- Per alcuni, il conflitto tra Israele e Hamas favorirebbe Mosca, che può avere mano libera in Ucraina. Ma il brutto incidente in Daghestan smentisce tutti: gli islamisti della Federazione rischiano di mandare a monte l’intesa tra lo zar e Gerusalemme.
- Teheran ha contattato la Santa Sede per risolvere insieme la questione palestinese.
Lo speciale contiene due articoli.
L’assalto della folla in Daghestan contro un aereo proveniente da Israele ha portato all’arresto di 60 persone. Si tratta di un episodio che fa riflettere. Il primo elemento da sottolineare risiede, ovviamente, in un preoccupante aumento di sentimenti antisraeliani e antisemiti in giro per il mondo. Un secondo aspetto riguarda gli impatti destabilizzanti che la crisi mediorientale in corso potrebbe avere sulla Russia.
Non è infatti escludibile che l’incremento della tensione a Gaza possa rinfocolare quelle spinte jihadiste che, in territorio russo, continuano a covare sotto la cenere. E ci riferiamo, in particolare, al Caucaso settentrionale. Da questo punto di vista, l’assalto all’aeroporto in Daghestan potrebbe rappresentare un campanello d’allarme per Vladimir Putin. Ricordiamo che il Daghestan è una repubblica russa a maggioranza musulmana che, insieme ad altre repubbliche dell’area, fu protagonista di un’insurrezione jihadista durata, a fasi alterne, dal 2010 al 2017: una spina nel fianco del governo russo che continua a temere un ritorno della minaccia islamista. Ad agosto 2021, il think tank americano Jamestown Foundation sostenne che la caduta di Kabul in mano ai talebani avrebbe potuto riaccendere il jihadismo nel Caucaso settentrionale: in particolare, il pensatoio ipotizzò che i gruppi ribelli islamici della Russia meridionale avrebbero potuto riprendere le armi e che un gran numero di nord-caucasici, recatisi in Afghanistan a combattere insieme ai talebani, avrebbe potuto fare ritorno in patria «per cercare di promuovere lì la jihad».
Ieri, Putin ha accusato Kiev e i «servizi speciali occidentali» di aver avuto un ruolo nel fomentare l’assalto all’aeroporto, mentre le autorità del Daghestan hanno sostenuto che l’aggressione sarebbe stata organizzata dal canale online di un oppositore del Cremlino riparato in Ucraina, Ilya Ponomarev: un’accusa tuttavia respinta da quest’ultimo, che ha replicato di non avere più il controllo del canale in questione da oltre un anno. Non è quindi improbabile che, alla base del grave episodio dell’aeroporto, vi siano ragioni (almeno in parte) connesse a spinte islamiste. D’altronde, al di là del Daghestan, la crisi di Gaza sta creando delle fibrillazioni anche in altre repubbliche russe a maggioranza musulmana. Nella Repubblica di Cabardino-Balcaria è stato incendiato e vandalizzato un centro culturale ebraico in costruzione, mentre nella Karacaj-Circassia alcuni manifestanti hanno chiesto l’espulsione della locale popolazione ebraica. Sarà un caso, ma entrambe queste repubbliche furono interessate dall’insurrezione jihadista avviata nel 2010. Infine, secondo la testata Realnoe Vremya, la comunità musulmana del Tatarstan ha intenzione di promuovere una raccolta fondi per gli abitanti di Gaza, mentre il suo mufti avrebbe recentemente parlato di «genocidio del popolo palestinese».
E attenzione: per Putin il problema non deriva solo dall’eventuale risveglio di gruppi islamisti. Anche un suo alleato come il leader ceceno, Ramzan Kadyrov, ha assunto posizioni molto critiche di Israele. «Sosteniamo la Palestina. E siamo contrari a questa guerra, che a differenza di altri conflitti può degenerare in qualcosa di più grande», ha detto il 9 ottobre, aggiungendo: «Se necessario, le nostre unità sono pronte ad agire come forza di mantenimento della pace per ripristinare l’ordine e contrastare eventuali fomentatori». Parole rispetto a cui il Cremlino cercò quasi di gettare acqua sul fuoco, precisando: «Abbiamo legami storici di lunga data con i palestinesi, continuiamo i nostri contatti, ma allo stesso tempo abbiamo anche rapporti con lo Stato di Israele». Eppure il 17 ottobre, Kadyrov è tornato alla carica, affermando: «Se il regime israeliano pensa che la Palestina è sola e che può farne quello che vuole, si sbaglia gravemente». Ricordiamo che, oltre a essere uno stretto alleato di Putin, il leader ceceno è uno dei protagonisti dell’invasione russa dell’Ucraina.
Per lo zar si tratta di una situazione spinosa. La sua politica mediorientale, nell’ultimo decennio, era basata sul tentativo di andare più o meno d’accordo con tutti, per mantenere in piedi una fitta rete d’influenza al servizio degli interessi russi. Non ha infatti solo rafforzato i legami con gli alleati storici (Iran e Siria), ma, pur a fronte talvolta di qualche attrito, ha consolidato i rapporti anche con Arabia Saudita e Israele. Non a caso, proprio con lo Stato ebraico ha avviato un «meccanismo di deconflitto» in Siria nel 2015. Adesso, la crisi in corso è foriera di rilevanti rischi per Putin. Al di là del pericolo di nuove tensioni jihadiste in territorio russo, i rapporti di Mosca con Gerusalemme si stanno deteriorando, soprattutto dopo che una delegazione di Hamas è stata recentemente ricevuta dal ministero degli Esteri russo. Spinto dal dossier ucraino, Putin sta cercando di rinsaldare l’asse antiamericano per indebolire Washington. Tuttavia questa strategia rischia di azzoppare seriamente la sua politica mediorientale: una politica che vedeva proprio nel rapporto con Israele un pilastro importante. E, mentre lo zar perde terreno nella regione, Pechino tenterà di approfittarne.
Ciononostante, pur rendendosi conto di questo rischio, Mosca non può oggi fare a meno del Dragone. Non a caso, il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, ha preso parte allo Xiangshan Forum di Pechino, usando l’occasione per criticare l’Occidente. «La linea occidentale di costante escalation del conflitto con la Russia comporta la minaccia di uno scontro militare diretto tra le potenze nucleari», ha detto. Accuse velate agli Usa sono arrivate anche dal vicepresidente della Commissione militare centrale cinese, Zhang Youxia, secondo cui «alcuni Paesi» punterebbero a indebolire Pechino. «I militari cinesi non permetteranno mai l’indipendenza di Taiwan», ha anche detto. Ciononostante, pur invocando maggiore cooperazione strategica con Mosca, Zhang ha aperto allo sviluppo di legami militari con Washington, la quale ha mandato una propria delegazione allo Xiangshan Forum.
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