True
2023-10-31
Grana per Putin: vampata jihadista in Russia
L’assalto della folla in Daghestan contro un aereo proveniente da Israele ha portato all’arresto di 60 persone. Si tratta di un episodio che fa riflettere. Il primo elemento da sottolineare risiede, ovviamente, in un preoccupante aumento di sentimenti antisraeliani e antisemiti in giro per il mondo. Un secondo aspetto riguarda gli impatti destabilizzanti che la crisi mediorientale in corso potrebbe avere sulla Russia.
Non è infatti escludibile che l’incremento della tensione a Gaza possa rinfocolare quelle spinte jihadiste che, in territorio russo, continuano a covare sotto la cenere. E ci riferiamo, in particolare, al Caucaso settentrionale. Da questo punto di vista, l’assalto all’aeroporto in Daghestan potrebbe rappresentare un campanello d’allarme per Vladimir Putin. Ricordiamo che il Daghestan è una repubblica russa a maggioranza musulmana che, insieme ad altre repubbliche dell’area, fu protagonista di un’insurrezione jihadista durata, a fasi alterne, dal 2010 al 2017: una spina nel fianco del governo russo che continua a temere un ritorno della minaccia islamista. Ad agosto 2021, il think tank americano Jamestown Foundation sostenne che la caduta di Kabul in mano ai talebani avrebbe potuto riaccendere il jihadismo nel Caucaso settentrionale: in particolare, il pensatoio ipotizzò che i gruppi ribelli islamici della Russia meridionale avrebbero potuto riprendere le armi e che un gran numero di nord-caucasici, recatisi in Afghanistan a combattere insieme ai talebani, avrebbe potuto fare ritorno in patria «per cercare di promuovere lì la jihad».
Ieri, Putin ha accusato Kiev e i «servizi speciali occidentali» di aver avuto un ruolo nel fomentare l’assalto all’aeroporto, mentre le autorità del Daghestan hanno sostenuto che l’aggressione sarebbe stata organizzata dal canale online di un oppositore del Cremlino riparato in Ucraina, Ilya Ponomarev: un’accusa tuttavia respinta da quest’ultimo, che ha replicato di non avere più il controllo del canale in questione da oltre un anno. Non è quindi improbabile che, alla base del grave episodio dell’aeroporto, vi siano ragioni (almeno in parte) connesse a spinte islamiste. D’altronde, al di là del Daghestan, la crisi di Gaza sta creando delle fibrillazioni anche in altre repubbliche russe a maggioranza musulmana. Nella Repubblica di Cabardino-Balcaria è stato incendiato e vandalizzato un centro culturale ebraico in costruzione, mentre nella Karacaj-Circassia alcuni manifestanti hanno chiesto l’espulsione della locale popolazione ebraica. Sarà un caso, ma entrambe queste repubbliche furono interessate dall’insurrezione jihadista avviata nel 2010. Infine, secondo la testata Realnoe Vremya, la comunità musulmana del Tatarstan ha intenzione di promuovere una raccolta fondi per gli abitanti di Gaza, mentre il suo mufti avrebbe recentemente parlato di «genocidio del popolo palestinese».
E attenzione: per Putin il problema non deriva solo dall’eventuale risveglio di gruppi islamisti. Anche un suo alleato come il leader ceceno, Ramzan Kadyrov, ha assunto posizioni molto critiche di Israele. «Sosteniamo la Palestina. E siamo contrari a questa guerra, che a differenza di altri conflitti può degenerare in qualcosa di più grande», ha detto il 9 ottobre, aggiungendo: «Se necessario, le nostre unità sono pronte ad agire come forza di mantenimento della pace per ripristinare l’ordine e contrastare eventuali fomentatori». Parole rispetto a cui il Cremlino cercò quasi di gettare acqua sul fuoco, precisando: «Abbiamo legami storici di lunga data con i palestinesi, continuiamo i nostri contatti, ma allo stesso tempo abbiamo anche rapporti con lo Stato di Israele». Eppure il 17 ottobre, Kadyrov è tornato alla carica, affermando: «Se il regime israeliano pensa che la Palestina è sola e che può farne quello che vuole, si sbaglia gravemente». Ricordiamo che, oltre a essere uno stretto alleato di Putin, il leader ceceno è uno dei protagonisti dell’invasione russa dell’Ucraina.
Per lo zar si tratta di una situazione spinosa. La sua politica mediorientale, nell’ultimo decennio, era basata sul tentativo di andare più o meno d’accordo con tutti, per mantenere in piedi una fitta rete d’influenza al servizio degli interessi russi. Non ha infatti solo rafforzato i legami con gli alleati storici (Iran e Siria), ma, pur a fronte talvolta di qualche attrito, ha consolidato i rapporti anche con Arabia Saudita e Israele. Non a caso, proprio con lo Stato ebraico ha avviato un «meccanismo di deconflitto» in Siria nel 2015. Adesso, la crisi in corso è foriera di rilevanti rischi per Putin. Al di là del pericolo di nuove tensioni jihadiste in territorio russo, i rapporti di Mosca con Gerusalemme si stanno deteriorando, soprattutto dopo che una delegazione di Hamas è stata recentemente ricevuta dal ministero degli Esteri russo. Spinto dal dossier ucraino, Putin sta cercando di rinsaldare l’asse antiamericano per indebolire Washington. Tuttavia questa strategia rischia di azzoppare seriamente la sua politica mediorientale: una politica che vedeva proprio nel rapporto con Israele un pilastro importante. E, mentre lo zar perde terreno nella regione, Pechino tenterà di approfittarne.
Ciononostante, pur rendendosi conto di questo rischio, Mosca non può oggi fare a meno del Dragone. Non a caso, il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, ha preso parte allo Xiangshan Forum di Pechino, usando l’occasione per criticare l’Occidente. «La linea occidentale di costante escalation del conflitto con la Russia comporta la minaccia di uno scontro militare diretto tra le potenze nucleari», ha detto. Accuse velate agli Usa sono arrivate anche dal vicepresidente della Commissione militare centrale cinese, Zhang Youxia, secondo cui «alcuni Paesi» punterebbero a indebolire Pechino. «I militari cinesi non permetteranno mai l’indipendenza di Taiwan», ha anche detto. Ciononostante, pur invocando maggiore cooperazione strategica con Mosca, Zhang ha aperto allo sviluppo di legami militari con Washington, la quale ha mandato una propria delegazione allo Xiangshan Forum.
L’Iran chiama il Vaticano per Gaza. E dietro spunta l’ombra della Cina
La Santa Sede e la Repubblica islamica dell’Iran si sono confrontate sulla crisi di Gaza. Stando a quanto riferito dal direttore della Sala stampa vaticana, Matteo Bruni, ieri mattina «si è svolta una conversazione telefonica tra monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali, e Hossein Amir-Abdollahian, ministro degli Affari esteri della Repubblica islamica dell’Iran, richiesta da quest’ultimo». «Nella conversazione», ha proseguito Bruni, «monsignor Gallagher ha espresso la seria preoccupazione della Santa Sede per quanto sta accadendo in Israele e in Palestina, ribadendo l’assoluta necessità di evitare di allargare il conflitto e di addivenire alla soluzione dei due Stati per una pace stabile e duratura nel Medio Oriente». «Crediamo che la crisi palestinese debba essere fondamentalmente risolta e che la soluzione politica sia indire un referendum sotto l’egida dell’Onu tra tutti i residenti originari della Palestina, includendo cristiani, ebrei e musulmani», ha detto Abdollahian durante il colloquio, secondo quanto riportato dall’account X del ministero degli Esteri iraniano.
Al di là della telefonata in sé, l’aspetto politicamente più interessante è che sia stata Teheran a chiedere una conversazione con i vertici vaticani sulla crisi di Gaza. D’altronde, già lo scorso 23 ottobre Abdollahian aveva inviato a Gallagher una lettera molto critica nei confronti di Israele. Senza infine trascurare che ad aprile 2022 i due avevano avuto un’altra telefonata, discutendo, tra le altre cose, della questione palestinese. Sotto questo aspetto, non è escludibile che, dietro le quinte, sia stata la Cina ad aver agito come collegamento. Si tratta solo di un’ipotesi, sia chiaro. Ma è un’ipotesi che vale la pena di prendere in considerazione. Pechino sta invocando da giorni un cessate il fuoco e la soluzione dei due Stati. Inoltre, vanta legami significativi sia con la Santa Sede sia con Teheran. Era marzo 2021, quando la Cina ha siglato con l’Iran un accordo di cooperazione venticinquennale. Dall’altra parte, non è un mistero che, a settembre 2018, fu firmato il controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi: un accordo che è stato finora rinnovato due volte, nel 2020 e nel 2022.
Ora, è indubbiamente comprensibile che la Santa Sede si attivi per cercare delle soluzioni politiche e diplomatiche alla crisi in corso. Ed è altrettanto comprensibile che parli con tutti gli attori internazionali senza preclusioni. Bisogna però prestare anche molta attenzione. Come riferito dal New York Times e dal Wall Street Journal, Teheran non è estranea al brutale attacco contro Israele del 7 ottobre. Senza poi trascurare che i suoi legami con Hamas ed Hezbollah sono arcinoti. Il regime khomeinista ha d’altronde tutto l’interesse a sfruttare la crisi in atto per il proprio tornaconto, puntando a spingere i Paesi arabi verso posizioni di netta divergenza con lo Stato ebraico. Un discorso analogo vale per la Cina. La Repubblica popolare ha votato a favore di una recente risoluzione dell’Onu per invocare un cessate il fuoco, ma si è schierata contro un emendamento volto a inserire in quella stessa risoluzione una condanna di Hamas. È quindi assai improbabile che Pechino stia agendo per motivazioni autenticamente umanitarie. Il fondato sospetto è che si stia scaltramente muovendo con l’unico obiettivo di indebolire l’influenza occidentale sul Medio Oriente.
Continua a leggereRiduci
Per alcuni, il conflitto tra Israele e Hamas favorirebbe Mosca, che può avere mano libera in Ucraina. Ma il brutto incidente in Daghestan smentisce tutti: gli islamisti della Federazione rischiano di mandare a monte l’intesa tra lo zar e Gerusalemme. Teheran ha contattato la Santa Sede per risolvere insieme la questione palestinese.Lo speciale contiene due articoli.L’assalto della folla in Daghestan contro un aereo proveniente da Israele ha portato all’arresto di 60 persone. Si tratta di un episodio che fa riflettere. Il primo elemento da sottolineare risiede, ovviamente, in un preoccupante aumento di sentimenti antisraeliani e antisemiti in giro per il mondo. Un secondo aspetto riguarda gli impatti destabilizzanti che la crisi mediorientale in corso potrebbe avere sulla Russia. Non è infatti escludibile che l’incremento della tensione a Gaza possa rinfocolare quelle spinte jihadiste che, in territorio russo, continuano a covare sotto la cenere. E ci riferiamo, in particolare, al Caucaso settentrionale. Da questo punto di vista, l’assalto all’aeroporto in Daghestan potrebbe rappresentare un campanello d’allarme per Vladimir Putin. Ricordiamo che il Daghestan è una repubblica russa a maggioranza musulmana che, insieme ad altre repubbliche dell’area, fu protagonista di un’insurrezione jihadista durata, a fasi alterne, dal 2010 al 2017: una spina nel fianco del governo russo che continua a temere un ritorno della minaccia islamista. Ad agosto 2021, il think tank americano Jamestown Foundation sostenne che la caduta di Kabul in mano ai talebani avrebbe potuto riaccendere il jihadismo nel Caucaso settentrionale: in particolare, il pensatoio ipotizzò che i gruppi ribelli islamici della Russia meridionale avrebbero potuto riprendere le armi e che un gran numero di nord-caucasici, recatisi in Afghanistan a combattere insieme ai talebani, avrebbe potuto fare ritorno in patria «per cercare di promuovere lì la jihad». Ieri, Putin ha accusato Kiev e i «servizi speciali occidentali» di aver avuto un ruolo nel fomentare l’assalto all’aeroporto, mentre le autorità del Daghestan hanno sostenuto che l’aggressione sarebbe stata organizzata dal canale online di un oppositore del Cremlino riparato in Ucraina, Ilya Ponomarev: un’accusa tuttavia respinta da quest’ultimo, che ha replicato di non avere più il controllo del canale in questione da oltre un anno. Non è quindi improbabile che, alla base del grave episodio dell’aeroporto, vi siano ragioni (almeno in parte) connesse a spinte islamiste. D’altronde, al di là del Daghestan, la crisi di Gaza sta creando delle fibrillazioni anche in altre repubbliche russe a maggioranza musulmana. Nella Repubblica di Cabardino-Balcaria è stato incendiato e vandalizzato un centro culturale ebraico in costruzione, mentre nella Karacaj-Circassia alcuni manifestanti hanno chiesto l’espulsione della locale popolazione ebraica. Sarà un caso, ma entrambe queste repubbliche furono interessate dall’insurrezione jihadista avviata nel 2010. Infine, secondo la testata Realnoe Vremya, la comunità musulmana del Tatarstan ha intenzione di promuovere una raccolta fondi per gli abitanti di Gaza, mentre il suo mufti avrebbe recentemente parlato di «genocidio del popolo palestinese». E attenzione: per Putin il problema non deriva solo dall’eventuale risveglio di gruppi islamisti. Anche un suo alleato come il leader ceceno, Ramzan Kadyrov, ha assunto posizioni molto critiche di Israele. «Sosteniamo la Palestina. E siamo contrari a questa guerra, che a differenza di altri conflitti può degenerare in qualcosa di più grande», ha detto il 9 ottobre, aggiungendo: «Se necessario, le nostre unità sono pronte ad agire come forza di mantenimento della pace per ripristinare l’ordine e contrastare eventuali fomentatori». Parole rispetto a cui il Cremlino cercò quasi di gettare acqua sul fuoco, precisando: «Abbiamo legami storici di lunga data con i palestinesi, continuiamo i nostri contatti, ma allo stesso tempo abbiamo anche rapporti con lo Stato di Israele». Eppure il 17 ottobre, Kadyrov è tornato alla carica, affermando: «Se il regime israeliano pensa che la Palestina è sola e che può farne quello che vuole, si sbaglia gravemente». Ricordiamo che, oltre a essere uno stretto alleato di Putin, il leader ceceno è uno dei protagonisti dell’invasione russa dell’Ucraina. Per lo zar si tratta di una situazione spinosa. La sua politica mediorientale, nell’ultimo decennio, era basata sul tentativo di andare più o meno d’accordo con tutti, per mantenere in piedi una fitta rete d’influenza al servizio degli interessi russi. Non ha infatti solo rafforzato i legami con gli alleati storici (Iran e Siria), ma, pur a fronte talvolta di qualche attrito, ha consolidato i rapporti anche con Arabia Saudita e Israele. Non a caso, proprio con lo Stato ebraico ha avviato un «meccanismo di deconflitto» in Siria nel 2015. Adesso, la crisi in corso è foriera di rilevanti rischi per Putin. Al di là del pericolo di nuove tensioni jihadiste in territorio russo, i rapporti di Mosca con Gerusalemme si stanno deteriorando, soprattutto dopo che una delegazione di Hamas è stata recentemente ricevuta dal ministero degli Esteri russo. Spinto dal dossier ucraino, Putin sta cercando di rinsaldare l’asse antiamericano per indebolire Washington. Tuttavia questa strategia rischia di azzoppare seriamente la sua politica mediorientale: una politica che vedeva proprio nel rapporto con Israele un pilastro importante. E, mentre lo zar perde terreno nella regione, Pechino tenterà di approfittarne. Ciononostante, pur rendendosi conto di questo rischio, Mosca non può oggi fare a meno del Dragone. Non a caso, il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, ha preso parte allo Xiangshan Forum di Pechino, usando l’occasione per criticare l’Occidente. «La linea occidentale di costante escalation del conflitto con la Russia comporta la minaccia di uno scontro militare diretto tra le potenze nucleari», ha detto. Accuse velate agli Usa sono arrivate anche dal vicepresidente della Commissione militare centrale cinese, Zhang Youxia, secondo cui «alcuni Paesi» punterebbero a indebolire Pechino. «I militari cinesi non permetteranno mai l’indipendenza di Taiwan», ha anche detto. Ciononostante, pur invocando maggiore cooperazione strategica con Mosca, Zhang ha aperto allo sviluppo di legami militari con Washington, la quale ha mandato una propria delegazione allo Xiangshan Forum.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grana-per-putin-vampata-jihadista-2666101609.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="liran-chiama-il-vaticano-per-gaza-e-dietro-spunta-lombra-della-cina" data-post-id="2666101609" data-published-at="1698705431" data-use-pagination="False"> L’Iran chiama il Vaticano per Gaza. E dietro spunta l’ombra della Cina La Santa Sede e la Repubblica islamica dell’Iran si sono confrontate sulla crisi di Gaza. Stando a quanto riferito dal direttore della Sala stampa vaticana, Matteo Bruni, ieri mattina «si è svolta una conversazione telefonica tra monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali, e Hossein Amir-Abdollahian, ministro degli Affari esteri della Repubblica islamica dell’Iran, richiesta da quest’ultimo». «Nella conversazione», ha proseguito Bruni, «monsignor Gallagher ha espresso la seria preoccupazione della Santa Sede per quanto sta accadendo in Israele e in Palestina, ribadendo l’assoluta necessità di evitare di allargare il conflitto e di addivenire alla soluzione dei due Stati per una pace stabile e duratura nel Medio Oriente». «Crediamo che la crisi palestinese debba essere fondamentalmente risolta e che la soluzione politica sia indire un referendum sotto l’egida dell’Onu tra tutti i residenti originari della Palestina, includendo cristiani, ebrei e musulmani», ha detto Abdollahian durante il colloquio, secondo quanto riportato dall’account X del ministero degli Esteri iraniano.Al di là della telefonata in sé, l’aspetto politicamente più interessante è che sia stata Teheran a chiedere una conversazione con i vertici vaticani sulla crisi di Gaza. D’altronde, già lo scorso 23 ottobre Abdollahian aveva inviato a Gallagher una lettera molto critica nei confronti di Israele. Senza infine trascurare che ad aprile 2022 i due avevano avuto un’altra telefonata, discutendo, tra le altre cose, della questione palestinese. Sotto questo aspetto, non è escludibile che, dietro le quinte, sia stata la Cina ad aver agito come collegamento. Si tratta solo di un’ipotesi, sia chiaro. Ma è un’ipotesi che vale la pena di prendere in considerazione. Pechino sta invocando da giorni un cessate il fuoco e la soluzione dei due Stati. Inoltre, vanta legami significativi sia con la Santa Sede sia con Teheran. Era marzo 2021, quando la Cina ha siglato con l’Iran un accordo di cooperazione venticinquennale. Dall’altra parte, non è un mistero che, a settembre 2018, fu firmato il controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi: un accordo che è stato finora rinnovato due volte, nel 2020 e nel 2022. Ora, è indubbiamente comprensibile che la Santa Sede si attivi per cercare delle soluzioni politiche e diplomatiche alla crisi in corso. Ed è altrettanto comprensibile che parli con tutti gli attori internazionali senza preclusioni. Bisogna però prestare anche molta attenzione. Come riferito dal New York Times e dal Wall Street Journal, Teheran non è estranea al brutale attacco contro Israele del 7 ottobre. Senza poi trascurare che i suoi legami con Hamas ed Hezbollah sono arcinoti. Il regime khomeinista ha d’altronde tutto l’interesse a sfruttare la crisi in atto per il proprio tornaconto, puntando a spingere i Paesi arabi verso posizioni di netta divergenza con lo Stato ebraico. Un discorso analogo vale per la Cina. La Repubblica popolare ha votato a favore di una recente risoluzione dell’Onu per invocare un cessate il fuoco, ma si è schierata contro un emendamento volto a inserire in quella stessa risoluzione una condanna di Hamas. È quindi assai improbabile che Pechino stia agendo per motivazioni autenticamente umanitarie. Il fondato sospetto è che si stia scaltramente muovendo con l’unico obiettivo di indebolire l’influenza occidentale sul Medio Oriente.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
Continua a leggereRiduci
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
Continua a leggereRiduci