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2022-07-10
Il grano va su e i coltivatori giù: in piazza
Ansa
È l’uovo di Colombo, intesa come capitale dello Sri Lanka: oltre una certa soglia di povertà scoppiano le rivolte. In quella che era la mitica isola di Ceylon, cuore del buddismo e terra eletta per il the, hanno cacciato a furor di popolo il presidente Gotabaya Rajapaska, si è dimesso il primo ministro Ranil Wickremesinghe ed è guerra civile. Lo Sri Lanka è, come dicono gli economisti, «il canarino nella miniera». Segnala una doppia imminente esplosione di grisù: quella del debito dei Paesi poveri che potrebbe innescare una crisi mondiale e quella alimentare perché continua la speculazione sul grano con i prezzi delle materie prime agricole che non accennano a diminuire. Tradotto nel nostro carrello della spesa significa: pasta più 20,5%, farina più 18,7, pane 9,6, riso più 13, burro più 23,3, latte più 8,5, uova più 12,3, pollo più 18,6, olio di semi più 70,3%.
C’è stata due giorni fa una fiammata del 6% nelle quotazioni del grano tenero che ha spiegato al mondo, anche se l’Occidente troppo impegnato sul fronte, anche della propaganda, della guerra in Ucraina fa finta di non vedere, che ad affamare l’Africa e mezza America del Sud non sono i silos pieni di Odessa, ma la speculazione.
È in atto nel mondo uno scontro tra due modelli agricoli. Da una parte ci sono le multinazionali che vogliono iperprodurre a costi sempre più bassi e affidano alla finanza il compito di generare il valore aggiunto, dall’altra ci sono gli agricoltori più evoluti che difendono il valore agricolo. Così a molte migliaia di chilometri da Colombo ci sono altre proteste.
Gli allevatori olandesi al confine con la Germania continuano il loro presidio contro le decisioni del governo di Mark Rutte che vuole abbattere le soglie di emissione di azoto del 75% condannando a morte la zootecnia olandese. Hanno reagito in 40.000, bloccando con i trattori tutte le strade d’Olanda, poi hanno portato la protesta al confine con la Germania nelle pianure del Linburgo dove è concentrata gran parte degli allevamenti. Lì c’è un luogo simbolo: Waalserberg dove si incontrano Olanda, Germania e Belgio. La protesta degli agricoltori olandesi (agli allevatosi si è unito tutto il comparto agricolo col rischio che in Europa manchino ortaggi e frutta tropicale che passano tutti per l’Olanda) è stata raccolta da quelli tedeschi preoccupati per i costi lievitati e che accusano il governo di Olaf Scholz di boicottare la zootecnia.
C’è un caso politico che dalle stalle passa ai piani alti dell’Europa. Perché olandese è Franz Timmermans, vicepresidente della Commissione, che con il Farm to fork ha dichiarato guerra alla zootecnia e all’agricoltura in generale che secondo l’Ue è la prima fonte di inquinamento e ha sdoganato in Europa il consumo di insetti e di carne di alligatore del Nilo come alternative proteiche. Timmermans, sempre con i soldi dei contribuenti europei, sta finanziando i progetti per la produzione della carne e del latte sintetici da cellule staminali rifermentate. In Germania il neoministro agricolo Cem Özdemir - verde e vegano convinto che, inseguito da uno scandalo finanziario, per qualche tempo riparò negli Stati Uniti alla corte di Michelle Obama, prima pasionaria contro il consumo di carne - è anch’egli in lotta contro gli allevamenti.
Sul fronte agricolo l’Europa si avvia a vivere una stagione difficilissima perché ormai la politica agricola comune è stata impostata sulla riduzione di produzione. Questo espone i consumatori, ma anche i produttori europei, a rincari di prezzi iperbolici che sono spinti dalle multinazionali. È il caso del grano dove il mercato si sta biforcando: da una parte il grano duro (quello per fare la pasta per capirci) continua ad avere incrementi severi, dall’altra il grano tenero (quello interessato dal conflitto ucraino) è entrato in una fase di incontrollata volatilità.
Per quanto riguarda l’Italia sul duro abbiamo cali produttivi di almeno il 20% che ci imporranno di importare almeno 2,5 milioni di tonnellate in più. I prezzi del duro stanno sopra i 580 euro a tonnellata. Per il tenero a livello mondiale si sono registrati una settimana fa dei cali di prezzo perché il possibile sblocco del grano ucraino (rappresenta meno del 10% dell’export mondiale) ha innescato una tendenza ribassista.
Ma la quantità di grano immessa non serve a placare la fame. La speculazione ha usato questo ribasso come un’esca: appena i 53 Paesi più poveri del mondo si sono affacciati sul mercato per comprare grano, il future è tornato a salire e due giorni fa stava a 893,25 dollari a tonnellata con un rialzo su base annua del 56,25% e un balzo del 6% in ventiquattr’ore. Evidente dimostrazione di come sia la speculazione finanziaria a far lievitare i prezzi agricoli.
L’indice Fao a giugno ha raggiunto il valore di 154,2, per tre quarti dei Paesi poveri è un livello insostenibile. Il rincaro dei cereali mese su mese è del 27,6%, il lattiero caseario sale del 24,9%, lo zucchero dell’8,9%, la carne del 12,6% ed i grassi vegetali del 34,3%. È il canto del canarino dello Sri Lanka.
Nello Sri Lanka esplode la rabbia per il carovita. Il presidente fugge
Scarsità di petrolio, mancanza di elettricità e generi alimentari, un’inflazione record. Gli elementi che facevano presagire come la situazione dello Sri Lanka stesse per precipitare c’erano tutti e il malcontento era stato espresso da tempo dalla popolazione. Alla fine, la situazione è esplosa. Migliaia di persone hanno invaso il palazzo presidenziale nella capitale Colombo e sono almeno 34 i feriti, di cui due gravi. Bersaglio delle proteste, il presidente Gotabaya Rajapaksa, al quale viene addebitata la gravissima crisi.
Rajapaksa e i suoi collaboratori si aspettavano una rivolta e non sono certo stati colti di sorpresa, tanto è vero che il presidente era «stato spostato» in un luogo sicuro in previsione della manifestazione. Del resto, era da marzo che si susseguivano proteste - per la maggior parte pacifiche - per chiedere le sue dimissioni. L’insofferenza è peggiorata nelle ultime settimane quando è stato deciso un razionamento della benzina che ha costretto alcuni servizi essenziali, come le scuole, a chiudere.
La fuga di Rajapaksa ha ovviamente innescato una reazione a catena. Poche ore dopo l’occupazione del palazzo, sono state annunciate le dimissioni del primo ministro Ranil Wickremesinghe. Secondo il suo staff, la decisione è stata presa dopo le richieste dei leader dei partiti presenti in Parlamento, che ora intendono formare un governo di unità nazionale, per provare a placare gli animi. Per quanto riguarda invece Rajapaksa, una fonte della Difesa ha tenuto a precisare che «è sempre lui il presidente ed è protetto da un’unità militare».
Come si diceva, dunque, solo dopo l’allontanamento del presidente dal Palazzo, quest’ultimo è stato occupato. I canali televisivi locali hanno mostrato le immagini di centinaia di persone che si arrampicavano sui cancelli della residenza presidenziale nel cuore di Colombo. Alcuni manifestanti, avvolti nelle bandiere nazionali, hanno fatto irruzione nelle stanze gridando slogan contro Rajapaksa. Fuori dall’edificio si erano unite alla rivolta migliaia di persone. Lo Sri Lanka, che conta 22 milioni di abitanti, è stato colpito dalla peggiore crisi dal 1948, anno dell’indipendenza dal Regno Unito, tanto che il governo è stato costretto a chiedere assistenza alimentare ai Paesi vicini. Pur se i fattori scatenanti sono molteplici (l’impatto del Covid-19 sull’economia turistica, i tagli al bilancio pubblico), sulla stabilità del Paese ha influito la guerra tra Russia e Ucraina. Il conflitto ha fatto contrarre le esportazioni di tè dello Sri Lanka e affossato l’industria nazionale del turismo che si stava riprendendo dopo la pandemia. L’arrivo di turisti russi e ucraini, i più numerosi a visitare l’isola, si è infatti bloccato. La Sri Lanka tourism development authority ha riferito che circa 20.000 ucraini e russi erano arrivati nel gennaio 2022, rappresentando più di un quarto del totale dei visitatori. Per quanto riguarda il tè, le esportazioni verso Russia e Ucraina, fondamentali per il mercato del prodotto, hanno subito un drastico calo. Di contro, il 45% delle importazioni di grano da parte dell’isola proveniva dalle due parti in conflitto. Per quanto riguarda i carburanti, tema più dolente, il Paese non è in grado di importarli a causa dell’indebitamento della compagnia petrolifera di Stato, Ceylon, che ha cumulato debiti per 700 milioni di dollari. «Nessun Paese al mondo è disponibile a fornirci carburante», aveva detto nei giorni scorsi il premier dimissionario. Proprio per questo, il governo aveva inviato due ministri in Russia nel tentativo di negoziare la fornitura di petrolio greggio a prezzi scontati. Ormai, però, la situazione è degenerata.
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Una fiammata del 6% in poche ore. Situazione esplosiva dall’Asia all’Ue, dopo le proteste in Olanda tocca alla Germania. A causare il rialzo dei prezzi sono i titoli gestiti dalla finanza. E gli allevatori contestano la politica di demonizzazione della zootecnia.In Sri lanka la crisi peggiore dall’indipendenza nel 1948. Assaltata la residenza di Gotabaya Rajapaksa.Lo speciale contiene due articoli.È l’uovo di Colombo, intesa come capitale dello Sri Lanka: oltre una certa soglia di povertà scoppiano le rivolte. In quella che era la mitica isola di Ceylon, cuore del buddismo e terra eletta per il the, hanno cacciato a furor di popolo il presidente Gotabaya Rajapaska, si è dimesso il primo ministro Ranil Wickremesinghe ed è guerra civile. Lo Sri Lanka è, come dicono gli economisti, «il canarino nella miniera». Segnala una doppia imminente esplosione di grisù: quella del debito dei Paesi poveri che potrebbe innescare una crisi mondiale e quella alimentare perché continua la speculazione sul grano con i prezzi delle materie prime agricole che non accennano a diminuire. Tradotto nel nostro carrello della spesa significa: pasta più 20,5%, farina più 18,7, pane 9,6, riso più 13, burro più 23,3, latte più 8,5, uova più 12,3, pollo più 18,6, olio di semi più 70,3%. C’è stata due giorni fa una fiammata del 6% nelle quotazioni del grano tenero che ha spiegato al mondo, anche se l’Occidente troppo impegnato sul fronte, anche della propaganda, della guerra in Ucraina fa finta di non vedere, che ad affamare l’Africa e mezza America del Sud non sono i silos pieni di Odessa, ma la speculazione. È in atto nel mondo uno scontro tra due modelli agricoli. Da una parte ci sono le multinazionali che vogliono iperprodurre a costi sempre più bassi e affidano alla finanza il compito di generare il valore aggiunto, dall’altra ci sono gli agricoltori più evoluti che difendono il valore agricolo. Così a molte migliaia di chilometri da Colombo ci sono altre proteste. Gli allevatori olandesi al confine con la Germania continuano il loro presidio contro le decisioni del governo di Mark Rutte che vuole abbattere le soglie di emissione di azoto del 75% condannando a morte la zootecnia olandese. Hanno reagito in 40.000, bloccando con i trattori tutte le strade d’Olanda, poi hanno portato la protesta al confine con la Germania nelle pianure del Linburgo dove è concentrata gran parte degli allevamenti. Lì c’è un luogo simbolo: Waalserberg dove si incontrano Olanda, Germania e Belgio. La protesta degli agricoltori olandesi (agli allevatosi si è unito tutto il comparto agricolo col rischio che in Europa manchino ortaggi e frutta tropicale che passano tutti per l’Olanda) è stata raccolta da quelli tedeschi preoccupati per i costi lievitati e che accusano il governo di Olaf Scholz di boicottare la zootecnia. C’è un caso politico che dalle stalle passa ai piani alti dell’Europa. Perché olandese è Franz Timmermans, vicepresidente della Commissione, che con il Farm to fork ha dichiarato guerra alla zootecnia e all’agricoltura in generale che secondo l’Ue è la prima fonte di inquinamento e ha sdoganato in Europa il consumo di insetti e di carne di alligatore del Nilo come alternative proteiche. Timmermans, sempre con i soldi dei contribuenti europei, sta finanziando i progetti per la produzione della carne e del latte sintetici da cellule staminali rifermentate. In Germania il neoministro agricolo Cem Özdemir - verde e vegano convinto che, inseguito da uno scandalo finanziario, per qualche tempo riparò negli Stati Uniti alla corte di Michelle Obama, prima pasionaria contro il consumo di carne - è anch’egli in lotta contro gli allevamenti. Sul fronte agricolo l’Europa si avvia a vivere una stagione difficilissima perché ormai la politica agricola comune è stata impostata sulla riduzione di produzione. Questo espone i consumatori, ma anche i produttori europei, a rincari di prezzi iperbolici che sono spinti dalle multinazionali. È il caso del grano dove il mercato si sta biforcando: da una parte il grano duro (quello per fare la pasta per capirci) continua ad avere incrementi severi, dall’altra il grano tenero (quello interessato dal conflitto ucraino) è entrato in una fase di incontrollata volatilità. Per quanto riguarda l’Italia sul duro abbiamo cali produttivi di almeno il 20% che ci imporranno di importare almeno 2,5 milioni di tonnellate in più. I prezzi del duro stanno sopra i 580 euro a tonnellata. Per il tenero a livello mondiale si sono registrati una settimana fa dei cali di prezzo perché il possibile sblocco del grano ucraino (rappresenta meno del 10% dell’export mondiale) ha innescato una tendenza ribassista. Ma la quantità di grano immessa non serve a placare la fame. La speculazione ha usato questo ribasso come un’esca: appena i 53 Paesi più poveri del mondo si sono affacciati sul mercato per comprare grano, il future è tornato a salire e due giorni fa stava a 893,25 dollari a tonnellata con un rialzo su base annua del 56,25% e un balzo del 6% in ventiquattr’ore. Evidente dimostrazione di come sia la speculazione finanziaria a far lievitare i prezzi agricoli. L’indice Fao a giugno ha raggiunto il valore di 154,2, per tre quarti dei Paesi poveri è un livello insostenibile. Il rincaro dei cereali mese su mese è del 27,6%, il lattiero caseario sale del 24,9%, lo zucchero dell’8,9%, la carne del 12,6% ed i grassi vegetali del 34,3%. È il canto del canarino dello Sri Lanka. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grano-su-coltivatori-giu-piazza-2657640711.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nello-sri-lanka-esplode-la-rabbia-per-il-carovita-il-presidente-fugge" data-post-id="2657640711" data-published-at="1657432661" data-use-pagination="False"> Nello Sri Lanka esplode la rabbia per il carovita. Il presidente fugge Scarsità di petrolio, mancanza di elettricità e generi alimentari, un’inflazione record. Gli elementi che facevano presagire come la situazione dello Sri Lanka stesse per precipitare c’erano tutti e il malcontento era stato espresso da tempo dalla popolazione. Alla fine, la situazione è esplosa. Migliaia di persone hanno invaso il palazzo presidenziale nella capitale Colombo e sono almeno 34 i feriti, di cui due gravi. Bersaglio delle proteste, il presidente Gotabaya Rajapaksa, al quale viene addebitata la gravissima crisi. Rajapaksa e i suoi collaboratori si aspettavano una rivolta e non sono certo stati colti di sorpresa, tanto è vero che il presidente era «stato spostato» in un luogo sicuro in previsione della manifestazione. Del resto, era da marzo che si susseguivano proteste - per la maggior parte pacifiche - per chiedere le sue dimissioni. L’insofferenza è peggiorata nelle ultime settimane quando è stato deciso un razionamento della benzina che ha costretto alcuni servizi essenziali, come le scuole, a chiudere. La fuga di Rajapaksa ha ovviamente innescato una reazione a catena. Poche ore dopo l’occupazione del palazzo, sono state annunciate le dimissioni del primo ministro Ranil Wickremesinghe. Secondo il suo staff, la decisione è stata presa dopo le richieste dei leader dei partiti presenti in Parlamento, che ora intendono formare un governo di unità nazionale, per provare a placare gli animi. Per quanto riguarda invece Rajapaksa, una fonte della Difesa ha tenuto a precisare che «è sempre lui il presidente ed è protetto da un’unità militare». Come si diceva, dunque, solo dopo l’allontanamento del presidente dal Palazzo, quest’ultimo è stato occupato. I canali televisivi locali hanno mostrato le immagini di centinaia di persone che si arrampicavano sui cancelli della residenza presidenziale nel cuore di Colombo. Alcuni manifestanti, avvolti nelle bandiere nazionali, hanno fatto irruzione nelle stanze gridando slogan contro Rajapaksa. Fuori dall’edificio si erano unite alla rivolta migliaia di persone. Lo Sri Lanka, che conta 22 milioni di abitanti, è stato colpito dalla peggiore crisi dal 1948, anno dell’indipendenza dal Regno Unito, tanto che il governo è stato costretto a chiedere assistenza alimentare ai Paesi vicini. Pur se i fattori scatenanti sono molteplici (l’impatto del Covid-19 sull’economia turistica, i tagli al bilancio pubblico), sulla stabilità del Paese ha influito la guerra tra Russia e Ucraina. Il conflitto ha fatto contrarre le esportazioni di tè dello Sri Lanka e affossato l’industria nazionale del turismo che si stava riprendendo dopo la pandemia. L’arrivo di turisti russi e ucraini, i più numerosi a visitare l’isola, si è infatti bloccato. La Sri Lanka tourism development authority ha riferito che circa 20.000 ucraini e russi erano arrivati nel gennaio 2022, rappresentando più di un quarto del totale dei visitatori. Per quanto riguarda il tè, le esportazioni verso Russia e Ucraina, fondamentali per il mercato del prodotto, hanno subito un drastico calo. Di contro, il 45% delle importazioni di grano da parte dell’isola proveniva dalle due parti in conflitto. Per quanto riguarda i carburanti, tema più dolente, il Paese non è in grado di importarli a causa dell’indebitamento della compagnia petrolifera di Stato, Ceylon, che ha cumulato debiti per 700 milioni di dollari. «Nessun Paese al mondo è disponibile a fornirci carburante», aveva detto nei giorni scorsi il premier dimissionario. Proprio per questo, il governo aveva inviato due ministri in Russia nel tentativo di negoziare la fornitura di petrolio greggio a prezzi scontati. Ormai, però, la situazione è degenerata.
Elly Schlein e Beppe Sala (Imagoeconomica)
All’indomani del referendum sulla riforma della giustizia che ha visto trionfare il fronte del No, diventerebbe difficile giustificare un passaggio del genere. Di conseguenza il trasloco da Palazzo Marino a Roma per Sala si complica molto. E i nuovi sviluppi giudiziari non sono passati inosservati all’interno della politica, milanese e nazionale.
Tra i primi a commentare c’è stato Enrico Fedrighini, del Gruppo misto, da sempre contrario alla cessione dello stadio di Milano, operazione di cui ha sempre contestato l’opacità. «Come ripeto da tempo, la partita del Meazza è ancora aperta». La Lega, col segretario provinciale Samuele Piscina, ha definito «inquietanti» le rivelazioni della Procura e invita «la sinistra» a fare «l’unica cosa dignitosa: lasciare Palazzo Marino».
«Registriamo un silenzio imbarazzato e imbarazzante dai vertici del Pd nazionale. Siamo garantisti con tutti, lo siamo anche ora, ma mai come adesso servirebbe un po’ di chiarezza su questa vicenda, coperta da troppe zone d’ombra. Vediamo se il Pd milanese ritrova il dono della parola…», è il duro commento di Massimiliano Romeo, capogruppo dei senatori della Lega e segretario regionale della Lega Lombarda.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, già consigliere a Milano, si aspettava anche questo nuovo filone d’inchiesta sullo stadio: «Lo dissi già a suo tempo, esattamente lo scorso 1° ottobre, quando misi in guardia Sala dicendogli di aspettare a cantar vittoria sulla vendita perché la partita era ancora apertissima. Lo dissi e lo sottolineai, sia per le precedenti vicende relative a molti immobiliaristi ma soprattutto dopo che il centrosinistra tagliò notevolmente numerosi emendamenti in Consiglio comunale». De Corato poi ha puntualizzato: «Dopo i disastri su sicurezza, urbanistica e dulcis in fundo sullo stadio», prosegue, «è arrivato il momento che il sindaco vada a casa. Manca solo un anno e i milanesi non possono continuare a soffrire ed essere succubi di inchieste e vicende giudiziarie. Non se lo meritano». Per Deborah Giovanati, consigliere comunale di Forza Italia, «ciò che sta accadendo solleva interrogativi legittimi che non possono essere ignorati. Assistiamo a un susseguirsi di indagini che troppo spesso non portano a esiti concreti, alimentando il dubbio che si sta andando oltre il perimetro strettamente giudiziario». Poi ha aggiunto di avere «l’impressione che una parte della magistratura, in particolare quella riconducibile a Magistratura democratica, stia esercitando una pressione che finisce per avere un impatto politico diretto, colpendo di fatto il sindaco Sala e l’azione amministrativa della città. Ma il punto politico è ancora più chiaro: siamo di fronte a una lotta tutta interna alla sinistra, una resa dei conti che nulla ha a che fare con l’interesse dei cittadini. Una dinamica che, purtroppo, sta utilizzando anche lo strumento delle inchieste come terreno di scontro».
«La notizia dell’indagine della Procura di Milano sulla vendita dello stadio di San Siro non ci coglie affatto di sorpresa. Da anni il Movimento 5 stelle denuncia l’opacità e le critiche di un’operazione condotta all’insegna della scarsa trasparenza e di un rapporto malsano tra pubblico e interessi privati», il commento dell’europarlamentare Gaetano Pedullà, che puntualizza: «Le informazioni emerse confermano la fondatezza delle nostre preoccupazioni. Chi oggi cade dalle nuvole finge di non ricordare le numerose prese di posizione del M5s, sia in Comune che a livello nazionale ed europeo, contro una gestione del dossier San Siro che abbiamo sempre ritenuto ambigua e potenzialmente dannosa per i milanesi, il patrimonio pubblico e il tessuto urbano».
Per Nicola Di Marco, capogruppo pentastellato nel Consiglio regionale della Lombardia, «la speculazione immobiliare ha raggiunto livelli insostenibili e anche San Siro è stato sacrificato sull’altare del profitto. Nessuna consultazione con i cittadini, nessuna trasparenza nei processi decisionali, nessuna pianificazione chiara. Gli impatti ambientali vengono ignorati, i veri beneficiari delle operazioni restano nascosti dietro fondi di investimento opachi».
Diversa la posizione di Francesco Ascioti, segretario milanese di Azione: «Milano negli ultimi 15 anni si è affermata come capitale europea e un nuovo stadio era necessario. La politica sia all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte», per questo «ribadiamo la necessità di riconoscere alla città di Milano poteri speciali che siano idonei ad affrontare le complessità con cui il sindaco e la giunta si misurano ogni giorno e che siano adatti ad amministrare, anche in chiave metropolitana una grande città internazionale come la nostra».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Ennio Flaiano direbbe: «La situazione politica italiana è grave ma non è seria». Il suo giudizio, già valido allora, lo è ancor di più oggi. L’esito del referendum, sul quale evidentemente ogni partito aveva puntato tutto, ha prodotto una serie di conseguenze molto gravi ma a tratti anche grottesche. Sia a sinistra che a destra. Un’isteria collettiva che rischia di generare mostri come quello delle elezioni anticipate che rischierebbero di consegnare il Paese in mano a Giuseppe Conte. Ecco, per scongiurare questa sventura, il governo ha solo una possibilità per poter essere ricordato alle urne: fare qualcosa per il ceto medio. Abbassare le tasse, il costo del lavoro, i carburanti, o qualsiasi altra diavoleria che permetta agli italiani di mettersi un po’ di soldi in tasca. Altrimenti il rischio di regalare la vittoria a Schlein & Co. è molto probabile. La premier Giorgia Meloni tira dritto come un caterpillar. La Camera approva la fiducia al governo sul decreto bollette. Tra le novità c’è un bonus una tantum da 115 euro e alcune misure per le imprese.
A una settimana dalla débâcle referendaria si sta ancora riflettendo su cosa sia andato storto, sul perché gli italiani abbiano bocciato la riforma. La premier, che non è una sprovveduta e sa quello che fa, punta ad archiviare rapidamente la faccenda e a ricucire lo strappo con gli elettori.
Segniamoci questa data: 9 aprile. Meloni esporrà un’informativa alla Camera e al Senato (senza voto dell’aula), per fugare le malsane idee di qualcuno circa un voto anticipato e dimostrare che l’intenzione è quella di andare avanti e che il referendum non ha affossato il suo governo. La premier illustrerà i provvedimenti «su cui l’esecutivo è quotidianamente impegnato e su cui continua a lavorare», dicono da Palazzo Chigi. Sarà la prima uscita pubblica ufficiale della presidente del Consiglio dopo un lungo e inedito silenzio.
«La premier non sfugge dal Parlamento», commenta il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. «L’informativa sarà l’occasione per raccontare cosa sta facendo sui dossier principali del governo e che non sono le fantasie sul voto anticipato e rimpasti che sono già alle nostre spalle». Parte, dunque, la fase due del governo. «Sapete come dicono i francesi? Reculer pour mieux avancer. Prendere la rincorsa per avanzare meglio», il commento del ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Forse la premier annuncerà anche i nuovi nomi della squadra di governo ferma restando la volontà di non andare a un rimpasto che porti a un Meloni bis. Semmai un «rimpastino». Non vuole un Meloni bis e scongiura le elezioni anticipate perché coltiva l’obiettivo di essere a capo del governo più longevo della storia repubblicana. Senza però dover tirare a campare.
All’interno della maggioranza, però, c’è lo stesso chi guarda con preoccupazione all’ultimo miglio della legislatura: una sfida che sembra ancora aperta tra centrosinistra e centrodestra. Per alcuni il voto anticipato servirebbe a spiazzare gli avversari e conservare un bacino elettorale che ancora tiene malgrado l’esito del referendum, evitando così di affrontare alcuni dossier economici delicati e i continui litigi interni. L’indiscrezione circola ma è piuttosto irrealistica. C’è una data che riecheggia nell’aria: domenica 7 giugno. L’unica finestra temporale per garantire lo svolgimento del voto nel 2026, prima dell’estate e della marcia a tappe forzate verso la prossima manovra.
Matteo Salvini da giorni parla il meno possibile. Al suo posto lo fa l’altro vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, in missione verso l’Ucraina: «Nessuno pensa a elezioni anticipate. Si stanno perdendo ore importanti nei dibattiti sul dopo voto». «Non mi risultano elezioni anticipate, ma aggiustamenti di direzione, del tutto compatibili con una impostazione che vede nella stabilità del governo un valore aggiunto per l’Italia», aggiunge il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida.
Il focus adesso è sulla legge elettorale. Partita ieri in commissione Affari Costituzionali alla Camera l’esame dello Stabilicum, la proposta targata centrodestra. La maggioranza cercherà l’intesa con il centrosinistra, ma le opposizioni per il momento fanno muro.
I prossimi mesi non saranno comunque una passeggiata di salute per il governo. Forza Italia è alle prese con un processo di rinnovamento richiesto da Marina Berlusconi: Maurizio Gasparri ieri è stato eletto presidente della commissione Esteri e Difesa al Senato, dopo le dimissioni coatte da capogruppo di Forza Italia al Senato, sostituito da Stefania Craxi. La Lega cerca di spostarsi più a destra per frenare l’emorragia di voti verso Futuro nazionale di Roberto Vannacci che intanto ieri ha votato no al decreto bollette e contro la fiducia al governo.
La presidente del Consiglio per ora rimane in silenzio: non ha impegni istituzionali, non ci sono nemmeno Consigli dei ministri in agenda fino a dopo Pasqua. È concentrata sulle prossime mosse per fronteggiare i rincari energetici: il 7 aprile scade la misura sulle accise mobili. Nuovi «incisivi» interventi, dovrebbero arrivare dopo Pasqua. «Si va avanti», ripete in privato a chiunque le scriva o la chiami: «Lasciamoci il referendum alle spalle».
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Nel riquadro la giornalista americana Shelly Kittleson (Ansa)
La notizia è stata successivamente confermata dal ministero dell’Interno iracheno attraverso una nota ufficiale, nella quale però non veniva indicata l’identità della persona coinvolta. Secondo la ricostruzione fornita dalle autorità, al sequestro avrebbero partecipato due automobili: una di queste è stata intercettata durante la fuga e si è schiantata, mentre il mezzo su cui viaggiava la giornalista è riuscito ad allontanarsi. «Le forze di sicurezza hanno avviato immediatamente un’operazione per individuare i responsabili, basandosi su informazioni di intelligence accurate», ha fatto sapere il ministero anche se restano da chiarire la dinamica e il movente dell’episodio.
Sul fronte di Teheran, i pasdaran hanno annunciato che dal 1° aprile prenderanno di mira le aziende statunitensi presenti nella regione in risposta agli attacchi contro Teheran. Secondo i media statali, tra le società citate figurano Microsoft, Google, Apple, Intel, Ibm, Tesla e Boeing. Nel comunicato si afferma che queste aziende «devono aspettarsi la distruzione delle loro unità» con l’avvio delle azioni fissato alle 20 ora locale. La tensione è aumentata anche dopo l’attacco contro una petroliera nel porto di Dubai. La Kuwait Petroleum Corporation ha confermato che la nave kuwaitiana al-Salmi, completamente carica, ha subito danni allo scafo e un incendio a bordo successivamente contenuto. Non risultano vittime, mentre proseguono i controlli per escludere perdite di greggio. Sul piano militare, gli Stati Uniti avrebbero colpito un grande deposito di munizioni a Isfahan con bombe antibunker da circa 900 chilogrammi, secondo un funzionario citato dal Wall Street Journal. Nelle stesse ore i media iraniani hanno segnalato esplosioni a Teheran e Zanjan, mentre l’agenzia Tasnim ha riferito di una sottostazione elettrica colpita nella capitale. Israele ha annunciato l’intercettazione di missili lanciati dall’Iran, con sirene d’allarme attivate a Gerusalemme e in altre città del Sud e del Nord. Allarmi anche in Bahrein, mentre l’Arabia Saudita ha comunicato l’intercettazione di tre missili balistici diretti verso Riad. Preoccupazione crescente riguarda anche la missione Onu in Libano: dieci Paesi europei e l’Unione europea hanno chiesto garanzie per il contingente Unifil dopo la morte di tre militari nelle ultime 48 ore. Intanto, secondo fonti diplomatiche, diversi alleati arabi degli Stati Uniti nel Golfo avrebbero sollecitato Washington a proseguire l’offensiva contro Teheran. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe informato il governo di contatti con Paesi arabi per valutare un’azione coordinata. Da Teheran, il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha negato negoziati diretti con Washington, parlando solo di eventuali contatti indiretti. Un funzionario iraniano ha inoltre dichiarato che nessuna nave potrà attraversare lo Stretto di Hormuz senza autorizzazione, mentre il parlamento ha approvato un piano per introdurre pedaggi alle imbarcazioni in transito. In questo contesto, il Pakistan starebbe valutando di garantire passaggi sicuri registrando navi straniere sotto «bandiera di comodo», con l’Iran che avrebbe già autorizzato il transito di 20 imbarcazioni sotto bandiera pakistana. Infine, l’ambasciatore russo a Teheran afferma che Mojtaba Khamenei è in Iran e non in Russia «ma non si mostra per motivi di sicurezza».
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Donald Trump (Ansa)
Parole, quelle di Trump, arrivate dopo che il Wall Street Journal aveva rivelato che il presidente fosse intenzionato a chiudere il conflitto «anche se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere in gran parte chiuso». D’altronde, sempre ieri, Trump è tornato a mostrare irritazione nei confronti degli alleati europei su questa questione. «A tutti quei Paesi che non possono ottenere carburante per aerei a causa dello Stretto di Hormuz, come il Regno Unito, che si è rifiutato di intervenire nella decapitazione dell’Iran, ho un suggerimento per voi: numero 1, comprate dagli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza, e numero 2, fatevi coraggio, andate allo Stretto e prendetevelo. Dovrete imparare a combattere da soli, gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi», aveva dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è stato, in sostanza, decimato. La parte difficile è fatta. Andate a procurarvi il vostro petrolio!»
Insomma, Trump sembra meno propenso a intervenire militarmente per sbloccare Hormuz e, al contrario, appare maggiormente intenzionato a concludere in fretta il conflitto. Questo poi non significa che non mantenga per ora sul tavolo la possibilità di invadere l’isola di Kharg o di colpire le infrastrutture energetiche iraniane. Tuttavia, è innegabile che sia orientato a trovare una exit strategy in tempi celeri. Del resto, sia il vicepresidente, JD Vance, che il segretario di Stato, Marco Rubio, temono un pantano, mentre lo stesso senatore repubblicano Lindsey Graham, che ha finora esortato Trump alla linea durissima verso gli ayatollah, lunedì è sembrato ammorbidirsi, invocando un «accordo di pace storico». Vale a tal proposito la pena di ricordare come, negli scorsi giorni, Graham fosse stato criticato da vari parlamentari repubblicani per la sua posizione assai interventista. Più in generale, Trump non ignora che, da quando la guerra è iniziata, il costo della benzina negli Stati Uniti è notevolmente aumentato, raggiungendo il record dal 2022: il che rappresenta un fattore assai pericoloso per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Il punto è che, almeno per adesso, il processo diplomatico resta un po’ sospeso. Pechino e Islamabad hanno presentato ieri un’iniziativa, che prevedrebbe un cessate il fuoco, l’avvio di colloqui di pace, lo stop agli attacchi alle infrastrutture energetiche, la riapertura di Hormuz e l’eventuale raggiungimento di un’intesa sotto l’egida dell’Onu. Secondo un funzionario, la Casa Bianca non sarebbe aprioristicamente contraria al piano. Dall’altra parte, Trump ha però rifiutato di dire al New York Post se stia o meno considerando di inviare Vance e Steve Witkoff in Pakistan per eventuali trattative con l’Iran.
Un Iran che, a sua volta, appare internamente spaccato tra un’ala dialogante e una contraria ai negoziati. Se la seconda fa capo ai pasdaran, la prima vede protagonisti il presidente Masoud Pezeshkian (che ieri ha aperto alla possibilità di chiudere il conflitto pur a determinate condizioni) e il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi (che, sempre ieri, pur negando l’esistenza di trattative, ha ammesso di aver ricevuto alcuni «messaggi» diretti da Witkoff). Prova di questa spaccatura risiede nel fatto che, al netto delle critiche di Teheran alle proposte americane, la Repubblica islamica non abbia ancora dato una risposta ufficiale al piano di pace elaborato dalla Casa Bianca. D’altronde, secondo il New York Times, la decapitazione della leadership khomeinista da parte di Israele e degli Stati Uniti ha creato delle grosse difficoltà al processo decisionale interno al regime.
Se vuole raggiungere un accordo diplomatico, Trump deve quindi innanzitutto riuscire a isolare e a depotenziare i pasdaran. In secondo luogo, deve però anche fronteggiare gli alleati che vogliono proseguire il conflitto. Secondo il Times of Israel, ieri Benjamin Netanyahu ha detto che Israele starebbe «stringendo alleanze con i Paesi arabi che stanno valutando la possibilità di combattere insieme al nostro fianco». Sempre ieri, l’Associated Press riferiva che, dietro le quinte, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati arabi starebbero esortando Trump a proseguire la guerra contro la Repubblica islamica. Tutto questo, mentre l’ambasciatore israeliano a Washington, Yechiel Leiter, ha esplicitamente invocato un regime change a Teheran. Una posizione, questa, che cozza con quella di Trump, il quale auspica invece una soluzione venezuelana: interloquire, cioè, con alcuni pezzi del vecchio sistema di potere, dopo averli adeguatamente addomesticati. Questo tipo di opzione, ragionano alla Casa Bianca, consentirebbe a Washington di evitare costosi processi di nation building e di avviare in futuro una cooperazione con Teheran nel settore petrolifero.
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