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2022-07-10
Il grano va su e i coltivatori giù: in piazza
Ansa
È l’uovo di Colombo, intesa come capitale dello Sri Lanka: oltre una certa soglia di povertà scoppiano le rivolte. In quella che era la mitica isola di Ceylon, cuore del buddismo e terra eletta per il the, hanno cacciato a furor di popolo il presidente Gotabaya Rajapaska, si è dimesso il primo ministro Ranil Wickremesinghe ed è guerra civile. Lo Sri Lanka è, come dicono gli economisti, «il canarino nella miniera». Segnala una doppia imminente esplosione di grisù: quella del debito dei Paesi poveri che potrebbe innescare una crisi mondiale e quella alimentare perché continua la speculazione sul grano con i prezzi delle materie prime agricole che non accennano a diminuire. Tradotto nel nostro carrello della spesa significa: pasta più 20,5%, farina più 18,7, pane 9,6, riso più 13, burro più 23,3, latte più 8,5, uova più 12,3, pollo più 18,6, olio di semi più 70,3%.
C’è stata due giorni fa una fiammata del 6% nelle quotazioni del grano tenero che ha spiegato al mondo, anche se l’Occidente troppo impegnato sul fronte, anche della propaganda, della guerra in Ucraina fa finta di non vedere, che ad affamare l’Africa e mezza America del Sud non sono i silos pieni di Odessa, ma la speculazione.
È in atto nel mondo uno scontro tra due modelli agricoli. Da una parte ci sono le multinazionali che vogliono iperprodurre a costi sempre più bassi e affidano alla finanza il compito di generare il valore aggiunto, dall’altra ci sono gli agricoltori più evoluti che difendono il valore agricolo. Così a molte migliaia di chilometri da Colombo ci sono altre proteste.
Gli allevatori olandesi al confine con la Germania continuano il loro presidio contro le decisioni del governo di Mark Rutte che vuole abbattere le soglie di emissione di azoto del 75% condannando a morte la zootecnia olandese. Hanno reagito in 40.000, bloccando con i trattori tutte le strade d’Olanda, poi hanno portato la protesta al confine con la Germania nelle pianure del Linburgo dove è concentrata gran parte degli allevamenti. Lì c’è un luogo simbolo: Waalserberg dove si incontrano Olanda, Germania e Belgio. La protesta degli agricoltori olandesi (agli allevatosi si è unito tutto il comparto agricolo col rischio che in Europa manchino ortaggi e frutta tropicale che passano tutti per l’Olanda) è stata raccolta da quelli tedeschi preoccupati per i costi lievitati e che accusano il governo di Olaf Scholz di boicottare la zootecnia.
C’è un caso politico che dalle stalle passa ai piani alti dell’Europa. Perché olandese è Franz Timmermans, vicepresidente della Commissione, che con il Farm to fork ha dichiarato guerra alla zootecnia e all’agricoltura in generale che secondo l’Ue è la prima fonte di inquinamento e ha sdoganato in Europa il consumo di insetti e di carne di alligatore del Nilo come alternative proteiche. Timmermans, sempre con i soldi dei contribuenti europei, sta finanziando i progetti per la produzione della carne e del latte sintetici da cellule staminali rifermentate. In Germania il neoministro agricolo Cem Özdemir - verde e vegano convinto che, inseguito da uno scandalo finanziario, per qualche tempo riparò negli Stati Uniti alla corte di Michelle Obama, prima pasionaria contro il consumo di carne - è anch’egli in lotta contro gli allevamenti.
Sul fronte agricolo l’Europa si avvia a vivere una stagione difficilissima perché ormai la politica agricola comune è stata impostata sulla riduzione di produzione. Questo espone i consumatori, ma anche i produttori europei, a rincari di prezzi iperbolici che sono spinti dalle multinazionali. È il caso del grano dove il mercato si sta biforcando: da una parte il grano duro (quello per fare la pasta per capirci) continua ad avere incrementi severi, dall’altra il grano tenero (quello interessato dal conflitto ucraino) è entrato in una fase di incontrollata volatilità.
Per quanto riguarda l’Italia sul duro abbiamo cali produttivi di almeno il 20% che ci imporranno di importare almeno 2,5 milioni di tonnellate in più. I prezzi del duro stanno sopra i 580 euro a tonnellata. Per il tenero a livello mondiale si sono registrati una settimana fa dei cali di prezzo perché il possibile sblocco del grano ucraino (rappresenta meno del 10% dell’export mondiale) ha innescato una tendenza ribassista.
Ma la quantità di grano immessa non serve a placare la fame. La speculazione ha usato questo ribasso come un’esca: appena i 53 Paesi più poveri del mondo si sono affacciati sul mercato per comprare grano, il future è tornato a salire e due giorni fa stava a 893,25 dollari a tonnellata con un rialzo su base annua del 56,25% e un balzo del 6% in ventiquattr’ore. Evidente dimostrazione di come sia la speculazione finanziaria a far lievitare i prezzi agricoli.
L’indice Fao a giugno ha raggiunto il valore di 154,2, per tre quarti dei Paesi poveri è un livello insostenibile. Il rincaro dei cereali mese su mese è del 27,6%, il lattiero caseario sale del 24,9%, lo zucchero dell’8,9%, la carne del 12,6% ed i grassi vegetali del 34,3%. È il canto del canarino dello Sri Lanka.
Nello Sri Lanka esplode la rabbia per il carovita. Il presidente fugge
Scarsità di petrolio, mancanza di elettricità e generi alimentari, un’inflazione record. Gli elementi che facevano presagire come la situazione dello Sri Lanka stesse per precipitare c’erano tutti e il malcontento era stato espresso da tempo dalla popolazione. Alla fine, la situazione è esplosa. Migliaia di persone hanno invaso il palazzo presidenziale nella capitale Colombo e sono almeno 34 i feriti, di cui due gravi. Bersaglio delle proteste, il presidente Gotabaya Rajapaksa, al quale viene addebitata la gravissima crisi.
Rajapaksa e i suoi collaboratori si aspettavano una rivolta e non sono certo stati colti di sorpresa, tanto è vero che il presidente era «stato spostato» in un luogo sicuro in previsione della manifestazione. Del resto, era da marzo che si susseguivano proteste - per la maggior parte pacifiche - per chiedere le sue dimissioni. L’insofferenza è peggiorata nelle ultime settimane quando è stato deciso un razionamento della benzina che ha costretto alcuni servizi essenziali, come le scuole, a chiudere.
La fuga di Rajapaksa ha ovviamente innescato una reazione a catena. Poche ore dopo l’occupazione del palazzo, sono state annunciate le dimissioni del primo ministro Ranil Wickremesinghe. Secondo il suo staff, la decisione è stata presa dopo le richieste dei leader dei partiti presenti in Parlamento, che ora intendono formare un governo di unità nazionale, per provare a placare gli animi. Per quanto riguarda invece Rajapaksa, una fonte della Difesa ha tenuto a precisare che «è sempre lui il presidente ed è protetto da un’unità militare».
Come si diceva, dunque, solo dopo l’allontanamento del presidente dal Palazzo, quest’ultimo è stato occupato. I canali televisivi locali hanno mostrato le immagini di centinaia di persone che si arrampicavano sui cancelli della residenza presidenziale nel cuore di Colombo. Alcuni manifestanti, avvolti nelle bandiere nazionali, hanno fatto irruzione nelle stanze gridando slogan contro Rajapaksa. Fuori dall’edificio si erano unite alla rivolta migliaia di persone. Lo Sri Lanka, che conta 22 milioni di abitanti, è stato colpito dalla peggiore crisi dal 1948, anno dell’indipendenza dal Regno Unito, tanto che il governo è stato costretto a chiedere assistenza alimentare ai Paesi vicini. Pur se i fattori scatenanti sono molteplici (l’impatto del Covid-19 sull’economia turistica, i tagli al bilancio pubblico), sulla stabilità del Paese ha influito la guerra tra Russia e Ucraina. Il conflitto ha fatto contrarre le esportazioni di tè dello Sri Lanka e affossato l’industria nazionale del turismo che si stava riprendendo dopo la pandemia. L’arrivo di turisti russi e ucraini, i più numerosi a visitare l’isola, si è infatti bloccato. La Sri Lanka tourism development authority ha riferito che circa 20.000 ucraini e russi erano arrivati nel gennaio 2022, rappresentando più di un quarto del totale dei visitatori. Per quanto riguarda il tè, le esportazioni verso Russia e Ucraina, fondamentali per il mercato del prodotto, hanno subito un drastico calo. Di contro, il 45% delle importazioni di grano da parte dell’isola proveniva dalle due parti in conflitto. Per quanto riguarda i carburanti, tema più dolente, il Paese non è in grado di importarli a causa dell’indebitamento della compagnia petrolifera di Stato, Ceylon, che ha cumulato debiti per 700 milioni di dollari. «Nessun Paese al mondo è disponibile a fornirci carburante», aveva detto nei giorni scorsi il premier dimissionario. Proprio per questo, il governo aveva inviato due ministri in Russia nel tentativo di negoziare la fornitura di petrolio greggio a prezzi scontati. Ormai, però, la situazione è degenerata.
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Una fiammata del 6% in poche ore. Situazione esplosiva dall’Asia all’Ue, dopo le proteste in Olanda tocca alla Germania. A causare il rialzo dei prezzi sono i titoli gestiti dalla finanza. E gli allevatori contestano la politica di demonizzazione della zootecnia.In Sri lanka la crisi peggiore dall’indipendenza nel 1948. Assaltata la residenza di Gotabaya Rajapaksa.Lo speciale contiene due articoli.È l’uovo di Colombo, intesa come capitale dello Sri Lanka: oltre una certa soglia di povertà scoppiano le rivolte. In quella che era la mitica isola di Ceylon, cuore del buddismo e terra eletta per il the, hanno cacciato a furor di popolo il presidente Gotabaya Rajapaska, si è dimesso il primo ministro Ranil Wickremesinghe ed è guerra civile. Lo Sri Lanka è, come dicono gli economisti, «il canarino nella miniera». Segnala una doppia imminente esplosione di grisù: quella del debito dei Paesi poveri che potrebbe innescare una crisi mondiale e quella alimentare perché continua la speculazione sul grano con i prezzi delle materie prime agricole che non accennano a diminuire. Tradotto nel nostro carrello della spesa significa: pasta più 20,5%, farina più 18,7, pane 9,6, riso più 13, burro più 23,3, latte più 8,5, uova più 12,3, pollo più 18,6, olio di semi più 70,3%. C’è stata due giorni fa una fiammata del 6% nelle quotazioni del grano tenero che ha spiegato al mondo, anche se l’Occidente troppo impegnato sul fronte, anche della propaganda, della guerra in Ucraina fa finta di non vedere, che ad affamare l’Africa e mezza America del Sud non sono i silos pieni di Odessa, ma la speculazione. È in atto nel mondo uno scontro tra due modelli agricoli. Da una parte ci sono le multinazionali che vogliono iperprodurre a costi sempre più bassi e affidano alla finanza il compito di generare il valore aggiunto, dall’altra ci sono gli agricoltori più evoluti che difendono il valore agricolo. Così a molte migliaia di chilometri da Colombo ci sono altre proteste. Gli allevatori olandesi al confine con la Germania continuano il loro presidio contro le decisioni del governo di Mark Rutte che vuole abbattere le soglie di emissione di azoto del 75% condannando a morte la zootecnia olandese. Hanno reagito in 40.000, bloccando con i trattori tutte le strade d’Olanda, poi hanno portato la protesta al confine con la Germania nelle pianure del Linburgo dove è concentrata gran parte degli allevamenti. Lì c’è un luogo simbolo: Waalserberg dove si incontrano Olanda, Germania e Belgio. La protesta degli agricoltori olandesi (agli allevatosi si è unito tutto il comparto agricolo col rischio che in Europa manchino ortaggi e frutta tropicale che passano tutti per l’Olanda) è stata raccolta da quelli tedeschi preoccupati per i costi lievitati e che accusano il governo di Olaf Scholz di boicottare la zootecnia. C’è un caso politico che dalle stalle passa ai piani alti dell’Europa. Perché olandese è Franz Timmermans, vicepresidente della Commissione, che con il Farm to fork ha dichiarato guerra alla zootecnia e all’agricoltura in generale che secondo l’Ue è la prima fonte di inquinamento e ha sdoganato in Europa il consumo di insetti e di carne di alligatore del Nilo come alternative proteiche. Timmermans, sempre con i soldi dei contribuenti europei, sta finanziando i progetti per la produzione della carne e del latte sintetici da cellule staminali rifermentate. In Germania il neoministro agricolo Cem Özdemir - verde e vegano convinto che, inseguito da uno scandalo finanziario, per qualche tempo riparò negli Stati Uniti alla corte di Michelle Obama, prima pasionaria contro il consumo di carne - è anch’egli in lotta contro gli allevamenti. Sul fronte agricolo l’Europa si avvia a vivere una stagione difficilissima perché ormai la politica agricola comune è stata impostata sulla riduzione di produzione. Questo espone i consumatori, ma anche i produttori europei, a rincari di prezzi iperbolici che sono spinti dalle multinazionali. È il caso del grano dove il mercato si sta biforcando: da una parte il grano duro (quello per fare la pasta per capirci) continua ad avere incrementi severi, dall’altra il grano tenero (quello interessato dal conflitto ucraino) è entrato in una fase di incontrollata volatilità. Per quanto riguarda l’Italia sul duro abbiamo cali produttivi di almeno il 20% che ci imporranno di importare almeno 2,5 milioni di tonnellate in più. I prezzi del duro stanno sopra i 580 euro a tonnellata. Per il tenero a livello mondiale si sono registrati una settimana fa dei cali di prezzo perché il possibile sblocco del grano ucraino (rappresenta meno del 10% dell’export mondiale) ha innescato una tendenza ribassista. Ma la quantità di grano immessa non serve a placare la fame. La speculazione ha usato questo ribasso come un’esca: appena i 53 Paesi più poveri del mondo si sono affacciati sul mercato per comprare grano, il future è tornato a salire e due giorni fa stava a 893,25 dollari a tonnellata con un rialzo su base annua del 56,25% e un balzo del 6% in ventiquattr’ore. Evidente dimostrazione di come sia la speculazione finanziaria a far lievitare i prezzi agricoli. L’indice Fao a giugno ha raggiunto il valore di 154,2, per tre quarti dei Paesi poveri è un livello insostenibile. Il rincaro dei cereali mese su mese è del 27,6%, il lattiero caseario sale del 24,9%, lo zucchero dell’8,9%, la carne del 12,6% ed i grassi vegetali del 34,3%. È il canto del canarino dello Sri Lanka. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grano-su-coltivatori-giu-piazza-2657640711.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nello-sri-lanka-esplode-la-rabbia-per-il-carovita-il-presidente-fugge" data-post-id="2657640711" data-published-at="1657432661" data-use-pagination="False"> Nello Sri Lanka esplode la rabbia per il carovita. Il presidente fugge Scarsità di petrolio, mancanza di elettricità e generi alimentari, un’inflazione record. Gli elementi che facevano presagire come la situazione dello Sri Lanka stesse per precipitare c’erano tutti e il malcontento era stato espresso da tempo dalla popolazione. Alla fine, la situazione è esplosa. Migliaia di persone hanno invaso il palazzo presidenziale nella capitale Colombo e sono almeno 34 i feriti, di cui due gravi. Bersaglio delle proteste, il presidente Gotabaya Rajapaksa, al quale viene addebitata la gravissima crisi. Rajapaksa e i suoi collaboratori si aspettavano una rivolta e non sono certo stati colti di sorpresa, tanto è vero che il presidente era «stato spostato» in un luogo sicuro in previsione della manifestazione. Del resto, era da marzo che si susseguivano proteste - per la maggior parte pacifiche - per chiedere le sue dimissioni. L’insofferenza è peggiorata nelle ultime settimane quando è stato deciso un razionamento della benzina che ha costretto alcuni servizi essenziali, come le scuole, a chiudere. La fuga di Rajapaksa ha ovviamente innescato una reazione a catena. Poche ore dopo l’occupazione del palazzo, sono state annunciate le dimissioni del primo ministro Ranil Wickremesinghe. Secondo il suo staff, la decisione è stata presa dopo le richieste dei leader dei partiti presenti in Parlamento, che ora intendono formare un governo di unità nazionale, per provare a placare gli animi. Per quanto riguarda invece Rajapaksa, una fonte della Difesa ha tenuto a precisare che «è sempre lui il presidente ed è protetto da un’unità militare». Come si diceva, dunque, solo dopo l’allontanamento del presidente dal Palazzo, quest’ultimo è stato occupato. I canali televisivi locali hanno mostrato le immagini di centinaia di persone che si arrampicavano sui cancelli della residenza presidenziale nel cuore di Colombo. Alcuni manifestanti, avvolti nelle bandiere nazionali, hanno fatto irruzione nelle stanze gridando slogan contro Rajapaksa. Fuori dall’edificio si erano unite alla rivolta migliaia di persone. Lo Sri Lanka, che conta 22 milioni di abitanti, è stato colpito dalla peggiore crisi dal 1948, anno dell’indipendenza dal Regno Unito, tanto che il governo è stato costretto a chiedere assistenza alimentare ai Paesi vicini. Pur se i fattori scatenanti sono molteplici (l’impatto del Covid-19 sull’economia turistica, i tagli al bilancio pubblico), sulla stabilità del Paese ha influito la guerra tra Russia e Ucraina. Il conflitto ha fatto contrarre le esportazioni di tè dello Sri Lanka e affossato l’industria nazionale del turismo che si stava riprendendo dopo la pandemia. L’arrivo di turisti russi e ucraini, i più numerosi a visitare l’isola, si è infatti bloccato. La Sri Lanka tourism development authority ha riferito che circa 20.000 ucraini e russi erano arrivati nel gennaio 2022, rappresentando più di un quarto del totale dei visitatori. Per quanto riguarda il tè, le esportazioni verso Russia e Ucraina, fondamentali per il mercato del prodotto, hanno subito un drastico calo. Di contro, il 45% delle importazioni di grano da parte dell’isola proveniva dalle due parti in conflitto. Per quanto riguarda i carburanti, tema più dolente, il Paese non è in grado di importarli a causa dell’indebitamento della compagnia petrolifera di Stato, Ceylon, che ha cumulato debiti per 700 milioni di dollari. «Nessun Paese al mondo è disponibile a fornirci carburante», aveva detto nei giorni scorsi il premier dimissionario. Proprio per questo, il governo aveva inviato due ministri in Russia nel tentativo di negoziare la fornitura di petrolio greggio a prezzi scontati. Ormai, però, la situazione è degenerata.
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
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