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2023-07-21
Il governo blinda la riforma delle tasse, in Aula va l’autonomia fiscale delle Regioni
Imagoeconomica
Blindata l’autonomia finanziaria delle Regioni. Ieri, durante la Conferenza unificata, si è infatti raggiunto un accordo con il governo sull’introdurre delle modifiche all’interno del testo della delega fiscale per consolidare ulteriormente l’autonomia finanziaria e la piena attuazione del federalismo fiscale.
«La Conferenza vuole insistere perché vengano prese in considerazione e approvati alcuni emendamenti che sono stati depositati e finalizzati a salvaguardare l’attuale livello di autonomia finanziaria regionale potenzialmente comprimibile quando si sostituiscono tributi e addizionali con sovrimposte e compartecipazione», ha dichiarato il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, che ha svolto, a nome della Conferenza delle Regioni, l’audizione in commissione Finanze al Senato sul disegno di legge di delega per la riforma fiscale. Termine, per la presentazione degli emendamenti in Senato, che si concluderà oggi alle 18, dopo lo slittamento deciso nei giorni scorsi dagli stessi capigruppo. Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, ha sottolineato a margine dei lavori della commissione Finanze del Senato che il governo non presenterà emendamenti in questa seconda lettura della delega fiscale. «Poi valuteremo le proposte di modifica di origine parlamentare», ha aggiunto.
In base all’intesa politica il testo della delega fiscale è stato modificato nella prima parte (articoli dall’1 al 13) alla Camera, lasciando invece al Senato il compito di rivedere quelli tra il 14 e il 20. Ieri intanto si è chiusa la discussione generale sulla delega fiscale in commissione Finanze a Palazzo Madama, con le repliche della relatrice Antonella Zedda (Fdi) e del governo con Leo. La prossima settimana la commissione si riunirà per decidere le varie ammissibilità e poi inizieranno le votazioni, che dovrebbero proseguire anche la settimana successiva, visto che l’approdo del testo «in aula al Senato è previsto per i primi di agosto, poi servirà la terza lettura alla Camera», spiega Leo. A Montecitorio il testo dovrebbe infatti arrivare tra il 10 e l’11 agosto in modo da concludere prima della pausa estiva l’approvazione della delega fiscale. Leo è infine intervenuto sulla questione del prelievo forzoso dai conti correnti degli italiani spiegando che «non è assolutamente così perché è sostanzialmente un meccanismo che discende dal Codice di procedura civile e si rende applicabile anche alle altre ipotesi, non solo quando c’è di mezzo lo Stato». L’articolo 16, prosegue il viceministro dell’Economia, è rivolto alla lotta all’evasione fiscale. Nel caso in cui venga accertato il mancato pagamento di imposte, «l’Agenzia delle entrate chiede attraverso procedure informatiche alla banca di fare quello che si chiama il pignoramento presso terzi, una cosa che già esisteva. È rimasto tutto com’è, l’unica cosa è che si accelera, con il procedimento informatico, la verifica se ci sono i soldi e quindi si può fare il pignoramento che andrà a buon fine». Dal governo dunque «no» ad eventuali emendamenti soppressivi, va bene «se c’è da specificare qualcosa», spiega ancora Leo, «ma l’obiettivo è di semplificare, di informatizzare. Questo serve anche all’amministrazione finanziaria: i famosi 1.153 miliardi, si sono fatti perché c’è la farraginosità nel sistema di riscossione, quindi lo dobbiamo rendere più semplice».
Specifiche che potranno riguardare anche la questione della pace fiscale. Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e segretario nazionale di Forza Italia, ieri a 24 Mattino su Radio 24 ha spiegato come «la pace fiscale non è condono, la pace fiscale significa che chi ha sempre pagato e ha avuto problemi con il Fisco a causa della crisi, se paga tutto e subito può avere uno sconto sostanziale, una sorta di concordato che permetta allo Stato di incassare il 60% di ciò che deve se paga subito, ma non un cittadino evasore, un cittadino che non ha potuto pagare per una serie di concause». «Nella delega fiscale», conclude Tajani, «c’è già una parte che va verso il concordato, si può lavorare su questo per vedere se si può migliorare in Parlamento la delega fiscale».
Testo che continua a non piacere all’opposizione e in particolare al M5s che in una nota, subito dopo la conclusione della discussione in commissione Finanze al Senato, ha specificato che non parteciperà «alla discussione generale sulla riforma del governo», dato che «ormai è chiaro che tra irrealizzabili e inique flat tax, inesistenti tagli delle tasse, depenalizzazioni striscianti dei reati tributari, annunci di non meglio precisati condoni o sanatorie, la delega fiscale portata avanti dal governo rappresenta una riforma antiquata, che porta il Paese indietro e mette in pericolo lo stato sociale». Accuse alle quali risponde Marco Osnato (Fdi), presidente della commissione Finanze della Camera: «Portiamo avanti il programma promesso agli italiani: non ci fermeremo davanti alle critiche insensate, spesso orientate solo a far polemica in modo sterile».
Sbloccata la terza rata del Pnrr. In arrivo 35 miliardi entro dicembre
L’increscioso incidente tra Roma e Bruxelles sulla terza rata del Pnrr sembra finalmente avviato a una risoluzione. Nel pomeriggio di ieri, il dipartimento per le Politiche europee di Palazzo Chigi ha emesso un comunicato stampa: «Dopo un’approfondita interlocuzione con la Commissione europea, oggi il governo italiano ha presentato nella riunione della cabina di regia sul Pnrr una richiesta di modifica in materia di riforma degli alloggi per studenti, al fine di inserire una nuova milestone nella quarta rata, chiarire le condizioni e gli obiettivi della misura e correggere alcuni errori materiali. In accordo con la Commissione, le modifiche proposte non avranno alcun impatto sull’importo complessivo dei pagamenti che l’Italia riceverà nel 2023 con la terza e la quarta rata (per un importo totale di 35 miliardi di euro)».
In sintesi, la cabina di regia sul Pnrr, presieduta dal ministro per gli Affari europei, il Sud, le Politiche di coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto, ha deciso di proporre alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen una soluzione che prevede la scomparsa del discusso obiettivo dei 7.500 posti letto in studentato al dicembre 2022, e al suo posto l’inserimento (nella quarta tranche) di un obiettivo diverso: l’avvio entro il 2023 di tutte le procedure per la creazione di 60.000 posti letto universitari in più entro il 2026. Per cui, la terza rata prevederà 54 obiettivi per 18,5 miliardi di euro e sarà pagabile immediatamente, mentre la quarta conterà 28 obiettivi per 16,5 miliardi. Secondo il governo, dunque, il totale di 35 miliardi di euro previsto dal Pnrr per il 2023 sarà incassato per intero. La quota parte di denaro legata ai famigerati 7.500 posti letto viene quindi tolta dalla terza rata e aggiunta alla quarta.
Questa ulteriore proposta di modifica al Pnrr italiano sarà esaminata assieme alle altre dieci modifiche già presentate giorni fa dal governo alla Commissione. Ricordiamo che il pagamento della terza rata dei prestiti era stata bloccata da Bruxelles perché l’obiettivo numerico di assegnazione di posti letto negli alloggi per gli studenti universitari era stato raggiunto, secondo i funzionari europei che chiedevano improbabili autocertificazioni, a febbraio 2023 e non a dicembre 2022 con un artifizio di doppio conteggio.
L’opposizione, naturalmente, grida allo scandalo. Alessandro Zan (Pd) affermava ieri su Twitter: «Dalla terza rata del Pnrr spariscono i fondi per gli alloggi universitari: il governo sceglie di nuovo di lasciare indietro chi è in difficoltà, ora gli studenti che lottano contro il caro affitti e per il diritto allo studio. Questa destra tutela solo evasori e poteri forti».
Sul tema dei Pnrr nazionali interviene però anche Standard & Poor’s, che in un report di ieri afferma che Italia e Spagna avranno bisogno di più tempo, cioè oltre l’attuale scadenza al 2026, per riuscire a spendere i fondi del Recovery & Resilience fund. Alla fine del 2022 i due Paesi avevano realizzato solo il 20% e il 10% rispettivamente dei progetti di spesa. Del resto, dopo decenni in cui alle amministrazioni pubbliche è stato praticamente vietato spendere, la disabitudine a programmare efficacemente la spesa pubblica è diventato un freno evidente.
Ancora più evidente è la natura distorsiva e peregrina di questo immenso baraccone burocratico, sempre più simile a un suk in cui si imbastiscono trattative in cui entra di tutto e di più, considerati i mille tavoli di discussione aperti a Bruxelles. Un obiettivo in più, uno in meno, in cambio di un appoggio del governo a quella direttiva o a quell’aspetto particolare del nuovo Patto di stabilità? Oppure, posticipare questo anticipando quell’altro, in un via vai di priorità vere o presunte su progetti che tengono assieme diavolo e acqua santa, mescolati in un happening dadaista da Cabaret Voltaire.
L’Unione europea si conferma un non luogo, dove si sviluppa una trattativa continua e infinita, ma per arrivare a quale esito finale? Non si sa. Intanto ci siamo goduti (si fa per dire) il paradosso di un piano per sburocratizzare bloccato dalla burocrazia di chi quel piano ha preteso.
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Accordo per modificare la delega e garantire il federalismo finanziario. Maurizio Leo: «Niente emendamenti dell’esecutivo».Sbloccata la terza rata del Pnrr. Intesa con Bruxelles: slitteranno 519 milioni che saranno recuperati a fine anno.Lo speciale contiene due articoli.Blindata l’autonomia finanziaria delle Regioni. Ieri, durante la Conferenza unificata, si è infatti raggiunto un accordo con il governo sull’introdurre delle modifiche all’interno del testo della delega fiscale per consolidare ulteriormente l’autonomia finanziaria e la piena attuazione del federalismo fiscale. «La Conferenza vuole insistere perché vengano prese in considerazione e approvati alcuni emendamenti che sono stati depositati e finalizzati a salvaguardare l’attuale livello di autonomia finanziaria regionale potenzialmente comprimibile quando si sostituiscono tributi e addizionali con sovrimposte e compartecipazione», ha dichiarato il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, che ha svolto, a nome della Conferenza delle Regioni, l’audizione in commissione Finanze al Senato sul disegno di legge di delega per la riforma fiscale. Termine, per la presentazione degli emendamenti in Senato, che si concluderà oggi alle 18, dopo lo slittamento deciso nei giorni scorsi dagli stessi capigruppo. Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, ha sottolineato a margine dei lavori della commissione Finanze del Senato che il governo non presenterà emendamenti in questa seconda lettura della delega fiscale. «Poi valuteremo le proposte di modifica di origine parlamentare», ha aggiunto.In base all’intesa politica il testo della delega fiscale è stato modificato nella prima parte (articoli dall’1 al 13) alla Camera, lasciando invece al Senato il compito di rivedere quelli tra il 14 e il 20. Ieri intanto si è chiusa la discussione generale sulla delega fiscale in commissione Finanze a Palazzo Madama, con le repliche della relatrice Antonella Zedda (Fdi) e del governo con Leo. La prossima settimana la commissione si riunirà per decidere le varie ammissibilità e poi inizieranno le votazioni, che dovrebbero proseguire anche la settimana successiva, visto che l’approdo del testo «in aula al Senato è previsto per i primi di agosto, poi servirà la terza lettura alla Camera», spiega Leo. A Montecitorio il testo dovrebbe infatti arrivare tra il 10 e l’11 agosto in modo da concludere prima della pausa estiva l’approvazione della delega fiscale. Leo è infine intervenuto sulla questione del prelievo forzoso dai conti correnti degli italiani spiegando che «non è assolutamente così perché è sostanzialmente un meccanismo che discende dal Codice di procedura civile e si rende applicabile anche alle altre ipotesi, non solo quando c’è di mezzo lo Stato». L’articolo 16, prosegue il viceministro dell’Economia, è rivolto alla lotta all’evasione fiscale. Nel caso in cui venga accertato il mancato pagamento di imposte, «l’Agenzia delle entrate chiede attraverso procedure informatiche alla banca di fare quello che si chiama il pignoramento presso terzi, una cosa che già esisteva. È rimasto tutto com’è, l’unica cosa è che si accelera, con il procedimento informatico, la verifica se ci sono i soldi e quindi si può fare il pignoramento che andrà a buon fine». Dal governo dunque «no» ad eventuali emendamenti soppressivi, va bene «se c’è da specificare qualcosa», spiega ancora Leo, «ma l’obiettivo è di semplificare, di informatizzare. Questo serve anche all’amministrazione finanziaria: i famosi 1.153 miliardi, si sono fatti perché c’è la farraginosità nel sistema di riscossione, quindi lo dobbiamo rendere più semplice». Specifiche che potranno riguardare anche la questione della pace fiscale. Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e segretario nazionale di Forza Italia, ieri a 24 Mattino su Radio 24 ha spiegato come «la pace fiscale non è condono, la pace fiscale significa che chi ha sempre pagato e ha avuto problemi con il Fisco a causa della crisi, se paga tutto e subito può avere uno sconto sostanziale, una sorta di concordato che permetta allo Stato di incassare il 60% di ciò che deve se paga subito, ma non un cittadino evasore, un cittadino che non ha potuto pagare per una serie di concause». «Nella delega fiscale», conclude Tajani, «c’è già una parte che va verso il concordato, si può lavorare su questo per vedere se si può migliorare in Parlamento la delega fiscale». Testo che continua a non piacere all’opposizione e in particolare al M5s che in una nota, subito dopo la conclusione della discussione in commissione Finanze al Senato, ha specificato che non parteciperà «alla discussione generale sulla riforma del governo», dato che «ormai è chiaro che tra irrealizzabili e inique flat tax, inesistenti tagli delle tasse, depenalizzazioni striscianti dei reati tributari, annunci di non meglio precisati condoni o sanatorie, la delega fiscale portata avanti dal governo rappresenta una riforma antiquata, che porta il Paese indietro e mette in pericolo lo stato sociale». Accuse alle quali risponde Marco Osnato (Fdi), presidente della commissione Finanze della Camera: «Portiamo avanti il programma promesso agli italiani: non ci fermeremo davanti alle critiche insensate, spesso orientate solo a far polemica in modo sterile».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-blinda-riforma-tasse-2662321108.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sbloccata-la-terza-rata-del-pnrr-in-arrivo-35-miliardi-entro-dicembre" data-post-id="2662321108" data-published-at="1689945368" data-use-pagination="False"> Sbloccata la terza rata del Pnrr. In arrivo 35 miliardi entro dicembre L’increscioso incidente tra Roma e Bruxelles sulla terza rata del Pnrr sembra finalmente avviato a una risoluzione. Nel pomeriggio di ieri, il dipartimento per le Politiche europee di Palazzo Chigi ha emesso un comunicato stampa: «Dopo un’approfondita interlocuzione con la Commissione europea, oggi il governo italiano ha presentato nella riunione della cabina di regia sul Pnrr una richiesta di modifica in materia di riforma degli alloggi per studenti, al fine di inserire una nuova milestone nella quarta rata, chiarire le condizioni e gli obiettivi della misura e correggere alcuni errori materiali. In accordo con la Commissione, le modifiche proposte non avranno alcun impatto sull’importo complessivo dei pagamenti che l’Italia riceverà nel 2023 con la terza e la quarta rata (per un importo totale di 35 miliardi di euro)». In sintesi, la cabina di regia sul Pnrr, presieduta dal ministro per gli Affari europei, il Sud, le Politiche di coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto, ha deciso di proporre alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen una soluzione che prevede la scomparsa del discusso obiettivo dei 7.500 posti letto in studentato al dicembre 2022, e al suo posto l’inserimento (nella quarta tranche) di un obiettivo diverso: l’avvio entro il 2023 di tutte le procedure per la creazione di 60.000 posti letto universitari in più entro il 2026. Per cui, la terza rata prevederà 54 obiettivi per 18,5 miliardi di euro e sarà pagabile immediatamente, mentre la quarta conterà 28 obiettivi per 16,5 miliardi. Secondo il governo, dunque, il totale di 35 miliardi di euro previsto dal Pnrr per il 2023 sarà incassato per intero. La quota parte di denaro legata ai famigerati 7.500 posti letto viene quindi tolta dalla terza rata e aggiunta alla quarta. Questa ulteriore proposta di modifica al Pnrr italiano sarà esaminata assieme alle altre dieci modifiche già presentate giorni fa dal governo alla Commissione. Ricordiamo che il pagamento della terza rata dei prestiti era stata bloccata da Bruxelles perché l’obiettivo numerico di assegnazione di posti letto negli alloggi per gli studenti universitari era stato raggiunto, secondo i funzionari europei che chiedevano improbabili autocertificazioni, a febbraio 2023 e non a dicembre 2022 con un artifizio di doppio conteggio. L’opposizione, naturalmente, grida allo scandalo. Alessandro Zan (Pd) affermava ieri su Twitter: «Dalla terza rata del Pnrr spariscono i fondi per gli alloggi universitari: il governo sceglie di nuovo di lasciare indietro chi è in difficoltà, ora gli studenti che lottano contro il caro affitti e per il diritto allo studio. Questa destra tutela solo evasori e poteri forti». Sul tema dei Pnrr nazionali interviene però anche Standard & Poor’s, che in un report di ieri afferma che Italia e Spagna avranno bisogno di più tempo, cioè oltre l’attuale scadenza al 2026, per riuscire a spendere i fondi del Recovery & Resilience fund. Alla fine del 2022 i due Paesi avevano realizzato solo il 20% e il 10% rispettivamente dei progetti di spesa. Del resto, dopo decenni in cui alle amministrazioni pubbliche è stato praticamente vietato spendere, la disabitudine a programmare efficacemente la spesa pubblica è diventato un freno evidente. Ancora più evidente è la natura distorsiva e peregrina di questo immenso baraccone burocratico, sempre più simile a un suk in cui si imbastiscono trattative in cui entra di tutto e di più, considerati i mille tavoli di discussione aperti a Bruxelles. Un obiettivo in più, uno in meno, in cambio di un appoggio del governo a quella direttiva o a quell’aspetto particolare del nuovo Patto di stabilità? Oppure, posticipare questo anticipando quell’altro, in un via vai di priorità vere o presunte su progetti che tengono assieme diavolo e acqua santa, mescolati in un happening dadaista da Cabaret Voltaire. L’Unione europea si conferma un non luogo, dove si sviluppa una trattativa continua e infinita, ma per arrivare a quale esito finale? Non si sa. Intanto ci siamo goduti (si fa per dire) il paradosso di un piano per sburocratizzare bloccato dalla burocrazia di chi quel piano ha preteso.
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
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