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2022-04-20
Tutto pronto per il Giro 2022, ma nessun italiano tra i favoriti
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giroditalia.it
Per la quattordicesima volta in 113 anni di storia, il Giro d'Italia partirà dall'estero. Lo start della corsa rosa, infatti, è previsto venerdì 6 maggio da Budapest, capitale dell'Ungheria, con la prima tappa di 195 chilometri in linea fino a Visegrád, dove si arriverà in salita per la prima assegnazione della maglia rosa. Ma perché il Giro d'Italia non comincia da una città del territorio italiano, ma dall'Ungheria, e più precisamente da Hősök tere, in Piazza degli Eroi a Budapest? La risposta va individuata nell'obiettivo di internazionalizzare sempre più quello che è uno dei più importanti eventi ciclistici e sportivi a livello globale, trasmesso in più di 200 Paesi in tutto il mondo. Scelta che accomuna anche le altre due grandi corse, il Tour de France e la Vuelta de Espana, che quest'anno partiranno rispettivamente da Danimarca, da Copenaghen, e Olanda, da Utrecht. Motivo che ha spinto gli organizzatori e il team marketing e comunicazione del Giro d'Italia a sposare il progetto delle prime tre tappe in terra magiara. La seconda tappa, infatti, sarà una cronometro cittadina di 9,2 chilometri da una parte all'altra della capitale ungherese, attraverso il Danubio che divide in due parti la città. Mentre la terza tappa, denominata «tappa del lago Balaton», ossia il mare d’Ungheria, consiste in un percorso di 201 chilometri dalla città di Kaposvár al lago di Balaton, con un tratto di saliscendi di origine vulcanica e gli ultimi 50 chilometri in volata. Una curiosità da sottolineare in questo contesto è di tipo ambientalistico: per i tifosi e gli appassionati che vorranno giungere in Piazza degli Eroi per vedere da vicino l'arrivo della prima tappa, è stato disposto un servizio che li invita a non usare le automobili in luogo di una mini crociera lungo il Danubio.
Dopo la tre giorni ungherese, il 9 maggio sarà dedicato al riposo per i corridori e al trasporto logistico di tutta la carovana del Giro in Sicilia, precisamente da Avola, in provincia di Siracusa, dove martedì 10 comincerà a tutti gli effetti la corsa sul territorio italiano, con 170 chilometri nell'entroterra siciliano e arrivo in salita al rifugio Sapienza sullEtna. Poi ancora Sicilia con la quinta tappa di 174 chilometri da Catania a Messina, prima di approdare in Calabria con i 192 chilometri della sesta tappa da Palmi a Scalea lungo la costa Viola. La settima tappa, lunga 196 chilometri, parte dal comune cosentino di Diamante e giunge a Potenza attraverso le montagne calabro-lucane e un dislivello che gli esperti hanno paragonato a una tappa delle Dolomiti. L'ottava tappa, in programma sabato 14 maggio, si svolge interamente in Campania con 153 chilometri con partenza e arrivo a Napoli, attraverso un percorso da Bacoli a Monte di Procida da completare cinque volte. La nona tappa è tutta di montagna sugli Appennini: 189 chilometri da Isernia con arrivo in scalata al Blockhaus, la cima montuosa del massiccio della Maiella, in Abruzzo. Lunedì 16 giornata di riposo, a seguire, martedì 17, si riprende con la tappa numero 10 di 196 chilometri da Pescara a Jesi. Poi 203 chilometri da Santarcangelo di Romagna a Reggio Emilia per la tappa numero 11, e i 202 chilometri da Parma a Genova per la tappa numero 12. Dopodiché è la volta della tredicesima tappa, con 150 chilometri da Sanremo a Cuneo, attraverso luoghi simbolo del Giro, come il Santuario di Vicoforte e Mondovì. La quattordicesima tappa consiste in 147 chilometri da Santena a Torino, passando per Chieri, Moncalieri e una doppia scalata di Superga e una tripla salita al Colle della Maddalena e a Santa Brigida. La quindicesima tappa, prevista per domenica 22 maggio, 178 chilometri con un dislivello di 4.010 metri da Rivarolo Canavese a Cogne, è il preludio a una delle tre tappe più complicate di tutto il Giro, insieme alla salita del Blockhaus e a quella del Passo Fedaia (penultima tappa). Dopo il consueto lunedì di riposo, infatti, martedì 24 si va da Salò all'Aprica, con la sedicesima tappa di 202 chilometri e un dislivello di 5.250 metri, che riporta la memoria ad alcune scalate storiche del passato. Come per esempio il Goletto di Cadino: da qui il Giro non transitava dal 1998, anno della trionfale cavalcata di Marco Pantani a Montecampione. Oppure la scalata del Mortirolo da Monno che mancava dal 2017 o l'arrivo ad Aprica dopo la salita al Valico di Santa Cristina a cui non si assisteva dal 1999. Il giorno dopo, con la tappa numero 17 di 168 chilometri, si va da Ponte di Legno a Lavarone, mentre nel corso della diciottesima ci si sposta da Borgo Valsugana a Treviso (151 chilometri). Da qui, gli ultimi tre giorni con il gran finale. Venerdì 27 tappa numero 19 con 177 chilometri in Friuli Venezia Giulia, da Marano Lagunare al Santuario di Castelmonte a ridosso delle Alpi Giulie nei pressi di Cividale. Una tappa caratterizzata dall'arrivo in salita e da uno sconfinamento in Slovenia dal valico di Uccea fino alla città di Kobarid, meglio conosciuta come Caporetto. Sabato 28 ecco la ventesima tappa con i 167 chilometri da Belluno alla Marmolada. Si tratta dell'ultima grande salita, prima dell'arrivo a Verona. Un tappone dolomitico con un tris di salite una dietro l'altra: il Passo di San Pellegrino con pendenze che superano il 15%, il Passo Pordoi e il Passo Fedaia. Ed eccoci a domenica 29 con la ventunesima e ultima tappa e il grande arrivo all'Arena di Verona, dopo la frazione a cronometro lunga 17,4 chilometri sul circuito delle Torricelle e gli ultimi tre chilometri attraverso le vie della città scaligera e l'arrivo in Piazza Bra.
Il ciclismo azzurro si presenta ai blocchi di partenza di questa edizione del Giro d'Italia non proprio in grande spolvero. Le poche e labili speranze di vedere tra i protagonisti un corridore italiano sono riposte ancora una volta nell'«eterno» Vincenzo Nibali. Lo Squalo dello Stretto, che ha trionfato con la maglia rosa nel 2013 e nel 2016, a 37 anni può ancora dire la sua, ma il confronto con i vari Simon Yates, Richard Carapaz, Mikel Landa, Miguel Angel Lopez e Pello Bilbao, considerati dai bookmakers tra i favoriti della corsa, diventa ogni stagione sempre più difficile. Gli altri pezzi da novanta del nostro ciclismo, Filippo Ganna, Damiano Caruso, secondo l'anno scorso dietro al vincitore Egan Bernal, e Sonny Colbrelli, non prenderanno parte al Giro. Occhio poi a Tom Dumoulin: il 31enne belga del team Jumbo-Visma ha già vinto il Giro nel 2017 e può benissimo insidiare gli avversari.
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Venerdì 6 maggio parte la centocinquesima edizione della corsa che rappresenta un pezzo importante della storia del nostro Paese. Si comincia in Ungheria, da Budapest, con un percorso di 3.437,6 chilometri suddivisi in 21 tappe fino alla passerella finale di domenica 29 maggio con l'arrivo all'Arena di Verona. Le poche speranze azzurre sono riposte ancora una volta in Vincenzo Nibali. Simon Yates, Richard Carapaz, Mikel Landa, Miguel Angel Lopez e Pello Bilbao tra i più quotati per la maglia rosa. Per la quattordicesima volta in 113 anni di storia, il Giro d'Italia partirà dall'estero. Lo start della corsa rosa, infatti, è previsto venerdì 6 maggio da Budapest, capitale dell'Ungheria, con la prima tappa di 195 chilometri in linea fino a Visegrád, dove si arriverà in salita per la prima assegnazione della maglia rosa. Ma perché il Giro d'Italia non comincia da una città del territorio italiano, ma dall'Ungheria, e più precisamente da Hősök tere, in Piazza degli Eroi a Budapest? La risposta va individuata nell'obiettivo di internazionalizzare sempre più quello che è uno dei più importanti eventi ciclistici e sportivi a livello globale, trasmesso in più di 200 Paesi in tutto il mondo. Scelta che accomuna anche le altre due grandi corse, il Tour de France e la Vuelta de Espana, che quest'anno partiranno rispettivamente da Danimarca, da Copenaghen, e Olanda, da Utrecht. Motivo che ha spinto gli organizzatori e il team marketing e comunicazione del Giro d'Italia a sposare il progetto delle prime tre tappe in terra magiara. La seconda tappa, infatti, sarà una cronometro cittadina di 9,2 chilometri da una parte all'altra della capitale ungherese, attraverso il Danubio che divide in due parti la città. Mentre la terza tappa, denominata «tappa del lago Balaton», ossia il mare d’Ungheria, consiste in un percorso di 201 chilometri dalla città di Kaposvár al lago di Balaton, con un tratto di saliscendi di origine vulcanica e gli ultimi 50 chilometri in volata. Una curiosità da sottolineare in questo contesto è di tipo ambientalistico: per i tifosi e gli appassionati che vorranno giungere in Piazza degli Eroi per vedere da vicino l'arrivo della prima tappa, è stato disposto un servizio che li invita a non usare le automobili in luogo di una mini crociera lungo il Danubio.Dopo la tre giorni ungherese, il 9 maggio sarà dedicato al riposo per i corridori e al trasporto logistico di tutta la carovana del Giro in Sicilia, precisamente da Avola, in provincia di Siracusa, dove martedì 10 comincerà a tutti gli effetti la corsa sul territorio italiano, con 170 chilometri nell'entroterra siciliano e arrivo in salita al rifugio Sapienza sullEtna. Poi ancora Sicilia con la quinta tappa di 174 chilometri da Catania a Messina, prima di approdare in Calabria con i 192 chilometri della sesta tappa da Palmi a Scalea lungo la costa Viola. La settima tappa, lunga 196 chilometri, parte dal comune cosentino di Diamante e giunge a Potenza attraverso le montagne calabro-lucane e un dislivello che gli esperti hanno paragonato a una tappa delle Dolomiti. L'ottava tappa, in programma sabato 14 maggio, si svolge interamente in Campania con 153 chilometri con partenza e arrivo a Napoli, attraverso un percorso da Bacoli a Monte di Procida da completare cinque volte. La nona tappa è tutta di montagna sugli Appennini: 189 chilometri da Isernia con arrivo in scalata al Blockhaus, la cima montuosa del massiccio della Maiella, in Abruzzo. Lunedì 16 giornata di riposo, a seguire, martedì 17, si riprende con la tappa numero 10 di 196 chilometri da Pescara a Jesi. Poi 203 chilometri da Santarcangelo di Romagna a Reggio Emilia per la tappa numero 11, e i 202 chilometri da Parma a Genova per la tappa numero 12. Dopodiché è la volta della tredicesima tappa, con 150 chilometri da Sanremo a Cuneo, attraverso luoghi simbolo del Giro, come il Santuario di Vicoforte e Mondovì. La quattordicesima tappa consiste in 147 chilometri da Santena a Torino, passando per Chieri, Moncalieri e una doppia scalata di Superga e una tripla salita al Colle della Maddalena e a Santa Brigida. La quindicesima tappa, prevista per domenica 22 maggio, 178 chilometri con un dislivello di 4.010 metri da Rivarolo Canavese a Cogne, è il preludio a una delle tre tappe più complicate di tutto il Giro, insieme alla salita del Blockhaus e a quella del Passo Fedaia (penultima tappa). Dopo il consueto lunedì di riposo, infatti, martedì 24 si va da Salò all'Aprica, con la sedicesima tappa di 202 chilometri e un dislivello di 5.250 metri, che riporta la memoria ad alcune scalate storiche del passato. Come per esempio il Goletto di Cadino: da qui il Giro non transitava dal 1998, anno della trionfale cavalcata di Marco Pantani a Montecampione. Oppure la scalata del Mortirolo da Monno che mancava dal 2017 o l'arrivo ad Aprica dopo la salita al Valico di Santa Cristina a cui non si assisteva dal 1999. Il giorno dopo, con la tappa numero 17 di 168 chilometri, si va da Ponte di Legno a Lavarone, mentre nel corso della diciottesima ci si sposta da Borgo Valsugana a Treviso (151 chilometri). Da qui, gli ultimi tre giorni con il gran finale. Venerdì 27 tappa numero 19 con 177 chilometri in Friuli Venezia Giulia, da Marano Lagunare al Santuario di Castelmonte a ridosso delle Alpi Giulie nei pressi di Cividale. Una tappa caratterizzata dall'arrivo in salita e da uno sconfinamento in Slovenia dal valico di Uccea fino alla città di Kobarid, meglio conosciuta come Caporetto. Sabato 28 ecco la ventesima tappa con i 167 chilometri da Belluno alla Marmolada. Si tratta dell'ultima grande salita, prima dell'arrivo a Verona. Un tappone dolomitico con un tris di salite una dietro l'altra: il Passo di San Pellegrino con pendenze che superano il 15%, il Passo Pordoi e il Passo Fedaia. Ed eccoci a domenica 29 con la ventunesima e ultima tappa e il grande arrivo all'Arena di Verona, dopo la frazione a cronometro lunga 17,4 chilometri sul circuito delle Torricelle e gli ultimi tre chilometri attraverso le vie della città scaligera e l'arrivo in Piazza Bra.Il ciclismo azzurro si presenta ai blocchi di partenza di questa edizione del Giro d'Italia non proprio in grande spolvero. Le poche e labili speranze di vedere tra i protagonisti un corridore italiano sono riposte ancora una volta nell'«eterno» Vincenzo Nibali. Lo Squalo dello Stretto, che ha trionfato con la maglia rosa nel 2013 e nel 2016, a 37 anni può ancora dire la sua, ma il confronto con i vari Simon Yates, Richard Carapaz, Mikel Landa, Miguel Angel Lopez e Pello Bilbao, considerati dai bookmakers tra i favoriti della corsa, diventa ogni stagione sempre più difficile. Gli altri pezzi da novanta del nostro ciclismo, Filippo Ganna, Damiano Caruso, secondo l'anno scorso dietro al vincitore Egan Bernal, e Sonny Colbrelli, non prenderanno parte al Giro. Occhio poi a Tom Dumoulin: il 31enne belga del team Jumbo-Visma ha già vinto il Giro nel 2017 e può benissimo insidiare gli avversari.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara