«Gli antifa? Terroristi. Così vogliono portare la guerriglia in Italia»
Sono passati pochissimi mesi da quando le piazze delle più importanti città del nostro Paese venivano riempite da manifestazioni per Gaza. Quasi ogni settimana si riversavano per strada migliaia di persone per chiedere la fine della guerra, ma anche una Palestina libera dal fiume al mare, ovvero senza lo Stato di Israele. E che invocavano l’«intifada anche qua», ovvero la rivolta, spesso armata sull’esempio di quella dei giovani palestinesi del 1987. Oggi c’è una nuova guerra, questa volta in Iran e in pochi ormai si preoccupano per Gaza (nonostante la situazione resti ancora drammatica). Una prova, questa, di come quelle manifestazioni fossero innanzitutto politiche e che dei gazawi, alla fine, non importava nulla a nessuno. Oggi si manifesta per un’altra guerra mediorientale. A tenere le bandiere e gli striscioni sono ancora una volta i gruppi legati alla sinistra più estrema e, con sempre maggior frequenza, anche gli immigrati di seconda generazione: i cosiddetti «maranza». Qualcosa si sta muovendo nel nostro Paese. La saldatura tra movimenti antagonisti e immigrati è sempre più forte. La loro non è soltanto una lotta contro il governo, ma anche contro l’Occidente e ciò che rappresenta. Non è solamente una battaglia ideologica, ma anche reale. Si combatte nelle strade, ad ogni manifestazione. E che riguarda anche la pressione che alcuni Paesi riescono a fare sulle comunità straniere, andando a «reclutare» soprattutto i più giovani per portare il caos nelle nostre strade. Ne abbiamo parlato con Claudio Bertolotti, già capo sezione della contro intelligence e della sicurezza Nato in Afghanistan e oggi direttore di React, l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo.
Bertolotti, cosa sta accadendo nel mondo antagonista?
«In Italia e in Grecia, anche se il fenomeno si sta espandendo anche in altri Paesi, si sta verificando una spinta violenta accanto a quelli che sono i gruppi storici dell’antagonismo radicale. Guardiamo per esempio Askatasuna a Torino, che è il caso studio più interessante di tutta l’Europa».
Com’è cambiata la strategia degli antagonisti?
«Nel corso del tempo si è creata una narrativa funzionale all’inclusione di altri gruppi e seguaci. Si è strutturata attorno a grandi idee globali come l’anti occidentalismo e l’opposizione agli Stati Uniti e, al tempo stesso, sposando le cause locali sulle istanze di piccoli gruppi e comitati».
Come Askatasuna, del resto...
«Esatto, che lo ha fatto con la battaglia No Tav. In questo modo si è legato a gruppi inizialmente non violenti, trasformando poi quella causa in una sorta di guerra combattuta in montagna».
La parola guerra non è forse eccessiva?
«Ci sono alcuni membri dentro Askatasuna che hanno combattuto in Siria, al fianco della componente curda, sia contro il regime di Bashar al Assad sia contro lo Stato islamico. Questi membri hanno imparato tecniche e procedure di combattimento che sono state applicate contro obiettivi strategici dell’alta velocità».
In quali occasioni, per esempio?
«Contro i cantieri di Chiomonte, dove oltre all’adozione di piani di inganno, sono state segnalate divisioni per aliquote di combattimento e l’alternanza tra manifestazioni e strumenti atti ad offendere. Ma anche vere e proprie armi, come per esempio i bazooka...».
I bazooka?
«Sì, prendendo tubi di metallo ed inserendo dentro dei fuochi d’artificio. Veri e propri lanciatori di esplosivi che hanno provocato danni ingenti sia contro i poliziotti che presidiavano la valle sia contro le strutture».
E questa è solamente la parte legata al mondo antagonista. C’è però anche quella collegata maggiormente ai cosiddetti pro Pal...
«Si tratta di una galassia minoritaria, però molto rumorosa, che è riuscita di fatto a fondere quelle che sono le istanze dei gruppi anarco-insurrezionalisti e marxisti leninisti a cui Askatasuna si associa. Ma non solo. I pro Pal sono riusciti a fondere quello che è l’asse della sovversione della sinistra estrema con quello anti israeliano in modo estremamente coerente con quelli che erano gli schieramenti durante la Guerra fredda: il blocco sovietico, i gruppi comunisti stavano con la Palestina e ora ripropongono quello che in maniera più strutturata abbiamo visto negli anni Settanta e Ottanta».
A cosa si riferisce esattamente?
«Alla volontà di violenza ai danni dello Stato. In tutto questo si inserisce la posizione anti governativa dei gruppi antagonisti che, di fatto, agiscono anche impunemente attraverso una forma di sostegno della borghesia e dell’élite intellettuale che si colloca nella cosiddetta sinistra moderata e che guarda spesso con favore a questi gruppi antagonisti».
Secondo lei c’è stato un cambio di strategia negli attacchi degli ultimi mesi? Penso per esempio ai sabotaggi contro i treni. Ancora una volta si è andati a colpire l’alta velocità...
«Dobbiamo fare due considerazioni. La prima è che Askatasuna ha compreso, nel corso degli anni, che il danno contro le infrastrutture strategiche impone il blocco di quello che è il movimento delle persone, delle merci e dei materiali in Italia. Se guardiamo ad alcuni obiettivi, pensiamo per esempio a Bologna, ci rendiamo conto che la natura strategica ed essenziale di quello snodo ferroviario rappresenta un’estrema vulnerabilità. Di fatto l’Italia viene divisa in due».
Del resto non è la prima volta che accade...
«Quello è un collo di bottiglia. Lì transita l’alta velocità e non ha percorsi alternativi. Proprio questo è il motivo per cui viene scelto come obiettivo strategico».
Però sembra che delle questioni locali alle frange antagoniste interessi sempre meno. Anzi: pare che ormai siano focalizzate principalmente sulle questioni legate agli Esteri, prima con Gaza e ora con l’Iran...
«Esatto: hanno abbandonato la resistenza locale, ovvero la liberazione degli spazi che erano stati per esempio occupati da Askatasuna, che ha preso atto dell’inutilità di difendere una sede fisica quando invece può imporre la propria volontà colpendo le infrastrutture strategiche che sono sinonimo di modernità, di collegamento, di globalizzazione. Che è tutto ciò a cui si oppone Askatasuna».
Si tratta di una decisione politica quindi?
«Certamente: e non è un caso che, come dicevo prima, questi riferimenti si trovino anche nella sinistra più istituzionale e parlamentare, da Alleanza verdi e sinistra al Movimento 5 stelle, che hanno basato la loro narrazione in campagna elettorale sull’inutilità di tutte le infrastrutture strategiche, non solo dell’alta velocità ma anche del Muos e dei trafori che permettono il transito di beni, mezzi e persone».
Il presidente americano si è spinto oltre, dichiarando alcuni movimenti antifa fuorilegge. Ha esagerato o, come pare anche da questa conversazione, alcuni di essi sono dei terroristi a tutti gli effetti?
«Sono terroristi nei fatti, in quello che commettono. C’è un’agenda politica ben definita che viene perseguita attraverso l’imposizione della propria presenza e della propria narrazione con atti di sabotaggio e di terrorismo».
In Italia però dire che gli antifa sono dei terroristi ha un valore e un peso diverso rispetto agli Stati Uniti...
«Possiamo discutere sul piano giuridico e legale, ma guardando a quella che è la normativa dell’Unione europea, l’atto di terrorismo è nella sua manifestazione e quelli degli antifa sono atti di terrorismo. Che poi non si voglia applicare l’etichetta di “terrorismo” in fase processuale è un altro discorso. Per restare sul piano operativo non possiamo non considerare questi atti come atti di terrorismo».
C’è poi la «questione maranza»...
«La componente pro Pal ha preso spunto da ciò che sta accadendo nel Nord Europa, dove l’Iran finanzia non solo i movimenti che sostengono la Palestina, ma anche le baby gang affinché queste rappresentino strumenti di destabilizzazione all’interno degli Stati in modo che provino a forzare le scelte politiche e perfino gli esiti elettorali. Qualcosa di simile a ciò che avviene qui con i “maranza”, giovani generazioni di magrebini che costituiscono le baby gang delle zone più disagiate di Torino (Barriera di Milano e Aurora), e che ci deve portare ad ascoltare il campanello d’allarme del Nord Europa».
Possiamo aspettarci qualcosa di simile anche da noi?
«Il Nord Europa si trova semplicemente più avanti con la destabilizzazione sociale. La partecipazione a questi eventi e la responsabilità a cui è stata attribuita la distruzione di beni pubblici e privati non può che confermare questo timore».





