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2022-07-10
Il grano va su e i coltivatori giù: in piazza
Ansa
È l’uovo di Colombo, intesa come capitale dello Sri Lanka: oltre una certa soglia di povertà scoppiano le rivolte. In quella che era la mitica isola di Ceylon, cuore del buddismo e terra eletta per il the, hanno cacciato a furor di popolo il presidente Gotabaya Rajapaska, si è dimesso il primo ministro Ranil Wickremesinghe ed è guerra civile. Lo Sri Lanka è, come dicono gli economisti, «il canarino nella miniera». Segnala una doppia imminente esplosione di grisù: quella del debito dei Paesi poveri che potrebbe innescare una crisi mondiale e quella alimentare perché continua la speculazione sul grano con i prezzi delle materie prime agricole che non accennano a diminuire. Tradotto nel nostro carrello della spesa significa: pasta più 20,5%, farina più 18,7, pane 9,6, riso più 13, burro più 23,3, latte più 8,5, uova più 12,3, pollo più 18,6, olio di semi più 70,3%.
C’è stata due giorni fa una fiammata del 6% nelle quotazioni del grano tenero che ha spiegato al mondo, anche se l’Occidente troppo impegnato sul fronte, anche della propaganda, della guerra in Ucraina fa finta di non vedere, che ad affamare l’Africa e mezza America del Sud non sono i silos pieni di Odessa, ma la speculazione.
È in atto nel mondo uno scontro tra due modelli agricoli. Da una parte ci sono le multinazionali che vogliono iperprodurre a costi sempre più bassi e affidano alla finanza il compito di generare il valore aggiunto, dall’altra ci sono gli agricoltori più evoluti che difendono il valore agricolo. Così a molte migliaia di chilometri da Colombo ci sono altre proteste.
Gli allevatori olandesi al confine con la Germania continuano il loro presidio contro le decisioni del governo di Mark Rutte che vuole abbattere le soglie di emissione di azoto del 75% condannando a morte la zootecnia olandese. Hanno reagito in 40.000, bloccando con i trattori tutte le strade d’Olanda, poi hanno portato la protesta al confine con la Germania nelle pianure del Linburgo dove è concentrata gran parte degli allevamenti. Lì c’è un luogo simbolo: Waalserberg dove si incontrano Olanda, Germania e Belgio. La protesta degli agricoltori olandesi (agli allevatosi si è unito tutto il comparto agricolo col rischio che in Europa manchino ortaggi e frutta tropicale che passano tutti per l’Olanda) è stata raccolta da quelli tedeschi preoccupati per i costi lievitati e che accusano il governo di Olaf Scholz di boicottare la zootecnia.
C’è un caso politico che dalle stalle passa ai piani alti dell’Europa. Perché olandese è Franz Timmermans, vicepresidente della Commissione, che con il Farm to fork ha dichiarato guerra alla zootecnia e all’agricoltura in generale che secondo l’Ue è la prima fonte di inquinamento e ha sdoganato in Europa il consumo di insetti e di carne di alligatore del Nilo come alternative proteiche. Timmermans, sempre con i soldi dei contribuenti europei, sta finanziando i progetti per la produzione della carne e del latte sintetici da cellule staminali rifermentate. In Germania il neoministro agricolo Cem Özdemir - verde e vegano convinto che, inseguito da uno scandalo finanziario, per qualche tempo riparò negli Stati Uniti alla corte di Michelle Obama, prima pasionaria contro il consumo di carne - è anch’egli in lotta contro gli allevamenti.
Sul fronte agricolo l’Europa si avvia a vivere una stagione difficilissima perché ormai la politica agricola comune è stata impostata sulla riduzione di produzione. Questo espone i consumatori, ma anche i produttori europei, a rincari di prezzi iperbolici che sono spinti dalle multinazionali. È il caso del grano dove il mercato si sta biforcando: da una parte il grano duro (quello per fare la pasta per capirci) continua ad avere incrementi severi, dall’altra il grano tenero (quello interessato dal conflitto ucraino) è entrato in una fase di incontrollata volatilità.
Per quanto riguarda l’Italia sul duro abbiamo cali produttivi di almeno il 20% che ci imporranno di importare almeno 2,5 milioni di tonnellate in più. I prezzi del duro stanno sopra i 580 euro a tonnellata. Per il tenero a livello mondiale si sono registrati una settimana fa dei cali di prezzo perché il possibile sblocco del grano ucraino (rappresenta meno del 10% dell’export mondiale) ha innescato una tendenza ribassista.
Ma la quantità di grano immessa non serve a placare la fame. La speculazione ha usato questo ribasso come un’esca: appena i 53 Paesi più poveri del mondo si sono affacciati sul mercato per comprare grano, il future è tornato a salire e due giorni fa stava a 893,25 dollari a tonnellata con un rialzo su base annua del 56,25% e un balzo del 6% in ventiquattr’ore. Evidente dimostrazione di come sia la speculazione finanziaria a far lievitare i prezzi agricoli.
L’indice Fao a giugno ha raggiunto il valore di 154,2, per tre quarti dei Paesi poveri è un livello insostenibile. Il rincaro dei cereali mese su mese è del 27,6%, il lattiero caseario sale del 24,9%, lo zucchero dell’8,9%, la carne del 12,6% ed i grassi vegetali del 34,3%. È il canto del canarino dello Sri Lanka.
Nello Sri Lanka esplode la rabbia per il carovita. Il presidente fugge
Scarsità di petrolio, mancanza di elettricità e generi alimentari, un’inflazione record. Gli elementi che facevano presagire come la situazione dello Sri Lanka stesse per precipitare c’erano tutti e il malcontento era stato espresso da tempo dalla popolazione. Alla fine, la situazione è esplosa. Migliaia di persone hanno invaso il palazzo presidenziale nella capitale Colombo e sono almeno 34 i feriti, di cui due gravi. Bersaglio delle proteste, il presidente Gotabaya Rajapaksa, al quale viene addebitata la gravissima crisi.
Rajapaksa e i suoi collaboratori si aspettavano una rivolta e non sono certo stati colti di sorpresa, tanto è vero che il presidente era «stato spostato» in un luogo sicuro in previsione della manifestazione. Del resto, era da marzo che si susseguivano proteste - per la maggior parte pacifiche - per chiedere le sue dimissioni. L’insofferenza è peggiorata nelle ultime settimane quando è stato deciso un razionamento della benzina che ha costretto alcuni servizi essenziali, come le scuole, a chiudere.
La fuga di Rajapaksa ha ovviamente innescato una reazione a catena. Poche ore dopo l’occupazione del palazzo, sono state annunciate le dimissioni del primo ministro Ranil Wickremesinghe. Secondo il suo staff, la decisione è stata presa dopo le richieste dei leader dei partiti presenti in Parlamento, che ora intendono formare un governo di unità nazionale, per provare a placare gli animi. Per quanto riguarda invece Rajapaksa, una fonte della Difesa ha tenuto a precisare che «è sempre lui il presidente ed è protetto da un’unità militare».
Come si diceva, dunque, solo dopo l’allontanamento del presidente dal Palazzo, quest’ultimo è stato occupato. I canali televisivi locali hanno mostrato le immagini di centinaia di persone che si arrampicavano sui cancelli della residenza presidenziale nel cuore di Colombo. Alcuni manifestanti, avvolti nelle bandiere nazionali, hanno fatto irruzione nelle stanze gridando slogan contro Rajapaksa. Fuori dall’edificio si erano unite alla rivolta migliaia di persone. Lo Sri Lanka, che conta 22 milioni di abitanti, è stato colpito dalla peggiore crisi dal 1948, anno dell’indipendenza dal Regno Unito, tanto che il governo è stato costretto a chiedere assistenza alimentare ai Paesi vicini. Pur se i fattori scatenanti sono molteplici (l’impatto del Covid-19 sull’economia turistica, i tagli al bilancio pubblico), sulla stabilità del Paese ha influito la guerra tra Russia e Ucraina. Il conflitto ha fatto contrarre le esportazioni di tè dello Sri Lanka e affossato l’industria nazionale del turismo che si stava riprendendo dopo la pandemia. L’arrivo di turisti russi e ucraini, i più numerosi a visitare l’isola, si è infatti bloccato. La Sri Lanka tourism development authority ha riferito che circa 20.000 ucraini e russi erano arrivati nel gennaio 2022, rappresentando più di un quarto del totale dei visitatori. Per quanto riguarda il tè, le esportazioni verso Russia e Ucraina, fondamentali per il mercato del prodotto, hanno subito un drastico calo. Di contro, il 45% delle importazioni di grano da parte dell’isola proveniva dalle due parti in conflitto. Per quanto riguarda i carburanti, tema più dolente, il Paese non è in grado di importarli a causa dell’indebitamento della compagnia petrolifera di Stato, Ceylon, che ha cumulato debiti per 700 milioni di dollari. «Nessun Paese al mondo è disponibile a fornirci carburante», aveva detto nei giorni scorsi il premier dimissionario. Proprio per questo, il governo aveva inviato due ministri in Russia nel tentativo di negoziare la fornitura di petrolio greggio a prezzi scontati. Ormai, però, la situazione è degenerata.
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Una fiammata del 6% in poche ore. Situazione esplosiva dall’Asia all’Ue, dopo le proteste in Olanda tocca alla Germania. A causare il rialzo dei prezzi sono i titoli gestiti dalla finanza. E gli allevatori contestano la politica di demonizzazione della zootecnia.In Sri lanka la crisi peggiore dall’indipendenza nel 1948. Assaltata la residenza di Gotabaya Rajapaksa.Lo speciale contiene due articoli.È l’uovo di Colombo, intesa come capitale dello Sri Lanka: oltre una certa soglia di povertà scoppiano le rivolte. In quella che era la mitica isola di Ceylon, cuore del buddismo e terra eletta per il the, hanno cacciato a furor di popolo il presidente Gotabaya Rajapaska, si è dimesso il primo ministro Ranil Wickremesinghe ed è guerra civile. Lo Sri Lanka è, come dicono gli economisti, «il canarino nella miniera». Segnala una doppia imminente esplosione di grisù: quella del debito dei Paesi poveri che potrebbe innescare una crisi mondiale e quella alimentare perché continua la speculazione sul grano con i prezzi delle materie prime agricole che non accennano a diminuire. Tradotto nel nostro carrello della spesa significa: pasta più 20,5%, farina più 18,7, pane 9,6, riso più 13, burro più 23,3, latte più 8,5, uova più 12,3, pollo più 18,6, olio di semi più 70,3%. C’è stata due giorni fa una fiammata del 6% nelle quotazioni del grano tenero che ha spiegato al mondo, anche se l’Occidente troppo impegnato sul fronte, anche della propaganda, della guerra in Ucraina fa finta di non vedere, che ad affamare l’Africa e mezza America del Sud non sono i silos pieni di Odessa, ma la speculazione. È in atto nel mondo uno scontro tra due modelli agricoli. Da una parte ci sono le multinazionali che vogliono iperprodurre a costi sempre più bassi e affidano alla finanza il compito di generare il valore aggiunto, dall’altra ci sono gli agricoltori più evoluti che difendono il valore agricolo. Così a molte migliaia di chilometri da Colombo ci sono altre proteste. Gli allevatori olandesi al confine con la Germania continuano il loro presidio contro le decisioni del governo di Mark Rutte che vuole abbattere le soglie di emissione di azoto del 75% condannando a morte la zootecnia olandese. Hanno reagito in 40.000, bloccando con i trattori tutte le strade d’Olanda, poi hanno portato la protesta al confine con la Germania nelle pianure del Linburgo dove è concentrata gran parte degli allevamenti. Lì c’è un luogo simbolo: Waalserberg dove si incontrano Olanda, Germania e Belgio. La protesta degli agricoltori olandesi (agli allevatosi si è unito tutto il comparto agricolo col rischio che in Europa manchino ortaggi e frutta tropicale che passano tutti per l’Olanda) è stata raccolta da quelli tedeschi preoccupati per i costi lievitati e che accusano il governo di Olaf Scholz di boicottare la zootecnia. C’è un caso politico che dalle stalle passa ai piani alti dell’Europa. Perché olandese è Franz Timmermans, vicepresidente della Commissione, che con il Farm to fork ha dichiarato guerra alla zootecnia e all’agricoltura in generale che secondo l’Ue è la prima fonte di inquinamento e ha sdoganato in Europa il consumo di insetti e di carne di alligatore del Nilo come alternative proteiche. Timmermans, sempre con i soldi dei contribuenti europei, sta finanziando i progetti per la produzione della carne e del latte sintetici da cellule staminali rifermentate. In Germania il neoministro agricolo Cem Özdemir - verde e vegano convinto che, inseguito da uno scandalo finanziario, per qualche tempo riparò negli Stati Uniti alla corte di Michelle Obama, prima pasionaria contro il consumo di carne - è anch’egli in lotta contro gli allevamenti. Sul fronte agricolo l’Europa si avvia a vivere una stagione difficilissima perché ormai la politica agricola comune è stata impostata sulla riduzione di produzione. Questo espone i consumatori, ma anche i produttori europei, a rincari di prezzi iperbolici che sono spinti dalle multinazionali. È il caso del grano dove il mercato si sta biforcando: da una parte il grano duro (quello per fare la pasta per capirci) continua ad avere incrementi severi, dall’altra il grano tenero (quello interessato dal conflitto ucraino) è entrato in una fase di incontrollata volatilità. Per quanto riguarda l’Italia sul duro abbiamo cali produttivi di almeno il 20% che ci imporranno di importare almeno 2,5 milioni di tonnellate in più. I prezzi del duro stanno sopra i 580 euro a tonnellata. Per il tenero a livello mondiale si sono registrati una settimana fa dei cali di prezzo perché il possibile sblocco del grano ucraino (rappresenta meno del 10% dell’export mondiale) ha innescato una tendenza ribassista. Ma la quantità di grano immessa non serve a placare la fame. La speculazione ha usato questo ribasso come un’esca: appena i 53 Paesi più poveri del mondo si sono affacciati sul mercato per comprare grano, il future è tornato a salire e due giorni fa stava a 893,25 dollari a tonnellata con un rialzo su base annua del 56,25% e un balzo del 6% in ventiquattr’ore. Evidente dimostrazione di come sia la speculazione finanziaria a far lievitare i prezzi agricoli. L’indice Fao a giugno ha raggiunto il valore di 154,2, per tre quarti dei Paesi poveri è un livello insostenibile. Il rincaro dei cereali mese su mese è del 27,6%, il lattiero caseario sale del 24,9%, lo zucchero dell’8,9%, la carne del 12,6% ed i grassi vegetali del 34,3%. È il canto del canarino dello Sri Lanka. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grano-su-coltivatori-giu-piazza-2657640711.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nello-sri-lanka-esplode-la-rabbia-per-il-carovita-il-presidente-fugge" data-post-id="2657640711" data-published-at="1657432661" data-use-pagination="False"> Nello Sri Lanka esplode la rabbia per il carovita. Il presidente fugge Scarsità di petrolio, mancanza di elettricità e generi alimentari, un’inflazione record. Gli elementi che facevano presagire come la situazione dello Sri Lanka stesse per precipitare c’erano tutti e il malcontento era stato espresso da tempo dalla popolazione. Alla fine, la situazione è esplosa. Migliaia di persone hanno invaso il palazzo presidenziale nella capitale Colombo e sono almeno 34 i feriti, di cui due gravi. Bersaglio delle proteste, il presidente Gotabaya Rajapaksa, al quale viene addebitata la gravissima crisi. Rajapaksa e i suoi collaboratori si aspettavano una rivolta e non sono certo stati colti di sorpresa, tanto è vero che il presidente era «stato spostato» in un luogo sicuro in previsione della manifestazione. Del resto, era da marzo che si susseguivano proteste - per la maggior parte pacifiche - per chiedere le sue dimissioni. L’insofferenza è peggiorata nelle ultime settimane quando è stato deciso un razionamento della benzina che ha costretto alcuni servizi essenziali, come le scuole, a chiudere. La fuga di Rajapaksa ha ovviamente innescato una reazione a catena. Poche ore dopo l’occupazione del palazzo, sono state annunciate le dimissioni del primo ministro Ranil Wickremesinghe. Secondo il suo staff, la decisione è stata presa dopo le richieste dei leader dei partiti presenti in Parlamento, che ora intendono formare un governo di unità nazionale, per provare a placare gli animi. Per quanto riguarda invece Rajapaksa, una fonte della Difesa ha tenuto a precisare che «è sempre lui il presidente ed è protetto da un’unità militare». Come si diceva, dunque, solo dopo l’allontanamento del presidente dal Palazzo, quest’ultimo è stato occupato. I canali televisivi locali hanno mostrato le immagini di centinaia di persone che si arrampicavano sui cancelli della residenza presidenziale nel cuore di Colombo. Alcuni manifestanti, avvolti nelle bandiere nazionali, hanno fatto irruzione nelle stanze gridando slogan contro Rajapaksa. Fuori dall’edificio si erano unite alla rivolta migliaia di persone. Lo Sri Lanka, che conta 22 milioni di abitanti, è stato colpito dalla peggiore crisi dal 1948, anno dell’indipendenza dal Regno Unito, tanto che il governo è stato costretto a chiedere assistenza alimentare ai Paesi vicini. Pur se i fattori scatenanti sono molteplici (l’impatto del Covid-19 sull’economia turistica, i tagli al bilancio pubblico), sulla stabilità del Paese ha influito la guerra tra Russia e Ucraina. Il conflitto ha fatto contrarre le esportazioni di tè dello Sri Lanka e affossato l’industria nazionale del turismo che si stava riprendendo dopo la pandemia. L’arrivo di turisti russi e ucraini, i più numerosi a visitare l’isola, si è infatti bloccato. La Sri Lanka tourism development authority ha riferito che circa 20.000 ucraini e russi erano arrivati nel gennaio 2022, rappresentando più di un quarto del totale dei visitatori. Per quanto riguarda il tè, le esportazioni verso Russia e Ucraina, fondamentali per il mercato del prodotto, hanno subito un drastico calo. Di contro, il 45% delle importazioni di grano da parte dell’isola proveniva dalle due parti in conflitto. Per quanto riguarda i carburanti, tema più dolente, il Paese non è in grado di importarli a causa dell’indebitamento della compagnia petrolifera di Stato, Ceylon, che ha cumulato debiti per 700 milioni di dollari. «Nessun Paese al mondo è disponibile a fornirci carburante», aveva detto nei giorni scorsi il premier dimissionario. Proprio per questo, il governo aveva inviato due ministri in Russia nel tentativo di negoziare la fornitura di petrolio greggio a prezzi scontati. Ormai, però, la situazione è degenerata.
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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