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2019-11-09
Guerra totale di Di Maio sullo scudo. «Se il Pd lo vota c’è un problema»
Ansa
Tutti contro tutti nella maggioranza su Ilva, mentre all'orizzonte si fatica a scorgere una soluzione stabile e rassicurante.
Giuseppe Conte, al di là della sua trasferta a Taranto tra le proteste, si è attestato da 36 ore su una linea da doppio binario. Per un verso, ha aperto al reinserimento dello scudo legale (fingendo di non vedere le lacerazioni nella sua coalizione), ma per altro verso tiene a sottolineare che il problema - a suo avviso - non è questo. In altre parole, secondo lo spin che Palazzo Chigi vorrebbe veicolare, si tratta di togliere ad Arcelor Mittal quello che il governo chiama «l'alibi dello scudo», e mostrare che - in realtà - l'azienda ha deciso di disimpegnarsi indipendentemente dall'immunità giuridica. Morale: Conte ha chiesto 48 ore (ne sono rimaste 24) per studiare una formula che renda lo scudo non più una norma ad hoc ritagliata per il caso Ilva, ma un principio generale ed astratto, valido per ogni impresa che si trovi in una situazione analoga. Resta da capire (ci verremo) come il premier possa pensare che i grillini digeriscano una soluzione di questo tipo.
Assai diverso l'atteggiamento del Pd, il cui nervosismo - testimoniato da ricostruzioni che nessuno ha smentito - ha segnato l'ultima drammatica riunione del Consiglio dei ministri. Così, il capogruppo alla Camera Graziano Delrio vorrebbe predisporre una norma sull'immunità come emendamento da inserire nel primo «treno» legislativo utile, a partire dal decreto fiscale. Da più parti, si segnala ai dem che questo potrebbe portare a uno strappo definitivo con i 5 stelle: ma l'interpretazione di alcuni è che il Nazareno, Nicola Zingaretti in testa, stavolta sia determinato a combattere, anche a costo di far saltare tutto e di liberarsi di un'alleanza sempre meno sostenibile.
Poi ci sono i renziani, forse i più avventurosi e spericolati nelle loro piroette. Hanno votato a loro volta, in Senato, lo sciagurato emendamento della grillina Barbara Lezzi per togliere l'immunità, ma ora sono i primi a strillare per rimetterla. Ieri si è distinta con una offensiva mediatica in questo senso il ministro Teresa Bellanova, che a Radio Rai ha dichiarato: «Il governo deve fare una cosa molto semplice e doverosa, dimostrare serietà: va tolto ogni alibi a Mittal. Quando Mittal ha sottoscritto l'accordo con l'allora ministro Di Maio, le norme in vigore prevedevano le esimenti penali per tutti i lavori di ambientalizzazione. Mittal ha preso a pretesto le modifiche successive per dire che blocca la produzione: per quello che mi riguarda, deve essere messa di fronte alle sue responsabilità, lo Stato deve ripristinare le norme com'erano, e a Mittal deve essere tolto ogni alibi, perché Taranto e l'acciaio italiano non si possono permettere migliaia di esuberi. Questo è il punto, ogni altra riflessione in questo momento rischia di essere un favore all'azienda».
Sull'altro lato della barricata si colloca Luigi Di Maio, ormai autoconfinatosi su posizioni estreme, nel tentativo disperato di non far scoppiare i gruppi parlamentari grillini, ormai simili a due polveriere. «La linea di Conte», ha detto il ministro degli Esteri, «è quella che ha permesso di smascherare Mittal. Questo tema del pretesto neanche Mittal l'ha usato e ora vedo che una parte del sistema, anche mediatico, invece di stare con i lavoratori dimostra di stare con Mittal». Quindi, per Di Maio, c'è stata troppa enfasi sull'immunità, che non va reintrodotta (anche se Conte, come abbiamo visto, dice il contrario). Di Maio, che ha riunito i ministri del suo partito, ha ammonito pesantemente il Pd: «Se il Pd presenta un emendamento sullo scudo, è un problema per il governo».
Sempre nella giornata di ieri, il capo politico M5s, ormai apertamente contestato dai suoi deputati e senatori, ieri ha incontrato i direttivi dei due gruppi alla Camera e al Senato, nel tentativo di placare gli animi. Operazione ardua: alla Camera, il caos è tale che i grillini non riescono nemmeno a eleggere un capogruppo. Al Senato, è stata impressionante la facilità con cui la Lezzi e altri pasdaran hanno imposto la linea più fondamentalista. Così, almeno nella serata di ieri, appariva francamente improbabile che i gruppi parlamentari grillini potessero adattarsi a digerire una nuova formulazione dello scudo.
Al contrario, c'è qualcosa che eccita l'istinto statalista e antimercato grillino: è l'evocazione della nazionalizzazione, apertamente citata dai ministri Stefano Patuanelli e Roberto Speranza, e non esclusa dallo stesso Giuseppe Conte l'altra sera a Porta a porta. Resta da capire – nella forma – come sia possibile aggirare i paletti della normativa europea che proibisce gli aiuti di Stato, e soprattutto - nella sostanza - chi possa essere così folle da affidare a una gestione di fatto politica (sostanzialmente, a guida Pd-M5s) un'azienda immensa, in un mercato mondiale, quello dell'acciaio, difficilissimo e ultracompetitivo. Pensare che i comizi della Lezzi possano convincere investitori e mercato può rivelarsi una cosa peggiore di un'illusione: un incubo.
Colle inquieto sui decreti che emana
Un grande classico dei giornali mainstream, ormai un vero e proprio genere letterario, è quello che potremmo chiamare il lamento del quirinalista sofferente. Così, in presenza di una crisi politica o di un nodo irrisolto economico e sociale, una narrazione estenuata e doloristica ci propone «le inquietudini del Colle», i «turbamenti del Quirinale», nei casi più gravi «l'irritazione» riferita da non meglio precisati «ambienti» del Colle più alto.
In genere, tuttavia, per confortare il lettore, il finale dell'articolo lascia aperta la porta a una soluzione, naturalmente ispirata - spiega il quirinalista - dalla «saggezza del presidente».
Tic e stereotipi giornalistici a parte, ieri era una di quelle giornate. Il giorno prima, come si sa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si era recato dal capo dello Stato per riferirgli sulla vertenza Ilva. Sulla quale - a onor del vero - fino a ieri non si era sentito granché dalle massime istituzioni dello Stato, mentre nei giorni precedenti il presidente della Repubblica si era assai impegnato in una sorta di dibattito indiretto e a distanza con il cardinale Camillo Ruini, per difendere la posizione culturalmente e politicamente cara a Sergio Mattarella, quella del cattolicesimo cosiddetto democratico e di sinistra.
Ieri è stato dunque il giorno del recupero, per così dire: e su molti taccuini, presumibilmente su ispirazione dell'ufficio stampa del Quirinale, diverse penne si sono simultaneamente affrettate ad annotare la preoccupazione del capo dello Stato per l'Ilva e le altre crisi aziendali, e l'invito al governo a cercare soluzioni rapide.
Ma il retroscena del Corriere della Sera è andato oltre, con un passaggio da segnare con un circoletto rosso: il capo dello Stato – spiega Marzio Breda, autore dell'articolo – «resta in allarme anche per come si è gestita la partita negli ultimi anni, da parte di diversi esecutivi». E ancora: «Dubbi ne ha parecchi, Mattarella». Ecco qua: «Al pari di tanti altri, Mattarella è rimasto colpito, per esempio, dalla contraddittoria sequenza dei decreti legge ad hoc (da quello contenuto nel decreto crescita all'ultimo, risalente al 3 settembre, quando la crisi politica era ancora aperta) e dei successivi emendamenti mirati che si sono succeduti nei mesi scorsi».
E qui c'è qualcosa che - forse - al Corriere e alle sue fonti dev'essere sfuggito. Lasciamo da parte gli emendamenti parlamentari, che sono totalmente responsabilità dei deputati o dei senatori che li presentano. Ma, quando si tratta di decreti legge, il capo dello Stato ha poteri ben precisi e fortissimi: è lui – come dice la Costituzione – a «emanarli». Tradotto: può non firmare, ed è titolare di una penetrante funzione di controllo, su cui la dottrina ha lungamente riflettuto.
Quando poi si tratta di una legge (che il Presidente «promulga»), il Capo dello Stato può anche rinviare tutto alle Camere. Il rinvio di una legge (Francesco Cossiga, riferiscono gli archivi, lo fece 22 volte) impone alle Camere una nuova deliberazione.
Anche in termini di moral suasion, non si contano i casi in cui il Quirinale abbia sollecitato un governo a modificare un decreto, ad esempio per evitare l'affollarsi di troppi temi disomogenei.
Su un altro piano, in termini propositivi, il Presidente può anche inviare un messaggio alle Camere, segnalando un tema.
In modo meno forte, ma pur sempre politicamente significativo (Sergio Mattarella lo ha fatto ad esempio sui provvedimenti voluti da Matteo Salvini in materia di sicurezza e immigrazione), il capo dello Stato può anche, in sede di promulgazione di una legge, aggiungere delle annotazioni, che fatalmente hanno un riverbero nel dibattito politico.
Morale: in termini formali o informali, l'attuale Costituzione attribuisce al capo dello Stato una serie amplissima di poteri. A che serve - mesi dopo - far trapelare stupore e delusione su un quotidiano?
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L'idea di reintrodurre l'immunità su Ilva spacca la maggioranza. I dem pensano a un emendamento ad hoc e sono pronti allo scontro duro con i pentastellati, che reagiscono alzando la posta: così può cadere tutto.Il «Corriere» racconta le perplessità di Sergio Mattarella sui cambi di linea circa l'acciaieria tarantina. Eppure, Costituzione alla mano, l'ultima parola è sempre stata del Quirinale.Lo speciale contiene due articoliTutti contro tutti nella maggioranza su Ilva, mentre all'orizzonte si fatica a scorgere una soluzione stabile e rassicurante. Giuseppe Conte, al di là della sua trasferta a Taranto tra le proteste, si è attestato da 36 ore su una linea da doppio binario. Per un verso, ha aperto al reinserimento dello scudo legale (fingendo di non vedere le lacerazioni nella sua coalizione), ma per altro verso tiene a sottolineare che il problema - a suo avviso - non è questo. In altre parole, secondo lo spin che Palazzo Chigi vorrebbe veicolare, si tratta di togliere ad Arcelor Mittal quello che il governo chiama «l'alibi dello scudo», e mostrare che - in realtà - l'azienda ha deciso di disimpegnarsi indipendentemente dall'immunità giuridica. Morale: Conte ha chiesto 48 ore (ne sono rimaste 24) per studiare una formula che renda lo scudo non più una norma ad hoc ritagliata per il caso Ilva, ma un principio generale ed astratto, valido per ogni impresa che si trovi in una situazione analoga. Resta da capire (ci verremo) come il premier possa pensare che i grillini digeriscano una soluzione di questo tipo.Assai diverso l'atteggiamento del Pd, il cui nervosismo - testimoniato da ricostruzioni che nessuno ha smentito - ha segnato l'ultima drammatica riunione del Consiglio dei ministri. Così, il capogruppo alla Camera Graziano Delrio vorrebbe predisporre una norma sull'immunità come emendamento da inserire nel primo «treno» legislativo utile, a partire dal decreto fiscale. Da più parti, si segnala ai dem che questo potrebbe portare a uno strappo definitivo con i 5 stelle: ma l'interpretazione di alcuni è che il Nazareno, Nicola Zingaretti in testa, stavolta sia determinato a combattere, anche a costo di far saltare tutto e di liberarsi di un'alleanza sempre meno sostenibile. Poi ci sono i renziani, forse i più avventurosi e spericolati nelle loro piroette. Hanno votato a loro volta, in Senato, lo sciagurato emendamento della grillina Barbara Lezzi per togliere l'immunità, ma ora sono i primi a strillare per rimetterla. Ieri si è distinta con una offensiva mediatica in questo senso il ministro Teresa Bellanova, che a Radio Rai ha dichiarato: «Il governo deve fare una cosa molto semplice e doverosa, dimostrare serietà: va tolto ogni alibi a Mittal. Quando Mittal ha sottoscritto l'accordo con l'allora ministro Di Maio, le norme in vigore prevedevano le esimenti penali per tutti i lavori di ambientalizzazione. Mittal ha preso a pretesto le modifiche successive per dire che blocca la produzione: per quello che mi riguarda, deve essere messa di fronte alle sue responsabilità, lo Stato deve ripristinare le norme com'erano, e a Mittal deve essere tolto ogni alibi, perché Taranto e l'acciaio italiano non si possono permettere migliaia di esuberi. Questo è il punto, ogni altra riflessione in questo momento rischia di essere un favore all'azienda».Sull'altro lato della barricata si colloca Luigi Di Maio, ormai autoconfinatosi su posizioni estreme, nel tentativo disperato di non far scoppiare i gruppi parlamentari grillini, ormai simili a due polveriere. «La linea di Conte», ha detto il ministro degli Esteri, «è quella che ha permesso di smascherare Mittal. Questo tema del pretesto neanche Mittal l'ha usato e ora vedo che una parte del sistema, anche mediatico, invece di stare con i lavoratori dimostra di stare con Mittal». Quindi, per Di Maio, c'è stata troppa enfasi sull'immunità, che non va reintrodotta (anche se Conte, come abbiamo visto, dice il contrario). Di Maio, che ha riunito i ministri del suo partito, ha ammonito pesantemente il Pd: «Se il Pd presenta un emendamento sullo scudo, è un problema per il governo». Sempre nella giornata di ieri, il capo politico M5s, ormai apertamente contestato dai suoi deputati e senatori, ieri ha incontrato i direttivi dei due gruppi alla Camera e al Senato, nel tentativo di placare gli animi. Operazione ardua: alla Camera, il caos è tale che i grillini non riescono nemmeno a eleggere un capogruppo. Al Senato, è stata impressionante la facilità con cui la Lezzi e altri pasdaran hanno imposto la linea più fondamentalista. Così, almeno nella serata di ieri, appariva francamente improbabile che i gruppi parlamentari grillini potessero adattarsi a digerire una nuova formulazione dello scudo. Al contrario, c'è qualcosa che eccita l'istinto statalista e antimercato grillino: è l'evocazione della nazionalizzazione, apertamente citata dai ministri Stefano Patuanelli e Roberto Speranza, e non esclusa dallo stesso Giuseppe Conte l'altra sera a Porta a porta. Resta da capire – nella forma – come sia possibile aggirare i paletti della normativa europea che proibisce gli aiuti di Stato, e soprattutto - nella sostanza - chi possa essere così folle da affidare a una gestione di fatto politica (sostanzialmente, a guida Pd-M5s) un'azienda immensa, in un mercato mondiale, quello dell'acciaio, difficilissimo e ultracompetitivo. Pensare che i comizi della Lezzi possano convincere investitori e mercato può rivelarsi una cosa peggiore di un'illusione: un incubo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guerra-totale-di-di-maio-sullo-scudo-se-il-pd-lo-vota-ce-un-problema-2641266612.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="colle-inquieto-sui-decreti-che-emana" data-post-id="2641266612" data-published-at="1767908844" data-use-pagination="False"> Colle inquieto sui decreti che emana Un grande classico dei giornali mainstream, ormai un vero e proprio genere letterario, è quello che potremmo chiamare il lamento del quirinalista sofferente. Così, in presenza di una crisi politica o di un nodo irrisolto economico e sociale, una narrazione estenuata e doloristica ci propone «le inquietudini del Colle», i «turbamenti del Quirinale», nei casi più gravi «l'irritazione» riferita da non meglio precisati «ambienti» del Colle più alto. In genere, tuttavia, per confortare il lettore, il finale dell'articolo lascia aperta la porta a una soluzione, naturalmente ispirata - spiega il quirinalista - dalla «saggezza del presidente». Tic e stereotipi giornalistici a parte, ieri era una di quelle giornate. Il giorno prima, come si sa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si era recato dal capo dello Stato per riferirgli sulla vertenza Ilva. Sulla quale - a onor del vero - fino a ieri non si era sentito granché dalle massime istituzioni dello Stato, mentre nei giorni precedenti il presidente della Repubblica si era assai impegnato in una sorta di dibattito indiretto e a distanza con il cardinale Camillo Ruini, per difendere la posizione culturalmente e politicamente cara a Sergio Mattarella, quella del cattolicesimo cosiddetto democratico e di sinistra. Ieri è stato dunque il giorno del recupero, per così dire: e su molti taccuini, presumibilmente su ispirazione dell'ufficio stampa del Quirinale, diverse penne si sono simultaneamente affrettate ad annotare la preoccupazione del capo dello Stato per l'Ilva e le altre crisi aziendali, e l'invito al governo a cercare soluzioni rapide. Ma il retroscena del Corriere della Sera è andato oltre, con un passaggio da segnare con un circoletto rosso: il capo dello Stato – spiega Marzio Breda, autore dell'articolo – «resta in allarme anche per come si è gestita la partita negli ultimi anni, da parte di diversi esecutivi». E ancora: «Dubbi ne ha parecchi, Mattarella». Ecco qua: «Al pari di tanti altri, Mattarella è rimasto colpito, per esempio, dalla contraddittoria sequenza dei decreti legge ad hoc (da quello contenuto nel decreto crescita all'ultimo, risalente al 3 settembre, quando la crisi politica era ancora aperta) e dei successivi emendamenti mirati che si sono succeduti nei mesi scorsi». E qui c'è qualcosa che - forse - al Corriere e alle sue fonti dev'essere sfuggito. Lasciamo da parte gli emendamenti parlamentari, che sono totalmente responsabilità dei deputati o dei senatori che li presentano. Ma, quando si tratta di decreti legge, il capo dello Stato ha poteri ben precisi e fortissimi: è lui – come dice la Costituzione – a «emanarli». Tradotto: può non firmare, ed è titolare di una penetrante funzione di controllo, su cui la dottrina ha lungamente riflettuto. Quando poi si tratta di una legge (che il Presidente «promulga»), il Capo dello Stato può anche rinviare tutto alle Camere. Il rinvio di una legge (Francesco Cossiga, riferiscono gli archivi, lo fece 22 volte) impone alle Camere una nuova deliberazione. Anche in termini di moral suasion, non si contano i casi in cui il Quirinale abbia sollecitato un governo a modificare un decreto, ad esempio per evitare l'affollarsi di troppi temi disomogenei. Su un altro piano, in termini propositivi, il Presidente può anche inviare un messaggio alle Camere, segnalando un tema. In modo meno forte, ma pur sempre politicamente significativo (Sergio Mattarella lo ha fatto ad esempio sui provvedimenti voluti da Matteo Salvini in materia di sicurezza e immigrazione), il capo dello Stato può anche, in sede di promulgazione di una legge, aggiungere delle annotazioni, che fatalmente hanno un riverbero nel dibattito politico. Morale: in termini formali o informali, l'attuale Costituzione attribuisce al capo dello Stato una serie amplissima di poteri. A che serve - mesi dopo - far trapelare stupore e delusione su un quotidiano?
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».