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2019-11-09
Guerra totale di Di Maio sullo scudo. «Se il Pd lo vota c’è un problema»
Ansa
Tutti contro tutti nella maggioranza su Ilva, mentre all'orizzonte si fatica a scorgere una soluzione stabile e rassicurante.
Giuseppe Conte, al di là della sua trasferta a Taranto tra le proteste, si è attestato da 36 ore su una linea da doppio binario. Per un verso, ha aperto al reinserimento dello scudo legale (fingendo di non vedere le lacerazioni nella sua coalizione), ma per altro verso tiene a sottolineare che il problema - a suo avviso - non è questo. In altre parole, secondo lo spin che Palazzo Chigi vorrebbe veicolare, si tratta di togliere ad Arcelor Mittal quello che il governo chiama «l'alibi dello scudo», e mostrare che - in realtà - l'azienda ha deciso di disimpegnarsi indipendentemente dall'immunità giuridica. Morale: Conte ha chiesto 48 ore (ne sono rimaste 24) per studiare una formula che renda lo scudo non più una norma ad hoc ritagliata per il caso Ilva, ma un principio generale ed astratto, valido per ogni impresa che si trovi in una situazione analoga. Resta da capire (ci verremo) come il premier possa pensare che i grillini digeriscano una soluzione di questo tipo.
Assai diverso l'atteggiamento del Pd, il cui nervosismo - testimoniato da ricostruzioni che nessuno ha smentito - ha segnato l'ultima drammatica riunione del Consiglio dei ministri. Così, il capogruppo alla Camera Graziano Delrio vorrebbe predisporre una norma sull'immunità come emendamento da inserire nel primo «treno» legislativo utile, a partire dal decreto fiscale. Da più parti, si segnala ai dem che questo potrebbe portare a uno strappo definitivo con i 5 stelle: ma l'interpretazione di alcuni è che il Nazareno, Nicola Zingaretti in testa, stavolta sia determinato a combattere, anche a costo di far saltare tutto e di liberarsi di un'alleanza sempre meno sostenibile.
Poi ci sono i renziani, forse i più avventurosi e spericolati nelle loro piroette. Hanno votato a loro volta, in Senato, lo sciagurato emendamento della grillina Barbara Lezzi per togliere l'immunità, ma ora sono i primi a strillare per rimetterla. Ieri si è distinta con una offensiva mediatica in questo senso il ministro Teresa Bellanova, che a Radio Rai ha dichiarato: «Il governo deve fare una cosa molto semplice e doverosa, dimostrare serietà: va tolto ogni alibi a Mittal. Quando Mittal ha sottoscritto l'accordo con l'allora ministro Di Maio, le norme in vigore prevedevano le esimenti penali per tutti i lavori di ambientalizzazione. Mittal ha preso a pretesto le modifiche successive per dire che blocca la produzione: per quello che mi riguarda, deve essere messa di fronte alle sue responsabilità, lo Stato deve ripristinare le norme com'erano, e a Mittal deve essere tolto ogni alibi, perché Taranto e l'acciaio italiano non si possono permettere migliaia di esuberi. Questo è il punto, ogni altra riflessione in questo momento rischia di essere un favore all'azienda».
Sull'altro lato della barricata si colloca Luigi Di Maio, ormai autoconfinatosi su posizioni estreme, nel tentativo disperato di non far scoppiare i gruppi parlamentari grillini, ormai simili a due polveriere. «La linea di Conte», ha detto il ministro degli Esteri, «è quella che ha permesso di smascherare Mittal. Questo tema del pretesto neanche Mittal l'ha usato e ora vedo che una parte del sistema, anche mediatico, invece di stare con i lavoratori dimostra di stare con Mittal». Quindi, per Di Maio, c'è stata troppa enfasi sull'immunità, che non va reintrodotta (anche se Conte, come abbiamo visto, dice il contrario). Di Maio, che ha riunito i ministri del suo partito, ha ammonito pesantemente il Pd: «Se il Pd presenta un emendamento sullo scudo, è un problema per il governo».
Sempre nella giornata di ieri, il capo politico M5s, ormai apertamente contestato dai suoi deputati e senatori, ieri ha incontrato i direttivi dei due gruppi alla Camera e al Senato, nel tentativo di placare gli animi. Operazione ardua: alla Camera, il caos è tale che i grillini non riescono nemmeno a eleggere un capogruppo. Al Senato, è stata impressionante la facilità con cui la Lezzi e altri pasdaran hanno imposto la linea più fondamentalista. Così, almeno nella serata di ieri, appariva francamente improbabile che i gruppi parlamentari grillini potessero adattarsi a digerire una nuova formulazione dello scudo.
Al contrario, c'è qualcosa che eccita l'istinto statalista e antimercato grillino: è l'evocazione della nazionalizzazione, apertamente citata dai ministri Stefano Patuanelli e Roberto Speranza, e non esclusa dallo stesso Giuseppe Conte l'altra sera a Porta a porta. Resta da capire – nella forma – come sia possibile aggirare i paletti della normativa europea che proibisce gli aiuti di Stato, e soprattutto - nella sostanza - chi possa essere così folle da affidare a una gestione di fatto politica (sostanzialmente, a guida Pd-M5s) un'azienda immensa, in un mercato mondiale, quello dell'acciaio, difficilissimo e ultracompetitivo. Pensare che i comizi della Lezzi possano convincere investitori e mercato può rivelarsi una cosa peggiore di un'illusione: un incubo.
Colle inquieto sui decreti che emana
Un grande classico dei giornali mainstream, ormai un vero e proprio genere letterario, è quello che potremmo chiamare il lamento del quirinalista sofferente. Così, in presenza di una crisi politica o di un nodo irrisolto economico e sociale, una narrazione estenuata e doloristica ci propone «le inquietudini del Colle», i «turbamenti del Quirinale», nei casi più gravi «l'irritazione» riferita da non meglio precisati «ambienti» del Colle più alto.
In genere, tuttavia, per confortare il lettore, il finale dell'articolo lascia aperta la porta a una soluzione, naturalmente ispirata - spiega il quirinalista - dalla «saggezza del presidente».
Tic e stereotipi giornalistici a parte, ieri era una di quelle giornate. Il giorno prima, come si sa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si era recato dal capo dello Stato per riferirgli sulla vertenza Ilva. Sulla quale - a onor del vero - fino a ieri non si era sentito granché dalle massime istituzioni dello Stato, mentre nei giorni precedenti il presidente della Repubblica si era assai impegnato in una sorta di dibattito indiretto e a distanza con il cardinale Camillo Ruini, per difendere la posizione culturalmente e politicamente cara a Sergio Mattarella, quella del cattolicesimo cosiddetto democratico e di sinistra.
Ieri è stato dunque il giorno del recupero, per così dire: e su molti taccuini, presumibilmente su ispirazione dell'ufficio stampa del Quirinale, diverse penne si sono simultaneamente affrettate ad annotare la preoccupazione del capo dello Stato per l'Ilva e le altre crisi aziendali, e l'invito al governo a cercare soluzioni rapide.
Ma il retroscena del Corriere della Sera è andato oltre, con un passaggio da segnare con un circoletto rosso: il capo dello Stato – spiega Marzio Breda, autore dell'articolo – «resta in allarme anche per come si è gestita la partita negli ultimi anni, da parte di diversi esecutivi». E ancora: «Dubbi ne ha parecchi, Mattarella». Ecco qua: «Al pari di tanti altri, Mattarella è rimasto colpito, per esempio, dalla contraddittoria sequenza dei decreti legge ad hoc (da quello contenuto nel decreto crescita all'ultimo, risalente al 3 settembre, quando la crisi politica era ancora aperta) e dei successivi emendamenti mirati che si sono succeduti nei mesi scorsi».
E qui c'è qualcosa che - forse - al Corriere e alle sue fonti dev'essere sfuggito. Lasciamo da parte gli emendamenti parlamentari, che sono totalmente responsabilità dei deputati o dei senatori che li presentano. Ma, quando si tratta di decreti legge, il capo dello Stato ha poteri ben precisi e fortissimi: è lui – come dice la Costituzione – a «emanarli». Tradotto: può non firmare, ed è titolare di una penetrante funzione di controllo, su cui la dottrina ha lungamente riflettuto.
Quando poi si tratta di una legge (che il Presidente «promulga»), il Capo dello Stato può anche rinviare tutto alle Camere. Il rinvio di una legge (Francesco Cossiga, riferiscono gli archivi, lo fece 22 volte) impone alle Camere una nuova deliberazione.
Anche in termini di moral suasion, non si contano i casi in cui il Quirinale abbia sollecitato un governo a modificare un decreto, ad esempio per evitare l'affollarsi di troppi temi disomogenei.
Su un altro piano, in termini propositivi, il Presidente può anche inviare un messaggio alle Camere, segnalando un tema.
In modo meno forte, ma pur sempre politicamente significativo (Sergio Mattarella lo ha fatto ad esempio sui provvedimenti voluti da Matteo Salvini in materia di sicurezza e immigrazione), il capo dello Stato può anche, in sede di promulgazione di una legge, aggiungere delle annotazioni, che fatalmente hanno un riverbero nel dibattito politico.
Morale: in termini formali o informali, l'attuale Costituzione attribuisce al capo dello Stato una serie amplissima di poteri. A che serve - mesi dopo - far trapelare stupore e delusione su un quotidiano?
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L'idea di reintrodurre l'immunità su Ilva spacca la maggioranza. I dem pensano a un emendamento ad hoc e sono pronti allo scontro duro con i pentastellati, che reagiscono alzando la posta: così può cadere tutto.Il «Corriere» racconta le perplessità di Sergio Mattarella sui cambi di linea circa l'acciaieria tarantina. Eppure, Costituzione alla mano, l'ultima parola è sempre stata del Quirinale.Lo speciale contiene due articoliTutti contro tutti nella maggioranza su Ilva, mentre all'orizzonte si fatica a scorgere una soluzione stabile e rassicurante. Giuseppe Conte, al di là della sua trasferta a Taranto tra le proteste, si è attestato da 36 ore su una linea da doppio binario. Per un verso, ha aperto al reinserimento dello scudo legale (fingendo di non vedere le lacerazioni nella sua coalizione), ma per altro verso tiene a sottolineare che il problema - a suo avviso - non è questo. In altre parole, secondo lo spin che Palazzo Chigi vorrebbe veicolare, si tratta di togliere ad Arcelor Mittal quello che il governo chiama «l'alibi dello scudo», e mostrare che - in realtà - l'azienda ha deciso di disimpegnarsi indipendentemente dall'immunità giuridica. Morale: Conte ha chiesto 48 ore (ne sono rimaste 24) per studiare una formula che renda lo scudo non più una norma ad hoc ritagliata per il caso Ilva, ma un principio generale ed astratto, valido per ogni impresa che si trovi in una situazione analoga. Resta da capire (ci verremo) come il premier possa pensare che i grillini digeriscano una soluzione di questo tipo.Assai diverso l'atteggiamento del Pd, il cui nervosismo - testimoniato da ricostruzioni che nessuno ha smentito - ha segnato l'ultima drammatica riunione del Consiglio dei ministri. Così, il capogruppo alla Camera Graziano Delrio vorrebbe predisporre una norma sull'immunità come emendamento da inserire nel primo «treno» legislativo utile, a partire dal decreto fiscale. Da più parti, si segnala ai dem che questo potrebbe portare a uno strappo definitivo con i 5 stelle: ma l'interpretazione di alcuni è che il Nazareno, Nicola Zingaretti in testa, stavolta sia determinato a combattere, anche a costo di far saltare tutto e di liberarsi di un'alleanza sempre meno sostenibile. Poi ci sono i renziani, forse i più avventurosi e spericolati nelle loro piroette. Hanno votato a loro volta, in Senato, lo sciagurato emendamento della grillina Barbara Lezzi per togliere l'immunità, ma ora sono i primi a strillare per rimetterla. Ieri si è distinta con una offensiva mediatica in questo senso il ministro Teresa Bellanova, che a Radio Rai ha dichiarato: «Il governo deve fare una cosa molto semplice e doverosa, dimostrare serietà: va tolto ogni alibi a Mittal. Quando Mittal ha sottoscritto l'accordo con l'allora ministro Di Maio, le norme in vigore prevedevano le esimenti penali per tutti i lavori di ambientalizzazione. Mittal ha preso a pretesto le modifiche successive per dire che blocca la produzione: per quello che mi riguarda, deve essere messa di fronte alle sue responsabilità, lo Stato deve ripristinare le norme com'erano, e a Mittal deve essere tolto ogni alibi, perché Taranto e l'acciaio italiano non si possono permettere migliaia di esuberi. Questo è il punto, ogni altra riflessione in questo momento rischia di essere un favore all'azienda».Sull'altro lato della barricata si colloca Luigi Di Maio, ormai autoconfinatosi su posizioni estreme, nel tentativo disperato di non far scoppiare i gruppi parlamentari grillini, ormai simili a due polveriere. «La linea di Conte», ha detto il ministro degli Esteri, «è quella che ha permesso di smascherare Mittal. Questo tema del pretesto neanche Mittal l'ha usato e ora vedo che una parte del sistema, anche mediatico, invece di stare con i lavoratori dimostra di stare con Mittal». Quindi, per Di Maio, c'è stata troppa enfasi sull'immunità, che non va reintrodotta (anche se Conte, come abbiamo visto, dice il contrario). Di Maio, che ha riunito i ministri del suo partito, ha ammonito pesantemente il Pd: «Se il Pd presenta un emendamento sullo scudo, è un problema per il governo». Sempre nella giornata di ieri, il capo politico M5s, ormai apertamente contestato dai suoi deputati e senatori, ieri ha incontrato i direttivi dei due gruppi alla Camera e al Senato, nel tentativo di placare gli animi. Operazione ardua: alla Camera, il caos è tale che i grillini non riescono nemmeno a eleggere un capogruppo. Al Senato, è stata impressionante la facilità con cui la Lezzi e altri pasdaran hanno imposto la linea più fondamentalista. Così, almeno nella serata di ieri, appariva francamente improbabile che i gruppi parlamentari grillini potessero adattarsi a digerire una nuova formulazione dello scudo. Al contrario, c'è qualcosa che eccita l'istinto statalista e antimercato grillino: è l'evocazione della nazionalizzazione, apertamente citata dai ministri Stefano Patuanelli e Roberto Speranza, e non esclusa dallo stesso Giuseppe Conte l'altra sera a Porta a porta. Resta da capire – nella forma – come sia possibile aggirare i paletti della normativa europea che proibisce gli aiuti di Stato, e soprattutto - nella sostanza - chi possa essere così folle da affidare a una gestione di fatto politica (sostanzialmente, a guida Pd-M5s) un'azienda immensa, in un mercato mondiale, quello dell'acciaio, difficilissimo e ultracompetitivo. Pensare che i comizi della Lezzi possano convincere investitori e mercato può rivelarsi una cosa peggiore di un'illusione: un incubo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guerra-totale-di-di-maio-sullo-scudo-se-il-pd-lo-vota-ce-un-problema-2641266612.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="colle-inquieto-sui-decreti-che-emana" data-post-id="2641266612" data-published-at="1772917164" data-use-pagination="False"> Colle inquieto sui decreti che emana Un grande classico dei giornali mainstream, ormai un vero e proprio genere letterario, è quello che potremmo chiamare il lamento del quirinalista sofferente. Così, in presenza di una crisi politica o di un nodo irrisolto economico e sociale, una narrazione estenuata e doloristica ci propone «le inquietudini del Colle», i «turbamenti del Quirinale», nei casi più gravi «l'irritazione» riferita da non meglio precisati «ambienti» del Colle più alto. In genere, tuttavia, per confortare il lettore, il finale dell'articolo lascia aperta la porta a una soluzione, naturalmente ispirata - spiega il quirinalista - dalla «saggezza del presidente». Tic e stereotipi giornalistici a parte, ieri era una di quelle giornate. Il giorno prima, come si sa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si era recato dal capo dello Stato per riferirgli sulla vertenza Ilva. Sulla quale - a onor del vero - fino a ieri non si era sentito granché dalle massime istituzioni dello Stato, mentre nei giorni precedenti il presidente della Repubblica si era assai impegnato in una sorta di dibattito indiretto e a distanza con il cardinale Camillo Ruini, per difendere la posizione culturalmente e politicamente cara a Sergio Mattarella, quella del cattolicesimo cosiddetto democratico e di sinistra. Ieri è stato dunque il giorno del recupero, per così dire: e su molti taccuini, presumibilmente su ispirazione dell'ufficio stampa del Quirinale, diverse penne si sono simultaneamente affrettate ad annotare la preoccupazione del capo dello Stato per l'Ilva e le altre crisi aziendali, e l'invito al governo a cercare soluzioni rapide. Ma il retroscena del Corriere della Sera è andato oltre, con un passaggio da segnare con un circoletto rosso: il capo dello Stato – spiega Marzio Breda, autore dell'articolo – «resta in allarme anche per come si è gestita la partita negli ultimi anni, da parte di diversi esecutivi». E ancora: «Dubbi ne ha parecchi, Mattarella». Ecco qua: «Al pari di tanti altri, Mattarella è rimasto colpito, per esempio, dalla contraddittoria sequenza dei decreti legge ad hoc (da quello contenuto nel decreto crescita all'ultimo, risalente al 3 settembre, quando la crisi politica era ancora aperta) e dei successivi emendamenti mirati che si sono succeduti nei mesi scorsi». E qui c'è qualcosa che - forse - al Corriere e alle sue fonti dev'essere sfuggito. Lasciamo da parte gli emendamenti parlamentari, che sono totalmente responsabilità dei deputati o dei senatori che li presentano. Ma, quando si tratta di decreti legge, il capo dello Stato ha poteri ben precisi e fortissimi: è lui – come dice la Costituzione – a «emanarli». Tradotto: può non firmare, ed è titolare di una penetrante funzione di controllo, su cui la dottrina ha lungamente riflettuto. Quando poi si tratta di una legge (che il Presidente «promulga»), il Capo dello Stato può anche rinviare tutto alle Camere. Il rinvio di una legge (Francesco Cossiga, riferiscono gli archivi, lo fece 22 volte) impone alle Camere una nuova deliberazione. Anche in termini di moral suasion, non si contano i casi in cui il Quirinale abbia sollecitato un governo a modificare un decreto, ad esempio per evitare l'affollarsi di troppi temi disomogenei. Su un altro piano, in termini propositivi, il Presidente può anche inviare un messaggio alle Camere, segnalando un tema. In modo meno forte, ma pur sempre politicamente significativo (Sergio Mattarella lo ha fatto ad esempio sui provvedimenti voluti da Matteo Salvini in materia di sicurezza e immigrazione), il capo dello Stato può anche, in sede di promulgazione di una legge, aggiungere delle annotazioni, che fatalmente hanno un riverbero nel dibattito politico. Morale: in termini formali o informali, l'attuale Costituzione attribuisce al capo dello Stato una serie amplissima di poteri. A che serve - mesi dopo - far trapelare stupore e delusione su un quotidiano?
Francesco Di Giovanni @Max Montingelli
Fondata oltre trent’anni fa da Mario Moretti Polegato, Geox nasce da un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: creare una scarpa capace di far respirare il piede mantenendo al tempo stesso impermeabilità e comfort. Un’idea trasformata in brevetto e poi in modello di business, che ha permesso al marchio di imporsi a livello internazionale come sinonimo di innovazione tecnologica applicata alla calzatura. Nel corso degli anni l’azienda ha costruito la propria identità su una promessa chiara - la «scarpa che respira» - estendendo progressivamente il know-how anche all’abbigliamento e consolidando una presenza globale con centinaia di negozi e milioni di paia vendute ogni anno. Oggi, in un contesto di mercato profondamente mutato e sempre più competitivo, il gruppo ha avviato una nuova fase sotto la guida dell’amministratore delegato Francesco Di Giovanni. Manager di lunga esperienza industriale, chiamato spesso a gestire fasi di trasformazione, il suo mandato è chiaro: riportare l’azienda al proprio Dna originario, rafforzando il contenuto tecnologico e la coerenza strategica del brand. «Non si tratta di cambiare natura», spiega alla Verità, «ma di valorizzare ciò che sappiamo fare meglio».
Il mercato è cambiato, la competizione si è intensificata. Come affrontate il momento?
«Oggi il nostro compito è molto chiaro: riportare il prodotto al centro, valorizzando il contenuto tecnologico che rappresenta il nostro Dna. Non siamo un’azienda di moda pura, anche se lo stile è fondamentale. Il nostro punto di forza è offrire un comfort superiore grazie alla tecnologia. Se perdiamo questo elemento, perdiamo la nostra identità. Mettere il prodotto al centro significa investire in ricerca, materiali, processi produttivi e qualità costruttiva».
Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha inciso sulle abitudini di consumo. Quanto ha influito sullo sviluppo della nuova collezione?
«Ha avuto un impatto su tutti, anche sul nostro settore. Per Geox, però, non si è trattato di reinventare qualcosa da zero. Grazie alla nostra forte presenza internazionale, soprattutto nei Paesi del Nord, avevamo già competenze consolidate nel segmento waterproof, tecnologie che fanno parte del nostro patrimonio, che abbiamo esteso ai modelli invernali e impermeabili. Il comfort oggi è un valore diffuso nel mercato, ma la scarpa che respira pur restando impermeabile è un elemento distintivo che possiamo rivendicare come unico».
Come siete riusciti a coniugare protezione tecnica e stile contemporaneo?
«Innovare senza tradire l’identità è fondamentale. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto anche sull’estetica, perché è evidente che le scarpe si scelgono guardandole da sopra. Tecnologia e appeal devono convivere. Questa collezione per il prossimo inverno rappresenta uno sforzo concreto per rendere il prodotto più contemporaneo, senza perdere coerenza».
Il brevetto Amphibiox rappresenta la massima espressione della vostra protezione waterproof. Quanto investite oggi in ricerca e sviluppo?
«Investiamo molto. La tecnologia Amphibiox è il risultato di un processo complesso che unisce ricerca sui materiali, processi produttivi avanzati e test rigorosi. Nel nostro centro ricerca di Montebelluna eseguiamo prove in vasche d’acqua e simulazioni di camminata prolungata. Amphibiox non è semplicemente una tomaia trattata: integra una “calza” interna completamente saldata che isola il piede, garantendo impermeabilità totale senza compromettere la traspirabilità. È su questa capacità di coniugare protezione e comfort che abbiamo costruito il nostro vantaggio competitivo».
Quanto è importante innovare partendo dai modelli iconici del brand?
«È essenziale. Modelli come Spherica e Bluetouch rappresentano pilastri della nostra offerta. Possono evolvere, diventare waterproof, integrare nuove soluzioni tecnologiche, ma non devono mai tradire le aspettative del cliente. Se perdessimo la nostra identità tecnologica, perderemmo la ragione per cui esistiamo. L’innovazione deve rafforzare il Dna, non snaturarlo».
Come si sta evolvendo il mix tra retail diretto, wholesale e canale digitale?
«Abbiamo deciso di non alterare radicalmente l’equilibrio tra i canali. Tuttavia, sul digitale abbiamo dovuto fare scelte importanti. Ci sono piattaforme dove si può vendere molto ma senza marginalità. E il nostro principio è chiaro: il fatturato è vanità, i margini sono realtà. Per questo abbiamo chiuso alcuni canali online non sostenibili e rafforzato i canali diretti, a partire dal nostro e-commerce. Oggi possiamo contare su oltre 4 milioni di iscritti al programma loyalty benefit, che ci permette un dialogo continuo con i clienti. Il prossimo passo sarà utilizzare l’Intelligenza artificiale per migliorare ulteriormente la personalizzazione e la relazione. Il retail fisico resta centrale: abbiamo oltre 600 negozi nel mondo. Non sono solo punti vendita, ma luoghi dove spiegare il contenuto tecnologico del prodotto. Stiamo introducendo anche Qr code sulle scatole per rendere immediatamente accessibili tutte le informazioni tecniche».
In un contesto macroeconomico complesso per moda e lifestyle, quali sono oggi i vostri driver di resilienza?
«Viviamo una fase di forte polarizzazione economica, con una classe media che attraversa incertezza. Noi lavoriamo al servizio di questa fascia, offrendo un prodotto di alta qualità a un prezzo equo. Non vogliamo competere con scarpe da 10 o 20 euro: il nostro contenuto tecnologico merita riconoscimento. Vendiamo ogni anno circa 12-13 milioni di paia e gestiamo una macchina organizzativa complessa, con circa 3.000 persone nel mondo, di cui oltre 400 nella sede centrale di Montebelluna. Il nostro driver di resilienza è tornare con determinazione ai nostri punti chiave: comfort tecnologico, traspirabilità e coerenza identitaria».
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La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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Don Giussani (Ansa)
La sua non è stata una «pastorale», come si potrebbe dire oggi, ma una vocazione all’educazione e alla missione prorompente. E così è sempre stato considerato don Giussani, mettendo quasi più di lato, per non dire dietro, il suo pensiero filosofico e teologico.
Per questo potrebbe stupire la nascita di un Centro studi internazionale dedicato al pensiero del fondatore di Comunione e liberazione. Da quel 1954 a oggi sono passati più di settant’anni, e fuori dalla sua comunità l’attenzione al pensiero di Giussani, capace di far nascere alcune generazioni di figli spirituali, non aveva mai avuto grande rilievo «accademico». Invece ora, ecco la nascita del Centro studi, tenuto a battesimo da un incontro presso il Centro Internazionale di CL a Roma (via Malpighi 2, dalle ore 11), che vede la partecipazione della professoressa Tracey Rowland (Università australiana Notre Dame) e del professor Michael Waldstein (Franciscan University di Steubenville in Ohio).
A moderare, il professor Giovanni Maddalena, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Bologna. «Don Giussani», spiega alla Verità il professor Maddalena, che del Centro sarà coordinatore, «interpretava il carisma di Comunione e liberazione come lo stupore profondo per l’incarnazione di Dio in Gesù e la commozione nel riconoscerne la presenza viva all’interno dell’amicizia cristiana, sia essa la Chiesa o la comunità incontrata. Da questo incontro scaturisce la capacità di giudicare ogni evento del mondo - passato, presente e futuro - valorizzando ogni aspetto dell’umano sotto la luce di Cristo. Qui si deve collocare anche quella spinta a far si che la fede diventasse cultura, si facesse così spazio nella vita di tutti i giorni per donare una testimonianza e una traccia sulle strade della vita e nelle piazze».
Anche questo non volersi far rinchiudere nelle sagrestie ha probabilmente reso meno potabile ai contemporanei, e non solo, l’azione e quindi il pensiero di don Giussani in ambito accademico. «Il termine centrale che Giussani utilizzerà per descrivere questa dinamica», continua Maddalena, è “esperienza”: il cristianesimo non viene inteso come un sistema di dottrine, ma come l’avvenimento di un incontro reale, analogo a quello dei primi discepoli». Un cammino, insomma, da percorrere insieme agli altri, coinvolgendo interamente la propria umanità - tra ragione e affezione - per verificarne l’attendibilità senza alcun pregiudizio.
In effetti, dopo aver ricevuto una solida formazione in quel di Venegono, Giussani non smette di «teologare» né di pensare, ma lo fa dentro un’esperienza in atto. È nel coinvolgimento della sua opera missionaria ed educativa che il sacerdote approfondisce e confronta il suo pensiero con la realtà per farne scaturire una modalità nuova di pensare l’ontologia, la gnoseologia e la metafisica, facendo emergere qui tutta la sua forza filosofica. Non un «nuovo pensiero» (il cardinale Angelo Scola lo definirà «sorgivo»), ma un modo nuovo di esprimerlo, spinto dal fuoco della sua missione. In altri termini, Giussani ripensa l’essere metafisico senza togliere nulla, né lo diluisce, ma lo riscopre. E forse è proprio ciò che meno è piaciuto a tanti suoi confratelli contemporanei, affascinati da filosofie moderne e che si allontanavano da quella filosofia perennis senza la quale anche la teologia tende a dissolversi.
Eppure quell’insistere sull’«esperienza» non aveva mancato di sollevare dubbi anche all’interno della Chiesa, come quando nel 1963 a fargli notare il rischio fu l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. «Il timore», dice il moderatore dell’incontro che inaugura il nuovo Centro studi, «era che l’enfasi sull’esperienza potesse condurre al soggettivismo, rendendo arduo distinguere la verità oggettiva dal semplice “sentire” o dai desideri momentanei. Don Giussani rispose a queste preoccupazioni chiarendo che la sua visione di esperienza non era affatto soggettiva, poiché si fonda sulla ragione e sull’affezione - ovvero il cuore - che poggiano su esigenze profonde di verità, giustizia, bellezza e felicità comuni a ogni essere umano. Inoltre, egli precisò che la verifica dell’esperienza non è un atto isolato, ma lega il giudizio personale al confronto con la proposta della tradizione della fede, evitando così che il giudizio diventi un mero arbitrio o un’espressione narcisistica. Proprio il mantenimento di questa rigorosa concezione di esperienza ha permesso a CL di vivere una stagione di straordinaria fecondità missionaria e culturale».
Oggi la nascita del Centro Studi internazionale potrebbe contribuire riaffermare anche a livello accademico il pensiero di Giussani, magari permettendogli di rinverdire la sua forza.
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