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2026-01-28
Gli effetti del disgelo in Minnesota: Walz arresta i sovversivi
Donald Trump (Ansa)
Ricordiamo che, l’altro ieri, il presidente americano ha inviato in Minnesota Tom Homan: l’attuale responsabile delle frontiere statunitensi che prenderà adesso le redini delle operazioni anti clandestini in loco, riferendo direttamente alla Casa Bianca. Al contempo, è stato reso noto che il comandante della Border Patrol, Greg Bovino, lascerà Minneapolis, mentre il commissario della medesima agenzia, Rodney Scott, affiancherà Homan nel suo nuovo incarico. Si tratta di un duro colpo per il segretario alla Sicurezza interna, Kristi Noem, che è di fatto stata scavalcata dalla Casa Bianca. Non a caso, lunedì sera, la diretta interessata ha chiesto e ottenuto un incontro a porte chiuse con Trump nello studio ovale. Non si sa che cosa si siano detti, ma è possibile ipotizzare che il colloquio, definito «schietto» da alcune fonti ascoltate dalla Cnn, non sia stato troppo amichevole.
Del resto, già nei mesi scorsi, erano emersi dei dissidi tra la Noem e Homan. Quest’ultimo ritiene infatti che, nelle espulsioni, vada data la precedenza ai clandestini con precedenti penali; la Noem, al contrario, si è posta degli obiettivi più ampi: il che ha finito col sovraccaricare di lavoro gli agenti federali. Non solo. Sembra che tra i due si registrassero delle tensioni anche sul fronte della comunicazione: molto enfatica quella della Noem, più asciutta quella di Homan. Tutto questo mentre, secondo la Cnn, Trump si sarebbe irritato per le critiche ricevute dopo la morte di Alex Pretti: il che avrebbe avuto un peso significativo nella decisione di inviare Homan in Minnesota e di silurare Bovino, scavalcando il Dipartimento di sicurezza interna.
Homan rappresenta quindi la figura chiave del compromesso raggiunto da Trump e Walz. Da una parte, il presidente americano mantiene la linea dura contro i clandestini con precedenti penali, chiedendo che la polizia locale cooperi con gli agenti federali e che consegni gli immigrati irregolari sotto la sua custodia: uno scenario, questo, che, se dovesse concretizzarsi, significherà la fine della «giurisdizione santuario» finora in vigore nella città di Minneapolis. Dall’altra parte, Walz dovrebbe ottenere una riduzione del personale dell’Ice, oltreché il via libera a un’indagine sulla morte di Pretti che sia aperta alla partecipazione di funzionari statali. In questo quadro, ieri, Walz ha avuto un incontro con Homan, chiedendogli inchieste imparziali sulle sparatorie dei giorni scorsi e una diminuzione del numero di federali presenti sul territorio. Nell’occasione, i due si sono inoltre impegnati a cooperare per raggiungere gli «obiettivi» concordati dal governatore con Trump, il quale, ieri, si è detto «molto triste» per la morte di Pretti, garantendo che «supervisionerà» l’indagine sul suo caso.
Sarà un caso ma, già lunedì sera, la polizia locale ha iniziato ad arrestare i manifestanti anti Ice. È successo a 30 chilometri dal centro di Minneapolis, nella cittadina di Maple Grove, dove alcuni dimostranti si erano radunati davanti a un hotel, in cui si riteneva alloggiasse Bovino, lasciandosi andare a lanci di oggetti e ad atti di vandalismo. «L’attività non era più considerata pacifica. Gli individui che partecipavano ad atti criminali non erano protetti dal Primo emendamento ed erano soggetti ad arresto», ha dichiarato il dipartimento di polizia locale dopo l’operazione: operazione che, secondo Fox News, avrebbe ricevuto l’assistenza della Minnesota State Patrol. Segno del fatto che, forse, il compromesso tra Trump e Walz abbia già cominciato a funzionare.
Ma la battaglia politica continua a infuriare sul piano nazionale. I senatori dem hanno minacciato di non votare un pacchetto per il finanziamento del governo federale, a meno che non vengano eliminati gli stanziamenti a favore del Dipartimento per la sicurezza interna. Se questo dovesse accadere, sabato scatterebbe uno shutdown parziale. Non solo. Alcuni parlamentari dem hanno anche invocato un impeachment contro una Noem che, almeno ufficialmente, continua a godere della fiducia di Trump, sebbene l’invio di Homan in Minnesota sembri dimostrare il contrario. Del resto, non c’è ancora nulla di certo. Ma, negli ultimi giorni, il futuro politico del segretario alla Sicurezza interna si è fatto decisamente più traballante. Nel frattempo, un giudice ha ordinato al direttore dell’Ice di comparire dopodomani in tribunale per presunto oltraggio alla Corte. Infine, ieri gli agenti federali di frontiera in Arizona hanno sparato a un uomo, che versa in condizioni critiche. In serata, non erano ancora note dinamica e motivazioni dell’episodio.
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Donald Trump definisce «molto triste» la morte di Pretti, mentre la polizia statale inizia a fermare i manifestanti anti federali.La situazione inizia a sbloccarsi in Minnesota. Ieri, Donald Trump ha definito «molto interessanti» le conversazioni da lui avute con il governatore dello Stato, Tim Walz, e con il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey. «Sono state ottime telefonate, vediamo come verranno riportate. Ma sono state telefonate molto gentili, molto rispettose», ha dichiarato il presidente, per poi aggiungere: «In realtà, sono state entrambe conversazioni fantastiche». «Ciò di cui abbiamo bisogno sono i loro criminali. Sapete, loro hanno dei criminali e tutto quello che ho detto è: dateci i vostri criminali. E se ci date i criminali, tutto finirà», ha proseguito. «Chiedo unità. So che mio marito, il presidente, ha avuto una bellissima telefonata ieri con il governatore e il sindaco, e stanno lavorando insieme per rendere la situazione pacifica e senza disordini», ha affermato, dal canto suo, la first lady, Melania Trump, riferendosi alla situazione a Minneapolis.Ricordiamo che, l’altro ieri, il presidente americano ha inviato in Minnesota Tom Homan: l’attuale responsabile delle frontiere statunitensi che prenderà adesso le redini delle operazioni anti clandestini in loco, riferendo direttamente alla Casa Bianca. Al contempo, è stato reso noto che il comandante della Border Patrol, Greg Bovino, lascerà Minneapolis, mentre il commissario della medesima agenzia, Rodney Scott, affiancherà Homan nel suo nuovo incarico. Si tratta di un duro colpo per il segretario alla Sicurezza interna, Kristi Noem, che è di fatto stata scavalcata dalla Casa Bianca. Non a caso, lunedì sera, la diretta interessata ha chiesto e ottenuto un incontro a porte chiuse con Trump nello studio ovale. Non si sa che cosa si siano detti, ma è possibile ipotizzare che il colloquio, definito «schietto» da alcune fonti ascoltate dalla Cnn, non sia stato troppo amichevole.Del resto, già nei mesi scorsi, erano emersi dei dissidi tra la Noem e Homan. Quest’ultimo ritiene infatti che, nelle espulsioni, vada data la precedenza ai clandestini con precedenti penali; la Noem, al contrario, si è posta degli obiettivi più ampi: il che ha finito col sovraccaricare di lavoro gli agenti federali. Non solo. Sembra che tra i due si registrassero delle tensioni anche sul fronte della comunicazione: molto enfatica quella della Noem, più asciutta quella di Homan. Tutto questo mentre, secondo la Cnn, Trump si sarebbe irritato per le critiche ricevute dopo la morte di Alex Pretti: il che avrebbe avuto un peso significativo nella decisione di inviare Homan in Minnesota e di silurare Bovino, scavalcando il Dipartimento di sicurezza interna.Homan rappresenta quindi la figura chiave del compromesso raggiunto da Trump e Walz. Da una parte, il presidente americano mantiene la linea dura contro i clandestini con precedenti penali, chiedendo che la polizia locale cooperi con gli agenti federali e che consegni gli immigrati irregolari sotto la sua custodia: uno scenario, questo, che, se dovesse concretizzarsi, significherà la fine della «giurisdizione santuario» finora in vigore nella città di Minneapolis. Dall’altra parte, Walz dovrebbe ottenere una riduzione del personale dell’Ice, oltreché il via libera a un’indagine sulla morte di Pretti che sia aperta alla partecipazione di funzionari statali. In questo quadro, ieri, Walz ha avuto un incontro con Homan, chiedendogli inchieste imparziali sulle sparatorie dei giorni scorsi e una diminuzione del numero di federali presenti sul territorio. Nell’occasione, i due si sono inoltre impegnati a cooperare per raggiungere gli «obiettivi» concordati dal governatore con Trump, il quale, ieri, si è detto «molto triste» per la morte di Pretti, garantendo che «supervisionerà» l’indagine sul suo caso.Sarà un caso ma, già lunedì sera, la polizia locale ha iniziato ad arrestare i manifestanti anti Ice. È successo a 30 chilometri dal centro di Minneapolis, nella cittadina di Maple Grove, dove alcuni dimostranti si erano radunati davanti a un hotel, in cui si riteneva alloggiasse Bovino, lasciandosi andare a lanci di oggetti e ad atti di vandalismo. «L’attività non era più considerata pacifica. Gli individui che partecipavano ad atti criminali non erano protetti dal Primo emendamento ed erano soggetti ad arresto», ha dichiarato il dipartimento di polizia locale dopo l’operazione: operazione che, secondo Fox News, avrebbe ricevuto l’assistenza della Minnesota State Patrol. Segno del fatto che, forse, il compromesso tra Trump e Walz abbia già cominciato a funzionare.Ma la battaglia politica continua a infuriare sul piano nazionale. I senatori dem hanno minacciato di non votare un pacchetto per il finanziamento del governo federale, a meno che non vengano eliminati gli stanziamenti a favore del Dipartimento per la sicurezza interna. Se questo dovesse accadere, sabato scatterebbe uno shutdown parziale. Non solo. Alcuni parlamentari dem hanno anche invocato un impeachment contro una Noem che, almeno ufficialmente, continua a godere della fiducia di Trump, sebbene l’invio di Homan in Minnesota sembri dimostrare il contrario. Del resto, non c’è ancora nulla di certo. Ma, negli ultimi giorni, il futuro politico del segretario alla Sicurezza interna si è fatto decisamente più traballante. Nel frattempo, un giudice ha ordinato al direttore dell’Ice di comparire dopodomani in tribunale per presunto oltraggio alla Corte. Infine, ieri gli agenti federali di frontiera in Arizona hanno sparato a un uomo, che versa in condizioni critiche. In serata, non erano ancora note dinamica e motivazioni dell’episodio.
Getty Images
È così? Per capirlo bisogna tornare indietro di qualche puntata, in una «serie» che ne ha già mandate in onda diverse. Tutto nasce infatti dal proliferare di siti pirata e accessi irregolari agli eventi, soprattutto le partite di calcio, a pagamento.
L’Autorità garante delle comunicazioni e la Lega Calcio avevano chiesto mesi fa a Cloudflare di deindicizzare i trasgressori e fornire i dati relativi ai clienti che le provano tutte per bypassare illegalmente gli abbonamenti. Insomma, stoppare le piattaforme abusive.
Detta così, può sembrare un’operazione banale e condivisibile, il punto è che bloccare o censurare un’applicazione non rientra tra le attività della società californiana che anzi preferisce tenersene ben lontana. Seguendo le indicazioni Agcom, sarebbero i provider stessi a fermare i contenuti segnalati da privati senza nessuna supervisione giudiziaria. Insomma si prenderebbero tutta la responsabilità della scelta. Cloudflare -così spiegano dal quartier generale di San Francisco - subirebbe, come altre aziende del settore, un potente disincentivo economico a investire in Italia: cosa che, si suppone, un governo sia interessato a evitare.
Senza contare che, se dovesse cedere al pressing dell’authority italiana, la piattaforma americana sarebbe sommersa da richieste analoghe in arrivo da mezzo mondo.
Non solo. C’è anche una questione tecnica dirimente. L’operazione chiesta a più ripresa dall’Agcom agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi mette a rischio anche siti e app che lavorano nel pieno rispetto delle regole. Come ne uscirebbe la reputazione di una delle azienda leader per la connettività globale?
Senza dimenticare che l’ammontare stesso della multa è considerato sproporzionato. In Italia, Cloudflare gestisce infrastrutture critiche per e-commerce, piattaforme di servizi digitali e siti istituzionali, certo, ma le entrate nel Belpaese non superano gli 8 milioni. Una sanzione pari all’1% del fatturato mondiale appare oggettivamente fuori scala.
Per questo a gennaio, a multa fresca, Prince aveva minacciato di interrompere i servizi di sicurezza informatica pro bono da diversi milioni di dollari assicurati all’Italia, compresi quelli per le allora imminenti Olimpiadi di Milano-Cortina. Si era rischiato un incidente geopolitico con tanto di coinvolgimento di Elon Musk e del vicepresidente americano Vance. Ma poi i toni si sono placati. C’è stata una sorta di tregua olimpica che, adesso, a Giochi conclusi, termina ufficialmente con l’annuncio della presentazione del ricorso al Tar.
Oltre ai punti di merito visti prima la multinazionale Usa dovrebbe anche ricordare che a fine 2025, il Consiglio di Stato aveva ordinato all’Agcom di condividere i documenti su cui si basa il sistema Piracy Shield. Parliamo della piattaforma online gestita dalla stessa authority che ha l’obiettivo di bloccare in tempo reale i siti web e gli indirizzi IP che trasmettono illegalmente eventi sportivi in diretta. Quelli che Cloudflare, appunto, avrebbe dovuto segnalargli.
Ecco, secondo i manager sella società di San Francisco, quell’ordinanza non è mai stata rispettata. Anzi. Cloudflare avrebbe potuto consultare solo un numero assai limitato di atti esclusivamente attraverso legali esterni. Dove? Per la sede sarebbero stati scelti gli uffici distaccati dell’authority a Napoli e comunque con la supervisione di funzionari della stessa agenzia. Una sorta di corsa ad ostacoli.
Perché un comportamento così ostativo? Come è stata possibile una tale mancanza di trasparenza? Per giunta con la necessità di avere dei controllori all’atto della consultazione? Anche per questo in California, la decisione di fare ricorso al Tar è sembrata praticamente obbligata.
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Sea eye
Una frase che rovescia l’impianto della contestazione amministrativa. Ma solo in parte.
Per capire il senso della decisione bisogna partire da cosa veniva contestato alla nave. Nel ricorso contro il fermo, l’Ong elencava cinque contestazioni: la presunta illegittimità della procedura sanzionatoria, il difetto di motivazione e di proporzionalità del fermo, rivendicava il «mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche», confutava la contestazione di non avere fornito le informazioni richieste dall’autorità italiana e di non essersi uniformata alle indicazioni ricevute, e infine respingeva la violazione legata al fatto di non avere raggiunto «senza ritardo il porto di Taranto», indicato come place of safety. La sentenza non dà ragione alla Ong su tutta la linea. Il giudice ha rigettato la «violazione degli obblighi di motivazione» del fermo e del principio di proporzionalità della sanzione. Che risultano regolari. La sentenza boccia anche la tesi sulla carenza di giurisdizione italiana: «Il fatto […] pur avvenuto in alto mare, diviene rilevante per l’ordinamento giuridico italiano» e, una volta richiesto il porto di sbarco all’autorità italiana, «il comandante della nave si è assoggettato alle norme italiane». Poi però arriva il rovesciamento. Il giudice premette che l’opposizione è comunque fondata nel merito e spiega dove sarebbe crollato il provvedimento della Prefettura. Il perno è l’onere della prova. La sentenza richiama un principio definito come «unanimemente acquisito». Ed è questo: «Nei giudizi di opposizione a sanzione amministrativa, l’onere di dimostrare l’effettiva consumazione dell’illecito amministrativo, ove il fatto sia contestato, grava integralmente sull’autorità amministrativa». E subito dopo cala la lama: «L’onere in questione non può dirsi assolto nel caso di specie». È qui che la decisione fa una giravolta. Lo Stato, per il tribunale, aveva titolo per intervenire, ma non ha portato in tribunale abbastanza prove. La prima contestazione affrontata nel merito riguarda il mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche per l’assegnazione del porto di sbarco. Dalla documentazione, scrive il tribunale, «si evince chiaramente che alle autorità libiche sono state inviate» delle «email» per segnalare l’evento. Era il 14 giugno 2025. Da Tripoli non arrivò alcuna risposta. La nave, secondo la Prefettura, non avrebbe quindi fornito le informazioni richieste dalle autorità italiane e non si sarebbe uniformata alle indicazioni ricevute. Inoltre, non avrebbe raggiunto senza ritardo Taranto, individuato come porto sicuro. Anche qui il giudice sta dalla parte della Sea Eye 5. Scrive che «il comandante ha sempre dato risposta ad ogni richiesta». Eccetto una. Che appare anche particolarmente grave: «Non è stato in grado» di selezionare «le persone maggiormente vulnerabili» a causa «dell’elevato numero delle persone a bordo (ben 62)» e delle «gravissime condizioni» in cui versavano. La sentenza richiama una mail del 15 giugno in cui il comandante segnalava «persone ustionate, disidratate, in ipotermia e con bruciature e inalazioni da carburante», aggiungendo che «i naufraghi si trovavano in mare da oltre 48 ore». Qui, però, a fronte dell’incapacità in capo al comandante, ci sarebbe un secondo gap della Prefettura: «L’amministrazione» non avrebbe «dato prova del fatto che le persone salvate, una volta sbarcate, non versavano nelle condizioni dichiarate». Sul porto di Taranto, il giudice scrive che la situazione era aggravata anche dalla «carenza d’acqua» e che questa circostanza contribuiva a rendere impossibile raggiungere Taranto, giudicato «troppo distante». Da qui il cambio di rotta: «È stato solo a seguito del dialogo intercorso tra le parti, a fronte delle difficoltà ed esigenze palesate dal comandante, che (l’autorità, ndr) provvedeva ad assegnare il più vicino porto di Pozzallo». La conseguenza è scolpita in una frase: «Il mancato raggiungimento del porto di Taranto non è stato frutto di una ingiustificata disobbedienza, bensì delle comunicazioni intercorse tra la nave e l’autorità italiana». La contestazione secondo cui la Sea Eye 5 non avrebbe fornito le informazioni richieste o si sarebbe rifiutata di uniformarsi alle indicazioni ricevute «non appare corretta». Sostenere il contrario, secondo il giudice, «equivarrebbe ad affermare che il comandante di una nave», unico ad avere esperienza diretta della situazione di bordo, non avrebbe avuto «la possibilità di palesare le concrete difficoltà pratiche di eseguire una data indicazione» e sarebbe stato costretto a eseguire «passivamente» ordini che avrebbero potuto mettere in pericolo «la vita propria, dell’equipaggio e dei naufraghi salvati». Ed è così che il fermo cade. La Ong passa l’esame, ma non a pieni voti: «Sono ravvisabili delle ragioni sufficienti per l’accoglimento della proposta opposizione».
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Nel riquadro, l'istituto Sassetti-Peruzzi (Istock)
Una iniziativa che la scuola, nota in zona per il suo approccio multiculturale, aveva da subito rivendicato con orgoglio. «La scelta di rispondere positivamente alla richiesta degli studenti di poter usufruire di uno spazio quotidiano per il momento di preghiera nel periodo di Ramadan non è stata ideologica né tantomeno politica»: così il dirigente scolastico, Osvaldo Di Cuffa, in un comunicato pubblicato sull’account social dell’istituto. «Solo una risposta concreta a una esigenza di una parte degli studenti». Nessuna moschea o luogo di culto, aveva precisato, ma semplicemente uno spazio non utilizzato che la scuola ha deciso di dedicare a quanti volessero fare le loro preghiere. Questo perché una risposta negativa, aveva aggiunto Di Cuffa, «avrebbe potuto portare molti ragazzi ad assentarsi per parecchi giorni. Con questa soluzione, invece, si è inteso garantire il diritto allo studio in modo semplice e nel rispetto di tutti. Senza esibizionismi o clamori».
Poi però gli spazi sono diventati due, perché con l’islam ogni eccezione ne trascina con sé un’altra. Ragazze e ragazzi non possono certo pregare insieme quindi, oltre a consentire loro di restare fuori dall’aula dai 15 ai 30 minuti per pregare, e dici poco, la scuola ha dovuto organizzare non uno ma ben due spazi. Una scelta che ha sollevato nuove polemiche. «La cosa ancora più incredibile e surreale», scrivono in una nota, consiglieri regionali di Fratelli d’Italia Jacopo Cellai e Matteo Zoppini (componente della commissione Cultura), «è che lo sdoppiamento dell’aula non sarebbe nemmeno frutto di una richiesta diretta degli studenti, ma un’iniziativa autonoma dell’istituto per prevenire polemiche sulle discriminazioni di genere. Una decisione che fa capire a che punto si sia arrivati pur di compiacere certi ambienti e che testimonia la totale genuflessione alla cultura islamica da parte di chi dovrebbe invece rappresentare tutti».
La notizia arriva dopo che, un paio di settimane fa, il Comune di Firenze aveva detto no a una mozione partita da Noi moderati tesa a reintrodurre il presepe e il crocifisso nelle scuole. Una bocciatura decisa proprio in nome della laicità della scuola. Ma a chi rimbrotta il Sassetti-Peruzzi sul punto, chiedendo di rimettere il crocifisso, «integrare vuol dire aggiungere, non annullare una (religione) rispetto all’altra» scrive il capogruppo della Lega Guglielmo Mossuto, il dirigente ha la foto pronta. Eccolo lì il crocifisso, appeso sopra l’orologio nel corridoio. In attesa di capire come Palazzo Vecchio intenda conciliare la scelta dell’istituto con la recente battaglia a favore della laicità, se alcuni si schierano con il dirigente scolastico altri parlano di asservimento all’islam e di danno agli studenti di famiglie islamiche che non vogliono conformarsi al dogma.
«Se un ragazzo stava intraprendendo un percorso di laicizzazione o di adesione ai valori civili occidentali, l’istituzione scolastica, concedendo l’aula per la preghiera, lo ha tradito», scrive Francesco Gorini su La Firenze che vorrei. «Lo ha ricacciato forzatamente nell’alveo dell’appartenenza religiosa proprio nella scuola, che avrebbe dovuto essere lo spazio neutro della sua emancipazione».
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(Ansa)
Per gli altri cinque indagati sempre del reparto delle malattie infettive dell’ospedale di Ravenna (più, di recente, una dottoressa si è trasferita a Forlì), è scattato, anche in questo caso per 10 mesi, il divieto di occuparsi dei certificati per l’idoneità ai Cpr, centri di permanenza per i rimpatri.
Sulla base delle verifiche della polizia, i pm Daniele Barberini e Angela Scorza, titolari del fascicolo, avevano chiesto per tutti gli otto sanitari indagati (accusati di falso ideologico continuato e di interruzione di pubblico servizio) l’interdizione per un anno dalla professione. Anche se il gip ha disposto per cinque indagati una misura più lieve di quella richiesta, dalla decisione di emettere provvedimenti cautelari per tutti gli indagati emerge il fatto che la toga abbia fondato il quadro di gravi indizi e confermato il pericolo di reiterazione del reato.
A rafforzare la posizione dell’accusa è anche il fatto che il gip ha disposto i provvedimenti sebbene l’Ausl Romagna avesse fatto sapere, alla vigilia dell’interrogatorio di garanzia di giovedì mattina, di avere già escluso tutti i medici indagati dalla mansione di certificazione per i Cpr. Una sconfitta per la linea dei difensori, gli avvocati Carlo Alberto Baruzzi, Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Marco Martines, Maria Elena Monaco, Salvatore Tesoriero e Maria Virgilio che, in una nota congiunta, avevano sottolineato come, secondo loro, «il provvedimento di esonero dell’Ausl dalle specifiche attività faceva venire meno «i presupposti per l’applicazione di una misura interdittiva che, in assenza di concrete esigenze cautelari, sarebbe inutilmente afflittiva e sproporzionata». Ma di fronte al gip, il pm Scorza aveva obiettato che l’esonero disposto dall’Ausl appariva essere generico e che il pericolo di reiterazione sussisteva in quanto il falso contestato è ideologico: potrebbe cioè riverberarsi anche su altri tipi di certificati oltre a quelli per i Cpr. Davanti al gip, tutti gli indagati si erano avvalsi della facoltà di non rispondere limitandosi ad alcune dichiarazioni sulla «totale correttezza» del loro operato svolto «con professionalità e dedizione, ponendo al centro la tutela della salute e della dignità delle persone, conformemente alla deontologia medica», avrebbero poi precisato i legali, che nei giorni scorsi avevano comunicato la rinuncia al ricorso al Riesame in relazione ai sequestri svolti durante le perquisizioni. I difensori dei sanitari indagati avevano presentato ricorso in relazione al sequestro del un computer aziendale e del telefonino di una delle indagate in quel momento non presente in Italia.
Sul tavolo poteva finire anche la complessa questione dell’acquisizione delle chat, ottenute degli investigatori senza sequestrare i telefonini degli altri sette sanitari coinvolti. Gli agenti che hanno effettuato la perquisizione hanno infatti filmato il contenuto delle chat con il proprietario del telefonino presente. Si tratta, dunque, di materiale informatico «virtuale», ma in alcuni casi la Cassazione lo considerato materia che può essere oggetto di ricorso al Riesame. Ma la rinuncia dei difensori ha messo la parola fine su tutti gli argomenti.
Sulla base delle informative di Sco e Squadra mobile e di parte delle chat sequestrate nella perquisizione informatica del 12 febbraio scorso, la Procura ha ipotizzato che gli otto, in maniera preordinata e ideologica, abbiano attestato false non idoneità alla detenzione amministrativa nei Cpr per diversi stranieri irregolari, perlopiù arrestati dopo avere commesso reati.
Durante l’indagine, partita nel luglio 2025 è emerso che, dei 64 stranieri accompagnati in reparto a Ravenna tra settembre 2024 e gennaio 2026, 34 erano stati ritenuti non idonei e 10 si erano rifiutati di sottoporsi a visita. E che, secondo il quadro accusatorio sottoposto dai pm al gip Lipovscek, dei 44 stranieri irregolari così tornati liberi, 10 avevano poi commesso una ventina di reati. Una decina di giorni fa una delle dottoresse indagate era stata soccorsa dai sanitari del 118 dopo che si era procurata alcune ferite compatibili con un tentativo di suicidio.
Secondo i quotidiani locali Il Resto del Carlino e Corriere di Romagna, la donna avrebbe detto ai soccorritori intervenuti presso la sua abitazione «dovete fare sapere ai media che ho fatto questo gesto perché mi hanno indagato».
Stando alle ricostruzioni trapelate dopo il fatto, a lanciare l’allarme sarebbe presumibilmente stata la stessa dottoressa, che già all’indomani della perquisizione informatica della Squadra mobile del 12 febbraio, aveva minacciato una prima volta un gesto estremo, chiamando in quell’occasione un collega che aveva poi allertato le forze dell’ordine di quanto stava accadendo.
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