Governo impantanato sul dl Rilancio. Conflitti pure sulle semplificazioni
Il voto previsto venerdì slitta alla prossima settimana. Sparisce l’ipotesi del condono.

Il solito Giuseppe Conte: toni roboanti e annunci pomposi in Aula, ma cedimenti e arretramenti nelle riunioni a porte chiuse con una maggioranza sempre più simile a una polveriera.

Ieri il premier si è presentato alla Camera per il question time, e ha enfaticamente parlato del decreto sulle semplificazioni come della «madre di tutte le riforme»: «Lo ritengo indispensabile per modernizzare l’Italia e far correre tutto il Paese. Ed è per questo che in queste ore ci stiamo confrontando in maniera costruttiva per trovare una soluzione».

Ma il consueto gerundio finale («Ci stiamo confrontando») fa capire che il discorso è tutt’altro che chiuso. Ieri sera non era ancora certa la convocazione del Consiglio dei ministri: potrebbe essere oggi o domani. Intanto, stamattina alle 9.30 dovrebbe svolgersi un ennesimo vertice di maggioranza, dopo le liti esplose negli ultimi incontri intorno alla bozza del provvedimento.

Conte ha già perso la partita dell’articolo 10, che pure ha provato a difendere, ma che alla fine ha dovuto stralciare. Era l’articolo intorno al quale era sorta l’accusa di un condono mascherato: il premier ha sostenuto che il testo avrebbe mantenuto le sanzioni, ha aggiunto che il suggerimento gli veniva da governatori (Conte ha fatto il nome di Stefano Bonaccini), ma ha trovato un muro di grillini, renziani, Pd e Leu, tutti attestati contro l’ipotesi che un Comune possa porre rimedio agli abusi – di fatto – attraverso varianti edilizie. Ieri anche Matteo Renzi si è tolto lo sfizio di infilzare Conte: «Di chi fosse la manina che ha inserito il condono, non ne ho la più pallida idea. So di chi è la manona che l’ha tolta: è anche la nostra. Molto orgoglioso che abbiamo contribuito a cassarla».

Per il resto, rimane l’impianto noto, francamente per nulla ambizioso. Un provvedimento che doveva nascere per imporre il «modello Genova», prevede alla fine un regime più agile appena per un anno, solo fino al 31 luglio 2021, quindi per un arco temporale limitatissimo: un’eccezione, più che una nuova regola. Dopo di che, la via più semplice (affidamento diretto) sarà riservata solo alle micro opere, fino a 150.000 euro: insomma, stiamo pur sempre parlando di interventi piccolissimi. Invece, per la fascia sopra i 150.000, ma comunque al di sotto della cosiddetta «soglia comunitaria», si potrà agire senza bando consultando almeno cinque operatori, secondo un criterio di rotazione degli inviti.

Tornando al braccio di ferro nel corso del vertice, il premier ha detto no alla richiesta di Dario Franceschini di inserire nel provvedimento una parte sulle assunzioni nelle pubbliche amministrazioni. E avrebbe ottenuto, restando in ambito di sburocratizzazione, il mantenimento di una norma a cui tiene: quella che, per gli interventi «sopra soglia» (ma sempre nel solito arco temporale: 31 luglio 2021), prevede una corsia accelerata rispetto alla situazione attuale solo per un elenco di opere di rilevanza nazionale (che dovrà essere redatto da un apposito decreto del presidente del Consiglio su proposta del ministro delle Infrastrutture) «la cui realizzazione è necessaria per il superamento della fase emergenziale o per far fronte agli effetti negativi derivanti dall’emergenza Covid».

Stamattina, dunque, ci sarà un nuovo vertice, nel quale si dovrebbe discutere della parte penale (abuso d’ufficio, danno erariale, eccetera) e dell’eventuale esigenza di commissari per le singole opere. Intanto, passando al decreto Rilancio, la maggioranza è impantanata: del resto, portare in Parlamento un testo di 256 articoli rende tecnicamente non «lavorabile» un decreto. E così inevitabilmente slittano i tempi di approdo in Aula: non più venerdì (quando era prevista la discussione generale), ma realisticamente la prossima settimana. Intanto la commissione Bilancio lavorerà fino alle 20 di stasera.

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