Unito, a Chequers: «In Ucraina stiamo assistendo a una strage: milioni di morti, soprattutto militari. Ma non voglio la terza guerra mondiale». E ha aggiunto: «Putin mi ha deluso, sta uccidendo molte persone e ne sta perdendo più di quante ne stia uccidendo. I soldati russi vengono uccisi a un tasso più alto di quelli ucraini. Ho fermato altre sette guerre», ha sottolineato Trump, evocando poi anche la speranza di «qualche buona notizia nei prossimi giorni perché si sta assistendo a un numero di morti che nessuno ha visto dalla Seconda guerra mondiale». Ricordando il colloquio avuto con Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale, ha sottolineato che il conflitto «poteva sfociare in una Terza guerra mondiale, diventando una vergogna». Inoltre, ha aggiunto di non considerare un errore l’invito al presidente russo Vladimir Putin in Alaska. Anche per il premier britannico, occorre «accrescere la pressione» sul Cremlino.
Dalla Russia non arrivano segnali di conciliazione. Putin ha dichiarato che sono «oltre 700.000 i militari russi dispiegati sulla linea del fronte in Ucraina», spiegando ai suoi cittadini che «l’intero settore della difesa è evoluto in modo significativo, le spese militari sono in aumento, ma gli obiettivi sociali rimangono una priorità».
Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov continua a coltivare il dialogo con l’America mostrando, però, ostilità verso l’Unione europea. L’accusa è di non volere «che il conflitto» in Ucraina si risolva e di voler «rilanciare la macchina da guerra europea». Esplicita la sua denuncia: «Gli europei non hanno nascosto il fatto di continuare apertamente a dissuadere la leadership statunitense da qualsiasi azione costruttiva nei confronti della Russia nel contesto della crisi ucraina. Vogliono che gli Stati Uniti tornino sulla china scivolosa in cui si trovavano sotto Joe Biden». Paradossalmente gli fanno eco alcune indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal, secondo le quali in Europa serpeggiano i malumori intorno a un Trump più disponibile a iniziare una guerra commerciale con India e Cina anziché ad aumentare le pressioni sulla Russia.
Dal fronte europeo, nel frattempo, è atteso un nuovo pacchetto di sanzioni, il diciannovesimo contro il Cremlino, nel corso della riunione convocata oggi a Bruxelles dalla presidenza danese. La Polonia si è spinta oltre firmando un accordo con Kiev di cooperazione antidrone. Ciò significa che un gruppo operativo condurrà programmi di addestramento congiunti e condividerà tecnologie. Intanto in Gran Bretagna, nella contea di Essex, tre persone sono state arrestate con l’accusa di attività di spionaggio a favore della Russia.
Sul campo di battaglia si moltiplicano gli attacchi. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha visitato le truppe impegnate sul fronte di Donetsk rivendicando anche le vittorie finora conseguite: «Dall’inizio dell’operazione sono già stati liberati 160 chilometri quadrati e sette insediamenti, e oltre 170 chilometri quadrati e nove insediamenti sono stati ripuliti dagli occupanti».
Nelle ultime ore, in particolare, i droni ucraini hanno colpito due punti strategici russi: una raffineria nella regione della Baschiria, a 1.400 chilometri dal confine, e un tratto ferroviario nella regione di Poltava (oltre ad aver tentato, nella notte tra mercoledì e giovedì, di colpire anche lo stabilimento Lukoil a Volgograd). Secondo le indiscrezioni sarebbero seguiti un incendio in un sito della Gazprom e il ferimento di una persona. In un altro episodio, i servizi segreti russi rivendicano invece di essere riusciti a sventare un attacco a San Pietroburgo contro un dirigente di un’azienda nel settore della difesa.
Non sono mancate le offensive russe. Ieri sono state colpite le infrastrutture ferroviarie nella regione di Poltava e altri punti nel distretto di Myrhorod. Ciò avrebbe causato alcuni ferimenti, incendi, l’interruzione dell’alimentazione elettrica e ritardi dei treni fino a tre ore. Alcuni funzionari ucraini hanno dichiarato al Financial Times che la Russia sta intensificando attacchi di questo genere appositamente per danneggiare l’economia del Paese.
Ora la guerra è in mano a Bruxelles. E infatti è divenuta una tragica farsa
Nelle mani delle donnette di Bruxelles, questa guerra in Ucraina sta assumendo sempre più le connotazioni di farsa. Purtroppo farsa grottesca e tragica, non comica perché c’è poco da ridere. Pensiamo solo alla faccenda dei droni. Che senza alcuna verifica furono dichiarati essere prima 19, poi 17, poi 12. Poi - parole di Ursula von der Leyen - «più di dieci». Sanno contare? Alla fine, pare che ne abbiano raccolti quattro. Dalla quantità, passiamo ora alla qualità. Subito, di nuovo senza alcuna verifica, furono dichiarati essere un deliberato «attacco» (Kaja Kallas); che poco dopo è stato declassato a «incursione», sempre deliberata. In quel di Polonia, poi, hanno ingigantito la cosa all’inverosimile: prima, allocando 40.000 soldati ai confini con Ucraina e Bielorussia; poi con la convocazione, da parte del loro ministro degli Esteri, dell’ambasciatore russo. Questi, però, laconico, ha posto una sola domanda: avete prova che siano droni inviati dalla Russia? Eh già, perché la prova non c’è e i russi negano; e tutto è possibile, qui: anche che siano stati droni assemblati dagli Ucraini con pezzi di droni russi e inviati in Polonia col preciso scopo di «provocare», appunto, la reazione della Nato. Qual è la verità, al momento, interessa poco perché, visto che i russi negano, non è dato saperla. Quel che interessa notare è la scomposta reazione delle donnette di Bruxelles. Che, oltre a non saper contare, neanche sanno come comportarsi né sembrano rendersi conto che stanno, di fatto, intonando il de profundis sulla Nato. Perché? Perché con l’insistere sulla responsabilità della Russia e sul voler con ciò esercitare pressione sulla Nato a intervenire, il risultato finale che vede chi, come noi, sta seduto ad assistere a questa macabra farsa, è che la Nato è morta, come certificato dall’evidente mancato intervento.
Non meno farsesche sono le invocazioni, da parte delle donnette di Bruxelles, a comminare nuove sanzioni. Qui le barzellette sono due: l’invocazione delle sanzioni dirette sull’acquisto del «petrolio» dalla Russia e l’invocazione delle sanzioni secondarie alla Cina. Perché questa novità sul «petrolio», mi son chiesto. E il perché è presto detto: perché la Ue, sostanzialmente, non importa petrolio direttamente dalla Russia, ma continua a importare gas, e sanzioni su chi acquista gas dalla Russia significherebbero sanzioni che la Ue infliggerebbe a sé stessa. Sulla seconda barzelletta Donald Trump è stato, ancora una volta, geniale: son pronto a sanzionare la Cina - dice Trump - se tutti gli altri soci della Nato lo fanno; cioè, in pratica, se lo fa la Ue. Ma la cosa sarebbe un boomerang per la Ue, visto che questa dipende in modo cruciale dagli scambi commerciali con la Cina. Ho detto «altra» genialata perché la prima di Trump è stata aver trasformato gli Usa da ideatori e finanziatori del conflitto ad arbitri del medesimo. Comunque, e purtroppo, non sembra che il presidente americano abbia sufficienti poteri per far finire il conflitto.
Il cui cerino, allora, è rimasto nelle mani delle donnette di Bruxelles e di Volodymyr Zelensky. Se questo conflitto finisce, quelle perdono il posto; ma questo potrebbe perdere anche la vita. Il che spiegherebbe perché il conflitto non finisce. E Vladimir Putin o, comunque, Mosca? Il copione della farsa continua a narrare che da quella parte non si vuole la pace. Ma i fatti ci dicono il contrario.
Era ancora il 12 luglio 2021 quando Putin pubblicava un lungo articolo (Sull’unità storica di Russia e Ucraina) ove implorava il mondo intero di smetterla di ignorare la questione ucraina: «Di tutta evidenza Kiev non ha bisogno del Donbass», scriveva lo zar. E nel dicembre 2021 presentava agli Usa e alla Nato una proposta di trattato sulle garanzie di sicurezza di tutti. E il 13 febbraio 2022 proponeva a Emmanuel Macron e a Olaf Scholz una risoluzione diplomatica della crisi, esortandoli a esercitare pressioni su Kiev affinché gli accordi di Minsk fossero rispettati. Ai colloqui di Istanbul della primavera del 2022, poi, fu lo stesso membro della delegazione ucraina (Oleksandr Chalyi) a riconoscere a Putin «un sincero impegno nel cercare un compromesso realistico e raggiungere la pace». E nel giugno del 2024 Putin proponeva l’interruzione della guerra in cambio dello status quo territoriale e delle originali pretese: neutralità militare dell’Ucraina e garanzie per i russi d’Ucraina. E, infine, ancora al mese scorso, in Alaska, ribadiva le stesse cose.
E non è finita. Già Trump ha dichiarato che le porte della Nato son chiuse all’Ucraina. E Zelensky ha affermato che l’Ucraina non ha la forza per recuperare i territori perduti. Allora, ci chiediamo, visto che, non Putin, ma Trump e Zelensky hanno già convenuto che due delle condizioni poste da Mosca sono, di fatto, già accordate, a noi non resta che con mestizia registrare la grottesca assurdità della continuazione di questo conflitto.
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Donald Trump striglia lo zar: «Sono deluso, Mosca perde più uomini di Kiev». Ma a Keir Starmer che chiede pressioni replica: «Voglio evitare il terzo conflitto mondiale». Sergej Lavrov poliziotto buono: «Donald capisce le cause profonde». Oggi nuovo pacchetto Ue contro la Russia.Il perdurare delle ostilità in Ucraina dipende dall’Europa, messa al palo dal tycoon.Lo speciale contiene due articoliLa pace tra Russia e Ucraina appare sempre più un miraggio. Nelle ultime ore, i cannoni di entrambi gli eserciti hanno colpito raffinerie, ferrovie e altri punti strategici, il Cremlino ha reso noto di avere oltre 700.000 soldati dispiegati al fronte, e Kiev e Varsavia hanno stretto un accordo di cooperazione antidrone. Nel frattempo, tra i leader dei vari Paesi fioccano accuse reciproche e si menziona perfino lo spettro della guerra mondiale. Ieri, a suonare l’allarme, è stato Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, durante una conferenza con Keir Starmer, il primo ministro del Regno Unito, a Chequers: «In Ucraina stiamo assistendo a una strage: milioni di morti, soprattutto militari. Ma non voglio la terza guerra mondiale». E ha aggiunto: «Putin mi ha deluso, sta uccidendo molte persone e ne sta perdendo più di quante ne stia uccidendo. I soldati russi vengono uccisi a un tasso più alto di quelli ucraini. Ho fermato altre sette guerre», ha sottolineato Trump, evocando poi anche la speranza di «qualche buona notizia nei prossimi giorni perché si sta assistendo a un numero di morti che nessuno ha visto dalla Seconda guerra mondiale». Ricordando il colloquio avuto con Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale, ha sottolineato che il conflitto «poteva sfociare in una Terza guerra mondiale, diventando una vergogna». Inoltre, ha aggiunto di non considerare un errore l’invito al presidente russo Vladimir Putin in Alaska. Anche per il premier britannico, occorre «accrescere la pressione» sul Cremlino.Dalla Russia non arrivano segnali di conciliazione. Putin ha dichiarato che sono «oltre 700.000 i militari russi dispiegati sulla linea del fronte in Ucraina», spiegando ai suoi cittadini che «l’intero settore della difesa è evoluto in modo significativo, le spese militari sono in aumento, ma gli obiettivi sociali rimangono una priorità».Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov continua a coltivare il dialogo con l’America mostrando, però, ostilità verso l’Unione europea. L’accusa è di non volere «che il conflitto» in Ucraina si risolva e di voler «rilanciare la macchina da guerra europea». Esplicita la sua denuncia: «Gli europei non hanno nascosto il fatto di continuare apertamente a dissuadere la leadership statunitense da qualsiasi azione costruttiva nei confronti della Russia nel contesto della crisi ucraina. Vogliono che gli Stati Uniti tornino sulla china scivolosa in cui si trovavano sotto Joe Biden». Paradossalmente gli fanno eco alcune indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal, secondo le quali in Europa serpeggiano i malumori intorno a un Trump più disponibile a iniziare una guerra commerciale con India e Cina anziché ad aumentare le pressioni sulla Russia.Dal fronte europeo, nel frattempo, è atteso un nuovo pacchetto di sanzioni, il diciannovesimo contro il Cremlino, nel corso della riunione convocata oggi a Bruxelles dalla presidenza danese. La Polonia si è spinta oltre firmando un accordo con Kiev di cooperazione antidrone. Ciò significa che un gruppo operativo condurrà programmi di addestramento congiunti e condividerà tecnologie. Intanto in Gran Bretagna, nella contea di Essex, tre persone sono state arrestate con l’accusa di attività di spionaggio a favore della Russia.Sul campo di battaglia si moltiplicano gli attacchi. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha visitato le truppe impegnate sul fronte di Donetsk rivendicando anche le vittorie finora conseguite: «Dall’inizio dell’operazione sono già stati liberati 160 chilometri quadrati e sette insediamenti, e oltre 170 chilometri quadrati e nove insediamenti sono stati ripuliti dagli occupanti».Nelle ultime ore, in particolare, i droni ucraini hanno colpito due punti strategici russi: una raffineria nella regione della Baschiria, a 1.400 chilometri dal confine, e un tratto ferroviario nella regione di Poltava (oltre ad aver tentato, nella notte tra mercoledì e giovedì, di colpire anche lo stabilimento Lukoil a Volgograd). Secondo le indiscrezioni sarebbero seguiti un incendio in un sito della Gazprom e il ferimento di una persona. In un altro episodio, i servizi segreti russi rivendicano invece di essere riusciti a sventare un attacco a San Pietroburgo contro un dirigente di un’azienda nel settore della difesa.Non sono mancate le offensive russe. Ieri sono state colpite le infrastrutture ferroviarie nella regione di Poltava e altri punti nel distretto di Myrhorod. Ciò avrebbe causato alcuni ferimenti, incendi, l’interruzione dell’alimentazione elettrica e ritardi dei treni fino a tre ore. Alcuni funzionari ucraini hanno dichiarato al Financial Times che la Russia sta intensificando attacchi di questo genere appositamente per danneggiare l’economia del Paese.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guerra-ucraina-putin-trump-lavrov-2674008988.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-la-guerra-e-in-mano-a-bruxelles-e-infatti-e-divenuta-una-tragica-farsa" data-post-id="2674008988" data-published-at="1758271817" data-use-pagination="False"> Ora la guerra è in mano a Bruxelles. E infatti è divenuta una tragica farsa Nelle mani delle donnette di Bruxelles, questa guerra in Ucraina sta assumendo sempre più le connotazioni di farsa. Purtroppo farsa grottesca e tragica, non comica perché c’è poco da ridere. Pensiamo solo alla faccenda dei droni. Che senza alcuna verifica furono dichiarati essere prima 19, poi 17, poi 12. Poi - parole di Ursula von der Leyen - «più di dieci». Sanno contare? Alla fine, pare che ne abbiano raccolti quattro. Dalla quantità, passiamo ora alla qualità. Subito, di nuovo senza alcuna verifica, furono dichiarati essere un deliberato «attacco» (Kaja Kallas); che poco dopo è stato declassato a «incursione», sempre deliberata. In quel di Polonia, poi, hanno ingigantito la cosa all’inverosimile: prima, allocando 40.000 soldati ai confini con Ucraina e Bielorussia; poi con la convocazione, da parte del loro ministro degli Esteri, dell’ambasciatore russo. Questi, però, laconico, ha posto una sola domanda: avete prova che siano droni inviati dalla Russia? Eh già, perché la prova non c’è e i russi negano; e tutto è possibile, qui: anche che siano stati droni assemblati dagli Ucraini con pezzi di droni russi e inviati in Polonia col preciso scopo di «provocare», appunto, la reazione della Nato. Qual è la verità, al momento, interessa poco perché, visto che i russi negano, non è dato saperla. Quel che interessa notare è la scomposta reazione delle donnette di Bruxelles. Che, oltre a non saper contare, neanche sanno come comportarsi né sembrano rendersi conto che stanno, di fatto, intonando il de profundis sulla Nato. Perché? Perché con l’insistere sulla responsabilità della Russia e sul voler con ciò esercitare pressione sulla Nato a intervenire, il risultato finale che vede chi, come noi, sta seduto ad assistere a questa macabra farsa, è che la Nato è morta, come certificato dall’evidente mancato intervento.Non meno farsesche sono le invocazioni, da parte delle donnette di Bruxelles, a comminare nuove sanzioni. Qui le barzellette sono due: l’invocazione delle sanzioni dirette sull’acquisto del «petrolio» dalla Russia e l’invocazione delle sanzioni secondarie alla Cina. Perché questa novità sul «petrolio», mi son chiesto. E il perché è presto detto: perché la Ue, sostanzialmente, non importa petrolio direttamente dalla Russia, ma continua a importare gas, e sanzioni su chi acquista gas dalla Russia significherebbero sanzioni che la Ue infliggerebbe a sé stessa. Sulla seconda barzelletta Donald Trump è stato, ancora una volta, geniale: son pronto a sanzionare la Cina - dice Trump - se tutti gli altri soci della Nato lo fanno; cioè, in pratica, se lo fa la Ue. Ma la cosa sarebbe un boomerang per la Ue, visto che questa dipende in modo cruciale dagli scambi commerciali con la Cina. Ho detto «altra» genialata perché la prima di Trump è stata aver trasformato gli Usa da ideatori e finanziatori del conflitto ad arbitri del medesimo. Comunque, e purtroppo, non sembra che il presidente americano abbia sufficienti poteri per far finire il conflitto.Il cui cerino, allora, è rimasto nelle mani delle donnette di Bruxelles e di Volodymyr Zelensky. Se questo conflitto finisce, quelle perdono il posto; ma questo potrebbe perdere anche la vita. Il che spiegherebbe perché il conflitto non finisce. E Vladimir Putin o, comunque, Mosca? Il copione della farsa continua a narrare che da quella parte non si vuole la pace. Ma i fatti ci dicono il contrario.Era ancora il 12 luglio 2021 quando Putin pubblicava un lungo articolo (Sull’unità storica di Russia e Ucraina) ove implorava il mondo intero di smetterla di ignorare la questione ucraina: «Di tutta evidenza Kiev non ha bisogno del Donbass», scriveva lo zar. E nel dicembre 2021 presentava agli Usa e alla Nato una proposta di trattato sulle garanzie di sicurezza di tutti. E il 13 febbraio 2022 proponeva a Emmanuel Macron e a Olaf Scholz una risoluzione diplomatica della crisi, esortandoli a esercitare pressioni su Kiev affinché gli accordi di Minsk fossero rispettati. Ai colloqui di Istanbul della primavera del 2022, poi, fu lo stesso membro della delegazione ucraina (Oleksandr Chalyi) a riconoscere a Putin «un sincero impegno nel cercare un compromesso realistico e raggiungere la pace». E nel giugno del 2024 Putin proponeva l’interruzione della guerra in cambio dello status quo territoriale e delle originali pretese: neutralità militare dell’Ucraina e garanzie per i russi d’Ucraina. E, infine, ancora al mese scorso, in Alaska, ribadiva le stesse cose.E non è finita. Già Trump ha dichiarato che le porte della Nato son chiuse all’Ucraina. E Zelensky ha affermato che l’Ucraina non ha la forza per recuperare i territori perduti. Allora, ci chiediamo, visto che, non Putin, ma Trump e Zelensky hanno già convenuto che due delle condizioni poste da Mosca sono, di fatto, già accordate, a noi non resta che con mestizia registrare la grottesca assurdità della continuazione di questo conflitto.
L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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Massimo Calearo Ciman in una foto d'archivio (Ansa)
L’ex deputato del Pd Massimo Calearo Ciman è indagato per il fallimento della Calearo Antenne: contestate truffa aggravata allo Stato, malversazione e bancarotta fraudolenta. La Finanza sequestra beni per oltre 4 milioni di euro.
Sembra un film tragicomico. C’è poco da ridere però per Massimo Calearo Ciman, finito in guai giudiziari serissimi: frode da 9 milioni su fondi pubblici.
Imprenditore di 71 anni, ex deputato del Pd dal 2008 al 2013, durante il IV governo Berlusconi e, dopo il 2011, quello di Mario Monti, si è fatto notare più per le sue intemperanze e goliardate che per i risultati ottenuti nella vita. È stato anche a capo di Confindustria Vicenza dal 2003 al 2008, e contemporaneamente presidente nazionale di Federmeccanica (2004-2008).
L’imprenditore ora è indagato per il fallimento dell’azienda di famiglia, la Calearo Antenne spa di Isola Vicentina, fondata nel 1957, che contava 600 dipendenti, già in grave crisi finanziaria e dallo scorso anno sottoposta a liquidazione giudiziale a causa delle difficoltà economiche derivate dalle perdite indotte dalla pandemia e poi dalla difficile ripresa. Assieme a lui, nel registro della procura, ci sono finiti i figli Carlo Alberto ed Eugenio già presidente dei Giovani imprenditori di Vicenza, oltre all’ex amministratore delegato dell’azienda Luca Corazza. Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato, malversazione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.
La Finanza ha sequestrato beni e liquidi per oltre 4 milioni di euro: 15 immobili, tra i quali la villa di famiglia sui Colli Berici del valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro, 18 terreni, 2 veicoli, le quote di 8 società di capitali. Ricostruito un articolato sistema di distrazione patrimoniale e di utilizzo illecito di fondi pubblici, sviluppatosi mentre la società si trovava in uno stato di dissesto economico. Gli indagati avrebbero dapprima aggravato la situazione debitoria per poi ottenere finanziamenti garantiti dallo Stato presentando documenti e dati contabili falsi. Sotto la lente delle fiamme gialle ci sono due finanziamenti: uno da 7,5 milioni di euro erogato da Invitalia e uno da 1,5 milioni di euro concesso da Banca Sistema e garantito da Sace per 1,35 milioni.
Le indagini avrebbero poi evidenziato come parte di quelle somme sarebbe stata destinata a finalità diverse rispetto a quelle dichiarate nei progetti di investimento. Circa 3,8 milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso partecipate estere nonostante il vincolo di destinazione dei fondi a investimenti e attività produttive esclusivamente in Italia. Nel mirino anche la cessione di immobili all’estero per 2,8 milioni di euro a fronte di pagamenti che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai stati effettuati. Tra gli episodi contestati figurano l’erogazione di compensi non concordati al presidente del consiglio d’amministrazione per circa 186.000 euro e l’utilizzo illecito di crediti d’imposta finanziati con risorse del Pnrr per circa 115.000 euro. Di particolare rilievo l’impiego fraudolento di 282.000 euro provenienti da finanziamenti pubblici destinati a favorire le imprese in difficoltà durante il Covid che sarebbero stati inviati dalla società vicentina a una controllata estera attraverso l’indebita applicazione dell’Iva sugli acquisti effettuati da quest’ultima.
«Io sono tranquillo, pacifico e sereno. È una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dimostreremo che abbiamo agito per l’interesse dell’azienda e che non ci siamo messi in tasca un euro. Non ho niente da nascondere. Questo è un dato di fatto», commenta Calearo. «Andremo a vedere cosa è stato fatto da chi ci è subentrato, quando ci hanno consigliato di non gestire più noi l’azienda. Per fortuna o purtroppo, io non sono un “Signor nessuno”. Il mio nome fa cassetta. Hanno sbagliato bersaglio, dispiace per tutta questa pubblicità negativa».
D’altronde lui è un vero espero di pubblicità negativa, abilissimo a procurarsela anche in passato. Nel 2012, durante un’intervista alla Zanzara, disse che in Parlamento non ci va quasi più («Rimango a casa a fare l'imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più») e che lo stipendio lo prendeva solo per pagare un mutuo da 12.000 euro al mese. Walter Veltroni, che nel 2008, da segretario, lo aveva candidato capolista nel Pd, facendolo diventare parlamentare, si definì disgustato, descrivendolo come «una persona orrenda». Dopo le polemiche Calearo annunciò le dimissioni da deputato salvo poi ripensarci affermando: «In Parlamento ci sono i condannati, non è giusto che mi dimetta io che non ho fatto niente di male».
Sul piano politico è stato a dir poco discontinuo. Partito da Pd si è ritrovato tra le braccia di Berlusconi. Nel 2009 lascia il Pd in rotta con il nuovo segretario Pier Luigi Bersani. Fonda Alleanza per l'Italia con Francesco Rutelli e Bruno Tabacci. Nel 2010 lascia anche Api e dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale con Domenico Scilipoti e vota contro la mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Questo gli vale un posto da consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero. Personaggio interessante.
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