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2019-08-01
Gozi al servizio dei francesi mette d’accordo M5s e Fdi: «Toglietegli la cittadinanza»
Ansa
Francia o Spagna, purché se magna: l'incarico di consulente del governo francese per gli Affari Europei, assegnato a Sandro Gozi, esponente del Partito democratico, prima prodiano doc, poi renziano di ferro, ex sottosegretario con delega proprio agli Affari Europei nei governi presieduti da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, travalica i confini dell'opportunità politica e diventa un caso spinosissimo.
Gozi, che si è candidato alle ultime europee in Francia, nelle liste del partito En Marche del presidente Emmanuel Macron, non è stato eletto (nonostante vada dicendo il contrario), ma potrebbe entrare a far parte del Parlamento europeo il prossimo 31 ottobre, quando gli eurodeputati del Regno Unito, in caso di Brexit, dovranno lasciare l'assemblea. E sarebbe davvero comico vedere uno dei principali nemici dell'uscita di Londra dall'Ue costretto a ringraziare Nigel Farage e soci per avergli tenuto in caldo una poltrona.
Fino ad allora, Gozi sarebbe consulente per gli Affari europei dell'esecutivo francese guidato dal primo ministro Eduarde Philippe. Già due giorni fa, non appena i quotidiani transalpini hanno diffuso la notizia, il leader della Lega, Matteo Salvini, è esploso su Facebook: «Gozi, già sottosegretario agli affari europei con Renzi e Gentiloni», ha scritto il leader della Lega, «con la benedizione di Macron viene ora nominato, stesso ruolo, nel governo francese! Immaginate di chi facesse gli interessi questo personaggio quando era nel governo italiano… Pazzesco, questo è il Pd!».
Dalla critica politica però ieri si è passati a un livello più alto: Fratelli d'Italia ha chiesto al premier Giuseppe Conte di revocare la cittadinanza italiana a Gozi se non rinuncerà all'incarico; Luigi Di Maio e il M5s si sono accodati e perfino Carlo Calenda, del Pd, si è schierato contro il suo «compagno» di partito, che tra l'altro è anche indagato dal tribunale unico della Repubblica di San Marino per una presunta consulenza «fantasma» con la Banca Centrale.
«Egregio presidente del Consiglio», hanno scritto a Conte la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e i deputati Andrea Delmastro delle Vedove, Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli, in una lettera, «le chiediamo di avvisare Sandro Gozi che non sarà tollerata la sua scelta, rispetto alla quale non esiterà alla intimazione di legge e alla consequenziale procedura di revoca della cittadinanza. Le norme sulla cittadinanza italiana precisano che motivo di perdita della nostra cittadinanza possa essere il conseguimento di cariche pubbliche da parte di uno stato estero. Ci appelliamo a lei, presidente Conte», hanno aggiunto i deputati di Fdi, «per impedire a chi abbia avuto la possibilità di accedere a dossier rilevanti per l'interesse nazionale di cambiare casacca impunemente e militare per altre nazioni. È proprio per fare chiarezza su questa vicenda dai contorni inquietanti che abbiamo chiesto di sapere quali dossier abbia trattato Sandro Gozi in Europa ed in particolar modo quali, fra questi, avessero come controparte o cointeressato il governo francese».
«Non ho nulla contro la Francia», ha sottolineato il vicepremier e capo politico del M5s, Luigi Di Maio, «ma bisogna valutare se togliere la cittadinanza a Sandro Gozi.
Se tu lavori per il governo italiano, rappresenti e servi lo stato italiano e poi a un certo punto lo tradisci e ti vai ad arruolare nelle fila di un altro governo come responsabile della politica europea del governo Macron, allora bisogna valutare se togliere la cittadinanza », ha aggiunto Di Maio, «perché siamo di fronte a una cosa inquietante, dove un sottosegretario italiano, anche se era del Pd, adesso diventa esponente di un altro governo con cui abbiamo molte cose in comune ma anche interessi confliggenti».
Circa 20 deputati del M5s hanno presentato una interrogazione parlamentare, a prima firma Pino Cabras, capogruppo in commissione Esteri, per chiedere «cosa intende fare il governo qualora l'incarico fosse accettato dall'ex sottosegretario Gozi» e se «il governo non intenda intraprendere iniziative, anche applicando quanto disposto dalla legge sulla perdita della cittadinanza».
In soccorso di Gozi si sono fiondati gli esponenti più renziani del Pd, come i parlamentari Luciano Nobili, Anna Ascani, Roberto Giachetti, Lia Quartapelle; il segretario di Più Europa, Benedetto Della Vedova; l'ex primo ministro belga Guy Verhofstadt. Dal Pd, però, si è anche alzata la voce critica dell'europarlamentare Carlo Calenda: «Non si entra», ha scritto Calenda su Twitter, «in un governo straniero. Non si tratta di un gruppo di lavoro, ma di ricoprire per due mesi nel governo francese la carica che ha ricoperto nel nostro governo, conoscendo posizioni e interessi anche riservati non sempre coincidenti. Semplicemente non esiste. Conosce o dovrebbe conoscere ogni singola posizione (con relativa strategia di supporto) dell'Italia su dossier che vanno in Ue. Posizioni che non sono sempre coincidenti», ha aggiunto Calenda, «con quelle francesi. Gozi ha sbagliato e la nostra incapacità di riconoscerlo è indice di grave mancanza di buon senso».
Da parte sua il diretto interessato, minimizza. «Io sono consigliere per gli affari europei del primo ministro», ha detto Gozi a Radio Cusano Campus, «non è che sono ministro. Macron lo conosco da tantissimi anni, da prima che entrasse in politica, l'ho sempre stimato, è una persona di grande competenza. Mi aspettavo delle critiche, ma sono rimasto sorpreso da tutto questo scalpore».
È Conte che deve agire. E ha una legge dalla sua parte
Tu vuo fa' o' frances'. Ma i soldi per le baguette, chi te li dà? E, soprattutto, la cittadinanza italiana puoi tenerla oppure no?
Giorgia Meloni ha indirizzato una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per chiedere che sia revocata a Sandro Gozi, l'ex sottosegretario dem agli Affari europei, che presto diventerà consulente del governo francese per la stessa materia. Non che la passione di Gozi per i macarons e la Tour Eiffel fosse ignota. Alle europee si era candidato in Francia, nelle liste di Emmanuel Macron. Entrare nel gabinetto di Édouard Philippe, però, è un po' troppo persino per uno del Pd, partito sempre più distante dal popolo italiano e sempre più radicato tra le élite transnazionali. Anche il vice di Conte, Luigi Di Maio, ieri mattina si era espresso duramente: «Siamo di fronte a una cosa inquietante, bisogna valutare se togliere la cittadinanza a Gozi». Ma davvero l'Italia può ripudiare questo figlio della Romagna, nato sulle sponde del Rubicone? La risposta non è semplicissima.
Si deve sicuramente escludere una revoca automatica della cittadinanza, che è possibile solo se un funzionario italiano accetta un incarico pubblico o si arruola nell'esercito di uno Stato con cui il nostro Paese è in guerra. Ora, che la Francia voglia farci le scarpe è noto. Ma, formalmente, Roma e Parigi sono in pace.
L'articolo 12 della legge 91/1992, però, prevede una fattispecie interessante. Stabilisce, infatti, che si possa revocare la cittadinanza a un italiano il quale, avendo accettato una carica pubblica da uno Stato estero, «non ottempera, nel termine fissato, all'intimazione che il governo italiano può rivolgergli di abbandonare» quella carica stessa. Ed è per questo che la Meloni si è rivolta al premier: se Conte ordinasse a Gozi di rinunciare all'incarico e se Gozi non obbedisse, veramente potrebbero esserci gli estremi per revocare la cittadinanza all'esponente piddino. A quel punto, Gozi diventerebbe l'unico migrante accolto da Macron. Ma diverrebbe anche un apolide. E questo potrebbe creare qualche intoppo.
L'Italia, infatti, aderisce alla Convenzione sulla riduzione dell'apolidia del 1961. Gli articoli 7 e 8 del testo stabiliscono che uno Stato non può privare un individuo della cittadinanza se ciò ne comporta la riduzione ad apolide. In parole povere, se finisce con il trasformarlo in un uomo che non è cittadino di nessuna nazione. E, a meno che Macron non sia seriamente intenzionato a derogare alla sua severa linea sull'immigrazione, concedendo a Sandrò l'onore di diventare un galletto, quello individuato dalla Convenzione sarebbe proprio il caso di Gozi. Il quale, per di più, potrebbe appellarsi pure alla Costituzione italiana, sulla quale aveva giurato quando era diventato sottosegretario del governo Renzi - avrebbe anche dovuto esercitare la sua funzione «nell'interesse esclusivo della nazione», cosa sulla quale, a questo punto, si potrebbe nutrire più di un dubbio. Ma tant'è...
Ebbene, l'articolo 22 della Carta fondamentale della Repubblica sancisce che nessuno può essere privato della cittadinanza «per motivi politici». Dunque, Gozi potrebbe addirittura lamentare una sorta di persecuzione politica da parte dei barbari sovranisti al governo in Italia. E, su tale base, presentare ricorso in tribunale e di lì rivolgersi alla Corte costituzionale.
Mentre i tecnici di Palazzo Chigi spulciano i Codici per dirimere l'annosa questione, noialtri, che non siamo giuristi, almeno possiamo sperare una cosa: che Gozi, a differenza dei migranti a Ventimiglia, monsieur le président non ce lo rimandi più indietro.
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Il dem, indagato a San Marino, lavorerà per il primo ministro Eduarde Philippe. Giorgia Meloni fa appello al governo, Luigi Di Maio: «Valutiamo». Botta di lucidità di Carlo Calenda: «Non esiste».Matteo Orfini prova a dividere il governo: «Una volta Luigi Di Maio gridava in piazza "onestà"». La replica ironica del leader leghista: «Vogliono prendersi quello che non c'è».Lo speciale contiene due articoli.Francia o Spagna, purché se magna: l'incarico di consulente del governo francese per gli Affari Europei, assegnato a Sandro Gozi, esponente del Partito democratico, prima prodiano doc, poi renziano di ferro, ex sottosegretario con delega proprio agli Affari Europei nei governi presieduti da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, travalica i confini dell'opportunità politica e diventa un caso spinosissimo. Gozi, che si è candidato alle ultime europee in Francia, nelle liste del partito En Marche del presidente Emmanuel Macron, non è stato eletto (nonostante vada dicendo il contrario), ma potrebbe entrare a far parte del Parlamento europeo il prossimo 31 ottobre, quando gli eurodeputati del Regno Unito, in caso di Brexit, dovranno lasciare l'assemblea. E sarebbe davvero comico vedere uno dei principali nemici dell'uscita di Londra dall'Ue costretto a ringraziare Nigel Farage e soci per avergli tenuto in caldo una poltrona. Fino ad allora, Gozi sarebbe consulente per gli Affari europei dell'esecutivo francese guidato dal primo ministro Eduarde Philippe. Già due giorni fa, non appena i quotidiani transalpini hanno diffuso la notizia, il leader della Lega, Matteo Salvini, è esploso su Facebook: «Gozi, già sottosegretario agli affari europei con Renzi e Gentiloni», ha scritto il leader della Lega, «con la benedizione di Macron viene ora nominato, stesso ruolo, nel governo francese! Immaginate di chi facesse gli interessi questo personaggio quando era nel governo italiano… Pazzesco, questo è il Pd!».Dalla critica politica però ieri si è passati a un livello più alto: Fratelli d'Italia ha chiesto al premier Giuseppe Conte di revocare la cittadinanza italiana a Gozi se non rinuncerà all'incarico; Luigi Di Maio e il M5s si sono accodati e perfino Carlo Calenda, del Pd, si è schierato contro il suo «compagno» di partito, che tra l'altro è anche indagato dal tribunale unico della Repubblica di San Marino per una presunta consulenza «fantasma» con la Banca Centrale.«Egregio presidente del Consiglio», hanno scritto a Conte la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e i deputati Andrea Delmastro delle Vedove, Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli, in una lettera, «le chiediamo di avvisare Sandro Gozi che non sarà tollerata la sua scelta, rispetto alla quale non esiterà alla intimazione di legge e alla consequenziale procedura di revoca della cittadinanza. Le norme sulla cittadinanza italiana precisano che motivo di perdita della nostra cittadinanza possa essere il conseguimento di cariche pubbliche da parte di uno stato estero. Ci appelliamo a lei, presidente Conte», hanno aggiunto i deputati di Fdi, «per impedire a chi abbia avuto la possibilità di accedere a dossier rilevanti per l'interesse nazionale di cambiare casacca impunemente e militare per altre nazioni. È proprio per fare chiarezza su questa vicenda dai contorni inquietanti che abbiamo chiesto di sapere quali dossier abbia trattato Sandro Gozi in Europa ed in particolar modo quali, fra questi, avessero come controparte o cointeressato il governo francese».«Non ho nulla contro la Francia», ha sottolineato il vicepremier e capo politico del M5s, Luigi Di Maio, «ma bisogna valutare se togliere la cittadinanza a Sandro Gozi. Se tu lavori per il governo italiano, rappresenti e servi lo stato italiano e poi a un certo punto lo tradisci e ti vai ad arruolare nelle fila di un altro governo come responsabile della politica europea del governo Macron, allora bisogna valutare se togliere la cittadinanza », ha aggiunto Di Maio, «perché siamo di fronte a una cosa inquietante, dove un sottosegretario italiano, anche se era del Pd, adesso diventa esponente di un altro governo con cui abbiamo molte cose in comune ma anche interessi confliggenti». Circa 20 deputati del M5s hanno presentato una interrogazione parlamentare, a prima firma Pino Cabras, capogruppo in commissione Esteri, per chiedere «cosa intende fare il governo qualora l'incarico fosse accettato dall'ex sottosegretario Gozi» e se «il governo non intenda intraprendere iniziative, anche applicando quanto disposto dalla legge sulla perdita della cittadinanza».In soccorso di Gozi si sono fiondati gli esponenti più renziani del Pd, come i parlamentari Luciano Nobili, Anna Ascani, Roberto Giachetti, Lia Quartapelle; il segretario di Più Europa, Benedetto Della Vedova; l'ex primo ministro belga Guy Verhofstadt. Dal Pd, però, si è anche alzata la voce critica dell'europarlamentare Carlo Calenda: «Non si entra», ha scritto Calenda su Twitter, «in un governo straniero. Non si tratta di un gruppo di lavoro, ma di ricoprire per due mesi nel governo francese la carica che ha ricoperto nel nostro governo, conoscendo posizioni e interessi anche riservati non sempre coincidenti. Semplicemente non esiste. Conosce o dovrebbe conoscere ogni singola posizione (con relativa strategia di supporto) dell'Italia su dossier che vanno in Ue. Posizioni che non sono sempre coincidenti», ha aggiunto Calenda, «con quelle francesi. Gozi ha sbagliato e la nostra incapacità di riconoscerlo è indice di grave mancanza di buon senso».Da parte sua il diretto interessato, minimizza. «Io sono consigliere per gli affari europei del primo ministro», ha detto Gozi a Radio Cusano Campus, «non è che sono ministro. Macron lo conosco da tantissimi anni, da prima che entrasse in politica, l'ho sempre stimato, è una persona di grande competenza. Mi aspettavo delle critiche, ma sono rimasto sorpreso da tutto questo scalpore». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gozi-al-servizio-dei-francesi-mette-daccordo-m5s-e-fdi-toglietegli-la-cittadinanza-2639580184.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-conte-che-deve-agire-e-ha-una-legge-dalla-sua-parte" data-post-id="2639580184" data-published-at="1774133860" data-use-pagination="False"> È Conte che deve agire. E ha una legge dalla sua parte Tu vuo fa' o' frances'. Ma i soldi per le baguette, chi te li dà? E, soprattutto, la cittadinanza italiana puoi tenerla oppure no? Giorgia Meloni ha indirizzato una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per chiedere che sia revocata a Sandro Gozi, l'ex sottosegretario dem agli Affari europei, che presto diventerà consulente del governo francese per la stessa materia. Non che la passione di Gozi per i macarons e la Tour Eiffel fosse ignota. Alle europee si era candidato in Francia, nelle liste di Emmanuel Macron. Entrare nel gabinetto di Édouard Philippe, però, è un po' troppo persino per uno del Pd, partito sempre più distante dal popolo italiano e sempre più radicato tra le élite transnazionali. Anche il vice di Conte, Luigi Di Maio, ieri mattina si era espresso duramente: «Siamo di fronte a una cosa inquietante, bisogna valutare se togliere la cittadinanza a Gozi». Ma davvero l'Italia può ripudiare questo figlio della Romagna, nato sulle sponde del Rubicone? La risposta non è semplicissima. Si deve sicuramente escludere una revoca automatica della cittadinanza, che è possibile solo se un funzionario italiano accetta un incarico pubblico o si arruola nell'esercito di uno Stato con cui il nostro Paese è in guerra. Ora, che la Francia voglia farci le scarpe è noto. Ma, formalmente, Roma e Parigi sono in pace. L'articolo 12 della legge 91/1992, però, prevede una fattispecie interessante. Stabilisce, infatti, che si possa revocare la cittadinanza a un italiano il quale, avendo accettato una carica pubblica da uno Stato estero, «non ottempera, nel termine fissato, all'intimazione che il governo italiano può rivolgergli di abbandonare» quella carica stessa. Ed è per questo che la Meloni si è rivolta al premier: se Conte ordinasse a Gozi di rinunciare all'incarico e se Gozi non obbedisse, veramente potrebbero esserci gli estremi per revocare la cittadinanza all'esponente piddino. A quel punto, Gozi diventerebbe l'unico migrante accolto da Macron. Ma diverrebbe anche un apolide. E questo potrebbe creare qualche intoppo. L'Italia, infatti, aderisce alla Convenzione sulla riduzione dell'apolidia del 1961. Gli articoli 7 e 8 del testo stabiliscono che uno Stato non può privare un individuo della cittadinanza se ciò ne comporta la riduzione ad apolide. In parole povere, se finisce con il trasformarlo in un uomo che non è cittadino di nessuna nazione. E, a meno che Macron non sia seriamente intenzionato a derogare alla sua severa linea sull'immigrazione, concedendo a Sandrò l'onore di diventare un galletto, quello individuato dalla Convenzione sarebbe proprio il caso di Gozi. Il quale, per di più, potrebbe appellarsi pure alla Costituzione italiana, sulla quale aveva giurato quando era diventato sottosegretario del governo Renzi - avrebbe anche dovuto esercitare la sua funzione «nell'interesse esclusivo della nazione», cosa sulla quale, a questo punto, si potrebbe nutrire più di un dubbio. Ma tant'è... Ebbene, l'articolo 22 della Carta fondamentale della Repubblica sancisce che nessuno può essere privato della cittadinanza «per motivi politici». Dunque, Gozi potrebbe addirittura lamentare una sorta di persecuzione politica da parte dei barbari sovranisti al governo in Italia. E, su tale base, presentare ricorso in tribunale e di lì rivolgersi alla Corte costituzionale. Mentre i tecnici di Palazzo Chigi spulciano i Codici per dirimere l'annosa questione, noialtri, che non siamo giuristi, almeno possiamo sperare una cosa: che Gozi, a differenza dei migranti a Ventimiglia, monsieur le président non ce lo rimandi più indietro.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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