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2023-07-21
Il governo blinda la riforma delle tasse, in Aula va l’autonomia fiscale delle Regioni
Imagoeconomica
Blindata l’autonomia finanziaria delle Regioni. Ieri, durante la Conferenza unificata, si è infatti raggiunto un accordo con il governo sull’introdurre delle modifiche all’interno del testo della delega fiscale per consolidare ulteriormente l’autonomia finanziaria e la piena attuazione del federalismo fiscale.
«La Conferenza vuole insistere perché vengano prese in considerazione e approvati alcuni emendamenti che sono stati depositati e finalizzati a salvaguardare l’attuale livello di autonomia finanziaria regionale potenzialmente comprimibile quando si sostituiscono tributi e addizionali con sovrimposte e compartecipazione», ha dichiarato il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, che ha svolto, a nome della Conferenza delle Regioni, l’audizione in commissione Finanze al Senato sul disegno di legge di delega per la riforma fiscale. Termine, per la presentazione degli emendamenti in Senato, che si concluderà oggi alle 18, dopo lo slittamento deciso nei giorni scorsi dagli stessi capigruppo. Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, ha sottolineato a margine dei lavori della commissione Finanze del Senato che il governo non presenterà emendamenti in questa seconda lettura della delega fiscale. «Poi valuteremo le proposte di modifica di origine parlamentare», ha aggiunto.
In base all’intesa politica il testo della delega fiscale è stato modificato nella prima parte (articoli dall’1 al 13) alla Camera, lasciando invece al Senato il compito di rivedere quelli tra il 14 e il 20. Ieri intanto si è chiusa la discussione generale sulla delega fiscale in commissione Finanze a Palazzo Madama, con le repliche della relatrice Antonella Zedda (Fdi) e del governo con Leo. La prossima settimana la commissione si riunirà per decidere le varie ammissibilità e poi inizieranno le votazioni, che dovrebbero proseguire anche la settimana successiva, visto che l’approdo del testo «in aula al Senato è previsto per i primi di agosto, poi servirà la terza lettura alla Camera», spiega Leo. A Montecitorio il testo dovrebbe infatti arrivare tra il 10 e l’11 agosto in modo da concludere prima della pausa estiva l’approvazione della delega fiscale. Leo è infine intervenuto sulla questione del prelievo forzoso dai conti correnti degli italiani spiegando che «non è assolutamente così perché è sostanzialmente un meccanismo che discende dal Codice di procedura civile e si rende applicabile anche alle altre ipotesi, non solo quando c’è di mezzo lo Stato». L’articolo 16, prosegue il viceministro dell’Economia, è rivolto alla lotta all’evasione fiscale. Nel caso in cui venga accertato il mancato pagamento di imposte, «l’Agenzia delle entrate chiede attraverso procedure informatiche alla banca di fare quello che si chiama il pignoramento presso terzi, una cosa che già esisteva. È rimasto tutto com’è, l’unica cosa è che si accelera, con il procedimento informatico, la verifica se ci sono i soldi e quindi si può fare il pignoramento che andrà a buon fine». Dal governo dunque «no» ad eventuali emendamenti soppressivi, va bene «se c’è da specificare qualcosa», spiega ancora Leo, «ma l’obiettivo è di semplificare, di informatizzare. Questo serve anche all’amministrazione finanziaria: i famosi 1.153 miliardi, si sono fatti perché c’è la farraginosità nel sistema di riscossione, quindi lo dobbiamo rendere più semplice».
Specifiche che potranno riguardare anche la questione della pace fiscale. Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e segretario nazionale di Forza Italia, ieri a 24 Mattino su Radio 24 ha spiegato come «la pace fiscale non è condono, la pace fiscale significa che chi ha sempre pagato e ha avuto problemi con il Fisco a causa della crisi, se paga tutto e subito può avere uno sconto sostanziale, una sorta di concordato che permetta allo Stato di incassare il 60% di ciò che deve se paga subito, ma non un cittadino evasore, un cittadino che non ha potuto pagare per una serie di concause». «Nella delega fiscale», conclude Tajani, «c’è già una parte che va verso il concordato, si può lavorare su questo per vedere se si può migliorare in Parlamento la delega fiscale».
Testo che continua a non piacere all’opposizione e in particolare al M5s che in una nota, subito dopo la conclusione della discussione in commissione Finanze al Senato, ha specificato che non parteciperà «alla discussione generale sulla riforma del governo», dato che «ormai è chiaro che tra irrealizzabili e inique flat tax, inesistenti tagli delle tasse, depenalizzazioni striscianti dei reati tributari, annunci di non meglio precisati condoni o sanatorie, la delega fiscale portata avanti dal governo rappresenta una riforma antiquata, che porta il Paese indietro e mette in pericolo lo stato sociale». Accuse alle quali risponde Marco Osnato (Fdi), presidente della commissione Finanze della Camera: «Portiamo avanti il programma promesso agli italiani: non ci fermeremo davanti alle critiche insensate, spesso orientate solo a far polemica in modo sterile».
Sbloccata la terza rata del Pnrr. In arrivo 35 miliardi entro dicembre
L’increscioso incidente tra Roma e Bruxelles sulla terza rata del Pnrr sembra finalmente avviato a una risoluzione. Nel pomeriggio di ieri, il dipartimento per le Politiche europee di Palazzo Chigi ha emesso un comunicato stampa: «Dopo un’approfondita interlocuzione con la Commissione europea, oggi il governo italiano ha presentato nella riunione della cabina di regia sul Pnrr una richiesta di modifica in materia di riforma degli alloggi per studenti, al fine di inserire una nuova milestone nella quarta rata, chiarire le condizioni e gli obiettivi della misura e correggere alcuni errori materiali. In accordo con la Commissione, le modifiche proposte non avranno alcun impatto sull’importo complessivo dei pagamenti che l’Italia riceverà nel 2023 con la terza e la quarta rata (per un importo totale di 35 miliardi di euro)».
In sintesi, la cabina di regia sul Pnrr, presieduta dal ministro per gli Affari europei, il Sud, le Politiche di coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto, ha deciso di proporre alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen una soluzione che prevede la scomparsa del discusso obiettivo dei 7.500 posti letto in studentato al dicembre 2022, e al suo posto l’inserimento (nella quarta tranche) di un obiettivo diverso: l’avvio entro il 2023 di tutte le procedure per la creazione di 60.000 posti letto universitari in più entro il 2026. Per cui, la terza rata prevederà 54 obiettivi per 18,5 miliardi di euro e sarà pagabile immediatamente, mentre la quarta conterà 28 obiettivi per 16,5 miliardi. Secondo il governo, dunque, il totale di 35 miliardi di euro previsto dal Pnrr per il 2023 sarà incassato per intero. La quota parte di denaro legata ai famigerati 7.500 posti letto viene quindi tolta dalla terza rata e aggiunta alla quarta.
Questa ulteriore proposta di modifica al Pnrr italiano sarà esaminata assieme alle altre dieci modifiche già presentate giorni fa dal governo alla Commissione. Ricordiamo che il pagamento della terza rata dei prestiti era stata bloccata da Bruxelles perché l’obiettivo numerico di assegnazione di posti letto negli alloggi per gli studenti universitari era stato raggiunto, secondo i funzionari europei che chiedevano improbabili autocertificazioni, a febbraio 2023 e non a dicembre 2022 con un artifizio di doppio conteggio.
L’opposizione, naturalmente, grida allo scandalo. Alessandro Zan (Pd) affermava ieri su Twitter: «Dalla terza rata del Pnrr spariscono i fondi per gli alloggi universitari: il governo sceglie di nuovo di lasciare indietro chi è in difficoltà, ora gli studenti che lottano contro il caro affitti e per il diritto allo studio. Questa destra tutela solo evasori e poteri forti».
Sul tema dei Pnrr nazionali interviene però anche Standard & Poor’s, che in un report di ieri afferma che Italia e Spagna avranno bisogno di più tempo, cioè oltre l’attuale scadenza al 2026, per riuscire a spendere i fondi del Recovery & Resilience fund. Alla fine del 2022 i due Paesi avevano realizzato solo il 20% e il 10% rispettivamente dei progetti di spesa. Del resto, dopo decenni in cui alle amministrazioni pubbliche è stato praticamente vietato spendere, la disabitudine a programmare efficacemente la spesa pubblica è diventato un freno evidente.
Ancora più evidente è la natura distorsiva e peregrina di questo immenso baraccone burocratico, sempre più simile a un suk in cui si imbastiscono trattative in cui entra di tutto e di più, considerati i mille tavoli di discussione aperti a Bruxelles. Un obiettivo in più, uno in meno, in cambio di un appoggio del governo a quella direttiva o a quell’aspetto particolare del nuovo Patto di stabilità? Oppure, posticipare questo anticipando quell’altro, in un via vai di priorità vere o presunte su progetti che tengono assieme diavolo e acqua santa, mescolati in un happening dadaista da Cabaret Voltaire.
L’Unione europea si conferma un non luogo, dove si sviluppa una trattativa continua e infinita, ma per arrivare a quale esito finale? Non si sa. Intanto ci siamo goduti (si fa per dire) il paradosso di un piano per sburocratizzare bloccato dalla burocrazia di chi quel piano ha preteso.
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Accordo per modificare la delega e garantire il federalismo finanziario. Maurizio Leo: «Niente emendamenti dell’esecutivo».Sbloccata la terza rata del Pnrr. Intesa con Bruxelles: slitteranno 519 milioni che saranno recuperati a fine anno.Lo speciale contiene due articoli.Blindata l’autonomia finanziaria delle Regioni. Ieri, durante la Conferenza unificata, si è infatti raggiunto un accordo con il governo sull’introdurre delle modifiche all’interno del testo della delega fiscale per consolidare ulteriormente l’autonomia finanziaria e la piena attuazione del federalismo fiscale. «La Conferenza vuole insistere perché vengano prese in considerazione e approvati alcuni emendamenti che sono stati depositati e finalizzati a salvaguardare l’attuale livello di autonomia finanziaria regionale potenzialmente comprimibile quando si sostituiscono tributi e addizionali con sovrimposte e compartecipazione», ha dichiarato il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, che ha svolto, a nome della Conferenza delle Regioni, l’audizione in commissione Finanze al Senato sul disegno di legge di delega per la riforma fiscale. Termine, per la presentazione degli emendamenti in Senato, che si concluderà oggi alle 18, dopo lo slittamento deciso nei giorni scorsi dagli stessi capigruppo. Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, ha sottolineato a margine dei lavori della commissione Finanze del Senato che il governo non presenterà emendamenti in questa seconda lettura della delega fiscale. «Poi valuteremo le proposte di modifica di origine parlamentare», ha aggiunto.In base all’intesa politica il testo della delega fiscale è stato modificato nella prima parte (articoli dall’1 al 13) alla Camera, lasciando invece al Senato il compito di rivedere quelli tra il 14 e il 20. Ieri intanto si è chiusa la discussione generale sulla delega fiscale in commissione Finanze a Palazzo Madama, con le repliche della relatrice Antonella Zedda (Fdi) e del governo con Leo. La prossima settimana la commissione si riunirà per decidere le varie ammissibilità e poi inizieranno le votazioni, che dovrebbero proseguire anche la settimana successiva, visto che l’approdo del testo «in aula al Senato è previsto per i primi di agosto, poi servirà la terza lettura alla Camera», spiega Leo. A Montecitorio il testo dovrebbe infatti arrivare tra il 10 e l’11 agosto in modo da concludere prima della pausa estiva l’approvazione della delega fiscale. Leo è infine intervenuto sulla questione del prelievo forzoso dai conti correnti degli italiani spiegando che «non è assolutamente così perché è sostanzialmente un meccanismo che discende dal Codice di procedura civile e si rende applicabile anche alle altre ipotesi, non solo quando c’è di mezzo lo Stato». L’articolo 16, prosegue il viceministro dell’Economia, è rivolto alla lotta all’evasione fiscale. Nel caso in cui venga accertato il mancato pagamento di imposte, «l’Agenzia delle entrate chiede attraverso procedure informatiche alla banca di fare quello che si chiama il pignoramento presso terzi, una cosa che già esisteva. È rimasto tutto com’è, l’unica cosa è che si accelera, con il procedimento informatico, la verifica se ci sono i soldi e quindi si può fare il pignoramento che andrà a buon fine». Dal governo dunque «no» ad eventuali emendamenti soppressivi, va bene «se c’è da specificare qualcosa», spiega ancora Leo, «ma l’obiettivo è di semplificare, di informatizzare. Questo serve anche all’amministrazione finanziaria: i famosi 1.153 miliardi, si sono fatti perché c’è la farraginosità nel sistema di riscossione, quindi lo dobbiamo rendere più semplice». Specifiche che potranno riguardare anche la questione della pace fiscale. Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e segretario nazionale di Forza Italia, ieri a 24 Mattino su Radio 24 ha spiegato come «la pace fiscale non è condono, la pace fiscale significa che chi ha sempre pagato e ha avuto problemi con il Fisco a causa della crisi, se paga tutto e subito può avere uno sconto sostanziale, una sorta di concordato che permetta allo Stato di incassare il 60% di ciò che deve se paga subito, ma non un cittadino evasore, un cittadino che non ha potuto pagare per una serie di concause». «Nella delega fiscale», conclude Tajani, «c’è già una parte che va verso il concordato, si può lavorare su questo per vedere se si può migliorare in Parlamento la delega fiscale». Testo che continua a non piacere all’opposizione e in particolare al M5s che in una nota, subito dopo la conclusione della discussione in commissione Finanze al Senato, ha specificato che non parteciperà «alla discussione generale sulla riforma del governo», dato che «ormai è chiaro che tra irrealizzabili e inique flat tax, inesistenti tagli delle tasse, depenalizzazioni striscianti dei reati tributari, annunci di non meglio precisati condoni o sanatorie, la delega fiscale portata avanti dal governo rappresenta una riforma antiquata, che porta il Paese indietro e mette in pericolo lo stato sociale». Accuse alle quali risponde Marco Osnato (Fdi), presidente della commissione Finanze della Camera: «Portiamo avanti il programma promesso agli italiani: non ci fermeremo davanti alle critiche insensate, spesso orientate solo a far polemica in modo sterile».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-blinda-riforma-tasse-2662321108.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sbloccata-la-terza-rata-del-pnrr-in-arrivo-35-miliardi-entro-dicembre" data-post-id="2662321108" data-published-at="1689945368" data-use-pagination="False"> Sbloccata la terza rata del Pnrr. In arrivo 35 miliardi entro dicembre L’increscioso incidente tra Roma e Bruxelles sulla terza rata del Pnrr sembra finalmente avviato a una risoluzione. Nel pomeriggio di ieri, il dipartimento per le Politiche europee di Palazzo Chigi ha emesso un comunicato stampa: «Dopo un’approfondita interlocuzione con la Commissione europea, oggi il governo italiano ha presentato nella riunione della cabina di regia sul Pnrr una richiesta di modifica in materia di riforma degli alloggi per studenti, al fine di inserire una nuova milestone nella quarta rata, chiarire le condizioni e gli obiettivi della misura e correggere alcuni errori materiali. In accordo con la Commissione, le modifiche proposte non avranno alcun impatto sull’importo complessivo dei pagamenti che l’Italia riceverà nel 2023 con la terza e la quarta rata (per un importo totale di 35 miliardi di euro)». In sintesi, la cabina di regia sul Pnrr, presieduta dal ministro per gli Affari europei, il Sud, le Politiche di coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto, ha deciso di proporre alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen una soluzione che prevede la scomparsa del discusso obiettivo dei 7.500 posti letto in studentato al dicembre 2022, e al suo posto l’inserimento (nella quarta tranche) di un obiettivo diverso: l’avvio entro il 2023 di tutte le procedure per la creazione di 60.000 posti letto universitari in più entro il 2026. Per cui, la terza rata prevederà 54 obiettivi per 18,5 miliardi di euro e sarà pagabile immediatamente, mentre la quarta conterà 28 obiettivi per 16,5 miliardi. Secondo il governo, dunque, il totale di 35 miliardi di euro previsto dal Pnrr per il 2023 sarà incassato per intero. La quota parte di denaro legata ai famigerati 7.500 posti letto viene quindi tolta dalla terza rata e aggiunta alla quarta. Questa ulteriore proposta di modifica al Pnrr italiano sarà esaminata assieme alle altre dieci modifiche già presentate giorni fa dal governo alla Commissione. Ricordiamo che il pagamento della terza rata dei prestiti era stata bloccata da Bruxelles perché l’obiettivo numerico di assegnazione di posti letto negli alloggi per gli studenti universitari era stato raggiunto, secondo i funzionari europei che chiedevano improbabili autocertificazioni, a febbraio 2023 e non a dicembre 2022 con un artifizio di doppio conteggio. L’opposizione, naturalmente, grida allo scandalo. Alessandro Zan (Pd) affermava ieri su Twitter: «Dalla terza rata del Pnrr spariscono i fondi per gli alloggi universitari: il governo sceglie di nuovo di lasciare indietro chi è in difficoltà, ora gli studenti che lottano contro il caro affitti e per il diritto allo studio. Questa destra tutela solo evasori e poteri forti». Sul tema dei Pnrr nazionali interviene però anche Standard & Poor’s, che in un report di ieri afferma che Italia e Spagna avranno bisogno di più tempo, cioè oltre l’attuale scadenza al 2026, per riuscire a spendere i fondi del Recovery & Resilience fund. Alla fine del 2022 i due Paesi avevano realizzato solo il 20% e il 10% rispettivamente dei progetti di spesa. Del resto, dopo decenni in cui alle amministrazioni pubbliche è stato praticamente vietato spendere, la disabitudine a programmare efficacemente la spesa pubblica è diventato un freno evidente. Ancora più evidente è la natura distorsiva e peregrina di questo immenso baraccone burocratico, sempre più simile a un suk in cui si imbastiscono trattative in cui entra di tutto e di più, considerati i mille tavoli di discussione aperti a Bruxelles. Un obiettivo in più, uno in meno, in cambio di un appoggio del governo a quella direttiva o a quell’aspetto particolare del nuovo Patto di stabilità? Oppure, posticipare questo anticipando quell’altro, in un via vai di priorità vere o presunte su progetti che tengono assieme diavolo e acqua santa, mescolati in un happening dadaista da Cabaret Voltaire. L’Unione europea si conferma un non luogo, dove si sviluppa una trattativa continua e infinita, ma per arrivare a quale esito finale? Non si sa. Intanto ci siamo goduti (si fa per dire) il paradosso di un piano per sburocratizzare bloccato dalla burocrazia di chi quel piano ha preteso.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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