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2019-11-09
Guerra totale di Di Maio sullo scudo. «Se il Pd lo vota c’è un problema»
Ansa
Tutti contro tutti nella maggioranza su Ilva, mentre all'orizzonte si fatica a scorgere una soluzione stabile e rassicurante.
Giuseppe Conte, al di là della sua trasferta a Taranto tra le proteste, si è attestato da 36 ore su una linea da doppio binario. Per un verso, ha aperto al reinserimento dello scudo legale (fingendo di non vedere le lacerazioni nella sua coalizione), ma per altro verso tiene a sottolineare che il problema - a suo avviso - non è questo. In altre parole, secondo lo spin che Palazzo Chigi vorrebbe veicolare, si tratta di togliere ad Arcelor Mittal quello che il governo chiama «l'alibi dello scudo», e mostrare che - in realtà - l'azienda ha deciso di disimpegnarsi indipendentemente dall'immunità giuridica. Morale: Conte ha chiesto 48 ore (ne sono rimaste 24) per studiare una formula che renda lo scudo non più una norma ad hoc ritagliata per il caso Ilva, ma un principio generale ed astratto, valido per ogni impresa che si trovi in una situazione analoga. Resta da capire (ci verremo) come il premier possa pensare che i grillini digeriscano una soluzione di questo tipo.
Assai diverso l'atteggiamento del Pd, il cui nervosismo - testimoniato da ricostruzioni che nessuno ha smentito - ha segnato l'ultima drammatica riunione del Consiglio dei ministri. Così, il capogruppo alla Camera Graziano Delrio vorrebbe predisporre una norma sull'immunità come emendamento da inserire nel primo «treno» legislativo utile, a partire dal decreto fiscale. Da più parti, si segnala ai dem che questo potrebbe portare a uno strappo definitivo con i 5 stelle: ma l'interpretazione di alcuni è che il Nazareno, Nicola Zingaretti in testa, stavolta sia determinato a combattere, anche a costo di far saltare tutto e di liberarsi di un'alleanza sempre meno sostenibile.
Poi ci sono i renziani, forse i più avventurosi e spericolati nelle loro piroette. Hanno votato a loro volta, in Senato, lo sciagurato emendamento della grillina Barbara Lezzi per togliere l'immunità, ma ora sono i primi a strillare per rimetterla. Ieri si è distinta con una offensiva mediatica in questo senso il ministro Teresa Bellanova, che a Radio Rai ha dichiarato: «Il governo deve fare una cosa molto semplice e doverosa, dimostrare serietà: va tolto ogni alibi a Mittal. Quando Mittal ha sottoscritto l'accordo con l'allora ministro Di Maio, le norme in vigore prevedevano le esimenti penali per tutti i lavori di ambientalizzazione. Mittal ha preso a pretesto le modifiche successive per dire che blocca la produzione: per quello che mi riguarda, deve essere messa di fronte alle sue responsabilità, lo Stato deve ripristinare le norme com'erano, e a Mittal deve essere tolto ogni alibi, perché Taranto e l'acciaio italiano non si possono permettere migliaia di esuberi. Questo è il punto, ogni altra riflessione in questo momento rischia di essere un favore all'azienda».
Sull'altro lato della barricata si colloca Luigi Di Maio, ormai autoconfinatosi su posizioni estreme, nel tentativo disperato di non far scoppiare i gruppi parlamentari grillini, ormai simili a due polveriere. «La linea di Conte», ha detto il ministro degli Esteri, «è quella che ha permesso di smascherare Mittal. Questo tema del pretesto neanche Mittal l'ha usato e ora vedo che una parte del sistema, anche mediatico, invece di stare con i lavoratori dimostra di stare con Mittal». Quindi, per Di Maio, c'è stata troppa enfasi sull'immunità, che non va reintrodotta (anche se Conte, come abbiamo visto, dice il contrario). Di Maio, che ha riunito i ministri del suo partito, ha ammonito pesantemente il Pd: «Se il Pd presenta un emendamento sullo scudo, è un problema per il governo».
Sempre nella giornata di ieri, il capo politico M5s, ormai apertamente contestato dai suoi deputati e senatori, ieri ha incontrato i direttivi dei due gruppi alla Camera e al Senato, nel tentativo di placare gli animi. Operazione ardua: alla Camera, il caos è tale che i grillini non riescono nemmeno a eleggere un capogruppo. Al Senato, è stata impressionante la facilità con cui la Lezzi e altri pasdaran hanno imposto la linea più fondamentalista. Così, almeno nella serata di ieri, appariva francamente improbabile che i gruppi parlamentari grillini potessero adattarsi a digerire una nuova formulazione dello scudo.
Al contrario, c'è qualcosa che eccita l'istinto statalista e antimercato grillino: è l'evocazione della nazionalizzazione, apertamente citata dai ministri Stefano Patuanelli e Roberto Speranza, e non esclusa dallo stesso Giuseppe Conte l'altra sera a Porta a porta. Resta da capire – nella forma – come sia possibile aggirare i paletti della normativa europea che proibisce gli aiuti di Stato, e soprattutto - nella sostanza - chi possa essere così folle da affidare a una gestione di fatto politica (sostanzialmente, a guida Pd-M5s) un'azienda immensa, in un mercato mondiale, quello dell'acciaio, difficilissimo e ultracompetitivo. Pensare che i comizi della Lezzi possano convincere investitori e mercato può rivelarsi una cosa peggiore di un'illusione: un incubo.
Colle inquieto sui decreti che emana
Un grande classico dei giornali mainstream, ormai un vero e proprio genere letterario, è quello che potremmo chiamare il lamento del quirinalista sofferente. Così, in presenza di una crisi politica o di un nodo irrisolto economico e sociale, una narrazione estenuata e doloristica ci propone «le inquietudini del Colle», i «turbamenti del Quirinale», nei casi più gravi «l'irritazione» riferita da non meglio precisati «ambienti» del Colle più alto.
In genere, tuttavia, per confortare il lettore, il finale dell'articolo lascia aperta la porta a una soluzione, naturalmente ispirata - spiega il quirinalista - dalla «saggezza del presidente».
Tic e stereotipi giornalistici a parte, ieri era una di quelle giornate. Il giorno prima, come si sa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si era recato dal capo dello Stato per riferirgli sulla vertenza Ilva. Sulla quale - a onor del vero - fino a ieri non si era sentito granché dalle massime istituzioni dello Stato, mentre nei giorni precedenti il presidente della Repubblica si era assai impegnato in una sorta di dibattito indiretto e a distanza con il cardinale Camillo Ruini, per difendere la posizione culturalmente e politicamente cara a Sergio Mattarella, quella del cattolicesimo cosiddetto democratico e di sinistra.
Ieri è stato dunque il giorno del recupero, per così dire: e su molti taccuini, presumibilmente su ispirazione dell'ufficio stampa del Quirinale, diverse penne si sono simultaneamente affrettate ad annotare la preoccupazione del capo dello Stato per l'Ilva e le altre crisi aziendali, e l'invito al governo a cercare soluzioni rapide.
Ma il retroscena del Corriere della Sera è andato oltre, con un passaggio da segnare con un circoletto rosso: il capo dello Stato – spiega Marzio Breda, autore dell'articolo – «resta in allarme anche per come si è gestita la partita negli ultimi anni, da parte di diversi esecutivi». E ancora: «Dubbi ne ha parecchi, Mattarella». Ecco qua: «Al pari di tanti altri, Mattarella è rimasto colpito, per esempio, dalla contraddittoria sequenza dei decreti legge ad hoc (da quello contenuto nel decreto crescita all'ultimo, risalente al 3 settembre, quando la crisi politica era ancora aperta) e dei successivi emendamenti mirati che si sono succeduti nei mesi scorsi».
E qui c'è qualcosa che - forse - al Corriere e alle sue fonti dev'essere sfuggito. Lasciamo da parte gli emendamenti parlamentari, che sono totalmente responsabilità dei deputati o dei senatori che li presentano. Ma, quando si tratta di decreti legge, il capo dello Stato ha poteri ben precisi e fortissimi: è lui – come dice la Costituzione – a «emanarli». Tradotto: può non firmare, ed è titolare di una penetrante funzione di controllo, su cui la dottrina ha lungamente riflettuto.
Quando poi si tratta di una legge (che il Presidente «promulga»), il Capo dello Stato può anche rinviare tutto alle Camere. Il rinvio di una legge (Francesco Cossiga, riferiscono gli archivi, lo fece 22 volte) impone alle Camere una nuova deliberazione.
Anche in termini di moral suasion, non si contano i casi in cui il Quirinale abbia sollecitato un governo a modificare un decreto, ad esempio per evitare l'affollarsi di troppi temi disomogenei.
Su un altro piano, in termini propositivi, il Presidente può anche inviare un messaggio alle Camere, segnalando un tema.
In modo meno forte, ma pur sempre politicamente significativo (Sergio Mattarella lo ha fatto ad esempio sui provvedimenti voluti da Matteo Salvini in materia di sicurezza e immigrazione), il capo dello Stato può anche, in sede di promulgazione di una legge, aggiungere delle annotazioni, che fatalmente hanno un riverbero nel dibattito politico.
Morale: in termini formali o informali, l'attuale Costituzione attribuisce al capo dello Stato una serie amplissima di poteri. A che serve - mesi dopo - far trapelare stupore e delusione su un quotidiano?
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L'idea di reintrodurre l'immunità su Ilva spacca la maggioranza. I dem pensano a un emendamento ad hoc e sono pronti allo scontro duro con i pentastellati, che reagiscono alzando la posta: così può cadere tutto.Il «Corriere» racconta le perplessità di Sergio Mattarella sui cambi di linea circa l'acciaieria tarantina. Eppure, Costituzione alla mano, l'ultima parola è sempre stata del Quirinale.Lo speciale contiene due articoliTutti contro tutti nella maggioranza su Ilva, mentre all'orizzonte si fatica a scorgere una soluzione stabile e rassicurante. Giuseppe Conte, al di là della sua trasferta a Taranto tra le proteste, si è attestato da 36 ore su una linea da doppio binario. Per un verso, ha aperto al reinserimento dello scudo legale (fingendo di non vedere le lacerazioni nella sua coalizione), ma per altro verso tiene a sottolineare che il problema - a suo avviso - non è questo. In altre parole, secondo lo spin che Palazzo Chigi vorrebbe veicolare, si tratta di togliere ad Arcelor Mittal quello che il governo chiama «l'alibi dello scudo», e mostrare che - in realtà - l'azienda ha deciso di disimpegnarsi indipendentemente dall'immunità giuridica. Morale: Conte ha chiesto 48 ore (ne sono rimaste 24) per studiare una formula che renda lo scudo non più una norma ad hoc ritagliata per il caso Ilva, ma un principio generale ed astratto, valido per ogni impresa che si trovi in una situazione analoga. Resta da capire (ci verremo) come il premier possa pensare che i grillini digeriscano una soluzione di questo tipo.Assai diverso l'atteggiamento del Pd, il cui nervosismo - testimoniato da ricostruzioni che nessuno ha smentito - ha segnato l'ultima drammatica riunione del Consiglio dei ministri. Così, il capogruppo alla Camera Graziano Delrio vorrebbe predisporre una norma sull'immunità come emendamento da inserire nel primo «treno» legislativo utile, a partire dal decreto fiscale. Da più parti, si segnala ai dem che questo potrebbe portare a uno strappo definitivo con i 5 stelle: ma l'interpretazione di alcuni è che il Nazareno, Nicola Zingaretti in testa, stavolta sia determinato a combattere, anche a costo di far saltare tutto e di liberarsi di un'alleanza sempre meno sostenibile. Poi ci sono i renziani, forse i più avventurosi e spericolati nelle loro piroette. Hanno votato a loro volta, in Senato, lo sciagurato emendamento della grillina Barbara Lezzi per togliere l'immunità, ma ora sono i primi a strillare per rimetterla. Ieri si è distinta con una offensiva mediatica in questo senso il ministro Teresa Bellanova, che a Radio Rai ha dichiarato: «Il governo deve fare una cosa molto semplice e doverosa, dimostrare serietà: va tolto ogni alibi a Mittal. Quando Mittal ha sottoscritto l'accordo con l'allora ministro Di Maio, le norme in vigore prevedevano le esimenti penali per tutti i lavori di ambientalizzazione. Mittal ha preso a pretesto le modifiche successive per dire che blocca la produzione: per quello che mi riguarda, deve essere messa di fronte alle sue responsabilità, lo Stato deve ripristinare le norme com'erano, e a Mittal deve essere tolto ogni alibi, perché Taranto e l'acciaio italiano non si possono permettere migliaia di esuberi. Questo è il punto, ogni altra riflessione in questo momento rischia di essere un favore all'azienda».Sull'altro lato della barricata si colloca Luigi Di Maio, ormai autoconfinatosi su posizioni estreme, nel tentativo disperato di non far scoppiare i gruppi parlamentari grillini, ormai simili a due polveriere. «La linea di Conte», ha detto il ministro degli Esteri, «è quella che ha permesso di smascherare Mittal. Questo tema del pretesto neanche Mittal l'ha usato e ora vedo che una parte del sistema, anche mediatico, invece di stare con i lavoratori dimostra di stare con Mittal». Quindi, per Di Maio, c'è stata troppa enfasi sull'immunità, che non va reintrodotta (anche se Conte, come abbiamo visto, dice il contrario). Di Maio, che ha riunito i ministri del suo partito, ha ammonito pesantemente il Pd: «Se il Pd presenta un emendamento sullo scudo, è un problema per il governo». Sempre nella giornata di ieri, il capo politico M5s, ormai apertamente contestato dai suoi deputati e senatori, ieri ha incontrato i direttivi dei due gruppi alla Camera e al Senato, nel tentativo di placare gli animi. Operazione ardua: alla Camera, il caos è tale che i grillini non riescono nemmeno a eleggere un capogruppo. Al Senato, è stata impressionante la facilità con cui la Lezzi e altri pasdaran hanno imposto la linea più fondamentalista. Così, almeno nella serata di ieri, appariva francamente improbabile che i gruppi parlamentari grillini potessero adattarsi a digerire una nuova formulazione dello scudo. Al contrario, c'è qualcosa che eccita l'istinto statalista e antimercato grillino: è l'evocazione della nazionalizzazione, apertamente citata dai ministri Stefano Patuanelli e Roberto Speranza, e non esclusa dallo stesso Giuseppe Conte l'altra sera a Porta a porta. Resta da capire – nella forma – come sia possibile aggirare i paletti della normativa europea che proibisce gli aiuti di Stato, e soprattutto - nella sostanza - chi possa essere così folle da affidare a una gestione di fatto politica (sostanzialmente, a guida Pd-M5s) un'azienda immensa, in un mercato mondiale, quello dell'acciaio, difficilissimo e ultracompetitivo. Pensare che i comizi della Lezzi possano convincere investitori e mercato può rivelarsi una cosa peggiore di un'illusione: un incubo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guerra-totale-di-di-maio-sullo-scudo-se-il-pd-lo-vota-ce-un-problema-2641266612.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="colle-inquieto-sui-decreti-che-emana" data-post-id="2641266612" data-published-at="1778071099" data-use-pagination="False"> Colle inquieto sui decreti che emana Un grande classico dei giornali mainstream, ormai un vero e proprio genere letterario, è quello che potremmo chiamare il lamento del quirinalista sofferente. Così, in presenza di una crisi politica o di un nodo irrisolto economico e sociale, una narrazione estenuata e doloristica ci propone «le inquietudini del Colle», i «turbamenti del Quirinale», nei casi più gravi «l'irritazione» riferita da non meglio precisati «ambienti» del Colle più alto. In genere, tuttavia, per confortare il lettore, il finale dell'articolo lascia aperta la porta a una soluzione, naturalmente ispirata - spiega il quirinalista - dalla «saggezza del presidente». Tic e stereotipi giornalistici a parte, ieri era una di quelle giornate. Il giorno prima, come si sa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si era recato dal capo dello Stato per riferirgli sulla vertenza Ilva. Sulla quale - a onor del vero - fino a ieri non si era sentito granché dalle massime istituzioni dello Stato, mentre nei giorni precedenti il presidente della Repubblica si era assai impegnato in una sorta di dibattito indiretto e a distanza con il cardinale Camillo Ruini, per difendere la posizione culturalmente e politicamente cara a Sergio Mattarella, quella del cattolicesimo cosiddetto democratico e di sinistra. Ieri è stato dunque il giorno del recupero, per così dire: e su molti taccuini, presumibilmente su ispirazione dell'ufficio stampa del Quirinale, diverse penne si sono simultaneamente affrettate ad annotare la preoccupazione del capo dello Stato per l'Ilva e le altre crisi aziendali, e l'invito al governo a cercare soluzioni rapide. Ma il retroscena del Corriere della Sera è andato oltre, con un passaggio da segnare con un circoletto rosso: il capo dello Stato – spiega Marzio Breda, autore dell'articolo – «resta in allarme anche per come si è gestita la partita negli ultimi anni, da parte di diversi esecutivi». E ancora: «Dubbi ne ha parecchi, Mattarella». Ecco qua: «Al pari di tanti altri, Mattarella è rimasto colpito, per esempio, dalla contraddittoria sequenza dei decreti legge ad hoc (da quello contenuto nel decreto crescita all'ultimo, risalente al 3 settembre, quando la crisi politica era ancora aperta) e dei successivi emendamenti mirati che si sono succeduti nei mesi scorsi». E qui c'è qualcosa che - forse - al Corriere e alle sue fonti dev'essere sfuggito. Lasciamo da parte gli emendamenti parlamentari, che sono totalmente responsabilità dei deputati o dei senatori che li presentano. Ma, quando si tratta di decreti legge, il capo dello Stato ha poteri ben precisi e fortissimi: è lui – come dice la Costituzione – a «emanarli». Tradotto: può non firmare, ed è titolare di una penetrante funzione di controllo, su cui la dottrina ha lungamente riflettuto. Quando poi si tratta di una legge (che il Presidente «promulga»), il Capo dello Stato può anche rinviare tutto alle Camere. Il rinvio di una legge (Francesco Cossiga, riferiscono gli archivi, lo fece 22 volte) impone alle Camere una nuova deliberazione. Anche in termini di moral suasion, non si contano i casi in cui il Quirinale abbia sollecitato un governo a modificare un decreto, ad esempio per evitare l'affollarsi di troppi temi disomogenei. Su un altro piano, in termini propositivi, il Presidente può anche inviare un messaggio alle Camere, segnalando un tema. In modo meno forte, ma pur sempre politicamente significativo (Sergio Mattarella lo ha fatto ad esempio sui provvedimenti voluti da Matteo Salvini in materia di sicurezza e immigrazione), il capo dello Stato può anche, in sede di promulgazione di una legge, aggiungere delle annotazioni, che fatalmente hanno un riverbero nel dibattito politico. Morale: in termini formali o informali, l'attuale Costituzione attribuisce al capo dello Stato una serie amplissima di poteri. A che serve - mesi dopo - far trapelare stupore e delusione su un quotidiano?
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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Nathan Trevallion e Catherine Birmingham (Ansa)
Le poche testate riportanti la notizia hanno scritto che le sue condizioni di salute «non sarebbero preoccupanti. Si tratterebbe, infatti, di una sindrome stagionale». Ma la versione dei media è diversa da quanto riportato ieri su Facebook da Marina Terragni, Garante per l’infanzia e l’adolescenza, che ha seguito fin dall’inizio la storia dei tre figli minori di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, affidati ai servizi sociali per divergenze sullo stile di vita scelto dai genitori: «Una dei bambini del bosco è ricoverata in ospedale da domenica per crisi respiratoria. La mamma non è con lei», ha riferito Terragni.
Le poche notizie che sono filtrate sull’ultimo episodio della vicenda, che somiglia sempre più a un film dell’orrore, raccontano che nella serata di sabato la bambina si è sentita male e ha avuto problemi di respirazione, di natura clinica (bronchite acuta), probabilmente aggravati anche dall’ansia di vivere lontana dai genitori che l’hanno accudita fin dalla nascita. Gli addetti della casa-famiglia, dove i bambini sono stati collocati dopo essere stati strappati alla famiglia, a novembre dello scorso anno, hanno portato la bambina in ospedale, dove è tuttora ricoverata e dove rimarrà fino a venerdì, per un totale di quasi una settimana di degenza. Hanno quindi provato a chiamare il padre, il cui telefono cellulare è risultato staccato, ma non hanno avvisato la madre dei tre piccoli, Catherine: come se non esistesse. I genitori sono dunque venuti a conoscenza delle condizioni della figlia molte ore dopo l’accaduto, riuscendo a raggiungere l’ospedale e vedere la figlia soltanto il giorno dopo. Inoltre, la visita alla piccola di 7 anni è avvenuta in presenza di un assistente che ha «monitorato» l’incontro.
Una vicenda sempre più raccapricciante, su cui ha voluto dire la sua anche Alessandra De Febis, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo. «Ho fatto personalmente visita alla bambina lunedì mattina. Il ricovero è stato disposto in via meramente precauzionale, di concerto tra il reparto che ha in cura la minore e la pediatra di riferimento. I genitori sono stati informati tempestivamente (sic!) ed entrambi hanno fatto regolarmente visita alla piccola sia ieri che oggi. La situazione è sotto controllo e, non appena le condizioni lo consentiranno, la bambina sarà dimessa».
Per quanto le parole di De Febis tendano a sminuire la portata degli ultimi avvenimenti, il caso non può non sollevare interrogativi sulla gestione e la tutela dei minori coinvolti. Il Garante abruzzese, appellandosi al «principio di riservatezza», ha sottolineato di essere suo malgrado «costretta» a fornire precisazioni sul ricovero della piccola. «Nel prendere atto con amarezza come continuino a essere posti sotto i riflettori dei minori che meritano la dovuta riservatezza, prevista prima di tutto dall’etica e poi dalla legge», afferma, «sono a sottolineare che il Garante dell’infanzia ha come principale compito quello di garantire la difesa dei diritti dei minori, tra cui c’è certamente il diritto alla riservatezza». Che evidentemente, per De Febis, viene prima del benessere e della serenità dei bambini, che da novembre 2025 non hanno più una famiglia. Non è la prima volta, inoltre, che in nome della riservatezza vengono sottaciute le reali condizioni di salute dei piccoli Trevallion, sottratti ormai da sei mesi ai genitori accusati di avere uno «stile di vita» non conforme agli standard educativi (vivere nei boschi, homeschooling). A fine aprile era infatti già stato diffuso un audio, ripreso anche dalla Verità, che rivelava dettagli agghiaccianti su un fatto avvenuto mesi prima, quando alla mamma dei tre bambini era ancora consentito di vivere presso la casa-famiglia di Vasto dov’erano i figli, da cui è stata poi allontanata. Una notte, uno dei tre bambini aveva cominciato a piangere e urlare, disperato. Le sue grida angoscianti avevano raggiunto la madre, che con dolcezza era riuscita a calmare il bambino. Una madre che oggi è accusata di «incapacità genitoriale».
Le polemiche sul caso, dunque, continuano a rimanere accese. Il caso della famiglia non è più soltanto una vicenda giudiziaria ma uno scontro frontale fra il potere dello Stato e la libertà di scelta educativa delle famiglie. La distruzione della famiglia Trevallion rappresenta un pericoloso precedente che ha messo ufficialmente in discussione il diritto fondamentale di ogni genitore di educare i propri figli al di fuori degli schemi convenzionali. Le istituzioni hanno interpretato la diversità familiare di Nathan e Catherine come «inadeguatezza», trasformando la mancanza di una caldaia o di una certificazione burocratica per l’home schooling in una motivazione sufficiente per distruggere un nucleo familiare. E a farne le spese sono tre bambini innocenti.
La Lega, con un pool di legali, sta seguendo con massima attenzione la vicenda. «C’è grande preoccupazione per lo stato di salute fisico e psicologico dei tre bimbi da mesi strappati all’amore di mamma e papà, con addirittura notizie di un ricovero ospedaliero per uno dei minori», la nota del Carroccio. «La situazione è così grave da non far escludere ogni iniziativa giuridicamente possibile nei confronti di coloro che sono responsabili di un inspiegabile accanimento ai danni di questa famiglia».
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