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2019-08-01
Gozi al servizio dei francesi mette d’accordo M5s e Fdi: «Toglietegli la cittadinanza»
Ansa
Francia o Spagna, purché se magna: l'incarico di consulente del governo francese per gli Affari Europei, assegnato a Sandro Gozi, esponente del Partito democratico, prima prodiano doc, poi renziano di ferro, ex sottosegretario con delega proprio agli Affari Europei nei governi presieduti da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, travalica i confini dell'opportunità politica e diventa un caso spinosissimo.
Gozi, che si è candidato alle ultime europee in Francia, nelle liste del partito En Marche del presidente Emmanuel Macron, non è stato eletto (nonostante vada dicendo il contrario), ma potrebbe entrare a far parte del Parlamento europeo il prossimo 31 ottobre, quando gli eurodeputati del Regno Unito, in caso di Brexit, dovranno lasciare l'assemblea. E sarebbe davvero comico vedere uno dei principali nemici dell'uscita di Londra dall'Ue costretto a ringraziare Nigel Farage e soci per avergli tenuto in caldo una poltrona.
Fino ad allora, Gozi sarebbe consulente per gli Affari europei dell'esecutivo francese guidato dal primo ministro Eduarde Philippe. Già due giorni fa, non appena i quotidiani transalpini hanno diffuso la notizia, il leader della Lega, Matteo Salvini, è esploso su Facebook: «Gozi, già sottosegretario agli affari europei con Renzi e Gentiloni», ha scritto il leader della Lega, «con la benedizione di Macron viene ora nominato, stesso ruolo, nel governo francese! Immaginate di chi facesse gli interessi questo personaggio quando era nel governo italiano… Pazzesco, questo è il Pd!».
Dalla critica politica però ieri si è passati a un livello più alto: Fratelli d'Italia ha chiesto al premier Giuseppe Conte di revocare la cittadinanza italiana a Gozi se non rinuncerà all'incarico; Luigi Di Maio e il M5s si sono accodati e perfino Carlo Calenda, del Pd, si è schierato contro il suo «compagno» di partito, che tra l'altro è anche indagato dal tribunale unico della Repubblica di San Marino per una presunta consulenza «fantasma» con la Banca Centrale.
«Egregio presidente del Consiglio», hanno scritto a Conte la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e i deputati Andrea Delmastro delle Vedove, Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli, in una lettera, «le chiediamo di avvisare Sandro Gozi che non sarà tollerata la sua scelta, rispetto alla quale non esiterà alla intimazione di legge e alla consequenziale procedura di revoca della cittadinanza. Le norme sulla cittadinanza italiana precisano che motivo di perdita della nostra cittadinanza possa essere il conseguimento di cariche pubbliche da parte di uno stato estero. Ci appelliamo a lei, presidente Conte», hanno aggiunto i deputati di Fdi, «per impedire a chi abbia avuto la possibilità di accedere a dossier rilevanti per l'interesse nazionale di cambiare casacca impunemente e militare per altre nazioni. È proprio per fare chiarezza su questa vicenda dai contorni inquietanti che abbiamo chiesto di sapere quali dossier abbia trattato Sandro Gozi in Europa ed in particolar modo quali, fra questi, avessero come controparte o cointeressato il governo francese».
«Non ho nulla contro la Francia», ha sottolineato il vicepremier e capo politico del M5s, Luigi Di Maio, «ma bisogna valutare se togliere la cittadinanza a Sandro Gozi.
Se tu lavori per il governo italiano, rappresenti e servi lo stato italiano e poi a un certo punto lo tradisci e ti vai ad arruolare nelle fila di un altro governo come responsabile della politica europea del governo Macron, allora bisogna valutare se togliere la cittadinanza », ha aggiunto Di Maio, «perché siamo di fronte a una cosa inquietante, dove un sottosegretario italiano, anche se era del Pd, adesso diventa esponente di un altro governo con cui abbiamo molte cose in comune ma anche interessi confliggenti».
Circa 20 deputati del M5s hanno presentato una interrogazione parlamentare, a prima firma Pino Cabras, capogruppo in commissione Esteri, per chiedere «cosa intende fare il governo qualora l'incarico fosse accettato dall'ex sottosegretario Gozi» e se «il governo non intenda intraprendere iniziative, anche applicando quanto disposto dalla legge sulla perdita della cittadinanza».
In soccorso di Gozi si sono fiondati gli esponenti più renziani del Pd, come i parlamentari Luciano Nobili, Anna Ascani, Roberto Giachetti, Lia Quartapelle; il segretario di Più Europa, Benedetto Della Vedova; l'ex primo ministro belga Guy Verhofstadt. Dal Pd, però, si è anche alzata la voce critica dell'europarlamentare Carlo Calenda: «Non si entra», ha scritto Calenda su Twitter, «in un governo straniero. Non si tratta di un gruppo di lavoro, ma di ricoprire per due mesi nel governo francese la carica che ha ricoperto nel nostro governo, conoscendo posizioni e interessi anche riservati non sempre coincidenti. Semplicemente non esiste. Conosce o dovrebbe conoscere ogni singola posizione (con relativa strategia di supporto) dell'Italia su dossier che vanno in Ue. Posizioni che non sono sempre coincidenti», ha aggiunto Calenda, «con quelle francesi. Gozi ha sbagliato e la nostra incapacità di riconoscerlo è indice di grave mancanza di buon senso».
Da parte sua il diretto interessato, minimizza. «Io sono consigliere per gli affari europei del primo ministro», ha detto Gozi a Radio Cusano Campus, «non è che sono ministro. Macron lo conosco da tantissimi anni, da prima che entrasse in politica, l'ho sempre stimato, è una persona di grande competenza. Mi aspettavo delle critiche, ma sono rimasto sorpreso da tutto questo scalpore».
È Conte che deve agire. E ha una legge dalla sua parte
Tu vuo fa' o' frances'. Ma i soldi per le baguette, chi te li dà? E, soprattutto, la cittadinanza italiana puoi tenerla oppure no?
Giorgia Meloni ha indirizzato una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per chiedere che sia revocata a Sandro Gozi, l'ex sottosegretario dem agli Affari europei, che presto diventerà consulente del governo francese per la stessa materia. Non che la passione di Gozi per i macarons e la Tour Eiffel fosse ignota. Alle europee si era candidato in Francia, nelle liste di Emmanuel Macron. Entrare nel gabinetto di Édouard Philippe, però, è un po' troppo persino per uno del Pd, partito sempre più distante dal popolo italiano e sempre più radicato tra le élite transnazionali. Anche il vice di Conte, Luigi Di Maio, ieri mattina si era espresso duramente: «Siamo di fronte a una cosa inquietante, bisogna valutare se togliere la cittadinanza a Gozi». Ma davvero l'Italia può ripudiare questo figlio della Romagna, nato sulle sponde del Rubicone? La risposta non è semplicissima.
Si deve sicuramente escludere una revoca automatica della cittadinanza, che è possibile solo se un funzionario italiano accetta un incarico pubblico o si arruola nell'esercito di uno Stato con cui il nostro Paese è in guerra. Ora, che la Francia voglia farci le scarpe è noto. Ma, formalmente, Roma e Parigi sono in pace.
L'articolo 12 della legge 91/1992, però, prevede una fattispecie interessante. Stabilisce, infatti, che si possa revocare la cittadinanza a un italiano il quale, avendo accettato una carica pubblica da uno Stato estero, «non ottempera, nel termine fissato, all'intimazione che il governo italiano può rivolgergli di abbandonare» quella carica stessa. Ed è per questo che la Meloni si è rivolta al premier: se Conte ordinasse a Gozi di rinunciare all'incarico e se Gozi non obbedisse, veramente potrebbero esserci gli estremi per revocare la cittadinanza all'esponente piddino. A quel punto, Gozi diventerebbe l'unico migrante accolto da Macron. Ma diverrebbe anche un apolide. E questo potrebbe creare qualche intoppo.
L'Italia, infatti, aderisce alla Convenzione sulla riduzione dell'apolidia del 1961. Gli articoli 7 e 8 del testo stabiliscono che uno Stato non può privare un individuo della cittadinanza se ciò ne comporta la riduzione ad apolide. In parole povere, se finisce con il trasformarlo in un uomo che non è cittadino di nessuna nazione. E, a meno che Macron non sia seriamente intenzionato a derogare alla sua severa linea sull'immigrazione, concedendo a Sandrò l'onore di diventare un galletto, quello individuato dalla Convenzione sarebbe proprio il caso di Gozi. Il quale, per di più, potrebbe appellarsi pure alla Costituzione italiana, sulla quale aveva giurato quando era diventato sottosegretario del governo Renzi - avrebbe anche dovuto esercitare la sua funzione «nell'interesse esclusivo della nazione», cosa sulla quale, a questo punto, si potrebbe nutrire più di un dubbio. Ma tant'è...
Ebbene, l'articolo 22 della Carta fondamentale della Repubblica sancisce che nessuno può essere privato della cittadinanza «per motivi politici». Dunque, Gozi potrebbe addirittura lamentare una sorta di persecuzione politica da parte dei barbari sovranisti al governo in Italia. E, su tale base, presentare ricorso in tribunale e di lì rivolgersi alla Corte costituzionale.
Mentre i tecnici di Palazzo Chigi spulciano i Codici per dirimere l'annosa questione, noialtri, che non siamo giuristi, almeno possiamo sperare una cosa: che Gozi, a differenza dei migranti a Ventimiglia, monsieur le président non ce lo rimandi più indietro.
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Il dem, indagato a San Marino, lavorerà per il primo ministro Eduarde Philippe. Giorgia Meloni fa appello al governo, Luigi Di Maio: «Valutiamo». Botta di lucidità di Carlo Calenda: «Non esiste».Matteo Orfini prova a dividere il governo: «Una volta Luigi Di Maio gridava in piazza "onestà"». La replica ironica del leader leghista: «Vogliono prendersi quello che non c'è».Lo speciale contiene due articoli.Francia o Spagna, purché se magna: l'incarico di consulente del governo francese per gli Affari Europei, assegnato a Sandro Gozi, esponente del Partito democratico, prima prodiano doc, poi renziano di ferro, ex sottosegretario con delega proprio agli Affari Europei nei governi presieduti da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, travalica i confini dell'opportunità politica e diventa un caso spinosissimo. Gozi, che si è candidato alle ultime europee in Francia, nelle liste del partito En Marche del presidente Emmanuel Macron, non è stato eletto (nonostante vada dicendo il contrario), ma potrebbe entrare a far parte del Parlamento europeo il prossimo 31 ottobre, quando gli eurodeputati del Regno Unito, in caso di Brexit, dovranno lasciare l'assemblea. E sarebbe davvero comico vedere uno dei principali nemici dell'uscita di Londra dall'Ue costretto a ringraziare Nigel Farage e soci per avergli tenuto in caldo una poltrona. Fino ad allora, Gozi sarebbe consulente per gli Affari europei dell'esecutivo francese guidato dal primo ministro Eduarde Philippe. Già due giorni fa, non appena i quotidiani transalpini hanno diffuso la notizia, il leader della Lega, Matteo Salvini, è esploso su Facebook: «Gozi, già sottosegretario agli affari europei con Renzi e Gentiloni», ha scritto il leader della Lega, «con la benedizione di Macron viene ora nominato, stesso ruolo, nel governo francese! Immaginate di chi facesse gli interessi questo personaggio quando era nel governo italiano… Pazzesco, questo è il Pd!».Dalla critica politica però ieri si è passati a un livello più alto: Fratelli d'Italia ha chiesto al premier Giuseppe Conte di revocare la cittadinanza italiana a Gozi se non rinuncerà all'incarico; Luigi Di Maio e il M5s si sono accodati e perfino Carlo Calenda, del Pd, si è schierato contro il suo «compagno» di partito, che tra l'altro è anche indagato dal tribunale unico della Repubblica di San Marino per una presunta consulenza «fantasma» con la Banca Centrale.«Egregio presidente del Consiglio», hanno scritto a Conte la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e i deputati Andrea Delmastro delle Vedove, Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli, in una lettera, «le chiediamo di avvisare Sandro Gozi che non sarà tollerata la sua scelta, rispetto alla quale non esiterà alla intimazione di legge e alla consequenziale procedura di revoca della cittadinanza. Le norme sulla cittadinanza italiana precisano che motivo di perdita della nostra cittadinanza possa essere il conseguimento di cariche pubbliche da parte di uno stato estero. Ci appelliamo a lei, presidente Conte», hanno aggiunto i deputati di Fdi, «per impedire a chi abbia avuto la possibilità di accedere a dossier rilevanti per l'interesse nazionale di cambiare casacca impunemente e militare per altre nazioni. È proprio per fare chiarezza su questa vicenda dai contorni inquietanti che abbiamo chiesto di sapere quali dossier abbia trattato Sandro Gozi in Europa ed in particolar modo quali, fra questi, avessero come controparte o cointeressato il governo francese».«Non ho nulla contro la Francia», ha sottolineato il vicepremier e capo politico del M5s, Luigi Di Maio, «ma bisogna valutare se togliere la cittadinanza a Sandro Gozi. Se tu lavori per il governo italiano, rappresenti e servi lo stato italiano e poi a un certo punto lo tradisci e ti vai ad arruolare nelle fila di un altro governo come responsabile della politica europea del governo Macron, allora bisogna valutare se togliere la cittadinanza », ha aggiunto Di Maio, «perché siamo di fronte a una cosa inquietante, dove un sottosegretario italiano, anche se era del Pd, adesso diventa esponente di un altro governo con cui abbiamo molte cose in comune ma anche interessi confliggenti». Circa 20 deputati del M5s hanno presentato una interrogazione parlamentare, a prima firma Pino Cabras, capogruppo in commissione Esteri, per chiedere «cosa intende fare il governo qualora l'incarico fosse accettato dall'ex sottosegretario Gozi» e se «il governo non intenda intraprendere iniziative, anche applicando quanto disposto dalla legge sulla perdita della cittadinanza».In soccorso di Gozi si sono fiondati gli esponenti più renziani del Pd, come i parlamentari Luciano Nobili, Anna Ascani, Roberto Giachetti, Lia Quartapelle; il segretario di Più Europa, Benedetto Della Vedova; l'ex primo ministro belga Guy Verhofstadt. Dal Pd, però, si è anche alzata la voce critica dell'europarlamentare Carlo Calenda: «Non si entra», ha scritto Calenda su Twitter, «in un governo straniero. Non si tratta di un gruppo di lavoro, ma di ricoprire per due mesi nel governo francese la carica che ha ricoperto nel nostro governo, conoscendo posizioni e interessi anche riservati non sempre coincidenti. Semplicemente non esiste. Conosce o dovrebbe conoscere ogni singola posizione (con relativa strategia di supporto) dell'Italia su dossier che vanno in Ue. Posizioni che non sono sempre coincidenti», ha aggiunto Calenda, «con quelle francesi. Gozi ha sbagliato e la nostra incapacità di riconoscerlo è indice di grave mancanza di buon senso».Da parte sua il diretto interessato, minimizza. «Io sono consigliere per gli affari europei del primo ministro», ha detto Gozi a Radio Cusano Campus, «non è che sono ministro. Macron lo conosco da tantissimi anni, da prima che entrasse in politica, l'ho sempre stimato, è una persona di grande competenza. Mi aspettavo delle critiche, ma sono rimasto sorpreso da tutto questo scalpore». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gozi-al-servizio-dei-francesi-mette-daccordo-m5s-e-fdi-toglietegli-la-cittadinanza-2639580184.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-conte-che-deve-agire-e-ha-una-legge-dalla-sua-parte" data-post-id="2639580184" data-published-at="1781088095" data-use-pagination="False"> È Conte che deve agire. E ha una legge dalla sua parte Tu vuo fa' o' frances'. Ma i soldi per le baguette, chi te li dà? E, soprattutto, la cittadinanza italiana puoi tenerla oppure no? Giorgia Meloni ha indirizzato una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per chiedere che sia revocata a Sandro Gozi, l'ex sottosegretario dem agli Affari europei, che presto diventerà consulente del governo francese per la stessa materia. Non che la passione di Gozi per i macarons e la Tour Eiffel fosse ignota. Alle europee si era candidato in Francia, nelle liste di Emmanuel Macron. Entrare nel gabinetto di Édouard Philippe, però, è un po' troppo persino per uno del Pd, partito sempre più distante dal popolo italiano e sempre più radicato tra le élite transnazionali. Anche il vice di Conte, Luigi Di Maio, ieri mattina si era espresso duramente: «Siamo di fronte a una cosa inquietante, bisogna valutare se togliere la cittadinanza a Gozi». Ma davvero l'Italia può ripudiare questo figlio della Romagna, nato sulle sponde del Rubicone? La risposta non è semplicissima. Si deve sicuramente escludere una revoca automatica della cittadinanza, che è possibile solo se un funzionario italiano accetta un incarico pubblico o si arruola nell'esercito di uno Stato con cui il nostro Paese è in guerra. Ora, che la Francia voglia farci le scarpe è noto. Ma, formalmente, Roma e Parigi sono in pace. L'articolo 12 della legge 91/1992, però, prevede una fattispecie interessante. Stabilisce, infatti, che si possa revocare la cittadinanza a un italiano il quale, avendo accettato una carica pubblica da uno Stato estero, «non ottempera, nel termine fissato, all'intimazione che il governo italiano può rivolgergli di abbandonare» quella carica stessa. Ed è per questo che la Meloni si è rivolta al premier: se Conte ordinasse a Gozi di rinunciare all'incarico e se Gozi non obbedisse, veramente potrebbero esserci gli estremi per revocare la cittadinanza all'esponente piddino. A quel punto, Gozi diventerebbe l'unico migrante accolto da Macron. Ma diverrebbe anche un apolide. E questo potrebbe creare qualche intoppo. L'Italia, infatti, aderisce alla Convenzione sulla riduzione dell'apolidia del 1961. Gli articoli 7 e 8 del testo stabiliscono che uno Stato non può privare un individuo della cittadinanza se ciò ne comporta la riduzione ad apolide. In parole povere, se finisce con il trasformarlo in un uomo che non è cittadino di nessuna nazione. E, a meno che Macron non sia seriamente intenzionato a derogare alla sua severa linea sull'immigrazione, concedendo a Sandrò l'onore di diventare un galletto, quello individuato dalla Convenzione sarebbe proprio il caso di Gozi. Il quale, per di più, potrebbe appellarsi pure alla Costituzione italiana, sulla quale aveva giurato quando era diventato sottosegretario del governo Renzi - avrebbe anche dovuto esercitare la sua funzione «nell'interesse esclusivo della nazione», cosa sulla quale, a questo punto, si potrebbe nutrire più di un dubbio. Ma tant'è... Ebbene, l'articolo 22 della Carta fondamentale della Repubblica sancisce che nessuno può essere privato della cittadinanza «per motivi politici». Dunque, Gozi potrebbe addirittura lamentare una sorta di persecuzione politica da parte dei barbari sovranisti al governo in Italia. E, su tale base, presentare ricorso in tribunale e di lì rivolgersi alla Corte costituzionale. Mentre i tecnici di Palazzo Chigi spulciano i Codici per dirimere l'annosa questione, noialtri, che non siamo giuristi, almeno possiamo sperare una cosa: che Gozi, a differenza dei migranti a Ventimiglia, monsieur le président non ce lo rimandi più indietro.
(Ansa)
L’affare, costruito, secondo la Procura, su assunzioni fantasma e pratiche amministrative solo formalmente impeccabili, aveva al centro una società: la Vittoria srls, della quale Megahed detiene la metà delle quote con il suo socio, egiziano pure lui, Mohamed Eid Abd Faragalla. Il gip Manuela Castellabate descrive le attività per aggirare le regole del decreto Flussi come «seriali». Al costo di 5.000 (a volte 6.000) euro a pratica. A volte in anticipo, altre con saldo finale dopo l’arrivo in Italia. Le conversazioni captate hanno un tono freddo, quasi commerciale. In cui i migranti diventavano delle «pratiche». Ma la storia che ricostruisce l’ordinanza con la quale la Castellabate ha disposto l’arresto per i due imprenditori egiziani, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e tre decreti di perquisizione nei confronti di quattro persone (tra cui la moglie di uno dei due arrestati), va oltre il presunto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È il racconto di una zona grigia in cui illegalità, idealismo radicale e burocrazia finiscono per sovrapporsi quasi perfettamente. Il motore dell’organizzazione sarebbe Megahed, l’uomo che cercava i clienti all’estero, prendeva contatti con persone interessate a entrare in Italia, organizzava le pratiche e gestiva i rapporti economici, era anche molto altro. Già il 4 ottobre 2024 Megahed, fino a quel momento imprenditore insospettabile, emerge «in contesti informativi in qualità di appartenente e militante alla dissidenza egiziana di area Fratellanza musulmana». Ma anche come «membro» dei Volontari dell’alleanza islamica d’Italia, «sodalizio», evidenziano gli investigatori, «di mutua assistenza, ramificazione del movimento della Fratellanza musulmana», impegnato «in attività di solidarietà consistenti nell’invio di aiuti umanitari in Palestina». L’indirizzo indicato è a Sesto San Giovanni, dove avrebbe sede anche l’Associazione giovani mussulmani d’Italia. È da qui che prende forma un’attività investigativa definita negli atti «serrata», sviluppata inizialmente attraverso il monitoraggio dei profili social dell’indagato. Gli accertamenti avrebbero consentito di documentare la partecipazione di Megahed a diverse manifestazioni organizzate dal comitato pro Pal. Gli investigatori sottolineano come il suo numero telefonico comparisse persino nei volantini degli eventi quale contatto di riferimento. E non solo Milano. La presenza dell’indagato sarebbe stata rilevata anche nel corso di iniziative fuori provincia e in attività promosse dall’Abspp di Mohammad Hannoun. L’inchiesta retrodata questa militanza almeno al 2017, quando Megahed frequentava il Centro islamico di Cinisello Balsamo. Ma gli investigatori scavano ancora. Nelle carte viene ricordato anche il suo coinvolgimento, nel 2016, nella nascita del «Consiglio rivoluzionario egiziano Cre», noto come Consiglio degli egiziani, formazione associativa sorta, riportano gli inquirenti, «a seguito di dissapori interni tra le correnti interne al Comitato libertà e democrazia per l’Egitto e Alleanza islamica d’Italia». Megahed, insomma, viene considerato uno della vecchia guardia. Uno degli elementi che colpiscono maggiormente gli investigatori è il contenuto del profilo Facebook attribuito all’indagato, identificato con il vanity-name Il Combattente. Nell’autunno del 2024 quel profilo avrebbe superato i 4.000 follower. Ed è proprio su quella pagina che, secondo la prima annotazione trasmessa al giudice, si assisterebbe a una «continua, e quasi ossessiva, pubblicazione di diversi contenuti dai toni radicali». «Nell’esprimere solidarietà al popolo palestinese di fronte all’escalation militare di Tel Aviv», l’indagato avrebbe, «anche attraverso l’aperta esaltazione di Hamas e altri gruppi armati palestinesi», tracimato «in esternazioni oltraggiose e discriminatorie nei confronti del popolo israeliano». Nella stessa annotazione si parla anche di «parziale minimizzazione del genocidio subito dal popolo ebraico». Ma l’attività di Megahed non si sarebbe limitata ai social network. La giudice richiama infatti una «militanza strettamente politica», sviluppata attraverso la partecipazione alle iniziative di piazza organizzate nel capoluogo lombardo dall’Abspp onlus, associazione che gli investigatori descrivono come «da sempre vicina alle posizioni politico-religiose della Fratellanza musulmana». Ed è qui che emerge un altro snodo delicato dell’inchiesta. Perché, secondo quanto riportato nell’ordinanza (che richiama alcune informative), la sede ligure della stessa onlus sarebbe stata oggetto nel 2021 di approfondimenti tecnici da parte dell’Antiriciclaggio «per presunti finanziamenti ritenuti destinati alle casse dell’organizzazione terroristica palestinese», circostanza che avrebbe portato «alla conseguente chiusura di alcuni conti bancari riferibili alla onlus». Finché l’egiziano non si è presentato allo Sportello unico per l’Immigrazione di Milano con una cinquantina di pratiche. È stato il passo falso.
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Lo sgomento e la rabbia dilagano a Belfast. Qui, a Kinnaird Avenue, un quartiere residenziale a Nord, un immigrato originario del Sudan ha provato a decapitare un quarantenne lo scorso lunedì sera. Solo il coraggio dei passanti ha evitato il peggio. Adesso la vittima è ricoverata in ospedale con gravi lesioni agli occhi, al collo e alla testa, mentre lo sgozzatore è stato arrestato.
Il capo della polizia nordirlandese, Jon Boutcher, ha dichiarato che si ritiene che il sospettato abbia viaggiato dal Sudan a Parigi, e poi da Parigi a Dublino, in date imprecisate, prima di prendere un autobus per Belfast nel febbraio 2023. Secondo quanto affermato da Boutcher, l’uomo ha immediatamente richiesto asilo e nel settembre del 2023 gli è stato concesso il permesso di soggiorno nel Regno Unito valido per 5 anni.
Tutto è avvenuto alle 22.30 dello scorso lunedì, quando un quarantenne nordirlandese è stato bloccato a terra e percosso, tra le strade della periferia di Belfast. Lo straniero ha mostrato l’intenzione di tagliare la testa al primo malcapitato e tra le mani teneva un coltello da cucina, poi rinvenuto dalle forze dell’ordine.
Un video girato da alcuni passanti e poi diffuso sul web ritrae la scena: la vittima è una maschera di sangue, prova a dimenarsi da terra, nella morsa dell’immigrato. Solo l’intervento di alcuni presenti, armati di bastoni da hurling, uno sport irlandese, ha salvato la vita dell’uomo, disarmato e allontanato l’aggressore. Successivamente l’arrivo della polizia ha consentito l’arresto e l’avvio delle indagini. L’ipotesi di reato riguarda il tentato omicidio, escludendo però la matrice terroristica, almeno per il momento.
«L’attacco di Belfast è rivoltante e orribile. I miei pensieri vanno innanzitutto alla vittima e ringrazio i primi soccorritori», ha dichiarato Keir Starmer, primo ministro del Regno Unito. Gli fanno eco gli altri politici di governo che invitano a mantenere la calma. In primis Michelle O’Neill, primo ministro dell’Irlanda del Nord, che ha pensato bene di lanciare appelli... contro il razzismo: «Questa è una società accogliente e inclusiva. Non voglio vedere nessuno vivere nella paura e dobbiamo dire no al razzismo e all’odio».
Sul Web, però, la protesta monta, soprattutto di fronte al video dell’accaduto. A legittimare il concreto malcontento sono soprattutto i leader dei partiti di opposizione. «Questo è stato un attacco medievale, barbarico e agghiacciante», la sentenza di Gavin Robinson, deputato di Belfast East, «l’autore, che viveva nel Regno Unito con un visto quinquennale, deve essere condannato e deportato con il primo volo di sola andata. La vittima appartiene a Belfast, l’aggressore no». «Ciò che è accaduto a Belfast ieri sera è orribile. Le autorità devono rivelare immediatamente l’identità e lo status dell’aggressore. Il pubblico ha diritto alla verità» ha dichiarato, invece, Nigel Farage, chiaramente riferendosi al rifiuto di Downing Street di confermare ufficialmente lo status dell’aggressore. Ma più in generale il riferimento è anche al clima generale che si respira al di là della Manica, nel segno continuo di reati commessi dagli immigrati e insabbiati dalle istituzioni.
Ieri sera l’onda di protesta ha investito anche le piazze: gruppi di patrioti e cittadini sono scesi tra le strade di diverse città del Regno Unito per chiedere maggiore sicurezza e una stretta sull’immigrazione clandestina. In primis a Belfast, diversi hotel e negozi commerciali hanno chiuso i battenti e le forze dell’ordine hanno aumentato i controlli. Dublin Express ha cancellato tutti i suoi servizi di autobus da e per Belfast in previsione delle proteste programmate.
Nel frattempo, le tensioni sono esplose durante la notte. Le manifestazioni contro l'immigrazione si sono trasformate in violenti disordini in diverse aree di Belfast, dove sono stati incendiati autobus, automobili e alcune abitazioni. La polizia nordirlandese è stata presa di mira con lanci di oggetti e costretta a intervenire in assetto antisommossa, mentre i vigili del fuoco hanno effettuato decine di interventi per spegnere i roghi divampati nei quartieri interessati dalle proteste. In alcune zone della città gruppi di uomini con il volto coperto hanno sfilato scandendo slogan contro gli immigrati e prendendo di mira soprattutto famiglie di origine africana, tanto che alcuni residenti hanno offerto protezione ai vicini stranieri.
Durissima la reazione della premier nordirlandese Michelle O'Neill, che ha definito i responsabili delle violenze «teppisti» e «delinquenti», parlando di attacchi condotti da «codardi disgustosi» contro persone indifese. Intanto il trentenne sudanese arrestato per il tentato omicidio del quarantenne dovrebbe comparire oggi davanti ai giudici, mentre le autorità mantengono alta l'allerta per il rischio di nuove rivolte. Anche il clima politico resta incandescente: Nigel Farage ha nuovamente chiesto piena trasparenza sullo status migratorio dell'aggressore, mentre sui social il caso continua ad alimentare polemiche e divisioni nel Regno Unito.
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Matteo Salvini (Ansa)
Rilancio che passa dal coinvolgimento di Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale veneto, e Massimiliano Fedriga, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia e della Conferenza Stato-Regioni (carica paragonabile a quella di un ministro). I due rappresentati del Nordest dovrebbero essere, nei pensieri di Matteo Salvini, protagonisti del partito in vista della lunga campagna elettorale verso le Politiche 2027. I risultati delle amministrative non sono stati né disastrosi né eccezionali. Nessun tracollo, come vaticinava qualcuno dopo l’exploit mediatico di Roberto Vannacci da quando ha deposto lo spadone di Alberto da Giussano per issare il vessillo di Futuro Nazionale. Si può dunque lavorare a una proposta di rinnovamento del movimento più vecchio in Parlamento in vista del «ritiro» di inizio luglio previsto a Treviso, quella Marca da dove il Doge ha iniziato i suoi primi passi politici.
Non ci sono novità rispetto agli ultimi giorni. «Si va al vedo», dicono alcuni partecipanti al Consiglio federale, che «è stato convocato per l’approvazione del bilancio. io sto lavorando da mesi leggendo numeri, vittorie e sconfitte e nelle prossime settimane sistemeremo quello che va sistemato», ha detto ieri mattina il vicepremier e ministro delle Infrastrutture a margine di un sopralluogo ad alcune case Aler, a Milano, rispondendo ai cronisti che gli hanno chiesto della sua affermazione sui «lavori in corso» nel partito. Quanto all’ipotesi di una Lega «Nord» federata con una Lega Centro-Sud sotto il cappello di una Lega nazionale, Salvini ha replicato secco: «Leggo tante fantasie».
D’altronde, anche se si volesse rivoluzionare il partito, bisognerebbe cambiare lo statuto che necessita dell’approvazione di un congresso. Tempi lunghi, certo. Fissare un calendario tuttavia è possibile. Ma perché c’è chi spinge per provare a dare vita a una Lega sul modello federalista? Perché la squadra nordista capitanata da Zaia e Fedriga, e supportata dagli altri governatori oltre che dalla storica base lumbard impersonificata da Massimiliano Romeo, vorrebbe avere una sorta di mani libere nelle candidature, locali e nazionali, e ovviamente nella gestione finanziaria del movimento. Richiesta troppo grande per Salvini? «Ci sono lavori in corso da mesi, non da tre giorni, evidentemente è un percorso lungo e il nostro obiettivo è vincere le politiche dell’anno prossimo», ha ribadito sempre da Milano il segretario federale. Come dire: nessuna fretta di rivoluzionare il Carroccio, ma certamente delle novità ci saranno. Magari non oggi pomeriggio, ma nemmeno fra mesi. Di sicuro, per la prima volta nella decennale storia della Lega, la discussione è alla luce del sole. E la trasparenza è già segno di voglia di ripartire bene.
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Meloni: «Contro Salvini un gesto grave»
Il premier ha commentato sui social quanto avvenuto alla Sapienza di Roma dove alcuni studenti di Cambiare Rotta hanno bruciato manifesti con il volto del leader della Lega e vicepremier. «Solidarietà a Matteo Salvini per il grave episodio avvenuto oggi alla Sapienza. Bruciare il volto di chi la pensa diversamente non è protesta: è odio ideologico. Un gesto intollerante, che nulla ha a che vedere con il confronto democratico. Noi continueremo a portare avanti il nostro lavoro con determinazione e senza sconti, nonostante il clima di odio che qualcuno cerca di alimentare»