
La bozza antiomofobia ripescata da Maria Elena Boschi e soci non parla di identità di genere né di scuole. Abbonda però l'ambiguità nelle definizioni. E poiché ogni decisione spetta ai giudici, il reato di opinione non è scongiurato.Il dibattito in corso al Senato sul ddl Zan è entrato nella fase più critica, ed è proprio questo il momento in cui bisogna prestare maggiore attenzione ed evitare di farsi prendere da facili entusiasmi. Il Partito democratico appare fermo: il ddl, dicono i dem, va approvato così com'è. Lega e Forza Italia, come noto, sono contrarie. Ed è qui che è intervenuta Italia viva con quella che dovrebbe essere una proposta di mediazione. In buona sostanza, i renziani propongono di approvare il testo presentato a suo tempo da Ivan Scalfarotto. «È il testo numero 868, uno dei cinque che alla Camera sono stati unificati nel ddl Zan», ha detto il diretto interessato al Corriere della Sera. «Ed è un testo dove invece di parlare di identità di genere e di orientamento sessuale si parla di omofobia e di transfobia. Questo testo alla Camera è stato votato, tra gli altri, dallo stesso Zan, oltre che dalla capogruppo del Pd Debora Serracchiani, Barbara Pollastrini, Lele Fiano, Matteo Orfini». Scalfarotto si propone dunque come grande mediatore. «Capisco bene che utilizzare le parole giuste è importantissimo», dice. «Ma mi chiedo se la pur importante bandiera delle parole valga di più del portare a casa la legge e se per raggiungere un risultato di principio possiamo rischiare di restare senza una legge contro l'odio ancora per chissà quanti anni».Il gioco è abbastanza scoperto. Si vuol far passare il testo di Scalfarotto come leggermente meno soddisfacente per i sostenitori della causa Lgbt, così da far pensare che la sinistra e i 5 stelle stiano effettivamente cercando di andare incontro ai desiderata del centrodestra. Che viene a sua volta chiamato a compiere un bel gesto, accontentando almeno su alcune questioni le richieste progressiste. Maria Elena Boschi lo dichiara in maniera esplicita: «Ho ascoltato più volte Salvini e la Meloni dire che sono contro violenze e discriminazioni sui gay. Bene: che votino la proposta di mediazione di Italia viva e lo dimostrino. Con la proposta Scalfarotto abbiamo tolto loro ogni alibi».Il punto, però, è che il ddl Scalfarotto non è affatto una mediazione, e le forze politiche che si oppongono al ddl Zan dovrebbero evitare di farsi attirare nella trappola. Vero: accettando la proposta di Italia viva verrebbero tolti dal ddl Zan i riferimenti all'identità di genere e alla propaganda arcobaleno nelle scuole, oltre all'assurdo articolo 4 che dovrebbe tutelare la libertà di espressione (ma che, come abbiamo più volte ribadito, si contraddice da solo e risulta del tutto inutile). Quindi, all'apparenza, il ddl Scalfarotto dovrebbe mettere tutti d'accordo: le scuole non si toccano, come richiesto dai cattolici, e di identità di genere non si parla, come chiedono le femministe. Piccolo problema. Se davvero in Senato si convergesse sulla proposta di Italia viva, il cuore pulsante del ddl Zan sarebbe salvo. Non solo: gli aspetti problematici che si toglierebbero per «venire incontro alla destra», un attimo dopo rientrerebbero dalla finestra. E ora spieghiamo perché.La proposta di legge numero 868 elaborata da Scalfarotto prevede una serie di modifiche all'articolo 604-bis del codice penale, cioè va a incidere sulla legge Mancino che punisce la propaganda e l'istigazione a delinquere per motivi di discriminazione etnica o religiosa. La proposta Scalfarotto inserisce «tra le condotte di istigazione, violenza e associazione finalizzata alla discriminazione anche quelle fondate sull'omofobia o sulla transfobia». Concretamente, questo testo prevede «la pena della reclusione fino a un anno e sei mesi o della multa fino a 6.000 euro a chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi fondati sull'omofobia o sulla transfobia» e punisce «con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi in qualsiasi modo “istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi" fondati sull'omofobia o sulla transfobia». Inoltre, «estende la pena della reclusione da sei mesi a quattro anni a chiunque partecipa o presta assistenza a organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi fondati sull'omofobia o sulla transfobia». Come è facile capire, il guaio vero consiste nell'indeterminatezza delle definizioni di omofobia e transfobia: in pratica si lascia ai giudici il compito di stabilire che cosa siano, la qual cosa lascia spazio a ogni tipo di interpretazione, anche la più estesa. Non è affatto da escludersi, dunque, che possa essere punito anche chi semplicemente esprime idee contrarie alle posizioni delle associazioni Lgbt. E non è tutto. Certo, non si parla di identità di genere. Ma chi impedirebbe a un attivista trans di fare causa a una scuola o a un ufficio perché non gli è consentito di utilizzare il bagno delle donne? Certo, non si parla di scuola. Ma chi impedirebbe a un'associazione arcobaleno di denunciare un preside che rifiutasse di ospitare un evento di propaganda? Per vie traverse, dunque, si ripropongono tutti gli aspetti più discutibili e pericolosi del ddl Zan.Quindi no, la proposta Scalfarotto non è una mediazione: è un ddl Zan mascherato. Così come rischia di essere una mera operazione di maquillage qualunque proposta basata su integrazioni alla legge Mancino, perché in ogni caso si entrerebbe nel campo dei reati di opinione, e si darebbe un enorme potere a chi vede ovunque «omofobia e transfobia» (senza per altro sapere bene che cosa significhino). Dunque occhio: il bavaglio è sempre in agguato, anche se con nomi diversi.
Scontri fra pro-Pal e Polizia a Torino. Nel riquadro, Walter Mazzetti (Ansa)
La tenuità del reato vale anche se la vittima è un uomo in divisa. La Corte sconfessa il principio della sua ex presidente Cartabia.
Ennesima umiliazione per le forze dell’ordine. Sarà contenta l’eurodeputata Ilaria Salis, la quale non perde mai occasione per difendere i violenti e condannare gli agenti. La mano dello Stato contro chi aggredisce poliziotti o carabinieri non è mai stata pesante, ma da oggi potrebbe diventare una piuma. A dare il colpo di grazia ai servitori dello Stato che ogni giorno vengono aggrediti da delinquenti o facinorosi è una sentenza fresca di stampa, destinata a far discutere.
Mohamed Shahin (Ansa). Nel riquadro, il vescovo di Pinerolo Derio Olivero (Imagoeconomica)
Per il Viminale, Mohamed Shahin è una persona radicalizzata che rappresenta una minaccia per lo Stato. Sulle stragi di Hamas disse: «Non è violenza». Monsignor Olivero lo difende: «Ha solo espresso un’opinione».
Per il Viminale è un pericoloso estremista. Per la sinistra e la Chiesa un simbolo da difendere. Dalla Cgil al Pd, da Avs al Movimento 5 stelle, dal vescovo di Pinerolo ai rappresentanti della Chiesa valdese, un’alleanza trasversale e influente è scesa in campo a sostegno di un imam che è in attesa di essere espulso per «ragioni di sicurezza dello Stato e prevenzione del terrorismo». Un personaggio a cui, già l’8 novembre 2023, le autorità negarono la cittadinanza italiana per «ragioni di sicurezza dello Stato». Addirittura un nutrito gruppo di antagonisti, anche in suo nome, ha dato l’assalto alla redazione della Stampa. Una saldatura tra mondi diversi che non promette niente di buono.
Nei riquadri, Letizia Martina prima e dopo il vaccino (IStock)
Letizia Martini, oggi ventiduenne, ha già sintomi in seguito alla prima dose, ma per fiducia nel sistema li sottovaluta. Con la seconda, la situazione precipita: a causa di una malattia neurologica certificata ora non cammina più.
«Io avevo 18 anni e stavo bene. Vivevo una vita normale. Mi allenavo. Ero in forma. Mi sono vaccinata ad agosto del 2021 e dieci giorni dopo la seconda dose ho iniziato a stare malissimo e da quel momento in poi sono peggiorata sempre di più. Adesso praticamente non riesco a fare più niente, riesco a stare in piedi a malapena qualche minuto e a fare qualche passo in casa, ma poi ho bisogno della sedia a rotelle, perché se mi sforzo mi vengono dolori lancinanti. Non riesco neppure ad asciugarmi i capelli perché le braccia non mi reggono…». Letizia Martini, di Rimini, oggi ha 22 anni e la vita rovinata a causa degli effetti collaterali neurologici del vaccino Pfizer. Già subito dopo la prima dose aveva avvertito i primi sintomi della malattia, che poi si è manifestata con violenza dopo la seconda puntura, tant’è che adesso Letizia è stata riconosciuta invalida all’80%.
Maria Rita Parsi critica la gestione del caso “famiglia nel bosco”: nessun pericolo reale per i bambini, scelta brusca e dannosa, sistema dei minori da ripensare profondamente.






