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2025-02-13
Giovani iperconnessi al telefonino, il concorso al Senato
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Sono soli perché usano il cellulare o usano il cellulare perché sono soli? Del tema se ne occupano tutti - psicologi, sociologi e politici - ma nessuno si sofferma a spiegare se viene prima l’uovo o la gallina nell’annosa questione della eccessiva dipendenza dei giovani dagli smartphone. Certo, ci si sente soli a tutte le età, ma sono più spesso i giovani (insieme con gli over 65) a sperimentare la solitudine, manifestata con la paura del silenzio, che è colmata con il rumore digitale del telefonino. Bambini e ragazzi fanno fatica a staccarsi dal telefonino perché non sanno più sopportare il silenzio né ingannare l’attesa senza ricorrere allo smartphone.
Gli ultimi dati, pubblicati da Unipol Media Relations e Digital PR/Kkienn Connecting People and Companies quasi a ridosso del Safer Internet Day, la Giornata Mondiale per la Sicurezza in Rete, istituita e promossa dalla Commissione Europea, sono allarmanti: il 91 per cento dei giovani tra i 16 e i 35 anni possiede uno smartphone e ben l’81per cento se ne considera dipendente, il 64 per cento lo utilizza frequentemente, trascorrendo da 4 a oltre 6 ore al giorno connesso, il 57 per cento usa il telefonino fino a tarda notte perdendo ore preziose di sonno, il 30 per cento dei giovani connessi riscontra problemi a scuola, sul lavoro o nelle relazioni sociali. E, dato ancora più allarmante, il 40 per cento dei ragazzi preferisce le interazioni online rispetto a quelle in presenza. Un bollettino di guerra, insomma.
Le istituzioni fanno quello che possono: ieri, ad esempio, in pieno spirito bipartisan le senatrici Simona Malpezzi (Pd) e Lavinia Mennuni (Fdi), rispettivamente vicepresidente e membro della commissione parlamentare per l'infanzia e l’adolescenza, hanno organizzato un incontro con la Polizia di Stato (era presente il Direttore Tecnico Superiore psicologo Cristina Bonucchi) e Wind Tre (intervenuta con Tommaso Vitali, Direttore B2C Marketing & New Business, Federica Manzoni, Direttrice Sustainability & Quality Certification e Francesca Chiocchetti, Direttore Public Affairs), azienda impegnata dal 2018 nel programma di educazione digitale NeoConnessi, sui rischi e sulle opportunità di un uso consapevole della Rete. L’occasione è stata la premiazione del concorso NeoConnessi: crea la tua avventura digitale promossa da Wind Tre con il supporto di esperti in ambito psicologico, pedagogico, tecnologico e didattico, con l’obiettivo di accompagnare scuole e famiglie nel momento delicato in cui bambini e adolescenti si trovano a navigare in autonomia.
L’iniziativa ha coinvolto oltre un milione e mezzo di bambine e bambini delle classi quarta e quinta elementare per un totale di 504 classi da tutta Italia; i concorrenti hanno presentato progetti sui temi esplorati nel corso dell’anno scolastico 2023-2024. In totale sono stati presentati 714 elaborati in forma testuale, multimediale, video o di laboratorio. Hanno vinto i progetti ritenuti i migliori da una giuria di esperti in termini di aderenza ai temi del programma, di qualità, creatività e originalità. Le classi vincitrici sono la 4a e 5a C della Scuola primaria Luigi Carnevali di Sant’Angelo in Vado (Pu); la 5a A della scuola primaria Mirto di Siderno Marina (Rc) e la 5a della scuola primaria Suor Emilia Renzi di Usmate Velate (Mb). Gli alunni hanno fatto proprie le tematiche affrontate in classe nel corso del programma e le hanno tradotte in lavori efficaci e creativi. I vincitori, in particolare, hanno trattato temi molto specifici come lo screentime e la dipendenza da cellulare, lo sharenting, il parental control, la sicurezza in rete soprattutto in relazione ai pericoli legati alla condivisione di informazioni o foto, oltre a bullismo, cyberbullismo e netiquette.
La novità è che da questa edizione il concorso è stato esteso alle scuole secondarie di primo grado, raggiungendo quasi la metà degli istituti italiani: coinvolgerà 2 milioni di ragazzi. L’iniziativa risponde alle necessità che emergono, in un’epoca sempre più digitalizzata, di accompagnare i più giovani, ma anche i docenti e le famiglie, a vivere la rete in sicurezza. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, soltanto in Italia più di 700.000 ragazzi interagiscono con i coetanei in rete per più di 6 ore al giorno e un ragazzo su sette, nella fascia d’età tra i 10 e i 19 anni, presenta una patologia mentale più o meno grave legata alla sovraesposizione digitale. Sono temi al centro del dibattito tra psicologi e pedagogisti sui rischi di un’esposizione al web senza regole.
Le conseguenze sul benessere mentale, in effetti, sono tragiche. Sempre secondo gli ultimi dati pubblicati da Unipol Media Relations e Digital PR/Kkienn Connecting People and Companies, il 60 per cento dei giovani soffre di concentrazione ridotta (contro il 37 per cento degli adulti), il 51 per cento dei ragazzi manifesta sintomi di ansia e depressione legati all’uso e abuso dello smartphone (contro il 32 per cento degli adulti) e il 50 per cento si isola socialmente. Va da sé che i giovani adulti della fascia anagrafica che va dai 28 ai 35 anni siano i più vulnerabili a causa delle pressioni lavorative, sociali ed economiche. Ma la consapevolezza è ancora limitata: il 53 per cento dei giovani utenti riconosce la necessità di difendersi dallo smartphone, ma solo una minoranza riesce a ridurne l’utilizzo. E il 57 per cento degli italiani è contrario a restrizioni sull’uso dello smartphone, tranne che alla guida (73 per cento) o in classe (64 per cento). Non a caso, l’iniziativa di Wind Tre parte proprio dalle scuole, dove si sta formando la futura classe dirigente.
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I dati sull'utilizzo degli smartphone da parte dei ragazzi sono allarmanti: il 91% dei giovani tra i 16 e i 35 anni possiede uno smartphone e ben l’81% se ne considera dipendente, il 64% lo utilizza frequentemente, il 57% usa il telefonino fino a tarda notte perdendo ore preziose di sonno, il 30% dei giovani connessi riscontra problemi a scuola, sul lavoro o nelle relazioni sociali. E, dato ancora più allarmante, il 40% dei ragazzi preferisce le interazioni online rispetto a quelle in presenza.Sono soli perché usano il cellulare o usano il cellulare perché sono soli? Del tema se ne occupano tutti - psicologi, sociologi e politici - ma nessuno si sofferma a spiegare se viene prima l’uovo o la gallina nell’annosa questione della eccessiva dipendenza dei giovani dagli smartphone. Certo, ci si sente soli a tutte le età, ma sono più spesso i giovani (insieme con gli over 65) a sperimentare la solitudine, manifestata con la paura del silenzio, che è colmata con il rumore digitale del telefonino. Bambini e ragazzi fanno fatica a staccarsi dal telefonino perché non sanno più sopportare il silenzio né ingannare l’attesa senza ricorrere allo smartphone.Gli ultimi dati, pubblicati da Unipol Media Relations e Digital PR/Kkienn Connecting People and Companies quasi a ridosso del Safer Internet Day, la Giornata Mondiale per la Sicurezza in Rete, istituita e promossa dalla Commissione Europea, sono allarmanti: il 91 per cento dei giovani tra i 16 e i 35 anni possiede uno smartphone e ben l’81per cento se ne considera dipendente, il 64 per cento lo utilizza frequentemente, trascorrendo da 4 a oltre 6 ore al giorno connesso, il 57 per cento usa il telefonino fino a tarda notte perdendo ore preziose di sonno, il 30 per cento dei giovani connessi riscontra problemi a scuola, sul lavoro o nelle relazioni sociali. E, dato ancora più allarmante, il 40 per cento dei ragazzi preferisce le interazioni online rispetto a quelle in presenza. Un bollettino di guerra, insomma.Le istituzioni fanno quello che possono: ieri, ad esempio, in pieno spirito bipartisan le senatrici Simona Malpezzi (Pd) e Lavinia Mennuni (Fdi), rispettivamente vicepresidente e membro della commissione parlamentare per l'infanzia e l’adolescenza, hanno organizzato un incontro con la Polizia di Stato (era presente il Direttore Tecnico Superiore psicologo Cristina Bonucchi) e Wind Tre (intervenuta con Tommaso Vitali, Direttore B2C Marketing & New Business, Federica Manzoni, Direttrice Sustainability & Quality Certification e Francesca Chiocchetti, Direttore Public Affairs), azienda impegnata dal 2018 nel programma di educazione digitale NeoConnessi, sui rischi e sulle opportunità di un uso consapevole della Rete. L’occasione è stata la premiazione del concorso NeoConnessi: crea la tua avventura digitale promossa da Wind Tre con il supporto di esperti in ambito psicologico, pedagogico, tecnologico e didattico, con l’obiettivo di accompagnare scuole e famiglie nel momento delicato in cui bambini e adolescenti si trovano a navigare in autonomia.L’iniziativa ha coinvolto oltre un milione e mezzo di bambine e bambini delle classi quarta e quinta elementare per un totale di 504 classi da tutta Italia; i concorrenti hanno presentato progetti sui temi esplorati nel corso dell’anno scolastico 2023-2024. In totale sono stati presentati 714 elaborati in forma testuale, multimediale, video o di laboratorio. Hanno vinto i progetti ritenuti i migliori da una giuria di esperti in termini di aderenza ai temi del programma, di qualità, creatività e originalità. Le classi vincitrici sono la 4a e 5a C della Scuola primaria Luigi Carnevali di Sant’Angelo in Vado (Pu); la 5a A della scuola primaria Mirto di Siderno Marina (Rc) e la 5a della scuola primaria Suor Emilia Renzi di Usmate Velate (Mb). Gli alunni hanno fatto proprie le tematiche affrontate in classe nel corso del programma e le hanno tradotte in lavori efficaci e creativi. I vincitori, in particolare, hanno trattato temi molto specifici come lo screentime e la dipendenza da cellulare, lo sharenting, il parental control, la sicurezza in rete soprattutto in relazione ai pericoli legati alla condivisione di informazioni o foto, oltre a bullismo, cyberbullismo e netiquette.La novità è che da questa edizione il concorso è stato esteso alle scuole secondarie di primo grado, raggiungendo quasi la metà degli istituti italiani: coinvolgerà 2 milioni di ragazzi. L’iniziativa risponde alle necessità che emergono, in un’epoca sempre più digitalizzata, di accompagnare i più giovani, ma anche i docenti e le famiglie, a vivere la rete in sicurezza. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, soltanto in Italia più di 700.000 ragazzi interagiscono con i coetanei in rete per più di 6 ore al giorno e un ragazzo su sette, nella fascia d’età tra i 10 e i 19 anni, presenta una patologia mentale più o meno grave legata alla sovraesposizione digitale. Sono temi al centro del dibattito tra psicologi e pedagogisti sui rischi di un’esposizione al web senza regole.Le conseguenze sul benessere mentale, in effetti, sono tragiche. Sempre secondo gli ultimi dati pubblicati da Unipol Media Relations e Digital PR/Kkienn Connecting People and Companies, il 60 per cento dei giovani soffre di concentrazione ridotta (contro il 37 per cento degli adulti), il 51 per cento dei ragazzi manifesta sintomi di ansia e depressione legati all’uso e abuso dello smartphone (contro il 32 per cento degli adulti) e il 50 per cento si isola socialmente. Va da sé che i giovani adulti della fascia anagrafica che va dai 28 ai 35 anni siano i più vulnerabili a causa delle pressioni lavorative, sociali ed economiche. Ma la consapevolezza è ancora limitata: il 53 per cento dei giovani utenti riconosce la necessità di difendersi dallo smartphone, ma solo una minoranza riesce a ridurne l’utilizzo. E il 57 per cento degli italiani è contrario a restrizioni sull’uso dello smartphone, tranne che alla guida (73 per cento) o in classe (64 per cento). Non a caso, l’iniziativa di Wind Tre parte proprio dalle scuole, dove si sta formando la futura classe dirigente.
JD Vance insieme a Benjamin Netanyahu (Ansa)
Stando ad Axios, il vicepresidente americano assumerà infatti un ruolo di primo piano negli eventuali colloqui che si terranno tra Washington e Teheran. D’altronde, il numero due della Casa Bianca ha già avuto vari contatti con Benjamin Netanyahu e ieri si è anche incontrato con il primo ministro del Qatar, Abdulrahman bin Jassim Al Thani. Il ritorno in auge di Vance è significativo, soprattutto alla luce del fatto che, durante le prime settimane di conflitto, il diretto interessato era fondamentalmente sparito dai radar. Non è del resto un mistero che il vicepresidente fosse scettico verso un’operazione militare di vasta portata contro l’Iran. Il fatto che Trump stia puntando su di lui per gli eventuali negoziati offre quindi alcuni interessanti spunti di analisi.
In primis, il presidente americano vuole (parzialmente) marginalizzare Steve Witkoff e Jared Kushner, che finora non hanno fatto grossi progressi sul dossier iraniano. Inoltre, Trump, secondo cui la guerra «sta andando alla grande», vuole far leva su Vance per portare Netanyahu ad allinearsi alla strategia di Washington. Senza dubbio il premier israeliano e il presidente americano sono accomunati dalla volontà di impedire all’Iran sia di acquisire l’atomica sia di continuare a sviluppare il proprio programma missilistico. Entrambi auspicano inoltre che il regime cessi di foraggiare i suoi pericolosi proxy regionali. Tra i due leader sono tuttavia emerse divergenze sulla durata del conflitto e sul futuro assetto politico-istituzionale dell’Iran. Secondo il New York Times, il premier israeliano temerebbe che un cessate il fuoco troppo rapido impedisca allo Stato ebraico di debellare l’intera industria militare iraniana. Inoltre, Netanyahu propende per un regime change a Teheran, laddove Trump auspica una soluzione venezuelana: punta, cioè, a interloquire con un pezzo del vecchio regime, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Una linea, questa, con cui l’inquilino della Casa Bianca spera di conseguire due obiettivi: evitare di restare invischiato in costosi processi di nation building e avviare in futuro una cooperazione con l’Iran nel settore petrolifero. Di contro, Netanyahu teme che la soluzione venezuelana, evitando di smantellare totalmente il khomeinismo, non sia in grado di risolvere alla radice i problemi di sicurezza dello Stato ebraico.
Ebbene, schierando Vance, Trump mira a spingere il premier israeliano ad accettare la linea di Washington. Già a ottobre era emerso come, all’interno dell’amministrazione americana, il vicepresidente fosse la figura meno conciliante nei confronti di Netanyahu. Tra l’altro, proprio ieri, Axios ha riferito che, all’inizio di questa settimana, i due avrebbero avuto una telefonata piuttosto tesa, in cui Vance avrebbe rimproverato il premier israeliano per le sue previsioni troppo ottimistiche sull’esito della guerra all’Iran. In particolare, il vice di Trump si sarebbe riferito all’eventualità, ventilata da Netanyahu, di riuscire a fomentare una rivolta popolare contro il regime khomeinista. Non solo. Axios ha anche riferito che «i funzionari dell’amministrazione sospettano che agenti stranieri stiano diffondendo la notizia che l’Iran vuole negoziare con Vance». Infine, il vicepresidente, secondo cui la guerra durerà comunque ancora alcune settimane, è politicamente assai vicino ai colletti blu della Rust Belt: una quota elettorale che si è rivelata decisiva per riportare Trump alla Casa Bianca nel 2024. Vance è quindi anche utile al presidente per tendere una mano a quella parte di base elettorale che si è mostrata fredda verso l’intervento militare contro l’Iran. Una dinamica, questa, che avrà delle ripercussioni anche sulle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Marco Rubio si era notevolmente rafforzato dopo la cattura di Nicolas Maduro. Adesso, Vance spera di usare la diplomazia iraniana per riacquisire peso e tornare in pista. E proprio Rubio ieri, dal G7 in Francia, ha detto di attendersi che il conflitto terminerà «entro poche settimane, non mesi», per poi auspicare che i Paesi del G7 stesso svolgano un ruolo a Hormuz dopo la fine della guerra. Oltre a ipotizzare di dirottare armi destinate a Kiev alle esigenze belliche in Iran, il segretario di Stato ha anche sottolineato che gli Usa contano di raggiungere i loro obiettivi «senza truppe di terra». Attenzione: Vance non è un isolazionista puro né Rubio, per quanto fautore di una politica estera più proattiva, un neocon esaltato (contrariamente a quanto spesso si è detto, secondo Politico, anche lui non era convinto di un attacco su vasta scala). I due collaborano (e sotto sotto competono) per intestarsi un ruolo nella conclusione del conflitto. Come detto, la posizione di Vance sta tornando a rafforzarsi. Ma Rubio farà prevedibilmente leva sul suo incarico di consigliere per la sicurezza nazionale ad interim per continuare ad avere un ascendente su Trump.
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Volodymyr Zelensky con Mohammad bin Salman Al Sa'ud (Ansa)
Si tratta di un segnale negativo per Vladimir Putin, che negli ultimi anni aveva coltivato relazioni strette con il principe ereditario Mohammed bin Salman. La nuova apertura verso Kiev viene osservata con attenzione anche da altri Paesi del Golfo, interessati alle tecnologie ucraine e alla diversificazione delle partnership strategiche. Allo stesso tempo emergono indicazioni secondo cui la Cina avrebbe fornito all’Iran componenti elettronici e tecnologie sensibili. Questo elemento amplia il quadro, perché suggerisce che Pechino non si limita a sostenere indirettamente Mosca, ma contribuisce anche al rafforzamento industriale e militare di Teheran. Una simile sovrapposizione rende più complesso per Donald Trump ottenere risultati rapidi su uno dei due fronti. La pressione sull’Iran non è più isolata, ma inserita in una rete di supporto tecnologico e politico in cui la Cina gioca un ruolo centrale. La guerra in Ucraina continua a essere influenzata da questa dinamica, poiché la moltiplicazione delle crisi riduce la capacità occidentale di concentrare risorse su un solo teatro. Ne deriva una progressiva fusione geopolitica dei conflitti.
L’Ucraina non rappresenta più esclusivamente un fronte europeo e la crisi iraniana non è più confinata al Medio Oriente. Entrambe diventano parti di una competizione sistemica tra Washington e Pechino. In questo contesto ogni tentativo di chiudere rapidamente il conflitto ucraino si scontra con un ostacolo strutturale: mentre si negozia su Kiev, si apre un fronte tecnologico e militare legato all’Iran sostenuto dalla Cina, interessata a mantenere gli Stati Uniti impegnati su più scenari. Tenere Washington coinvolta contemporaneamente in Europa orientale e in Medio Oriente consente inoltre alla Cina di guadagnare tempo sul dossier indo-pacifico e, in prospettiva, su Taiwan. Negli ultimi anni la Cina è diventata il principale fornitore per la Russia di beni a duplice uso, ovvero prodotti civili impiegabili anche in ambito militare.
Non si tratta di armi, ma di microchip, macchinari industriali avanzati, componenti elettronici e materie prime strategiche che consentono all’industria russa di sostenere lo sforzo bellico nonostante le sanzioni. Le stime indicano che nel 2024 il valore di queste forniture abbia superato i quattro miliardi di dollari. Ancora più significativa è la quota: circa il 90% delle importazioni russe di tecnologie sensibili proverrebbe da aziende cinesi, con una dipendenza quasi totale in alcuni settori come la microelettronica. Il contributo riguarda soprattutto macchine utensili e sistemi a controllo numerico indispensabili per produrre missili, droni e mezzi militari. Tra il 2023 e il 2024 una quota compresa tra l’80% e il 90% di questi macchinari acquistati da Mosca sarebbe di origine cinese.
A ciò si aggiungono esportazioni di minerali critici come gallio e germanio, fondamentali per semiconduttori, radar e tecnologie avanzate. Pur non configurandosi come aiuti militari diretti, queste forniture hanno un peso strategico rilevante. Senza tali componenti la capacità produttiva russa sarebbe fortemente ridotta, mentre la rete commerciale con Pechino permette di sostituire i fornitori occidentali e mantenere attiva l’industria della Difesa. Questo intreccio rende il quadro estremamente complesso. Non si tratta più di gestire crisi regionali separate, ma di affrontare un equilibrio globale. Se la Cina continua a sostenere l’Iran e mantiene contemporaneamente il proprio ruolo nel dossier russo, qualsiasi soluzione in Ucraina rischia di rivelarsi fragile. I due conflitti tendono così a diventare parti dello stesso confronto strategico. Ulteriori tensioni emergono dalle accuse secondo cui la società cinese Smic, principale produttore nazionale di semiconduttori, avrebbe fornito strumenti per la fabbricazione di chip al complesso militare iraniano. Due funzionari dell’amministrazione Trump sostengono che la cooperazione sarebbe iniziata circa un anno fa e comprenderebbe anche supporto tecnico.
Le dichiarazioni, rilasciate in forma anonima, non chiariscono l’origine delle apparecchiature né eventuali violazioni delle sanzioni. Smic, l’ambasciata cinese a Washington e la missione iraniana all’Onu non hanno commentato, mentre Pechino ribadisce di mantenere normali relazioni commerciali con Teheran. Le rivelazioni si inseriscono in un quadro già teso. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha invitato al dialogo, ma le accuse rischiano di aggravare le tensioni tra Washington e Pechino. In precedenza era emersa anche la possibilità di un accordo tra Iran e Cina per missili antinave, mentre gli Stati Uniti rafforzavano la presenza navale nella regione. Washington ha inoltre intensificato le restrizioni contro Smic e altri produttori cinesi per limitare l’accesso alle tecnologie occidentali per i semiconduttori avanzati. Questi elementi confermano che i conflitti in Ucraina e Medio Oriente non sono più separati, ma parti di una competizione globale in cui tecnologia, energia e alleanze regionali si intrecciano, rendendo sempre più difficile una soluzione rapida.
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Orazio Sciortino, pianista concertista e compositore contemporaneo, ci guida nel mondo della musica «colta» di oggi. Un'apparente Babele del linguaggio nella quale tutti gli ingredienti del passato sono a disposizione degli artisti.
Donald Trump (Ansa)
Con la guerra il presidente americano ha trasformato la comunicazione in roulette verbale: «Abbiamo vinto». Ma anche «dobbiamo finire il lavoro». «Non vogliamo il cambio di regime», salvo poi annunciare che il cambio di regime c’è stato. Nessuno, però, se n’è accorto. «Non sappiamo con chi parlare», ma anche «stiamo parlando con le persone giuste». Una girandola di dichiarazioni che ha attirato perfino il sarcasmo degli ayatollah, che non brillano certo per ironia: «Gli Stati Uniti trattano con se stessi». L’accordo? Forse sì. Forse no. Forse vediamo. Più che una strategia, un flusso di coscienza. Più che una dottrina, una diretta streaming. Nel frattempo, il vicepresidente JD Vance agita le mani come un vigile urbano all’incrocio: niente pantano, guerra breve, esercito iraniano già archiviato. In altre parole; usciamo prima che qualcuno faccia domande. Il problema è che le domande le stanno facendo i mercati. E, per la prima volta, non aspettano le risposte. Trump prova il vecchio numero: annuncia una moratoria di dieci giorni nei bombardamenti. Fino al 6 aprile terrà gli aerei lontani dalle centrali elettriche. In altri tempi sarebbe bastato per accendere i listini come un albero di Natale. Stavolta niente. I mercati ascoltano distrattamente. Un po’ come si fa con un vecchio zio. Poi cambiano discorso. Gli indici europei scendono tutti insieme, senza nemmeno litigare: Euro Stoxx 50 e Stoxx 600 giù dell’1%, Francoforte meno 1,3% , Parigi poco sotto, Milano cala dello 0,74% trascinata da industriali e tecnologia. Non è un crollo, è un’alzata di spalle collettiva. Che, per un presidente Usa, è peggio. Di gran lunga peggiore la reazione di Wall Street. Gli indici principali, a metà seduta segnano cali intorno all’1,5%. Le parole di Trump non bastano più a mettere il ghiaccio sulle ferite. Lo Stretto di Hormuz è mezzo chiuso, quindici milioni di barili al giorno restano imbottigliati come pendolari all’ora di punta. Il petrolio sale, supera la soglia dei 105 dollari, cresce di circa il 5%. Ogni barile conta, dicono gli esperti. E quando iniziano a contare i barili, significa che qualcuno ha perso il controllo della narrativa. Ma il vero termometro non è il petrolio. È il debito americano. I Treasury decennali si arrampicano al 4,42%, con lo sguardo fisso su quel 4,5% che, in passato, faceva cambiare tono alla Casa Bianca. Era il punto in cui Trump smetteva di fare il duro e iniziava a fare il ragioniere. Ci ha provato anche stavolta. Solo che il mercato ha cambiato fede. Non crede più ai miracoli. E poi, come in ogni romanzo giallo che si rispetti, arriva il dettaglio che trasforma il sospetto in trama. A fare la ricostruzione è il Financial Times. Mette in luce che lunedì mattina, tra le 6:49 e le 6:51, qualcuno vende sei milioni di barili di petrolio. Due minuti netti. Chirurgici. Alle 7:05 arriva il post presidenziale: pausa negli attacchi. Il prezzo del barile cade. Applausi per chi era già seduto dalla parte giusta del tavolo. Sedici minuti prima dell’annuncio, erano stati piazzati 580 milioni di dollari sul ribasso. Contemporaneamente erano stati acquistati futures per 1,5 miliardi di dollari scommettendo sul rialzo di Wall Street che puntualmente si è verificato. Che tempismo. Non è finita. Nei giorni precedenti, centinaia di scommesse azzeccano con precisione millimetrica l’ora di inizio della guerra. Operazioni milionarie si muovono pochi minuti prima dei post presidenziali. Futures comprati e venduti con una sincronia da metronomo. Il senatore democratico Chris Murphy pone la domanda più semplice, e quindi la più pericolosa: chi sapeva delle decisioni della Casa Bianca? La risposta ufficiale è impeccabile. Tutto regolare. Tutto etico. Tutto perfetto. Nel frattempo, però, l’ufficio del Dipartimento di Giustizia che si occupava proprio di queste cose - frodi, insider trading, piccole distrazioni da milioni - viene ridotto ai minimi termini. Da 36 a due avvocati. Praticamente una riunione del condominio davanti al caminetto. Coincidenze. Naturalmente. Il quadro si completa. Non è la guerra, non è il petrolio, non sono nemmeno i bond. È la fiducia che si è sfilacciata, punto dopo punto, dichiarazione dopo dichiarazione. Trump continua a parlare.
Una volta muoveva i mercati con una frase. Oggi non riesce nemmeno a convincerli con una pausa. Il tocco magico è finito. E Wall Street, che non ha senso dell’umorismo, ma ha una memoria eccellente, ha smesso di applaudire.
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