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2019-08-01
Gozi al servizio dei francesi mette d’accordo M5s e Fdi: «Toglietegli la cittadinanza»
Ansa
Francia o Spagna, purché se magna: l'incarico di consulente del governo francese per gli Affari Europei, assegnato a Sandro Gozi, esponente del Partito democratico, prima prodiano doc, poi renziano di ferro, ex sottosegretario con delega proprio agli Affari Europei nei governi presieduti da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, travalica i confini dell'opportunità politica e diventa un caso spinosissimo.
Gozi, che si è candidato alle ultime europee in Francia, nelle liste del partito En Marche del presidente Emmanuel Macron, non è stato eletto (nonostante vada dicendo il contrario), ma potrebbe entrare a far parte del Parlamento europeo il prossimo 31 ottobre, quando gli eurodeputati del Regno Unito, in caso di Brexit, dovranno lasciare l'assemblea. E sarebbe davvero comico vedere uno dei principali nemici dell'uscita di Londra dall'Ue costretto a ringraziare Nigel Farage e soci per avergli tenuto in caldo una poltrona.
Fino ad allora, Gozi sarebbe consulente per gli Affari europei dell'esecutivo francese guidato dal primo ministro Eduarde Philippe. Già due giorni fa, non appena i quotidiani transalpini hanno diffuso la notizia, il leader della Lega, Matteo Salvini, è esploso su Facebook: «Gozi, già sottosegretario agli affari europei con Renzi e Gentiloni», ha scritto il leader della Lega, «con la benedizione di Macron viene ora nominato, stesso ruolo, nel governo francese! Immaginate di chi facesse gli interessi questo personaggio quando era nel governo italiano… Pazzesco, questo è il Pd!».
Dalla critica politica però ieri si è passati a un livello più alto: Fratelli d'Italia ha chiesto al premier Giuseppe Conte di revocare la cittadinanza italiana a Gozi se non rinuncerà all'incarico; Luigi Di Maio e il M5s si sono accodati e perfino Carlo Calenda, del Pd, si è schierato contro il suo «compagno» di partito, che tra l'altro è anche indagato dal tribunale unico della Repubblica di San Marino per una presunta consulenza «fantasma» con la Banca Centrale.
«Egregio presidente del Consiglio», hanno scritto a Conte la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e i deputati Andrea Delmastro delle Vedove, Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli, in una lettera, «le chiediamo di avvisare Sandro Gozi che non sarà tollerata la sua scelta, rispetto alla quale non esiterà alla intimazione di legge e alla consequenziale procedura di revoca della cittadinanza. Le norme sulla cittadinanza italiana precisano che motivo di perdita della nostra cittadinanza possa essere il conseguimento di cariche pubbliche da parte di uno stato estero. Ci appelliamo a lei, presidente Conte», hanno aggiunto i deputati di Fdi, «per impedire a chi abbia avuto la possibilità di accedere a dossier rilevanti per l'interesse nazionale di cambiare casacca impunemente e militare per altre nazioni. È proprio per fare chiarezza su questa vicenda dai contorni inquietanti che abbiamo chiesto di sapere quali dossier abbia trattato Sandro Gozi in Europa ed in particolar modo quali, fra questi, avessero come controparte o cointeressato il governo francese».
«Non ho nulla contro la Francia», ha sottolineato il vicepremier e capo politico del M5s, Luigi Di Maio, «ma bisogna valutare se togliere la cittadinanza a Sandro Gozi.
Se tu lavori per il governo italiano, rappresenti e servi lo stato italiano e poi a un certo punto lo tradisci e ti vai ad arruolare nelle fila di un altro governo come responsabile della politica europea del governo Macron, allora bisogna valutare se togliere la cittadinanza », ha aggiunto Di Maio, «perché siamo di fronte a una cosa inquietante, dove un sottosegretario italiano, anche se era del Pd, adesso diventa esponente di un altro governo con cui abbiamo molte cose in comune ma anche interessi confliggenti».
Circa 20 deputati del M5s hanno presentato una interrogazione parlamentare, a prima firma Pino Cabras, capogruppo in commissione Esteri, per chiedere «cosa intende fare il governo qualora l'incarico fosse accettato dall'ex sottosegretario Gozi» e se «il governo non intenda intraprendere iniziative, anche applicando quanto disposto dalla legge sulla perdita della cittadinanza».
In soccorso di Gozi si sono fiondati gli esponenti più renziani del Pd, come i parlamentari Luciano Nobili, Anna Ascani, Roberto Giachetti, Lia Quartapelle; il segretario di Più Europa, Benedetto Della Vedova; l'ex primo ministro belga Guy Verhofstadt. Dal Pd, però, si è anche alzata la voce critica dell'europarlamentare Carlo Calenda: «Non si entra», ha scritto Calenda su Twitter, «in un governo straniero. Non si tratta di un gruppo di lavoro, ma di ricoprire per due mesi nel governo francese la carica che ha ricoperto nel nostro governo, conoscendo posizioni e interessi anche riservati non sempre coincidenti. Semplicemente non esiste. Conosce o dovrebbe conoscere ogni singola posizione (con relativa strategia di supporto) dell'Italia su dossier che vanno in Ue. Posizioni che non sono sempre coincidenti», ha aggiunto Calenda, «con quelle francesi. Gozi ha sbagliato e la nostra incapacità di riconoscerlo è indice di grave mancanza di buon senso».
Da parte sua il diretto interessato, minimizza. «Io sono consigliere per gli affari europei del primo ministro», ha detto Gozi a Radio Cusano Campus, «non è che sono ministro. Macron lo conosco da tantissimi anni, da prima che entrasse in politica, l'ho sempre stimato, è una persona di grande competenza. Mi aspettavo delle critiche, ma sono rimasto sorpreso da tutto questo scalpore».
È Conte che deve agire. E ha una legge dalla sua parte
Tu vuo fa' o' frances'. Ma i soldi per le baguette, chi te li dà? E, soprattutto, la cittadinanza italiana puoi tenerla oppure no?
Giorgia Meloni ha indirizzato una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per chiedere che sia revocata a Sandro Gozi, l'ex sottosegretario dem agli Affari europei, che presto diventerà consulente del governo francese per la stessa materia. Non che la passione di Gozi per i macarons e la Tour Eiffel fosse ignota. Alle europee si era candidato in Francia, nelle liste di Emmanuel Macron. Entrare nel gabinetto di Édouard Philippe, però, è un po' troppo persino per uno del Pd, partito sempre più distante dal popolo italiano e sempre più radicato tra le élite transnazionali. Anche il vice di Conte, Luigi Di Maio, ieri mattina si era espresso duramente: «Siamo di fronte a una cosa inquietante, bisogna valutare se togliere la cittadinanza a Gozi». Ma davvero l'Italia può ripudiare questo figlio della Romagna, nato sulle sponde del Rubicone? La risposta non è semplicissima.
Si deve sicuramente escludere una revoca automatica della cittadinanza, che è possibile solo se un funzionario italiano accetta un incarico pubblico o si arruola nell'esercito di uno Stato con cui il nostro Paese è in guerra. Ora, che la Francia voglia farci le scarpe è noto. Ma, formalmente, Roma e Parigi sono in pace.
L'articolo 12 della legge 91/1992, però, prevede una fattispecie interessante. Stabilisce, infatti, che si possa revocare la cittadinanza a un italiano il quale, avendo accettato una carica pubblica da uno Stato estero, «non ottempera, nel termine fissato, all'intimazione che il governo italiano può rivolgergli di abbandonare» quella carica stessa. Ed è per questo che la Meloni si è rivolta al premier: se Conte ordinasse a Gozi di rinunciare all'incarico e se Gozi non obbedisse, veramente potrebbero esserci gli estremi per revocare la cittadinanza all'esponente piddino. A quel punto, Gozi diventerebbe l'unico migrante accolto da Macron. Ma diverrebbe anche un apolide. E questo potrebbe creare qualche intoppo.
L'Italia, infatti, aderisce alla Convenzione sulla riduzione dell'apolidia del 1961. Gli articoli 7 e 8 del testo stabiliscono che uno Stato non può privare un individuo della cittadinanza se ciò ne comporta la riduzione ad apolide. In parole povere, se finisce con il trasformarlo in un uomo che non è cittadino di nessuna nazione. E, a meno che Macron non sia seriamente intenzionato a derogare alla sua severa linea sull'immigrazione, concedendo a Sandrò l'onore di diventare un galletto, quello individuato dalla Convenzione sarebbe proprio il caso di Gozi. Il quale, per di più, potrebbe appellarsi pure alla Costituzione italiana, sulla quale aveva giurato quando era diventato sottosegretario del governo Renzi - avrebbe anche dovuto esercitare la sua funzione «nell'interesse esclusivo della nazione», cosa sulla quale, a questo punto, si potrebbe nutrire più di un dubbio. Ma tant'è...
Ebbene, l'articolo 22 della Carta fondamentale della Repubblica sancisce che nessuno può essere privato della cittadinanza «per motivi politici». Dunque, Gozi potrebbe addirittura lamentare una sorta di persecuzione politica da parte dei barbari sovranisti al governo in Italia. E, su tale base, presentare ricorso in tribunale e di lì rivolgersi alla Corte costituzionale.
Mentre i tecnici di Palazzo Chigi spulciano i Codici per dirimere l'annosa questione, noialtri, che non siamo giuristi, almeno possiamo sperare una cosa: che Gozi, a differenza dei migranti a Ventimiglia, monsieur le président non ce lo rimandi più indietro.
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Il dem, indagato a San Marino, lavorerà per il primo ministro Eduarde Philippe. Giorgia Meloni fa appello al governo, Luigi Di Maio: «Valutiamo». Botta di lucidità di Carlo Calenda: «Non esiste».Matteo Orfini prova a dividere il governo: «Una volta Luigi Di Maio gridava in piazza "onestà"». La replica ironica del leader leghista: «Vogliono prendersi quello che non c'è».Lo speciale contiene due articoli.Francia o Spagna, purché se magna: l'incarico di consulente del governo francese per gli Affari Europei, assegnato a Sandro Gozi, esponente del Partito democratico, prima prodiano doc, poi renziano di ferro, ex sottosegretario con delega proprio agli Affari Europei nei governi presieduti da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, travalica i confini dell'opportunità politica e diventa un caso spinosissimo. Gozi, che si è candidato alle ultime europee in Francia, nelle liste del partito En Marche del presidente Emmanuel Macron, non è stato eletto (nonostante vada dicendo il contrario), ma potrebbe entrare a far parte del Parlamento europeo il prossimo 31 ottobre, quando gli eurodeputati del Regno Unito, in caso di Brexit, dovranno lasciare l'assemblea. E sarebbe davvero comico vedere uno dei principali nemici dell'uscita di Londra dall'Ue costretto a ringraziare Nigel Farage e soci per avergli tenuto in caldo una poltrona. Fino ad allora, Gozi sarebbe consulente per gli Affari europei dell'esecutivo francese guidato dal primo ministro Eduarde Philippe. Già due giorni fa, non appena i quotidiani transalpini hanno diffuso la notizia, il leader della Lega, Matteo Salvini, è esploso su Facebook: «Gozi, già sottosegretario agli affari europei con Renzi e Gentiloni», ha scritto il leader della Lega, «con la benedizione di Macron viene ora nominato, stesso ruolo, nel governo francese! Immaginate di chi facesse gli interessi questo personaggio quando era nel governo italiano… Pazzesco, questo è il Pd!».Dalla critica politica però ieri si è passati a un livello più alto: Fratelli d'Italia ha chiesto al premier Giuseppe Conte di revocare la cittadinanza italiana a Gozi se non rinuncerà all'incarico; Luigi Di Maio e il M5s si sono accodati e perfino Carlo Calenda, del Pd, si è schierato contro il suo «compagno» di partito, che tra l'altro è anche indagato dal tribunale unico della Repubblica di San Marino per una presunta consulenza «fantasma» con la Banca Centrale.«Egregio presidente del Consiglio», hanno scritto a Conte la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e i deputati Andrea Delmastro delle Vedove, Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli, in una lettera, «le chiediamo di avvisare Sandro Gozi che non sarà tollerata la sua scelta, rispetto alla quale non esiterà alla intimazione di legge e alla consequenziale procedura di revoca della cittadinanza. Le norme sulla cittadinanza italiana precisano che motivo di perdita della nostra cittadinanza possa essere il conseguimento di cariche pubbliche da parte di uno stato estero. Ci appelliamo a lei, presidente Conte», hanno aggiunto i deputati di Fdi, «per impedire a chi abbia avuto la possibilità di accedere a dossier rilevanti per l'interesse nazionale di cambiare casacca impunemente e militare per altre nazioni. È proprio per fare chiarezza su questa vicenda dai contorni inquietanti che abbiamo chiesto di sapere quali dossier abbia trattato Sandro Gozi in Europa ed in particolar modo quali, fra questi, avessero come controparte o cointeressato il governo francese».«Non ho nulla contro la Francia», ha sottolineato il vicepremier e capo politico del M5s, Luigi Di Maio, «ma bisogna valutare se togliere la cittadinanza a Sandro Gozi. Se tu lavori per il governo italiano, rappresenti e servi lo stato italiano e poi a un certo punto lo tradisci e ti vai ad arruolare nelle fila di un altro governo come responsabile della politica europea del governo Macron, allora bisogna valutare se togliere la cittadinanza », ha aggiunto Di Maio, «perché siamo di fronte a una cosa inquietante, dove un sottosegretario italiano, anche se era del Pd, adesso diventa esponente di un altro governo con cui abbiamo molte cose in comune ma anche interessi confliggenti». Circa 20 deputati del M5s hanno presentato una interrogazione parlamentare, a prima firma Pino Cabras, capogruppo in commissione Esteri, per chiedere «cosa intende fare il governo qualora l'incarico fosse accettato dall'ex sottosegretario Gozi» e se «il governo non intenda intraprendere iniziative, anche applicando quanto disposto dalla legge sulla perdita della cittadinanza».In soccorso di Gozi si sono fiondati gli esponenti più renziani del Pd, come i parlamentari Luciano Nobili, Anna Ascani, Roberto Giachetti, Lia Quartapelle; il segretario di Più Europa, Benedetto Della Vedova; l'ex primo ministro belga Guy Verhofstadt. Dal Pd, però, si è anche alzata la voce critica dell'europarlamentare Carlo Calenda: «Non si entra», ha scritto Calenda su Twitter, «in un governo straniero. Non si tratta di un gruppo di lavoro, ma di ricoprire per due mesi nel governo francese la carica che ha ricoperto nel nostro governo, conoscendo posizioni e interessi anche riservati non sempre coincidenti. Semplicemente non esiste. Conosce o dovrebbe conoscere ogni singola posizione (con relativa strategia di supporto) dell'Italia su dossier che vanno in Ue. Posizioni che non sono sempre coincidenti», ha aggiunto Calenda, «con quelle francesi. Gozi ha sbagliato e la nostra incapacità di riconoscerlo è indice di grave mancanza di buon senso».Da parte sua il diretto interessato, minimizza. «Io sono consigliere per gli affari europei del primo ministro», ha detto Gozi a Radio Cusano Campus, «non è che sono ministro. Macron lo conosco da tantissimi anni, da prima che entrasse in politica, l'ho sempre stimato, è una persona di grande competenza. Mi aspettavo delle critiche, ma sono rimasto sorpreso da tutto questo scalpore». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gozi-al-servizio-dei-francesi-mette-daccordo-m5s-e-fdi-toglietegli-la-cittadinanza-2639580184.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-conte-che-deve-agire-e-ha-una-legge-dalla-sua-parte" data-post-id="2639580184" data-published-at="1769048175" data-use-pagination="False"> È Conte che deve agire. E ha una legge dalla sua parte Tu vuo fa' o' frances'. Ma i soldi per le baguette, chi te li dà? E, soprattutto, la cittadinanza italiana puoi tenerla oppure no? Giorgia Meloni ha indirizzato una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per chiedere che sia revocata a Sandro Gozi, l'ex sottosegretario dem agli Affari europei, che presto diventerà consulente del governo francese per la stessa materia. Non che la passione di Gozi per i macarons e la Tour Eiffel fosse ignota. Alle europee si era candidato in Francia, nelle liste di Emmanuel Macron. Entrare nel gabinetto di Édouard Philippe, però, è un po' troppo persino per uno del Pd, partito sempre più distante dal popolo italiano e sempre più radicato tra le élite transnazionali. Anche il vice di Conte, Luigi Di Maio, ieri mattina si era espresso duramente: «Siamo di fronte a una cosa inquietante, bisogna valutare se togliere la cittadinanza a Gozi». Ma davvero l'Italia può ripudiare questo figlio della Romagna, nato sulle sponde del Rubicone? La risposta non è semplicissima. Si deve sicuramente escludere una revoca automatica della cittadinanza, che è possibile solo se un funzionario italiano accetta un incarico pubblico o si arruola nell'esercito di uno Stato con cui il nostro Paese è in guerra. Ora, che la Francia voglia farci le scarpe è noto. Ma, formalmente, Roma e Parigi sono in pace. L'articolo 12 della legge 91/1992, però, prevede una fattispecie interessante. Stabilisce, infatti, che si possa revocare la cittadinanza a un italiano il quale, avendo accettato una carica pubblica da uno Stato estero, «non ottempera, nel termine fissato, all'intimazione che il governo italiano può rivolgergli di abbandonare» quella carica stessa. Ed è per questo che la Meloni si è rivolta al premier: se Conte ordinasse a Gozi di rinunciare all'incarico e se Gozi non obbedisse, veramente potrebbero esserci gli estremi per revocare la cittadinanza all'esponente piddino. A quel punto, Gozi diventerebbe l'unico migrante accolto da Macron. Ma diverrebbe anche un apolide. E questo potrebbe creare qualche intoppo. L'Italia, infatti, aderisce alla Convenzione sulla riduzione dell'apolidia del 1961. Gli articoli 7 e 8 del testo stabiliscono che uno Stato non può privare un individuo della cittadinanza se ciò ne comporta la riduzione ad apolide. In parole povere, se finisce con il trasformarlo in un uomo che non è cittadino di nessuna nazione. E, a meno che Macron non sia seriamente intenzionato a derogare alla sua severa linea sull'immigrazione, concedendo a Sandrò l'onore di diventare un galletto, quello individuato dalla Convenzione sarebbe proprio il caso di Gozi. Il quale, per di più, potrebbe appellarsi pure alla Costituzione italiana, sulla quale aveva giurato quando era diventato sottosegretario del governo Renzi - avrebbe anche dovuto esercitare la sua funzione «nell'interesse esclusivo della nazione», cosa sulla quale, a questo punto, si potrebbe nutrire più di un dubbio. Ma tant'è... Ebbene, l'articolo 22 della Carta fondamentale della Repubblica sancisce che nessuno può essere privato della cittadinanza «per motivi politici». Dunque, Gozi potrebbe addirittura lamentare una sorta di persecuzione politica da parte dei barbari sovranisti al governo in Italia. E, su tale base, presentare ricorso in tribunale e di lì rivolgersi alla Corte costituzionale. Mentre i tecnici di Palazzo Chigi spulciano i Codici per dirimere l'annosa questione, noialtri, che non siamo giuristi, almeno possiamo sperare una cosa: che Gozi, a differenza dei migranti a Ventimiglia, monsieur le président non ce lo rimandi più indietro.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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