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2019-05-07
Gli argomenti di Conte contro Siri fanno a pugni col suo stesso governo
Ansa
Il legalese rischia sempre di diventare una supercazzola. Non è il caso del premier Giuseppe Conte, che con le parole ci sa fare e sembra sempre trovare una via d'uscita. Ad esempio, è riuscito a licenziare Armando Siri senza toccare il lato giudiziario della vicenda. In sostanza, nella conferenza stampa del 2 maggio ha detto che il sottosegretario deve lasciare l'incarico non perché indagato, ma per il fatto che è venuta meno la fiducia tra membri di governo. Siri - a detta di Conte - avrebbe operato (poco importa che l'emendamento non sia andato a buon fine) per fare applicare una norma specifica a vantaggio di un singolo imprenditore e soprattutto con un beneficio retroattivo. E questo il governo del popolo non lo fa e non accetta di farlo.
«Ritengo che la politica debba servire a superare gli ismi», ha dichiarato Conte, «e debba valutare caso per caso. Al tempo stesso siamo in grado di dire che il sottosegretario si sia prestato a raccogliere l'istanza di un singolo. È normale ricevere input da associazioni di categoria e rappresentanti di interessi», ha aggiunto il premier, «ma il governo ha il dovere di accettare solo quelle che hanno carattere di generalità, astrattezza e che non implichino effetti di retroattività». Punto. Tutto ciò che non segue questi pilastri per Conte non fa gli interessi del popolo, e come tale va rigettato. Non sappiamo se nell'impegno messo per trovare una giusta causa di licenziamento l'«avvocato del popolo» si sia accorto di aver segnato una linea Maginot che automaticamente mette fuori gioco una lunga serie di decreti e norme che lui stesso ha approvato o di emendamenti sui quali in questi mesi non ha avuto nulla da eccepire.
Cominciamo dalla pace fiscale, approvata all'unanimità dai due azionisti di maggioranza. È una norma dal carattere generale e astratto? Letteralmente parlando, no. Chi ha sempre pagato le tasse non è minimamente interessato dalla rottamazione - o condono che dir si voglia - che, al contrario, tocca aziende e persone fisiche che hanno nome e cognome e che retroattivamente scoprono un importante beneficio. Non pagano multe né sanzioni. Lo scorso maggio, prima che Conte salisse al Colle, alcuni giornali tra cui L'Espresso avevano raccontato di pendenze con Equitalia. Conte avrebbe avuto cartelle per circa 50.000 euro. La smentita dei suoi portavoce fu poco chiara, e in ogni caso garantirono che tutto si era risolto nel 2011. Se invece ci fossero state ancora rate apparirebbe chiaro che il beneficio di cui il premier avrebbe goduto. In ogni caso, la pace fiscale è quanto di più retroattivo di possa immaginare. Esattamente come il cosiddetto condono Ischia. Nei tre Comuni dell'isola negli anni scorsi sono state presentate secondo Legambiente 28.000 domande di regolarizzazione. Di queste ce ne sarebbero poco meno di metà inevase. Dentro il decreto sul ponte Morandi a un certo punto appare un comma che avrebbe cambiato le carte in tavola. Una costruzione abusiva in un'area sottoposta a vincoli oppure a rischio idrogeologico stando al condono del 2003 non avrebbe potuto essere sanata, mentre facendo riferimento a quello del 1985 (epoca Craxi) avrebbe passato l'esame. Ecco che l'aggiunta sponsorizzata da Di Maio in persona avrebbe cancellato i vincoli del condono Berlusconi e riportato indietro le lancette ai tempi del Pentapartito. Sul condono si sono poi scatenate le ire della Lega e non si è fatto nulla. Secondo la linea tracciata da Conte, anche Di Maio si sarebbe dovuto dimettere? Il provvedimento non avrebbe avuto carattere generale né astratto, e soprattutto l'effetto sarebbe stato tangibilmente retroattivo.
Allarghiamo lo zoom su un altro decreto che ha fatto tanto discutere. Un breve emendamento alla manovra inserito sotto la voce «incentivi alla pesca», ha lanciato la prima ipotesi di ecotassa sulle vetture con motore a scoppio. Ha spaccato l'aula del Parlamento e pure la maggioranza. Il leader leghista, Matteo Salvini, si era detto contrario in toto all'idea di coprire incentivi alle vetture elettriche con una imposta sul rimanente parco macchine. Di Maio, accompagnato dal sottosegretario all'Economia, Laura Castelli, aveva invece difeso l'emendamento, promettendo qualche modifica. Altri esponenti grillini, compreso Danilo Toninelli, avevano insistito sulla linea degli incentivi, negando addirittura si trattasse di una tassa. Di chi era la mano del firmatario? Davide Crippa, esponente grillino, sottosegretario al Mise e ingegnere ambientale. Nel 2010 ha fondato una piccola società dal nome non casuale: Negawatt sas. Ha lasciato l'impresa (dove lavorano i suoi ex soci) per evitare conflitti d'interessi. Solo che ora l'azienda lavora per Tesla che, guarda caso, produce batterie elettriche. Non stiamo a ribadire che la linea Maginot di Conte qui si sbriciola come niente. Eppure il premier non è intervento. Così come non è intervenuto nemmeno quando nel Ddl Bonafede si cercò di inserire un comma che sembrava scritto su misura per Davide Casaleggio per garantirgli il controllo del Movimento. «Sono equiparate ai partiti e movimenti politici le fondazioni, le associazioni e i comitati, la composizione dei cui organi direttivi sia determinata in tutto o in parte da deliberazioni di partiti o movimenti politici ovvero che abbiano come scopo sociale politiche pubbliche», si leggeva nel comma 1 e 2 dell'articolo 9. In pratica nella norma l'astrattezza c'è, ma l'interesse del popolo è molto più complicato di rintracciare. Se poi ci mettessimo ad applicare il modello Conte definito lo scorso maggio, di politici seduti sulla poltrona ne resterebbero probabilmente ben pochi.
Aperto fascicolo sul mutuo sospetto
Le carte sull'acquisto di una palazzina a Bresso (provincia di Milano) effettuato dal sottosegretario Armando Siri attraverso un mutuo di 585.000 euro - acceso senza ipoteca con la Banca di credito agricolo e commerciale di San Marino - inviate dall'Aif (l'Agenzia d'informazione finanziaria della piccola enclave incaricata di ricevere e di analizzare operazioni sospette di riciclaggio), sono arrivate a Bankitalia la scorsa settimana e da qui sono state girate alla Guardia di finanza.
I magistrati, che hanno ricevuto il plico accompagnato da una nota del Nucleo di polizia economico e finanziaria delle Fiamme gialle, hanno iscritto il fascicolo sul cosiddetto modello 45, il registro delle notizie che non costituiscono reato. Il fatto che non ci sia stata alcuna ipoteca e che nessun bene sia stato messo a garanzia dal sottosegretario escluderebbe la possibilità di una iscrizione per riciclaggio. «I fondi sono frutto di un regolare mutuo erogato nel pieno rispetto di tutte le norme bancarie», ha spiegato Siri.
È stato il notaio che ha effettuato il rogito a segnalare l'operazione, che riteneva sospetta. Intervistato dalla trasmissione della Rai Report, ha dichiarato: «Io posso dire che garanzie reali nell'atto o con atto successivo almeno a mio rogito non ce ne sono».
L'acquisto riguarda una palazzina di due piani (composta da sette appartamenti, un negozio, un laboratorio e alcune cantine). Il senatore leghista ha intestato la proprietà alla figlia venticinquenne ma il denaro, come scritto nell'atto, è stato messo a disposizione dal padre, a titolo di liberalità, pertanto non soggetto all'imposta di donazione. La ragazza ha poi firmato una procura irrevocabile al padre a vendere l'immobile a sé stesso o a terzi.
«L'acquisto», ha spiegato ancora il sottosegretario, «è avvenuto con una procedura regolare e trasparente nel rispetto di tutte le norme vigenti comprese quelle antiriciclaggio. Nessuna operazione sospetta da segnalare ma la normale compilazione dei moduli che tutti i notai sono tenuti a redigere».
Il procuratore di Milano Francesco Greco ha annunciato la «massima collaborazione» tra gli inquirenti milanesi e quelli romani, che indagano per un'ipotesi di corruzione contestata all'esponente leghista. E ha affidato gli atti al dipartimento guidato dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, che si occupa proprio di riciclaggio o autoriciclaggio.
«Possono aprire tutte le inchieste che vogliono», ha commentato il vicepremier leghista Matteo Salvini, «io sono assolutamente tranquillo. Se a Siri viene contestato di avere un mutuo, è un reato che stanno compiendo alcuni milioni di italiani che pagano la rata del mutuo». E per configurarsi il reato di riciclaggio devono presentarsi due momenti principali: quello dell'acquisizione di ricchezze con atti delittuosi e quello successivo della pulitura, facendo apparire leciti i profitti di provenienza delittuosa.
In questo caso, l'assenza di ipoteche per il mutuo esclude la possibilità che, a fondamento dell'acquisto della palazzina, ci siano altri beni. Per la banca la principale forma di garanzia è stata probabilmente rappresentata dalla busta paga e dalle entrate che Siri è riuscito ad assicurare. La proprietà, inoltre, produce già reddito, visto che alcuni appartamenti risultano in affitto.
Di Maio spara: «Da 20 anni è questa la cosa che fa più rabbia agli italiani»
L'unica cosa certa, è che domani conosceremo il finale della soap opera sul caso Siri.
Il Consiglio dei ministri, convocato alle 10, vedrà salvo imprevisti il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, proporre la revoca dell'incarico di sottosegretario al leghista Armando Siri, accusato di corruzione. Imprevisti vale a dire dimissioni: ieri lo stesso Conte si è mostrato fiducioso di evitare un muro contro muro tra Lega e M5s, con tanto di spaccatura al momento del voto sulla proposta di revoca: «Non andremo alla conta», ha detto il premier, «troveremo una soluzione in Cdm mercoledì mattina. Non accadrà nulla di clamoroso». L'unica maniera per evitarla, questa chiacchieratissima conta, sono le dimissioni di Armando Siri, a meno che il M5s non ingrani una clamorosa retromarcia. Matteo Salvini andrà fino in fondo, arrivando a un voto lacerante in Cdm, oppure, da consumato mattatore, aspetterà l'ultimo minuto e poi dirà a Siri di dimettersi?
Ieri, intanto, è continuato il braccio di ferro a colpi di accuse incrociate. «Penso che il caso di Siri», ha un po' esagerato in mattinata Luigi Di Maio, parlando a Radio Rai, «sia la cosa che fa più arrabbiare gli italiani da 20 anni. La cosa più importante in questo momento è rimuovere quel sottosegretario, che secondo me getta ombre su tutto il governo. Per farlo spero non si debba arrivare in Consiglio dei ministri. Lì noi abbiamo la maggioranza assoluta, ma spero che la Lega non sia così irresponsabile. Nel contratto», ha aggiunto il capo politico del M5s, «ci sono ancora molte cose da fare, a meno che non sia la Lega a chiedere una crisi di governo dopo un eventuale voto in Consiglio dei ministri».
«In un paese civile», ha replicato Matteo Salvini, «i processi si fanno in tribunale e uno è colpevole se viene condannato da un giudice, non se lo dice un giornale. Vado in Consiglio dei ministri assolutamente tranquillo. Sto aggiornando l'agenda su immigrazione e mafia, di questo mi occupo». Sull'inchiesta aperta dalla Procura di Milano, senza ipotesi di reato né indagati, in relazione all'acquisto di un immobile a Bresso (nell'hinterland del capoluogo lombardo) da parte di Siri, il ministro Salvini è stato lapidario: «Se a Siri è contestato di avere un mutuo», ha detto il leader leghista, «è un reato che stanno compiendo milioni di italiani che pagano la rata del mutuo». Il Carroccio si compatta: «Mi sembra evidente», ha sottolineato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, «che c'è un po' di clima persecutorio per Siri. Il momento è questo, è chiaro che prima di mercoledì qualcosa succederà. Mercoledì sarà chiaro a tutti come va a finire».
Ieri, i legali di Siri e dell'imprenditore Paolo Arata, indagato anche lui per corruzione, hanno incontrato gli inquirenti di Roma per stabilire la data degli interrogatori, che dovrebbero avvenire a breve. Siri rilascerà dichiarazioni spontanee.
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Per mettere in fuorigioco il leghista, il premier ha tracciato una linea: generalità, astrattezza e retroattività. In base a questi criteri, però, sarebbero da dimissioni pure il bonus elettrico e il condono di Ischia cari al M5s.Avviato un «modello 45» sull'acquisizione di una palazzina da parte del politico, che ha ottenuto il finanziamento a San Marino senza accendere alcuna ipoteca.Giancarlo Giorgetti prepara il terreno per il Cdm: «Clima persecutorio, qualcosa succederà».Lo speciale contiene tre articoli.Il legalese rischia sempre di diventare una supercazzola. Non è il caso del premier Giuseppe Conte, che con le parole ci sa fare e sembra sempre trovare una via d'uscita. Ad esempio, è riuscito a licenziare Armando Siri senza toccare il lato giudiziario della vicenda. In sostanza, nella conferenza stampa del 2 maggio ha detto che il sottosegretario deve lasciare l'incarico non perché indagato, ma per il fatto che è venuta meno la fiducia tra membri di governo. Siri - a detta di Conte - avrebbe operato (poco importa che l'emendamento non sia andato a buon fine) per fare applicare una norma specifica a vantaggio di un singolo imprenditore e soprattutto con un beneficio retroattivo. E questo il governo del popolo non lo fa e non accetta di farlo. «Ritengo che la politica debba servire a superare gli ismi», ha dichiarato Conte, «e debba valutare caso per caso. Al tempo stesso siamo in grado di dire che il sottosegretario si sia prestato a raccogliere l'istanza di un singolo. È normale ricevere input da associazioni di categoria e rappresentanti di interessi», ha aggiunto il premier, «ma il governo ha il dovere di accettare solo quelle che hanno carattere di generalità, astrattezza e che non implichino effetti di retroattività». Punto. Tutto ciò che non segue questi pilastri per Conte non fa gli interessi del popolo, e come tale va rigettato. Non sappiamo se nell'impegno messo per trovare una giusta causa di licenziamento l'«avvocato del popolo» si sia accorto di aver segnato una linea Maginot che automaticamente mette fuori gioco una lunga serie di decreti e norme che lui stesso ha approvato o di emendamenti sui quali in questi mesi non ha avuto nulla da eccepire.Cominciamo dalla pace fiscale, approvata all'unanimità dai due azionisti di maggioranza. È una norma dal carattere generale e astratto? Letteralmente parlando, no. Chi ha sempre pagato le tasse non è minimamente interessato dalla rottamazione - o condono che dir si voglia - che, al contrario, tocca aziende e persone fisiche che hanno nome e cognome e che retroattivamente scoprono un importante beneficio. Non pagano multe né sanzioni. Lo scorso maggio, prima che Conte salisse al Colle, alcuni giornali tra cui L'Espresso avevano raccontato di pendenze con Equitalia. Conte avrebbe avuto cartelle per circa 50.000 euro. La smentita dei suoi portavoce fu poco chiara, e in ogni caso garantirono che tutto si era risolto nel 2011. Se invece ci fossero state ancora rate apparirebbe chiaro che il beneficio di cui il premier avrebbe goduto. In ogni caso, la pace fiscale è quanto di più retroattivo di possa immaginare. Esattamente come il cosiddetto condono Ischia. Nei tre Comuni dell'isola negli anni scorsi sono state presentate secondo Legambiente 28.000 domande di regolarizzazione. Di queste ce ne sarebbero poco meno di metà inevase. Dentro il decreto sul ponte Morandi a un certo punto appare un comma che avrebbe cambiato le carte in tavola. Una costruzione abusiva in un'area sottoposta a vincoli oppure a rischio idrogeologico stando al condono del 2003 non avrebbe potuto essere sanata, mentre facendo riferimento a quello del 1985 (epoca Craxi) avrebbe passato l'esame. Ecco che l'aggiunta sponsorizzata da Di Maio in persona avrebbe cancellato i vincoli del condono Berlusconi e riportato indietro le lancette ai tempi del Pentapartito. Sul condono si sono poi scatenate le ire della Lega e non si è fatto nulla. Secondo la linea tracciata da Conte, anche Di Maio si sarebbe dovuto dimettere? Il provvedimento non avrebbe avuto carattere generale né astratto, e soprattutto l'effetto sarebbe stato tangibilmente retroattivo.Allarghiamo lo zoom su un altro decreto che ha fatto tanto discutere. Un breve emendamento alla manovra inserito sotto la voce «incentivi alla pesca», ha lanciato la prima ipotesi di ecotassa sulle vetture con motore a scoppio. Ha spaccato l'aula del Parlamento e pure la maggioranza. Il leader leghista, Matteo Salvini, si era detto contrario in toto all'idea di coprire incentivi alle vetture elettriche con una imposta sul rimanente parco macchine. Di Maio, accompagnato dal sottosegretario all'Economia, Laura Castelli, aveva invece difeso l'emendamento, promettendo qualche modifica. Altri esponenti grillini, compreso Danilo Toninelli, avevano insistito sulla linea degli incentivi, negando addirittura si trattasse di una tassa. Di chi era la mano del firmatario? Davide Crippa, esponente grillino, sottosegretario al Mise e ingegnere ambientale. Nel 2010 ha fondato una piccola società dal nome non casuale: Negawatt sas. Ha lasciato l'impresa (dove lavorano i suoi ex soci) per evitare conflitti d'interessi. Solo che ora l'azienda lavora per Tesla che, guarda caso, produce batterie elettriche. Non stiamo a ribadire che la linea Maginot di Conte qui si sbriciola come niente. Eppure il premier non è intervento. Così come non è intervenuto nemmeno quando nel Ddl Bonafede si cercò di inserire un comma che sembrava scritto su misura per Davide Casaleggio per garantirgli il controllo del Movimento. «Sono equiparate ai partiti e movimenti politici le fondazioni, le associazioni e i comitati, la composizione dei cui organi direttivi sia determinata in tutto o in parte da deliberazioni di partiti o movimenti politici ovvero che abbiano come scopo sociale politiche pubbliche», si leggeva nel comma 1 e 2 dell'articolo 9. In pratica nella norma l'astrattezza c'è, ma l'interesse del popolo è molto più complicato di rintracciare. 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I magistrati, che hanno ricevuto il plico accompagnato da una nota del Nucleo di polizia economico e finanziaria delle Fiamme gialle, hanno iscritto il fascicolo sul cosiddetto modello 45, il registro delle notizie che non costituiscono reato. Il fatto che non ci sia stata alcuna ipoteca e che nessun bene sia stato messo a garanzia dal sottosegretario escluderebbe la possibilità di una iscrizione per riciclaggio. «I fondi sono frutto di un regolare mutuo erogato nel pieno rispetto di tutte le norme bancarie», ha spiegato Siri. È stato il notaio che ha effettuato il rogito a segnalare l'operazione, che riteneva sospetta. Intervistato dalla trasmissione della Rai Report, ha dichiarato: «Io posso dire che garanzie reali nell'atto o con atto successivo almeno a mio rogito non ce ne sono». L'acquisto riguarda una palazzina di due piani (composta da sette appartamenti, un negozio, un laboratorio e alcune cantine). Il senatore leghista ha intestato la proprietà alla figlia venticinquenne ma il denaro, come scritto nell'atto, è stato messo a disposizione dal padre, a titolo di liberalità, pertanto non soggetto all'imposta di donazione. La ragazza ha poi firmato una procura irrevocabile al padre a vendere l'immobile a sé stesso o a terzi. «L'acquisto», ha spiegato ancora il sottosegretario, «è avvenuto con una procedura regolare e trasparente nel rispetto di tutte le norme vigenti comprese quelle antiriciclaggio. Nessuna operazione sospetta da segnalare ma la normale compilazione dei moduli che tutti i notai sono tenuti a redigere». Il procuratore di Milano Francesco Greco ha annunciato la «massima collaborazione» tra gli inquirenti milanesi e quelli romani, che indagano per un'ipotesi di corruzione contestata all'esponente leghista. E ha affidato gli atti al dipartimento guidato dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, che si occupa proprio di riciclaggio o autoriciclaggio. «Possono aprire tutte le inchieste che vogliono», ha commentato il vicepremier leghista Matteo Salvini, «io sono assolutamente tranquillo. Se a Siri viene contestato di avere un mutuo, è un reato che stanno compiendo alcuni milioni di italiani che pagano la rata del mutuo». E per configurarsi il reato di riciclaggio devono presentarsi due momenti principali: quello dell'acquisizione di ricchezze con atti delittuosi e quello successivo della pulitura, facendo apparire leciti i profitti di provenienza delittuosa. In questo caso, l'assenza di ipoteche per il mutuo esclude la possibilità che, a fondamento dell'acquisto della palazzina, ci siano altri beni. Per la banca la principale forma di garanzia è stata probabilmente rappresentata dalla busta paga e dalle entrate che Siri è riuscito ad assicurare. 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Imprevisti vale a dire dimissioni: ieri lo stesso Conte si è mostrato fiducioso di evitare un muro contro muro tra Lega e M5s, con tanto di spaccatura al momento del voto sulla proposta di revoca: «Non andremo alla conta», ha detto il premier, «troveremo una soluzione in Cdm mercoledì mattina. Non accadrà nulla di clamoroso». L'unica maniera per evitarla, questa chiacchieratissima conta, sono le dimissioni di Armando Siri, a meno che il M5s non ingrani una clamorosa retromarcia. Matteo Salvini andrà fino in fondo, arrivando a un voto lacerante in Cdm, oppure, da consumato mattatore, aspetterà l'ultimo minuto e poi dirà a Siri di dimettersi? Ieri, intanto, è continuato il braccio di ferro a colpi di accuse incrociate. «Penso che il caso di Siri», ha un po' esagerato in mattinata Luigi Di Maio, parlando a Radio Rai, «sia la cosa che fa più arrabbiare gli italiani da 20 anni. La cosa più importante in questo momento è rimuovere quel sottosegretario, che secondo me getta ombre su tutto il governo. Per farlo spero non si debba arrivare in Consiglio dei ministri. Lì noi abbiamo la maggioranza assoluta, ma spero che la Lega non sia così irresponsabile. Nel contratto», ha aggiunto il capo politico del M5s, «ci sono ancora molte cose da fare, a meno che non sia la Lega a chiedere una crisi di governo dopo un eventuale voto in Consiglio dei ministri». «In un paese civile», ha replicato Matteo Salvini, «i processi si fanno in tribunale e uno è colpevole se viene condannato da un giudice, non se lo dice un giornale. Vado in Consiglio dei ministri assolutamente tranquillo. Sto aggiornando l'agenda su immigrazione e mafia, di questo mi occupo». Sull'inchiesta aperta dalla Procura di Milano, senza ipotesi di reato né indagati, in relazione all'acquisto di un immobile a Bresso (nell'hinterland del capoluogo lombardo) da parte di Siri, il ministro Salvini è stato lapidario: «Se a Siri è contestato di avere un mutuo», ha detto il leader leghista, «è un reato che stanno compiendo milioni di italiani che pagano la rata del mutuo». Il Carroccio si compatta: «Mi sembra evidente», ha sottolineato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, «che c'è un po' di clima persecutorio per Siri. Il momento è questo, è chiaro che prima di mercoledì qualcosa succederà. Mercoledì sarà chiaro a tutti come va a finire». Ieri, i legali di Siri e dell'imprenditore Paolo Arata, indagato anche lui per corruzione, hanno incontrato gli inquirenti di Roma per stabilire la data degli interrogatori, che dovrebbero avvenire a breve. Siri rilascerà dichiarazioni spontanee.
«Amadeus» (Sky Original)
Confrontarsi con il capolavoro di Miloš Forman era una sfida quasi impossibile. La serie Amadeus di Sky, pur priva della stessa potenza narrativa, si distingue per cura visiva, cast convincente e fedeltà al mito della rivalità tra Mozart e Salieri.
Reggere il confronto con un film come quello di Miloš Forman, vincitore di ben otto premi Oscar, è pressoché impossibile. Amadeus, l'Amadeus del 1984, adattamento a sua volta dell'opera teatrale di Peter Shaffer, è stato un capolavoro, fuori dal suo tempo e dalle logiche che lo governavano. Era eclettico, rock nell'accezione più pura del termine. Era avanguardia. E stare al passo, quarant'anni più tardi, sarebbe stato difficile. Non c'è da sorprendersi, dunque, se la serie omonima, l'Amadeus di Sky, al debutto nella prima serata di martedì 23 dicembre, non sia dotato di una stessa potenza narrativa. E non c'è da sorprendersi nemmeno nel constatare la mancanza di una colpa e di un colpevole. Amadeus, quello di Sky, è bello, un prodotto ben fatto e ben pensato, fedelissimo - per giunta - agli originali che lo hanno preceduto.
La storia è quella del film, la stessa della pièce teatrale: cronaca di una rivalità solo presunta. Wolfgang Amadeus Mozart e Antonio Salieri, che Shaffer e Forman hanno raccontato con clamore ed enfasi, non sono mai stati rivali. Eppure, ci si è abituati ad assorbirli come tali: due compositori tanto celebri quanto fumantini, animatori entrambi della Vienna di metà Settecento. Era in fermento, quando Mozart vi ha fatto la propria comparsa. Era giovane, bello: una rockstar ante litteram, maledetto quel tanto che basta da portare scompenso all'interno della corte viennese, fra parrucconi imbalsamati e ragazze suscettibili. La sua musica non aveva niente a che vedere con quel che finora era stato composto. Spazzava via ogni tradizione, ogni abitudine, ivi compresa quella di applaudire il genio di Salieri, allora compositore di corte. Perciò, l'opera di Shaffer e gli adattamenti successivi. Perciò, la leggenda di una rivalità che, agli atti storici, non è mai finita.Shaffer, a suo tempo, ha ricamato sulla propria fantasia, immaginando come Salieri possa aver vissuto l'ingresso di Mozart alla corte di Vienna. Quanto deve aver sofferto, quanta rabbia deve aver provato di fronte a quel ragazzo senza fede e senza Dio, geniale e talentuoso.
La serie televisiva, cinque episodi creati dal Joe Barton di Black Doves, ripercorre questa biografia stralunata, addentrandosi, lei pure, fra se e ma cui nessuno mai potrà dare risposta. Bravo il cast, bella la resa visiva, la potenza musicale. Peccato solo per il confronto, a perdere per chiunque ambisca, di qui a per sempre, a ricreare la rivalità fittizia tra i due compositori.
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Gianluca Zanella e Francesco Borgonovo affrontano uno dei nodi più controversi del caso Garlasco: il tema della pedopornografia attribuita ad Alberto Stasi. Dalla denuncia contro la criminologa Anna Vagli alla ricostruzione delle perizie sul computer, la puntata chiarisce cosa fu realmente trovato, cosa no e perché quel presunto movente non è mai entrato nel processo.
Ecco #DimmiLaVerità del 23 dicembre 2025. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'azione dei giudici nei casi della famiglia del bosco e di Vittorio Sgarbi.