True
2023-07-21
Il governo blinda la riforma delle tasse, in Aula va l’autonomia fiscale delle Regioni
Imagoeconomica
Blindata l’autonomia finanziaria delle Regioni. Ieri, durante la Conferenza unificata, si è infatti raggiunto un accordo con il governo sull’introdurre delle modifiche all’interno del testo della delega fiscale per consolidare ulteriormente l’autonomia finanziaria e la piena attuazione del federalismo fiscale.
«La Conferenza vuole insistere perché vengano prese in considerazione e approvati alcuni emendamenti che sono stati depositati e finalizzati a salvaguardare l’attuale livello di autonomia finanziaria regionale potenzialmente comprimibile quando si sostituiscono tributi e addizionali con sovrimposte e compartecipazione», ha dichiarato il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, che ha svolto, a nome della Conferenza delle Regioni, l’audizione in commissione Finanze al Senato sul disegno di legge di delega per la riforma fiscale. Termine, per la presentazione degli emendamenti in Senato, che si concluderà oggi alle 18, dopo lo slittamento deciso nei giorni scorsi dagli stessi capigruppo. Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, ha sottolineato a margine dei lavori della commissione Finanze del Senato che il governo non presenterà emendamenti in questa seconda lettura della delega fiscale. «Poi valuteremo le proposte di modifica di origine parlamentare», ha aggiunto.
In base all’intesa politica il testo della delega fiscale è stato modificato nella prima parte (articoli dall’1 al 13) alla Camera, lasciando invece al Senato il compito di rivedere quelli tra il 14 e il 20. Ieri intanto si è chiusa la discussione generale sulla delega fiscale in commissione Finanze a Palazzo Madama, con le repliche della relatrice Antonella Zedda (Fdi) e del governo con Leo. La prossima settimana la commissione si riunirà per decidere le varie ammissibilità e poi inizieranno le votazioni, che dovrebbero proseguire anche la settimana successiva, visto che l’approdo del testo «in aula al Senato è previsto per i primi di agosto, poi servirà la terza lettura alla Camera», spiega Leo. A Montecitorio il testo dovrebbe infatti arrivare tra il 10 e l’11 agosto in modo da concludere prima della pausa estiva l’approvazione della delega fiscale. Leo è infine intervenuto sulla questione del prelievo forzoso dai conti correnti degli italiani spiegando che «non è assolutamente così perché è sostanzialmente un meccanismo che discende dal Codice di procedura civile e si rende applicabile anche alle altre ipotesi, non solo quando c’è di mezzo lo Stato». L’articolo 16, prosegue il viceministro dell’Economia, è rivolto alla lotta all’evasione fiscale. Nel caso in cui venga accertato il mancato pagamento di imposte, «l’Agenzia delle entrate chiede attraverso procedure informatiche alla banca di fare quello che si chiama il pignoramento presso terzi, una cosa che già esisteva. È rimasto tutto com’è, l’unica cosa è che si accelera, con il procedimento informatico, la verifica se ci sono i soldi e quindi si può fare il pignoramento che andrà a buon fine». Dal governo dunque «no» ad eventuali emendamenti soppressivi, va bene «se c’è da specificare qualcosa», spiega ancora Leo, «ma l’obiettivo è di semplificare, di informatizzare. Questo serve anche all’amministrazione finanziaria: i famosi 1.153 miliardi, si sono fatti perché c’è la farraginosità nel sistema di riscossione, quindi lo dobbiamo rendere più semplice».
Specifiche che potranno riguardare anche la questione della pace fiscale. Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e segretario nazionale di Forza Italia, ieri a 24 Mattino su Radio 24 ha spiegato come «la pace fiscale non è condono, la pace fiscale significa che chi ha sempre pagato e ha avuto problemi con il Fisco a causa della crisi, se paga tutto e subito può avere uno sconto sostanziale, una sorta di concordato che permetta allo Stato di incassare il 60% di ciò che deve se paga subito, ma non un cittadino evasore, un cittadino che non ha potuto pagare per una serie di concause». «Nella delega fiscale», conclude Tajani, «c’è già una parte che va verso il concordato, si può lavorare su questo per vedere se si può migliorare in Parlamento la delega fiscale».
Testo che continua a non piacere all’opposizione e in particolare al M5s che in una nota, subito dopo la conclusione della discussione in commissione Finanze al Senato, ha specificato che non parteciperà «alla discussione generale sulla riforma del governo», dato che «ormai è chiaro che tra irrealizzabili e inique flat tax, inesistenti tagli delle tasse, depenalizzazioni striscianti dei reati tributari, annunci di non meglio precisati condoni o sanatorie, la delega fiscale portata avanti dal governo rappresenta una riforma antiquata, che porta il Paese indietro e mette in pericolo lo stato sociale». Accuse alle quali risponde Marco Osnato (Fdi), presidente della commissione Finanze della Camera: «Portiamo avanti il programma promesso agli italiani: non ci fermeremo davanti alle critiche insensate, spesso orientate solo a far polemica in modo sterile».
Sbloccata la terza rata del Pnrr. In arrivo 35 miliardi entro dicembre
L’increscioso incidente tra Roma e Bruxelles sulla terza rata del Pnrr sembra finalmente avviato a una risoluzione. Nel pomeriggio di ieri, il dipartimento per le Politiche europee di Palazzo Chigi ha emesso un comunicato stampa: «Dopo un’approfondita interlocuzione con la Commissione europea, oggi il governo italiano ha presentato nella riunione della cabina di regia sul Pnrr una richiesta di modifica in materia di riforma degli alloggi per studenti, al fine di inserire una nuova milestone nella quarta rata, chiarire le condizioni e gli obiettivi della misura e correggere alcuni errori materiali. In accordo con la Commissione, le modifiche proposte non avranno alcun impatto sull’importo complessivo dei pagamenti che l’Italia riceverà nel 2023 con la terza e la quarta rata (per un importo totale di 35 miliardi di euro)».
In sintesi, la cabina di regia sul Pnrr, presieduta dal ministro per gli Affari europei, il Sud, le Politiche di coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto, ha deciso di proporre alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen una soluzione che prevede la scomparsa del discusso obiettivo dei 7.500 posti letto in studentato al dicembre 2022, e al suo posto l’inserimento (nella quarta tranche) di un obiettivo diverso: l’avvio entro il 2023 di tutte le procedure per la creazione di 60.000 posti letto universitari in più entro il 2026. Per cui, la terza rata prevederà 54 obiettivi per 18,5 miliardi di euro e sarà pagabile immediatamente, mentre la quarta conterà 28 obiettivi per 16,5 miliardi. Secondo il governo, dunque, il totale di 35 miliardi di euro previsto dal Pnrr per il 2023 sarà incassato per intero. La quota parte di denaro legata ai famigerati 7.500 posti letto viene quindi tolta dalla terza rata e aggiunta alla quarta.
Questa ulteriore proposta di modifica al Pnrr italiano sarà esaminata assieme alle altre dieci modifiche già presentate giorni fa dal governo alla Commissione. Ricordiamo che il pagamento della terza rata dei prestiti era stata bloccata da Bruxelles perché l’obiettivo numerico di assegnazione di posti letto negli alloggi per gli studenti universitari era stato raggiunto, secondo i funzionari europei che chiedevano improbabili autocertificazioni, a febbraio 2023 e non a dicembre 2022 con un artifizio di doppio conteggio.
L’opposizione, naturalmente, grida allo scandalo. Alessandro Zan (Pd) affermava ieri su Twitter: «Dalla terza rata del Pnrr spariscono i fondi per gli alloggi universitari: il governo sceglie di nuovo di lasciare indietro chi è in difficoltà, ora gli studenti che lottano contro il caro affitti e per il diritto allo studio. Questa destra tutela solo evasori e poteri forti».
Sul tema dei Pnrr nazionali interviene però anche Standard & Poor’s, che in un report di ieri afferma che Italia e Spagna avranno bisogno di più tempo, cioè oltre l’attuale scadenza al 2026, per riuscire a spendere i fondi del Recovery & Resilience fund. Alla fine del 2022 i due Paesi avevano realizzato solo il 20% e il 10% rispettivamente dei progetti di spesa. Del resto, dopo decenni in cui alle amministrazioni pubbliche è stato praticamente vietato spendere, la disabitudine a programmare efficacemente la spesa pubblica è diventato un freno evidente.
Ancora più evidente è la natura distorsiva e peregrina di questo immenso baraccone burocratico, sempre più simile a un suk in cui si imbastiscono trattative in cui entra di tutto e di più, considerati i mille tavoli di discussione aperti a Bruxelles. Un obiettivo in più, uno in meno, in cambio di un appoggio del governo a quella direttiva o a quell’aspetto particolare del nuovo Patto di stabilità? Oppure, posticipare questo anticipando quell’altro, in un via vai di priorità vere o presunte su progetti che tengono assieme diavolo e acqua santa, mescolati in un happening dadaista da Cabaret Voltaire.
L’Unione europea si conferma un non luogo, dove si sviluppa una trattativa continua e infinita, ma per arrivare a quale esito finale? Non si sa. Intanto ci siamo goduti (si fa per dire) il paradosso di un piano per sburocratizzare bloccato dalla burocrazia di chi quel piano ha preteso.
Continua a leggereRiduci
Accordo per modificare la delega e garantire il federalismo finanziario. Maurizio Leo: «Niente emendamenti dell’esecutivo».Sbloccata la terza rata del Pnrr. Intesa con Bruxelles: slitteranno 519 milioni che saranno recuperati a fine anno.Lo speciale contiene due articoli.Blindata l’autonomia finanziaria delle Regioni. Ieri, durante la Conferenza unificata, si è infatti raggiunto un accordo con il governo sull’introdurre delle modifiche all’interno del testo della delega fiscale per consolidare ulteriormente l’autonomia finanziaria e la piena attuazione del federalismo fiscale. «La Conferenza vuole insistere perché vengano prese in considerazione e approvati alcuni emendamenti che sono stati depositati e finalizzati a salvaguardare l’attuale livello di autonomia finanziaria regionale potenzialmente comprimibile quando si sostituiscono tributi e addizionali con sovrimposte e compartecipazione», ha dichiarato il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, che ha svolto, a nome della Conferenza delle Regioni, l’audizione in commissione Finanze al Senato sul disegno di legge di delega per la riforma fiscale. Termine, per la presentazione degli emendamenti in Senato, che si concluderà oggi alle 18, dopo lo slittamento deciso nei giorni scorsi dagli stessi capigruppo. Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, ha sottolineato a margine dei lavori della commissione Finanze del Senato che il governo non presenterà emendamenti in questa seconda lettura della delega fiscale. «Poi valuteremo le proposte di modifica di origine parlamentare», ha aggiunto.In base all’intesa politica il testo della delega fiscale è stato modificato nella prima parte (articoli dall’1 al 13) alla Camera, lasciando invece al Senato il compito di rivedere quelli tra il 14 e il 20. Ieri intanto si è chiusa la discussione generale sulla delega fiscale in commissione Finanze a Palazzo Madama, con le repliche della relatrice Antonella Zedda (Fdi) e del governo con Leo. La prossima settimana la commissione si riunirà per decidere le varie ammissibilità e poi inizieranno le votazioni, che dovrebbero proseguire anche la settimana successiva, visto che l’approdo del testo «in aula al Senato è previsto per i primi di agosto, poi servirà la terza lettura alla Camera», spiega Leo. A Montecitorio il testo dovrebbe infatti arrivare tra il 10 e l’11 agosto in modo da concludere prima della pausa estiva l’approvazione della delega fiscale. Leo è infine intervenuto sulla questione del prelievo forzoso dai conti correnti degli italiani spiegando che «non è assolutamente così perché è sostanzialmente un meccanismo che discende dal Codice di procedura civile e si rende applicabile anche alle altre ipotesi, non solo quando c’è di mezzo lo Stato». L’articolo 16, prosegue il viceministro dell’Economia, è rivolto alla lotta all’evasione fiscale. Nel caso in cui venga accertato il mancato pagamento di imposte, «l’Agenzia delle entrate chiede attraverso procedure informatiche alla banca di fare quello che si chiama il pignoramento presso terzi, una cosa che già esisteva. È rimasto tutto com’è, l’unica cosa è che si accelera, con il procedimento informatico, la verifica se ci sono i soldi e quindi si può fare il pignoramento che andrà a buon fine». Dal governo dunque «no» ad eventuali emendamenti soppressivi, va bene «se c’è da specificare qualcosa», spiega ancora Leo, «ma l’obiettivo è di semplificare, di informatizzare. Questo serve anche all’amministrazione finanziaria: i famosi 1.153 miliardi, si sono fatti perché c’è la farraginosità nel sistema di riscossione, quindi lo dobbiamo rendere più semplice». Specifiche che potranno riguardare anche la questione della pace fiscale. Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e segretario nazionale di Forza Italia, ieri a 24 Mattino su Radio 24 ha spiegato come «la pace fiscale non è condono, la pace fiscale significa che chi ha sempre pagato e ha avuto problemi con il Fisco a causa della crisi, se paga tutto e subito può avere uno sconto sostanziale, una sorta di concordato che permetta allo Stato di incassare il 60% di ciò che deve se paga subito, ma non un cittadino evasore, un cittadino che non ha potuto pagare per una serie di concause». «Nella delega fiscale», conclude Tajani, «c’è già una parte che va verso il concordato, si può lavorare su questo per vedere se si può migliorare in Parlamento la delega fiscale». Testo che continua a non piacere all’opposizione e in particolare al M5s che in una nota, subito dopo la conclusione della discussione in commissione Finanze al Senato, ha specificato che non parteciperà «alla discussione generale sulla riforma del governo», dato che «ormai è chiaro che tra irrealizzabili e inique flat tax, inesistenti tagli delle tasse, depenalizzazioni striscianti dei reati tributari, annunci di non meglio precisati condoni o sanatorie, la delega fiscale portata avanti dal governo rappresenta una riforma antiquata, che porta il Paese indietro e mette in pericolo lo stato sociale». Accuse alle quali risponde Marco Osnato (Fdi), presidente della commissione Finanze della Camera: «Portiamo avanti il programma promesso agli italiani: non ci fermeremo davanti alle critiche insensate, spesso orientate solo a far polemica in modo sterile».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-blinda-riforma-tasse-2662321108.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sbloccata-la-terza-rata-del-pnrr-in-arrivo-35-miliardi-entro-dicembre" data-post-id="2662321108" data-published-at="1689945368" data-use-pagination="False"> Sbloccata la terza rata del Pnrr. In arrivo 35 miliardi entro dicembre L’increscioso incidente tra Roma e Bruxelles sulla terza rata del Pnrr sembra finalmente avviato a una risoluzione. Nel pomeriggio di ieri, il dipartimento per le Politiche europee di Palazzo Chigi ha emesso un comunicato stampa: «Dopo un’approfondita interlocuzione con la Commissione europea, oggi il governo italiano ha presentato nella riunione della cabina di regia sul Pnrr una richiesta di modifica in materia di riforma degli alloggi per studenti, al fine di inserire una nuova milestone nella quarta rata, chiarire le condizioni e gli obiettivi della misura e correggere alcuni errori materiali. In accordo con la Commissione, le modifiche proposte non avranno alcun impatto sull’importo complessivo dei pagamenti che l’Italia riceverà nel 2023 con la terza e la quarta rata (per un importo totale di 35 miliardi di euro)». In sintesi, la cabina di regia sul Pnrr, presieduta dal ministro per gli Affari europei, il Sud, le Politiche di coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto, ha deciso di proporre alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen una soluzione che prevede la scomparsa del discusso obiettivo dei 7.500 posti letto in studentato al dicembre 2022, e al suo posto l’inserimento (nella quarta tranche) di un obiettivo diverso: l’avvio entro il 2023 di tutte le procedure per la creazione di 60.000 posti letto universitari in più entro il 2026. Per cui, la terza rata prevederà 54 obiettivi per 18,5 miliardi di euro e sarà pagabile immediatamente, mentre la quarta conterà 28 obiettivi per 16,5 miliardi. Secondo il governo, dunque, il totale di 35 miliardi di euro previsto dal Pnrr per il 2023 sarà incassato per intero. La quota parte di denaro legata ai famigerati 7.500 posti letto viene quindi tolta dalla terza rata e aggiunta alla quarta. Questa ulteriore proposta di modifica al Pnrr italiano sarà esaminata assieme alle altre dieci modifiche già presentate giorni fa dal governo alla Commissione. Ricordiamo che il pagamento della terza rata dei prestiti era stata bloccata da Bruxelles perché l’obiettivo numerico di assegnazione di posti letto negli alloggi per gli studenti universitari era stato raggiunto, secondo i funzionari europei che chiedevano improbabili autocertificazioni, a febbraio 2023 e non a dicembre 2022 con un artifizio di doppio conteggio. L’opposizione, naturalmente, grida allo scandalo. Alessandro Zan (Pd) affermava ieri su Twitter: «Dalla terza rata del Pnrr spariscono i fondi per gli alloggi universitari: il governo sceglie di nuovo di lasciare indietro chi è in difficoltà, ora gli studenti che lottano contro il caro affitti e per il diritto allo studio. Questa destra tutela solo evasori e poteri forti». Sul tema dei Pnrr nazionali interviene però anche Standard & Poor’s, che in un report di ieri afferma che Italia e Spagna avranno bisogno di più tempo, cioè oltre l’attuale scadenza al 2026, per riuscire a spendere i fondi del Recovery & Resilience fund. Alla fine del 2022 i due Paesi avevano realizzato solo il 20% e il 10% rispettivamente dei progetti di spesa. Del resto, dopo decenni in cui alle amministrazioni pubbliche è stato praticamente vietato spendere, la disabitudine a programmare efficacemente la spesa pubblica è diventato un freno evidente. Ancora più evidente è la natura distorsiva e peregrina di questo immenso baraccone burocratico, sempre più simile a un suk in cui si imbastiscono trattative in cui entra di tutto e di più, considerati i mille tavoli di discussione aperti a Bruxelles. Un obiettivo in più, uno in meno, in cambio di un appoggio del governo a quella direttiva o a quell’aspetto particolare del nuovo Patto di stabilità? Oppure, posticipare questo anticipando quell’altro, in un via vai di priorità vere o presunte su progetti che tengono assieme diavolo e acqua santa, mescolati in un happening dadaista da Cabaret Voltaire. L’Unione europea si conferma un non luogo, dove si sviluppa una trattativa continua e infinita, ma per arrivare a quale esito finale? Non si sa. Intanto ci siamo goduti (si fa per dire) il paradosso di un piano per sburocratizzare bloccato dalla burocrazia di chi quel piano ha preteso.
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
iStock
Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
Continua a leggereRiduci
Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
Continua a leggereRiduci